Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

    Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

    Il direttore del ‘Giornale’: ”In una circostanza analoga il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola”
    Bagnasco: ”Disgustoso l’attacco a Boffo”. Feltri: ”Non sono affatto pentito”

    Genova, 29 ago. (Adnkronos) – ”L’attacco fatto al dott. Boffo, direttore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave”. L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia, ha commentato così l’attacco del ‘Giornale’ al direttore di ‘Avvenire’, rinnovando a Boffo ”tutta la stima e la fiducia mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunita’ cristiane”.

    Da parte sua Vittorio Feltri, nel suo editoriale oggi su ‘Il Giornale’, intitolato ‘La rabbia dei moralisti smascherati’ , torna sul caso sollevato in merito al direttore di ‘Avvenire’ per ribadire la sua linea e sottolineare la sua indipendenza: ”Non sono affatto pentito”.

    ”Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perche’ contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque -scrive Feltri- Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioe’ che approvava la nostra iniziativa. Non c’e’ bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale puo’ essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma e’ libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi. Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle e’ nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola”.

    ”Abbiamo la certezza che questa faccenda non finira’ qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finche’ i moralisti speculeranno su cio’ che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro”.

    Feltri sottolinea ancora che Boffo ”non ha smentito una riga” di quanto pubblicato dal ‘Giornale’. E osserva: ”Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillera’) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile”.

    ”I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, e’ un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti”.

    ”La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarieta’ a Boffo; non poteva fare diversamente -aggiunge- Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deve riflettere sul da farsi”.

    Caso Boffo, i giovani di Cl
    “L’attacco è una porcata”
    OKNOtizie
    Dillo a un amico Testo piccolo Testo medio Testo grande | 29/08/2009 |
    L’attacco al direttore dell’Avvenire Dino Boffo è arrivato nei giorni del meeting di Rimini organizzato da Comunione e liberazione. E l’eco di quanto apparso sulla prima pagina del Giornale si è fatto sentire – e non poco – tra i giovani che hanno preso parte al tradizionale appuntamento. E che hanno preso di mira il direttore del quotidiano di via Negri, Vittorio Feltri, come testimoniane alcune dichiarazioni raccolte da uno degli inviati dell’agenzia Apcom.
    Un altro studente universitario, Fabio, non usa mezzi termini: “Personalmente non sopporto Feltri, ma l’ultimo attacco a Boffo, anche se fosse stato fatto da un altro, si commenta da solo. Fa pena il Giornale”.
    “Credo che sia tutto un fuoco di paglia – sentenza Anna, 23 anni, universitaria di Milano -. Credo che attacchino quelli che dentro la chiesa dicono cose scomode”. Vincenzo, di Torino, guida alle mostre del Meeting, è più deciso: “Quando non riesci a guardare al di là del tuo naso, dà fastidio quando qualcuno ricorda impegni e doveri anche di politici”. “Fanno molto riflette questi continui attacchi – aggiunge Gabriella, di Milano – ma poi pensando tra me e me, io sono sempre più consapevole della mia appartenenza religiosa”.
    Due ragazzi di Parma, sono sbrigativi, perché rischiano di perdere il treno. “Chiacchiera estiva? Non mi sembra – ragiona Andrea – perché è da anni che i giornali di sinistra e le elites che ci stanno dietro attaccano ingiustamente la chiesa e i suoi rappresentanti”. Quando poi gli ricordi che il Giornale è “di destra”, taglia corto: “Beh, di questa vicenda non ho letto…”.
    Sandra, invece, vuole fare la giornalista in futuro, per ora studia giurisprudenza: “E’ una porcata. Non so se il direttore di Avvenire sia omosessuale o abbia avuto relazioni con minorenni, perché si sentono tante voci… Ma sono convinto che non è necessario usare la privacy e la storia personale di uno per altri interessi politici”.

    http://www.libero-news.it/pills/view/19399

    MARIO ADINOLFI SCRIVE A VITTORIO FELTRI
    sabato 29 agosto 2009 15:54
    Lettera aperta a Vittorio Feltri di Mario Adinolfi, il giornalista che per primo si occupò del caso del direttore di Avvenire, Dino Boffo.

    29 agosto 2009

    Caro direttore,

    senza chiedere alcuna autorizzazione il tuo giornale si è appropriato di due miei scritti, uno del 20 settembre 2005 e uno immediatamente successivo alla pubblicazione del tuo scoop su Dino Boffo, pubblicandoli entrambi. Non me ne dolgo più di tanto, ho un minimo di profilo pubblico e quei testi erano pubblici, magari un filo di cortesia tra colleghi potrebbe sussistere, ma non è su questo che voglio tediarti. Voglio affrontare il nodo della questione che la rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire ha messo in evidenza ed è quello dei rapporti tra poteri in un contesto che vorremmo fosse sempre pienamente democratico.

    Ho dato subito atto a te e al tuo quotidiano di aver compiuto bene il vostro lavoro citando la sentenza del tribunale di Terni: è un fatto, una notizia, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex. Hai smascherato una clamorosa ipocrisia e hai raccontato anche qualcosa della magistratura italiana, cui mi ero rivolto nel 2005 per avere copia degli atti della sentenza, sentendomi rispondere per iscritto che a quegli atti non potevo accedere, anche se pubblici e l’articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere “chiunque vi abbia interesse”. Ma tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana.

    Ho notato che i tuoi articoli del giorno dopo, forse per via della difficoltà in cui si è trovato Berlusconi, utilizzano toni più soft, dirigendo la bastonatura addosso al direttore di Repubblica. Dino Boffo si difende, la stampa “libera” fa quadrato attorno a lui e nessuno che abbia provato un minimo di pena per quella povera donna martoriata e molestata per via della passione del direttore di Avvenire per il di lei marito. La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo “attenzionati” dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese.

    Io credo che la difesa d’ufficio di Boffo da parte della Chiesa italiana fosse inevitabile, mi preoccupa molto invece la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini. E qui veniamo al punto.

