Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • “Ti do le caramelle se non dici nulla” Prete accusato di abusi su una bimba

    “Ti do le caramelle se non dici nulla” Prete accusato di abusi su una bimba

    Cile: John O’Reilly, sacerdote dei Legionari di Cristo, rischia 10 anni di carcere per violenza sessuale su minore.

    John O’Reilly, rappresentante in Cile dei Legionari di Cristo, è stato dichiarato colpevole di aver commesso ripetuti abusi sessuali su una bambina di 5 anni che frequentava una scuola nella quale il sacerdote lavorava come consigliere spirituale. L’accusa ha chiesto 10 anni di carcere, ma i giudici ratificheranno la pena solamente a novembre. Secondo quanto accertato dall’inchiesta, monsignor O’Reilly, 68 anni, ha palpeggiato la bambina in molte occasioni, dal 2010 al 2012, dopo essersi appartato con lei in un ufficio del Colegio Cumbres, convincendola a sopportare gli abusi con caramelle e promesse riguardanti la scuola. E’ stata la stessa bambina a denunciare il comportamento del sacerdote a una psicologa della scuola, che ha subito allertato la madre dell’allieva, che era già preoccupata dal rapporto “troppo vicino” fra sua figlia e il religioso.

    http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_mondo/2014/10/16/ti_do_le_caramelle_se_non_dici_nulla_prete_accusato_di_abusi_su_una_bimba-3-391142.html

  • Assolto il prete del Pantano che era stato accusato di violenza sessuale

    Assolto il prete del Pantano che era stato accusato di violenza sessuale

    POTENZA – Assolto dall’accusa di violenza sessuale per un vizio di procedura: la querela della sua presunta vittima – poi ritirata – è stata presentata oltre i termini di legge. Anche se pm e difesa in aula avevano concordato che «il fatto non sussiste». Prescritte, invece, le molestie telefoniche.

    E’ quanto ha stabilito il collegio del Tribunale di Potenza dove ieri si è concluso il processo in primo grado contro don Antonio Meliante, giovane vicario parrocchiale del Santuario della Madonna del Pantano di Pignola.

    Alla base della vicenda, stando alla ricostruzione del pm Francesco Diliso, ci sarebbe stata la paura di rappresaglie da parte di Meliante della donna con cui aveva intrapreso una travolgente relazione sentimentale. Niente di più. Solo paura per le espressioni che il sacerdote, una volta “abbandonato”, aveva usato nei suoi confronti per convincerla a tornare sui suoi passi.

    «Rispetto la sentenza del Tribunale che è processualmente esatta». Ha dichiarato all’uscita dell’aula il difensore di Meliante, l’avvocato Nicola Roccanova. «Ma a mio parere il collegio avrebbe dovuto affrontare il merito del caso e affermare l’assoluta non responsabilità nel merito di Don Meliante. Si tratta di una vicenda di per sè complicata, resa ancora più difficile dalla personalità della presunta persona offesa».

    In aula sono stati ripercorsi tutti i passaggi della relazione tra il sacerdote e la donna, una vicina di casa di quasi dieci anni più giovane, che lui stesso aveva sposato tempo prima.

    La loro storia di passione sarebbe durata per più di un anno, da febbraio del 2007 a aprile del 2008: in clandestinità, spesso al riparo della chiesa dove l’uomo amministrava i sacramenti, in un locale di servizio. Ma a volte anche a casa di lei, quando i suoi familiari andavano a dormire tranquilli e fiduciosi, mentre i due amanti segreti restavano a parlare nel soggiorno o in camera da pranzo.

    Poi però qualcosa si è rotto e lei si è tirata indietro. Lui non ne ha voluto sapere e ha continuato a cercarla spingendosi a chiamarla ad ore improbabili col rischio che a casa i familiari della donna si insospettissero.
    A questo punto la donna si sarebbe decisa a raccontare tutto a una cognata, che senza andare troppo per il sottile ha affrontato il sacerdote “vis à vis” per intimargli di smetterla, altrimenti sarebbero andate dal vescovo e dai carabinieri.

    Quando i militari di Pignola hanno sentito questa storia l’hanno presa molto sul serio, e non hanno fatto sconti per Don Antonio. Hanno sentito il racconto della vittima e le testimonianze dei familiari.

    L’incubo sarebbe andato avanti per cinque mesi. Il sacerdote chiamava in continuazione sul cellulare a tutte le ore. Lei per farlo smettere si è dovuta inventare una scusa per cambiare scheda e numero personale. Ma lui squillava in piena notte anche sul telefono fisso dell’abitazione dove la donna conviveva con il marito e la suocera. Infine l’accusa di violenza sessuale.

    Le indagini sono andate avanti per un anno e mezzo, poi quand’è stato notificato il primo avviso di garanzia per Don Antonio la donna ha deciso che era arrivato il momento di rimettere la querela.

    l.amato@luedi.it antonio meliante

  • Papa Giovanni XXIII volle nascondere al mondo la piaga della pedofilia nel clero?

    Papa Giovanni XXIII volle nascondere al mondo la piaga della pedofilia nel clero?

    Talvolta l’opinione pubblica tende a “catalogare” alcune personalità storiche, accettandone i lati positivi ed escludendo i negativi o viceversa.
    In questo caso si parla di Sant’Angelo Roncalli, il Papa Giovanni XXIII o “il Papa buono”, come talvolta è conosciuto: proprio la sua bontà (che lui stesso, in vita, non accettava come definizione) è testimoniata in numerose occasioni (l’enciclica “Pacem in terris” ne è un esempio) ma è spesso orgogliosamente difesa, anche quando le prove sembrano contraddirla.

