Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Rete L’ABUSO

  • Abusi sui minori in Europa: gruppi di vittime lanciano un’iniziativa per affrontare la questione dei casi di abuso

    Abusi sui minori in Europa: gruppi di vittime lanciano un’iniziativa per affrontare la questione dei casi di abuso

    In un incontro internazionale in Svizzera, gruppi di vittime di tutta Europa hanno lanciato una vasta iniziativa, la “Justice Initiative”. Con questa iniziativa politica, gli abusi sui bambini, specialmente nelle istituzioni statali ed ecclesiastiche, saranno affrontati per la prima volta in modo completo in tutti i paesi europei. Una mozione affinché i casi di abuso vengano affrontati a livello paneuropeo sarà presentata al Consiglio d’Europa a Strasburgo a settembre.

    L’Europa ha violato la protezione dei bambini per decenni:

    Centinaia di migliaia di bambini e giovani sono stati vittima di sfruttamento, maltrattamento e abuso sessuale. Soprattutto nelle istituzioni statali o gestite dalla chiesa, si sono verificati gli abusi più gravi. In vari paesi europei, fino a pochi anni fa, c’erano allontanamenti di bambini, adozioni forzate, sterilizzazioni ed esperimenti farmacologici su bambini e giovani. In molti casi, le autorità statali sono state in parte responsabili delle sofferenze subite, o non hanno protetto i bambini dalle aggressioni.

    Fino ad oggi, nella maggior parte dei paesi europei non ci si è occupati di questi casi di abuso. È ora che ciò cambi. Gruppi di vittime provenienti da tutta Europa, così come accademici e ONG, si sono recati in Svizzera per lanciare la “Justice Initiative”. Questa iniziativa politica vuole attirare l’attenzione collettiva su una parte rimossa della storia e sulle vittime che ancora oggi soffrono a causa degli abusi e della mancanza di riconoscimento pubblico.

    Più di una dozzina di paesi europei al lancio – anche l’Italia vi partecipa

    “L’Italia, membro dell’Ue, è uno dei paesi più industrializzati al mondo ma è l’unico Stato a non aver mai affrontato una discussione su questo problema, mentre altrove in Europa i governi stanno agendo, prendendo posizione e adottando provvedimenti immediati per i sopravvissuti.

    Ma c’è di peggio: oggi in Italia la stessa popolazione non è consapevole del problema e non è di conseguenza in grado di tutelarsi, e la stampa disattende completamente al suo dovere d’informazione”, sottolinea Francesco Zanardi, attivista per le vittime di abusi sessuali su minori.

    Zanardi è fondatore e presidente della Rete L’Abuso, come pure uno dei fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi con riconoscimento presso le Nazioni Unite.

    La “Justice Initiative” è sostenuta da gruppi di vittime, accademici e ONG di tutta Europa. In una dichiarazione congiunta firmata finora da rappresentanti numerosi paesi europei, si pone l’accento sul riconoscimento pubblico dell’ingiustizia, sul risarcimento e sulla rivalutazione accademica. www.justice-initiative.eu.

    Una mozione sarà presentata al Consiglio d’Europa entro 2 settimane “Questa iniziativa è centrale per l’Europa”, afferma il presidente della delegazione svizzera al Consiglio d’Europa, il consigliere nazionale Pierre-Alain Fridez. “Solo facendo i conti con il passato possiamo costruire il futuro”.

    Per questo, nei prossimi giorni presenterà a Strasburgo una mozione.

    MedienMItteilung_Italien

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  • Come per i crimini di Auschwitz – Roma da meta turistica di fede a teatro per gli abusi del clero su minori tra i silenzi di Governo e stampa

    Come per i crimini di Auschwitz – Roma da meta turistica di fede a teatro per gli abusi del clero su minori tra i silenzi di Governo e stampa

    Dal Washington Post di oggi, a firma di Stefano Pitrelli l’interessante articolo sul tour operator Oattravel (Grand Circle Foundation) di Boston e sulla richiesta di capire meglio gli abusi sessuali del clero in Italia, più noti all’estero che nel paese in cui vengono commessi.

    Francesco Zanardi e Peter Loewe, presso la sala della Stampa Estera di Roma

    La curiosità dell’estero sulle censure e fake news degli organi di informazione italiani e le inadempienze del Governo non sono una novità. Già nel 2018, proprio a causa dell’evidente e a dir poco sospetto silenzio della stampa italiana sui fatti di cronaca, la Stampa Estera in Italia volle incontrare presso la sede di Roma la Rete L’ABUSO, per capire quanto taciuto o incorrettamente riportato dalla stampa italiana.

    La grave situazione dell’Italia all’estero è ben nota (anche tramite ECA Global, presente in 42 paesi e di cui Zanardi è fondatore) e confronto agli altri paesi industrializzati del pianeta, appare come qualcosa di medioevale tanto da attirare persino la curiosità dei turisti, più informati di noi dalla stampa dei loro paesi su ciò che accade nel nostro.

    Il tour operator presenta così l’incontro con Francesco Zanardi, vittima e fondatore dell’unica realtà italiana in tutela delle vittime sopravvissute al clero cattolico;

    “ Esplora Roma • Argomento controverso: lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Italia con l’avvocato delle vittime Francesco Zanardi.

    Attività esclusiva di OAT: le scoperte di oggi presentano l’ argomento controverso di come l’Italia ha gestito lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica con il sopravvissuto e avvocato Francesco Zanardi. Sebbene possa essere difficile da ascoltare, questa conversazione farà luce su un argomento importante che spesso non viene discusso in questo paese profondamente reverenziale. 

