Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    Sono complessivamente 1.250 i presunti casi di abusi sessuali registrati in Italia dal 2000 al 2025 legati alla Chiesa.
    A dirlo è il “Report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto” curato dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, come si legge su ReggioToday.

    Di questi sarebbero 36 quelli che si sono verificati in Abruzzo, di cui 10 nella provincia di Pescara.

    Il report, segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout.

    L’associazione sottolinea che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31 mila sacerdoti italiani, viene definita molto alta in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Il documento denuncia una situazione allarmante e, soprattutto, la totale assenza in Italia di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori. Secondo la Rete, “il nostro Paese continua a mancare di strumenti normativi adeguati”, e per questo l’associazione chiede una riforma legislativa che introduca l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini”.

    La Rete L’Abuso chiede una riforma legislativa che imponga l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini: l’assenza di tale obbligo rende inefficaci strumenti europei di prevenzione come il certificato anti-pedofilia e lascia i minori più esposti al rischio di abusi”.

    “Il fenomeno – si legge al termine del rapporto dell’associazione presieduta da Francesco Zanardi – non può più essere affrontato come un problema interno alla Chiesa, ma come una questione di salute pubblica e di giustizia collettiva”.

    In Abruzzo, oltre ai 10 casi in provincia di Pescara, si contano lo stesso numero nel Teramano, 12 in provincia di L’Aquila e 4 in quella di Chieti.

    I dettagli al seguente link: https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpdati-regionali-divisi-per-province/

  • Insabbiamento nella diocesi di Piazza Armerina: a Enna si apre il processo al vescovo e al vicario per falsa testimonianza

    Insabbiamento nella diocesi di Piazza Armerina: a Enna si apre il processo al vescovo e al vicario per falsa testimonianza

    Si è aperto davanti al Tribunale di Enna il processo che vede imputati il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, e il suo vicario giudiziale, don Vincenzo Murgano, parroco della Chiesa Madre di Enna. Entrambi sono accusati di falsa testimonianza nel procedimento penale che ha portato alla condanna dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo per violenza sessuale su minorenne.

    Durante l’udienza, il nuovo difensore di Gisana, l’avvocato Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per accedere al rito abbreviato, che consente uno sconto di pena in caso di condanna. I legali di Murgano hanno annunciato che depositeranno analoga richiesta nella prossima udienza, fissata per il 19 novembre.

    Gli avvocati degli imputati hanno inoltre chiesto di inserire tra le parti offese il Ministero della Giustizia, sostenendo che l’unico soggetto leso sia lo Stato. «Antonio Messina non è persona offesa», ha dichiarato Bruno, riferendosi all’archeologo che ha denunciato i due prelati. Il giudice Marco Strano si è riservato di decidere sulle richieste di costituzione di parte civile, tra cui quella dello stesso Messina.

    L’antefatto: il caso Rugolo e le accuse di insabbiamento

    Il processo di oggi nasce come sviluppo del caso che ha coinvolto Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, condannato in secondo grado a tre anni di reclusione per violenza sessuale su minorenne. La vicenda ha scosso profondamente la comunità ecclesiastica e civile ennese, portando alla riduzione allo stato laicale del sacerdote.

    Secondo l’accusa, durante il procedimento contro Rugolo, il vescovo Gisana e il vicario Murgano avrebbero reso dichiarazioni false o reticenti, ostacolando l’accertamento della verità. Le loro testimonianze sarebbero state finalizzate a proteggere Rugolo o a minimizzare la gravità delle accuse. A far emergere queste presunte omissioni è stata la denuncia di Antonio Messina, che ha segnalato incongruenze e silenzi da parte dei vertici ecclesiastici.

    Il caso Rugolo ha aperto un dibattito più ampio sul ruolo della Chiesa nella gestione delle denunce di abusi e sulla necessità di maggiore trasparenza. Il processo a Gisana e Murgano rappresenta un momento cruciale per verificare se, oltre ai crimini del singolo sacerdote, vi siano state responsabilità istituzionali nel tentativo di insabbiamento.

    Verso il prossimo capitolo giudiziario

    La prossima udienza, prevista per il 19 novembre, potrebbe definire il percorso processuale dei due imputati, con l’eventuale ammissione al rito abbreviato e la decisione sulle parti civili. Intanto, la diocesi di Piazza Armerina resta sotto i riflettori, in attesa che la giustizia chiarisca se le accuse di falsa testimonianza siano fondate o meno.

    https://enna.lasicilia.it/news/cronaca/3003788/insabbiamento-nella-diocesi-di-piazza-armerina-a-enna-si-apre-il-processo-al-vescovo-e-al-vicario-per-falsa-testimonianza.html

  • ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    In un tribunale blindato da polizia e carabinieri si è aperto stamani il processo contro il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote, ora ridotto allo stato laicale, Giuseppe Rugolo condannato per violenza sessuale a danno di minori a 4 anni e mezzo in I grado e 3 in appello.

    Il nuovo legale di Gisana, Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per il rito abbreviato mentre i legali di Murgano hanno preannunciato che depositeranno la richiesta alla prossima udienza.

    In aula sempre gli avvocati degli imputati che però erano assenti, hanno chiesto di inserire tra le parti offese il ministero della Giustizia mentre sono state presentate le richieste di costituzione delle parti civili sulle quali il giudice Marco Strano si è riservato. “

    Per noi l’unica persona offesa in questo caso è solo lo Stato – dice l’avvocato Bruno – Antonio Messina ( l’archeologo che ha denunciato il vescovo e Murgano) non è persona offesa” . La prossima udienza è
    Stata fissata per il prossimo 19 novembre.

  • Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    La nuova rilevazione dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO, pubblicata il 1° ottobre 2025, consegna una fotografia senza precedenti della violenza sessuale commessa da appartenenti al clero e dal relativo indotto in Italia: 1.250 casi complessivi, di cui 1.106 sacerdoti; 4.625 le vittime note, 4.451 delle quali minorenni.

    Solo sui sacerdoti, l’incidenza stimata è del 3,57% (1.106 su 31.000 attivi), mentre il “sommerso” – i casi noti alla Chiesa ma mai denunciati all’autorità giudiziaria – isola 839 episodi su 1.106. Un dato che dialoga con 155 condanne definitive sul totale dei 1.250 casi mappati.

    Dentro questo quadro nazionale, l’Emilia-Romagna conta 75 casi e 192 vittime prevalentemente minorenni; 71 sono sacerdoti, poi un catechista e tre laici. Le posizioni penali registrano 53 episodi nel sommerso, con poche denunce attive e 10 condanne definitive. È in questa cornice che la Romagna spicca per numerosità relativa.

    Forlì-Cesena: il baricentro romagnolo

    La provincia di Forlì-Cesena è la più colpita della Romagna: 10 casi censiti. Il dato, pur numericamente contenuto rispetto ai grandi hub regionali del Nord, pesa nel bilancio romagnolo e segnala catene di eventi spesso rimaste senza un approdo giudiziario. Nel quadro regionale, infatti, oltre due terzi dei procedimenti risultano “sommersi” o privi di esito pubblico, una dinamica che ostacola sia la giustizia sia la prevenzione.

    Rimini e Ravenna: numeri vicini, stessa vulnerabilità

    A Rimini e Ravenna il report conta 7 casi ciascuna. Anche qui il tratto comune è l’asimmetria tra il danno registrato e l’effettiva risposta giudiziaria: poche denunce formali, scarsi approdi a sentenza e un ricorso alla giustizia canonica che, secondo la rilevazione, non si traduce quasi mai in condanne note. È un pattern che ricalca il disegno regionale – 2 procedimenti canonici avviati, 3 mai avviati e nessuna condanna nota – e che suggerisce l’urgenza di strumenti di tutela più trasparenti, coordinati con l’autorità civile.

    Il peso della Romagna nell’Emilia-Romagna

    Sommando Forlì-Cesena (10), Rimini (7) e Ravenna (7), la Romagna raggiunge 24 casi, cioè quasi un terzo del totale regionale (75). Considerando che il report attribuisce all’Emilia-Romagna 192 vittime (di cui 185 minorenni), il contributo romagnolo diventa ancor più significativo in rapporto alla densità demografica e alla capillarità delle strutture ecclesiastiche sul territorio.

    Cosa dicono i “macro-numeri” nazionali

    I dati complessivi – 1.250 casi, 4.625 vittime, 3,57% di incidenza tra i sacerdoti attivi, 839 episodi nel sommerso – descrivono un fenomeno strutturale. Nelle regioni più popolose il volume cresce (la Lombardia guida con 174 casi), ma il tasso di sommerso resta elevato ovunque, segno che la trasparenza interna e l’obbligo di segnalazione non sono ancora prassi consolidate. In assenza di una commissione d’inchiesta statale – strumento adottato in diversi paesi europei – il report evidenzia come le stime italiane possano essere per difetto sul versante delle vittime.

    Le falle del sistema: denuncia, prevenzione, risarcimenti

    Il documento rimarca che, tra le 4.621-4.625 vittime citate nelle diverse sezioni, solo una risulta risarcita spontaneamente dalla Chiesa; quando arriva un indennizzo, proviene in prevalenza dalla giustizia italiana. Nel frattempo, il sostegno medico-psicologico appare lacunoso, mentre 22 strutture terapeutiche risultano attive per i sacerdoti, nessuna specificamente per i sopravvissuti da abusi. Il divario tra strumenti per gli autori e tutela delle vittime è uno dei punti dolenti messi nero su bianco.

    Che cosa significa per la Romagna

    Per Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna i numeri non sono solo contabilità del passato. La quota di sommerso, il limitato ricorso a percorsi giudiziari e la quasi totale assenza di condanne canoniche note rendono urgente un’azione su tre livelli: obbligo effettivo di segnalazione all’autorità civile; rafforzamento dei servizi di supporto alle vittime; trasparenza degli esiti, inclusa la tracciabilità dei trasferimenti interni. La Romagna, proprio perché esprime una fetta importante del dato regionale, può diventare un laboratorio di pratiche migliori, dalla formazione nelle parrocchie alla collaborazione strutturata con centri antiviolenza e procure.

    Un indicatore per misurare il cambiamento

    Il confronto fra numero di casi e condanne definitive (10 in Emilia-Romagna su 75) suggerisce un indicatore semplice da monitorare: quota di procedimenti che arrivano a sentenza, tempi medi di definizione e accesso a misure riparative. Portare alla luce il sommerso non è solo questione statistica: significa consentire alle vittime di Romagna – e del Paese – di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, e alle comunità di ricostruire fiducia su basi verificabili.

    Metodologia – Il report copre l’arco 2000-2025, aggrega casi trattati direttamente dall’associazione e materiale documentale pubblico, con schede regionali e provinciali di dettaglio. I numeri citati nel pezzo provengono dal report alle sezioni “Dato censito dall’Osservatorio”, “Dettaglio integrale delle schede regionali” e “Conclusioni”.

    https://lavocedicesenatico.it/romagna-la-mappa-degli-abusi-nel-clero-forli-cesena-in-testa-seguono-rimini-e-ravenna/

    2° Report Rete L’ABUSO

  • Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Sono 31 i casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero (e il suo indotto) nella provincia di Torino. Questo il dato che emerge dal report “Tolleranza Zero” a cura dell’Osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ e che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025. 

