Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • A Chi l’ha visto, Diego affronta don Silverio Mura, il prete che ha abusato di lui. Video integrale.

    A Chi l’ha visto, Diego affronta don Silverio Mura, il prete che ha abusato di lui. Video integrale.

    Nella puntata di Chi l’ha visto andata in onda l’11 marzo scorso, la storia di Diego, un ragazzo di Napoli che quando aveva 13 anni è stato ripetutamente abusato dal suo insegnante di religione, don Silverio Mura. Passano gli anni e Diego comincia a stare male e allora si decide ad affrontare il suo carnefice. (nel video l’incontro integrale tra Diego e don Silverio)

    Poco dopo quell’incontro però don Silverio sparisce dalla circolazione, pare che sia introvabile. Allora Diego, nel timore che faccia ad altri bambini quello che aveva fatto a lui, decide di farsi coraggio e lo denuncia all’autorità giudiziaria. Ma come purtroppo accade a tante vittime, raccoglie l’ennesima delusione perché si accorge che i reati da lui subiti sono prescritti e a causa di questo non solo Diego non potrà ricevere un risarcimento, ma la stessa autorità giudiziaria non interverrà per fermare il prete.

    Diego disperato comincia a non darsi pace, vuole a tutti i costi fermare quel prete. Si rivolge allora alla Rete L’ABUSO che in pochi giorni riesce a stanare don Silverio Mura. Ma qui arriva un’altra delusione per Diego perché scopre non solo che il prete era nascosto poco lontano da casa sua ma che addirittura continua ad insegnare religione a scuola, proprio come quando aveva abusato di lui.

    Diego è cattolico e con quella scoperta si sente crollare il mondo addosso perché non solo aveva denunciato don Silverio all’autorità giudiziaria, ma lo aveva fatto anche al cardinale Crescenzio Sepe, il quale però non aveva fatto nulla per evitare che quel pedofilo continuasse a stare a contatto con i bambini. Pochi giorni dopo che la Rete L’ABUSO ha stanato il prete, la diocesi lo fa sparire un’altra volta.

    Qui il drammatico incontro integrale di Diego con don Silverio Mura.

  • ‘CHI L’HA VISTO?’, AFFRONTA IL PRETE CHE HA ABUSATO  DI LUI. LA RISPOSTA: “PREGHIAMO INSIEME” Un caso denunciato dalla Rete L’ABUSO

    ‘CHI L’HA VISTO?’, AFFRONTA IL PRETE CHE HA ABUSATO DI LUI. LA RISPOSTA: “PREGHIAMO INSIEME” Un caso denunciato dalla Rete L’ABUSO

    ROMA – A ‘Chi l’ha Visto?’ il video choc dell’incontro tra un uomo e un prete che aveva abusato di lui quando era bambino.

    Diego, diventato adulto, ha preso coscienza di quello che ha subito quando era già troppo grande e il reato è ormai prescritto.

    Per questo ha scritto anche al Papa. Il giovane in questo video originale è andato dal suo carnefice, un sacerdote che era stato il suo professore di religione e lo ha affrontato e dicendogli che sta male.

    Il prete non nega, ma gli dice invece: “Facciamo una preghiera insieme”.

    “Almeno altri due bambini furono vittime dello stesso prete”, dice un testimone in diretta a “Chi l’ha visto?”

    http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/va_dal_prete_che_aveva_abusato_di_lui_video_chi_l_amp_39_ha_visto/notizie/1232211.shtml

  • Abusi sessuali, frate in manette L’arresto lungo il Cammino di Santiago

    Abusi sessuali, frate in manette L’arresto lungo il Cammino di Santiago

    Il frate francescano accusato di aver abusato sessualmente di una 19enne disabile e di un minore.

    Con l’accusa di presunti abusi sessuali su una disabile di 19 anni e su un minorenne, un frate francescano è stato arrestato a Lugo, in Galizia, dalla guardia civile.