    Il tuo articolo che svela le ipocrisie di Boffo e della Chiesa è un articolo giornalisticamente meritorio, che però semplicemente non avresti scritto se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi, così come non avresti pubblicato le tette di Veronica mentre lei era la moglie formale ma silenziona del Cavaliere, così come non avresti pubblicato la storia di Ezio Mauro che compra l’appartamento a nero se quello stesso comportamento lo avesse avuto Niccolò Ghedini.

    Allo stesso tempo Repubblica non rivolgerebbe quelle stesse dieci insistenti domande all’ingegner De Benedetti e il Corriere della Sera e la Stampa evitano di dare risalto alla meritoria inchiesta di Maurizio Belpietro su Libero (ripresa anche da te) rispetto alla colossale evasione fiscale degli Agnelli. Ecco il nodo: ogni articolo, anche il giornalisticamente più valido, più capace di raccontare lo schifo ipocrita e profondo in cui sguazza ormai il nostro paese, si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione.

    Si strumentalizza tutto, tutto è bastone per picchiare la banda avversaria, la verità diventa concetto puramente pirandelliano, la confusione regna sovrana e l’impressione è che questa condizione sia l’angolo buio in cui si è ficcata la nostra democrazia.

    Sono preoccupato e non so neanche perché scrivo a te queste parole. Forse perché, lo devo ammettere con fastidio, mi sembra che la concorrenza fra le due principali testate vicine al Cavaliere sta generando un giornalismo molto aggressivo e quindi più capace di scoperchiare pentoloni purulenti che avvelenano da troppo tempo questo paese. Lo fai, lo fate, a senso unico e questo toglie validità al vostro lavoro ed è un peccato.

    Io credo invece che il lavoro di Repubblica da Casoria in poi, le tue prime pagine sull’ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana (che allontana tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede) ma anche sul ministro terrorista iraniano che detiene un potenziale atomico, l’inchiesta di Belpietro sugli Agnelli, tutti questi sforzi di raccontare la verità, se composti a mosaico raccontino davvero la fotografia della tragedia del nostro paese. Sono tutte inchieste di parte, però, viziate da una manina che strumentalizza e così perdono di valore.

    Forse però da questo angolo buio si può uscire. Con il giornalismo che faccia il giornalismo, la politica che faccia la politica, l’industria e la finanza che facciano l’industria e la finanza, partendo da un riconoscimento reciproco di legittimità e attendendo un’inchiesta dell’Espresso su un leader della sinistra e una tua sui festini spericolati di Berlusconi.

    Il tutto partendo da un principio: chi sceglie nella vita di avere un profilo pubblico ne deriva molti onori (soldi e potere, di solito), quindi deve accettare di esporre la propria vita al giudizio altrui. E’ inevitabile. Questo non significa sognare un’Italia in cui la classe dirigente sia composta da uomini irreprensibili, semplicemente significa lavorare per produrre una classe dirigente disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dei propri atti pubblici e anche di quelli privati con rilevanza pubblica, senza ricorrere alla ridicola arma del diritto alla riservatezza.

    Questa Italia diversa, meritocratica e responsabile, non omertosa e finalmente libera da logiche mutuate sostanzialmente dallo stile mafioso, si può costruire: non è un sogno, è un progetto possibile. Passa anche, forse soprattutto, attraverso noi giornalisti militanti, noi che amiamo con nettezza le idee di una parte politica e ci battiamo affinché prevalga. Forse proprio la nostra libertà potenziale è una chiave con cui spurgare il marcio di questo paese.

    Rendiamola libertà effettiva e coraggiosa. Non sarà un esercizio inutile.

  • USA. Abusi nel mondo della Chiesa. “Non meno di 40.000 casi”

    USA. Abusi nel mondo della Chiesa. “Non meno di 40.000 casi”

    Esce un libro sulla violenza sessuale nelle diocesi americane
    sabato 24 gennaio 2009 , di la Repubblica

    Cifre realistiche indicano tra i quaranta e i sessantamila casi negli Usa

    Una delle autrici del dossier ha assistito alle riunioni a porte chiuse dei vescovi

    Denunce che vengono dall´interno dell´area cattolica

    Non è il celibato in sé a favorire le pulsioni trasgressive

    Non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici ma la riflessione sull´istituzione e sulle vittime, in maggioranza ragazzi in età pre e post puberale

    di MARCO POLITI

    Le voci dall´inferno sono innumerevoli. «Accadde quando il sacerdote J. era chierichetto. Un giorno, dopo la messa, il prete si mise davanti a J. con il pene eretto e guidò le sue mani fino a raggiungere l´orgasmo… Quando entri in sacrestia, dopo aver servito messa, padre Bill ti dice che hai fatto un buon lavoro e tu sei felice e orgoglioso. Il tuo prete ti offre di aiutarti a sfilare la veste, scherzando. Ma appena l´ha sollevata, padre Bill la spinge sulla tua faccia con una mano mentre con l´altra si sbottona i pantaloni e si spinge dentro di te… Andai su e c´era il buon padre Donald, fumammo insieme (dell´erba) e poi mi fece delle proposte. Era la prima volta che qualcuno soddisfaceva me e mi piacque molto… Il dodicenne Julian fu abusato per tre anni da padre Scott, il quale gli aveva detto che per ricevere la cresima avrebbe dovuto partecipare a speciali sessioni di consulenza… All´età di cinque anni X cominciò ad essere prelevato da letto e portato sul divano del sacerdote (ospite dei genitori), che lo stendeva sopra di sé… I miei ricordi più terribili sono di noi due, io e padre Larry, che facciamo sesso nella mia stanza e dopo scendiamo al piano di sotto per cenare con la mia famiglia… La chiesa nella quale fui violentata era la stessa in cui i preti ascoltavano le confessioni, era la chiesa in cui tutti i figli della mia famiglia si sono sposati e alcuni nipoti battezzati, e in cui sono sepolti i miei genitori».