    Pomeriggio: Verso le 14:15, ci ritroveremo con il nostro gruppo e inizieremo a camminare verso la nostra prossima destinazione: lo studio di un artista locale nel quartiere Quadraro di Roma. All’arrivo, intorno alle 15:30, incontreremo Francesco Zanardi, fondatore e presidente di Rete L’Abuso, un’associazione dedicata a perseguire giustizia per gli italiani che sono stati abusati sessualmente dal clero cattolico romano. Essendo lui stesso un sopravvissuto, purtroppo Francesco è molto adatto a parlare con noi dell’argomento controverso di come il Vaticano e le autorità italiane hanno gestito decenni di accuse di abusi. Anche se l’ora che trascorriamo con Francesco sarà molto emozionante, farà luce anche su una questione importante che spesso viene nascosta sotto il tappeto in Italia, dove la Chiesa è profondamente venerata e più o meno immune dalla supervisione del governo.

    Francesco è cresciuto, come quasi l’80% degli italiani, nella fede cattolica. Nel 1980, quando Francesco aveva 11 anni, il parroco della sua parrocchia iniziò a maltrattarlo. Di conseguenza, ha lottato per decenni per venire a patti con il trauma a cui è stato sottoposto da bambino, sapendo per tutto il tempo che il suo aggressore non avrebbe mai dovuto affrontare alcuna conseguenza.

    A differenza di molti paesi di lingua inglese ed europei, dove gli abusi del clero sono ampiamente segnalati e la giustizia è regolarmente servita, l’Italia è stata estremamente riluttante a perseguire il clero colpevole. Ciò è dovuto in parte a quanto sia venerata la Chiesa cattolica nella società italiana, e in parte ai Patti Lateranensi del 1929, che istituirono un Vaticano indipendente e sostanzialmente esentarono la Chiesa cattolica romana dalle leggi italiane.

    La Chiesa è responsabile di svolgere le proprie indagini in Italia e nel mondo. Tuttavia, poiché considera la pedofilia un crimine morale contro Dio piuttosto che un crimine fisico con vittime umane, raramente persegue la punizione penale. I preti accusati vengono invece inviati in centri di riabilitazione, trasferiti in diverse parrocchie, posti agli arresti domiciliari o, solo nei casi più gravi, sconsacrati. (Almeno 11 chiese italiane hanno fornito asilo agli abusatori stranieri che sono indagati nei loro paesi d’origine.)

    Ma le autorità italiane non sono esenti da colpe: quando lo scandalo degli abusi sessuali ha raggiunto il culmine in Europa nel 2010, il presidente italiano, Giorgio Napolitano, ha definito le accuse “un attacco senza riserve alla Chiesa e al Papa”. Anche i media italiani sono stati praticamente in silenzio sullo scandalo, riportando occasionalmente casi esteri ma raramente nazionali. Di conseguenza, esistono pochissimi dati sull’entità degli abusi clericali in Italia. Nel 2014, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto feroce accusando il governo italiano e il Vaticano di promuovere un “codice del silenzio” e di proteggere la reputazione della Chiesa sul benessere delle vittime di abusi in Italia.

    A causa di questa estrema mancanza di trasparenza, è molto difficile per le vittime italiane trovare sostegno. In tutto il Paese, infatti, esiste un’unica associazione di vittime: Rete L’Abuso. Francesco è stato ispirato a creare l’organizzazione nel 2010, dopo aver assistito a una protesta di un gruppo di vittime americane a Roma. Rete L’Abuso tiene traccia di tutti i sacerdoti italiani accusati e condannati dal 2000. L’elenco comprende attualmente 151 sacerdoti indagati o in attesa di processo o condanna, e 154 condannati dallo Stato. Rete L’Abuso ha sostenuto fino ad oggi 930 vittime e, con l’aiuto di 20 avvocati che lavorano pro bono, l’associazione ha aperto 15 processi contro il clero abusivo. Francesco ha anche citato l’Italia alle Nazioni Unite per violazione dei diritti dei bambini.

    Dopo che Francesco avrà condiviso con noi la sua commovente storia, avremo circa 45 minuti per porre qualsiasi domanda. Francesco è desideroso di sensibilizzare sui blocchi stradali che le vittime italiane stanno affrontando, quindi le sue risposte saranno senza dubbio sincere.”

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  • Religiosi accusati di abusi sessuali, slitta la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio

    Religiosi accusati di abusi sessuali, slitta la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio

    Don Giglio Gilioli, 74 anni, fondatore della comunità ‘I discepoli dell’Annunciazione”, soppressa dal Vaticano per irregolarità, e un suo ex collaboratore di 38 anni, tornato da tempo a vita laica, entrambi accusati di abusi sessuali su minore, dovranno aspettare ancora prima di conoscere il loro destino.

    La discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla procura, infatti, è slittata di nuovo. Il giudice delle udienze preliminari del tribunale di Prato, Francesco Pallini, ha rinviato tutto al 6 ottobre dopo avere però accolto la richiesta della difesa – avvocati Carlotta Taiti e Cristina Menichetti – di non ammettere come parte civile ‘Rete l’abuso’ (“associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”) perché formalmente costituita dopo i fatti contestati ai religiosi seppure – hanno ribattuto i legali del sodalizio – “espressione di continuità con l’associazione ‘La casa della legalità’ che già esisteva”.