    Il religioso, J.Q., prestava servizio nella comunità di O Cebreiro e le manette sono scattate due giorni fa lungo il Cammino francese di Santiago a seguito delle indagini avviate dopo le denunce dei parenti delle vittime. Nella sua abitazione sono stati sequestrati computer, cellulare e dispositivi elettronici, con un archivio di video in cui il francescano appare mantenendo rapporti con la minore. J.Q. è inoltre accusato di appropriazione indebita, per aver sottratto le donazione di pellegrini e turisti al Santuario di O Cebeiro. Il vescovado di Lugo in un comunicato assicura che il detenuto, anche se residente nella comunità francescana di Pedrafita di O Cebreiro, non è sacerdote e non svolgeva incarichi ecclesiastici per la diocesi.

    http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_mondo/2015/02/25/abusi_sessuali_frate_in_manette_l_arresto_lungo_il_cammino_di_san-3-409341.html

  • America Latina, vittime preti pedofili: “Papa dia segnale forte” VIDEO

    America Latina, vittime preti pedofili: “Papa dia segnale forte” VIDEO

    Passi da parole belle a fatti, consegni responsabili a giustizia

    Roma, (askanews) – Si sono appellati a Papa Francesco, chiedendo un intervento deciso e l’attuazione di misure concrete per assicurare alla giustizia i responsabili e i complici di abusi sessuali commessi da parte di sacerdoti. Sono le vittime di pedofilia commessa da religiosi in America Latina. Il messaggio arriva dal Messico: “Vorrei dire a Papa Francesco che se intende veramente servire Gesù e la Chiesa, deve compiere cambiamenti radicali e strutturali che il Comitato dei diritti dell’Infanzia sta chiedendo da tempo. Deve mettere avanti a tutto la dignità e i diritti dei fanciulli”, dice Alberto Athie, un ex prete in Messico.

    Juan Carlos Cruz è una delle vittime di abusi sessuali commessi da un sacerdote in Cile: “E’ una grande sofferenza, sentiamo un senso di tradimento e di inganno da parte di Papa Francesco che dice cose belle ma agisce poi in modo diverso”.

    “E’ necessario che il Papa e i vertici della Chiesa aprano i dossier e li diano alla polizia, consegnando alla giustizia i vescovi che hanno coperto questi crimini. È tempo di riconoscere cosa è successo e dare un segnale forte”, afferma da parte sua Barbara Blaine, anche lei vittima di abusi sessuali e presidente della Rete che raccoglie le vittime di preti pedofili.

    Immagini: Afp

    http://www.askanews.it/esteri/america-latina-vittime-preti-pedofili-papa-dia-segnale-forte_711237026.htm

  • La fabbrica dei preti: le storie necessarie di Giuliana Musso

    La fabbrica dei preti: le storie necessarie di Giuliana Musso

    Video: estratto de La fabbrica dei preti (© Giuliana Musso). Visibile solo da desktop foto di scena (© Luciano Paselli)

    Viaggio nella vita dei seminari anni ’50 e ’60. Tra regole disumanizzanti e abusi. Una narrazione civile basata su documenti e testimonianze. La recensione.

    Il fascino di una storia raccontata ad alta voce ha origini lontane, lontanissime è forse la forma di intrattenimento primeva. Ma le storie non sono sempre solo divertenti, quellebelle sono umane e dunque felici e infelici al contempo, cupe e vitali, lente ma anche dinamiche. La bellezza delle storie sta poi nel recuperare alla memoria frammenti di passato spesso volutamente tenuti nascosti oppure, se divulgati, ritenuti osceni, indecenti e quindi spostati in fretta e furia in un dimenticatoio pieno zeppo di racconti troppo umani.

    Il teatro di narrazione civile in Italia è andata a frugare in quei dimenticatoi, ha ricomposto la Storia, quella che viene censurata o negata, spesso anche raccogliendo testimonianze dirette. Giuliana Musso con il suo La fabbrica dei preti – andato in scena venerdì 6 febbraio 2015 al Teatro dell’Archivolto di Genova – fa proprio questo: porta sul palcoun contesto storico troppo in fretta archiviato, quello del Concilio Ecumenico del 1965, ma soprattutto le vicendeindividuali, altrettanto storiche, di piccoli uomini avviati al sacerdozio all’età di 10/11 anni e chiusi in seminari minori prima e poi maggiori fino all’età di 24 anni.