    A livello nazionale i casi sono 1.250, di cui 1.106 risultano commessi da sacerdoti. Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Tutti i numeri (anche del sommerso)

    Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana -spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    I dati delle province del Piemonte

    La Lombardia è la Regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana.

    Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 come detto per Torino, 6 per il Verbano e 8 per il Vercellese.

  • Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    La storia di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino di origine polacca, ha attraversato in poche settimane i confini della cronaca giudiziaria per diventare un caso simbolo di un sistema ecclesiastico ancora incerto di fronte alle accuse di abuso. Ordinato presbitero dal segretario personale di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein – che gli ha fatto anche pervenire come dono “personale” lo zucchetto del defunto pontefice -, Iwaszczonek ha svolto il suo ministero prima nel Mezzogiorno, a Napoli, e successivamente al Nord, a Vicenza, dove risiede attualmente. È a Napoli, tuttavia, che si sta celebrando in queste settimane il processo penale a suo carico, con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti di un giovane che, all’epoca dei fatti, si preparava alla vita religiosa.

    La storia di Mirco

    Tutto comincia nel 2022, durante i mesi ancora segnati dall’isolamento post-pandemico. “Mirco” – questo il nome di fantasia della presunta vittima, oggi ventitreenne – è un ragazzo fragile, alla ricerca di un equilibrio tra fede e identità personale. Cresciuto in un ambiente familiare complesso, si avvicina alla Chiesa in cerca di sostegno spirituale e trova accoglienza tra i Teatini, un antico e prestigioso ordine clericale fondato nel 1524 e da sempre dedito alla vita comunitaria e alla preghiera.

    Nella basilica napoletana, San paolo Maggiore, dove si celebra la messa in rito antico, Mirco conosce padre Aleksander, allora trentottenne, stimato per la sua cultura liturgica e la sua devozione. Tra novembre 2022 e Natale dello stesso anno, il giovane frequenta la comunità con sempre maggiore assiduità, fino a essere invitato a vivere nel convento teatino di Napoli, “a tempo indeterminato”. È lì, secondo l’accusa, che sarebbero avvenuti gli abusi fisici e psicologici.

    Mirco racconta di un rapporto di dipendenza e manipolazione, in cui il sacerdote alternava momenti di rassicurazione a episodi di umiliazione e controllo. Il consenso, sostiene il ragazzo, era spesso estorto, sfruttando la sua condizione di sottomissione e la venerazione nei confronti del prete. Dopo mesi di disagio e confusione, il giovane lascia la comunità, inizia un percorso di psicoterapia e, sostenuto dal suo legale, presenta denuncia.

    Il processo a Napoli

    L’indagine della Procura di Napoli si conclude nel 2024 con il rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale aggravata dall’abuso di condizioni di inferiorità psichica e maltrattamenti. Il processo è entrato nella fase dibattimentale lo scorso autunno. Il 17 settembre 2025 si è tenuta una nuova udienza davanti al collegio penale partenopeo.

    L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco e legale di parte civile, ha ribadito la gravità delle accuse, parlando di “una relazione di dominio spirituale e psicologico sfociata in abusi sessuali reiterati”. La difesa del sacerdote, invece, continua a sostenere che tra i due vi fosse un rapporto consensuale e che le accuse sarebbero il frutto di una rilettura distorta dei fatti.

    Padre Aleksander, trasferito nel frattempo a Vicenza dopo l’apertura dell’indagine, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. Anche l’Ordine dei Teatini, fino a non poche settimane fa, aveva mantenuto il riserbo, difendendo la presunzione di innocenza del proprio confratello.

    Lo spostamento e la “promozione”

    Nel frattempo, la vicenda si è intrecciata con un altro elemento destinato a suscitare clamore. Nonostante il rinvio a giudizio, nel luglio 2025 padre Iwaszczonek era stato eletto ai vertici dell’Ordine dei Teatini d’Italia, come membro del governo provinciale per il triennio 2025-2028. Una nomina avvenuta mentre il procedimento penale era già in corso.

    Secondo fonti interne, la decisione era stata presa in base al principio di innocenza e alla reputazione di Iwaszczonek, considerato “uomo di grande integrità e zelo apostolico”. La notizia, tuttavia, ha suscitato indignazione non solo tra le associazioni delle vittime di abusi del clero, ma anche all’interno dello stesso mondo cattolico, dove si è parlato di “mancanza di prudenza pastorale”.

    La Provincia Teatina d’Italia “Bambin Gesù”, con sede a Palermo, è poi intervenuta ufficialmente con un comunicato datato 18 settembre 2025, firmato dal preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski, rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini nel capoluogo siciliano. Nel testo, l’Ordine annuncia la sospensione immediata da ogni incarico di padre Iwaszczonek “nel rispetto della dignità di tutte le parti coinvolte” e “per tutelare la sua stessa incolumità personale”.

    “Alla notizia dell’indagine penale e del rinvio a giudizio – si legge nel comunicato – la nostra Provincia ha scelto di confidare nella giustizia civile, non avendo strumenti per una indagine interna. Finché non ci sarà sentenza definitiva, il confratello deve essere considerato presunto innocente. Tuttavia, di fronte alla diffusione della notizia e al rischio di aggressioni o linciaggi mediatici, si ritiene necessario sospendere padre Aleksander da qualsiasi incarico, in attesa che il tribunale di Napoli si pronunci.”

    Un caso non isolato

    Il caso Iwaszczonek si inserisce in un quadro più ampio di scandali che, negli ultimi anni, hanno scosso la Chiesa italiana. Secondo l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono oltre 1.200 i preti accusati di violenze o comportamenti inappropriati dal 2000 a oggi, mentre circa 840 vicende sarebbero state insabbiate o risolte con semplici trasferimenti.

