Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Quelle orge gay di seminaristi. E la Tv dei vescovi sdogana gli Lgbt

    Quelle orge gay di seminaristi. E la Tv dei vescovi sdogana gli Lgbt

    Il 6 giugno sulla televisione della Conferenza episcopale italiana, durante il programma “Il diario di Papa Francesco”, é successo qualcosa che non ha precedenti. Per la prima volta un’emittente cattolica ufficiale e legata alla gerarchia ecclesiastica, Tv2000, ospitava coloro che già all’inizio di maggio erano stati definiti dal quotidiano della Cei, Avvenire, con l’espressione di «cristiani Lgbt». Un ossimoro non meno grave che se il giornale avesse titolato «cristiani abortisti», indice della grande confusione dottrinale ed esistenziale della Chiesa.

    In studio, tre sedicenti cattolici del gruppo “Ponti Sospesi”, cheraccoglie appunto quanti si definiscono “cristiani Lgbt” e che non solo hanno attrazioni verso persone dello stesso sesso, ma convivono con loro convinti che la Chiesa debba arrendersi all’”amore”. Fra gli ospiti anche una suora senza abito e un sacerdote sicuri che «siccome Dio ci ama» approva qualsiasi cosa facciamo. Così, in appena una ventina di minuti, lo sdoganamento di quello che prima veniva respinto, almeno pubblicamente dagli organi ufficiali della Chiesa, è avvenuto citando l’esortazione apostolica “Amoris Letitia” di papa Francesco. Precisamente al punto 250 che parla di «rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita». Volontà che, non si ricorda mai, è inscritta nella natura ordinata dal Creatore stesso, come dice il Catechismo. E che, se tradita, si ritorce contro l’uomo.

    Ma mentre la televisione dei vescovi parlava dell’omosessualità normalizzandola e nascondendone il dramma esistenziale, in modo affettato e quindi fuorviante, a Roma una voce coraggiosa e importante si è alzata per difendere quello che la Chiesa di Gesù Cristo proclama da 2000 anni attraverso il suo Magistero e le Sacre scritture: la verità sulla pratica omosessuale che è in contrasto con la volontà di Dio (un abominio ai suoi occhi dice san Paolo), innanzitutto perché nuoce alla creatura che la pratica. Colleen Bayer, presidente del “Family Life International” della Nuova Zelanda, ha raccontato durante un incontro di cui circola un video in rete pubblicato sempre il 6 giugno, alcune storie diverse, ma tutte legate all’ideologia gender e all’omosessualità.

    Bayer ha cominciato ricordando «quello che ci hanno detto su Christoph Schönborn  (il cardinale diVienna che ha presentato l’esortazione apostolica, ndr)», il quale ha fatto «un errore enorme parlando di “elementi positivi” dell’omosessualità» e spiegando in un’intervista del 2015 alla Civiltà cattolica che «la Chiesa non deve guardare per prima cosa nella camera da letto, ma in sala da pranzo!». Dire questo, ha continuato Bayer, è «spazzatura, spazzatura», perché «un nostro amico prete ha perso la vita per quello che succede in camera da letto: per favore pregate per la sua anima». La donna ha quindi narrato la vicenda di questo giovane anglicano, convertito al cattolicesimo, che entrò in seminario a Roma, nonostante avesse dichiarato ai superiori le sue angosce e fatiche nelle relazioni, che lo portavano ad avere attrazioni compulsive verso gli uomini.

    Comunque ordinato, venne inviato in Nuova Zelanda, dove cinque anni di ministero non servirono alenirne la disperazione, sebbene continuasse a dare sfogo alle sue compulsioni. Fu allora che, incontrando Bayer e suo marito, il sacerdote si confidò chiedendo loro aiuto: «”Oh Colleen”, mi disse, “non sai cosa facevamo a Roma il venerdì sera, ci incontravamo”…e facevano quello che fanno gli omosessuali». In quel momento, ha spiegato l’attivista pro family, «mi svelò i festini romani del venerdì sera con altri seminaristi», che «si concludevano in orge omosessuali». E «mi si spezzò il cuore. Fino ad allora pensavo che noi tutti adoravamo Dio sotto la cupola di Roma, che venire qui era venire a casa. Ma poi, sapere che nei seminari qui…».

    Il sacerdote gli svelò infatti «la devastazione, la sporcizia e cose avvenute che sono spaventose».Bayer si é poi chiesta chi ha accettato queste persone nei seminari, spiegando l’angoscia del sacerdote poi morto suicida. E ha concluso: «Come, nel nome di Dio, è avvenuto questo sotto la cupola di Roma?…Come un cardinale di Roma, se è vero che ha detto così, può affermare una cosa del genere?». Successivamente, ha ricordato un’altra vicenda, quella di una ragazza incinta malmenata dalla “fidanzata” abortista, descrivendo la relazione sentimentale fra due donne come violenta e possessiva: «Quando vidi il corpo di Jackie mi pianse il cuore per via dei tagli e dei lividi e i pizzicotti, sapendo che nella sua vita era stata terribilmente violentata e ferita». E non è che questo avvenga indipendentemente dal sesso diverso o identico del partner. O che si debba per forza arrivare alla violenza fisica.

    Infatti, per dire quanto la dottrina di Cristo e della Chiesa che deplora l’omosessualità sia piùcaritatevole di ogni melassa mondana spacciata per amore di Dio, basta leggere chi, come Luca Di Tolve, in seguito alla conversione e alla psicoterapia ha trovato il compimento che cercava solo con una donna. Nel suo libro, “Ero Gay. A Medjugorje ho trovato me stesso”, Di Tolve scrive il perché della natura disperante di questi rapporti: «Il movente profondo che spinge ad adottare comportamenti omosessuali è sempre il medesimo: quello di assumere le caratteristiche maschili che non riesci a esprimere in te stesso». Mentre solo «due uomini o due donne scoprono nella diversità gli elementi complementari per cui arrivano a essere, creando una famiglia, dono gli uni per gli altri…due uomini e due donne, invece, non riusciranno mai, mettendosi insieme, ad arrivare alla pienezza di sé, perché non troveranno nel partner dello stesso sesso quegli elementi biologici e psicologici costitutivi dell’altro sesso, che li completa…È forse per questo che, nel praticare sesso con altri uomini, non ho trovato pace. Forse per questo ho avuto poi la forza di reagire e intraprendere un cammino di virilità, utile e autorevole nella mia identità». Quella che Cristo e la Chiesa hanno a cuore e per cui bisognerebbe combattere con forza e coraggio ogni menzogna.

    Invece, pare proprio di assistere a quanto la Madonna predisse nel 1995 a Civitavecchia, conl’ammissione finale dell’allora vescovo della diocesi, monsignor Girolamo Grillo, inizialmente feroce oppositore delle apparizioni: «Figli miei le tenebre di satana stanno oscurando ormai tutto il mondo e stanno oscurando anche la Chiesa di Dio. A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla roccia che mio figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli». Di fronte all’apostasia, Bayer ha spiegato che occorre «essere consapevoli dei tentacoli di satana, cercare le mani di Dio e perseverare», affinché Dio stesso «ci guidi fuori dal fango» attraverso «uomini e donne di Dio», attraverso «l’ortodossia, mettendo al centro la Chiesa e il suo servizio, con un grande senso di urgenza e con pazienza».

    Mentre, come domandò la Madonna a Civitavecchia, invitando alla fedeltà, alla verità, alla preghiera,all’Eucarestia il popolo, toccherebbe anche ai vescovi: «…il vostro compito è di continuare la crescita della Chiesa di Dio, essendo voi gli eredi di Dio, tornate a essere un cuor solo pieno di vera fede… consacratevi tutti a me, al mio Cuore Immacolato, e io proteggerò la vostra Nazione sotto il mio manto ora pieno di grazie».