    Don Giglio Gilioli e il suo ex collaboratore sono finiti sotto inchiesta lo scorso anno dopo che due fratelli pratesi, entrambi affidati alla comunità dalla loro famiglia, avevano raccontato di aver subito abusi sessuali. In base ai racconti, i sostituti Laura Canovai e Valentini Cosci, avevano iscritto sul registro delle notizie di reato una dozzina tra religiosi, ex religiosi e laici.

    L’inchiesta, nel corso dei mesi, ha mostrato segni di cedimento nelle dichiarazioni di uno dei fratelli e così la lista degli indagati si è sgonfiata tanto che solo per don Giglio e per il suo ex collaboratore è stato chiesto il rinvio a giudizio, mentre per gli altri si va verso l’archiviazione.

    Hanno invece tenuto i racconti dell’altro fratello, costituito parte civile insieme ai genitori. Racconti che sono stati oggetto di incidente probatorio: il giovane, in quella sede, parlò di carezze e toccamenti con don Giglio Gilioli e di atti sessuali con l’altro imputato.

    La difesa dei due religiosi ha chiesto al giudice di integrare gli atti messi a disposizione dalla procura, sottolineando la mancanza di duplicazione, cioè di tutto ciò che riguarda l’altro fratello e che invece potrebbe avere importanza ai fini della discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio. L’istanza non è stata accolta.
    La comunità religiosa, fondata con lo scopo di accogliere giovani con la vocazione sacerdotale, aveva diverse sedi: la principale a Prato, in via Bologna, e le altre in Garfagnana e in Lunigiana. Nel 2013 la Diocesi di Prato promosse una verifica sulla comunità; lo stesso fece, qualche anno più tardi, la Santa Sede che accertò la scarsa presenza di adesioni e altre irregolarità che sfociarono nella soppressione dell’associazione pubblica di fedeli, cosi come era stata riconosciuta sotto il profilo del Diritto canonico”.

    Religiosi accusati di abusi sessuali, slitta la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio

  • Il bacio di Giuda – Il dossier Rugolo e la petizione dei fedeli pro Gisana, che insabbiò tutto

    Il bacio di Giuda – Il dossier Rugolo e la petizione dei fedeli pro Gisana, che insabbiò tutto

    Modica – Anziché chiedere indignati al Vaticano di rimuoverlo, a Enna ci sono sedicenti fedeli che in questi giorni stanno ingaggiando una ‘guerra’ delle petizioni online per difendere il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, il modicano Rosario Gisana, che ha protetto per anni il prete Don Rugolo, accusato di pedofilia, trasferendolo prima al Nord, anziché denunciarlo, e poi facendolo addirittura tornare all’ovile, rimettendolo a stretto e diretto contatto i ragazzini molestati, e offrendo soldi ad almeno una famiglia delle vittime, per tacere e dimenticare. A proposito: complimenti anche alla Caritas, che aveva 25 mila euro pronti in tasca per tali “opere pie”. La petizione social, in realtà, è partita già lo scorso febbraio: le manette per il sacerdote erano infatti da tempo nell’aria. I primi abusi su un 16enne risalgono al 2009 e sarebbero andati avanti fino al 2013. Nell’ordinanza della misura cautelare si legge che il vescovo era a conoscenza di tali violenze ma si è limitato, a fine 2019, a spedire Rugolo per un po’ alla diocesi di Ferrara.

    «Il sospetto di una devianza sessuale sembra condiviso dallo stesso vescovo Gisana – scrive il gip – che a seguito della notizia dei fatti denunciati dalla vittima ha disposto il trasferimento dell’indagato a Ferrara, anche al fine di avviarlo ad un percorso psico terapeutico. D’altronde l’indagine ha ampiamente dimostrato come le abitudini sessuali dell’indagato siano state e siano tuttora caratterizzate da note di perversione. Dall’analisi del contenuto del computer del religioso è emerso, infatti, che lo stesso è solito navigare in maniera sistematica e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi, in innumerevoli siti pornografici, rintracciabili con la parola chiave ‘teen’ e che più di recente ha avuto rapporti omosessuali con due giovani appena 19enni». Interrogato dal gip, Rugolo – per bocca del suo avvocato – si dice “sereno”. Beato lui. Avvisi di garanzia e custodie cautelari dovrebbero venderli in farmacia come ansiolitici visto che, secondo quanto riferiscono i legali, producono questo effetto rilassante in tutti coloro che ne vengono raggiunti.

    E i due preti del tribunale di Palermo che all’epoca archiviarono tutto per “difetto di competenza” (non perché il fatto non sussisteva), perché Rigoldo allora era ancora seminarista (e con tanto curriculum fu poi ordinato sacerdote), chi sono e che fine hanno fatto? Ad ogni modo, subito dopo l’arresto ha ripreso quota la raccolta-firme dei fedelissimi di Gisana: in un post su change.org in cui abbraccia il Papa (foto) lo difendono oltre ogni ragionevole dubbio dall’accusa di aver insabbiato i reati e dagli attacchi «strumentali da parte di blogger, tendenti a denigrare e screditare l’operato del vescovo nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo la diocesi di Piazza Armerina vuole stringersi attorno al suo pastore per manifestargli vicinanza e solidarietà». Sono arrivati a quasi 1300 firme. Ben lieti di fare parte della categoria di “blogger”, se vuol dire conservare un briciolo di galileiana obiettività.

