Wojtyla e l’allora cardinale Ratzinger conoscevano le denunce a carico del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel Degollado, ma hanno taciuto per anni. In un libro, adesso anche in Italia, i documenti segreti
DI TOMMASO CERNO
L’amicizia traGiovanni Paolo II eMarcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. E quell’ombra che s’allunga sul pontefice santo, accusato di avere ignorato per troppo tempo denunce, documentazioni, testimonianze che accusavano il sacerdote messicano di stupri su minorenni. Documenti segreti che sono stati pubblicati in Spagna, in un libro “La volontà di non sapere” stampato in poche migliaia di copie nel marzo 2012 e i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori. E tradotto in italiano dal professor Tommaso Dell’Era. Ne parla per la prima volta Federico Tulli nel suo nuovo libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’asino d’oro, pp. 273, euro 18).
Un capitolo è dedicato, infatti, alla santificazione di Karol Wojtyla, il 27 aprile scorso, e ai punti oscuri del suo pontificato. Uno su tutti, secondo Tulli, è racchiuso proprio in quelle pagine spagnole che Dell’Era ha tradotto e recensito. Ma di cui in Italia nessuno parla. Si dà conto per la prima volta dei “documenti segreti e inediti da cui emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane a cominciare da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con il fondatore dei Legionari di Cristo, il sacerdote messicano”, scrive Tulli. Otto pagine sono dedicate, dunque, alle carte spagnole e alle riflessioni di Dell’Era, che analizza il comportamento dell’allora pontefice Giovanni Paolo II e del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto per la Dottrina della fede, partendo da un dato di cronaca. Tra il 1997 e il 1998, infatti, in Vaticano giunsero varie denunce ufficiali e dirette dei comportamenti di Maciel.
Due fra tutte: uno degli autori del testo spagnolo José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, si reca a Roma per presentare all’ex Santo Uffizio la denuncia contro il sacerdote messicano, dei cui comportamenti era stato testimone diretto. L’anno successivo un altro degli autori del testo spagnolo, Alberto Athie, scrive a Ratzinger e racconta della propria esperienza “che lo condusse ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel”, scrive ancora Tulli.
L’appello video consegnato a Papa Francesco da donne e uomini che quando erano minori hanno subito abusi da parte preti pedofili: “Chiediamo solo che Bergoglio ci dia delle risposte e faccia giustizia”
Eppure la risposta del cardinale non arriva. E quando finalmente giunge una lettera, i contenuti non sono di condanna. Omertà? Amicizia? Prudenza istituzionale? Fatto sta che la Chiesa nulla farà fino al 2005, poco prima dell’elezione a pontefice di Ratzinger, quando per la prima volta l’allora cardinale – pur con ritardo – apre la procedura degli interrogatori e avvia le verifiche sul caso denunciato da Barba e Athie. Pochi giorni prima di salire al soglio di Pietro.
Quasi un atto dovuto visto che ormai lo scandalo pedofilia stava travolgendo la Chiesa. Eppure, secondo Tulli e Dell’Era, quel ritardo non è casuale. «Quello che per ora rimane, oltre a tutte le numerose testimonianze, sono le inaccettabili manifestazioni di lode e plauso che circondarono Maciel fino a pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2008: quelle di Giovanni Paolo II, che nel 1994 in occasione del cinquantenario della sua ordinazione, lo definì una guida efficace per coloro che lo seguirono», puntualizza il professore. Oppure di Tarcisio Bertone, il quale addirittura nel 2004, quando ormai le denunce erano pubbliche, “scrisse una prefazione a un libro-intervista al sacerdote, lodandolo per la sua dedizione alla Chiesa e il suo amore per Cristo (in cui, ad esempio, afferma che la chiave di questo successo è, senza dubbio, la forza di attrazione dell’amore di Cristo, che ha spinto sempre padre Maciel e la sua opera a non lasciarsi vincere dalle avversità, che non sono mancate nella loro storia). O ancora del papa polacco, che il 31 gennaio 2005 inviava un messaggio ai Legionari in cui esaltava l’opera di Maciel «contrassegnata dalla formazione della gioventù in solidi principi cristiani e umani».
Un video di 8 minuti per chiedere giustizia. Lo hanno inviato ieri a papa Francesco 17 donne e uomini che hanno subito abusi e violenze da parte di preti e religiosi. L’iniziativa è stata promossa dalla rete L’Abuso, l’associazione che da anni aggrega e difende le vittime dei preti pedofili in Italia.