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quelle-orge-gay-di-seminaristi-e-latv-dei-vescovi-sdogana-gli-lgbt-16426.htm

  • Testimoni di Geova, fuga dall’incubo: La drammatica storia di Martin

    Testimoni di Geova, fuga dall’incubo: La drammatica storia di Martin

    Sono ancora pochi i testimoni di Geova che sono riusciti ad uscire da quella che in molti chiamano «setta», che in alcuni casi predica l’esatto contrario della religione Cristiana e dove l’uomo non è il centro dell’attenzione ma solo uno «schiavo» di una serie di regole che ne limitano la libertà, e la propria crescita nella nostra società.
    Oppressione o religione? credo oppore costrizione? Questa è la storia di un uomo che ha trovato la forza di scappare da un incubo, e che ora vuole raccontarlo a tutti. È una storia desolante, cruda, per alcuni aspetti quasi incredibile. È una storia che fino ad un certo punto ha rubato i sogni di un bambino, attraverso privazioni, umiliazioni e quant’altro che forse lo stesso protagonista non ha voluto approfondire per non turbare maggiormente i lettori.
    Ma è anche una storia di vita finita bene che lancia dei messaggi positivi, e viva Dio, che sappiamo come in questo periodo siano i  benvenuti. Questa è la storia di Martin Messner, (nella foto) di Trento, Testimone di Geova dalla nascita per volere dei genitori che all’età di 28 anni dopo momenti di disperazione ha deciso di abbracciare il mondo e diventare cattolico e sconfessare per sempre Geova.
    «Era il 1999 quando decisi di uscire definitivamente dalla religione dei testimoni di Geova. Non è stato facile, in un minuto mi ritrovai solo, molto solo! 
    La solitudine però fu ampiamente ripagata dalla libertà vera, che non era certo quella che per anni hanno cercato di farmi credere. 
    Libertà di decidere cosa fare della mia vita senza dover render conto persino dei miei pensieri. Libero di scegliere chi frequentare dove andare e cosa fare,stupendo! Finalmente decisi per me stesso e dopo quasi trent’anni mi appropriai della mia identità.» – inizia così il racconto di Martin.
    Lui si chiama Martin Messner ed ha 45 anni portati alla grande. Martin è cresciuto nel credo della religione dei testimoni di Geova, sì, cresciuto proprio negli anni in cui questa religione fece la sua comparsa in Italia con il risultato di destare grande interesse da parte di molti curiosi che studiando il libro «la verità che conduce alla vita eterna», scelsero di farsi battezzare per questa religione, fiduciosi e motivati di poter cambiare la loro vita.
    Questo libro fece una vera e propria strage di discepoli negli anni sessanta/settanta, era un libricino blu, piccolo, o meglio tascabile fatto appunto per essere portato sempre con se.
    Centottantanove, questo il totale delle pagine, con un contenuto forte e molto persuasivo che aveva il compito di convincere più persone possibili. In quel periodo storico e vuoto di valori e contenuti il libro ebbe sulla nostra società un impatto devastante riuscendo a convincere molti ad avvicinarsi a quello che in molti amano chiamare, «un abbraccio mortale».
    «E infatti ci riuscii alla grande, anche con mia famiglia – continua con la sua storia Martin – dapprima iniziò mia Nonna paterna poi iniziarono mia Madre mio Padre e altri parenti, in pratica gran parte della mia famiglia divenne «Testimone di Geova». «E io? E io proprio perché nacqui in quella religione non potei far altro che subire quella scelta. Le conseguenze furono per me tremende».
    «Le conseguenze di questa mia inconsapevole scelta, fatta da altri al mio posto, mi portarono ad un certo punto a dover trovare una via d’uscita da una realtà che ha segnato non poco la mia vita». Ma Martin riesce a trovare dopo anni di agonia la forza di uscirne, «piano piano tutto mi apparse più chiaro – spiega – giorno dopo giorno la mia mente si rafforzava e mi arrivavano dei segnali che mi facevano sentire dalla parte della ragione e non più del torto. Capivo che nei Testimoni di Geova c’era qualcosa che non andava».
    Ma cosa ha spinto così tante persone in quegli anni ad avvicinarsi e addirittura a farsi battezzare nel nome dei testimoni di Geova? «Semplice – risponde lo stesso Martin – furono adescati con una promessa, la stessa che Dio fece al popolo ebraico, cioè la famosa terra promessa». 
    Gli esseri umani nella maggior parte dei casi non fanno niente per niente e quindi il premio è sempre gradito, questo lo impariamo sin da piccoli.
    Questo metodo ha prodotto proseliti in tutto il mondo e persone di ogni età che spinti sia dalla fede in Dio che dalla famosa promessa hanno radicalmente cambiato la loro vita. «Io invece come tanti altri bambini nati cresciuti e indottrinati ho dovuto ubbidire e rispettare in modo oppressivo tutte le svariate regole che quella religione imponeva e che spesso erano molto forti, rigide, e che se non rispettate portavano a conseguenze drastiche come per esempio l’espulsione dagli stessi Testimoni di Geova».
    Ma attenzione perchè qui viene il bello, l’espulsione da quella che viene ormai chiamata dal mondo intero «setta» porta a non pochi problemi sociali. «Da piccolo pensavo – racconta ancora Martin – ”ma perché quel fratello (così ci si chiama fratelli e sorelle) non viene più nella sala del regno?”(la sala del regno è la sede dove viene celebrata la messa; è paragonata alla chiesa nella religione cattolica).Il motivo? Era stato espulso, disassociato perché non aveva rispettato le regole» 
    COME USCIRE DAI TESTIMONI DI GEOVA – Ora se stai leggendo questo articolo e sei un testimone di Geova sai di cosa stò parlando, – spiega Martin – mentre per te che non conosci i retroscena della vita di un testimone di Geova questo articolo ha l’obbiettivo di far conoscere la verità su questa religione senza calunniare o degradare il loro credo. Invece per te che vuoi uscire da questa religione ma non hai ancora la forza e il coraggio qui troverai la mappa di come riuscirci indenne, e senza traumi, io ci sono già passato,sò come si fa e vedrai se seguirai i miei schemi e consigli ne uscirai a testa alta.
    O ancora per te che hai un parente, un collega, un amico testimone e non riesci a capire certi suoi atteggiamenti io ti spiegherò tutto quello che c’è da sapere in merito. Questo è un breve un manuale per chiunque voglia aiutare gli altri o se stesso ad accettare, capire o uscire da uno stile di vita che spesso va contro la maggior parte delle persone.
    LE UMILIAZIONI IN TENERA ETÀ – Ma iniziamo a comprendere questo stile di vita che caratterizza un testimone. Quando ero piccolo a scuola nell’ora di religione io dovevo uscire, ero praticamente esonerato su richiesta dei mie genitori, con la ovvia conseguenza che i miei compagni mi sfottevano e mi reputavano un diverso. Non potevo partecipare alle attività didattiche come per esempio l’organizzazione e la partecipazione degli eventi di Natale, Pasqua, Carnevale ecc ecc. Carnevale poi per me è sempre stato un dramma, vi immaginate tutti i mie compagni vestiti da indiani, fatine, poliziotti e io? Nulla, non mi era mai concesso. Era veramente dura da digerire, mi sono sentito molto emarginato e per un bambino di sette anni non è facile, per fortuna c’erano altri figli di testimoni nella mia scuola ma eravamo pochi.
    L’ESCLUSIONE DALLO SPORT – Non parliamo poi dello sport, quello agonistico non si può fare ”è competizione” mi ripeteva mio padre, Dio non vuole la competizione. Vi lascio immaginare come un bambino di quell’età potesse sentirsi,pieno di voglia di fare, di entusiasmo che però doveva essere canalizzato solo e sempre nella religione. mi chiedevo spesso: «che cavolo di sport fosse se nessuno poi vince». 
    L’INDOTTRINAMENTO E LA PREDICAZIONE NELLE CASE – Facevo difficoltà a capire, ma dovevo farlo senza discutere e partecipare alle varie riunioni che si tenevano il Martedì con lo studio biblico di un libro durata un’ora, il Venerdì scuola di ministero teocratico durata un’ora e quarantacinque e la Domenica discorso pubblico con lo studio della Torre di Guardia durata due ore. Per non parlare della predicazione. Si doveva andare infatti per le case a portare la parola di Geova. Si imparava ad ubbidire alle leggi di Geova-Dio sia nella vita privata che in quella religiosa. Insomma una valanga di attività teocratiche, ovviamente teocratiche perché derivano da Teo se fossero Democratiche sarebbero dagli uomini ma visto che i testimoni di Geova osservano solo le regole di Geova Dio allora tutto rotea attorno alla Teo-crazia. In sala si parlava solo di ciò che Geova Dio volesse che noi facessimo,e ogni merito andava chiaramente a lui. Noi come persone non potevamo tenere in considerazione i nostri desideri ma solo quelli di Geova, quelli sì che erano giusti,indiscutibili dicevano.
    LE PRIME DOMANDE, I PRIMI DUBBI – Il modo di vivere la mia vita in quel tempo era di fantasticare con la mente, di sognare praticamente ad occhi aperti,ecco lì in quei momenti entravo in contatto con me stesso. Mi chiedevo..”ma scusa tutto quello che faccio lo faccio con le mie forze, perché devo sempre dare merito a Geova e fare solo quello che Geova mi obbliga di fare?” Con il tempo,crescendo, gli scontri con i miei genitori e con gli anziani della congregazione dei Testimoni di Geova si fecero sempre più frequenti. (Gli anziani sono come i preti nella religione cattolica)persone alle quali si doveva raccontare ogni cosa,anche la più intima perchè era riservato solo a loro la decisione del giusto o sbagliato Per me il tutto diventava sempre più stretto portandomi a ribellarmi più e più volte. Con il tempo quindi mi feci la reputazione di un ribelle!Per chi non era testimone di Geova ero un diverso e per chi lo era la mia reputazione era di un ribelle…Mi venne quindi da chiedermi chi fossi veramente…….. Proprio in quel momento pensai che per essere accettato da entrambe le realtà dovessi fare una doppi vita.
    UN BAMBINO CON DUE VITE PARALLELE – Pensate,con dieci anni gestivo due vite parallele,e mi riusciva tutto sommato anche bene,in sala del regno dei testimoni di Geova ero attento apparentemente dedito alle adunanze e alle attività teocratiche studiavo e pregavo ma quando ero con i miei compagni di scuola assumevo una modalità diversa,mi adattavo alle abitudini e agli atteggiamenti che non mi emarginassero troppo dal gruppo. I miei compagni sapevano benissimo che ero un testimone anche perché a volte la Domenica mattina suonavo al campanello della loro casa per portare la buona notizia predicando il regno di Dio Geova. Vi è mai capitato che qualche testimone vi abbia suonato alle nove di domenica mattina? Bene forse ero io in giacca, cravatta e borsetta con all’interno la Torre di guardia ed il libricino Svegliatevi. Svegliatevi da cosa poi…… dal sonno della notte?! Non era facile anche se facevo una doppia vita alcuni miei compagni mi sfotteva ugualmente. Quando andavo in sala poi,alle famose riunioni mi chiedevo:”come mai che i nuovi arrivati sono cosi entusiasti,così appassionati a tutto questo e io no? Cosa gli ha spinti ad avvicinarsi a questa religione?” Forse il fatto che stessero passando un brutto periodo, problemi di salute,di lavoro o problemi sentimentali, ”chissa” mi dissi, e io cosa avrei dovuto fare per trovare l’entusiasmo? Tra i testimoni convinti traspirava l’entusiasmo,l’amore fraterno,la compassione, l’unione, ma per molti come me che ci erano nati in quella religione queste sensazioni non le provava e quindi mi veniva difficile appassionarmi.
    L’ATTRAZIONE VERSO LE OPPORTUNITÀ DEL MONDO – Cercai in tutti i modi di trovare gratificazioni nelle varie attività teocratiche, ma nulla!! Non mi veniva proprio, ero più attratto da ciò che il mondo offriva fuori da questa religione (cosi lo chiamano loro “il mondo” ”le persone del mondo”). Con il passare degli anni e l’avvicinarsi della pubertà iniziarono altri grossi problemi e potete immaginare quali…
