Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi all’Istituto per sordi di Verona. L’impunità dei preti pedofili sull’asse Italia – Argentina Papa Francesco, niente da dichiarare? (contiene lista nomi)

    Abusi all’Istituto per sordi di Verona. L’impunità dei preti pedofili sull’asse Italia – Argentina Papa Francesco, niente da dichiarare? (contiene lista nomi)

    La commissione di inchiesta voluta dal Vaticano a Verona ha confermato le violenze sui sordi, ma i 27 preti, tutti impuniti.

    Un caso di cui si è parlato poco in Italia, ma che invece ha avuto moltissimo risalto all’estero, è quello dell’istituto per sordi di Verona Antonio Provolo. In quell’istituto che ospitava circa 400 bambini sordi e incapaci di parlare, ben 26 tra preti e fratelli laici risultarono pedofili. A stabilirlo fu una commissione di inchiesta voluta nel 2009 dal Vaticano e presieduta dal Dott. Mario Sannite, ex presidente del Tribunale penale di Verona.

    Inizialmente la curia dichiarò che non avrebbe dato importanza alla prescrizione, ma poi, forse visti anche i risultati dell’inchiesta, ritrattò. Di fatto oggi ben 14 delle persone coinvolte ne escono impunite, i più sono ancora preti e sono tuttora dimorano all’istituto Provolo di Verona, altri invece sono stati trasferiti nella succursale argentina dell’istituto, con sede a La Plata.

    I restanti 12 invece sono deceduti.

    Possibile che mentre operava questa commissione di inchiesta non sapesse niente il cardinale Bergoglio, allora a capo della Conferenza Episcopale in Argentina, oggi papa Francesco?

    Papa venuto dall’altro capo del mondo a istituire una commissione di inchiesta in Vaticano sugli abusi sessuali del clero che finora ha prodotto il nulla, a parte una montagna di parole.

    E ora il papa argentino comincerà a far pulizia?

     Di seguito i nomi dei sacerdoti coinvolti nello scandalo e le loro attuali posizioni aggiornate a maggio 2014.

    PRETI E FRATELLI LAICI COINVOLTI VIVENTI

    Don Eligio Piccoli (residente presso Istituto Provolo Verona)

    Don Rino Corradi (residente presso Istituto Provolo Verona –Chievo)

    Don Danilo Corradi (residente presso Istituto Provolo Verona-Chievo)

    Don Alcide Tovo (residente presso Istituto Provolo Verona)

    Don Vasco Dal Dosso (residente presso Istituto Provolo Verona)

    Don Agostino Micheloni (residente presso Istituto Provolo Verona)

    Don Arrigo Zerbato (ex prete) (residente a Dossobuono VR)

    Don Luigi Colognato (ex prete) (residente a Verona)

    Don Giovanni Granuzzo (superiore Istituto Provolo La Plata – Argentina)

    Don Nicola Corradi (residente presso Istituto Provolo La Plata – Argentina) Arrestato nel novembre del 2016 in Argentina

    Don Giuseppe Pernigotti (parroco SS Gratiliano e Felicissima – Fabrica (Roma)

    Fratel Rizzi Erminio (residente a Gazzo Veronese VR)

    Fratel Sergio Orso (fratello laico intervistato da L’Espresso )

    Fratel Spinelli (residente in Argentina c/o Istituto Provolo La Plata)

    DECEDUTI

    Don Giuseppe Carteri

    Don Aleardo Zecchini

    Don Giovanni Pasqualini

    Don Aquilino

    Don Giuseppe Viliotti

    Don Lino Viliotti

    Don Giovanni Turati

    Fratel Dal Castello

    Fratel Aggio

    Fratel Allori

    Fratel Lino Gugole (m. agosto 2011)

    Don Albano Mattioli (m. 14 gennaio 2013) (in Argentina dal 1965 al 2007 c/o Istituto Provolo La Plata)