    L’Italia, diversamente da altri Paesi europei, non dispone di una commissione indipendente d’inchiesta. “Il sommerso è enorme,” spiega Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, “perché molte vittime impiegano anni a trovare il coraggio di denunciare, e spesso quando lo fanno i termini di prescrizione sono già scaduti.”

    Numerosi casi, come quello dei fratelli Lucchina in Lombardia o del sacerdote polacco che molestò un minore chiedendogli di dormire “nella cuccia del suo cane”, mostrano un pattern ricorrente: spostamenti di sede, silenzi prolungati, promozioni inopportune.

    Il silenzio delle istituzioni ecclesiastiche

    Il governo generale dei Teatini, interpellato dopo la pubblicazione dell’articolo di Today.it (che ha fatto scoppiare lo scandalo), ha ribadito che “i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sulla pubblica piazza”. Tuttavia, anche dentro l’ordine serpeggiano malumori. Alcuni religiosi, rimasti anonimi, hanno espresso disagio per la gestione iniziale del caso, definendola “troppo attendista” e poco rispettosa delle esigenze delle vittime.

    Padre Kowalczykowski, oggi a Palermo, ha cercato di riportare equilibrio: “Non posso giudicare ciò che è accaduto prima del mio mandato, ma non accetterò che l’Ordine sia associato all’omertà o alla complicità. Attendiamo la verità dal tribunale di Napoli.”

    Tra diritto e fede

    Il caso Iwaszczonek interroga profondamente la Chiesa sul rapporto tra misericordia e giustizia. È giusto sospendere un sacerdote prima della condanna definitiva? È lecito, invece, mantenerlo in ruoli di responsabilità mentre pende un’accusa così grave? Il confine tra garantismo e tutela delle vittime rimane sottile, ma è proprio su quel margine che si misura la credibilità ecclesiale.

    Il processo di Napoli proseguirà nei prossimi mesi con l’audizione dei testimoni e delle parti civili. Solo allora si saprà se le accuse troveranno conferma o se il sacerdote verrà assolto. Intanto, padre Aleksander Iwaszczonek vive a Vicenza, dove si è ritirato in una comunità teatina, lontano dai riflettori, in attesa del verdetto.

    Oltre il caso singolo

    Qualunque sia l’esito giudiziario, la vicenda di Napoli rimane un banco di prova per la Chiesa italiana, chiamata a scegliere tra l’autotutela istituzionale e la trasparenza. Il comunicato del 18 settembre segna, almeno formalmente, una svolta di responsabilità: per la prima volta, la sospensione di un sacerdote accusato avviene non come conseguenza della condanna, ma come misura di cautela e di tutela di tutti.

    Resta tuttavia la domanda più scomoda: perché la sospensione arriva solo dopo la pubblicazione della notizia sui giornali? È il potere mediatico, ancora una volta, a supplire alle lentezze del discernimento ecclesiale?

    Padre Aleksander, da parte sua, continua a proclamarsi innocente. La giustizia farà il suo corso. Ma per Mirco e per molti altri come lui, il processo più lungo sarà quello interiore: quello che serve per ricostruire la fiducia, in sé stessi e in una Chiesa che non può più permettersi di guardare altrove.

    Fonti: https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

  • Violenza sessuale nei confronti di un minorenne, Padre Melis condannato a 10 anni

    Violenza sessuale nei confronti di un minorenne, Padre Melis condannato a 10 anni

    10 anni. Questa la sentenza di condanna con il rito abbreviato in Tribunale a Savona nei confronti di Padre Andrea Melis.

    Il parrocco, difeso dagli avvocati Graziella Delfino e Raffaele Caruso, era accusato di violenza sessuale nei confronti di un minorenne e nel processo davanti al Gip Laura De Dominicis si erano costituite come parti civili l’Associazione Rete L’Abuso, assistita dal legale Luca Battaglieri, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova rappresentati dal legale Andrea Sciello.

    Gli avvvocati difensori avevano prodotto una perizia psichiatrica che era stata accolta dal Gip ma di fatto respinta dal perito che aveva escluso l’incapacità di intendere e di volere.

    Lo scorso ottobre 2024 dopo un periodo in carcere a Genova Pontedecimo Melis era tornato agli arresti domiciliari in una residenza protetta in Umbria.

    Il fascicolo passato per competenza territoriale da Genova al Tribunale di Savona (per quanto riguarda le violenze che sarebbero state effettuate a Finale Ligure) aveva visto portare il gip a decidere di disporre il carcere in quanto a seguito di una segnalazione dei carabinieri di Genova, l’Istituto dei Padre Scolopi di Chiavari dove il sacerdote era ai domiciliari non sarebbe stata una collocazione idonea perché vicina alle scuole e quindi un luogo “potenzialmente a rischio di reiterazione del reato”. Per lui si erano quindi aperte le porte di una comunità umbra.

    Lo scorso dicembre era stato poi svolto l’incidente probatorio e a gennaio erano state concluse le indagini con il rinvio a giudizio. A maggio erano state accolte dal giudice le parti civili e la perizia psichiatrica di parte. A giugno poi era stato conferito l’incarico al perito.

    Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, era stato direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti ed ex presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, aveva poi presentato le dimissioni nel giugno scorso).

    Nel savonese è stato anche parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure. E proprio nel finalese le accuse più pesanti: il sacerdote infatti avrebbe abusato di un giovane chierichetto (quando la vittima aveva 12 anni e sino al compimento dei 16).

    Le violenze sessuali si sarebbero verificate nella chiesa degli scolopi finalesi, per questo la Gip del Tribunale di Genova si è dichiarata “territorialmente incompetente” con il fascicolo che è stato destinato al Palazzo di Giustizia savonese.

    Il parroco era accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzino, che abitualmente svolgeva le mansioni di chierichetto, ed era stato “ricompensato” con soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il religioso avrebbe tentato approcci anche con altri sette minorenni, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti, attirati nel suo appartamento sempre con “regalini”.