    Si parla molto spesso della pedofilia nell’ambiente cattolico e si indica il Papa Benedetto XVI (al contrario di Papa Roncalli, lui è l’esempio di tutte le negatività) chi tentò di nascondere questa grave piaga: questo perché nel gennaio del 2005, la corte distrettuale di Harris County (Texas) ha imputato Joseph Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” (riferendosi al caso dei religiosi pedofili americani), il processo non si è potuto svolgere poiché tuttora il Papa emerito ha l’immunità come capo di stato estero.
    Curiosamente però fu lo stesso Ratzinger ad accennare a una vecchia istruzione pontificia, fino allora mai portata alla luce, attraverso la lettera “de delictis gravioribus”, che individuava i mali più grandi della chiesa moderna.
    Eccone lo stralcio del testo originale.

    « Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare «i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti», per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere «a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche», poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Uffizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici »

    Da queste affermazioni, il mondo comprese cosa era la “Crimen sollicitationis”: un’istruzione scritta dal cardinale Ottaviani, approvata da Giovanni XXIII ma mai resa pubblica fino a allora.
    Che significato ha questa scrittura ? è semplicemente un regolamento che istruisce come sanzionare quei religiosi che si macchino di pedofilia o violenza sessuale, nello specifico come i confessori lascino “speciali perdoni” agli ingenui peccatori.
    Nulla di strano, anzi è un punto in più per Giovanni XXIII: peccato che lo scritto obblighi il segreto assoluto da parte del clero nei confronti dell’opinione pubblica, ossia vale a dire che la sacra chiesa deve restare inviolabile.
    Nella prima parte il documento non ha nulla da eccepire:

    « A norma costituzioni apostoliche e in particolare della costituzione Sacramentum Poenitentiae di Benedetto XIV del 1º giugno 1741, il penitente deve denunciare all’ordinario del luogo o alla Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nello spazio di un mese il sacerdote del delitto di sollecitazione nella confessione; e il confessore deve, sotto obbligazione grave di coscienza, far presente tale dovere al penitente. »

    « Colui che avrà commesso qualsiasi crimine di sollecitazione del quale parla il can. 904 sia sospeso dalla celebrazione della Messa e dall’ascolto delle confessioni sacramentali, e secondo la gravità del delitto sia dichiarato inabile a ricevere le stesse, sia privato di tutti i benefici, dignità, voce attiva e passiva, e sia dichiarato inabile a tutto ciò, e nei casi più gravi sia sottoposto a degradazione. »

    E’la seconda parte, in cui il segreto è chiaramente prescritto:

    « Nello svolgere questi processi si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo. Perciò tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto” segreto del” Sant’Uffizio”), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica latae sententiae, per il fatto stesso di aver violato il segreto (senza cioè bisogno di una qualche dichiarazione); tale scomunica è riservata unicamente al sommo pontefice, escludendo dunque anche la Penitenziera Apostolica. [ossia: tale scomunica può essere ritirata solamente dal papa,] »

    « Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento »

    La chiesa ovviamente volle puntualizzare, sostenendo che il segreto era dato solo quando il processo era in atto, ma chiaramente la precisazione fu scritta dopo e non fu certo puntualizzata sulla “Crimen Sollicitanionis”

    « …Nonostante una certa cultura del segreto abbia pervaso queste materie nella Chiesa cattolica, non è questo documento [il Crimen sollicitationis] la causa. […]
    Gli esperti di diritto canonico ritengono ci siano buone ragioni per mantenere la massima riservatezza nei casi di abusi sessuali. Essa permette ai testimoni di parlare liberamente, ai preti accusati di proteggere il loro buon nome fino a che non sia accertata la colpevolezza e alle vittime che non vogliono pubblicità di farsi avanti. »

    Inoltre fu lo stesso cardinale Bertone in un’intervista, a mettere ancora più il dito nella piaga nella vicenda, rammentando come il vescovo non era tenuto a rivelare la pedofilia del sacerdote, seguendo il rigoroso segreto confessionale.

    « …Giornalista: A queste nuove Norme, soprattutto da parte laica, è stata fatta una obiezione. Perché un vescovo che viene a conoscenza del comportamento di un proprio sacerdote, delittuoso per la Chiesa ma anche per l’autorità civile, non ne deve informare la magistratura civile?
    Bertone: Le Norme di cui stiamo parlando si trovano all’interno di un ordinamento giuridico proprio, che ha un’autonomia garantita, e non solo nei Paesi concordatari. Non escludo che in particolari casi ci possa essere una forma di collaborazione, qualche scambio di informazioni, tra autorità ecclesiastiche e magistratura. Ma, a mio parere, non ha fondamento la pretesa che un vescovo, ad esempio, sia obbligato a rivolgersi alla magistratura civile per denunciare il sacerdote che gli ha confidato di aver commesso il delitto di pedofilia. Naturalmente la società civile ha l’obbligo di difendere i propri cittadini. Ma deve rispettare anche il “segreto professionale” dei sacerdoti, come si rispetta il segreto professionale di ogni categoria, rispetto che non può essere ridotto al sigillo confessionale, che è inviolabile.
    Giornalista: Eppure si può pensare che tutto ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientri nel “segreto professionale” di un sacerdote…
    Bertone: È ovvio che si tratta di due livelli differenti. Ma la questione è stata ben spiegata dal cardinale Ersilio Tonini durante una trasmissione televisiva: se un fedele, un uomo o una donna, non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote per avere dei consigli perché ha paura che questo sacerdote lo possa denunciare; se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato… allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza. »