    Rete L’ABUSO

  • Aventino, sacerdote a giudizio per abusi sessuali la vittima tentò il suicidio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Aventino, sacerdote a giudizio per abusi sessuali la vittima tentò il suicidio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Per anni è stato un frate all’apparenza irreprensibile in servizio nella basilica di Sant’Alessio all’Aventino. Ora, pur mantenendo la tonaca, è parcheggiato in un convento privato del ruolo pastorale, perché accusato di aver abusato per quasi dieci anni, durante le missioni religiose, di un bambino a lui affidato. Il sospetto sulle ambiguità di Vito Beatrice, 69 anni, un frate della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, da ieri, però, si è aggravato.
    Il religioso è stato rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale e con le aggravanti dell’età della vittima, che all’epoca dei primi approcci aveva 9 anni, e per aver approfittato del ruolo di ministro cattolico. «Non possiamo escludere neanche che sia l’unico caso» ha detto durante l’udienza il procuratore aggiunto Maria Monteleone al gip Giulia Proto, il giudice che poi ha disposto l’apertura del processo a carico del padre somasco: prima udienza a ottobre a Piazzale Clodio.Dietro alla denuncia una storia di sofferenza. La vittima, un ragazzo ora ventisettenne originario del frusinate, era riuscito a scavare nel suo passato e a parlare solo tre anni fa, dopo che era stato ripescato in fin di vita in un fiume. Aveva tentato il suicidio. «Mi è stata rubata l’infanzia, solo ora l’ho capito».

    Era stato quel gesto estremo dopo anni di attenzioni morbose e violenze spacciate per affettuosità cristiane, a spingerlo a denunciare il frate che per quasi dieci anni, dai 9 ai 18 anni, avrebbe dovuto sorvegliarlo durante le vacanze a Roma, ma anche nelle missioni in Liguria o all’estero, e che, invece, di fatto lo aveva usato per i suoi sfoghi.

    LA DENUNCIA
    Ieri don Vito non si è presentato in udienza. C’era però la sua vittima, ormai adulto, assistito dai genitori e dall’avvocato Carlo Taormina che ha chiesto e ottenuto la citazione in giudizio della Congregazione per i danni. Era stata il pm Silvia Santucci, il magistrato che ha istruito i primi passi dell’inchiesta, a ritenere credibile la denuncia tardiva del ragazzo che man mano, con gli inquirenti, ha superato il muro della paura e dei sensi di colpa, ed ha raccontato come ha gestito per anni quel segreto che lo opprimeva. «Sono stato prima in silenzio perché troppo piccolo per reagire e poi perché mi aveva inculcato che anche quella era espressione dell’amore di Dio ed io non sapevo come uscire dal tunnel».

    LE VACANZE
    Erano proprio i genitori, una coppia di operai, ad accompagnarlo a Roma, felici di affidarlo a un amico di famiglia, a un uomo di Chiesa e di cultura garantendogli così vacanze sicure e a costo zero. Ma accanto alle gite fuori porta, c’erano i momenti delle docce e della buonanotte da condividere. Era allora si apriva l’incubo. La posizione del frate comunque è stata alleggerita dalla prescrizione: non dovrà rispondere di tutti gli abusi dal 1995 al 2004, ma solo degli ultimi quattro anni.

    http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/prete_sacerdote_abusi_sessualichiesa_santo_alessio_aventino/notizie/662483.shtml

  • Abusò di ragazzo, prete a giudizio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Abusò di ragazzo, prete a giudizio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Abusi dal 2000 a Roma e Genova. Vittima tentò suicidio anni dopo.

    (ANSA) – ROMA, 30 APR – Sarà processato con l’accusa di avere abusato di un ragazzino originario del frusinate a lui affidato Vito Beatrice, 70 anni, sacerdote della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, nella chiesa di Sant’Alessio all’Aventino, nel cuore di Roma. Vittima degli abusi, un giovane oggi 28enne, all’epoca minorenne. I fatti contestati sarebbero stati commessi a Roma tra maggio e ottobre 2000 e a Genova tra maggio 2002 e ottobre 2004. Nel 2010 il giovane tentò suicidio.

    http://www.ansa.it/liguria/notizie/2014/04/30/abuso-di-ragazzo-prete-a-giudizio_c13397a5-7eee-4377-9b8f-87df8eafd227.html

