Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

    Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

    Non sarò breve.
    Non posso riassumere di più, perché il tema è delicato.
    Una ragazzina di 13 anni, Giada, che già ha perso il padre, e perde anche la nonna paterna, la sua figura di riferimento, si avvicina alla chiesa.
    Cerca conforto. E’ credente, si sente smarrita. E il sacerdote, che ha 55 anni, la inserisce nel coro. E nelle sue fantasie sessuali.
    Fantasie che non restano tali, e si concretizzano, purtroppo, in una storia di abusi, che va avanti da quando lei ha 13 anni, fino a quando ne compie 16.
    La ragazzina cresce, e solo dopo anni, trova la forza di fare denuncia.
    Non è affatto facile. Ci vuole coraggio. Vive in un piccolo paese. E la reazione della gente, è di istintiva difesa del parroco.
    Lui, si sa, pover’uomo…. Lei, si sa, l’avrà provocato…
    Insomma. A lei, toccano i commenti, le critiche, di chi avrebbe preferito il silenzio. “Eh, non sta bene… E poi, suvvia, se la sarà cercata? E allora, perché il prete non l’ha fatto anche con le altre?”.
    Il copione, lo conosciamo benissimo tutti. Pregiudizi da manuale.
    Tale è la reazione del paesino, che perfino il vescovo – che allontana subito il prete – è imbarazzato per quella sorta di gogna popolare, invita la gente a tacere, e – nel caso senta la necessità di parlare – a pregare.
    Com’è che cantava Fabrizio De André?
    “Si sa che la gente da buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio…”. Ecco. Appunto.
    Ciò che sconvolge, però, nella vicenda, non è tanto il contesto del paese: contesto purtroppo comune a tutte le vittime di violenza, in Italia, in specie se le accuse vanno a toccare un personaggio che sia in qualche modo “protetto” dal suo ruolo.
    In questo caso, siamo in provincia di Campobasso.
    Sconvolge il fatto che una volta a processo, la legge abbia diviso il processo in due parti: l’abuso compiuto sulla ragazzina a 13 anni, e quello successivo. E che – dopo questo sdoppiamento della vicenda – abbia stabilito che il prete non dovrà rispondere degli abusi commessi quando la vittima aveva fra 14 e 16 anni: ma solo di quelli relativi a quando ne aveva 13.
    Sia la pubblica accusa, sia il giudice per le indagini preliminari, hanno applicato evidentemente la legge alla lettera: sostenendo di fatto che la ragazzina sia stata abusata solo all’inizio, ma dopo… no.
    Insomma… Se il prete (o chiunque altro, sia chiaro) ti violenta a 13 anni, allora non sta bene. No, non si fa. E’ vietato.
    Però se continua, quando ne hai 14, allora è colpa tua. Eh, scusa… Sei diventata grande…
    Ora, è vero che la legge individua la soglia dei 14 anni, peraltro in modo del tutto arbitrario e opinabile, perché i 14 anni non sono uguali per tutti.
    Ma come si può distinguere l’abuso prima e dopo i 14 anni, in questo caso specifico? La ragazzina era la stessa.
    Quell’uomo aveva 55 anni! E lei era fragile, succube, impotente, paralizzata. Era sola. Sapeva di non poter parlare. Sapeva che sarebbe stata giudicata. Ma quale consapevolezza poteva avere, all’indomani del compimento dei suoi 14 anni?
    L’archiviazione mi indigna.
    Crea in me un senso di profonda sfiducia.
    Ci tengo, a scriverlo: ad esprimere vicinanza a Giada, attraverso Francesco Zanardi, alla Rete L’Abuso.
    Trovo orribile la figura di questo sacerdote, Don Marino Genova.
    Non lo conosco, non so niente di lui, e non c’entra niente, con la libertà di credo e con il fatto che esistano ottimi sacerdoti.
    So soltanto che è per me inaccettabile, che un uomo più che maturo, che peraltro indossa la tonaca, e che dovrebbe rivestire il ruolo di educatore, si comporti così.
    Sono contenta, del fatto che Giada lo abbia denunciato.
    Trovo giustissimo che venga giudicato – per lo meno – per il reato commesso quando la ragazzina aveva 13 anni: sempre che non intervenga una di quelle miracolose prescrizioni, che cancellano in un colpo fatti ignominiosi.
    E però: non approvo la decisione del tribunale.
    Non la condivido.
    Il procuratore Luca Venturi, e il giudice Daniele Colucci, del tribunale di Larino, avranno senz’altro fatto quello che la legge prevede. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?
    Di fatto, archiviando le accuse per le violenze commesse dal prete quando la sua vittima aveva fra i 14 e i 16 anni, hanno lasciato intendere che violare una ragazzina (o un ragazzino) di 14 anni si può. E – fatto tremendo – hanno affermato che la vittima, Giada, all’improvviso avrebbe potuto dire di no.
    Come a dire che una ragazzina, che già da un anno è violentata da un uomo, appena spegne le 14 candeline sulla torta, si trasforma improvvisamente. Capisce la gravità della situazione, e dice: «Eh, no, padre caro: eh, fino a ieri avevo 13 anni, e non capivo, ma ora non mi deve violare più, perché sono consapevole…».
    Ora, la legge sarà di questo avviso: ma è pura teoria.
    Ma la vita reale, la vogliamo prendere in considerazione?
    Chi è abusato, ha paura. Vive in uno stato di soggezione. Addirittura, prova un senso di colpa, e di vergogna. Può perfino convincersi che la violenza sia una qualche forma di “considerazione”, di “affetto”.
    Ma stiamo scherzando? E sono ferite che restano per sempre.
    Per quello che conta, io sto con Giada. Non serve a niente, ma sto con Giada, come persona, e come donna.
    Sono io, che non capisco che la sentenza non poteva che essere questa? Sono io che sbaglio?
    Provo sgomento, per quei passaggi dell’ordinanza del tribunale, in cui si scrive che il prete “non è uno psicologo”, e non poteva “riconoscere uno stato di deficienza psichica” della vittima.
    Ma di cosa stiamo parlando?
    A parte i termini, che saranno anche scientifici, ma suonano davvero male, parliamo di un uomo avviato alla sessantina, un uomo che dovrebbe peraltro incarnare il messaggio cristiano del Vangelo, e invece abusa una ragazzina di 14.
    Ma come si fa a scrivere che un uomo di quell’età non è in grado di capire che sta sbagliando? Come poteva pensare che lei volesse essere abusata, che fosse d’accordo?
    E poi, cosa dobbiamo fare, allora, in tutti gli altri casi di violenze sui minori? Cosa significa questa ordinanza del Gip?
    Significa che se un violentatore non è uno psicologo, può abusare di qualsiasi ragazzino di 14 anni, perché non riesce a capire se il ragazzino è “psichicamente maturo”, e quindi lo viola, pensando che lui sia contento?
    No. Mi dispiace. Capisco che l’ordinanza sarà tecnicamente e giuridicamente perfetta, ma personalmente mi fa star male.
    E che diamine!
    Sto con Giada. Non serve a niente. Lo so.
    Però penso che sarebbe bello, se ci fosse una protesta generale, un’onda di indignazione, che potesse arrivare fino a Roma, a chi fa queste leggi, e non pensa che poi, una volta applicate, possano risultare tutto tranne che giuste.
    E – fatto ancora più grave – possano in qualche modo provocare gli effetti opposti a quelli desiderati.
    Siamo sinceri. Le sentenze fanno giurisprudenza. Questa è un’ordinanza, ma comunque è un atto ufficiale.
    Se un qualunque pervertito (sto trattenendo i termini, usando un eufemismo, ma vorrei dire di peggio) in età avanzata, prete o non prete, poco cambia, leggendo questo inquietante precedente, volesse molestare una ragazzina o un ragazzino di 14 anni, potrebbe poi avvalersi delle parole scritte per questo caso specifico di Giada, per alleggerire la sua posizione?
    E una vittima di 14 anni, leggendo quello che sta succedendo a Giada, si sentirà incoraggiata a denunciare il suo violentatore?
    O, al contrario, (ed è proprio questo che io temo) penserà che sia meglio tacere, perché potrebbe sentirsi dire che in fondo le piaceva, farsi rubare l’adolescenza da un vecchio laido?