    Alternando una voce cronachistica, che racconta e legge, a tre principali voci caratterizzate di altrettanti parroci, Giuliana Musso ci conduce dentro un contesto storico rivoluzionariosia dal punto di vista religioso che laico: la metà degli anni ’60; ma anche dentro un ambiente immutato e immutabilecome quello dei seminari. Regole rigidissime che toccano orari, azioni, compiti, relazioni, possibilità o meno di parlare riportano ogni minima traccia di comportamento istintivo dentro una griglia disumanizzante che estirpi l’umano secondo precisi fini alti che richiedono l’annientamento totale del sé.

    In una società davvero civile, si bollerebbero questi contesti come luoghi di tortura, esplicite forme di violazione e abuso dei diritti sui minori. Sì, appunto abuso. In tutte le sue forme: dalle più insidiose, morbose e psicologiche alle più esplicite, risultato di una frustrazione sessuale e di una privazione al contatto perverse e oscene. Ma almeno della pedofilia all’interno della chiesa da un po’ di tempo si parla e si fa emergere il dolore restituendo un po’ di dignità a quanti ne hanno sofferto. Di tutto il resto invece non si dice.

    Tratto da La fabriche dai predis di Don Pietrantonio Bellina oLibris di pre Toni Beline, il lavoro di Giuliana Musso porta in scena le «quattrocento pagine in friulano – come scrive Paolo Rumiz – di un libro semiclandestino e mai tradotto: La fabriche dai predis. La fabbrica dei preti, cioè il seminario, descritto come struttura immutabile, iperconservatrice e sessuofobica. Un micidiale pamphlet, gonfio di una lingua schietta fino alla truculenza, scritto non da un politico anticlericale, ma un indomabile prete carnico, il fu Antonio Bellina» nato nel 1941 e morto nel 2007.

    Mentre Papa Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, colui che dissela mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi divenuto padre per volontà di nostro signore, la notte precedente l’apertura del Concilio Ecumenico, che aveva fortemente voluto e organizzato in tempi rapidissimi su temi cruciali, faceva il suo famoso Discorso alla luna (11 ottobre 1962), quello in cui ricordava agli adulti di tornare a casa e non scordarsi di dare una carezza ai loro bambini e di asciugare le lacrime e avere parole consolatorie; d’altra parte i seminaristi – che erano appunto solo bambini – dovevano assecondare regole nate nel 1500. Quelle stesse maturate in seguito al Concilio di Trento in piena controriforma ovvero quando, in risposta alla riforma protestante, furono fondati i seminari.

    Discorso sconveniente fu la risposta del Cardinal Siri, presidente dei vescovi italiani, all’intervento notturno del Papa buono, che rimase in vita solo altri 8 mesi. E così seppure si proseguirà la riflessione e l’apertura verso grandi temi e le altre religioni, con Paolo VI, Giovan Battista Montini, nessuna scossa reale scardinerà il concetto di gerarchia a favore di quello di comunione, di sudditanza a favore di un’idea di far parte di, e la libertà di coscienza resterà possibilità praticata da pochi all’interno della chiesa – a Genova certamente dal nostro caro Don Gallo.

    Il teatro in questa narrazione civile è utilizzato nella sua forma più elementare: uno spazio vuoto, un interprete, pochissimi oggetti, la luce, la musica, qualche foto. È l’estrema accuratezza della composizione a creare efficacia,trasformando il semplice in complesso. La Storia con la Smaiuscola, Giuliana Musso ce la offre a mezza sala e in proscenio in una voce diretta. Il libro di pre Toni Beline viene interpretato da un leggìo con una voce cronachistica, che si affretta, questa volta impaziente – come quella lingua friulana dell’originale di cui ci ricorda Rumiz – una lingua che è portavoce intima di un vissuto che non si può più tenere dentro.