    Di là delle polemiche resta che Papa Giovanni XXIII quel documento lo divulgò, facendolo rimanere segreto per troppi anni: forse perché consapevole della gravità dello stesso ? forse per non rischiare di rovinare la sua reputazione di “Papa buono” ?
    Qui non si vuole infangare la figura di un grande Papa, un uomo che parlava di pace, di tolleranza e che rivoluzionò la chiesa: qui si tratta di non osservare mai le personalità storiche in modo categorico, ma comprenderne le sfumature.
    Benedetto VII creò scandalo, indossando indumenti che non si usavano da molti anni: pochi sanno che fu Giovanni XXIII a usare quei capi per l’ultima volta, pochi sanno che Giovanni XXIII usava la tiara tempestata di pietre preziose (che fu abolita da Paolo VI), pochi sanno che Giovanni XXIII usava il “plurale maiestatis” (che fu abolito da Giovanni Paolo I), pochi sanno che Giovanni XXIII usava la sedia gestatoria (che fu abolita da Giovanni Paolo II).

    Fonte wikipedia

    Rey Brembilla

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webp2006/10/02/crimen-sollicitationis-come-la-chiesa-cattolica-ha-coperto-i-crimini-sessuali-dei-preti/

  • Don Nello, altre dieci vittime

    Don Nello, altre dieci vittime

     SAVONA. Un anno di carcere per pedofilia patteggiato al termine di una lunga inchiesta della procura e che ha portato don Nello Giraudo a confessare le sue deviazioni sessuali al sostituto procuratore Giovarmi Battista Ferro. Ma quella che poteva sembrare una pietra tombale su una vicenda che ha squassato la chiesa savonese, e non solo, così non si è rivelata.

    Sono almeno una decina le nuove vittime del prete che per armi ha gestito una comunità per minori a Feglino su incarico dei vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi di Savona e Noli.

    Si tratta perlopiù di episodi di violenza datati nel tempo e quindi destinati alla prescrizione per decorrenza dei termini, ma la bufera attorno alle malefatte del prete savonese non sembra placarsi. Non è un caso che il pm Ferro abbia avviato l’ennesimo fascicolo per pedofilia a carico del sacerdote (ormai ex, secondo le comunicazioni passate della curia locale).

    Sono state le stesse vittime, una in particolare, a presentarsi al magistrato per raccontare le attenzioni morbose di cui erano vittime. Un professionista genovese, distrutto da quella esperienza, è già stato sentito dal sostituto procuratore alla presenza dell’ avvocato. E proprio come in una sorta di domino le denunce (presentate anche ai vertici della rete l’Abuso di Francesco Zanardi) si sono moltiplicate. L’attività investigativa è quindi scattata per accertare se esistano altri casi di violenza sessuale a danni di minori compiuti all’interno dei termini di prescrizione. Ma il pm vuole verificare anche l’eventuale responsabilità per omessa denuncia.

    Nelle scorse settimane, gli uomini della squadra mobile hanno interrogato come persone informate dei fatti anche tutte le addette della comunità per minori dove si sarebbero verificati la maggior parte degli episodi al vaglio della magistratura. Di certo la procura vuole andare a fondo della vicenda rimasta a lungo coperta dal segreto istruttorio. Non è escluso, anzi appare piuttosto probabile, che la posizione di don Nello, assistito dall’avvocato Marco Russo, finisca in un non luogo a procedere dal punto di vista giudiziario, nonostante resti la gravità del comportamento del prete e dell’intera struttura diocesana dell’epoca (i fatti risalgono agli anni ’90 per arrivare fino ai primi del duemila)

    Una vicenda di cui molti erano a conoscenza, ma rimasta sepolta nel passato e nell’ omertà.

    Lo stesso don Nello, infatti, ha più volte ribadito agli inquirenti di essersi confidato con i suoi superiori (ma non solo) ai quali ha raccontato le Sue devianze sessuali e soprattutto le sue malefatte. Una pagina sgradevole nella quale è rimasto invischiato anche l’allora vescovo di Savona Dante Lafranconi accusato di favoreggiamento della pedofilia e prosciolto dal reato per prescrizione.

    Non resta quindi che attendere gli sviluppi dell’ ennesima inchiesta condotta dal sostituto Giovanni Battista Ferro.

    ciolina@ilsecoloxix.it

  • “Ci molestava”, anziano prete citato per danni da una donna a Trasacco

    “Ci molestava”, anziano prete citato per danni da una donna a Trasacco

    AVEZZANO. Una richiesta di risarcimento di 50mila euro per un reato di violenza sessuale. È la richiesta di una delle due donne marocchine vittime di presunte avance da parte dell’ex parroco di Trasacco, don Duilio Testa, che ha patteggiato nel 2010 per abusi sessuali.

    Dopo la vicenda penale, la straniera, difesa dall’avvocato Cesidio Di Salvatore, ha avviato una causa di risarcimento danni. Sono stati ascoltati dei testimoni e analizzati gli atti del procedimento penale. Alla fine di settembre si terrà l’udienza. Don Duilio Testa, 84 anni, originario di Castellafiume, ha patteggiato un anno e 40 giorni di reclusione, davanti al giudice del tribunale di Avezzano.