    Di Sondra Coggio

  • Quel Decreto integrativo della Boschi e il dato sulla pedofilia dei preti, così imbarazzante per l’Italia

    Quel Decreto integrativo della Boschi e il dato sulla pedofilia dei preti, così imbarazzante per l’Italia

    Il  26/09/2016 l’ufficio di presidenza della Rete L’ABUSO Onlus inoltrava all’Ufficio del Ministro con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi formale istanza per l’inserimento della Rete L’ABUSO nell’Osservatorio nazionale per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.

    L’ufficio rispondeva in data 19/10 esprimendo l’impossibilità di inserire la Rete L’ABUSO nell’Osservatorio, ma senza spiegare il motivo. Fà però presente “che, per quanto concerne la componente associativa designata all’interno dell’osservatorio (DM 30 agosto 2016), l’attuale nomina è ricaduta su alcune tra le associazioni nazionali maggiormente rappresentative nel settore della lotta al fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale a danno dei minori”.

    Nella lettera si citano anche i decreti ministeriali di riferimento, l’articolo 2 del DM 240 del 30 ottobre 2007 e il Decreto del Ministro per le pari opportunità n. 254 del 21 dicembre del 2010 nel quale si legge che;

    «l’Osservatorio  opera   presso   il   Dipartimento   per   le   pari opportunita’, e’ presieduto dal Capo del Dipartimento  per  le  pari opportunita’ ed  e’  composto  da  cinque  componenti  designati  dal Ministro per le  pari  opportunita’,  di  cui  uno  con  funzioni  di coordinatore tecnico scientifico,  da  un  componente  designato  dal Ministro  o  Sottosegretario  di  Stato  presso  la  Presidenza   del Consiglio dei Ministri con delega per le politiche della famiglia, da tre componenti designati rispettivamente dal Capo della Polizia e dai Comandanti Generali dell’Arma dei  Carabinieri  e  della  Guardia  di Finanza  nonche’  da  tre  componenti  designati  dalle  associazioni nazionali maggiormente rappresentative nel  settore  della  lotta  al fenomeno dell’abuso  e  dello  sfruttamento  sessuale  in  danno  dei minori».