  • Pedofilia. Vacilla l’alibi di don Andrea Margutti. Due testimoni e una fotografia lo smentisco. Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Pedofilia. Vacilla l’alibi di don Andrea Margutti. Due testimoni e una fotografia lo smentisco. Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Secondo i testimoni del pm il ‘don’ sarebbe stato presente alla festa. Ma la difesa contrattacca attraverso i tabulati telefonici

    Vacilla l’alibi del parroco 60enne accusato di aver commesso atti pedofilia verso il figlio di una coppia a cui aveva dato ospitalità nella propria abitazione. Durante l’ultima udienza in rito abbreviato il pm Alberto Savino ha chiamato in aula due nuovi testimoni, la cui versione dei fatti potrebbe smentire – almeno in parte – la ricostruzione degli eventi fornita dall’avvocato difensore Claudio Maruzzi. Che durante le ultime sessioni aveva presentato un alibi “di ferro” per il suo assistito: il “don”, quel giorno, non avrebbe mai potuto molestare il bambino, visto che contemporaneamente era impegnato in una funzione religiosa in un altro paese.

    La vicenda ha inizio nel 2010, quando una famiglia di origine straniera giunge nel ferrarese e viene ospitata dal parroco, che offre loro vitto e alloggio. Ben presto la convivenza inizia a stare stretta e il prete invita la famiglia ad andarsene. Il 35enne capofamiglia non la vede allo stesso modo e ne nasce una causa civile che darà ragione al sacerdote. La famiglia – marito, moglie e due figli piccoli – però non trasloca nemmeno dopo la sentenza di occupazione abusiva dell’appartamento, e passa anzi al contrattacco denunciando il parroco per violenza sessuale, per le “particolari attenzioni” ricevute dal figlio durante una festa di compleanno nell’abitazione. In più la famiglia, assistita dall’avvocato Giovanni Montalto, deposita un’altra denuncia, questa volta per truffa, contro il prete: con raggiri gli avrebbe sottratto 43mila euro.

    Diversi procedimenti i cui esiti sono inevitabilmente destinati a influenzarsi l’uno con l’altro. A partire dal giudizio che il tribunale darà sui presunti atti di pedofilia. L’alibi proposto dalla difesa, pur trovando riscontro nelle testimonianze, potrebbe non bastare a sollevare il prete da ogni sospetto. Tra gli ultimi testimoni ascoltati dal tribunale vi è infatti anche un altro ‘don’ di un paese della provincia estense, che pur confermando l’impegno “professionale” dell’imputato il giorno dei fatti, ha specificato di averlo visto solo durante la funzione religiosa, iniziata verso le 17 e conclusa circa un’ora dopo. Tempistiche che non coprono l’intero arco temporale in cui, secondo l’accusa, il parroco potrebbe aver commesso la violenza sessuale. Ma la tesi accusatoria troverebbe riscontro anche nelle parole di un secondo testimone – tra gli ospiti della festa in cui si sarebbero svolti i fatti -, che conferma di aver visto il religioso alla festa, oltre che da una fotografia, portata dall’avvocato di parte civile Giovanni Montalto, che ritrae il parroco tra gli invitati.

    A supportare la tesi difensiva vi sono invece i tabulati telefonici di quel pomeriggio portati dall’avvocato Maruzzi, che mostrano l’utenza telefonica del ‘don’ spostarsi nelle celle di varie località della provincia per poi tornare nell’abitazione solo attorno alle ore 19, nelle fasi finali della festa, in accordo con la versione dell’imputato. Il processo, celebrato in rito abbreviato, continuerà in maggio con le ultime testimonianze, mentre rimane ancora ‘stoppato’ il procedimento che vede fronteggiarsi il prete e i suoi accusatori  a parti invertite: il don sostiene infatti di essere stato inizialmente minacciato dal suo ospite (che gli avrebbe detto: “se mi sfratti di denuncio per pedofilia”). Su questo fronte la richiesta di archiviazione della procura ha trovato la richiesta di opposizione dell’avvocato Maruzzi: la questione è ora al vaglio del gup.