«Vogliamo solo giustizia», «chiediamo che Bergoglio ci dia delle risposte e faccia giustizia», ripetono nei loro brevissimi video messaggi le 17 vittime. C’è Giada Vitale, 18 anni, abusata da un prete da quando aveva 13 anni fino ai 16, che chiede a papa Francesco perché non ha risposto alla sua lettera che gli ha consegnato personalmente. Erik Zattoni, 32enne, nato da un abuso subito dalla madre da don Pietro Tosi, come riconosciuto dal test del dna, che domanda come mai quel prete – ora morto – non sia nemmeno stato dimesso dallo stato clericale. E poi ci sono otto ex ospiti dell’Istituto per sordomuti “Provolo” di Verona che, insieme ad altre decine di ragazze e ragazzi accolti al “Provolo”, hanno subito abusi e violenze da parte di 26 preti e fratelli laici fra gli anni ’50 gli anni ‘80, come stabilito anche da una commissione di inchiesta voluta nel 2009 dal Vaticano e presieduta da Mario Sannite, ex presidente del tribunale di Verona. «Inizialmente la Curia dichiarò che non avrebbe dato importanza alla prescrizione, ma poi, forse visti anche i risultati dell’inchiesta, ritrattò», rileva la rete L’Abuso. Di quei 26 preti e religiosi, 12 sono deceduti. I restanti 14 sono impuniti, molti – prescritti – sono ancora preti e vivono tuttora al Provolo, altri invece sono stati trasferiti nella succursale argentina dell’istituto, con sede a La Plata.
«La nostra vuole essere una denuncia pacata ma netta, perché nessuno di noi ha ricevuto risposte. Sembra che papa Francesco stia facendo molto per le vittime della pedofilia, ma dal nostro punto di vista non è cambiato nulla», spiega Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso. La denuncia alle autorità civili e alla magistratura resta, per Zanardi, l’unico strumento veramente efficace di giustizia e di risarcimento per le vittime. Ed è un passo che le autorità religiose non intendono fare. «L’istituzione ecclesiastica nel migliore dei casi avvia un processo canonico nei confronti del prete pedofilo – aggiunge – e la pena più severa è la dimissione dalla stato clericale. In questo modo, secondo noi, la Chiesa risolve il “suo” problema, perché allontana da sé chi ha sbagliato. Ma se non c’è l’intervento della magistratura, non si può dire che giustizia sia stata fatta. Perlomeno dal punto di vista delle vittime. E a questo proposito, il fatto che le Linee guida antipedofilia della Cei, rese note poche settimane fa, non prevedano per i vescovi un obbligo stringente di denuncia alla magistratura ma solo un generico “dovere morale di contribuire al bene comune” ci sembra un fatto gravissimo».
La Congregazione per la dottrina della fede – ha comunicato qualche giorno fa monsignor Silvano Tomasi al Comitato Onu sulla Convenzione contro la tortura – fra il 2004 e il 2013 ha ritenuto attendibili 3.420 casi di abuso su minori commessi tra gli anni ’50 e gli anni ’80. I preti dimessi dallo stato clericale sono 848, mentre 2.572 sono stati puniti dalla Santa Sede con «altre misure canoniche e disciplinari». «Ma questi numeri non valgono per l’Italia, dove le vittime non hanno ricevuto nessun sostegno», dice Zanardi, che annuncia: «Nelle prossime settimane presenteremo un dossier all’Onu con i casi di 150 preti italiani condannati in via definitiva per abuso e violenze sessuali su minori. Ma se consideriamo anche i prescritti e quelli in attesa di giudizio il numero aumenta notevolmente».
Un video di 8 minuti per chiedere giustizia. Lo hanno inviato ieri a papa Francesco 17 donne e uomini che hanno subito abusi e violenze da parte di preti e religiosi. L’iniziativa è stata promossa dalla rete L’Abuso, l’associazione che da anni aggrega e difende le vittime dei preti pedofili in Italia.
«Vogliamo solo giustizia», «chiediamo che Bergoglio ci dia delle risposte e faccia giustizia», ripetono nei loro brevissimi video messaggi le 17 vittime.