    Nell’ordinanza, la giudice aveva sottolineato come il sacerdote avesse agito sotto “la spinta di impulsi perversi”, carpendo la fiducia dei minori “attirandoli a casa sua, vicino le chiese” e facendoli “accedere a tutto ciò che un adulto proibisce”.

    La sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.

    Oltre alla sentenza che ha confermato in toto la richiesta di condanna della Pm Milocco, il giudice ha disposto l’interdizione perpetua dei pubblici uffici oltre da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, da ogni ufficio, servizio, in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.

    È stata inoltre applicata la misura di sicurezza, dopo l’esecuzione della pena per la durata di cinque anni.

    Melis è stato condannato anche al risarcimento danni che liquida in via previsionale per 50.000 euro a beneficio della persona offesa (erano già stati versati 20mila euro) oltre alle spese legali e di perizia e alla rifusione dei compensi per la consulenza tecnica di parte.

    È stata liquidata la rifusione dei compensi alla associazioni costituite, No Child Abuse e Rete l’Abuso, riservando ad un separato giudizio la determinazione definitiva del risarcimento del danno.

    https://www.savonanews.it/2025/10/24/mobile/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/violenza-sessuale-nei-confronti-di-un-minorenne-padre-melis-condannato-a-10-anni.html#goog_rewarded

  • Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    di Diego La Matina – La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino accusato di violenza sessuale e maltrattamenti, rappresenta uno dei tanti drammatici capitoli della crisi degli abusi all’interno della Chiesa cattolica italiana. Una storia che ha inizio a Napoli, dove il giovane sacerdote polacco operava celebrando messe secondo il rito antico in latino nella basilica di San Paolo Maggiore nel centro storico della città. È qui che incontra Mirco, nome di fantasia di un ragazzo che cerca rifugio spirituale in un momento di profonda fragilità.

    L’incontro fatale: quando la vulnerabilità incontra il potere

    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde nella vita di molti giovani. Per Mirco, all’epoca ventenne, l’isolamento forzato si è sommato agli studi interrotti e alla difficoltà di accettare la propria omosessualità in un contesto familiare poco accogliente. In quel periodo buio, il ragazzo arriva a considerare il proprio orientamento sessuale come una malattia da cui guarire. È in questo stato di estrema vulnerabilità che si aggrappa alla Chiesa.

    Deluso dalla modernità della liturgia contemporanea, Mirco inizia a frequentare le messe in rito antico celebrate da padre Aleksander Iwaszczonek nella basilica napoletana. È novembre 2022. Dietro l’altare c’è questo sacerdote polacco dei Teatini, ordinato da uno degli arcivescovi più vicini a Benedetto XVI, del quale è profondo ammiratore. Un dettaglio significativo: padre Aleksander avrebbe ricevuto in dono lo zucchetto dello stesso Ratzinger, un privilegio considerato unico.

    L’avvicinamento è graduale, quasi studiato. Prima l’invito a partecipare con maggiore assiduità alle celebrazioni, poi le cene con la comunità, infine la proposta che cambierà tutto: restare “a tempo indeterminato” nel convento teatino di Napoli, giorno e notte. Mirco accetta. È fragile, dilaniato dal senso di colpa, terrorizzato dal giudizio altrui. I Teatini diventano la sua nuova famiglia.

    Gli otto mesi dell’orrore: abusi tra le mura sacre

    Quello che doveva essere un luogo di protezione e crescita spirituale si trasforma in una prigione psicologica. Per otto mesi, Mirco vive all’interno del monastero napoletano il suo periodo di iniziazione alla vita religiosa. Padre Aleksander è il suo riferimento principale, la guida per tutti i giovani novizi. Ma dietro la facciata dell’autorità spirituale si nasconde una dinamica di manipolazione e sopraffazione.

    Il rapporto tra i due si fonda su un’alternanza devastante tra rassicurazioni e umiliazioni. Padre Aleksander sembra pienamente consapevole del potere che esercita sul ragazzo, della sua capacità di plagiarlo attraverso una figura quasi idealizzata. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – fatica a distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, cosa sia consenso autentico da cosa sia sottomissione.

    Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, gli abusi sessuali avverrebbero nella camera del sacerdote. Mirco sostiene che il suo consenso veniva spesso estorto, che dipendeva dalla condizione di totale sottomissione in cui si trovava. La manipolazione psicologica si intreccia con quella fisica, creando una spirale da cui il giovane non riesce a liberarsi.

    Dopo diversi mesi di questo inferno, Mirco entra in una crisi profonda. Arriva a pensare al suicidio. Solo dopo aver lasciato la comunità, nel novembre 2023, e dopo aver iniziato un percorso con uno psicologo, trova il coraggio di denunciare. La sua denuncia dà il via a un’indagine della Procura di Napoli che porta al rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale tramite abuso della debolezza della vittima e maltrattamenti psicologici.

    Il processo a Napoli: la giustizia in azione

    Il 17 settembre 2025 si è tenuta un’udienza cruciale del processo davanti al Tribunale di Napoli. L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco costituitosi parte civile, conferma: “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”. Il processo è in fase dibattimentale, iniziato nell’autunno del 2024.

    La difesa di padre Aleksander – che insieme al suo avvocato ha preferito non rilasciare dichiarazioni trattandosi di un processo in corso – presumibilmente continuerà a sostenere la tesi del consenso da parte della vittima. Una linea difensiva che ignora completamente la dinamica di potere, la condizione di fragilità psicologica del giovane e il ruolo di autorità spirituale del sacerdote.

    Nel frattempo, l’ordine dei Teatini, per bocca del suo provinciale, il padre Adam Marek Kowalczykowski, ha rilasciato una dichiarazione che suona come una difesa d’ufficio: “Nella comunità teatina padre Aleksander è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale”.