    Le foto dei seminaristi, in bianco e nero, in formazione davanti al seminario, ma anche in gita o in momenti vagamente ludici, scorrono su appositi schermi per diapositive portati sul palco.Come se fosse proprio il libro esploso dei ricordi e vissuti di pre Toni Beline che, aprendo il suo album, ci mostrasse sé stesso e tutti i suoi compagni: bambini, ragazzi e giovani uomini in ambito talare. Mentre le foto scorrono musiche e canzoni accuratamente guidano la visione delle immagini invece che restare colonne sonore, come poesie suscitano associazioni intense e profonde. Con tre voci, poi, tre distinte posture, gestualità e curatissimi toni e timbri del parlare,Giuliana Musso entra negli idioletti di tre diverse persone, tre pronunce con cadenze dialettali, ovvero mette i panni di tre preti speciali e lei sparisce. No, non si è cambiata d’abito. No, non ha messo una maschera. Solo una vocale e una del movimento del corpo (tra tempo e ampiezza del gesto)

    Riesumare i vissuti nascosti. Restituire voce a chi non ha potuto parlare. Ridare spazio ai fatti attraverso le vicende di tanti. Come scrive Walter Ong citando l’antropologo polacco, naturalizzato britannico, Bronis?aw Malinowski: «il linguaggio è un modo dell’azione e non semplicemente il contrassegno del pensiero». E se questo teatro riuscisse a smuovere le coscienze anche al di là dei fatti specifici e ricordarci quanto si gioca nell’educazione affettiva e relazionale dei bambini, maschi e femmine, ma soprattutto maschi, perché a loro è spesso negato di essere morbidi, sensibili, fragili. Umani.

    Laura Santini

  • Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    “Al convegno di Milano sulla famiglia sono stato invitato da una famiglia. Sono amici di Costanza Miriano (giornalista di Rai Vaticano e autrice del discusso libro ‘Sposati e sii sottomessa’ ndr)“. Sono le parole di don Mauro Inzoli, l’ex parroco di Crema accusato di abusi sessuali su minori, nel corso di uno scherzo telefonico di un imitatore di papa Francesco organizzato dalla trasmissione radiofonica “La Zanzara”, su Radio24. L’ex sacerdote, esponente di Comunione e Liberazione, ha partecipato al convegno anti-gay organizzato dalla Regione Lombardia e sedeva dietro il presidente della Regione, Roberto Maroni, il senatoreRoberto Formigoni, il presidente del Consiglio Raffaele Cattaneo e l’assessore alla Cultura, Cristina Cappellini. Don Inzoli aggiunge: “Due giorni dopo la mia partecipazione a quell’incontro, è successo un problema di comunicazione. Un onorevole di Sel (Franco Bordo, ndr) ha visto la mia foto e ha detto quel che ha detto. Sono umiliatissimo“. Il finto pontefice poi chiede a bruciapelo: “La Chiesa ha deciso, ma io voglio sapere: hai fatto qualcosa ai bambini?“. “Ma Santità” – risponde l’ex parroco – “lei ha visto e lo sa. Lei ha visto la documentazione e lei lo sa per cui è lei che mi ha…”. Ma alle insistenze dell’imitatore di papa Francesco, don Inzoli interrompe la comunicazione telefonica  di Gisella Ruccia

  • Ora tocca al Vaticano intervenire sul caso Inzoli

    Ora tocca al Vaticano intervenire sul caso Inzoli

    Già accusato di pedofilia il prete presente al convegno sulla famiglia in Lombardia rischia grosso

    La gaffe è stata di quelle senza rimedio: al convegno organizzato nei giorni scorsi in difesa della famiglia da alcune organizzazioni cattoliche tradizionaliste con l’appoggio della Regione Lombardia, ben visibili in prima fila i vertici politici locali del centrodestra – Maroni, Formigoni e La Russa fra gli altri – siede, subito dietro, don Mauro Inzoli, storico dirigente di Comunione e Liberazione condannato dalla Santa Sede nientemeno che per pedofilia. Non solo: il convegno – “Difendere la famiglia, difendere la comunità” tenutosi il 17 gennaio – viene preceduto da polemiche aspre perché uno degli intenti dell’evento è quello di dimostrare che l’omosessualità è una malattia da curare. Per questo fra i promotori dell’evento che c’è un’organizzazione, “Obiettivo Chaire” che è specializzata sulla materia. Insieme a loro figurano quelli di “Alleanza cattolica”, presenza ormai consolidata del tradizionalismo cattolico con agganci nella destra italiana.