    Grazie a dio, infatti, gira in Rete anche un’altra petizione, antitetica, che invita Francesco ad aprire gli occhi e prendere provvedimenti. Ma anche a smarcarsi dal turpe brodo in cui si agita Piazza, lui che fatto della condanna della pedofilia negli ambienti ecclesiali una delle colonne del suo mandato. Sta aspettando che le acqua si calmino, per defenestrarlo senza clamori? Proprio ieri ne ha fatto fuori uno: monsignor Gino Reali, 73enne vescovo “emerito” di Porto-Santa Rufina, coinvolto nel noto caso di pedofilia di don Ruggero Conti e prepensionato con due anni d’anticipo con la scusa delle precarie “condizioni di salute”, incompatibili col suo magistero. Non è il caso di iniziare a far sentire “sereno” anche il 62enne Gisana? Per contrastare l’acritica petizione a suo favore gli stessi pm di Enna sono stati costretti a lanciare un appello per incoraggiare altre possibili vittime a non avere timore e a denunciare. “Non è amore”, diciamo alle donne che vengono picchiate, umiliate, stuprate. “Non è Chiesa”, diciamo a chi è vittima di rappresentanti indegni. Rete L’ABUSO

    Il bacio di Giuda

  • Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Contrariamente al trend della Germania o della Francia dove i fedeli si mobilitano indignati per chiedere al Vaticano la rimozione di quei vescovi che hanno trasferito preti pedofili in altre diocesi per proteggerli, in Italia le cose sembrano andare alla rovescia. Lo dimostra il caso clamoroso di Enna. In questi giorni sta facendo scandalo l’incredibile ‘guerra’ delle petizioni scoppiata nella diocesi siciliana dove è appena stato arrestato dalle forze dell’ordine un giovane prete. L’accusa è pesante, avrebbe abusato di un minore che gli era stato affidato «per ragioni di istruzione e di educazione alla religione cattolica», come si legge in un comunicato della Questura di Enna.

    La storia – A seguito di questo arresto la Procura siciliana ha pure lanciato un appello per incoraggiare altre vittime a non avere timore e a denunciare. Ai tempi delle violenze il ragazzino abusato aveva appena 16 anni. L’incubo era iniziato nel 2009 e sarebbe andato avanti fino al 2013. Dall’ordinanza di applicazione della misura cautelare al prete si legge chiaramente che di queste violenze ne era a conoscenza il vescovo Rosario Gisana il quale, in barba alla tutela del minore, verso la fine del 2019, avrebbe spedito in una altra diocesi – Ferrara – il presunto pedofilo, il quale non solo ha continuato a rimanere a contatto con altri ragazzi ma in seguito è stato pure ordinato sacerdote dalla Chiesa di Enna.

    L’indagine – Nell’ordinanza si legge: «Il sospetto di una devianza sessuale sembra condiviso dallo stesso vescovo Gisana che a seguito della notizia dei fatti denunciati dalla vittima ha disposto il trasferimento dell’indagato a Ferrara anche al fine di avviarlo ad un percorso psico terapeutico. D’altronde l’indagine ha ampiamente dimostrato come le abitudini sessuali dell’indagato siano state e siano tuttora caratterizzate da note di perversione. Dall’analisi del contenuto del computer del religioso è emerso, infatti, che lo stesso è solito navigare in maniera sistematica e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi, in innumerevoli siti pornografici, rintracciabili con la parola chiave ‘teen’ e che più di recente ha avuto rapporti omosessuali con due giovani appena 19enni».

    Le petizioni – Dopo l’arresto del prete nella diocesi di Enna sono partite due petizioni antitetiche sul web che rimbalzano da un sito all’altro a caccia di iscrizioni. La prima è di solidarietà al vescovo Gisana per difenderlo dall’accusa di avere insabbiato e trasferito il prete abusatore.

    Sotto una foto in cui si vede Gisana che abbraccia Papa Francesco, si legge che di fronte agli attacchi «strumentali da parte di blogger, tendenti a denigrare e screditare l’operato del vescovo nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo la diocesi di Enna-Piazza Armerina vuole stringersi attorno al suo pastore per manifestargli vicinanza e solidarietà».

    La seconda petizione, invece, sempre fatta circolare sui canali web, di segno opposto, invita Papa Francesco ad aprire gli occhi e prendere provvedimenti verso questo vescovo che pur avendo saputo da una delle vittime – nel 2014 – che c’erano violenze di mezzo ha ugualmente trasferito il sacerdote al Nord con la motivazione di sottoporsi a cure. “Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana” si legge nella petizione.

    La prima denuncia arrivata alla diocesi di Enna diede effettivamente seguito ad una indagine previa da parte degli organi ecclesiastici e fu affidata a due preti del tribunale di Palermo, anche se non produsse alcun esito e finì nel nulla per difetto di competenza. Il prete in questione all’epoca era ancora seminarista.

    Tuttavia nel gennaio di quest’anno alla presunta vittima è stato offerta da parte della diocesi di Enna diretta dal vescovo Gisana, tramite la Caritas, 25 mila euro come possibile risarcimento.