    L’unico apparente motivo della nostra estromissione dall’Osservatorio sembra essere il limite delle tre componenti associative, già completo, che vede nell’Osservatorio 1) Il prof. Ernesto CAFFO di  Telefono Azzurro S.O.S., 2) Cristiana De Paoli di  Save the Children Italia e 3) Federica Giannotta di  Terre des Hommes, come dal DM 30 agosto 2016 .

    Andando però sul sito del Dipartimento per le pari opportunità scopriamo che il 12 settembre 2016 il Ministro Maria Elena Boschi, dopo una nota di rammarico di don Fortunato Di Noto, firma un decreto integrativo nel quale si sostituisce il consigliere Michele Palma, del Dipartimento per le pari opportunità, con don Fortunato Di Noto, presidente dell’associazione Meter Onlus.

    Quindi le associazioni all’interno dell’osservatorio non sono più tre come prevede il Decreto del Ministro per le pari opportunità, ma quattro.

    Qual è allora il motivo dell’estromissione della Rete L’ABUSO e quale è l’utilità di inserire nell’Osservatorio don Fortunato Di Noto, che sicuramente fa un buon lavoro in appoggio alla Polizia Postale contro la pedofilia online, ma che difficilmente potrà fornire dati sui colleghi pedofili, perché in quanto prete è tenuto all’osservanza del segreto e delle varie direttive interne come la Crimen Sollicitationis.

    Paradossalmente rappresenta anche un’istituzione tutt’ora inadempiente, sia di fronte alle proprie responsabilità, sia a quelle che furono le richieste avanzate dall’Onu nel 2014. Negando alle vittime di preti pedofili una rappresentanza nell’osservatorio, ne viene di conseguenza negata la possibilità di entrare a rappresentare anche i numeri, mai censiti in Italia, dell’ampio e sommerso spettro nazionale della pedofilia clericale. Una estromissione che oltre alle cifre, al momento censite solo dalla Rete L’ABUSO, va anche a limitare la rappresentanza dello stesso Osservatorio.

    Nel 2014 l’ONU fece a riguardo precise raccomandazioni al Governo Italiano, tra queste la revisione dei Concordati nazionali (come quello del Laterano con l’Italia) nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia.

    Al Vaticano invece, l’Onu chiese che venissero immediatamente rimossi e consegnati alle autorità civili tutti i prelati che sono coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo e che siano resi accessibili gli archivi del Vaticano in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia. Chiese anche di prendersi cura delle vittime e che queste venissero risarcite in maniera adeguata.

    Richieste rimaste senza risposta, come qualunque altra richiesta avanzata dalle più svariate commissioni nazionali in questi anni e, onestamente è difficile pensare che non continui così.

    Troviamo la scelta del Ministro Boschi un segnale distensivo un pò eccessivo data la drammatica situazione italiana, anche se di certo molto apprezzato dal Vaticano, un pò meno da quei cittadini in cerca di verità e giustizia, che da anni vedono una chiesa latitante e uno stato complice che non vuole affrontare il problema. Intanto il tempo passa e le vittime aumentano.

    Il Presidente

    Francesco Zanardi

  • Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Di Francesca Lagatta

    Il 9 gennaio del 2014, di fronte all’evidenza delle prove, don Lucio Gatti si arrende ai giudici del Tribunale di Perugia e patteggia una condanna a due anni di carcere con pena sospesa, anche se l’avvocato Nicola Di Mario, dopo la sentenza, continua a professare l’innocenza dell’assistito, che avrebbe scelto il rito alternativo “senza che ciò possa considerarsi ammissione di responsabilità”. Ma ora un nuovo testimone, che oggi ha 20 anni, getta nuovamente nella bufera il parroco che per anni ha gestito numerose comunità di recupero per ragazzi svantaggiati e la Caritas di San Fatucchio, frazione di Castiglione del Lago, comune della provincia di Perugia.

    Le indagini che hanno portato alla condanna erano partite grazie alle denunce di cinque ex ospiti di una delle comunità gestite dal sacerdote, ma le accuse di violenza sessuale erano state derubicate a molestie sessuali e abuso dei mezzi di correzione, perché all’epoca dei fatti le vittime erano tutte maggiorenni. Pertanto, sono mancati i presupposti per contestare la violenza.

    PERI IL PRETE CONDANNATO MAI UN SOLO GIORNO DI CARCERE

    Non un solo giorno dietro le sbarre, dunque, per il prete con il vizietto delle avances insistenti. Unica “punizione”: la sospensione ‘a divinis’ per cinque anni, periodo in cui don Lucio Gatti, protetto in una delle comunità religiose per il recupero spirituale dei preti con problemi legati alla sfera sessuale, ha dovuto rinunciare alle sue funzioni pastorali pubbliche.