    Avviene pure che un giovane prova a prendere la parola per chiedere ai presenti se siano in grado di dire con certezza che i loro figli sono tutti eterosessuali. Viene sommerso dai fischi, alcuni si alzano, La Russa pure è fra i contestatori, il ragazzo viene preso e portato fuori. Nel video dell’episodio che circola sul web, però, spicca un particolare in più: s’ intravede don Inzoli seduto sorridente dietro le prime file delle autorità esattamente nel posto in cui verrà immortalato dai fotografi e quindi individuato. Il convegno ha suscitato le proteste delle organizzazioni per i diritti degli omosessuali, è stato definito “omofobo” da più parti. Il presidente Maroni aveva orgogliosamente difeso l’evento e la presenza del marchio ‘Expo’ sulle locandine nonostante le richieste pervenute dal commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, di levarlo.

    La sfida di Maroni e dei cattolici tradizionalisti è lanciata, ma accade un fatto imprevisto: viene rilevata da Sel la presenza al convegno di un prete ciellino di alto rango, vicino a don Giussani, presidente dal 1997 al 2012 del Banco Alimentare, amico della Compagnia delle Opere, sempre presente al Meeting di Rimini, personaggio pubblico in cento occasioni del Banco alimentare e di Cl. Il prete è stato condannato per abusi sui minori dalla Chiesa di Roma. Nel giugno del 2014 monsignor Oscar Cantoni, vescovo di Crema, la diocesi di don Inzoli, affermava infatti in un comunicato: «in nome della verità, in questi anni, sono state eseguite rigorose ricerche, che hanno comportato pazienti e sofferti confronti con le persone che hanno riferito i fatti. La Chiesa ha preso atto della situazione, ha condiviso le sofferenze riportate, ha aiutato le vittime a ritrovare serenità e speranza, e ha concluso che don Mauro potesse riparare responsabilmente le ferite causate dal suo comportamento attraverso “una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”».

    C’è però di più. Don Inzoli era stato condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede nel dicembre del 2012 con una pena canonica particolarmente severa: la dimissione dallo stato clericale, in pratica era stato spretato tanto erano evidenti i fatti contestati. C’era però stato l’appello dopo il quale i reati sono stati in effetti confermati, tuttavia papa Francesco applicava un criterio meno rigido, fondato, spiegava il vescovo, su due punti fermi: severità e misericordia. Così nel giugno del 2014, si arriva a questa conclusione certificata ancora una volta dalla Congregazione per la dottrina della fede: «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale». «Don Mauro – si spiegava – non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’eucaristia e gli altri sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano». Quindi «Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’ adeguata psicoterapia».

    C’è una questione che viene fuori con evidenza: don Inzoli ha disobbedito alla sentenza? Insomma è venuto meno a quanto deciso dalla Santa Sede? Una delle indicazioni chiare è quella di condurre una vita di “umile riservatezza”, e su questo ci sono pochi dubbi: la sua presenza tanto evidente a un convegno pubblico per altro così esposto ai media, è già un elemento concreto; mentre l’inosservanza delle restrizioni forse non emergerebbe da quel contesto ma è tutto da verificare.

    Cosa deciderà il Vaticano è quanto si appurerà nei prossimi giorni. Emergono però alcuni dati di fatto dalla vicenda nel suo insieme. Don Inzoli è legato a un’organizzazione cattolica, CL, che rappresenta un pezzo importante di potere politico ed economico nel nord Italia in particolare ma non solo. È per questo che il sacerdote fa, in buona sostanza, come gli pare anche di fronte a un giudizio definitivo della congregazione per la dottrina della fede? Anche, certamente. Ma la realtà è che il caso di don Inzoli rischia di non essere isolato. E se già non sono molti in Italia i procedimenti aperti da tribunali vaticani contro sacerdoti accusati di abusi sessuali, (mentre aumentano quelli portati avanti dalla magistratura civile), per un malinteso senso ‘corporativo’ di cui la gerarchia ecclesiastica del nostro Paese non vuole liberarsi, c’è anche la difficoltà nel verificare che la pena venga rispettata e applicata.