    Papa Francesco – Proprio oggi, a proposito di vescovi insabbiatori, è arrivata la notizia che Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Porto-Santa Rufina di monsignor Gino Reali. Il vescovo – che ha 73 anni, due anni in meno rispetto all’età canonica di pensionamento – in una lettera ai fedeli della sua diocesi parla di “condizioni di salute” che non permettono di continuare, “il servizio attivo”. Tuttavia va ricordato che la diocesi da lui guidata fu coinvolta in un noto caso di pedofilia, quello di don Ruggero Conti, e monsignor Reali fu accusato dalle vittime proprio di favoreggiamento. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vescovi_insabbiatori_pedofilia_abusi_enna_vittima_papa_francesco_cei_germania_enna_gisana_cosa_e_successo_5_maggio_2021-5941008.html

  • Abusata dall’età di 13 anni dal prete, il caso in Parlamento: le violenze dopo i 14 anni sono state archiviate

    Abusata dall’età di 13 anni dal prete, il caso in Parlamento: le violenze dopo i 14 anni sono state archiviate

    Città del Vaticano – Il caso terribile di Giada, violentata per anni quando era minorenne da un sacerdote molisano, attualmente in carcere, torna ad affiorare in Parlamento e a far discutere. A sollevare la vicenda è la parlamentare dei CinqueStelle, Stefania Ascari che chiede «perchè a 14 anni e un giorno e l’abuso è lecito». Una vicenda che aveva già illustrato in una interrogazione al precedente ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede l’anno scorso, al quale chiedeva perchè don Marino, l’ex parroco del paese condannato dalla corte di appello di Campobasso nel maggio 2019 a 4 anni e 10 mesi di reclusione (sentenza confermata dalla Cassazione nel 2020), fosse stato riconosciuto colpevole di aver abusato sessualmente della ragazzina ma solo per il periodo in cui la piccola aveva 13 anni e non dopo il compimento dei suoi 14 anni, nonostante fosse in una condizione di fragilità e di inferiorità psicologica evidente.

    Gli abusi sessuali, spiega Ascari, sono iniziati nella primavera del 2009 e sono proseguiti sino al mese di luglio 2012. Con grande sforzo emotivo la giovane è riuscita a denunciare il sacerdote solo nel 2013 sia alla procura della Repubblica che al Vescovo di Termoli

    La parlamentare sottolinea anche che per la procura della Repubblica di Larino vi sarebbe stato un consenso ai rapporti sessuali da parte della ragazzina al compimento del 14esimo anno, senza avere mai approfondito sotto il profilo psicologico il rapporto con il prete 55enne. «Le circostanze avrebbero imposto un approfondimento per valutare la sua condizione di soggezione e inferiorità psicologica: Giada all’epoca era solo tredicenne mentre il sacerdote aveva 55 anni ed è orfana di padre da quando aveva tre anni e mezzo».

    Il prete nel frattempo è stato condannato per abusi (compiuti fino al compimento del 14anno della vittima) in primo e in secondo grado. Il secondo procedimento, invece, riguardante i fatti successivi ai 14 anni, si è concluso con la richiesta di archiviazione, presentata nel novembre 2014 e accolta dal Gip nel giugno 2016.

    I legali della vittima nel 2018 hanno chiesto alla Procura della Repubblica di aprire il secondo procedimento visto che Giada si «trovava in una condizione di forte soggezione e inferiorità psichica, come ribadito dalla psicologa giuridica che, nella sua consulenza dell’8 aprile 2019, chiariva come il consenso fosse stato costruito attraverso il conferimento, ingannevole, di normalità ai comportamenti sessualizzati ingenerando nella vittima una confusione permanente ed una dipendenza affettiva».

    Nel frattempo il vescovo, Gianfranco De Luca, appena ricevuto notizia dei fatti, ha proceduto alla verifica delle accuse, ha allontanato dalla parrocchia il sacerdote e ha istituito il tribunale ecclesiastico diocesano per svolgere il processo canonico che ha emesso la sentenza di sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa.

    L’interrogazione della parlamentare dei Cinquestelle alcuni mesi fa ha avuto la risposta scritta dell’ex ministro Bonafede in cui si spiega l’archiviazione definitiva. «allo stato, non potendosi affatto riconoscere, nella vicenda alcuna patologia processuale o profilo di rilevanza disciplinare non si ritengono sussistenti i presupposti per attivare i poteri ispettivi previsti dall’ordinamento».

    Una risposta insoddisfacente che ha indotto la vittima, il suo legale e la parlamentare ad organizzare alla Camera il 5 maggio, nella sala stampa di Via della Missione, alle ore 14 un sit in e riproporre il tema ai parlamentari e alla nuova ministra, Marta Cartabia. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_pedofilia_minori_giada_parlamento_vittime_vaticano_cei_cartabia-5936389.html

  • Al via il primo processo per abusi sessuali tra le mura vaticane: l’eroico atto del supertestimone Kamil

    Al via il primo processo per abusi sessuali tra le mura vaticane: l’eroico atto del supertestimone Kamil

    Ad otto anni dall’accadimento dei presunti abusi avvenuti all’interno del preseminario sito nella Città del Vaticano, è iniziato il processo nei confronti di Gabriele Martinelli e di Mons. Enrico Radice

    Grazie al primo servizio delle iene sulla questione, mandato in onda nel novembre del 2017, oggi, ad otto anni di distanza dal presunto compimento degli abusi, il Vaticano ha avviato l’iter processuale previsto dal loro diritto interno e volto, forse, a far luce sull’intera vicenda. Sono già state acquisiste diverse testimonianze dalle parti coinvolte.

    Ad oggi, Gabriele Martinelli risulta essere accusato di aver commesso abusi di natura sessuale, mentre Mons. Enrico Radice è stato accusato di falsificazione di documenti e false dichiarazioni.

    Tra i testimoni cruciali, svolge un ruolo fondamentale quello di Kamil, il coraggioso ragazzo polacco che, senza alcun tipo di timore, ha sempre denunciato in ogni sede gli abusi sessuali compiuti da Gabriele Martinelli (oggi sacerdote), presso il preseminario sito nella Città del Vaticano.

    Kamil dopo aver manifestato pubblico disappunto è stato prontamente allontanato dal seminario e, oggi, attende il verdetto del processo al di fuori delle mura vaticane.