    L’uso dell’espressione “sedicente vittima” è già di per sé significativo e rappresenta un pattern ricorrente nelle risposte ecclesiastiche di fronte alle denunce di abuso.

    La promozione paradossale: premiato mentre è sotto processo

    Quello che rende questa vicenda ancora più sconcertante è quanto accaduto durante le indagini e dopo il rinvio a giudizio. Invece di sospendere padre Aleksander da ogni incarico, i vertici dell’ordine dei Teatini hanno deciso di trasferirlo in una sede del Nord Italia. Qui ha continuato tranquillamente a celebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”.

    Un obbligo che suona beffardo: un sacerdote accusato di abusi sessuali su un giovane viene semplicemente invitato ad essere “prudente” con i potenziali nuovi giovani che incontra. Nella nuova sede gli è stato persino concesso di continuare gli studi religiosi e tenere lezioni online con i novizi della sua famiglia religiosa.

    Ma il culmine dell’incredulità arriva a luglio 2025. In pieno processo penale, il governo provinciale dell’ordine dei Chierici Regolari Teatini d’Italia elegge padre Aleksander Iwaszczonek tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. Una sorta di promozione che lascia attoniti: un sacerdote sotto processo per violenza sessuale viene elevato ai vertici del suo ordine.

    Solo dopo che la vicenda è stata portata all’attenzione dei media, il 18 settembre 2025, il nuovo preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski è stato costretto a emettere un comunicato ufficiale sospendendo padre Aleksander da qualsiasi incarico. Nel comunicato si legge una giustificazione che appare contraddittoria: da un lato si rivendica il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, dall’altro si ammette che la diffusione della notizia alla stampa rende necessaria la sospensione per tutelare “la dignità di tutti i soggetti coinvolti” e “la incolumità personale” dello stesso padre Aleksander.

    In sostanza, l’ordine ammette implicitamente che la sospensione è dovuta più alla pressione mediatica che a una reale presa di coscienza della gravità delle accuse.

    Un sistema malato: i numeri dell’orrore

    Il caso di padre Aleksander non è affatto isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, dal 2000 ad oggi in Italia si contano 1.236 casi documentati di abuso e ben 840 situazioni insabbiate. E questi numeri, sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, non sono affatto esaustivi. In Italia non esiste un monitoraggio ufficiale del fenomeno.

    In regioni come la Lombardia, e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia a fronte di oltre 100 episodi insabbiati. La sproporzione è evidente e drammatica.

    “In altri paesi europei i numeri ufficiali sono molti meno. Non perché il fenomeno sia meno diffuso, ma perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”, denuncia Zanardi. La mancanza di volontà politica è evidente: “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”.

    Storie parallele: Giorgio e la fuga dalla Polonia

    La testimonianza di Giorgio Babicz, raccolta da MilanoToday, mostra come il meccanismo degli abusi segua pattern tristemente ricorrenti. Anche lui, come Mirco, proveniva da una famiglia disfunzionale – madre anaffettiva, padre alcolista e violento – quando a 13 anni un sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia.

    Giorgio accetta e va a vivere nella casa canonica di un piccolo paese. “Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni rifiuto veniva seguito da minacce di rimandarlo in Polonia.

    “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, confessa Giorgio, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento. Nessuna vera conseguenza.

    I fratelli Lucchina e il sistema dei trasferimenti

    A Milano è nota la vicenda dei fratelli Lucchina, entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato tre anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, con l’interruzione di qualunque attività con minorenni.

    Eppure, nonostante il provvedimento, don Alberto è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solo alcuni mesi dopo, dove è rimasto a contatto con dei minori. Il fratello invece ha beneficiato dell’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo e i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    Il problema dei tempi: quando la giustizia arriva troppo tardi

    “È un problema ricorrente”, spiega Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare, ormai è troppo tardi” per i termini di prescrizione.

    Questo meccanismo protegge di fatto gli abusatori, che beneficiano del silenzio imposto dal trauma alle loro vittime. È un circolo vizioso che perpetua l’impunità.

    Due giustizie, due velocità

    Bisogna distinguere tra il procedimento davanti alla magistratura italiana e il processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure che i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è considerata verso Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, denuncia Zanardi.

    Questa differenza è fondamentale per comprendere perché così tanti casi vengono insabbiati. Il processo canonico, gestito internamente dalla Chiesa, spesso non porta a condanne significative. I sacerdoti accusati vengono trasferiti, come se cambiare parrocchia potesse risolvere il problema, invece di essere effettivamente allontanati dal ministero.

    Il confronto europeo: l’Italia fanalino di coda

    Il confronto con altri paesi europei è impietoso. In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta.

    In Francia, Germania, Belgio e altri paesi si sono costituite commissioni indipendenti che hanno prodotto rapporti dettagliati sul fenomeno, portando alla luce migliaia di casi e forzando la Chiesa locale a confrontarsi con la realtà degli abusi. In Italia, invece, regna il silenzio istituzionale.

    L’ordine dei Teatini: tra ideali e realtà

    L’ordine dei Chierici Regolari Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la Riforma protestante, con l’intento di riformare la Chiesa dall’interno. Tra i valori fondanti ci sono il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    L’ironia è amara: un ordine nato per purificare la Chiesa si trova oggi a dover rispondere di come ha gestito – o meglio, non ha gestito – le accuse di abuso contro uno dei suoi membri, arrivando persino a promuoverlo mentre era sotto processo.

    Il nuovo preposito provinciale, padre Adam Marek Kowalczykowski, ha dichiarato di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, ha affermato. Una dichiarazione vaga che non fornisce risposte concrete.