    Il panorama è devastante. Quando papa Ratzinger è stato in America nell´aprile scorso il nuovo cardinale di Boston, Sean O´Malley, lo ha fatto incontrare con un piccolo gruppo di vittime di abusi che portavano con sé un libriccino con i nomi di altri mille abusati. Mille. Proviamo a trasporre la cifra in una diocesi come Torino, Bologna o Genova. Mille casi nascosti, insabbiati, negati e poi faticosamente portati alla luce. Ma basta già lo scandalo esploso ora a Verona, dove decine di ex allievi di un istituto per sordomuti, ormai adulti, hanno denunciato abusi sistematici da parte di esponenti del clero avvenuti nell´arco di un trentennio, per mostrare ciò che può nascondersi dietro la facciata della normalità quotidiana.

    Le statistiche (come i processi) negli Stati Uniti sono impietose. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati. Ma tutti i poliziotti sanno che le statistiche dei furti sono per difetto, perché riguardano solo gli episodi denunciati. Lo stesso vale per gli abusi sessuali. E così le cifre realistiche indicano in quaranta-sessantamila i casi di violenza subiti da minori da parte di predatori in tonaca. La media dei preti diocesani coinvolti è del 4,3 per cento. Certe annate di ordinazioni sacerdotali hanno prodotto tassi specialmente alti di preti-predatori. Otto per cento nel 1963, nel ´66, nel ´70, nel ´74. Addirittura 9 per cento nel 1975.

    Atti impuri. La piaga dell´abuso sessuale nella Chiesa cattolica (a cura di Mary Gail Frawley-O´ Dea e Virginia Goldner, ed. Raffaello Cortina, pagg. 294, euro 20) non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici americani e portato alla bancarotta per risarcimenti più di una diocesi, ma è soprattutto un´analisi dell´istituzione in cui tutto ciò è potuto avvenire e una riflessione sugli individui colpiti, in maggioranza maschi tra gli undici e i diciassette anni nell´età pre o post-puberale, quando la psiche è maggiormente fragile. Riflessioni e denunce che vengono dall´interno stesso della Chiesa cattolica. Mary Gail Frawley-O´ Dea, una delle curatrici del dossier, è stata l´unica psicoterapeuta ammessa al vertice dei vescovi americani, quando a porte chiuse hanno discusso degli abusi sessuali. Hanno collaborato sacerdoti, religiosi, oltre ad esperti di problemi sessuali, docenti di religione e rappresentanti di altre confessioni cristiane.

    Dal dossier emerge un quadro di analisi sfaccettato. Non è di orientamento omosessuale la maggioranza dei colpevoli, ma è l´«opportunità» che favorisce i rapporti con maschi dello stesso sesso. Non è il celibato in sé – come astensione da relazioni sessuali – a favorire le pulsioni all´abuso, ma una concezione del celibato come «integrità» ossessivamente ideologizzata e come «purezza» contrapposta ad una sessualità considerata peccaminosa o di inferiore. Non è tanto questione di trasgredire divieti, ma di personalità che scoppiano perché educate a idealizzare il sacerdozio e che non reggono l´urto con il quotidiano. Del tutto falso, poi, è che questi episodi siano frutto dello spirito libertino contemporaneo, poiché da diciotto secoli la Chiesa ha sancito norme e punizioni (il più delle volte rimaste teoriche) per combattere il fenomeno.

    La vicenda non riguarda solo l´America, riguarda l´Italia, l´Irlanda, la Polonia, tutte le nazioni cristiane in misura variabile. L´America è solo il laboratorio di uno studio approfondito che interessa tutta la Chiesa. L´aspetto fondamentale è che le vittime sono «superstiti», carichi di ferite, segnati dall´orrore o dalla manipolazione della propria personalità. «Papa, funzionari del Vaticano e vescovi – scrive il domenicano Thomas Doyle – hanno mancato sistematicamente di accogliere le vittime come fratelli e sorelle in Cristo». Non è questione di brevi incontri dei papi con i «sopravvissuti» né di alcuni interventi, che condannano la mostruosità degli abusi. Il fatto è che finora né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI sono arrivati a riconoscere fino in fondo le responsabilità dell´istituzione ecclesiastica e le sue manovre di occultamento. Se l´ex arcivescovo di Boston, cardinale Bernard Law, colpevole di non aver perseguito immediatamente i preti predatori, limitandosi a trasferirli di incarico, viene poi nominato (da papa Wojtyla) arciprete di una delle basiliche più venerande della cristianità, Santa Maria Maggiore, per sistemare lo scandalo dei vertici, l´esempio è assolutamente negativo.

    Ancora di più pesa che la maggioranza dei vescovi non abbia saputo instaurare un rapporto umano con le vittime. Troppi vescovi, commenta il gesuita James Martin, hanno finito per anteporre alle vittime gli interessi dei preti violentatori.

    Lo si coglie dalle strategie di fuga sistematicamente messe in atto dalla Chiesa allo scoppio di uno scandalo. La vittima ha enormi difficoltà a farsi sentire, i «superiori» invitano al segreto, il primo riflesso è di trasferire i colpevoli in altra parrocchia, poi si accusano i media, infine si pensa che il risarcimento economico chiuda la vicenda, magari concentrando l´attenzione sulla Chiesa «ferita».

    Così rimane al centro l´istituzione e non la vittima. E invece gli abusi pongono interrogativi di fondo. E´ pronta la Chiesa a formare preti disposti a crescere con la propria comunità, ad ascoltarla, a considerarsi guide che «imparano» smettendo di autorappresentarsi in versione super-sacralizzata di «altro Cristo»? Il pastore che non è nutrito, sottolinea la pastora anglicana Anne Richardson, «divorerà la pecora».