    Il sacerdote fu trasferito nel 2004 a Trasacco dall’allora vescovo Lucio Renna, da Castellafiume, per sostituire padre Emilio, l’unico frate francescano rimasto nella Chiesa della Madonna del Perpetuo soccorso, al centro di una violenta protesta dei fedeli che occuparono il luogo sacro per diversi mesi contro il trasferimento dello stesso frate. Secondo l’accusa, avrebbe costretto due giovani originarie del Marocco a subire le sue avance nella casa canonica della chiesa. Le indagini, che si sono protratte per diversi mesi, avrebbero permesso di accertare, anche con registrazioni messe in atto dalle ragazze, la veridicità delle accuse.

    Dopo l’avvio del procedimento, il sacerdote sarebbe stato convinto a optare per il patteggiamento. Due anni fa il sacerdote arrivò sulle pagine di cronaca nazionale anche per la sua decisione di celebrare messa in una sala giochi e cercare così di rompere l’apatia degli adolescenti che disertano la chiesa. Don Duilio ha trascorso 33 anni nel Congo come missionario in situazioni di povertà e difficoltà anche dal punto di vista climatico. È stato inoltre cappellano in diverse strutture ospedaliere, tra cui quella di Tagliacozzo, per diversi anni. Il parroco, che attualmente celebra a Pescocanale, frazione di Capistrello, ma diocesi non più di Avezzano bensì di Sora, è nullatenente e la Curia di Sora, tantomeno quella di Avezzano, non possono rispondere di una colpa personale. Nonostante ciò, la donna dovrà pagare 1.500 euro di imposte di registro, ma anche lei è nullatenente.
    Pietro Guida
    12 agosto 2014

  • Papa Francesco rimanda a casa il monsignore che difese il prete pedofilo

    Papa Francesco rimanda a casa il monsignore che difese il prete pedofilo

    Provvedimento papale durissimo per il numero due della nunziatura apostolica in Italia, difensore dell’ex prete romano condannato in secondo grado per pedofilia. Per volontà di Francesco, monsignor Luca Lorusso lascia sia la prestigiosa nunziatura di via Po a Roma sia la diplomazia pontificia per tornare nella sua diocesi di origine, Taranto. Al suo posto, come numero due della nunziatura guidata da monsignor Adriano Bernardini, arriva monsignor Giorgio Chezza della diocesi di Nardò–Gallipoli, proveniente dalla martoriata Siria.

     Un trasferimento, quello di Lorusso, che era stato annunciato dal Papa in persona il 6 marzo scorso nell’aula Paolo VI in Vaticano, durante la tradizionale udienza al clero della sua diocesi di Roma per l’inizio della quaresima. In quell’occasione Bergoglio, anche su richiesta del suo cardinale vicario Agostino Vallini, aveva espresso chiaramente la sua condanna per il comportamento di Lorusso. “Sono stato molto colpito – aveva detto il Papa – e ho condiviso il dolore di alcuni di voi, ma di tutto il presbiterio, per le accuse fatte contro un gruppo di voi; ho parlato con alcuni di voi che sono stati accusati e ho visto il dolore di queste ferite ingiuste, una pazzia, e voglio dire pubblicamente che io sono vicino al presbiterio, perché qui gli accusati non sono sette, otto o quindici, è tutto il presbiterio. Voglio chiedere scusa a voi, non tanto come vescovo vostro, ma come incaricato del servizio diplomatico, come Papa, perché uno degli accusatori è del servizio diplomatico. Ma questo non è stato dimenticato, si studia il problema, perché questa persona sia allontanata. Si sta cercando la via, è un atto grave di ingiustizia e vi chiedo scusa per questo”.

    Parole durissime che non furono riportate su L’Osservatore Romano, ma soltanto su Avvenire. Bergoglio si riferiva alla vicenda dell’ex prete Patrizio Poggi, condannato in secondo grado a cinque anni di carcere per violenza sessuale su minori. Nel 2013 Poggi aveva denunciato ai carabinieri nove ecclesiastici romani, compreso il segretario particolare dei cardinali Camillo Ruini e Agostino Vallini, accusandoli di analoghi comportamenti di pedofilia. La denuncia fu sostenuta proprio da monsignor Lorusso, amico di Poggi e suo avvocato canonico nella causa per il suo reintegro nello stato clericale, presentata presso la Congregazione per la dottrina della fede. Lorusso, sia all’atto della denuncia di Poggi ai carabinieri di Roma, sia durante il processo canonico in Vaticano, sostenne sempre che le accuse dell’ex sacerdote erano attendibili e fondate. Ma alla magistratura le accuse risultarono false e parte di un “sordido complotto” al fine “di destare uno scandalo con risonanza potenzialmente mondiale per il coinvolgimento anche dei più stretti collaboratori della Curia romana e, indirettamente, del Papa, chiamato a valutare le pressanti richieste di Poggi che non esitava a manifestare sostanziali propositi estortivi nei confronti del Pontefice, pur di ottenere la restituzione allo stato clericale, con un rancore inestinguibile, pronto ad assoldare dei killer per uccidere i suoi nemici”.