    Rientrato in comunità a Perugia, avrebbe ripreso le consuete attività religiose, fino a che, nell’aprile scorso, una nuova querela è tornata a scuotere la sua quiete. La presunta vittima degli abusi, il cui caso è seguito dall’associazione Rete l’Abuso del presidente Francesco Zanardi, impiega dei mesi prima di rilasciare una testimonianza dettagliata di ciò che accade circa 7 anni fa, perché il ricordo sarebbe ancora straziante.

    IL RAGAZZO CHE LO ACCUSA  DESCRIVE LE COMUNITÀ DI RECUPERO COME UN INFERNO

    Dopo aver lasciato casa propria ed essere stato affidato dai servizi sociali proprio nella mani di don Lucio, il ragazzo racconta di aver passato cinque anni di inferno (fino alla maggiore età) tra lavori forzati, percorsi di recupero inadeguati e violenze sessuali. Secondo la sua versione, il sacerdote, a turno, avrebbe abusato di lui e di tanti altri adolescenti affidati alle sue comunità, mandati finanche nelle missioni umanitarie all’estero nonostante la giovane età, che di umano avevano poco o nulla.

    I dettagli agghiaccianti della storia, sono stati messi nero su bianco e consegnati nelle mani degli uomini dell’Arma. Ora sarà la Magistratura a verificare la veridicità del racconto ed accertare eventuali, nuove responsabilità, che questa volta sarebbero ancora più pesanti. Nel frattempo Gatti, è alle prese con la causa civile che si svolge presso il Tribunale di Perugia dal gennaio scorso, perché le vittime acclarate di molestie sessuali hanno avanzato una richiesta di risarcimento danni al sacerdote e alla sua diocesi.

  • Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    La Rete L’ABUSO Onlus che rappresenta, tutela e supporta legalmente dal 2009 le vittime italiane di preti pedofili, ha chiesto di poter entrare a fare parte dell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO ha inoltrato lo scorso 17 settembre formale richiesta all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità. Il 26 settembre l’ufficio competente ci fa sapere che la richiesta è stata inoltrata al ministro delle Riforme con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi.

    Si tratta di una richiesta legittima. L’inserimento di Rete L’ABUSO andrebbe a completare il quadro generale dell’osservatorio che al momento comprende Terres des Hommes, Telefono Azzurro, Save the Children, che si occupano di pedofilia nel suo complesso in un quadro internazionale, e la Onlus Meter che si occupa nello specifico di pedo-pornografia online.

    Con l’inserimento nell’Osservatorio della Onlus Rete L’ABUSO, che rappresenta in Italia le vittime della pedofilia clericale, non solo si completerebbe il quadro sul contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità, ma si potrebbe finalmente fare tesoro delle testimonianze di migliaia di cittadini italiani rimasti vittime.

    Il fenomeno della pedofilia clericale si inserisce in quello complessivo con delle sue specifiche caratteristiche come è emerso in Europa tra il 2009 e il 2010 dalle conclusioni di grandi inchieste governative e/o miste Stato/Chiesa in Irlanda, Germania, Inghilterra, Olanda, Belgio solo per citarne alcune. Tuttavia in Italia, dove peraltro risiede il più alto numero di ecclesiastici al mondo, governo, parlamento e Conferenza episcopale non hanno mai ritenuto necessario seguire l’esempio di questi Paesi, avviando una indagine su scala nazionale per mappare, “censire” e monitorare una casistica per nulla irrilevante.

    Al punto che paradossalmente la Rete L’ABUSO Onlus è oggi l’unica fonte che è in grado di offrire una visione complessiva del fenomeno italiano, sulla base di un costante e capillare lavoro di rassegna stampa e di raccolta di denunce e testimonianze.

    Negli ultimi 15 anni sono più di 230 i sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia clericale, tra denunce, condanne e condanne in via definitiva. Un numero del genere può sembrare esiguo per giustificare un’inchiesta ma non lo è affatto. Basterebbe osservare il crimine ponendosi dalla parte delle vittime, certe e potenziali. Il profilo criminale di un pedofilo è molto simile a quello di un serial killer: non si ferma finché non viene messo in condizioni di non nuocere. Ci sono preti pedofili che negli Stati Uniti hanno confessato oltre 100 stupri, alcuni anche 200. Molti di questi sacerdoti erano stati spostati e reintegrati in altre parrocchie dai loro vescovi dopo la raccolta delle denunce. Alcuni di loro hanno anche reiterato i crimini tuttavia non sono mai stati rimossi dallo stato clericale. In Italia, la Conferenza episcopale ha stabilito che per i vescovi non c’è alcun obbligo di denunciare i casi di cui viene a conoscenza, creando una situazione di potenziale rischio che altre conferenze episcopali hanno invece saggiamente evitato mettendosi a disposizione delle autorità laiche competenti. Anche per provare a cambiare questo inaccettabile stato di cose c’è bisogno di Rete L’Abuso nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Nuove ombre sulla morte di Luisa Bonello, l’attivista della Rete L’ABUSO

    Nuove ombre sulla morte di Luisa Bonello, l’attivista della Rete L’ABUSO

    A due anni dalla morte, Luisa Bonello sembra ancora parecchio ingombrante per molti.

    Un suicidio al quale poche persone hanno creduto, tanti dubbi che con il passare del tempo sembrano consolidarsi sempre di più.