  • Pedofilia. Diacono Andrea Tiloca da Rueglio (TO) condannato a 7 anni e 6 mesi. Il parroco lo difende

    Pedofilia. Diacono Andrea Tiloca da Rueglio (TO) condannato a 7 anni e 6 mesi. Il parroco lo difende

    Pedofilia: Andrea Tiloca, diacono e bidello di Rueglio, condannato a sette anni e mezzo.

    Il Giustiziere degli Angeli

    Anche oggi la notizia di una condanna per pedofilia. Anche oggi la notizia di 7anni e sei mesi di reclusione. Anche oggi la notizia non ci rende contenti perchè faremmo volentieri a meno di aver certezza che dei bambini sono stati oggetti di carne per qualcuno.

    E sapendo quanto durerà l’inferno per questi bambini, non sentiamo che giustizia è fatta con sette anni di carcere. Leggendo poi che un prete ha alzato la sua voce per difendere un pedofilo fà ancora più male: don Arnaldo Bigio doveva fare solo il prete e non il giudice ed aveva il dovere di pensare ai bambini. Ora cosà farà questo “Don” di turno? alzerà la sua voce ancora contro le vittime? Che razza di Chiesa è diventata questa? Da notare inoltre, in fondo all’articolo, che anche in questo caso non è mancata la “passeggiata romantica a lume di candela” (fiaccolata) ancora in favore dell’accusato. Che schifo!!

    Pedofilia: Andrea Tiloca, diacono e bidello di Rueglio, condannato a sette anni e mezzo.

    E’ stato condannato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di cinque minori
    Pedofilia, 7 anni al bidello di Vico
    IVREA 03/12/2008 – E’ stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione con l’accusa….

    di violenza sessuale nei confronti di cinque minori e al risarcimento di 30 mila euro alle famiglie, Andrea Tiloca, 36 anni, diacono ed ex operatore scolastico di Vico Canavese (Torino). La sentenza è stata emessa, questa sera, in Tribunale a Ivrea (Torino) al termine dell’udienza che si è svolta a porte chiuse davanti al collegio giudicante presieduto dal giudice Ivana Peila. La sentenza combacia con la richiesta del pm Frencesco Saverio Pelosi. I fatti risalgono al settembre 2006 quando Andrea Tiloca, difeso dall’avvocato Ferdinando Ferrero di Ivrea, lavorava come operatore scolastico alla scuola elementare di Rueglio (Torino), in Valchiusella.

    Ad accusarlo erano stati i genitori di tre bambini tra i 6 e 7 anni. All’epoca dei fatti il pm Pelosi, ascoltando le testimonianze dei cinque bimbi in un’udienza protetta, era riuscito a ricostruire il quadro delle violenze che il bidello aveva loro inflitto. Aveva così scoperto che la vittima prediletta del collaboratore scolastico era un piccolo di sei anni. Terminate le indagini, il gip Marco Tornatore aveva emesso l’ordinanza condannando il bidello agli arresti domiciliari. A testimoniare l’innocenza di Andrea Tiloca, lo scorso 22 febbraio, a Vico Canavese (Torino), il parroco del paese, don Arnaldo Bigio, e un centinaio di cittadini avevano organizzato una fiaccolata in difesa del bidello.

    Cronaca.Qui LINK: http://www.cronacaqui.it/news-pedofilia-7-…vico_15975.html

  • “Avevamo denunciato quel prete pedofilo”

    “Avevamo denunciato quel prete pedofilo”

    Padre Vittorio: don Pier non mi ha mai rivelato nulla – TORINO

    No. Non è vero. Sono tutte falsità. Don Bertagna ha perso completamente la testa. Credo che accusare me sia un modo per scaricare la sua coscienza, ha addirittura confessato trenta episodi di molestia, vuole liberarsi di un peso, evidentemente. Vuole tirare dentro tutti…».

    Padre Gian Vittorio Cappelletto, per i suoi fedeli semplicemente «il John», accetta di parlare per la prima volta. Aspetta sul portone di via Cernaia 44, davanti alla sede dei Ricostruttori nella Preghiera. Sandali neri e calze blu, lunga barba bianca da asceta. In ascensore schiaccia il bottone del terzo piano. «Sono giorni tremendi», mormora.

    Sa che nelle carte che condannano per pedofilia il suo sacerdote Pier Angelo Bertagna, lui ricorrere diverse volte. Non lo avrebbe allontanato pur sapendo. Quello che ancora Cappelletto non sa è che anche due genitori hanno firmato un verbale contro di lui. Entra nel suo ufficio, si siede dietro un quadro che raffigura Padre Pio. Ogni tanto si tiene ai braccioli della sedia.

    Padre Cappelletto, cosa sta succedendo?
    «Casco dal pero, sono stravolto, scioccato. Tutte queste accuse sono false, completamente inventate. I genitori non mi hanno mai messo al corrente delle violenze subite dai loro bambini, altrimenti sarei intervenuto subito. Ho saputo cosa faceva Bertagna quando ormai era troppo tardi».

    Quando, precisamente?
    «La notte prima del suo arresto. Eravamo all’abbazia di Farneta, ad Arezzo. Mi dice: “Questa donna mi denuncia”. “Per cosa?”, gli ho chiesto. Lui mi ha spiegato. Ha capito che era malato. Mi sembra di ricordare di aver cercato di parlare con quella donna. Forse le ho anche chiesto se poteva ritirare la denuncia».

    Voleva mettere tutto sotto silenzio?
    «Assolutamente no. Ho subito parlato con il Vescovo, anche lui è cascato dalle nuvole. Bertagna è stato immediatamente ridotto allo stato laicale».

    Ora dov’è?
    «Dopo la sentenza di primo grado, vive in una comunità di recupero per tossicodipendenti sul monte Amiata. Non l’ho più visto né sentito, mi hanno consigliato di comportarmi così».
    Padre Bertagna al pm: «Nella confessione ho detto tutto a padre Cappelletto». Cosa risponde?
    «Disgraziato. Non è vero, non me l’ha mai detto. Ripeto: mai. Se l’avessi saputo in quel contesto non avrei potuto denunciarlo. Ma mi sarei sicuramente fatto carico di una cosa così delicata. L’avrei rimosso, allontanato dai ragazzini, l’avrei fatto curare».