    Nell’ultimo servizio delle iene sull’argomento, il supertestimone polacco ha rilasciato ulteriori dichiarazioni importanti. Intanto ha comunicato che oltre alle autorità vaticane sulla questione è stato aperto un procedimento (promosso dalla Rete L’ABUSO) anche da parte della procura di Roma e, questa, dovrebbe essere una buona notizia perché il processo, così come concepito dal diritto canonico, rappresenta legittimi dubbi di imparzialità da parte degli organi giudicanti, mentre un processo penale così come concepito dalla legislazione italiana, dovrebbe offrire maggiori garanzie sul punto.

    Infatti, Kamil, nell’esternare il proprio stupore dinanzi al fatto che alte gerarchie ecclesiastiche abbiano creduto a gente che aveva molti interessi ad insabbiare la questione ha evidenziato come, nella pratica, l’organo giudicante Vaticano non parte da una posizione di terzietà rispetto ai fatti oggetto di causa così come invece previsto dalla legge italiana.

    Nella prosecuzione dell’intervista, in coerenza con il coraggio che lo contraddistingue, ha dichiarato che “è questo quello che hanno fatto”.

    Tra i vari contenuti offerti dall’intervista, ì uno che merita una particolare riflessione: le parti accusate hanno offeso Kamil dandogli dello “psicopatico, schizzoide e paranoide” e del “bugiardo” direttamente all’udienza del processo, con tanto di verbalizzazione delle predette offese.

    Ora, che la tensione delle parti coinvolte nella vicenda sia elevata non vi è dubbio, ma che alte autorità di un organo come la chiesa, che diffonde sentimenti di amore, pace e perdono, offenda addirittura in sede di udienza processuale un ragazzo che rilascia testimonianze in ogni caso serie, è, ad avviso di scrive, un passaggio incommentabile e che deve far riflettere sull’idea di giustizia da parti di alcuni componenti del clero. Si badi bene che per poter inquadrare un individuo come persona affetta da una patologia è necessario avere preventiva prova a sostegno degli epiteti avanzati, altrimenti assumono carattere di offesa.

    In ragione delle offese verbalizzate in udienza, Kamil che pare non smetterà mai di stupirci, in ragione di quanto previsto dall’ art. 598 c.p., ha chiesto la soppressione e cancellazione delle offese contenute nel verbale e ha chiesto un risarcimento del danno non patrimoniale, che dovrà essere devoluto ad “Onlus” che tutelano i diritti e le necessità delle persone affette dalle malattie mentali di cui è stato accusato. Insomma, colpo su colpo.

    L’esito di questa vicenda, tristissima, sarà comunque destinato a fare storia perché, ad oggi, sono in diretta comparazione tra loro due modi di fare giustizia totalmente indipendenti tra loro: da una parte l’ordinamento giudiziario italiano e dall’altra lo Stato del Vaticano. Quest’ultimo, per la sufficienza con cui ha trattato la vicenda prima di ritenerla degna di approfondimento e per come, poi, si è adoperata per l’acquisizione del materiale probatorio, lascia molte perplessità a coloro che seguono da vicino la vicenda.

    D’altro canto, l’ordinamento italiano, pur avendo un sistema processuale molto più articolato e garantista, dovrà fare i conti con un rapporto antitetico ultracentenario tra Stato e Chiesa e, per questo, il finale di questa storia sarà di innegabile interesse nazionale.

    Avv. Tommaso Gioia

  • Legnano – Prete condannato in primo grado con accusa di aver abusato di un quindicenne Fissata la data dell’appello. Parla la madre del giovane

    Legnano – Prete condannato in primo grado con accusa di aver abusato di un quindicenne Fissata la data dell’appello. Parla la madre del giovane

    Fissata al 22 giugno l’udienza del secondo grado di giudizio di don Mauro Galli, l’ex parroco di Rozzano condannato in primo grado con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino che all’epoca aveva solo 15 anni, nel dicembre 2011. Il parroco è noto anche a Legnano, in quanto dopo il trasferimento da Rozzano, era stato assegnato per alcuni mesi alla pastorale giovanile. Parla la mamma di quell’adolescente, che oggi ha 25 anni: “Continuo ad andare a Messa e anche a confessarmi regolarmente, ma non riesco più a cogliere un messaggio positivo da ciò che dice la maggior parte dei sacerdoti”.

    Udienza fissata al 22 giugno

    La I sezione penale della Corte di Appello di Milano ha fissato per il 22 giugno, alle 9.30, l’udienza di secondo grado per don Mauro Galli. In primo grado –nel 2018 – don Mauro Galli era stato condannato a sei anni e quattro mesi per aver abusato sessualmente di un ragazzo di soli 15 anni. Inoltre, il Tribunale aveva disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo nel giugno 2019 ha però assolto parzialmente il parroco e gli atti del processo sono stati trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma al momento non si hanno informazioni in merito.

    La vicenda

    Siamo a Rozzano, nel 2011. Il ragazzo, allora di soli 15 anni, trascorre la notte a casa del parroco, dormendo nello stesso letto a due piazze, in vista delle attività previste per il giorno successivo. La madre ci aveva già spiegato che “già il giorno dopo aveva detto che era successo qualcosa di brutto anche se ha raccontato in modo completo solo anni dopo, durante una terapia”. Quasi subito dopo l’accaduto, don Mauro Galli è spostato da Rozzano a Legnano, assegnato alla Pastorale giovanile. Dopo pochi mesi, il parroco viene nuovamente trasferito: prima a Milano e poi a Roma. Durante gli anni e durante il processo di primo grado le posizioni sono state diverse: da un lato, il ragazzo racconta di aver subito abusi sessuali, dall’altra il parroco conferma di aver dormito nello stesso letto ma di non averlo toccato. La conclusione del primo grado di giudizio è cosa nota e Cristina continua la sua battaglia per avere giustizia. Una battaglia fatta di azioni e di parole, affinché tutti abbiano la possibilità di sentirsi tutelati, che dura da anni.