    Non per non ammettere che Luisa possa essersi suicidata; ma razionalmente abbiamo grosse difficoltà a crederlo per via di una serie di situazioni, dichiarazioni e fatti che dopo la sua morte sono emersi, e a questo punto che cosa pensare? Che Luisa fosse una favolosa veggente? O l’improbabile regista di una sceneggiatura scritta ad hoc?

    Molte le anomalie prima della sua morte, la più ricorrente in quell’ultimo periodo il fatto che il suo cellulare, in molte occasioni, si scaricasse inspiegabilmente. Aveva un iPhone, pensando ad un difetto della batteria lo sostituì, comprò un Samsung ma anche quello si scaricava continuamente.

    Forse qualcuno era riuscito ad inserirvi uno di quei software che trasformano il telefono in un microfono ambientale?

    Questo potrebbe spiegare perché spesso conversazioni confidenziali erano inspiegabilmente note a persone a lei molto vicine.

    Ma restando con i piedi ben saldi per terra ci sono altre cose che oggettivamente non riusciamo a spiegare, per esempio il tentativo di incendio della sua auto, che il presunto piromane fallì dando fuoco a un’auto uguale a quella di Luisa.

    E quel suo secondo viaggio a Roma del 27 aprile 2014, di cui siamo venuti a conoscenza solo quando Luisa era già li. Disse che era andata per parlare con alcuni prelati e con le forze dell’ordine; ma quali forze dell’ordine e perché andare fino a Roma per parlare con loro?

    A questo proposito, pochi giorni fa, il 13 settembre 2016, abbiamo ricevuto prima una telefonata, poi una e-mail da parte di un avvocato di Milano per conto di un suo cliente che già all’epoca dei fatti risiedeva a Roma. Ci viene richiesto di rimuovere dal sito della Rete L’Abuso un articolo sulla morte di Luisa in cui viene citato il suo cliente (un funzionario del governo) e altre persone coinvolte nella vicenda.

    Un’altra coincidenza, o la conferma che Luisa andò davvero a Roma per parlare con qualcuno?

    Perché solo adesso, a un anno e mezzo di distanza dalla pubblicazione di quell’articolo e alla vigilia dell’inizio del processo Bonello quell’articolo, e solo quello, diventa così ingombrante?

    Ci facciamo delle domande anche su quei due viaggi a Torino nelle due ultime settimane di vita di Luisa, che disse di aver incontrato un noto psicologo cattolico, il quale l’avrebbe contattata per scrivere un libro. Un  escamotage spesso utilizzato quando si vuole carpire quello che una persona sa, senza destare troppi sospetti.

    Poi, nella notte tra il 18 e il 19 settembre 2014 Luisa, dopo essere stata al telefono con il cugino, l’ex marito e l’amica Ketty, i quali riferiscono che era serena, e in procinto di sistemare le ultime cose prima di partire per la Romania, avrebbe messo giù il telefono e si sarebbe sparata.

    Altra stranezza, prima del gesto estremo un ultimo SMS all’ex marito, che lei da sempre chiamava “topi”. Ma in quell’ultimo messaggio, stranamente lo chiamava Mauro.

    Poi quel colpo di pistola, che nessuno nel palazzo ha sentito sebbene fosse notte fonda, esploso mentre Luisa era seduta sul letto.

    Secondo le leggi della fisica, la pistola sarebbe dovuta cadere in mezzo alle sue gambe prima che il corpo senza vita si adagiasse sul letto, con  la testa appoggiata con precisione e compostezza sul cuscino. Secondo alcuni esperti interpellati è molto improbabile che un’arma così potente possa esserle rimasta in mano, quindi è strano che sia stata ritrovata appoggiata sul suo petto.

    E ancora, perché una donna avrebbe dovuto suicidarsi in un modo così violento, devastando il proprio volto con un colpo di pistola, quando avrebbe potuto farlo con una flebo di sedativi e cloruro di potassio?

    Era un medico, le conoscenze certo non le mancavano.

    Di questo strano suicidio si occupò anche la trasmissione Chi l’ha visto, ma poi anche loro abbandonarono il caso.

    Dopo il dissequestro dell’appartamento di Luisa abbiamo avuto modo di vedere la sua camera da letto, dove tutto è rimasto come quella notte. A nostro avviso ci sarebbero delle anomalie; ma non essendo esperti di balistica aspettiamo il responso dei periti, sperando che il caso Bonello non resti uno di quei tanti casi savonesi sui quali mai nessuno è riuscito a fare piena luce.

    Nel breve video che pubblichiamo di seguito la deflagrazione e il rinculo di una CZ SP1 Shadow 9×21 identica a quella di Luisa Bonello.

    Francesco Zanardi

  • Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    È l’aprile del 2009. Giada Vitale, ha 13 anni  appena, ha perso da poco l’adorata nonna e il suo papà, è fragile, è confusa, e, soprattutto, è ancora una bambina. Per soffocare quel dolore, prende parte alle prove del coro parrocchiale, per sentirsi meno sola e perché lì dentro si sente al sicuro, confortata dallo sguardo misericordioso di quel Cristo sulla croce in fondo alla chiesa. Si fida la piccola Giada, si fida di chiunque e cerca amore negli occhi di quelle persone che, occhi al cielo e mani alzate, invocano Dio da mattina a sera.