C’è Giada Vitale, 18 anni, abusata da un prete da quando aveva 13 anni fino ai 16, che chiede a papa Francesco perché non ha risposto alla sua lettera che gli ha consegnato personalmente. Erik Zattoni, 32enne, nato da un abuso subito dalla madre da don Pietro Tosi, come riconosciuto dal test del dna, che domanda come mai quel prete – ora morto – non sia nemmeno stato dimesso dallo stato clericale. E poi ci sono otto ex ospiti dell’Istituto per sordomuti «Provolo» di Verona che, insieme ad altre decine di ragazze e ragazzi accolti al «Provolo», hanno subito abusi e violenze da parte di 26 preti e fratelli laici fra gli anni ’50 gli anni ‘80, come stabilito anche da una commissione di inchiesta voluta nel 2009 dal Vaticano e presieduta da Mario Sannite, ex presidente del tribunale di Verona. «Inizialmente la Curia dichiarò che non avrebbe dato importanza alla prescrizione, ma poi, forse visti anche i risultati dell’inchiesta, ritrattò», rileva la rete L’Abuso. Di quei 26 preti e religiosi, 12 sono deceduti. I restanti 14 sono impuniti, molti – prescritti – sono ancora preti e vivono tuttora al Provolo, altri invece sono stati trasferiti nella succursale argentina dell’istituto, con sede a La Plata.
«La nostra vuole essere una denuncia pacata ma netta, perché nessuno di noi ha ricevuto risposte. Sembra che papa Francesco stia facendo molto per le vittime della pedofilia, ma dal nostro punto di vista non è cambiato nulla», spiega Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso. La denuncia alle autorità civili e alla magistratura resta, per Zanardi, l’unico strumento veramente efficace di giustizia e di risarcimento per le vittime. Ed è un passo che le autorità religiose non intendono fare. «L’istituzione ecclesiastica nel migliore dei casi avvia un processo canonico nei confronti del prete pedofilo – aggiunge – e la pena più severa è la dimissione dalla stato clericale. In questo modo, secondo noi, la Chiesa risolve il «suo» problema, perché allontana da sé chi ha sbagliato. Ma se non c’è l’intervento della magistratura, non si può dire che giustizia sia stata fatta. Perlomeno dal punto di vista delle vittime. E a questo proposito, il fatto che le Linee guida antipedofilia della Cei, rese note poche settimane fa, non prevedano per i vescovi un obbligo stringente di denuncia alla magistratura ma solo un generico «dovere morale di contribuire al bene comune» ci sembra un fatto gravissimo».
La Congregazione per la dottrina della fede – ha comunicato qualche giorno fa monsignor Silvano Tomasi al Comitato Onu sulla Convenzione contro la tortura – fra il 2004 e il 2013 ha ritenuto attendibili 3.420 casi di abuso su minori commessi tra gli anni ’50 e gli anni ’80. I preti dimessi dallo stato clericale sono 848, mentre 2.572 sono stati puniti dalla Santa Sede con «altre misure canoniche e disciplinari». «Ma questi numeri non valgono per l’Italia, dove le vittime non hanno ricevuto nessun sostegno», dice Zanardi, che annuncia: «Nelle prossime settimane presenteremo un dossier all’Onu con i casi di 150 preti italiani condannati in via definitiva per abuso e violenze sessuali su minori. Ma se consideriamo anche i prescritti e quelli in attesa di giudizio il numero aumenta notevolmente».
Monsignor Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, è stato scelto come tramite da un gruppo di vittime di atti di pedofilia da parte del clero affinché recapiti un video con un loro appello a Papa Francesco al fine di chiedere “giustizia”. A darne notizia è l’associazione “Rete L’abuso Onlus”, che ha anche annunciato, nei prossimi giorni, l’invio di un rapporto all’Onu sui preti pedofili italiani. Al suo interno, circa 150 casi di sacerdoti condannati in via definitiva dal 2000 a oggi, “molti ancora in servizio”. La lista dei nominativi è già online sul sito dell’associazione.
Secondo la Onlus si tratta di “un atto informativo dovuto, in quanto, nel 2009 quando scoppiò anche in Europa lo scandalo dei preti pedofili, i governi di molti Paesi istituirono commissioni di inchiesta per stabilire la portata del fenomeno. In Italia purtroppo ciò non avvenne”. “Anche la recente e pesante relazione dell’Onu – si fa notare – infatti, non tiene conto della situazione italiana, in quanto non esistono dati ufficiali censiti”. Insieme a quel rapporto, l’associazione porterà anche “la denuncia dell’asse Italia-Argentina, dove il Vaticano ha nascosto 4 dei preti pedofili dell’istituto per sordi di Verona Antonio Provolo, che ha una sede proprio a La Plata in Argentina”.