    Inoltre l’episodio rivela un più generale allontanamento dal magistero del papa da parte di ambienti cattolici conservatori che, ben lungi dal fare proprio il criterio della Chiesa ‘ospedale da campo’, dell’accoglienza cioè verso tutti pur nella salvaguardia dei principi — una Chiesa non dogana burocratica ma che rispetta la complessità umana — promuovono al contrario convegni politici in cui si vogliono “curare” i gay. Per incidente questa volta nella rete è cascato un prete riconosciuto abusatore di minori dalla Santa sede, il che dicevamo suona come un “de porfundis” per l’evento in sé. E tuttavia si registra ormai uno scisma silenzioso a destra, che non esita ad appoggiarsi al centrodestra politico in Italia, ricostruendo la vecchia alleanza ancién regime dei decenni in cui la Chiesa italiana è stata guidata dal cardinale Camillo Ruini. Non è un fenomeno di massa, sembra anzi raccogliere frange estreme che si coagulano provando a rinsaldare identitarismo religioso e nazionalismo conservatore, secondo uno schema già sperimento negli anni scorsi e collaudato in Paesi come la Francia. Però il fenomeno esiste.

    C’è infine un altro aspetto della vicenda che non può essere tralasciato. E cioè una sorta di resistenza passiva della Conferenza episcopale ad ammettere la collaborazione con le autorità civili nei casi di abuso sessuale da parte del clero. Da diversi anni la Cei sta elaborando delle linee guida contro gli abusi che sono state più volte riviste e criticate dal Vaticano, il dibattito è ancora in corso.

    http://www.linkiesta.it/don-mauro-inzoli-pedofilia-intervento-vaticano

  • Roma, il parroco accusato di pedofilia resta ai domiciliari: lo choc in Vicariato

    Roma, il parroco accusato di pedofilia resta ai domiciliari: lo choc in Vicariato

    Nel Palazzo del Vicariato quando è esplosa come una bomba la notizia di quello che era appena accaduto nella parrocchia di San Luigi Gonzaga, e cioè che la polizia aveva fermato e portato in cella uno dei tre parroci per pedofilia, il cardinale Agostino Vallini, raccontano i suoi collaboratori, è sbiancato di colpo.

    Non ci credeva. Si è fatto ripetere i fatti tra l’incredulo e lo sgomento davanti a quel passaggio terribile.
    L’arresto di don Alessandro De Rossi, accusato di avere costretto degli adolescenti a prendere parte a orge e a violenze di gruppo quando era in Argentina come missionario, è stata una specie doccia scozzese. Possibile? Ormai le nomine dei parroci nella diocesi del Papa avvengono solo dietro uno screening serio, la vita dei candidati viene passata a setaccio, e quella certa indulgenza che poteva esserci stata in passato, ha lasciato spazio al rigore più totale.

    Tanto che, tra il clero romano, il cardinale Vicario si è fatto la fama di duro, di uno che non ha esitato ad allontanare anche chi era solamente oggetto di qualche chiacchiera mai provata.

    SOSPENSIONE
    La prima misura intrapresa di fronte all’arresto è stata l’immediata sospensione dalle funzioni, in attesa dei riscontri dalla magistratura, alla quale Vallini «ha espresso piena fiducia». Nella chiesa dei Parioli è già arrivato un sostituto in attesa venga fatta luce sul caso.

    Intanto il sacerdote accusato non ha mai smesso di ribadire la sua innocenza. Lo ha fatto anche l’altra mattina durante l’interrogatorio degli inquirenti; si è detto estraneo ai fatti, spiegando che probabilmente si tratta di una vendetta per il lavoro svolto in una realtà difficile e di frontiera, quando si trovava a Salta, una città argentina ai piedi della Cordigliera delle Ande, dove sussistono sacche di enorme povertà, di disagio giovanile diffuso, dove circola parecchia droga.

    Subito dopo l’interrogatorio gli sono stati concessi dai magistrati gli arresti domiciliari e attualmente il religioso si trova in una struttura religiosa, in un luogo vicino a Roma. Chi lo ha incontrato ha riferito che l’ex parroco è sereno e trascorre le giornate mostrandosi fiducioso.

    «La mia coscienza è a posto» avrebbe ripetuto. Allo stato delle cose questa vicenda si presenta alquanto scivolosa, per certi versi incongruente. Sia al Laterano che al di là del Tevere (dove peraltro non è mai arrivata nessuna segnalazione sospetta sul suo conto da parte del vescovo argentino di Salta) sono certi che la verità verrà presto ristabilita, si tratta solo di attendere. Nel mandato di cattura internazionale spiccato dall’Interpol sembrerebbe anche che si parli di un video, ma sono voci tutte da confermare. Nelle ultime ore tuttavia sono arrivate in Vicariato telefonate e mail di persone che dall’Argentina si sono manifestate per difendere don Alessandro De Rossi, spiegando che con il suo lavoro aveva «pestato i piedi a qualcuno».