    IL PROBLEMA DELLA SESSUALITÀ – Tasto dolente per i testimoni,difatti la sessualità da parte loro viene vissuta in maniera molto diversa dal resto del mondo, ci sono molti limiti, infatti un adolescente non può assolutamente avere nessun rapporto amoroso con l’altro sesso, e nemmeno con se stesso,la masturbazione è vietata in quanto atto impuro, peccato che l’auto stimolazione genitale aiuta a conoscere il proprio corpo,una sana attività sessuale fa bene all’organismo e al cuore aumentando la serotonina che per chi non lo sapesse è l’ormone della felicità ma guai nel dirlo ai fratelli. Ora tornando alla sessualità di un adolescente, il fatto di non poter avere contatti fisici con l’alto sesso non era assolutamente facile per un ragazzo, quindi, pensai come poter fare per colmare quel vuoto. Anche se sapevo benissimo che lo sport non era concesso farlo io avevo scelto. Il pugilato! Il massimo del peccato, infatti più competitivo di quello cosa poteva esserci.
    LA SFIDA – Mi allenai di nascosto. Quante ne dovetti raccontare ai miei genitori per nascondere che andavo addirittura agli incontri di Boxe. Il problema è che andavo forte, il mio Coach un giorno mi disse “Martin cosa vuoi fare?” diventare un professionista o restare qui ad allenarti solo per divertimento?” Gli risposi ”Coach io sono un testimone di Geova non posso diventare un professionista sinceramente non potrei nemmeno essere qui!”“Cosa??” disse lui “Sei un testimone di Geova?E come hai fatto a nascondere ai tuoi genitori di essere qui?” “L’ho fatto” risposi. Ma in coscienza non mi sentivo pulito,amavo tremendamente questo sport ma la mia coscienza di testimone me lo impediva, ecco che la sfida più importante che dovevo vincere in quel momento era dentro di me, purtroppo allora la religione vinse.”Peccato ragazzo,hai talento, vai forte” – mi disse. «Ero troppo giovane e non avevo abbastanza forza per mollare tutto e tutti ed affrontare la vita da solo senza i miei amici, i miei genitori,i miei parenti, mi sarei sentito abbandonato e solo».
    Quindi dopo 3 lunghi giorni di meditazione cedetti lasciando la Boxe. Alla lunga non me lo sono mai perdonato, ne a me stesso ne ai miei genitori ne tantomeno a Geova, perché amavo profondamente quello sport che insegnava (come in tutti gli sport) disciplina, costanza e determinazione, tutte qualità che si studiavano anche in sala del regno, anche se mi veniva più facile applicarle fuori dalla religione.
    LA CONSAPEVOLEZZA CHE QUALCOSA NON ANDAVA – Da quella  rinuncia, man mano che il tempo passava, mi resi sempre più conto delle molte costrizioni e fui consapevole sin da subito che inseguendo il cuore avrei potuto fare grandi cose e che seguendo invece Geova la mia vita sarebbe stata segnata e zoppa per sempre.
    Era l’esatto contrario di quello che inculcavano i testimoni di Geova,loro vietano di ascoltare il proprio cuore “Il cuore è ingannevole – dicevano – “solo seguendo le orme di Cristo e di suo padre Geova – Dio avrai la salvezza,sarai salvato dal malvagio. Il consiglio era sempre lo stesso: «allontanati dalla persone del mondo che non hanno i nostri principi e valori,” – così diceva sempre mio padre – e più lo facevo più diventavo isolato e represso. E allora pensavo al mio vecchio coach che in circa due anni mi aveva trasmesso così tanti principi e valori che però erano l’esatto contrario di quelli che predicava la religione di Geova. «Mollare quello sport fu per me la prima grande rinuncia della mia vita».
    L’ARRIVO DELLA MAGGIORE ETÀ – Arrivò la maggiore età e dopo tre anni come apprendista metalmeccanico finalmente presi la patente, ma con essa arrivò anche la visita medica per la cosidetta «naia». La religione dei testimoni di Geova impone il rifiuto della naia con il conseguente anno da passare nel carcere militare. «Mi dissi “dai, forza, quest’anno di carcere sicuramente mi farà diventare un uomo” 
    Per un anno avrei potuto non andare in sala, cercai quindi sempre di vedere il lato positivo in tutto. Ma, purtroppo o per fortuna, il destino mi corse in contro, e visto che i nati nel 1971 eravamo in troppi fui esonerato.
    IL LAVORO – Dovetti così trovare un altro metodo per evitare le adunanze nella sala del Regno.Da piccolo ero molto affascinato dai Camion giocattolo, quindi pensai di fare subito la patente del Camion e poi partire per l’Europa “E chi mi vede più poi?” – pensai – “Tanto non faccio nulla di male, gli anziani della sala del regno non possono dirmi nulla,anche Dio dice nella bibbia che chi non lavora non mangia!”(2°Tessalonicesi 3:6-12)
    E quindi nel 1989 iniziai a fare il camionista, e fu li che capii ancora di più quello che stavo passando. Le moltissime ore passate da solo nel Camion in giro per l’Europa mi aiutarono a capire la bellezza del mondo e della cose, e quanto potevo imparare dalle persone diverse, già, perchè per i testimoni di Geova tutti gli altri sono «diversi». Grazie ai viaggi feci un sacco di esperienza, mi innamorai di questo lavoro, provai vera soddisfazione e gratificazione, esperienza che avevo provato solo quando facevo la boxe.
    Ma i problemi purtroppo riapparivano come per magia nel poco tempo che passavo a casa dove mi veniva costantemente fatto notare quanto quel lavoro non fosse ideale, perchè mi distoglieva troppo da Geova.“Ci risiamo” – mi dissi – “ma è mai possibile che ogni cosa che io faccia ci debba sempre essere di mezzo Geova”
    IL MATRIMONIO – Forse se mi sposo e metto su famiglia non avranno più nulla da dire pensai fra me e me. Forse, visto che il matrimonio è benedetto da Geova – Dio sarò nel giusto, pensai.
    Quindi mi misi a cercare la moglie ideale,dove? Ma ovviamente tra i testimoni di Geova perché è assolutamente sconsigliato sposarsi con le altre persone del mondo, anche in questo caso prima viene Geova – Dio E poi il tuo cuore. Credetemi, cominciai a odiare quella religione, ma non riuscii ad uscirne e nel 1991 mi sposai con quella che credevo fosse la donna della mia vita, non so se fossi veramente innamorato, a 20 anni sei giovane, hai ancora bisogno di fare esperienze anche a livello sessuale.
    Il matrimonio era come un regalo a scatola chiusa però,senza conoscerne il contenuto. Ed ecco che con il passare dei mesi e poi degli anni i problemi aumentarono anche nel matrimonio, le difficoltà di comprensione tra me e mia moglie si fecero sempre più frequenti. Cercai in tutti i modi di cercare di risolverli, stavo veramente male, mi sembrava di vivere un incubo. Qualsiasi cosa facessi non andava bene,i miei genitori continuavano la solita campagna inquisitoria nei miei confronti. “Il camion ti distoglie dalla religione”– mi dicevano gli anziani della congregazione –  che continuavano a dirmi che l’unica soluzione per essere veramente felice non era seguire il cuore ma ubbidire rigorosamente alla legge di Geova – Dio, solo cosi – per loro – tutti i problemi sarebbero spariti.
    IL FUOCO DEL NOSTRO CUORE – Io però non potevo non seguire il mio cuore,ero giovane pieno di vita,volevo fare esperienza, sbagliare, capire, provare e riprovare conoscere nuove persone perché con Geova mi sentivo in gabbia e controllato. Passarono gli anni e dentro di me c’era un fuoco sempre più forte,volevo decidere per me volevo gestire la mia vita solo come il mio cuore me l’ho trasmetteva. La domanda ricorrente era dove potessi trovare la forza,la giusta motivazione per uscire definitivamente da quella religione.
    Le conseguenze sarebbero state drammatiche sapevo che avrei perso mia moglie,i miei genitori, parenti e amici. Sapevo bene che sarei rimasto completamente solo ed in un minuto avrei perso tutto, una vita. Ma cos’è tutto? Quale definizione diamo al tutto? Per me tutto significava decidere finalmente da solo, prendere finalmente in mano la mia vita.
    Capii improvvisamente che ero io l’artefice del mio destino, e che solo io potevo scegliere e decidere della mia vita e fra due possibilità,  rimanere o uscire per sempre.
    LA FUGA DAI TESTIMONI DI GEOVA – Nell’anno 1999 mi separai da mia moglie decisi di aprire una partita iva e quindi diventare un imprenditore a tutti gli effetti, acquistai il mio primo camion e questo mi diede la forza di uscire finalmente dalla religione diventando così quello che chiamano un «disassociato».
    Oggi come allora migliaia di Testimoni di Geova in tutto il mondo hanno le stesse difficoltà, non riescono e non sanno come fare per uscire da questa religione, o meglio non conoscono il modo per uscirne senza problemi, a testa alta, senza sentirsi sbagliati e nel torto, ascoltando il cuore per così costruirsi una nuova identità, una nuova vita priva finalmente di oppressioni senza controlli e di giudizi inquisitori detti solo per poterti controllare meglio.
    COME USCIRE DALL’INCUBO – Per riuscirci ci vogliono le giuste motivazioni ci vuole metodo.Io lo conosco ci sono già passato e so come farlo nel migliore dei modi. Ci sono riuscito,mi sono ricostruito una nuova vita. Ho fatto le mie scelte che ho pagato a duro prezzo ma non ho mai mollato e oggi sono un uomo felice, sposato con due figli,sono un imprenditore di successo ma sopratutto orgoglioso e felice di aver aiutato e di aiutare altre persone nel fare la cosa giusta e cioè nell’ascoltare e seguire il proprio cuore.
    È necessario focalizzarsi su di un obbiettivo che si vuole raggiungere, perché non esiste peggior marinaio che non conosca la rotta e la destinazione della propria nave.Ma ora voglio rivolgermi a chi ancora non ha la forza di scappare: «a volte amico caro dovrai cambiare un po’ il percorso, ma la meta,l’obiettivo tienilo sempre presente. Hai presente uno stormo di uccelli che migrano? «alcune volte cambiano il percorso ma sanno sempre dove vogliono arrivare» Ecco lo stesso lo dovremmo fare noi, avere le giuste motivazioni per raggiungere l’obbiettivo altrimenti non riusciremo mai a raggiungere la nostra meta e la nostra realizzazione.
    Ora se lo desideri prenditi cura di te e con carta e penna scrivi: 3 motivi che ti spingono ad uscire dalla religione dei testimoni di Geova, poi scrivine altri 3 che ti spingono a restarci, quando avrai finito leggili non solo con gli occhi ma con ciò che di più prezioso e forte senti dentro di te,confrontali e capirai qual’è la tua strada.
    Questo e un metodo per seguire il proprio cuore. Se ti va di seguirmi sarò ben felice di aiutarti ancora di più, io ci sono. Ora Martin Messner è felice e pieno di progetti da portare a termine, è innamorato e vive con la sua compagna da ormai 8 anni.
    Prossimamente uscirà il suo libro, che parla di come riappropriarsi della propria vita seguendo il proprio cuore con libertà, coscienza e senza bisogno del giudizio di nessuno, già, perchè l’unico gudizio lo dobbiamo dare nei confronti di noi stessi. Con i suoi genitori ormai da oltre 15 anni i rapporti sono freddi, non hanno mai più pranzato insieme, mai fatto più nessuna attività di qualsiasi tipo insieme.
    A volte la domenica i testimoni di Geova suonano ancora il suo campanello di casa, ma non vogliono parlare con lui ma con la sua compagna che tentano di convincere all’abbraccio mortale di Geova. Ma proprio in nome del rispetto di tutti, delle proprie scelte e la propria libertà di opinione entrambi rispondono che non sono interessati. Per Martin ormai loro sono solo il passato, solo un incubo dal quale è uscito per sempre, imparando a credere in Dio e nei suoi insegnamenti cristiani e cattolici. 
    Martin Messner ha deciso di mettersi in gioco pubblicando il suo nome e la sua foto per dare la dimostrazione che nessuno deve avere paura e che uscire dai Testimoni di Geova ed iniziare una nuova e serena vita è possibile. Ma il suo – ci ha spiegato – non è coraggio, ma solo la consapevolezza che aiutare gli altri a raggiungere i propri sogni sia uno dei doveri di tutti noi e della nostra società.
    Chi volesse parlare con Martin Messner può inviare un’email a redazione@lavocedeltrentino.it  – verrà contattato via posta elettronica dallo stesso Martin in modo discreto rispettando l’eventuale volontà di anonimato.
    http://lavocedeltrentino.it/index.php/oggi-in-primo-piano/26517-testimoni-di-geova-fuga-dall-incubo-la-drammatica-storia-di-martin
  • Al cinema parrocchiale un film sulla pedofilia. La scelta scomoda della sala di Sassello