    La verità era che l’ex sacerdote della parrocchia romana di San Filippo Neri provava un odio talmente forte verso sacerdoti e monsignori, da lui accusati di averlo incastrato nella vicenda giudiziaria in cui fu coinvolto per prostituzione minorile, al punto che se avesse avuto le disponibilità economiche li avrebbe “fatti uccidere e non avrebbero saputo neanche il perché”, come disse in un’intercettazione telefonica con la madre riportata nell’ordine di arresto. Dalle indagini è emerso anche che Poggi si spacciava con le sue vittime per un magistrato riuscendo così a guadagnare la loro fiducia. Il trasferimento di monsignor Lorusso è una tegola pesantissima per il nunzio in Italia Bernardini, dal 2003 al 2011 a capo della nunziatura nell’Argentina di Bergoglio e principale antagonista proprio dell’allora arcivescovo di Buenos Aires nella nomina dei vescovi sudamericani. Papa Francesco, subito dopo l’elezione, non gli ha risparmiato un bel po’ di anticamera e ora la rimozione del suo numero due suona come un avviso di sfratto anche per lui.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Papa Francesco incontra le vittime. Intervista al portavoce della Rete L’ABUSO su Radio 105

    Papa Francesco incontra le vittime. Intervista al portavoce della Rete L’ABUSO su Radio 105

    Da “Il Tempo” del 7 luglio 2014

    Il Papa incontra le vittime di preti pedofili. Francesco Zanardi: «È un’operazione di facciata»

    «L’incontro di Papa Bergoglio con le vittime degli abusi? Ne ero a conoscenza, ma non ci interessa. Allo stato attuale, è una farsa mediatica».

    Francesco Zanardi è stato una delle centinaia di minori vittime accertate di violenza sessuale perpetrata da sacerdoti, ed è presidente della Rete L’Abuso Onlus, che si occupa di dare sostegno e assistenza, legale e psicologica, a chi denuncia molestie o abusi. Zanardi non crede a una «svolta» da parte del Vaticano, nemmeno di fronte ai duri intendimenti esternati da Papa Francesco. L’assenza di strumenti giuridici per il contrasto del fenomeno, anche da parte dello Stato italiano, il non obbligo di denuncia da parte dei vescovi e, a suo dire, una vera e propria rete di copertura internazionale, farebbero dell’Italia una sorta di «paradiso legale dei pedofili».

    Zanardi, lei non è convinto degli intendimenti di Papa Francesco, vero?

    «Ad oggi no. Abbiamo delle vittime che non sono risarcite né seguite, e i sacerdoti non vengono nemmeno più spretati. Localmente le diocesi continuano a insabbiare questi casi, a fare il solito lavoro di stalking nei confronti delle vittime. Per i vescovi portare brutte notizie in Vaticano non è una bella cosa».

    Forse bisogna far pervenire le segnalazioni direttamente al Pontefice?

    «Giada Vitale, una ragazzina di 19 anni di Termoli, c’era riuscita: ha consegnato una lettera in mano a Francesco durante l’Angelus. Ma non ha risposto neanche a lei. Non ha risposto a nessuno. Le vittime arrivano da noi dopo aver già scritto a tutti».

    Al momento quante presunte vittime seguite?

    «Abbiamo fra i 340 e i 350 casi allo stato attuale, con diversi procedimenti aperti in tutta Italia. La differenza fra l’Italia e l’estero è drammatica, perché anche a causa dei Patti Lateranensi ci sono diverse difficoltà ad agire quando il pedofilo è un prete».

    In che senso?

    «C’è una clausola sul protocollo addizionale, all’accordo del 1986, dove la magistratura si impegna a segnalare al Vescovo l’apertura di un fascicolo su uno dei suoi chierici. Questo vuol dire che il bidello, o l’allenatore di calcio, se è indagato non lo sa finché non riceve apposito avviso di garanzia. Se invece il prete è indagato, la magistratura prima di aprire un fascicolo comunica tutto al vescovo, quindi fornendogli gli strumenti per difendersi, recuperare le prove o insabbiare».

    In chiave pedofilia, però, c’è la Convenzione di Lanzarote che mette molti paletti.

    «Certo. Ma cosa ha fatto lo Stato italiano? Ha tolto l’obbligo di produrre il casellario giudiziario alle categorie che appartengono al volontariato: non solo preti, ma anche allenatori di calcio o baby sitter, nonostante siano le figure più rischiose. E poi l’Italia è l’unico Paese che non ha mai fatto una Commissione d’inchiesta sui preti pedofili, quindi non esiste una quantificazione».

    Cosa dovrebbe fare Papa Francesco?

    «Innanzitutto, una cosa banale: introdurre l’obbligo di denuncia per i vescovi. Se copri un abuso, paghi. Banale, ma fondamentale».

    Si è scontrato con Bagnasco proprio per questo motivo, lo sa?

    «Non deve scontrarsi, deve agire. Lui è il monarca di una monarchia assoluta. Può fare quello che vuole. Invece tanti preti oggi sono ancora dove sono. Certo, vengono sospesi dalla Messa: ma cosa vuole che importi?».

    Intanto ha avviato una Commissione, dove partecipa anche una vittima irlandese.

    «Sappiamo già che quella persona non ha buone credenziali. E poi, messa da chi? L’hanno nominata le vittime? A che servono le commissioni, se c’è la magistratura?».

    Al Governo italiano, invece, cosa chiedete?

    «Intanto di rivedere i Patti Laternanesi. E poi di dimostrare volontà d’azione. Napolitano, nel 2009 è stato l’unico Presidente della Repubblica che ha dato solidarietà non ai cittadini italiani ma al Papa. Questo la dice lunga su quali sono i rapporti fra lo Stato Italiano e il Vaticano. E poi…».

    E poi?