    La mamma Cristina: “Continuo ad andare a Messa ma non riesco più a cogliere un messaggio positivo”.

    A trovare sostegno nel momento di maggiore sofferenza, quando non riesce più a sentirsi parte della comunità della chiesa alla quale era tanto legata, Cristina trova sostegno nella Rete L’ABUSO. Nell’associazione trova accoglienza e comprensione. Inizia così a collaborare con la Rete L’ABUSO. Sostiene le famiglie, le persone che si rivolgono alla Rete e regala loro ascolto, accoglienza, comprensione. Non smette però di parlare della sua storia, quella di una mamma che non ha smesso di lottare per il proprio figlio e che porta le cicatrici di una vicenda che ancora resta aperta. Racconta lasciando trasparire tutta la sua delusione: “A distanza di più di due anni dalla condanna in primo grado è stata fissata l’udienza per l’appello. Non ci speravamo più dopo così tanto tempo. Nel frattempo abbiamo avuto notizia dell’assoluzione da parte del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo e non abbiamo alcuna notizia rispetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che – da quanto ho capito – dovrebbe valutare se il giudizio del TERL sia corretto. Per noi è una grande incongruenza: condannato dal Tribunale italiano (seppure per ora solo in primo grado) e assolto dal Tribunale della Chiesa; eppure non vi sono elementi differenti sui quali ragionare. Tristezza infinita. Proprio il suo avvocato (che è anche avvocato della Diocesi, e anche avvocato nella Commissione Diocesana per la Tutela dei minori) aveva argomentato molto bene, nella sua arringa finale in primo grado, che ciò che aveva fatto don Mauro (ovvero la sola ammissione di aver portato nel suo letto un minore) era una cosa gravissima da un punto di vista morale, che era assolutamente condannabile perché un sacerdote non può dormire con un minore, ma non vi erano rilevanze penali. E poi viene assolto proprio da chi dovrebbe giudicare ancora più in profondità proprio i peccati, la moralità”. Cristina continua con amarezza: “Dopo tutto questo faccio davvero fatica ad ascoltare i sacerdoti che parlano dal pulpito. Continuo ad andare a Messa e anche a confessarmi regolarmente, ma non riesco più a cogliere un messaggio positivo da ciò che dice la maggior parte dei sacerdoti; mi sembra tutto superficiale e scontato. Ora attendiamo l’Appello, senza grandi aspettative, in fondo non ci cambia la vita. Nel frattempo, a gennaio, l’Arcivescovo di Milano è venuto in visita pastorale nella nostra parrocchia, ci ha dedicato 8 minuti, 8 minuti di nulla”. L’adolescente di allora sta provando ora a rimettere insieme i pezzi della sua vita, lontano dai tristi riflettori di questa vicenda. Da parte nostra gli auguriamo di riuscirci e di intraprendere un percorso di vita che gli dia tutta la serenità di cui ha bisogno.

    Sara Riboldi

  • Abusi nella comunità religiosa, aperta e subito rinviata l’udienza preliminare

    Abusi nella comunità religiosa, aperta e subito rinviata l’udienza preliminare

    Aperta e chiusa oggi, mercoledì 21 aprile, l’udienza preliminare per discutere la richiesta di rinvio a giudizio per i religiosi finiti sotto inchiesta lo scorso anno dopo la denuncia di abusi sessuali presentata da uno dei due fratelli, oggi trentenne ma minorenne all’epoca dei fatti collocati a partire dal 2008, che hanno raccontato ciò che avrebbero subito nella comunità a cui entrambi erano stati affidati dalla famiglia.

    Sul banco degli imputati due appartenenti alla comunità “I discepoli dell’Annunciazione”, soppressa dal Vaticano per irregolarità: il fondatore don Giglio Gilioli, 74 anni, e un suo ex collaboratore, 38 anni, tornato a vita laica. Il giudice delle udienze preliminari del tribunale di Prato, Francesco Pallini, ha formalizzato la costituzione di parte civile della presunta vittima e dei suoi genitori, e poi ha rinviato al 14 luglio per decidere se ammettere anche Rete l’Abuso, “associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”.

    A determinare il rinvio è stato il fatto che questa associazione, che ha sede a Savona, risulta costituita successivamente ai fatti contestati ma sarebbe espressione de ‘La casa della legalità’ che invece già esisteva. Si tratta, dunque, di accertare i presupposti della continuità e, nel caso, valutare l’ammissione come parte civile.

    Un’inchiesta molto delicata quella dei sostituti Laura Canovai e Valentina Cosci che si è divisa in due filoni: quello arrivato davanti al tribunale oggi, e un altro con diversi indagati, anche loro ex Discepoli dell’Annunciazione, per i quali si profila la richiesta di archiviazione.