    Si fida ciecamente anche di don Marino Genova, anche quando, con la scusa dell’amore e della misericordia, comincia ad accarezzarle prima il viso, poi il corpo, congedandosi con una benedizione e tanto di segno della croce in fronte. Ha 55 anni don Marino, dice messa nella chiesetta di Portocannone, cittadina molisana di 2600 anime, e per Giada è un punto di riferimento spirituale, uno che potrebbe essere considerato un padre, soprattutto da quando la vita le ha portato via il suo senza pietà, all’improvviso.

    Così, Giada intrattiene rapporti intimi con quell’uomo per quattro anni, durante i quali lei ne diventa completamente succube. Se lui le chiede di andare a casa, lei va. Se lui si spoglia, lei già sa cosa fare. Agisce in automatico, non riesce a reagire, a denunciare, ad opporsi alla sua volontà. Come se il suo cervello avesse smesso di ragionare. Così come raccontano tutte le vittime di abusi sessuali.

    Ma fortunatamente, il corpo della ragazzina, a lungo andare, si ribella al posto suo. Lo stomaco e la testa fanno i capricci, non riesce a concentrarsi, tanto che, a un certo punto, deve lasciare la scuola. È arrabbiata, delusa e fortemente provata. E quando qualcuno se ne accorge, ha già 17 anni. Ma per Giada è l’inizio di una nuova vita. È come se improvvisamente avesse preso coscienza di ciò che le era accaduto. La donna con cui si confida, la convince a recarsi dal Vescovo e raccontargli tutto. È ottobre del 2012.

    Quando Monsignor Gianfranco De Luca, ancora oggi a capo della diocesi, sente la versione della giovane, chiede spiegazioni a don Marino. Il prete, come un bimbo scoperto a rubare caramelle, conferma tutto. Ed ecco che arriva la punizione “esemplare”: viene allontanato dalla parrocchia. Da Portocannone va a dire messa in quel di Termoli, un mese dopo, senza che nessuno lo avesse nemmeno affidato a una qualche chiesa.

    A quel punto, Giada non ha che da presentare formale denuncia in Procura. Ma ha timore per quello che potrebbe succedere, delle chiacchiere della gente, delle ritorsioni, e, prima di trovare il coraggio, passano sei mesi. Le accuse sono gravissime, gli episodi descritti nella querela mostrano un quadro raccapricciante. La ragazzina racconta di molestie, palpeggiamenti e carezze, che molto spesso sfociavano in rapporti sessuali. Ma le leggi vaticane, per tutto questo schifo, prevedono una pena, che pena, a conti fatti, non è. Nell’autunno 2013, la Dottrina per la Congregazione della Fede infligge due anni di sospensione “a divinis” e un po’ di riposo  in una di quelle strutture in cui dicono di curare i preti affetti da patologie legate alla sfera sessuale. Per 24 mesi è interdetto dalle sue funzioni sacerdotali.

    Ma il peggio di questa triste storia arriva con la sentenza del giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, il quale scrive, nero su bianco, che, quella tra Giada Vitale e don Marino Genova, è da considerarsi una vera e propria relazione amorosa. Con il consenso di entrambi, anche se Giada era poco più che una bambina, aveva perso da poco i suoi affetti più importanti ed era plagiata al punto di non avere la forza di reagire. Anche se il PM ha parlato di consenso ancora prima di concederle il colloquio.

    Così, Colucci, assolve don Marino da tutti i suoi peccati, anche perché, si sottolinea nella sentenza, seppure l’adolescente fosse psicologicamente fragile e incapace di reagire, il parroco, non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi del disagio mentale. Non era tenuto a somministrargli alcun farmaco. È scritto proprio così.

    Lo rinvia, però, a giudizio, per i reati perpetrati tra l’aprile e il giugno del 2009, periodo durante il quale Giada intratteneva la “relazione amorosa” con il prete ma non aveva ancora compiuto 14 anni. Ma, tenuto conto che, come si difende l’indagato, si è trattato solo di baci innocenti e qualche palpatina, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa, il giudice ipotizza unicamente il reato di atti sessuali con minore, facendo leva, ancora una volta e implicitamente, sul consenso della vittima. Non si tratta, quindi, né di pedofilia né abusi sessuali. Così è deciso.

    A Giada Vitale, oggi 20enne e discreta musicista, le ferite dell’anima tornano a sanguinare come quando quell’uomo, adulto e perverso, diceva di volerle bene come Gesù Cristo e invece le stava portando via, per sempre, una parte di sé. E con la voce rotta di rabbia e disperazione, dopo mesi di silenzio nel quale si era rintanata, oggi torna a chiedere giustizia allo Stato italiano e di rivedere un processo per molti aspetti ambiguo: «Vi prego,  fate riaprire il mio caso.».