    «E poi c’è una rete di protezione internazionale. Cardinali indagati che sono stati fatti venire in Italia da Papa Francesco, oggi protetti con l’immunità. C’è il cardinale polacco Wesolowski ricercato dall’Interpol. Poi a Parma il prete italiano Padre Reverberi, che aveva aperto un orfanotrofio in Brasile dove in realtà vendeva questi bambini per sesso. Oppure la storia dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo, con sede a Verona e La Plata (Argentina, ndr) con una lista di preti e fratelli laici ricercati che si sono scambiati di sede. Questo, perché in Italia non c’è l’estradizione obbligatoria per reati del genere. Una sorta di paradiso legale».

    Vincenzo Bisbiglia

    http://www.iltempo.it/cronache/2014/07/07/francesco-zanardi-violentato-e-un-operazione-di-facciata-1.1268690

  • Campofelice: abusò di un disabile prete condannato per la terza volta

    Campofelice: abusò di un disabile prete condannato per la terza volta

    PALERMO – I giudici della Terza sezione d’Appello di Palermo, presieduta da Raimondo Loforti, hanno confermato la condanna a 5 anni e mezzo di padre Calcedonio Di Maggio, 65 anni, originario di Collesano per abusi su un giovane affetto da lievi disturbi psichici. Gli episodi sarebbero avvenuti a Campofelice di Roccella nell’estate del 2003 ed in quella del 2006, quando il ragazzo aveva 16 e 19 anni. Il sacerdote aveva già subito due condanne definitive per violenza sessuale.

    Padre Di Maggio, infatti, avrebbe trovato la vocazione dopo un periodo di reclusione a Torino, in seguito a una condanna per molestie su minori avvenute nel 1986. Ma il suo nome era finito nelle pagine di cronaca nazionale quando nel 2006 venne condannato, sempre per lo stesso reato, ma con l’aggravante questa volta di aver “abusato dei poteri e violato i doveri inerenti alla qualità di ministro di un culto”, essendo nel frattempo diventato sacerdote.

    La sentenza, definitiva dal 2008, è relativa a violenze su minori particolarmente fragili, avvenute sia a Roma che a Ventotene. Per questi episodi, Di Maggio venne anche arrestato. “La conferma di condanna della Corte di Appello di Palermo mette un sigillo di sostanziale  definitività sui fatti del processo – dice l’avvocato Salvatore Sansone difensore delle parti offese, padre, madre e la vittima – Resta comunque il dolore per una  vicenda che ha sconvolto la vita di una famiglia lasciando cicatrici incancellabili. Ci prepariamo senz’altro ad intraprendere azioni per i dovuti risarcimenti civili”.

    http://www.lasiciliaweb.it/articolo/119263/sicilia/campofelice-abuso-di-un-disabile-prete-condannato-per-la-terza-volta

  • GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    Il consiglio regionale del Molise si costituirà parte civile nel  processo a carico di Don Marino Genova sul caso dei presunti abusi sessuali a carico di Giada Vitale. Sarà possibile grazie alla  consigliera regionale Nunzia Lattanzio che ha chiesto l’applicazione dell’articolo 11 della legge regionale del 15 ottobre 2013. Ispirata alle sentenze della cassazione penale, sez. III, con le sentenze nn. 22538 e38835, nel 2002 e nel 2009si era espressa sull’ammissibilità della costituzione di parte civile degli enti pubblici e dei comuni nei procedimenti per violenza sessuale.

    La mozione è stata approvata da tutto il consiglio nonostante l’iniziale resistenza dell’assessore Vittorino Facciolla. Questo è il primo caso di applicazione della legge regionale approvata a ottobre.

    Ecco la versione integrale dell’intervento della consigliera Nunzia Lattanzio

    Signor Presidente, signori Assessori, Colleghi consiglieri,
    Il Consiglio Regionale con l’approvazione di questo significativo atto di mozione, il primo in materia, non intende sconfinare in un’area di competenza giudiziaria, bensì supportare con rispetto e rigore il percorso della giustizia con un’azione di profilo extra- giurisdizionale, in tal guisa a rafforzamento di principi costituzionali e di diritto internazionale in materia di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.
    Ciò premesso non entrerò nel merito della vicenda giudiziaria, che conosco tuttavia nel dettaglio, essendo stata avvicinata dalla rete nazionale “L’Abuso” e dallo stesso legale della giovane donna molisana vittima, sin dalla tenera età, di presunte reiterate violenze sessuali.
    I diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e invisibile dei diritti umani universali.

    La piaga della pedofilia striscia in tutti gli ambienti frequentati da bambini ed adolescenti. A seguito di un abuso subito, il primo problema della vittima è quello di essere creduta da investigatori, giudici, genitori e dalla comunità tutta di appartenenza.
    “Tra il 2000 ed il 2005, i minori vittime di reati sessuali in Italia sono stati 2.891. In 2.406 casi si è trattato di violenza sessuale, in 87 casi di violenza sessuale di gruppo, in 299 casi di atti sessuali con minorenne e in 99 casi di corruzione di minorenne.

    Secondo i dati diffusi dalle forze dell’ordine tra il 2011 ed il 2012 i reati sessuali in Italia sono triplicati ed il 78% dei casi riguarda bambine e ragazze. In Italia le bambine e le ragazze risultano più vulnerabili, di fronte alla violenza, rispetto ai loro coetanei maschi: in 6 casi su 10 la vittima di reati commessi e denunciati su minori nel 2012 è una giovane donna. Nel 2012 sono stati 5.103 i minori vittime di reati, una cifra superiore a quella del 2011 (4.946). Secondo i dati forniti dalle Forze dell’ordine e rielaborati dall’organizzazione, nel 2012 689 minori hanno subito violenza sessuale (l’85% delle vittime è una ragazza). A questi vanno aggiunte le 422 vittime di violenza sessuale aggravata (79%). Tra i reati a sfondo sessuale, a registrare l’aumento più drammatico in un anno è la pornografia minorile: 3,70% a danno di 108 minori, il 69% dei quali femmine. In generale, tra i reati commessi e denunciati su minori, quelli che mietono più vittime sono i maltrattamenti in famiglia: i bambini che li hanno subiti nel 2012 sono 1.246,82 in più rispetto al 2011”.
    Il danno subito diventa ancor più grave quando soggetto attivo del reato è un adulto cui il minore è legato e tiene particolarmente.