    Le conseguenze sulla vittima

    Mentre padre Aleksander continuava il suo ministero e veniva promosso, Mirco affrontava le conseguenze devastanti di quanto subito. Il percorso terapeutico, la difficoltà di elaborare il trauma, il coraggio necessario per denunciare sapendo che avrebbe dovuto affrontare l’incredulità, il giudizio, l’esposizione mediatica.

    Denunciare un prete non è come denunciare un qualsiasi altro cittadino. C’è il peso della comunità religiosa, spesso solidale con l’accusato. C’è la difficoltà di far comprendere le dinamiche di manipolazione psicologica e di abuso di potere. C’è il rischio di essere considerato la “sedicente vittima”, come recita il comunicato dei Teatini.

    Cosa aspettarsi dal processo

    Il processo a Napoli proseguirà nei prossimi mesi. Mirco, costituitosi parte civile, dovrà ripercorrere davanti al tribunale i momenti più dolorosi della sua vita. La difesa di padre Aleksander continuerà probabilmente a sostenere la tesi del consenso, ignorando la giurisprudenza consolidata sull’impossibilità di un consenso libero e consapevole in situazioni di asimmetria di potere così marcate.

    L’esito del processo sarà importante non solo per Mirco, ma per tutte le vittime di abusi ecclesiastici in Italia. Una condanna potrebbe rappresentare un precedente significativo. Un’assoluzione rischierebbe di scoraggiare altre potenziali denunce.

    Le responsabilità sistemiche

    Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è che il problema non è mai solo individuale. Non si tratta solo di “mele marce” da eliminare. Il sistema stesso è complice quando: trasferisce i sacerdoti accusati invece di sospenderli; li promuove mentre sono sotto processo; minimizza la gravità delle accuse; utilizza espressioni come “sedicente vittima”; agisce solo quando c’è pressione mediatica; e rivilegia la tutela della reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione delle vittime.

    L’ordine dei Teatini ha ammesso nel suo comunicato di non avere “alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna”. Se è così, è gravissimo. Significa che ordini religiosi che hanno la responsabilità di giovani in formazione non hanno gli strumenti per proteggerli.

    La strada da percorrere

    La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare in Italia. Serve una commissione d’inchiesta indipendente, come è avvenuto in altri paesi europei. Serve un registro nazionale degli abusi e delle condanne. Serve formazione specifica per chi lavora a contatto con giovani e persone vulnerabili.

    Serve soprattutto un cambio di cultura: smettere di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, ascoltare chi denuncia invece di etichettarlo come “sedicente vittima”, riconoscere che gli abusi sono facilitati da dinamiche di potere che vanno smantellate.

    Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, continueranno ad esserci nuovi Mirco, nuovi Giorgio, nuove vittime che pagheranno il prezzo del silenzio istituzionale. E continueranno ad esserci sacerdoti abusanti che, invece di essere allontanati, verranno trasferiti e persino promossi, perpetuando un sistema malato che tradisce proprio quei valori di carità e misericordia che dovrebbe incarnare.

    Il processo di Napoli è in corso. La giustizia farà il suo corso. Ma la vera domanda è: quando la Chiesa cattolica italiana deciderà di fare davvero i conti con questa piaga invece di limitarsi a gestirne le conseguenze mediatiche?

    Fonti:

    https://www.agensir.it/quotidiano/2025/7/12/religiosi-teatini-ditalia-eletto-il-nuovo-governo-provinciale-guida-affidata-a-p-kowalczykowski/

    https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    https://teatinos.org/it/comunicado-provincia-teatina-de-italia-bambin-gesu/

  • Il prete-giornalista Antonio Pelayo cerca di adescare un collega durante i giorni del Conclave: accusato di violenza sessuale

    Il prete-giornalista Antonio Pelayo cerca di adescare un collega durante i giorni del Conclave: accusato di violenza sessuale

    Nei giorni del Conclave ma anche in quelli successivi, con tutta la stampa impegnata a raccogliere notizie nella sala stampa vaticana, un giornalista e prete spagnolo Antonio Pelayo, 81 anni, ha adescato un suo collega dei media, 40 anni, invitandolo a casa, dove senza successo ha provato ad intrattenere un rapporto intimo. È l’accusa mossa dalla procura al sacerdote, per cui sono state chiuse le indagini con l’accusa di violenza sessuale.

    L’amicizia
    Il giornalista, ritenuto attendibile dal pubblico ministero, ha dovuto lasciare Roma, trasferendosi in un’altra città per lo choc subito e il timore di incontrare di nuovo l’81enne, che per un periodo ha continuato a cercarlo.

    Le carte dell’inchiesta ricostruiscono quanto accaduto a partire dal ricovero di Papa Francesco al policlinico Gemelli, fino alla morte avvenuta il 21 aprile scorso. La città del Vaticano era al centro del mondo, centinaia i giornalisti accreditati. Tra di loro, l’attuale indagato e il giornalista 40enne. Lo spagnolo conosce ogni angolo delle segrete stanze vaticane, avendo per anni lavorato a Roma come corrispondente per la stampa spagnola. Ed è proprio questo a renderlo interessante per il giornalista 40enne che scopre anche di condividere con lui la passione per l’arte. L’amicizia gli sembra sincera, qualche giorno prima della scomparsa di Papa Francesco, il 16 aprile del 2025, lo spagnolo invita il giovane collega per un aperitivo nella sua casa al centro storico. Il 40enne accetta. L’appuntamento si conclude senza sorprese.