    Al cinema parrocchiale un film sulla pedofilia. La scelta scomoda della sala di Sassello

    Ancora non è chiaro ciò che vorrà dire don Mirco Crivellari salendo sul palco del cinema-teatro parrocchiale di Sassello, prima della proiezione del film «Il caso Spotlight». E non è nemmeno escluso che, all’ultimo istante, rinunci a presentarsi. Domani sera (inizio ore 21,15), infatti, nella capiente sala da quasi duecento posti, con il patrocinio del Comune sarà proiettata la pellicola che racconta la storia della squadra di giornalisti investigativi del «Boston Globe», soprannominata appunto Spotlight, che nel 2002 sconvolse l’opinione pubblica con le rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre settanta sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col Premio Pulitzer. L’opera ha conquistato due Oscar quale miglior film e sceneggiatura originale. Ma a Sassello, da giorni, la proiezione è divenuta tema di aspre discus
    sioni. Non tanto per il contenuto, ma sul luogo in cui si svolgerà lo spettacolo. La sala di piazza dell’Oratorio, riaperta nel febbraio sotto la guida di Carlo Deprati e dei tanti altri volontari dell’Associazione Teatro Sassello, propone titoli di autore e di grande attualità. Deprati è categorico: «Certamente il film sarà proiettato, per quale motivo non dovrebbe esserlo ? Don Mirco ? Credo che voglia intervenire prima del film, faccia pure. Non entro nel merito». Come accaduto lo scorso anno a Varazze, la storia si ripete. Allora, creò scompiglio la proiezione al cinema salesiano Don Bosco di «Cinquanta sfumature di grigio». Adesso tocca a Sassello toccare un altro tema scottante. Sarà per la posizione e per la proprietà dello stabile, don Mirco non sembra proprio entusiasta del film in procinto di proiezione. Non è stato possibile avere il parere diretto del prete. Sia in curia, sia al telefono cellulare, don Mirco non ha risposto ai vari tentativi di chiamate.

    Massimo Picone LA STAMPA Savona

  • Papa Francesco non incontra le vittime del clero australiano

    Papa Francesco non incontra le vittime del clero australiano

    Il Papa non ha incontrato il gruppo di vittime di abusi sessuali arrivati domenica mattina a Roma dall’Australia per seguire le deposizioni del cardinale George Pell. Stando a quanto ha comunicato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, la ragione del mancato incontro avrebbe a che vedere con l’inesistenza di una richiesta formalizzata da parte della delegazione della vittime attraverso i canali ufficiali della Santa Sede, quali la Prefettura e la Segreteria di Stato.