    In discussione l’alibi del prete accusato di pedofilia

  • Il vescovo Ghizzoni: “Mai saputo di don Desio”. Dopo la denuncia della Rete L’ABUSO mette le mani avanti

    Il vescovo Ghizzoni: “Mai saputo di don Desio”. Dopo la denuncia della Rete L’ABUSO mette le mani avanti

    Il vescovo Ghizzoni: “Mai saputo di don Desio”. Dopo la denuncia della Rete L’ABUSO mette le mani avanti

    Monsignor Lorenzo Ghizzoni parla della settimana più nera per la Diocesi

     Ravenna, 20 aprile 2014 – È un messaggio chiaro quello che l’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni sta lanciando alla sua comunità di fedeli dopo i casi di cronaca che stanno scuotendo la diocesi: «Non chiudiamo gli occhi, perché ci sono di mezzo delle persone che hanno sofferto, che soffrono; qualcuno ha anche delle colpe. Se siamo caduti, chiediamo perdono, a tutti; se siamo ancora dentro qualche schiavitù invochiamo aiuto dai fratelli, senza nasconderci, lasciandoci soccorrere».

    Un’indicazione per certi versi rivoluzionaria, certamente nuova, che tende a portare alla luce, piuttosto che oscurare, le tante e pesanti difficoltà che la curia sta vivendo – basti pensare all’equipe antipedofilia appena istituita. Un’eredità pesante quella ricevuta dal predecessore, monsignor Verucchi, cominciata con il caso Galletti Abbiosi e proseguita con le accuse di abusi sessuali per il parroco di Casal Borsetti,passando per il parroco di Punta Marina indagato per lesioni e il parroco emerito di San Biagio ricattato per presunte molestie.

    Monsignor Ghizzoni la chiesa di Ravenna sta vivendo un momento difficilissimo, come affronterà questa Pasqua?
    «Difficile fare festa, ma la Pasqua in questo momento capita provvidenzialmente. È proprio questa la festività che mette noi cristiani di fronte alla possibilità di ricominciare, di rinnovarci. C’è un dono che viene dall’alto, la Grazia, che si rivolge a tutti perché tutti abbiamo zone d’ombra e fragilità».
    Le zone d’ombra della chiesa ravennate negli ultimi tempi sembrano fin troppe e in molti si chiedono se laCuria sapesse. Prendiamo il caso più clamoroso di don Giovanni Desio. Lei non aveva avuto indicazioni in merito?
    «No, non mi aspettavo nulla di tutto ciò. Nessuno aveva mai denunciato a me personalmente l’eventualità che dietro le sue attività potessero esserci reati sessuali con minorenni. È un caso che ci ha colpiti tutti e abbiamo cercato di reagire inventando anche soluzioni nuove».
    Parla dell’equipe di esperti antipedofilia?
    «Sì, è una novità assoluta e mi auguro che ci aiuti per darci uno stile nuovo, per affrontare in maniera più consapevole questo tipo di gravi problemi. Sia per la prevenzione che per la valutazione e le decisioni da prendere qualora ci si trovasse di fronte a notizie di comportamenti ambigui o sospetti verso i minori».
    Hanno fatto molto discutere anche le sue direttive di comportamento: non stare da soli con i minori, non parlare a un adolescente senza testimoni. Non si scontrano col messaggio evangelico ‘Lasciate che i fanciulli vengano a me’?
    «No, affatto. Le indicazioni chiedono di continuare a portare avanti tutte le attività con i giovani ma con una attenzione e modi di fare nuovi che permettano a tutti, inclusi educatori e coloro che gravitano nel mondo educativo, di agire con trasparenza. È una attenzione che molti già avevano, si tratta di tenere i confini».
    I sacerdoti non si sono sentiti sminuiti nella sua fiducia nei loro confronti?
    «No, non è questione di fiducia ma di dare un messaggio chiaro. Con i sacerdoti ci sono stati incontri, il tema è stato accuratamente affrontato».
    Venerdì sera, nonostante il momento buio, tantissimi fedeli hanno preso parte alla Via Crucis. Se lo aspettava?
    «Sinceramente no, non mi aspettavo un partecipazione così ampia. Questa risposta l’ho letta come un segno di unione: in certi momenti difficili si può reagire meglio se si è uniti. Il segnale è: lavoriamo insieme per affrontare queste gravi difficoltà».
    Di cosa ha più bisogno oggi la curia ravennate?
    «La nostra chiesa ha bisogno di un rinnovamento spirituale, interiore, più che di un rinnovamento delle opere. Ci stiamo lavorando cominciando ad affrontare per primi i problemi più grossi che sono apparsi. Un altro prolbema, certamente da non sottovalutare, è dare ai giovani la possibilità di incontrare valori importanti, che se si radicano in gioventù poi rimangono fari per tutta la vita. E qui c’è il nostro grande compito: non solo riparare i danni ma fornire i valori essenziali».
    Un compito che sembra più difficile alla luce dei recenti casi di cronaca.
    «Distinguamo i casi: la cronaca li accomuna, anche a causa del periodo limitato nel quale si sono verificati, ma a parte il caso specifico gravissimo di don Giovanni, gli altri non sono diversi da quelli che possono succedere in altri territori, già visti anche altrove. L’unità è la nostra forza, lavoriamo insieme, non progettiamo funerali quindi, ma rinnovamento e guarigione, conversione e lotta spirituale».