    I genitori?
    «Mentono. Non li ho mai visti».
    Cosa comporta questo inchiesta per i Ricostruttori?
    «È un danno enorme. Crediamo di essere una buona comunità, ci stanno tagliando le gambe».
    Come ricorda padre Bertagna?
    «Faceva la carità, coltivava fiori e li vendeva ai mercati. Era volenteroso, bravo, serio, un uomo grande e grosso, una bella persona: sono stato io a chiedergli di unirsi a noi. In seminario si è comportato perfettamente, ha ricevuto lodi da tutti. Ora si è autoaccusato di trenta casi di pedofilia. Sono sconvolto. Mi ha ingannato».

    Il segreto confessionale, anche quando si tratta di pedofilia, e quindi con il pericolo di reiterazione dei reati, può essere infranto?
    «Assolutamente no. Non ci sono dubbi. Però i sacerdoti devono consigliare o indurre le persone a lasciare gli incarichi e farsi curare».

    http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200809articoli/8185girata.asp

  • “Avevamo denunciato quel prete pedofilo” Due famiglie accusano padre Cappelletto di avere taciuto

    “Avevamo denunciato quel prete pedofilo” Due famiglie accusano padre Cappelletto di avere taciuto

    MASSIMO NUMA e NICCOLO’ ZANCAN TORINO

    Lui sapeva. Così hanno denunciato due genitori. Così ha ripetuto diverse volte don Pier Angelo Bertagna, condannato dal gup di Arezzo per otto casi di pedofilia. Lui sapeva ma non avrebbe fatto niente. Così un’indagine partita da lontano deflagra a Torino.

    Perché lui è Gian Vittorio Cappelletto, 81 anni, gesuita, fondatore dei Ricostruttori nella Preghiera, gruppo storico con sede in via Cernaia e via Bardonecchia. Cinquemila fedeli in Italia, moltissimi simpatizzanti. Tutti, va detto subito, pronti a difendere e testimoniare l’onestà del loro padre spirituale. Ma per quanto ancora da verificare, le accuse sono precise. Drammatiche.

    Hanno messo in allarme gli investigatori torinesi che da anni tengono sotto osservazione il “fenomeno ricostruttori”. Mentre il pm di Arezzo Ersilia Spena, che dal 2005 indaga sui presunti casi di abusi sessuali nelle comunità aretine (trenta violenze confessate, otto accertate in primo grado), ha trasferito gli atti alla procura di Perugia. Perché lì risiedono i genitori di una delle vittime di Pierangelo Bertagna, quelli che hanno chiamato in causa il gesuita di Torino. Dopo aver raccolto le confidenze del figlio dodicenne sulle molestie subite, hanno messo a verbale: «Abbiamo informato padre Cappelletto. Il sacerdote era stupito e sorpreso della nostra narrazione, come se fosse accaduto realmente per la prima volta… Ci ha chiesto che intenzioni avessimo e noi, con l’assicurazione che lui ci dava di curare Pier Angelo, declinavamo l’idea di fare denuncia».

    Una famiglia di origine belga. «Quando abbiamo saputo di Bertagna, siamo subito andati ad avvisare padre Cappelletto e padre Lanfranco Rossi, quest’ultimo responsabile del movimento romano. In entrambi i casi ci è stato detto di “non farne parola con nessuno”. Abbiamo abbandonato il gruppo ma non è stato preso alcun provvedimento nei suoi confronti. L’hanno lasciato a contatto con i bambini, omettendo di avvisare i genitori sulle sue tendenze…». Ancora gli stessi genitori: «Ricordiamo di avere fatto delle confidenze anche a don Lanfranco dei Ricostruttori, dicendogli però che già tutto era stato detto a padre Cappelletto e questi non diceva nulla. Non si trattava di una confessione ma di una confidenza sommaria. A lui non spiegavamo i particolari precisi come a don Cappelletto».

    Sul ruolo dei superiori gerarchici di don Bertagna, difeso dall’avvocato Annalise Anania, ci sono i verbali dello stesso sacerdote reo-confesso. In sostanza, una conferma indiretta alle segnalazioni delle famiglie. Il pm lo incalza: «Ne ha parlato con il padre spirituale?». Risposta: «Sono confuso… Io ricordo di averne parlato con il padre, non so proprio se in questa occasione, però la mia difficoltà è che ne abbiamo parlato in un ambito di confessione, è quello che la Chiesa chiama il foro interno per cui mi diventa veramente difficile…». Comunque, osserva il pm, anche se in confessione, lei ne ha parlato? «Sì». Bertagna non ricorda in quale occasione ma, sia pure in modo vago, rammenta di essersi «confessato». Il pm: «Don Cappelletto oltre a essere il suo padre spirituale è anche il suo confessore abituale?». Bertagna: «In qual caso lì parlavo proprio di don Cappelletto».

    Poi il magistrato si informa sul carattere della segretezza della confessione, cioè quando si possono violare le norme teologiche, ma l’ex sacerdote non è in grado di stabilire un principio preciso. La domanda cruciale del pm: «Mai parlato con nessuno al di fuori del foro, cioè fuori dal segreto della confessione?». Riposta di Bertagna: «No, fuori dal segreto della confessione, no. Ho seguito le indicazioni del padre spirituale, non ricordo in quale confessione». In un altro serrato confronto, l’ex parroco di Farneta, è più preciso: «Ricordo di averne parlato con Cappelletto nell’ambito della segretezza della confessione». Infine, lo stesso concetto, è espresso in questo modo: «Ne ho parlato a lungo anche con altri confessori, ma solo nel segreto della confessione».
    Lui li chiama «toccamenti». Ma questo è il capo di imputazione: «Per aver compiuto su … e altri minori atti sessuali consistiti nel denudarli, palpeggiarli, masturbarli, farsi masturbare ed in alcuni casi aver anche rapporti orali attivi e passivi, con l’aggravante di aver commesso fatti con minori a lui affidati per ragioni di istruzione e vigilanza, alcuni dei quali non avevano ancora compiuto gli anni dieci».