    Se da una parte questo mancato iter protocollare non ha permesso fino ad ora a David Ridsdale e ai suoi compagni di incontrare Bergoglio, dall’altra essi sono stati incontrati in questi giorni da padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. A farlo sapere è un comunicato diffuso dall’organismo della Santa Sede istituito nel 2014 da Papa Francesco per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    David Ridsdale, Andrew Collins e Peter Blenkiron sono arrivati domenica a Roma con altre 12 persone rimaste vittime da piccoli di abusi sessuali commessi da religiosi di Melbourne e di Ballarat in occasione delle deposizioni di Pell. E’ stato proprio l’ex arcivescovo di Melbourne a organizzare, dopo esplicita richiesta dei sopravvissuti, l’incontro con uno dei membri della Pontificia Commissione. “Vorremmo discutere le nostre idee riguardo alla guarigione e alla futura tutela dei minori dagli abusi commessi da membri delle istituzioni […] Desideriamo sviluppare rapporti con il vostro gruppo perché si tratta di una questione di ampiezza mondiale”, hanno affermato Ridsdale, Collins e Blenkiran.

    Padre Zollner – si legge nel comunicato – “ha molto apprezzato le preoccupazioni espresse dalle vittime e le loro proposte di misure preventive, e le presenterà agli altri membri della Commissione Pontificia, in modo che tutti i membri possano apprendere dall’esperienza delle vittime per migliorare il lavoro della Commissione riguardo alle attuali forme di guarigione e alla comprensione del modo più efficace di prevenire gli abusi sessuali da parte di persone al servizio della Chiesa, al fine di impedire che si verifichino nuovamente in futuro”.

    Nel corso dell’incontro, padre Zollner “ha spiegato ai suoi interlocutori gli scopi della Commissione e in particolare, in qualità di Presidente del ‘Centro per la Tutela dei Minori’ dell’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana, ha parlato del suo lavoro e delle iniziative intraprese per prevenire gli abusi all’interno e al di fuori della Chiesa. Le vittime di abusi di Ballarat hanno anche incontrato alcuni degli studenti che frequentano il corso di studi per il Diploma sulla Tutela dei Minori, offerto presso la Pontificia Università Gregoriana”.

    Alessandro Notarnicola

  • Pell fa l’arrogante: “Il Papa mi appoggia”. Ma si mette male: gli contestano mancati provvedimenti

    Pell fa l’arrogante: “Il Papa mi appoggia”. Ma si mette male: gli contestano mancati provvedimenti

    Arrivato alle 22 in punto, ora italiana, all’Hotel Quirinale, il cardinale George Pell si è presentato per la seconda volta davanti ai membri della Commissione Reale australiana dopo le 4  ore di videoconferenza di domenica sera. La Sala Verdi appare oggi meno affollata e il ministro delle finanze vaticane prima di avviarsi alla sua postazione ha detto ai giornalisti di avere “il pieno sostegno del Papa”. Come è noto Papa Francesco e il cardinale Pell si sono incontrati faccia a faccia in Vaticano questa mattina, poche ore dopo la prima sessione del processo che si è concluso alle 2 della notte (ora italiana). Il Vaticano tuttavia non ha fornito dettagli sull’incontro di oggi.  Francesco in realtà – nel volo che lo riportava dal Messico – ha detto che “i vescovi che si sono limitati a trasferire i preti pedofili debbono dimettersi”. “E’ chiaro?”, ha domandato in quella circostanza ai giornalisti per rafforzare il concetto. E, fanno sapere gli inquirenti australiani, “può accettare le dimissioni forzate di Pell a giugno, se la Commissione Reale australiana affermerà il pieno coinvolgimento del cardinale nei provvedimenti di delocalizzazione che hanno interessato i sacerdoti sospettati di abusi su minori”. Infatti, ha affermato la responsabile dell’audizione  Gail Furness, “la Commissione Reale, esaminato il caso Ridsdale trasferito per 5 volte e considerata la posizione che l’attuale cardinale Pell ricopriva nel 1982, ritiene non plausibile che lui si dichiari all’oscuro dalle ragioni che avevano indotto il vescovo Ronald Mulkearns a questi provvedimenti.

    “Se ci fossero oggi prove che le vere ragioni erano state dette nelle riunioni che facevamo, allora sarà plausibile quanto lei afferma. Altrimenti si tratta di sciocchezze”, ha replicato con una certa dose di arroganza Pell.  Il cardinale – che l’inglese Saunders, per questo messo in aspettativa nella Commissione vaticana per i minori,  ha recentemente definito “sociopatico” proprio per il suo distacco dal dolore degli altri – sembra non essere per nulla toccato dalla presenza di 15 vittime che gli contestano di non averle salvate dalle grinfie dei loro stupratori, mentre forse avrebbe potuto farlo semplicemnete aprendo gli occhi su quanto accadeva accanto a lui. E addirittura è arrivato a chiedere di poter suggerire alla Commissione che lo interroga “un diverso metodo di lavoro”. “Sappiamo noi cosa fare”, lo ha zittito la dottoressa Gail Furness, che ha aperto la seduta presentando una serie di prove che sono state fornite da una delle vittime che sarebbe stata abusata da padre Gerald Ridsdale accusato di aver commesso 130 abusi su bambini di età inferiore ai 14  tra i 1960 e 1980. Uno dei casi esaminati questa sera dalla Commissione Reale australiana riguarda infatti Paul Levey, rimasto vittima di abusi sessuali negli anni ’70 presso la parrocchia di Mortlake.

    Paul, “abusato sessualmente per tutto il tempo quasi tutti i giorni” all’età di 14 anni, fa parte di quel gruppo di vittime arrivato a Roma per assistere personalmente alle deposizioni del cardinale George Pell. Nel corso della seconda giornata di interrogatori, i membri della CAR hanno manifestato una certa impazienza nei riguardi del presule australiano, che al momento dei fatti – lo ricordiamo – era vicario del vescovo Ronald Mulkearns. Pertanto
    la dottoressa Furness ha chiesto a Pell perché padre Ridsdale, accusato di questi crimini, sia stato semplicemente spostato di parrocchia in parrocchia invece di essere segnalato alla polizia. Pell ha dichiarato che i provvedimenti che il vescovo Mulkearns e monsignor Fiskilini adottarono nei riguardi di Ridsale sono “inaccettabili” perché  “sono stati un rischio per i bambini di Inglewood”.
    Il cardinale australiano ha affermato che all’epoca dei fatti non sapeva le circostanze che portavano Gerald Ridsdale di parrocchia in parrocchia. “Io credevo che questi continui trasferimenti riguardassero la sua formazione e che gli avrebbero garantito di ampliare la sua esperienza sul territorio”. Tuttavia il cardinale ha ammesso che questi continui cambiamenti sono un provvedimento “insolito”. E ha confermato di aver coabitato con il sacerdote proprio in quel periodo, senza però sospettare nulla circa le sue inclinazioni e i suoi comportamenti.

    In seguito, c’è stato un acceso scambio di battute tra Pell e la Furness sulla responsabilità della Chiesa nei riguardi dei bambini. Dopo aver detto che la triste storia di Ridsdale non era di grande interesse per lui, causando qualche malumore tra la platea di Roma e quella di Melbourne, Pell ha osservato che sta a ciascun uomo seguire una propria etica perché le cose possano procedere senza problemi e senza che si verifichino episodi spiacevoli. Inoltre ha definito “eccellente” il vicario generale dell’epoca, che era tra l’altro suo cugino, monsignor Henry Nolan, che intervenne per allontanare Paul dal sacerdote pedofilo. Ma il capo della Commissione Reale, Peter McClellan, ha insisitito più volte sulla scarsa credibilità dell’asserzione di Pell sulla propria ignoranza dei fatti che avvenivano attorno a lui e,  intervenendo nell’interrogatorio ha sottolineato con impazienza che tutti i consultori del vescovo sapevano Gerald Ridsdale fosse pedofilo e che abusasse dei bambini. “E’ possibile che nessuna di queste persone ha condiviso con te ciò che si raccontava sul conto di Ridsdale?”, ha chiesto al porporato. “Queste informazioni non sono state affrontate nelle riunioni dei Consultori, al massimo si era accennato a problemi di omosessualità e non di pedofilia”, ha risposto Pell ammettendo di essere stato ingannato da monsignor Mulkearns, che gli aveva fatto credere che i  6 spostamenti del sacerdote fossero in realtà finalizzati ad una brillante carriera e che ci fosse dietro l’angolo una importante promozione. In realtà, ha proseguito, potevano esserci una serie di ragioni per cui un religioso veniva spostato, irrequietezza, scarsa propensione ai rapporti umani, disguidi con colleghi, e se anche nessuno esplicitò le ragioni, “era chiaro che ci dovevano essere dei motivi di fondo”, ha spiegato Pell.

    Malgrado George Pell continui a sostenere la sua mancata conoscenza delle ragioni effettive dei trasferimenti, i membri della Commissione Reale australiana non sembrano convinti, considerato che negli anni ’70 l’attuale ministro delle finanze di Papa Francesco era una figura di alto livello all’interno della diocesi, consultore e vicario episcopale, quindi molto vicino a molte altre figure di alto livello oltre che al vescovo Mulkearns, sul quale il giudizio di Pell è apparso severo perché all’epoca “non ha preso i provvedimenti necessari affinché il ragazzo venisse allontanto da Ridsdale e che questo venisse denunciato”.