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/2014/04/20/1055456-don-desio-vescovo-ghizzoni.shtml

  • Il caso di don Marino Genova arriva al Santo Uffizio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Il caso di don Marino Genova arriva al Santo Uffizio. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

     Dopo il processo canonico svolto a Pescara nei confronti di don Marino Genova, dove è stata ascoltata anche la vittima, Giada Vitale la quale ha confermato gli abusi subiti e ha chiesto la riduzione allo stato laicale per il sacerdote, ora la parola passa all’ex Santo Uffizio, oggi chiamato Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Questa è la notizia che pochi giorni fa il Vescovo Gianfranco De Luca ha dato alla vittima, annunciando che adesso sarà l’organo interno vaticano a dover effettuare la revisione del processo e a dover esprimere il suo giudizio.

    Non si parla di tempi, anche perché il processo canonico non ha alcuna attinenza con quello civile; infatti la massima pena è la riduzione allo stato laicale, dopo di che non esiste nessuna procedura o regolamento che si occupi di curare e sostenere la vittima e il sacerdote.

    Al momento non vi è certezza neppure del fatto che Giada ottenga giustizia dalla chiesa. Infatti non è scontato che don Marino verrà ridotto allo stato laicale dalla Congregazione per la Dottrina della Fede Santo, come già accaduto lo scorso anno in un altro caso seguito dalla Rete L’ABUSO, quello di don Luigi Tosi di Ferrara, il quale, malgrado avesse abusato di una ragazzina di 13 anni rimasta poi incinta, non è mai stato ridotto allo stato laico.

    In occasione della prossima visita di papa Francesco in Molise, la Rete l’ABUSO annuncia una iniziativa per la verità e la giustizia sui numerosi casi di preti pedofili in Molise.

    Francesco Zanardi

  • Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

    Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

     di Andrea Alberizia – Alla diocesi di Ravenna esisterebbe un archivio, accessibile al vescovo e alle alte sfere ecclesiastiche, dove starebbe un fascicolo riservato che porta sopra il nome di Giovanni Desio e raccoglierebbe tutte le informazioni personali, comprese eventuali segnalazioni su atteggiamenti dubbi e comportamenti sospetti, catalogate dalla curia sulla figura del 52enne nato a Milano e parroco di Casalborsetti dal 2000 fino allo scorso 5 aprile quando è stato arrestato per adescamento e atti sessuali con minorenni.

    Dell’esistenza di questo fascicolo è convinto Francesco Zanardi, portavoce dell’associazione nazionale Rete l’Abuso, un gruppo di attivisti, vittime e professionisti volontar (altro…)

  • Pedofilia nella chiesa

    Pedofilia nella chiesa

     L’intervista di LUCIGNOLO alle vittime italiane e al portavoce della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, che combatte la pedofilia clericale in Italia.