Un “j’accuse” di 8 minuti nel quale alcuni rappresentanti delle vittime italiane di preti pedofili, mettendoci la faccia, denunciano pubblicamente la loro situazione e la loro indignazione davanti ad una campagna mediatica falsa, avviata dal Vaticano e fatta sulla loro pelle.
Una campagna mediatica che offende profondamente e sottopone le vittime ad un’ulteriore violenza, per mano di quel carnefice, che invece di riparare, propaganda il falso cercando di far credere all’opinione pubblica che la chiesa sta intervenendo in aiuto delle vittime.
Le vittime inserite nel video sottotitolato in 3 lingue, sono 17, alcune giovanissime e non prescritte. Hanno tutte in comune il fatto di essere state abusate da preti pedofili, di aver scritto a Papa Francesco la loro storia, di non aver ricevuto nessuna risposta e nessun aiuto dal Vaticano.
Un video messaggio molto pacato, colmo di voglia di VERITA’ e GIUSTIZIA, è stato recapitato oggi anche a mons. Angelo Becciu, Sostituto presso la Segreteria di Stato Vaticano e indirizzato a Papa Francesco.
Parallela a questa iniziativa di denuncia pubblica sulle verità omesse, l’associazione Rete L’ABUSO Onlus annuncia che nei prossimi giorni invierà attraverso un proprio corrispondente a Londra, un rapporto all’ONU sui preti pedofili italiani, contenente circa 150 casi di preti condannati in definitiva dal 2000 ad oggi, molti ancora in servizio.
Un atto informativo dovuto, in quanto, nel 2009 quando scoppiò anche in Europa lo scandalo dei preti pedofili, i governi di molti paesi istituirono commissioni di inchiesta per stabilire la portata del fenomeno. In Italia purtroppo ciò non avvenne. Anche la recente e pesante relazione dell’Onu infatti, non tiene conto della situazione italiana, in quanto non esistono dati ufficiali censiti.
Insieme a quel rapporto anche la denuncia dell’asse Italia-Argentina, dove il Vaticano ha nascosto 4 dei preti pedofili dell’istituto per sordi di Verona, Antonio Provolo, il quale ha una sede proprio a La Plata in Argentina.
A riconoscere le tendenze pedofile dei 27 preti in questione, non furono ne le vittime, ne i tribunali italiani, ma fu una commissione di inchiesta voluta proprio dal Vaticano nel 2009, sotto il pontificato di Papa Ratzinger, il quale una volta saputo quali fossero i sacerdoti implicati, li ha nascosti.
Questo documento video, vi farà comprendere il perché le vittime di preti pedofili di tutto il mondo diffidano così tanto dalla chiesa e soprattutto dalle promesse mai concretizzate, fatte del Papa di turno. Portando a distanza di decenni i segni delle violenze subite.
Il Portavoce Francesco Zanardi
Il video denuncia è stato prodotto dalla Rete L’ABUSO grazie al coraggio e alla collaborazione delle vittime italiane.
Si ringraziano in ordine di comparsa i protagonisti vittime del video;
Giada Vitale, Erik Zattoni, Enzo M., Mirko Gabossi, Alessandro Vavassori, Roberto Nicolick, Salvatore Domolo, Francesco Zanardi.
Corrispondente e rappresentante di 21 vittime in Argentina; Giulietta Añazco.
Montaggio video Francesco Zanardi, narrazioni Mario Molinari.
Traduzione e sottotitoli per l’inglese Mirko Gabossi, per lo spagnolo Francesco Nuzzi.
Una campagna mediatica disonesta e profondamente offensiva nei confronti delle vittime che reca loro ulteriori pesanti traumi. Questo è l’orrore avviato dal Vaticano dietro la scia mediatica di Papa Francesco.
Le vittime di preti pedofili sono per il 99% tutte cattoliche, anche perchè sarebbe piuttosto improbabile essere abusati da un prete quando non si frequenta la chiesa.
Milioni di vittime e le loro famiglie in tutto il mondo hanno dovuto affrontare la triste esperienza dell’abuso sessuale. Molti purtroppo non hanno mai trovato il coraggio di parlare, altri invece lo hanno fatto, da cattolici si sono rivolti prima ai vescovi, ma come dicono le statistiche in tutto il mondo, mai nessuno di loro ha sporto denuncia alle autorità civili.
Pensando che il poco interesse fosse circoscritto a quel vescovo hanno fatto il passo successivo rivolgendosi direttamente al Vaticano.