    La comunità religiosa aveva diverse sedi: la principale a Prato, in via Bologna, e le altre in Garfagnana e in Lunigiana. La scorsa estate, la vittima dei presunti abusi fu sentita in sede di incidente probatorio: il giovane parlò di approcci da parte di don Gilioli sfociati in toccamenti e di atti sessuali con l’altro imputato.

    http://www.notiziediprato.it/news/abusi-nella-comunita-religiosa-aperta-e-subito-rinviata-l-udienza-preliminare

  • AUTOMATICA  AMMISSIONE  AL  GRATUITO  PATROCINIO  PER  LE  VITTIME

    AUTOMATICA AMMISSIONE AL GRATUITO PATROCINIO PER LE VITTIME

    a cura dell’avv. Elena Peruzzini

    In generale, è possibile accedere al gratuito patrocinio, sia per agire che per difendersi – mediante la nomina di un avvocato iscritto in apposite liste e la sua assistenza a spese dello Stato –, nell’ambito di un processo civile, penale ed anche nelle procedure di volontaria giurisdizione,  se si è titolari di un reddito imponibile ai fini Irpef, risultante dall’ultima dichiarazione, pari ad euro 11.746,68 (Decreto del ministero della Giustizia del 23 luglio 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 24 del 30 gennaio 2021).

    Se l’interessato convive con il coniuge, l’unito civilmente o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante.

    Nel caso in cui, oggetto della causa siano diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi, si terrà conto del solo reddito personale del richiedente.

    • Dove si presenta la domanda
    1. A) in ambito civile, la domanda di ammissione al G.P. si presenta presso la Segreteria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, competente rispetto al:

    – luogo dove ha sede il magistrato davanti al quale è in corso il processo;

    – luogo dove ha sede il magistrato competente a conoscere del merito, se il processo non è ancora in corso;

    – luogo dove ha sede il giudice che ha emesso il provvedimento impugnato per i ricorsi in Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti.

    1. B) in ambito penale, la domanda di ammissione si presenta presso l’ufficio del magistrato davanti al quale pende il processo e quindi:

    – alla cancelleria del GIP se il procedimento è nella fase delle indagini preliminari;

    – alla cancelleria del giudice che procede, se il procedimento è nella fase successiva;

    – alla cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, se il procedimento è davanti alla Corte di Cassazione.

    • Automatica ammissione al patrocinio a spese dello Stato

    Ai sensi dell’art. 76, comma 4-ter (1) del d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia”, la persona offesa dai reati indicati nella norma medesima, di cui agli artt. 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli artt. 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, può essere automaticamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato a prescindere dai limiti di reddito e senza riservare alcuno spazio di apprezzamento a discrezionalità valutativa al giudice.

    In particolare, rientrano tra i reati sempre coperti dal gratuito patrocinio:

    • i maltrattamenti in famiglia o da parte di convivente (art. 572 del Codice penale);
    • la mutilazione degli organi genitali femminili (art. 583-bis);
    • la violenza sessuale (art. 609-bis);
    • gli atti sessuali con minorenne (art. 609-quater);
    • lo stalking (art. 612-bis).

    Possono inoltre sempre accedere al gratuito patrocinio, se minorenni, le vittime dei reati :

    • di riduzione in schiavitù (art. 600);
    • di prostituzione minorile (art. 600-bis);
    • di pornografia minorile (art. 600-ter);
    • di tratta di persone e acquisto di schiavi (artt. 601 e 602);
    • di atti sessuali in presenza di minori (609-quinquies).

    La giurisprudenza di legittimità (1) ha affermato il diritto della persona offesa da uno dei reati sopra indicati a fruire del patrocinio a spese dello Stato per il solo fatto di rivestire detta qualifica, a prescindere dalle proprie condizioni di reddito che, quindi, non devono nemmeno essere oggetto di dichiarazione sostitutive, attestazione o certificazioni formali di nessun tipo.

    La disposizione in esame introdotta dal decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, nella legge n. 38 del 2009 richiama «la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre misure per assicurare una maggiore tutela della sicurezza della collettività, a fronte dell’allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale, attraverso un sistema di norme finalizzate al contrasto di tali fenomeni e ad una più concreta tutela delle vittime dei suddetti reati». Non diverse sono le considerazioni sviluppate nel preambolo del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province), convertito, con modificazioni, nella legge n. 119 del 2013.

    Risulta evidente, pertanto, che la ratio della disciplina in esame è rinvenibile in una precisa scelta di indirizzo politico-criminale che ha l’obiettivo di offrire un concreto sostegno alla persona offesa, la cui vulnerabilità è accentuata dalla particolare natura dei reati di cui è vittima, e a incoraggiarla a denunciare e a partecipare attivamente al percorso di emersione della verità.

    Per tali motivi, la Corte Costituzione (3) ha ritenuto la disposizione di cui all’art. 76, comma 4-ter    d.p.r. n.115/2002, che riconosce il beneficio del patrocinio a spese dello Stato sganciandolo dal presupposto della non abbienza del soggetto richiedente, non lesiva del principio di parità di trattamento (in riferimento agli artt. 3 e 24, comma 3, Cost.).

    (1) Comma aggiunto dall’art. 4, comma 1, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, e, successivamente, sostituito dall’ art. 9, comma 1, L. 1° ottobre 2012, n. 172. Infine, il presente comma è stato così modificato dall’ art. 2, comma 3, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

    (2) Cassazione penale, sez. IV, sentenza 08 giugno 2018 n° 26302, Cassazione penale, sez. IV, sentenza 18 aprile 2018 n° 17426, Cassazione penale, sez. IV, sentenza 20 marzo 2017 n° 13497

    (3) Corte costituzionale, sentenza 11 gennaio 2021, n. 1

    Elena Peruzzini – Vice Presidente Rete L’ABUSO