    RINGRAZIAMENTI
    Il vescovo argentino di Salta, monsignor Mario Antonio Cargnello, che ha conosciuto come missionario De Rossi per otto anni, e al quale aveva affidato incarichi in quattro quartieri difficili (S. Isidro, Parque Oreste, Santa Maria, S. Silvestre), nel 2013 aveva inoltrato al cardinale Vallini una lunga lettera sul suo conto. Un ringraziamento sentito per non essersi mai sottratto alla carità e per avere generosamente affrontato anche i rischi di una missione difficile. La lettera aveva anticipato l’arrivo in Italia del missionario «Fidei donum», costretto a rimpatriare perché minacciato dalla malavita locale.

    http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/roma_parroco_pedofilia_domiciliari/notizie/1103295.shtml

  • Il prete sapeva che la suora violentava la ragazza 15enne ma non l’ha denunciata

    Il prete sapeva che la suora violentava la ragazza 15enne ma non l’ha denunciata

    BUSTO ARSIZIO – In aula le amiche del cuore di Eva Sacconago, Monica Guanzini e Manuela Falletta. Al processo a carico di Maria Angela Farè, l’ex suora di Sant’Edoardo finita a giudizio per violenza privata, abusi sessuali e stalking, mercoledì 7 gennaio è stato il turno delle amiche della ragazza che si tolse la vita nel giugno 2011, dopo 13 anni di relazione clandestina con la religiosa.
    Un’udienza che si è tutta concentrata sulla deposizione delle confidenti di Eva Sacconago in diversi periodi della sua vita. Dalle testimonianze sono emersi ancora una volta gli abusi e la sopraffazione fisica e morale che Maria Angela Farè esercitava sulla ragazza, appena quindicenne all’epoca dei primi incontri al centro “Primavera” dell’oratorio di Sant’Edoardo. Un’escalation di violenze e di atti persecutori che, secondo l’accusa rappresentata dai pubblici ministeri Maria Cristina Ria e Francesca Gentilini, portarono la giovane a togliersi la vita in preda ad una profonda crisi morale e psicologica.
    “No, lasciami stare”, urlava tormentata al cellulare. “Durante le attività in oratorio capitava spesso che Eva dovesse scappare via perché aveva fretta”. Particolari che sono stati riferiti in aula da Monica Guanzini. Dall’altra parte della cornetta o a casa c’era sempre Maria Angela Farè, che aveva estorto le chiavi dell’appartamento di Eva e che ci faceva irruzione a piacimento, soprattutto nell’ultimo anno di vita della giovane. Tentava di sottometterla e di isolarla da tutti, anche da don Alessandro Bonura che in quel tempo era diventato il confidente della giovane e il primo a darle sostegno morale. Tant’è che in parrocchia si “chiacchierava” su quel rapporto, voci malevole che davano Eva addirittura incinta di Bonura e che aumentavano le emozioni negative della ragazza già soggiogata dalla suora.
    “Io odio il prete, io odio la Monica”, ha invece detto la suora in una telefonata dopo la morte di Eva a Manuela Falletta, un’amica coetanea degli anni adolescenziali trascorsi all’oratorio di Sant’Edoardo, per indurla a pensare che fossero stati loro a provocare il tragico gesto della ragazza.
    Nel giugno del 2011 fu una fonte confidenziale a rivelare agli ispettori del Commissariato di Busto Arsizio le “attenzioni morbose” che la suora rivolgeva alla giovane. Ma solo dopo il suicidio di Eva le indagini presero una direzione precisa grazie al ritrovamento di un video a sfondo sessuale, foto e diari che ora compongono il fascicolo dei pubblici ministeri.
    Il confronto in aula proseguirà il 14 gennaio. L’imputata, difesa dagli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio, finora non si è mai palesata nell’aula “Falcone e Borsellino” del Tribunale di Busto Arsizio. Sempre presenti, invece, i genitori di Eva, Giovanna Bozzolini eRoberto Sacconago, che sono parte civile al processo.
    http://www.informazioneonline.it/LAY009/L00908.aspx?arg=1001&id=18379
  • Una madre: «In parrocchia c’era  un sospetto via vai di ragazzini»