Un passo pieno di aspettative, soprattutto per un cattolico che scrive in Vaticano, mettendo nero su bianco il suo dolore e il trauma che ha cambiato irreparabilmente la sua vita e quella dei suoi cari. Un cattolico che apre il suo cuore e si aspetta una risposta dalla chiesa ed un intervento, pari almeno a quelli che sono i principi di carità, responsabilità e valore per la vita umana che la chiesa predica.
Purtroppo nessuna vittima (come documentano le associazioni di tutto il mondo) ha mai visto un intervento e ancora meno ha mai avuto una risposta dal Vaticano. I più fortunati hanno ottenuto la ricevuta di ritorno della raccomandata, con il timbro della Segreteria di Stato Vaticana. Quelli invece meno fortunati, neppure quella.
Per questo motivo le vittime non hanno più la minima fiducia nell’operato della chiesa, d’altra parte come potrebbero dal momento che la chiesa rifiuta da sempre il dialogo con loro ma pubblicamente invece dichiara almeno dal 2000 che sta intervenendo?
E’ normale e comprensibile il disgusto da parte delle vittime vedendo questa farsa che ferisce la loro dignità illudendo di menzogne chi si affida alla chiesa.
In un video girato proprio dalle vittime italiane che sarà prodotto a breve, la testimonianza di chi si è rivolto a Papa Francesco, qualcuno consegnandogli in mano di persona una lettera, sfatando così la leggenda metropolitana che il Papa non risponde perché la Segreteria non l’ha consegnata. Neppure questa vittima ha ottenuto mai una risposta.
Il processo entra nel vivo: il giudice ammette prove e controprove e nuovi testimoni in aula.
E’ un processo che si svolge con il rito abbreviato, ma «allungato» dalla necessità del giudice di acquisire tutte le prove possibili richieste dalle parti, accusa, difesa e parte civile: l’udienza preliminare per decidere sulla sorte di un sacerdote di 60anni accusato di molestie sessuali su un bimbo di 3 anni della città, diventa un vero processo con prove e controprove e testimoni in aula. I primi due il prossimo 23 aprile quando verranno sentiti dal giudice Silvia Marini un sacerdote di una frazione qui in città e un amico del padre del bimbo che sarebbe stato presente il 5 maggio 2012 alla festa di compleanno del piccolo di 3 anni che, secondo l’accusa, avrebbe subito attenzioni sessuali da parte del sacerdote 60enne.
Il processo dunque entra sempre più nel vivo per le parti il pm Ciro Alberto Savino, il difensore del sacerdote accusato di molestie sessuali, Claudio Maruzzi e il legale del padre del bimbo, Giovanni Montalto, costituito a sua tutela per le molestie sessuali.
Ma sono troppe le contraddizioni, secondo la difesa, nelle accuse del padre del bimbo. Per questo motivo il giudice Silvia Marini ha valutato necessarie le prove richieste della difesa e soprattutto quelle dell’accusa, proposte dal pm Savino: i tabulati delle celle telefoniche innescate dal cellulare del sacerdote per stabilire dove fosse quel giorno il prete. Anche la parte civile produrrà fotografie di quel compleanno che attestano la presenza del prete.
Per la difesa, da qui la testimonianza dell’altro prete, sarebbe stato in una parrocchia a dire messa e no a casa alla festa. Almeno non negli orari indicati da chi lo accusa. La giudice Marini ha anche acquisito al processo, a riprova della volontà di approfondire il più possibile la vicenda, la video-intervista – e la trascrizione – al padre del bimbo, pubblicato su You Tube dalla Rete contro l’abuso: il difensore del sacerdote ha annunciato denuncia per diffamazione per l’intervista, contro il padre del bimbo e chi ha pubblicato il video.
L’avvocato Montalto produrrà fotografie della festa sulla presenza del prete, e ha criticato in modo deciso il video- intervista del suo assistito, che esula dal processo, che si deve celebrare solo nelle aule giudiziarie. (d.p.) andrea margutti
Il dialogo tra un sacerdote della Locride e un giovane su un sito di incontri gay
Don Fabio: «Passa che ci conosciamo di persona, dalle 16.30 in poi sono in chiesa»
Su quel sito di incontri gay ci sta con nome e cognome, quasi come se fosse una comunissima persona. Invece Fabio – il nome è di fantasia – è un prete, che vive e confessa i fedeli della Locride. Nelle chat dove i giovani omosessuali si scambiano opinioni e organizzano incontri a sfondo sessuale dal vivo, don Fabio, 32 anni e un viso giovane, non nasconde la sua identità di prete. E anche lui, che da tempo celebra la messa in una frazione dell’entroterra locrideo, è lì per questo, contravvenendo a tutte le regole della Chiesa di cui si fa portavoce e spazzando via l’ipocrisia che rifiuta i legami sentimentali e, peggio ancora, ripudia l’omosessualità quasi come se fosse una malattia.