    Fortunatamente, la ventenne non è sola. Già da tempo, il suo caso è stato preso in carico dall’associazione nazionale Rete l’Abuso onlus, che, dal 2009, opera come osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose, garantendo protezione e aiuto alle vittime dei preti pedofili. Il presidente Francesco Zanardi, che segue la vicenda personalmente, ha espresso tutto il suo disappunto per una sentenza ingiusta e di cattivo esempio. «Al di là del caso Vitale, che parla da sé – specifica Zanardi -, tale verdetto mortifica tutte le vittime di abusi e violenze sessuali. È una sentenza che legittima chiunque a sfogare le proprie pulsioni sessuali, qualora l’abusato non può o non ha il coraggio di ribellarsi.». Poi conclude: «Questa sentenza crea un precedente aberrante, ma noi non permetteremo che l’intera vicenda passi inosservata, e di certo non lasceremo mettere la parole “fine”».

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Interrompiamo momentaneamente la messa in onda di “TgNews Rete L’Abuso” perché dobbiamo sconfiggere un nuovo nemico

    Interrompiamo momentaneamente la messa in onda di “TgNews Rete L’Abuso” perché dobbiamo sconfiggere un nuovo nemico

    Di Francesca Lagatta – Quando il Presidente Francesco Zanardi ed io avevamo deciso nell’aprile scorso che avremmo creato il primo tg al mondo che trattasse il tema della pedofilia clericale, eravamo entusiasti. Non che ci piacesse l’argomento, tutt’altro, ma essere i primi a rompere il tabù su un argomento così delicato e ancora per certi aspetti inesplorato dai media, ci faceva sentire fieri.

    Così, senza girarci troppo intorno e senza nemmeno curarci troppo delle scenografie, avevamo girato la puntata pilota con la sola attrezzatura disponibile, senza chiedere aiuto a nessuno. Con le immagini girate da due comunissime fotocamere, avevamo dato vita a un piccolo prodotto editoriale di tutto rispetto, tanto da guadagnarci numerose pagine sulla stampa italiana.

    Col passare delle settimane, erano cresciuti a dismisura i numeri e l’interesse per quel telegiornale in onda settimanalmente sul web che, benché non fosse costato milioni, era riuscito a tirare fuori, con tanto di nomi e cognomi, il peggio del peggio del controverso sistema ecclesiastico. E ce la ridevamo di gusto, pensando alle facce di quei signorotti che in nome Dio compiono i peggiori reati del mondo e che, fino ad allora, non erano abituati ad essere derisi ed accusati in pubblica piazza. Una soddisfazione immensa.

    Poi, un giorno, il Presidente Zanardi, anima, cuore e mente dell’associazione Rete L’Abuso Onlus, decide di fare un esame medico perché ha qualche piccolo disturbo di salute, comunicandolo in tutta tranquillità e la solita autoironia. Ma la mala sorte, vile e beffarda, in quelle ore se ne stava a spiare dietro l’angolo, pronta ad uscire allo scoperto per segnare, l’ennesima volta, l’anima di un uomo che ha già troppe ferite sanguinanti.

    Quell’esamino che doveva durare una ventina di minuti al massimo, dura più del previsto, quasi tre ore, seguito da un inquietante silenzio che persiste sino al tardo pomeriggio. Invio un sms per avere buone notizie, sperando che Francesco sia solo un po’ debilitato. Invece no, la sua risposta è secca, lapidaria, senza fronzoli.

    Non so ben spiegare cosa si prova in quei momenti, ma la sensazione è più o meno quella di perdere il contatto con la realtà, quella di non percepire più la terra sotto i piedi. Continui solo a chiedere a te stesso se sta succedendo davvero o sei solo catapultato in un incubo. E quando realizzi che una delle persone alle quali vuoi più bene al mondo, quella con cui hai condiviso gioie e dolori, con cui hai sperato e imprecato per un mondo più giusto, ha il nemico in corpo, anzi due, e uno è così  grosso che non ha lasciato passare la sonda, l’angoscia ti scaraventa nei meandri del dolore e della paura.

    Ma è solo un momento. Quelli come noi, penso, non possono lasciarsi schiacciare dagli eventi. Abbiamo combattuto e annientato nemici ancora più cattivi e aggressivi, e poi abbiamo sempre promesso che il nostro coraggio sarebbe stato più forte della paura, in qualunque circostanza.

    E d’altronde Francesco ha subito messo le cose in chiaro: «Questa fase della mia vita sarà solo un altro brutto ricordo». Perché questo uomo esile, che porta i segni della vita in viso e nel corpo, sa bene che è capace di sopravvivere a ogni cosa. E’ sopravvissuto alle violenze sessuali di don Nello Giraudo, al suicidio di una madre, all’abbandono del padre, alle ire funeste di certi potenti, alle morti sospette avvenute intorno a lui, alla macchina del fango, ai soprusi, alle intimidazioni, alle minacce, a tutto. Francesco Zanardi è solido come il cemento armato e ne uscirà vincitore anche stavolta. Solo che ora, in attesa di entrare nella trincea di una sala operatoria, ha tanto bisogno di riposare, pertanto, per necessità ed etica, nelle prossime settimane siamo costretti a sospendere ogni attività.