    Una madre: «In parrocchia c’era un sospetto via vai di ragazzini»

    di Rinaldo Frignani

    ROMA – Nella parrocchia dei vip a due passi da piazzale delle Muse in tanti erano convinti che don Alessandro era fuggito dall’Argentina perché minacciato. E ieri, quando la notizia del suo arresto ha fatto il giro di Roma, gli stessi parrocchiani non sapevano più cosa dire. «Un prete modello, un bravissimo ragazzo. Non ci credo» lo difende una signora impellicciata all’ingresso della piccola chiesa di San Luigi Gonzaga di via di Villa Emiliani, nella parte più nobile dei Parioli. Mura bianche, panche di legno scuro. Accanto all’edificio un campo di calcio pieno di ragazzini che ha fatto la storia della zona.

    Abusi anche di gruppo

    Don Alessandro De Rossi, 45 anni, era arrivato a San Luigi nel 2013, ordinato parroco dopo aver trascorso più di due lustri in Argentina da sacerdote fidei donum . Ma da Salta, cittadina di indios nel nord del Paese, quasi al confine con il Cile, non era fuggito perché minacciato. Sul religioso romano pesavano, e pesano tuttora, accuse pesantissime: violenze sessuali su minorenni fra il 2009 e il 2010, anche con abusi di gruppo. Il 31 dicembre gli agenti della Squadra mobile, diretti da Renato Cortese, sono andati a prenderlo nel suo alloggio a San Luigi e l’hanno portato in carcere: don Alessandro era ricercato da Natale dalle autorità argentine che avevano spiccato nei suoi confronti un ordine di cattura internazionale.

    Ai Parioli «sospetto via vai di ragazzini»

    La Procura generale si pronuncerà sulla convalida dell’arresto e l’eventuale estradizione in Argentina dove si terrà il processo, ma la Mobile non esclude accertamenti fra i ragazzi che frequentano la parrocchia dei Parioli, soprattutto nel caso che qualcuno si faccia vivo dopo la notizia dell’arresto del presunto pedofilo. Tanto più che alcuni parrocchiani – e fra loro anche una giovane madre – si sono ricordati ieri «di un sospetto viavai di ragazzini». Una bomba vera e propria perché sui banchi di San Luigi non è raro vedere assorti in preghiera politici (Antonio Tajani, vice presidente del Parlamento europeo) e attori (Sergio Castellitto e la moglie scrittrice Margaret Mazzantini).

    Bimbi filmati e fotografati

    A Salta, nella chiesa Maria Medianera de Todas Las Gracias, nel quartiere Islas Malvinas, tutti invece sapevano che don Alessandro era ricercato. Secondo il giudice di garanzia Diego González Pipino, che ha firmato l’ordine di cattura, il sacerdote è imputato di «abusi sessuali aggravati su un numero imprecisato di vittime». A casa del prete – che nel 2011 finì sui giornali per aver difeso l’attrice Luciana Littizzetto in una querelle con la Chiesa sull’impegno a favore degli immigrati – sarebbero stati sequestrati computer e cd con foto e video dei suoi incontri con i minori che, per gli investigatori argentini, sarebbero avvenuti in alcune case di Salta.

    Amici e nemici

    Violenze seriali, quindi, tutte commesse nella cittadina soprannominata da abitanti e turisti «la linda», per la sua bellezza. Ma lì il parroco dei Parioli non ha lasciato un bel ricordo. E ora nemmeno fra alcuni fedeli romani. A chi non ha mai avuto sospetti («Le sue omelie erano di scuola, ma fatte bene», dice un 50enne) e si fidava di lui, al punto da lasciargli i figli piccoli per il catechismo, si contrappone da ieri sera chi invece si chiede: «Possibile che la Chiesa non sapesse dei suoi trascorsi con la legge?». Ma il Vicariato rivela: «Era tornato a Roma per motivi di salute, con un giudizio positivo del vescovo locale».

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_03/madre-in-parrocchia-c-era-sospetto-via-vai-ragazzini-6f7dfabe-9371-11e4-8973-ae280e1dba84.shtml