    “Dato che i sacerdoti sono esseri umani come tutti – ha detto Furness – certamente avranno parlato tra di loro circa le ragioni vere dei trasferimenti”. A questo punto Pell ha relicato: “Gli esseri umani in diverse categorie hanno approcci molto diversi a tali questioni. Noi lavoriamo nell’ambito della morale cristiana e la discussione dei difetti degli altri non è ben vista”. 

    Mentre era sacerdote a Ballarat, dunque, George Pell era già uno dei collaboratori più stretti del vescovo Ronald Mulkearns, allora a capo della diocesi. Il suo incarico iniziato nel 1977 gli consentiva di aiutare Mulkearns su varie questioni che riguardassero le nomine e i movimenti di sacerdoti da una parrocchia all’altra. Per questa ragione, dopo aver rivolto al cardinale domande su Ridsdale, Gail Furness si è concentrata proprio sul periodo in cui Pell, da sacerdote, lavorava nell’ufficio del vescovo. In quegli anni molti sacerdoti furono oggetto di trasferimenti immediati e a volte sottaciuti perché probabilmente avevano abusato di bambini. Pell ha sempre sostenuto che allora nessuno mai aveva ipotizzato che quei sacerdoti “erano pedofili e che venivano spostati per questo motivo”.

    Ma se le prime due ore dell’udienza sono state interessate dal caso di padre Gerard Ridsdale, il più famigerato pedofilo australiano, la seconda parte è stata invece incentrata nello specifico sulla drammatica esperienza dei ragazzi rimasti vittime di abusi.
    Furness ha mostrato a Pell i documenti che documenterebbero i diversi reclami fatti dai genitori dei bambini nei riguardi di Ridsdale, ma lui ha sostenuto per tutto il tempo che non solo non è era a conoscenza ma che non ha mai sentito parlare del sacerdote accusato come un pedofilo. “Ma, certamente, quella gente sapeva. Posso solo ripetere ciò che ho detto prima. Intorno al 1980, sono diventato Presidente dell’Istituto di Formazione cattolica che contava 2000 studenti tra Ballarat e Melbourne. Non era un piccolo lavoro. Andavo a Melbourne almeno un paio di volte alla settimana, non ero a contatto con la vita della diocesi, come chi lavorava a tempo pieno nelle parrocchie, per questo non sapevo cosa accadeva”, ha replicato il cardinale.

    Alessandro Notarnicola

  • Pedofilia, le vittime chiedono udienza al Papa: “Pell ci offende”

    Pedofilia, le vittime chiedono udienza al Papa: “Pell ci offende”

    Le 15 vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti giunte in Italia dall’Australia per seguire da vicino la deposizione del cardinale George Pell, attuale super-ministro delle finanze vaticano, hanno espresso il desiderio di essere ricevute da Papa Francesco prima di lasciare Roma. La notizia e’ trapelata dall’Hotel Quirinale, dove nella Sala Verdi l’audizione del porporato si svolge in teleconferenza a causa del certificato medico, attestante una condizione fisica che non permetterebbe un viaggio Oltreoceano, presentato da Pell alla Commissione Reale di indagine sugli abusi che gli chiede conto della gestione dei casi nell’aricdiocesi di Melbourne, della quale e’ stato arcivescovo dal 1996 al 2001 dopo esserne stato ausiliare e prima ancora vicario episcopale. La terza seduta, iniziata alle 22 ora italiana in un clima piu’ sereno di quello delle precedenti, si e’ infiammata a causa di alcune frasi di Pell che le vittime hanno ritenuto offensive. A suscitare sdegno e’ stata in particolare l’affermazione: “A volte i genitori delle vittime non vogliono che il loro caso passi nelle mani della polizia o delle autorita’ ecclesiastiche”.

    Momenti di tensione si sono verificati nella Sala Verdi anche quando il cardinale Pell ha definito “inadeguata” la rete di informazioni che arrivarono al suo ufficio di arcivescovo di Melbourne. Ed ha detto, di fatto addossando ogni responsabilita’ ad altri e sgravando se stesso: “non credo che avrei potuto fare qualcosa di piu’ di quanto ho fatto”. Secondo i membri della Commissione Reale, invece, l’attuale ministro delle finanze di Papa Francesco avrebbe potuto impedire allora il perpetuarsi di questi crimini semplicemente non voltando la testa da un’altra parte. E questo ritengono amche le vittime, tanto che nella Sala Verdi una signora ha imprecato contro Pell a voce alta. In sostanza, il cardinale australiano sostiene di essere stato ingannato dal “sistema dell’epoca” perche’ era risaputo che lui non avrebbe accettato lo stato delle cose e avrebbe proceduto adottando “azioni decisive”. “Sapevano che avrei fatto domande scomode se fossi stato meglio informato”, ha detto. Un ragionamento che contrasta con la realta’ e anche con altre dichiarazioni fatte poco prima dallo stesso Pell, che, ad esempio, si e’ dilungato a descrivere quello che ritiene essere un suo capolavoro (e che per altri e’ invece una ulteriore percossa assestata a persone ferite gravemente dai preti abusatori): il cosidetto “Melbourne Response” da lui creato quando era vescovo ausiliare e che poi ha utilizzato da arcivescovo, uno schema di risarcimenti per le vittime volto a disincentivare le onerose cause giudiziarie contro la diocesi. Lo schema pero’ e’ stato ampiamente criticato dalle vittime e dalle loro famiglie durante tutto il corso dell’indagine condotta dalla Commissione d’inchiesta australiana sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori. Nel corso di una pausa dell’audizione di questa notte i giornalisti hanno chiesto dei commenti alle vittime presenti nella Sala Verdi e una di loro ha detto che “Pell avrebbe potuto essere l’eroe dell’Australia se solo fosse stato chiaro sin dall’inizio”.

  • Quei preti pedofili protetti dalla Chiesa nella casa sul mare

    Quei preti pedofili protetti dalla Chiesa nella casa sul mare

    In sala dal 25 “Il club” di Pablo Larrain: la vita senza castigo dei sacerdoti cileni sottratti alla giustizia terrena.

    di Natalia Aspesi

    “Venivanoa prenderci… la bocca mi faceva male… poi mi dava una mentina e faceva meno schifo… diceva, sei stato con un messaggero del Signore, è la strada per la Santità”. Della lunga tremenda litania che il vagabondo che dice di chiamarsi Sandokan grida verso il cielo, la terra, il mondo, Dio, non si riesce a ripetere altro, anche in tempi di parole spericolate, ed è forse già troppo. È un’ossessione affannosa, certamente indecente, dura da sopportare, cantata come una nenia dall’uomo che da bambino è stato abusato da chi si era preso cura della sua solitudine, del suo bisogno d’amore, di famiglia: un sacerdote.

    È Sandokan a sconvolgere la vita quieta e protetta degli abitanti anonimi di un’anonima casa gialla isolata vicino a La Boca, sulle coste cilene, quando, accompagnato da un prete, arriva un nuovo ospite, anche lui in età, ammutolito dalla disperazione e dalle sconnesse parole di Sandokan che gli ricorda il suo inferno e gli chiede ancora amore, quel tipo d’amore che lui confonde con la santità. La casa, come tante altre nel mondo, è il rifugio, la prigione, l’ospizio dei preti spretati perché peccatori per la fede cattolica e criminali per la legge; la Chiesa li nasconde per sottrarli alla giustizia terrena affinchè nessuno sappia e il suo imperio non solo spirituale non ne venga sporcato.

    “Il club”, vincitore dell’Orso d’argento alla Berlinale 2015 (però escluso dai finalisti stranieri all’Oscar) del venerato regista cileno non ancora quarantenne Pablo Larrain, è l’altra faccia, quella nera e vergognosa del film americano “Il caso Spotlight” già nei nostri cinema, dove si racconta la vera storia di un gruppo di giornalisti del Boston Globe che nel 2001-2002 riuscì a rendere pubblici i tanti casi di preti pedofili nordamericani fino ad allora protetti dalle gerarchie. Larrain ci mostra invece la vita dei colpevoli dopo che la Chiesa li ha scoperti e allontanati ma non denunciati: non solo i troppi pedofili, ma anche i preti che commerciavano vendendo ai ricchi i bambini strappati ai poveri, o gli ex cappellani dell’esercito di Pinochet, che coprirono in silenzio torture e assassinii.

    La loro casa sta sopra una spiaggia piena di rifiuti, davanti a un mare in tempesta, in un grigiore costante e gelido, mai il colore del sole e neppure quello delle ombre. Li serve e li sorveglia una ex suora dal passato cupo: il suo costante sorriso, la dolcezza mite, il suo umile servire nascondono un cuore di tenebra, una volontà ricattatrice, un’abitudine a mentire. Mentono tutti, i quattro anziani ospiti della casa, quando padre Lazcano, il nuovo arrivato, si spara: alla polizia, a padre Garcia (Marcelo Alonso), il gesuita dal bel viso tormentato e dalla fede punitiva che pare un santo dipinto da El Greco, mandato da Roma per capire cosa è successo, e soprattutto per chiudere quella e le altre case lasciando gli ospiti al loro destino.