    Il bambino vittima di violenze sessuali dovrà affrontare, nel corso della sua restante vita, conseguenze devastanti e di lunga durata. Quando un giovane vita subisce un abuso, lo shock psicologico è così grande che il Sé normale non è in grado di decodificare quel che gli sta accadendo. Anche a causa di possibili danni al funzionamento cerebrale, le vittime di abuso sessuale spesso esibiscono comportamenti autodistruttivi.
    Nel caso della giovane Giada Vitale l’azione posta in essere dal presunto reo trova la sua massima espressione di deplorazione sociale nel fatto che il soggetto agente è un rappresentante della Chiesa cattolica.

    Già Papa Ratzinger ebbe a condannare, in varie occasioni, i casi di pedofilia, durante l’assemblea plenaria per la famiglia tenutasi l’8 febbraio 2010. In quell’occasione il Sommo Pontefice ebbe modo di dire: “La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare”.

    “La pedofilia è come le messe nere” sostiene oggi Papa Francesco per condannare la piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. “E’ un problema molto grave”. “ (…) Un sacerdote che compie un abuso, tradisce il corpo del Signore (…)” (…) “Il prete deve portare il bambino o la bambina alla santità. E questo si fida di lui. Invece di portarlo alla Santità, lui lo abusa. E’ come fare una messa nera!” (…).
    Ricordo a noi tutti che il sacerdote è abitualmente percepito come parte della famiglia del parrocchiano. I bambini cattolici vengono indotti a chiamare i membri del clero, Padre, Madre, Sorella, Fratello sino ad interpretare, a volte, in modo letterale queste identificazioni ideali; questi stessi bambini, provenienti in alcune circostanze da famiglie problematiche, posso incorrere nel cercare all’interno della Chiesa figure parentali che fungeranno nel loro immaginario da modelli di ruolo ed assicureranno la stabilità venuta a mancare nel proprio sistema.

    Per le su esposte ragioni è opportuno che le istituzioni intervengano per dare un segnale di disapprovazione di tali comportamenti soprattutto quando questi provengono da soggetti su cui i minori hanno riposto fiducia.
    Il danno causato dalla violenza di genere e dalla violenza sui minori ha una dimensione lesiva pubblica, posto che con esso viene leso il diritto – dovere pubblico spettante alle istituzioni centrali e periferiche di garantire l’integrità psicofisica dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della personalità umana.
    La Regione Molise ha individuato tra i propri principi e finalità anche quello di concorrere a dare attuazione ai principi costituzionali sui quali si fonda la Repubblica italiana, una ed indivisibile, informando il proprio ordinamento ai principi di libertà, democrazia ed uguaglianza, giustizia, solidarietà, sussidiarietà pari dignità sociale, pace e non violenza.

    In particolare la Regione Molise con la Carta statutaria ha inteso ispirare ed orientare per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
    1) l’effettiva tutela ed il pieno esercizio, per tutti, diritti e interessi riconosciuti dalla Costituzione, operando per il superamento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana;
    2) il riconoscimento dei diritti delle fasce più deboli della popolazione mediante il superamento delle cause che ne determinano la disuguaglianza e il disagio;
    3) la rimozione di ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, economica e culturale, nonché la promozione della parità di accesso tra gli uomini e le donne alle cariche elettive;
    4) il sostegno della famiglia, orientando a tal fine le politiche sociali, economiche, finanziarie di organizzazione dei servizi.
    La Regione Molise ispira il proprio statuto al pieno rispetto dei diritti naturali ed inviolabili della persona.
    La legge n. 15 dell’ottobre 2013 ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intervenire a salvaguardia dei diritti inviolabili della persona vittima di violenza.
    In particolare, il testo di legge richiamato contemplo la facoltà per la Regione Molise di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati sul proprio territorio che abbiano ad oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori.

    La violenza sulle donne intesa come abuso, sopraffazione, limitazione delle libertà personali, disparità di trattamento e sottrazione di opportunità, violazione di diritti, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona, ed anche un fenomeno che coinvolge l’intera struttura della società ovvero la vita sociale in tutte le sue articolazioni.

    Il danno causato dalla violenza di genere ha una triplice dimensione lesiva: personale, sociale e pubblica. In quest’ottica va, pertanto, inteso il disposto normativo previsto all’art. 11 della L.R. 15/2013 ovverosia quale intervento volto a garantire l’integrità psicofisica delle/dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della persona umana, ex art. 3 Cost. All’intero di tale dimensione pubblica del danno si colloca il fondamento della costituzione di parte civile degli Enti pubblici per i quali risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell’ente, non incidendosi su un bene apparentemente dello Stato (…). La legittimazione ad agire, che è attribuita allo Stato ed agli enti minori, non trova perciò fondamento nel fatto che essi abbiano affrontato spese per riparare il danno, o nel fatto che essi abbiano subito una perdita economica ma nella loro funzione a tutela della collettività e della comunità nel proprio ambito territoriale e degli interessi all’equilibrio ecologico, biologico e sociologico del territorio che ad essi fanno capo.