«Cerco amicizia», esordisce il prete in chat parlando con Marco, un 25enne della zona, che lui considera «piccolo ancora» e che trova strana la richiesta d’amicizia proprio da parte di un sacerdote. «Non mi faccio pregiudizi sulle persone e sul loro stile di vita», spiega lui, cominciando a fare domande personali a Marco. «Vivi solo? Che fai nella vita?», per poi andare giù un po’ più pesante: «Hai mai fatto sesso con un prete? Semplice curiosità», chiede. Ma a Marco non è mai capitato e imbarazzato da una conversazione sempre meno logica tenta di abbandonare il campo. A contattare l’altro è sempre lui, don Fabio, che sembra quasi studiare il giovane. «Spero di conoscerti dal vivo», gli annuncia all’improvviso, invitandolo in canonica e chiedendogli informazioni sulla sua vita. Tipo quando ha scoperto di essere gay, domanda alla quale Marco risponde nel modo più semplice: «Da ragazzino». «E sei fidanzato?», tenta di approfondire don Fabio, «e i tuoi lo sanno? E i tuoi amici?», aggiunge, in un continuo di domande che mirano a conoscere la “pubblicità” del suo status di omosessuale.
Marco vuole vederci chiaro: «Volevo capire solo come mai vuoi conoscermi dal vivo», chiede innocentemente, ma don Fabio minimizza: «Così, sempre se vuoi». Marco si dimostra disponibile e don Fabio, felice per il successo appena ottenuto, lo saluta con affetto. «Ciao cucciolo», dice, salutandolo con un bacio. Le escursioni sul web continuano, ma don Fabio non è soddisfatto dell’andazzo, dal momento che sui siti gay, così come su Facebook, si vedono sempre le stesse cose. «Che palle», si lascia sfuggire, augurando «buona caccia» a Marco, al quale chiede, ancora una volta, se vive da solo. La risposta è nuovamente affermativa e don Fabio si lascia scappare un «bene», chiedendo nuovamente un incontro dal vivo, nel paese in cui esercita le sue funzioni di parroco. «Passa che ci conosciamo di persona», insiste, «io dalle 16,30 in poi sono in chiesa». I giorni passano, don Fabio e Marco chattano da due mesi. Si discute un po’ di tutto, anche dell’allerta meteo che si è creata nella Locride a inizio dicembre. Ma i due non hanno paura e vogliono pensare a ben altro. «Ora mi metto a letto, comodo comodo», sottolinea don Fabio, con un fare didascalico che però non smuove più di tanto Marco.
«Non sei salito poi», dice facendo il nome del paese in cui vive e di cui guida la comunità spirituale, completamente ignara dell’altra faccia di don Fabio. «Quando sali se ti va passa se ti fa piacere… e giochiamo», stuzzica, tentando poi di adulare Marco per convincerlo. «Alcuni tuoi post sono carini… bella anche la foto». E poi passa all’attacco, inviando a Marco link a siti che fanno circolare video e immagini relativi a incontri gay. L’ambiente, per quanto virtuale, si scalda, Marco sembra quasi disposto a cedere. È un invito, nemmeno troppo tra le righe. Don Fabio lancia la sfida e poi manda Marco a dormire, con un semplicissimo «buona notte». Il giovane è un po’ deluso: «Pensavo avessi voglia anche tu», replica un po’ seccato e il prete fa il prezioso. «Qualche volta», ammette candidamente. «E che fai in quei casi?», chiede Marco. «Cerco di trattenermi… ma non sempre ci riesco», confida il parroco, che poi chiede i particolari della vita sessuale del giovane. «Sei attivo o passivo?», tenta di informarsi, definendo sé stesso «attivo». Ma in un attimo di lucidità chiude la conversazione: «Non posso», afferma, salvo poi tornare dopo qualche giorno per dire ciò che pensa di Marco: «Sei carino». Ma la magia è sfumata, la sacralità della tonaca imbarazza Marco. E don Fabio, le cui foto invadono siti su siti confezionati per incontri a sfondo sessuale, si ritira senza batter ciglio. Nascondendosi, così come la chiesa impone, trascinando i suoi desideri e la sua sessualità sotto l’altare.