    Puntata del 13-4-2014 

    http://www.video.mediaset.it/video/lucignolo/clip/452786/pedofilia-nella-chiesa.html

  • Il Vaticano risponde a una vittima; state tranquilli ci pensa Francesco a don Silverio Mura

    Il Vaticano risponde a una vittima; state tranquilli ci pensa Francesco a don Silverio Mura

     Quasi un modulo prestampato, generico dal significato non troppo definito, se non si conosce il contenuto della missiva inviata. Questa la lettera che ha ricevuto nei giorni scorsi dalla Segreteria di Stato Vaticana uno degli assistiti della Rete L’ABUSO.

    Circa un mese fa l’uomo aveva scritto in Vaticano raccontando gli abusi subiti dal suo insegnante di religione nella scuola di Ponticelli. Don Silverio Mura all’epoca dei fatti oltre ad insegnare religione era anche vice parroco nella parrocchia di Porchiano nel quartiere di Napoli Ponticelli frequentata dalla vittima. Successivamente il sacerdote fu trasferito come parroco a Pollena Trocchia, ma le violenze continuarono. Paolo (nome di fantasia) che oggi ha 38 anni era riuscito a denunciare, ma purtroppo come accade al 90% delle vittime, scopre che il reato è caduto in prescrizione. Si era allora rivolto alla diocesi di Napoli e anche al cardinale Crescenzio Sepe ma senza successo. Anche il medico che ha in cura Paolo preoccupato per lo stato psicofisico dell’uomo e dei continui peggioramenti dovuti anche alla delusione di non essere considerato, aveva scritto alla curia, ma anche in quel caso nessuna risposta.

     Nel 2012 Paolo si rivolge alla Rete L’ABUSO e scopriamo che don Silverio Mura, malgrado le denunce continua insegnare come se nulla fosse in una scuola, l’IPSAR C. Russo di Cicciano.  Segnaliamo i fatti a chi di competenza ma il prete sparisce, per ora non abbiamo più traccia.

    Come potete leggere nella lettera, in modo molto generico si scrive che “quanto da lei comunicato è stato portato all’attenzione del Dicastero competente”.

    Ora è normale che la vittima si sia fatta delle domande, ce le siamo fatte anche noi che sappiamo che questa non è l’unica vittima che si è rivolta al Vaticano; molti altri nostri assistiti lo hanno fatto; alcuni sono addirittura riusciti a dare in mano direttamente al papa una lettera. Ma a loro, malgrado sia passato molto tempo, nessuno ha risposto.

    Viene anche da chiedersi se a seguito di questa risposta la vittima riceverà dal Vaticano un risarcimento e se si, perché le altre vittime non lo riceveranno?

    Restiamo in attesa, sperando che il sacerdote venga denunciato e spretato e che questa, ma anche tutte le altre vittime, vengano risarcite. Risarcite anche nella dignità che l’abuso gli ha tolto, insieme a tutte le promesse fatte fino ad oggi, di cui però non si è mai vista realizzazione rendendo nuovamente violenza alle vittime e non la giustizia di cui hanno diritto.

    Rete L’ABUSO

  • Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    La cronaca di pochi giorni fa ci racconta la vicenda di don Alessandro Raccagni il sacerdote del bergamasco che dopo la messa, parlando ai fedeli ha annunciato di voler abbandonare la tonaca e confessa di essere stato abusato da piccolo nel seminario di Bergamo.

    Alessandro Raccagni non svela il nome del suo molestatore, la diocesi si guarda bene dal fare dichiarazioni, ma come dice il proverbio il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Alla Rete L’ABUSO arrivano centinaia di vittime ogni anno le quali ci mettono a conoscenza di fatti, li documentano e nel caso di Bergamo possiamo dirvi non solo che il prete molestatore è don Aristide Belingheri morto nel 2007, ma possiamo anche dirvi che la diocesi e il seminario erano ben informati sulle tendenze pedofile di don Aristide almeno dal 2004 al punto tale che lo spostarono a Roma.