    Il fondamento del danno per l’ente pubblico, dunque, risiede nell’offesa dell’interesse protetto, da intendersi nel contrasto alla violenza di genere come mezzo per la promozione delle pari opportunità e per la rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul genere o sull’orientamento sessuale compiuta nel proprio territorio.

    Il perseguimento di tale obiettivo rappresenta una specifica obbligazione istituzionale, che trova fondamento: a) negli articoli 3 e 117 Cost., b) nella CEDAW, che deve essere attuata ad ogni livello istituzionale; c) nell’adesione alla Carta europea per l’uguaglianza e la parità di donne e uomini nella vita locale; d) nelle previsioni statutarie; e) nell’attuazione di piani (nazionali e locali) di azione di contrasto alla discriminazione e violenza di genere.
    La Regione Molise con lo strumento legislativo L.R. 15/13 ha normativamente trasformato interessi generici e diffusi dei cittadini rappresentati in propri interessi specifici e in oggetto peculiare delle proprie attribuzioni e dei suoi compiti istituzionali, donde la configurabilità in capo ad essa di un interesse concreto alla salvaguardia di una situazione storicamente circostanziata divenuta suo scopo primario ed elemento costitutivo.

    GLI ABUSI SESSUALI LEDONO L’INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’ AD UNA SOCIETA’ NON SESSISTA. Gli abusi sessuali ledono non solo la libertà morale e fisica della donna, ma anche il concreto interesse delle istituzioni e nella specie della Regione Molise, di preservare il territorio da tali deteriori fenomeni avendo lo stesso posto la tutela di quel bene giuridico come proprio obiettivo primario.
    Dalla frustrazione delle finalità e degli scopi dell’ente può conseguire un danno economico diretto per le diminuzioni patrimoniali eventualmente subite dagli organi istituzionali predisposti per alleviare i traumi delle vittime di abusi sessuali, dovendosi ritenere la Regione, ente esponenziale del suddetto interesse, la stessa è legittimata, come tale, a costituirsi parte civile nel processo penale. Inoltre, è configurabile in capo alla Regione un danno morale per la lesione dell’interesse perseguito per garantire la libertà di autodeterminazione della donna e la pacifica convivenza nell’ambito regionale, beni sociali statutariamente individuati come oggetto specifico di tutela.

    Alla luce di queste mie concise osservazioni, a sostegno della mozione presentata dal Consigliere Monaco, invito i colleghi tutti ed i rappresentanti del governo a manifestare la volontà che l’Ente regionale si costituisca parte civile nel processo instaurato nei confronti del presunto autore di gravi reati sessuali che per anni ebbe sottoporre a violenze sessuali la piccola Giada Vitale, costringendola in una dimensione di sofferenza, sfiducia e ingiustizia. E’ necessario che con l’approvazione di questo significativo atto di mozione possa essere ricostruito un serio rapporto di fiducia tra la società civile ed i suoi figli più deboli, rapporto sino ad oggi minato dal fatto che per anni le istituzioni hanno taciuto e sono rimaste inerti dinanzi a fenomeni assai devastanti. La costituzione di parte civile in tale processo, infatti, non solo rispetterebbe il disposto normativo locale ed internazionale ma soprattutto darebbe un messaggio positivo a tutte le vittime di abusi, messaggio di attenzione riposta dalle istituzione alla loro tragedia.
    Grazie.

  • Pedofilia: nuova condanna per sacerdote, è la terza

    Pedofilia: nuova condanna per sacerdote, è la terza

    (ANSA) – PALERMO, 11 LUG – I giudici della Terza sezione d’Appello di Palermo, presieduta da Raimondo Loforti, hanno confermato la condanna a 5 anni e mezzo di padre Calcedonio Di Maggio, 65 anni, originario di Collesano per abusi su un giovane affetto da lievi disturbi psichici.

    Gli episodi sarebbero avvenuti a Campofelice di Roccella nell’estate del 2003 ed in quella del 2006, quando il ragazzo aveva 16 e 19 anni. Il sacerdote aveva già subito due condanne definitive per violenza sessuale. Padre Di Maggio, infatti, avrebbe trovato la vocazione dopo un periodo di reclusione a Torino, in seguito a una condanna per molestie su minori avvenute nel 1986.

    Ma il suo nome era finito nelle pagine di cronaca nazionale quando nel 2006 venne condannato, sempre per lo stesso reato, ma con l’aggravante questa volta di aver “abusato dei poteri e violato i doveri inerenti alla qualità di ministro di un culto”, essendo nel frattempo diventato sacerdote.

    La sentenza, definitiva dal 2008, è relativa a violenze su minori particolarmente fragili, avvenute sia a Roma che a Ventotene. Per questi episodi, Di Maggio venne anche arrestato. “La conferma di condanna della Corte di Appello di Palermo mette un sigillo di sostanziale definitività sui fatti del processo – dice l’avvocato Salvatore Sansone difensore delle parti offese, padre, madre e la vittima – Resta comunque il dolore per una vicenda che ha sconvolto la vita di una famiglia lasciando cicatrici incancellabili. Ci prepariamo senz’altro ad intraprendere azioni per i dovuti risarcimenti civili”. (ANSA).

    http://www.ansa.it/sicilia/notizie/2014/07/11/pedofilia-nuova-condanna-per-sacerdote-e-la-terza_5fffdf16-05e2-4b05-a55f-a9b888235813.html