    Bertagna spiega al pm l’incipit della sua malattia: «Sono stato fatto oggetto di reati simili all’età di 3,4 anni… Ho proprio perso me stesso, non so, non capisco chi sono… Vorrei che qualcuno mi aiutasse, vorrei proprio rimettere in ordine il passato, però credo di poter dare ancora qualcosa nel mio futuro».

    http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200809articoli/8179girata.asp

  • Rivalta, il parroco finisce nella bufera

    Rivalta, il parroco finisce nella bufera

    Una brutta storia, fatta di sospetti e di accuse. Di un prete modello che in meno di un anno si trasforma in un orco.

    E di due lettere: una anonima in cui si parla di un parroco «accusato di pedofilia dal paese» e una firmata da sei persone tra genitori e animatori inviata alla Curia, in cui si raccontano circostanze ed episodi se non altro dubbi avvenuti durante un campo estivo con bambini degli ultimi anni delle elementari.

    Al centro della vicenda è l’ ormai ex parroco di Rivalta, paese di 18mila abitanti alle porte di Torino: don Marco Varello, 62 anni, arrivato a ottobre di un anno fa nella parrocchia di Santi Pietro e Andrea Apostoli dopo l’ esperienza a Moncalieri, nella chiesa del Beato Bernardo di Borgo Aie. Don Marco a metà agosto è andato via dalla parrocchia di Rivalta.

    E il suo addio frettoloso non ha fatto altro che infiammare i commenti che da mesi si accavallavano sul suo conto. Sul suo atteggiamento così amorevole, forse troppo, nei confronti dei ragazzi dell’ oratorio. Il sacerdote ha preso due o tre mesi per riposarsi e uscire da questa vicenda e quando tornerà prenderà posto come cappellano all’ ospedale San Luigi di Orbassano. Un gesto che ha dato sollievo a chi aveva mosso le accuse di molestie nei confronti di alcune bambine durante un ritiro avvenuto a luglio a Valperga, nel Canavese, nella casa natale di don Marco.

    Il sacerdote l’ aveva ristrutturata e adibita a dimora per i gruppi parrocchiali di 15-20 ragazzi, così da consentire quote di partecipazione più leggere per le famiglie. E proprio in quella casa avrebbe compiuto alcuni gesti considerati gravemente equivoci. Ricostruire la realtà dei fatti non è facile. Dai racconti dei compaesani che da mesi si rincorrono di bocca in bocca emergono alcuni particolari che si prestano a interpretazioni diverse. Una mano sul costume da bagno per accertarsi che la bambina non fosse bagnata e non prendesse freddo. Un bacio della buonanotte dato su una caviglia.

    Una mano infilata nella cintola durante un gioco a squadre. Un modo di fare che ha indotto alcune ragazzine a vedere in certi atteggiamenti un che di sbagliato e di morboso, tanto da raccontarlo alla mamma non appena tornati. E nel giro di pochi giorni arrivare alla comunicazione alla Curia e alle dimissioni del prete. «Ho conosciuto don Marco a Moncalieri – racconta don Martino – e ho lavorato con lui per due anni, ma ci vediamo ancora quando lui viene qui a Valperga. è una persona straordinaria, affettuosissima con i ragazzi ma sempre molto corretta. è davvero amareggiante sapere che qualcuno possa aver frainteso il suo atteggiamento. Ed è spiacevole per noi preti non poter dare un sincero abbraccio a un ragazzo per colpa di tante cose che vengono dette su di noi».

    La Curia non commenta la vicenda, ma in realtà le dimissioni di don Varello dalla carica di parroco a Rivalta erano già state annunciate all’ inizio dell’ estate, a fine giugno. Ben prima che si formalizzassero accuse circostanziate nei confronti del sacerdote. Perché il rapporto con i parrocchiani, almeno con alcuni, già prima dei fatti contestati non era buono. «Di questa vicenda non intendo parlare», ha detto al telefono don Marco Varello. «Non so cosa pensare – racconta una mamma – io non mi sono mai accorta di nulla di strano, nonostante frequenti la parrocchia. Però le voci corrono e alcune accuse sono precise». E un’ altra: «Don Marco è stato poco con noi, ma da quello che ho visto nei ritiri era una persona molto attiva e molto presente, quasi apprensiva. Sembrava più una mamma che un papà».

    – FEDERICA CRAVERO

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/09/18/rivalta-il-parroco-finisce-nella-bufera.html

  • Lombardore: Don Pierpaolo Mologni accusato di pedofilia, migliaia di foto nel pc

    Lombardore: Don Pierpaolo Mologni accusato di pedofilia, migliaia di foto nel pc

    Una brutta storia venuta alle luce grazie alle testimonianze di due famiglie di adolescenti che sarebbero stati molestati dal parroco.

    Don Pierpaolo Mologni, 60 anni, parroco di Lombardore, avrebbe, secondo la sobria titolazione di Cronaca Qui, “masturbato bambini all’oratorio”.

    Nel suo pc gli inquirenti hanno ritrovato migliaia di foto e diversi filmati dal contenuto pedopornografico:

    Secondo quanto denunciato da alcune vittime del parroco direttamente ai carabinieri, don Pierpaolo era solito compiere i suoi gesti osceni presso la sua abitazione, dietro la chiesa di Lombardore. Con i più “svegli” si limitava a delle carezze. Con altri, di età compresa tra i 13 e i 15 anni, esagerava. Se loro non si ritraevano, in un attimo saltava fuori la macchina fotografica. E giù di foto osè, con i bimbi in posizioni inequivocabili, magari con indosso il costumino di Tartan che il parroco 60enne aveva appositamente confezionato per le sue piccole vittime.