    Le molestie
    Nel frattempo passano i giorni, si apre il conclave, i giornalisti lavorano gomito a gomito per avere indiscrezioni, alla fine viene eletto Papa Leone XIV l’8 maggio e il lavoro dei giornalisti si concentra sulle indiscrezioni per scoprire quale sarà il nuovo corso in Vaticano. Lo spagnolo invita di nuovo il collega per un aperitivo. È il 23 maggio di cinque mesi fa. Ma la serata va avanti in maniera molto diversa rispetto alle precedenti. Secondo il racconto del 40enne i due mangiano, il prete gli offre whisky ma lui rifiuta. Lo spagnolo comincia a molestarlo ma il giornalista cerca di sottrarsi, chiede di andare in cucina. È sempre lui a raccontare che a questo punto il prete prova un altro approccio, molto più aggressivo. Il 40enne a questo punto va via ma qualche giorno dopo decide di presentare una denuncia. La procura di Roma verifica la sua testimonianza e chiude le indagini contestando al sacerdote – che si sarebbe successivamente scusato con alcuni messaggi del proprio comportamento – la violenza sessuale.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/25_ottobre_22/il-prete-giornalista-antonio-pelayo-cerca-di-adescare-un-collega-durante-i-giorni-del-conclave-accusato-di-violenza-sessuale-8854d503-e428-43bd-993d-d517f4e77xlk.shtml

  • Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Giovedì (16 ottobre) il Consiglio per la tutela dei minori del Vaticano ha affermato che la Chiesa cattolica ha l’obbligo morale di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero a guarire e ha individuato come rimedi essenziali risarcimenti finanziari e sanzioni adeguate per gli abusatori e i loro complici.

    La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori si è concentrata sulla questione delle riparazioni nel suo secondo rapporto annuale. Si tratta di un argomento spesso delicato per la Chiesa, date le implicazioni finanziarie, reputazionali e legali che impone alla gerarchia.

    Il rapporto era significativo: una pubblicazione ufficiale del Vaticano, preparata con il contributo di 40 vittime di abusi provenienti da tutto il mondo, che dava voce alle loro lamentele sulla pessima gestione dei loro casi da parte della Chiesa e alle loro richieste su ciò di cui avevano bisogno per guarire. Conteneva la sconvolgente rivelazione che l’ufficio vaticano responsabile di un terzo delle diocesi cattoliche del mondo aveva ricevuto solo un “piccolo numero di casi” e solo due segnalazioni di vescovi che avevano insabbiato reati sessuali su minori.

    Papa Leone segnala l’impegno alla commissione
    Il rapporto copre il 2024, un periodo precedente all’elezione di Papa Leone XIV. Il primo papa americano della storia ha riconosciuto che lo scandalo degli abusi, che ha gravemente offuscato la credibilità della gerarchia cattolica negli Stati Uniti, in alcune parti d’Europa e in America Latina, rimane una “crisi” per la Chiesa.

    Leo ha manifestato il suo impegno nei confronti della commissione, creata da Papa Francesco nel 2014 per consigliare la Chiesa sulle migliori pratiche per prevenire gli abusi.

    Il rapporto afferma che gli accordi monetari erano necessari per fornire alle vittime la terapia necessaria e altre forme di assistenza per aiutarle a riprendersi dal trauma degli abusi subiti.

    Ma il rapporto afferma che la Chiesa ha un debito ben più grande nei confronti delle vittime, della comunità ecclesiale in senso più ampio e di Dio. La gerarchia deve ascoltare le vittime e fornire loro assistenza spirituale e pastorale. I leader della Chiesa devono scusarsi per il danno arrecato, informare le vittime su cosa stanno facendo per punire coloro che le hanno danneggiate e quali misure stanno adottando per prevenire futuri abusi.

    “La Chiesa ha l’obbligo morale e spirituale di guarire le profonde ferite inflitte dalla violenza sessuale perpetrata, favorita, mal gestita o nascosta da chiunque ricopra una posizione di autorità nella Chiesa”, ha affermato.

    Il rapporto è stato preparato con le vittime in un focus group, che ha elencato le priorità per la loro guarigione. Sono state individuate la necessità di responsabilizzare i leader della Chiesa, di fornire informazioni sui loro casi, di una vera riforma delle strutture ecclesiastiche per punire adeguatamente gli abusatori e i loro complici, e di strategie di prevenzione efficaci.

    “La commissione si impegna a dire alle vittime e ai sopravvissuti: ‘Vogliamo essere al vostro fianco’”, ha dichiarato il nuovo presidente della commissione, il vescovo francese Thibault Verny, in una conferenza stampa in Vaticano.

    Un processo legale che è di per sé ritraumatizzante

    È significativo che il rapporto del 2024 abbia affermato che il modo in cui la chiesa gestisce i casi di abuso e il suo “modello decennale di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpa e la stigmatizzazione” delle vittime, erano di per sé traumatizzanti per loro.

    Si trattava di un riferimento al disfunzionale processo interno della chiesa e al codice canonico interno, in cui possono volerci anni per elaborare un caso e la punizione più severa inflitta a un prete stupratore seriale equivale al licenziamento.

    Il processo è avvolto nel segreto, tanto che le vittime non hanno alcun diritto a ricevere informazioni sul loro caso, se non quello di conoscerne l’esito. Le vittime non hanno altra possibilità se non quella di rendere pubblica la loro storia, il che può essere traumatizzante.

    Il rapporto chiedeva sanzioni “tangibili e commisurate alla gravità del reato”. Sebbene la riduzione allo stato laicale sia una possibile conseguenza per i sacerdoti che violentano minori, la Chiesa è spesso riluttante a rimuovere completamente i sacerdoti. Spesso prevede sanzioni meno severe, come un periodo di ritiro dal ministero attivo, anche per i casi più gravi di abuso.

    Anche quando un vescovo viene rimosso per errori commessi, al pubblico viene comunicato solo che si è ritirato. Il rapporto chiede alla Chiesa di “comunicare chiaramente le ragioni delle dimissioni o della rimozione”.

    https://www.ncronline.org/vatican/vatican-report-says-clergy-sex-abuse-victims-need-reparations-and-tangible-sanctions-heal