    Ma padre Vidal (Alfredo Castro, attore preferito da Larrain), padre Silva, padre Ortega, padre Ramirez, serviti da sorella Monica (Antonia Zegres, moglie del regista), si sono abituati a quella vita protetta, mangiare, cantare, pregare, dire messa, passeggiare sulla spiaggia, allevare un levriero con cui vincono alle corse locali. Una bella vita serena, senza pentimento, senza castigo, senza ricordi, senza peccato, senza redenzione, in piena impunità. Una vita da difendere per non affrontare la realtà dei loro crimini, una vita nascosta e secolare che li ha resi più bugiardi, più indifferenti, privandoli di ogni misericordia, di ogni bisogno di espiazione e perdono, anche della fede.

    Il Vaticano ha giudicato positivo “Il caso Spotlight” che racconta benissimo una realtà già nota, e per ora non è insorto contro questo “Il club”, che con crudeltà e ironia espone una sua tragica piaga che Papa Francesco sta cercando di guarire, la scelta ipocrita del silenzio verso i sacerdoti pedofili. Del resto nel marzo 2014, quindi solo due anni fa, il cardinale Bagnasco aveva pubblicamente ricordato che secondo le linee guida della Cei, i vescovi, non essendo pubblici ufficiali, non erano obbligati a denunciare alla giustizia i casi di pedofilia “per rispetto delle vittime e dei loro familiari”.

    Pablo Larrain è autore di una trilogia molto politica, da festival, situata ai tempi della dittatura di Pinochet (Tony Manero, Post mortem, No). Cattolico ma non più praticante, si dichiara di sinistra mentre i suoi genitori sono stati sostenitori della dittatura, il padre presidente del Senato di allora, la madre ministro. “Il club” non ha immagini che possano scandalizzare (il solo nudo è quello di una donna, una prostituta) ma le parole che descrivono minuziosamente l’atto pedofilo subito come un avvicinamento alla fede possono ferire. Però si tratta di un film di grande seduzione, girato e interpretato benissimo, cui non si dovrebbe rinunciare.

  • Sbatti il reverendo in prima pagina

    Sbatti il reverendo in prima pagina

    Ha scosso il mondo cattolico l’inchiesta sui preti pedofili iniziata negli Usa alcuni anni fa che è ora un film Spotlight (sei nomination agli Oscar) di Tom McCarthy, visto a Venezia e da giovedì scorso in sala anche in Italia. Perfetto film di genere, ambientato nel mondo del giornalismo americano, diretto alla perfezione dal regista Tom McCarthy.

    Siamo al Boston Globe, deve arrivare un nuovo direttore e già dalle prime battute entriamo nel linguaggio scabro fatto di partite di poker, risposte fulminanti e poche chiacchiere. I capi redattori coordinano (Michael Keaton), i cronisti scalpitano, poi c’è anche una donna (Rachel McAdams) per par condicio e l’outsider (Mark Ruffalo), che non molla mai la presa. Ora ha per le mani il caso di un prete che ha molestato bambini, ma può un giornale i cui lettori sono più della metà cattolici fare causa alla chiesa? Anche il nuovo direttore è un personaggio che fa scalpore, dritto allo scopo nel rendere indispensabile il quotidiano, in un’epoca (siamo nel 2001) in cui internet azzera le vendite. Di poche parole, ha una strategia in mente e indirizza le ricerche verso una strada di non ritorno, come succederà, facendo infine scoppiare un caso di cui ancora si parla.

    L’indagine durerà parecchi mesi a partire dai tredici casi di preti conosciuti ai novanta che emergono via via, alle interviste senza mezzi termini a base di: «la gente vuole sapere i particolari», dove è successo? quando è successo? Il gruppo dei cronisti è lanciato sulle piste dell’avvocato (Stanley Tucci) che difende le vittime di violenze, dell’avvocato che patteggia direttamente con la chiesa ottenendo altissimi risarcimenti. E per convincere i pezzi grossi più reticenti basterà chiedere: «Ma tu non vuoi stare dalla parte giusta?». Fino ad arrivare al cardinale Law dell’Arcidiocesi (Giovanni Paolo lo trasferì a Roma, a Santa Maria Maggiore) che «sa qualcosa» e che regala al direttore del Globe un voluminoso catechismo dicendogli: «la prenda come una guida di Boston». La Chiesa infatti, viene sottolineato, è la grande benefattrice di Boston, intorno a lei girano gli affari.

    Non si dimentica neanche l’importanza che ha l’archivio in un giornale: lì infatti come punto di partenza si ritrovano i ritagli degli articoli su diversi casi che presi separatamente non significavano molto, ma che quando la rete inizia a comporsi saranno la base su cui costruire. Il grosso ostacolo contro cui combatte il team di cronisti, il gruppo Spotlight da cui prende il titolo il film, è appunto il silenzio, l’autoassoluzione dei preti, l’omertà della società, il senso di vergogna delle vittime che costituisce la leva dei preti pedofili per ottenere il silenzio.

    Sono vittime scelte non a caso tra bambini poveri, quasi sempre senza padre che vedono nella benevolenza del loro prete quasi un incontro con Dio, ma che spesso poi ricorrevano al suicidio o alla droga. Quelli ancora vivi cominciano a raccontare. La quantità di casi che emerge sgomenta: si deve trattare di un grande numero di preti, altrimenti non avrebbero potuto farla franca così a lungo. Finiscono con lo scoprire che si tratta di una percentuale vicina al 6% del clero e l’elenco dei nomi completerà la ricerca, messi in riposo o in case di cura per malattie mentali una volte scoperti, ma senza per questo abbandonare il sacerdozio.

    Una cultura della clandestinità che confligge pesantemente in ogni caso con l’etica protestante dominante nel paese. Portare alla luce, far parlare, fuori i nomi e le cifre. Nel frattempo ricordiamo che il cardinal Ratzinger dall’Italia interveniva contro i media americani che gettavano discredito e si dovrà aspettare papa Francesco per la condanna definitiva portando in giudizio per abuso di ufficio i vescovi che non abbiano dato seguito alle denunce degli abusi sui minori. Nel film l’attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico. Il caso in tutta la sua analisi particolareggiata (si parla di 7000 preti coinvolti negli Usa) viene pubblicato nel 2002 e diventa materia esplosiva prima nel paese e poi nel mondo intero. Nel 2003 l’inchiesta valse il Pulitzer come miglior servizio pubblico.

  • Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Dal 18 febbraio 2016 l’attore italo-americano sarà nelle sale con “Il caso Spotlight”, film dedicato al team di giornalisti che nel 2002 rivelò al mondo una drammatica verità: la Chiesa cattolica aveva protetto e coperto decine di preti pedofili

    di Mauro Donzelli

    E’ un periodo d’oro per Mark Ruffalo, sempre più popolare per la sua capacità di rendere umani personaggi diversi come Hulk, nel carrozzone degli Avengers, o un padre bipolare, nel delizioso indieTeneramente folle. Adottato da molte donne come ideale di maschio, affascinante ma morbido, ha appena ottenuto la terza nomination all’Oscar per il ruolo di un giornalista che denuncia lo scandalo dei preti pedofili a Boston, ne Il caso Spotlight, in sala dal 18 febbraio.

    Un personaggio impegnato socialmente che gli somiglia molto, viste le sue battaglie ideali che lo portano spesso a manifestare la sua posizione, sulle strade americane come attraverso i social network. Non è sempre stato così, visti i tanti anni di provini falliti e piccoli ruoli, prima di consacrarsi come ospite fisso nei set di autori come Michael Mann, David Fincher Martin Scorsese o Bennett Miller. Anni difficili anche nella vita privata, con un tumore al cervello diagnosticato nel 2002, da cui ha recuperato in pieno, o la morte del fratello Scott, a casa sua, in seguito a un colpo di pistola partito in circostanze mai chiarite.

    Ruffalo è sposato dal 2000 con Sunrise, ex attrice, dalla quale ha avuto tre figli, che vivono con lui a New York. La coppia ha conquistato tutti allo scorso Festival di Venezia, per gli sguardi innamorati e i sorrisi entusiasti con cui si sono presentati in laguna. Io Donna ha avuto l’occasione di incontrare l’attore in una lunga chiacchierata, in cui ha confermato la sua grande gentilezza e capacità di suscitare empatia e genuino interesse in chi incontra.

    Un momento particolare nella sua carriera. Tutti l’amano, il pubblico, i critici.
    Il che è molto bello. La vivo come meglio non potrei. Si sta realizzando quello che sognavo quando, da ragazzo, ho deciso che volevo fare questo mestiere: avere una carriera originale, non limitata a un filone solo, potendomi muovere dentro e fuori dalle scatole in cui la gente vuole rinchiuderti, etichettandoti e limitandoti.