    La Procura di Torino ha curato l’inchiesta che avrebbe dovuto portare all’arresto del parroco orco di Lombardore: ma non accadrà nulla del genere. Il nostro è in coma all’Ospedale di Ivrea. Titolo pesantuccio, quello di Cronaca Qui.

  • Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

    Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

    Le ho già sentite queste frasi! molte volte! Ci sono sempre dei malvagi, secondo i sacerdoti accusati di pedofilia ed i loro difensori, che ordiscono e tramano per distruggere loro e la chiesa! per ora leggiamo le parole di Don Mologni ma certamente poi leggeremo…è un complotto, gente invidiosa, io lo conosco bene, chi lo risarcirà del torto subito?, è innocente!… ed alle vittime toccherà altro fango!!

    La storia infinita!!

    Le parole del sacerdote di Lombardore accusato di abusi sessuali
    Don Mologni: «Infangato da uomini malvagi, ho fiducia nella giustizia»

    IVREA 25/07/2008 – Si dichiara innocente, don Pierpaolo Mologni, il parroco di Ozegna accusato di pedofilia. Ma dichiara anche di aver fiducia nella giustizia.

    In clinica
    Ieri pomeriggio il sacerdote ha lasciato l’ospedale di Ivrea – dove fino all’altro giorno era ricoverato in rianimazione – ed è stato trasporto alla Casa del Clero, dove è attualmente ricoverato.

    Una delle ultime persone ad averlo incontrato è stato il suo difensore, l’avvocato Elio Guglielmino del foro di Ivrea.
    L’avvocato Guglielmino ha trovato l’anziano parroco molto provato ed in condizioni di salute precarie, ma fermo del respingere tutte le accuse che gli verrebbero mosse.

    Anche oggi il prevosto ha respinto ogni addebito: «Sono estraneo ad ogni fatto che mi vene addebitato dalla Procura di Torino. Anzi non sono ancora a conoscenza dei motivi veri di queste falsità e della fonte da cui possono venire simili e gravi accuse. Di tutto il materiale che io avrei avuto non so proprio cosa dire, non ho mai conservato fotografie pedopornografiche di bambini. Nella mia vita – prosegue don Pierpaolo – credo di non aver mai commesso alcunché di delittuoso ma confido serenamente nel corso della giustizia, sono fermamente convinto di uscire da questa brutta storia nel migliore dei modi perché non ho commesso gli atti di cui mi si accusa».

    Dichiarazioni di una certa e completa innocenza ed estraneità ai gravi fatti addebitategli, una posizione nettamente antitetica a quanto emergerebbe, invece, dai fascicoli di indagine.

    «Sono falsità – ha ripetuto il sacerdote – io non ho mai toccato un bambino in vita mia e credo che certe cose siano venute fuori per la malvagità di certi uomini. Io sono un uomo di Chiesa e se devo sopportare questo Calvario, lo faccio con la serenità di chi sa di non aver commesso alcunché. E fin d’ora dico – ha voluto concludere il parroco di Ozegna – che perdono coloro che hanno orchestrato questa dolorosa calunnia».

    La curia
    Nel frattempo la curia vescovile eporediese si è affrettata a diffondere un comunicato stampa, attribuito direttamente al vescovo Miglio e concordato con il cardinal Bertone, nel quale si prendono decise distanze dal sacerdote indagato. «Sorpresa e sofferenza hanno destato le accuse rivolte ad un sacerdote della nostra diocesi – scrive il presule, quasi per allontanare da sè il sospetto che la vicenda di don Pierpaolo fosse in qualche modo già nota in ambienti ecclesiastici -, circondato dalla stima e dall’affetto di molti che lo conoscono, al quale tutti esprimiamo gratitudine per il bene compiuto e vicinanza in questo particolare momento».

    Miglio si rivolge ai giudici e alle vittime del “presunto” prete pedofilo: «Esprimiamo fiducia nella magistratura per il suo delicato compito, vicinanza e solidarietà alle persone, specialmente se minori, per quanto possono aver patito in questa vicenda». E poi la “stoccata” finale: «È molto vivo in tutti noi l’eco delle parole pronunciate da Benedetto XVI sia nel recente viaggio negli Stati Uniti, sia in Australia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù appena conclusasi» e cioè: «I preti pedofili devono essere condannati».

    Sotto accusa i tribunali ecclesiastici
    Per i pedofili in parrocchia niente galera, soltanto l’esilio
    TORINO 25/07/2008 – Sulla pedofilia Sua Santità l’ha detto chiaramente: «I sacerdoti che si macchiano di questa vergogna devono essere condannati». Papa Benedetto XVI l’ha detto solo pochi giorni fa, durante le Giornate mondiali della gioventù a Sidney. Ma l’interrogativo che ci si pone è se questi sacerdoti debbano essere condannati dalla magistratura ordinaria o da quella del Vaticano.

    L’ultimo sacerdote condannato da un tribunale piemontese è stato don Roberto Volaterra, giovane parroco di Castagnole Piemonte, arrestato quattro anni fa con l’accusa di violenza sessuale: molestie e attenzioni morbose per una ragazzina di 11 anni, che avrebbe dovuto aiutare a fare i compiti. Tempo dopo lo stesso sacerdote avrebbe confessato tutto: «Ero innamorato di lei». Poi, nel luglio del 2005, il patteggiamento a un anno e otto mesi di reclusione e 45mila euro di risarcimento alla famiglia della piccola. Ma don Volaterra non è mai andato in prigione: grazie alla sospensione condizionale. E così, lasciata la parrocchia di Mirafiori dove aveva scontato i domiciliari, ha raggiunto la nuova destinazione scelta per lui dall’arcivescovo di Torino, il cardinale Poletto: una comunità gestita dalla Congregazione di Gesù sacerdote dei Padri Venturini a Trento. Non dice più messa, è ovvio, ma è ancora un prete. Il Concilio di Trento, infatti, ha stabilito chiaramente l’impossibilità del ritorno alla condizione di laico.