    Certo, potrebbero condurlo altre persone il tg, ma non avrebbe senso. Francesco Zanardi non è solo il Presidente dell’associazione Rete L’Abuso, lui è Rete L’Abuso. Vittorie, conquiste, idee e battaglie sono tutta farina del suo sacco. E Dio solo sa, se esiste da qualche parte nell’Universo, quanto sacrificio sia costato fondare e trainare una carretta sgangherata, da solo, con le proprie forze, fino a farla diventare una fiammante Testa Rossa dell’associazionismo e dell’informazione su uno dei temi più scottanti al mondo.

    Ci rivedremo certamente a settembre, e ci rivedremo in una veste certamente più bella ed elegante. Approfitteremo della calma estiva per concentrarci meglio e di più su combattere i balordi di cui verremo, nostro malgrado, a conoscenza. Quanto alla malattia, le abbiamo già prenotato il viaggio di sola andata all’inferno.

    Presidente, siamo tutti con te.

  • Rettifica padre Joy Xavier

    Rettifica padre Joy Xavier

    Nelle scorse settimane, a seguito di pubblicazioni apprese da altri siti web e testate giornalistiche nazionali autorevoli, abbiamo pubblicato riferendoci al recente caso di pedofilia che sta scuotendo la Versilia, che padre Joy Xavier sarebbe stato coinvolto nella vicenda.

    In seguito si è appreso che il sacerdote indicato, non solo non è la persona indagata ma non è mai stato coinvolto in simili situazioni.

    La Rete L’ABUSO si scusa con Padre Joy Xavier per quanto accaduto.

  • Rete Abuso denuncia sacerdote, aperta inchiesta per presunta circonvenzione d’incapace e truffa

    Rete Abuso denuncia sacerdote, aperta inchiesta per presunta circonvenzione d’incapace e truffa

    SAVONA – La procura di Savona ha aperto un’indagine dopo la denuncia presentata dalla Rete L’Abuso (l’osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose) a carico di un sacerdote di Savona per una presunta circonvenzione di incapace ai danni di una pensionata savonese ultranovantenne. ‘No comment’ da parte della Procura della Repubblica su un eventuale nome iscritto nel registro degli indagati. Il sacerdote ha spiegato di “essere stato ascoltato dalla Procura e di aver fornito tutti gli elementi del caso”.

    Di fatto era stata la rete l’Abuso a querelare il sacerdote nel settembre scorso su mandato del figlio della presunta vittima per falso e circonvenzione di incapace. Secondo i rappresentanti della Rete nel dicembre di tre anni fa il prete e un altro sacerdote avrebbero fatto firmare un atto all’anziana che solo dopo aveva capito che quel documento avrebbe potuto infangare la memoria del figlio che in punto di morte aveva spiegato perché da ragazzino era fuggito dal seminario e aveva accusato un sacerdote di presunte molestie.

  • Prete pedofilo: citato il Vescovo di Pisa come responsabile civile.

    Prete pedofilo: citato il Vescovo di Pisa come responsabile civile.

    VERSILIA  – ( di Letizia Tassinari ) – Rito abbreviato condizionato alla perizia calligrafica su alcune lettere scritte dal bambino, vittima secondo l’accusa, di abusi sessuali da parte del sacerdote. e inviate al prete.  Lo ha disposto questa mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Lucca, dottoressa Silvia Mugnaini, che ha estromesso, quale responsabile civile, la curia generalizia dei Carmelitani (ordine di appartenenza del religioso) e, accogliendo la richiesta degli avvocati di parte civile Cristiano Baroni (Rete l’ABUSO) e Debora Ianniello, ha disposto la citazione del Vescovo della Diocesi di Pisa, monsignor Giovanni Paolo Benotto, per la prossima udienza fissata il 12 luglio.

    Un’ indagine, quella relativa agli abusi sul minore, diretta dal Pubblico Ministero dottor Antonio Mariotti e iniziata nell’ottobre di due anni fa.  Che fine ha fatto quel sacerdote? Scrisse allora TGregione.it in merito alla “storiaccia”. Nessuno lo seppe dire.  La Curia pisana, competente territorialmente nel comune della Versilia Storica dove l’abuso sessuale si era consumato, a quanto trapelato, lo aveva spostato.

    Destinazione sconosciuta. Nesuna dichiarazione da parte del Vescovo, che la nostra redazione aveva provato a cercare telefonicamente più volte. Unica cosa certa della vicenda un ragazzino all’epoca dei fatti 12enne, per la cui storia la Procura lucchese aveva aperto un fascicolo,  dopo che ai servizi sociali di Camaiore, che avevano in carico la famiglia, mamma e tre figli, ospitata in un piccolo convento dell’entroterra versiliese, a Pietrasanta, erano finiti alcuni disegni dove il ragazzino aveva raffigurato se stesso innamorato e il prete e delle lettere d’amore. Periziato da esperti, tra cui il professor Mario Di Fiorino, primario di Psichiatria all’ospedale “Versilia”, il minorenne, in audizione protetta, aveva raccontatato non solo di morbose attenzioni ma addirittura di abusi sessuali da parte del prelato, di origini indiane, che identificato ha però sempre negato ogni addebito.

     http://www.tgregione.it/cronaca-versilia/prete-pedofilo-citato-il-vescovo-di-pisa-come-responsabile-civile/