    Ad aggiungere un pezzo a questa storia è un’altra vittima di don Aristide Belingheri anche lui come Raccagni si chiama Alessandro, un suo compagno di corso.

    Parliamo di Alessandro V. che a differenza di Raccagni non prese mai i voti e lasciò il seminario con un trauma che anni dopo gli rovinerà la vita.

    Alessandro V. si rivolse alla Rete L’ABUSO nel 2010 chiedendo di essere aiutato, in quanto ha dietro le spalle una storia drammatica fatta di traumi ma anche di porte chiuse in faccia dai vari vescovi che si sono susseguiti.

    Alessandro ci fornisce lettere dei primi anni 2000 che aveva inviato alla diocesi, lettere alle quali l’allora vescovo Roberto Amadei rispose. Le lettere manoscritte in questione sono una del 24 agosto 2004, l’altra del 15 marzo 2005 nelle quali Amadei si scusa per la tarda risposta e rassicura Alessandro “Le garantisco che da diversi anni, cioè da quando si è conosciuto qualcosa, la persona da lei indicata è stata messa in condizione di non aver più contatti con i ragazzi”.

    Nella successiva lettera, quella del 15 marzo 2005 Amadei concede ad Alessandro V. un incontro e gli chiede di rivolgersi a don Alessandro Locatelli, suo segretario per fissare una data.

    Ci sono diversi incontri tra Amadei e Alessandro V. nei quali la vittima racconta degli abusi subiti in seminario e del muro di gomma che anche lui si trovò ad affrontare quando denunciò. Parlarono della situazione in cui si trova, delle cure mediche alle quali è sottoposto a causa di quegli abusi. Amadei non si mostra ostile, anzi cerca di venire incontro ad Alessandro e gli promette giustizia e un risarcimento che lo aiuti ad affrontare almeno le spese mediche.

    La cosa però va per le lunghe e nel 2007 il prete abusatore don Aristide Belingheri muore e forse con lui anche un pò dell’interesse della curia a fare silenzio sulla vicenda. Amadei si allontana sempre più da ciò che erano gli impegni presi con Alessandro. Nel 2009 anche il vescovo Roberto Amadei muore.

    Alessandro. V. si rivolge al suo successore, mons. Francesco Beschi nel maggio del 2010 il quale però chiuderà bruscamente il dialogo. Arrivò solo una comunicazione da parte di un assistente legale dell’arcivescovado di Milano (Avv. Mario Zanchetti) nella quale si diceva che a seguito di indagini, nella Diocesi e nel Seminario di Bergamo non era emerso nulla, nessuno ricordava nulla di queste vicende.

    Alessandro non si arrende e denuncia al tribunale di Bergamo ma il 07-06-2013 il fascicolo viene achiviato.

    Chiede anche più volte udienza al rettore del seminario don Pasquale Pezzoli arrivando fino ad incatenarsi nel giugno del 2012, senza ottenere nessuna risposta.

    Nel marzo del 2014 un’altra vittima di quel seminario, un sacerdote Alessandro Raccagni, conferma non solo i fatti, ma nelle sue dimissioni lamenta l’omertà che la chiesa ha avuto anche questa volta, si dissocia con un gesto clamoroso da una chiesa che non condivide.

    Rendiamo noto che giorni scorsi la Rete L’ABUSO ha formalizzato una denuncia sulla vicenda alla Procura della Repubblica di Bergamo inviando anche il materiale in nostro possesso.  Da quello che abbiamo potuto apprendere esisterebbero altre vittime alle quali facciamo un appello, quello di rivolgersi direttamente alla Procura della Repubblica di Bergamo o in qualunque stazione di polizia o carabinieri denunciando.

    Comprendiamo la difficoltà a compiere questo passo, soprattutto se sono passati degli anni e se si deve informare una famiglia che magari ancora oggi è allo scuro di tutto, ma riteniamo sia importante almeno rifletterci.

    La Rete L’ABUSO è a disposizione qualora sceglieste di denunciare anche attraverso l’associazione o per qualunque altra esigenza potete scrivere a lombardia@retelabuso.org .

    Francesco Zanardi

    Rete L’ABUSO