    Se lo gode ancora di più perché ha dovuto sudarselo questo successo? Le sono stati utili i tanti anni di gavetta
    Assolutamente. Mi mantengono sempre riconoscente e umile. È stata dura, e per molti anni. Ho lavorato tanto per migliorarmi come attore, per risultare diverso dalla mia personalità, visto che sono molto noioso [ride]. Tutto questo lavoro ha pagato e mi ha reso una persona più matura, capace di apprezzare le cose belle, ma mi ha anche concesso un ampio bagaglio di esperienze personali da utilizzare nel mio lavoro.

    Come descriverebbe l’industria del cinema, Hollywood?
    È come un’illusione, la proiezione di qualcosa che non esiste. È la confezione che contiene un prodotto. Una volta che la apri, allora la qualità di quello che ci trovi, dell’esperienza che ti regala, è tutto un altro discorso. Ci sono il junk food da una parte e il cibo biologico dall’altra, quello prodotto con amore, che ti regala un’idea del mondo. Il cinema è così: c’è il mercato del contadino e il grosso centro commerciale, pieno di colori brillanti e marche famose. Quando mangi non te ne frega niente dell’imballaggio. È così che vedo la mia industria.

    Il suo personaggio ha molta rabbia, lotta per una causa. In questo è simile a lei?
    Mike si interessa a molte tematiche sociali e come giornalista sa di poter riparare qualche torto, dando voce a persone che non ce l’hanno. In questo mi identifico. Un giornalista, come un attore noto, ha qualche possibilità di farsi ascoltare, di mandare in prigione i cattivi.

    Lo si dice talvolta a sproposito, ma Il caso Spotlight è veramente un film corale.
    Per me è l’ideale. Sono sempre nervoso quando un film è incentrato tutto su di me. Ognuno pensa che la vita sia solo ‘noi’, ma quando guardi dall’esterno ti rendi presto conto come non sia mai la storia di una sola persona. Anche quando sono il protagonista assoluto, penso sempre a me stesso come a un giocatore di squadra. Ti aiuta a restare lontano dai guai, visto che recitare bene vuole dire sublimare il proprio ego, porsi al servizio di qualcos’altro. La bravura di un attore è data dalle persone con cui recita ed è molto più divertente recitare con altri attori che guardarti riflesso in uno specchio.

    Lei ha frequentato una scuola cattolica, giusto?
    Sì, alle elementari.

    La storia raccontata nel film è tremenda, la sensazione è che sarebbe potuta accadere a qualsiasi ragazzo. Che sensazione le ha provocato, essendo oltretutto cresciuto in una scuola cattolica?
    Non è successo a me, né nella mia comunità, ma è pur vero che solo con il passare degli anni sempre più persone hanno trovato il coraggio di farsi avanti. La mia non era una tipica famiglia vittima di queste atrocità, ma sarei potuto crescere in una diversa, povera, con un padre assente. Sono loro le vittime di questa malattia della Chiesa. È sbalorditivo quante persone siano state colpite.

    Lo è anche che tutto sia stato nascosto.
    Da tutta la comunità, non solo dalla Chiesa; anche il Boston Globe stesso, all’inizio, la polizia, i politici, le grandi famiglie di potere della città, sono stati complici. La storia di questo film si potrebbe adattare ai partiti politici, alle nazioni, a ogni istituzione o comunità ideologica verso cui molta gente pone grande fiducia. Le persone tendono a guardare dall’altra parte; basti pensare alla guerra in Iraq o ai cambiamenti climatici. La gente diventa schiava di un’ideologia e chiude un occhio sulla realtà, anche quella che minaccia i nostri stessi figli, come la guerra in Vietnam, che ne ha sacrificati a migliaia. La parte triste è che non riguarda solo la chiesa, ma tutti; per questo è il momento giusto per ammettere le proprie colpe e iniziare il processo di guarigione di tutte le vittime, anche solo chi ha perso la fede a causa dei comportamenti della chiesa.

    Cosa pensa dovrebbe fare il Papa?
    Dovrebbe affrontare direttamente la questione, portando i colpevoli in tribunale, provvedendo a delle riparazioni. C’è molto che potrebbe fare, in una parola: giustizia. È il momento di utilizzare queste vicende per educare al meglio le persone, aiutandole a ritrovare la fede.

    Lei usa la sua notorietà per sensibilizzare riguardo a molte tematiche sociali, politiche o ambientali. Sente di dover dare qualcosa indietro?
    Sono stato fortunato. Penso che gli attori abbiano una voce particolare che viene ascoltata dalle persone. La possono usare per ottenere più soldi o per fare quello che ritengono giusto. La gente può dire cose terribili su di me o che sbaglio totalmente, ma sono convinto che il mio cuore sia nel posto giusto, e che questo è il modo con cui posso ridare al mondo la fortuna che ho avuto nella vita.

    Essere padre avrà contribuito.
    Certamente. È proprio da loro che sono partito, dalla volontà di farli vivere in un mondo migliore. Ti domandi quale sia l’eredità che lasci ai tuoi figli.

    Parlando di eredità, quale pensa sia quella del presidente Obama, ora che sta concludendo il suo mandato?
    La cosa triste di Barack Obama è che ha fatto nascere uno splendido movimento, radicato nella società civile, e poi gli ha voltato le spalle. Questa energia che ha creato è ancora viva, ma i suoi propagatori sono diventati più cinici. Sono molto rammaricato che non l’abbia veicolata in maniera propositiva, dimostrando di tenere a questa gente per cui l’elezione del primo presidente afro americano ha rappresentato la realizzazione di un sogno.

    Come attore cosa sta ancora cercando?
    Di non essere noioso. Sto finendo di lavorare agli Avengers, dopo due anni in cui ho lavorato in maniera quasi ininterrotta, stando spesso lontano dalla mia famiglia. Tutto quello che voglio ora è stare con loro per un po’.

    Diventare attore è stato per lei un modo per vincere la timidezza?
    Assolutamente. Nonostante abbia deciso presto di fare l’attore, non avrei mai immaginato di riuscire ad arrivare al punto in cui sono ora. La mia aspettativa era, al massimo, di diventare un buon caratterista e di mantenermi. Sono onesto dicendo che aspetto ancora che prima o poi un pianoforte mi cada in testa.

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

  • Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    18 dicembre 2015, sacerdote arrestato in un paesino della Piana di Gioia Tauro per abusi a carico di minori. 28 gennaio 2016, prete arrestato a Brindisi e condannato a tre anni e otto mesi di reclusioneper atti sessuali su minori. 11 febbraio 2016, un sacerdote tra gli undici arrestati con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e andando a ritroso la media è di un caso al mese, quantomeno per quelli che diventano di dominio pubblico.

    Gli abusi sono talmente tanti che a raccontarli non si rende l’idea della vastità del problema, motivo per cui la onlus Rete l’Abuso ha stilato una mappa che indica caso per caso gli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, raggruppando tutti quelli noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    È in questo contesto che arriva in sala un film potente e necessario, che dimostra ancora una volta che la settima arte, così come il giornalismo, sono un bene imprescindibile per la società civile. Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale, Il Caso Spotlight racconta la storia del team di giornalisti investigativi delBoston Globe soprannominato appunto Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto il capoluogo della contea di Suffolk con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, lasciando ai posteri una lezione del miglior giornalismo possibile, a cui oggi, specialmente in Italia, non siamo più abituati.

    L’avvio dell’indagine giornalistica e, nel film, della narrazione parte dall’arrivo nell’estate del 2011 di Marty Baron, a cui presta il voltoLiev Schreiber, atterrato da Miami per prendere le redini delGlobe. Senza indugiare un giorno il neodirettore incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi a cui si espongono mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, interpretato da un immenso Michael Keaton, i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) iniziano ad andare a fondo con le indagini sul caso.

    Non appena i giornalisti del team di Robinson iniziarono a parlare con l’avvocato delle vittime,Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, a intervistare gli adulti molestati da piccoli e a cercare di accedere agli atti giudiziari secretati, iniziò a emergere con sempre maggiore chiarezza che l’insabbiamento dei casi di abuso era ben più ampio e sistematico di quanto si potesse immaginare e che il fenomeno era molto più grave ed esteso.

    I più alti funzionari del clero, tra cui il Cardinale Law, arcivescovo di Boston, tentarono in tutti i modi di ostacolare il loro lavoro con svariate intimidazioni. Un disperato tentativo per non far pubblicare il dossier che, nonostante tutto, venne reso pubblico dal Globe nel 2002 e che scoperchiò letteralmente un vaso di Pandora, aprendo finalmente la strada a tante analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

    Presentato fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film diretto da Tom McCarthy è arrivato fino alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che l’ha visionato in una proiezione privata. La Commissione è quella istituita da Papa Francesco nel 2014, la stessa attorno cui i giorni scorsi si erano scatenate le polemiche per l’allontanamento di uno dei suoi componenti, Peter Saunders, a fronte delle durissime critiche al cardinale George Pell e perfino al Papa stesso, sulle politiche messe in campo per contrastare i reati di pedofilia. Ovviamente il Vaticano non ha rilasciato alcun commento ufficiale sul film, un motivo in più per andarlo a vedere, dal 18 febbraio al cinema.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/15/spotilight/2464642/