    Stessa sorte – patteggiamento ed esilio – era toccata a padre Domenico Marcanti di Alessandria: tre anni di reclusione la condanna per abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzini del doposcuola.

    In ciascuno di questi casi, come è naturale, le rispettive diocesi avevano «fatto quadrato», mirando a difendere l’integrità e la bontà del mondo sacerdotale dall’infamia del comportamento di pochi. Teoricamente, però, oltre alla condanna in tribunale, questi sacerdote avrebbero dovuto rendere conto alla legislazione ecclesiastica. Ed è qui il vero nocciolo del problema. Il Tribunale Vaticano, infatti, è segnato dai processi lumaca.
    Solo l’anno scorso una inchiesta del settimanale “Panorama” aveva svelato i problemi della giustizia d’Oltretevere. In pratica nel giro di sei anni, al Tribunale Ecclesiastico sono giunti un migliaio di segnalazioni di casi di pedofilia e abusi sessuali da ogni parte del mondo. Ma solo una decina sono i processi avviati. Anche in virtù della lentezza della macchina giuridica che deve occuparsi di raccogliere informative da tutto il mondo, svolgere accertamenti, redigere voluminosi dossier. Processi e sentenze sono poi coperti dal più totale segreto. Le pene che possono essere comminate vanno dalla sospensione del sacerdote, alla dimissione – molto rara – per l’abuso sessuale, fino alla scomunica «latae sententiae» prevista per chi si macchia di complicità, ossia assolve la persona con cui ha avuto rapporti sessuali dal peccato di atti impuri.

    Andrea Monticone – CronacaQui

    Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

  • Rivalta (TO). Don Marco Varello accusato di pedofilia. Trasferito

    Rivalta (TO). Don Marco Varello accusato di pedofilia. Trasferito

    Federica Cravero – Dopo le dimissioni, alcune famiglie scrivono al vescovo: “Molestie alle nostre figlie”. Gli episodi si sarebbero verificati durante un campo estivo Una brutta storia, fatta di sospetti e di accuse. Di un prete modello che in meno di un anno si trasforma in un orco.

    E di due lettere: una anonima in cui si parla di un parroco «accusato di pedofilia dal paese» e una firmata da sei persone tra genitori e animatori inviata alla Curia, in cui si raccontano circostanze ed episodi se non altro dubbi avvenuti durante un campo estivo con bambini degli ultimi anni delle elementari.

    Al centro della vicenda è l´ormai ex parroco di Rivalta, paese di 18mila abitanti alle porte di Torino: don Marco Varello, 62 anni, arrivato a ottobre di un anno fa nella parrocchia di Santi Pietro e Andrea Apostoli dopo l´esperienza a Moncalieri, nella chiesa del Beato Bernardo di Borgo Aie.

    Don Marco a metà agosto è andato via dalla parrocchia di Rivalta. E il suo addio frettoloso non ha fatto altro che infiammare i commenti che da mesi si accavallavano sul suo conto. Sul suo atteggiamento così amorevole, forse troppo, nei confronti dei ragazzi dell´oratorio. Il sacerdote ha preso due o tre mesi per riposarsi e uscire da questa vicenda e quando tornerà prenderà posto come cappellano all´ospedale San Luigi di Orbassano.

    Un gesto che ha dato sollievo a chi aveva mosso le accuse di molestie nei confronti di alcune bambine durante un ritiro avvenuto a luglio a Valperga, nel Canavese, nella casa natale di don Marco. Il sacerdote l´aveva ristrutturata e adibita a dimora per i gruppi parrocchiali di 15-20 ragazzi, così da consentire quote di partecipazione più leggere per le famiglie. E proprio in quella casa avrebbe compiuto alcuni gesti considerati gravemente equivoci.

    Ricostruire la realtà dei fatti non è facile. Dai racconti dei compaesani che da mesi si rincorrono di bocca in bocca emergono alcuni particolari che si prestano a interpretazioni diverse. Una mano sul costume da bagno per accertarsi che la bambina non fosse bagnata e non prendesse freddo. Un bacio della buonanotte dato su una caviglia.

    Una mano infilata nella cintola durante un gioco a squadre. Un modo di fare che ha indotto alcune ragazzine a vedere in certi atteggiamenti un che di sbagliato e di morboso, tanto da raccontarlo alla mamma non appena tornati. E nel giro di pochi giorni arrivare alla comunicazione alla Curia e alle dimissioni del prete. «Ho conosciuto don Marco a Moncalieri – racconta don Martino – e ho lavorato con lui per due anni, ma ci vediamo ancora quando lui viene qui a Valperga. È una persona straordinaria, affettuosissima con i ragazzi ma sempre molto corretta. È davvero amareggiante sapere che qualcuno possa aver frainteso il suo atteggiamento. Ed è spiacevole per noi preti non poter dare un sincero abbraccio a un ragazzo per colpa di tante cose che vengono dette su di noi».

    La Curia non commenta la vicenda, ma in realtà le dimissioni di don Varello dalla carica di parroco a Rivalta erano già state annunciate all´inizio dell´estate, a fine giugno. Ben prima che si formalizzassero accuse circostanziate nei confronti del sacerdote. Perché il rapporto con i parrocchiani, almeno con alcuni, già prima dei fatti contestati non era buono.

    «Di questa vicenda non intendo parlare», ha detto al telefono don Marco Varello. «Non so cosa pensare – racconta una mamma – io non mi sono mai accorta di nulla di strano, nonostante frequenti la parrocchia. Però le voci corrono e alcune accuse sono precise». E un´altra: «Don Marco è stato poco con noi, ma da quello che ho visto nei ritiri era una persona molto attiva e molto presente, quasi apprensiva. Sembrava più una mamma che un papà».(18 settembre 2008)

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Rivalta-il-parroco-finisce-nella-bufera/2041327