Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

    Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

     “Il prete pedofilo di cui ci siamo fidati”….e la solita omertà
    Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di un gruppo di genitori.
    Ci impegniamo da oggi a seguire questo caso e tenervi aggiornati su ogni eventuale novità. Ma prima della lettera una breve cronistoria del caso, riportando un articolo de Il Giorno:

    Como, 29 maggio 2013 – I giudici della Corte d’Appello hanno confermato sentenza di colpevolezza e quantificazione della condanna. Con solo una leggera ridefinizione di uno dei capi di imputazione. Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna, dieci giorni in meno dei 3 anni e 6 mesi di primo grado, in considerazione della ridefinizione di una delle accuse riguardanti una delle ragazze, che nel frattempo aveva compiuto i 16 anni di età. Le imputazioni infatti, riguardavano una serie di episodi di violenza sessuale, avvenuti a partire dal 2008. Adolescenti avvicinate in un contesto circoscritto e confidenziale, quando avevano tra i dodici e i tredici anni, e quasi sempre frequentate per almeno tre o quattro anni, quasi tutte gravitanti attorno al contesto della parrocchia di San Giuliano di Como, dove Mangiacasale era stato parroco prima di essere trasferito al ruolo di economo, e per le quali costituiva un punto di riferimento. Nelle imputazioni, comparivano i nomi di cinque ragazzine. A scatenare le indagini su di lui, e l’arresto avvenuto il 7 marzo dello scorso anno, era stata la denuncia di una di queste ragazzine, che si era confidata ai genitori. Da qui erano partiti gli accertamenti che avevano portato a configurare le accuse legate a cinque minorenni.

    In particolare, l’abuso sessuale contestato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo, si configurava esattamente nel ruolo che lui ricopriva rispetto alle giovanissime frequentatrici della sua ex parrocchia, e quindi nell’aver approfittato del suo ruolo nel momento in cui ha portato a termine le condotte di cui è stato accusato. Dopo un periodo di alcune settimane trascorso in carcere al Bassone, a don Mangiacasale erano stati concessi gli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Piemonte, dove si trova tuttora. Va da sé che i legali del sacerdote, ricorreranno ulteriormente in Cassazione, cercando così di allungare il più possibile i tempi di custodia cautelare che consentono all’imputato di consumare un periodo più lungo possibile agli arresti domiciliari, e scongiurando la possibilità di un nuovo ingresso in carcere in seguito alla pronuncia della sentenza definitiva. Infatti, per reati di questo genere, non è previsto l’affidamento in prova, e qualsiasi residuo di pena da scontare quando la condanna sarà definitiva, scorporata da quanto già scontato, lo porterebbe verso il periodo obbligatorio di osservazione della personalità, che avviene obbligatoriamente in carcere. Sollecitata circa il procedimento canonico, la Diocesi ricorda che, come da prassi, tale procedimento è già stato avviato «nei modi, nei tempi e nei termini previsti». Ricorda inoltre che «per la sua prosecuzione è comunque necessario attendere che il procedimento penale in atto esaurisca tutti i gradi di giudizio».

     Questa la lettera che abbiamo ricevuto:
    << Ecco un pezzo della nostra storia:
    siamo nel 2003: nella nostra parrocchia arriva un nuovo parroco, persona attiva,
    entusiasta che “affascina” soprattutto i ragazzi e i giovani.
    Noi siamo una famiglia che crede fortemente nella realtà dell’ oratorio e della
    parrocchia e, in più, non essendo neanche nativi di Como, ci avviciniamo
    volentieri a San Giuliano anche perchè desiderosi di entrare a far parte di un gruppo famiglia. Arriviamo a giugno 2008: la nostra figlia maggiore ha appena compiuto 13 anni e si sta preparando ad affrontare l’esame di Terza Media. Da un po’ di tempo, però, la vediamo un po’ strana, distratta, triste e poi felice…..Forse periodo tipico dell’età, ma quello che un po’ ci preoccupa è che pensiamo che si sia “infatuata”, “innamorata” del nuovo parroco. Insieme decidiamo che io , mamma , parlerò di questa cosa direttamente con lui, don Marco Mangiacasale anche perchè nostra figlia è poco più che una bambina e lui è un uomo maturo di 45 anni ; sicuramente potrà capire e ci potrà aiutare. Gli dico quello che penso e anche lui mi risponde di aver avuto un’ impressione simile, ma che è tipico dell’ adolescenza e del carattere egocentrico di nostra figlia. Ma, vista la mia preoccupazione, mi tranquillizza, mi rassicura dicendomi testualmente che ”ci avrebbe pensato lui”.
    Poi più nulla.
    Nostra figlia supera l’esame e si iscrive al Liceo.
    La scuola è difficile, impegnativa e “Simonetta” (nome fittizio messo da me! M.F.) trascorre il suo tempo sui libri a studiare. Unico sfogo l’oratorio, gli amici della parrocchia e il catechismo. Ma a don Marco non pensa più(o meglio cosi’ fa credere a noi genitori).
    Inoltre alla fine del 2009 don Marco viene nominato economo della diocesi e da noi arriva don Roberto. Tuttavia don Marco, non avendo una casa dove stare, viene invitato da don Roberto, che chiede il permesso al Vescovo, a rimanere ad abitare nella casa di San Giuliano, in oratorio. Il Vescovo concede il permesso , così don Marco può continuare ad occuparsi degli adolescenti a San Giuliano. L’anno successivo don Marco viene incaricato di seguire la pastorale giovanile a Lomazzo, paese limitrofo a Como, dove aveva svolto fino al 2003 il ministero di vicario. Arriviamo al 24 di febbraio 2012: “Simonetta” confessa al nuovo parroco (prima in confessione e poi fuori) quello che lei ritiene il “suo” peccato: dall’età di 13 anni tiene nascosto e sopporta da don Marco carezze sempre più insistenti che si spingono fino a far provare il piacere a “Simonetta” e a far si che anche “Simonetta” gli procuri piacere, sms spinti, fotografie delle parti intime, richieste morbose, celate da rassicurazioni, velate minacce rinchiuse dentro la parola “segreto” diventata una fortezza. L’ insistenza aveva un’ unico obiettivo chiaro: “ catechizzare” con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per convincerla ad avere rapporti sessuali
    completi e soddisfare le proprie perversioni senza scrupoli. Queste cose avevano avuto inizio nell’autunno 2008, nel dopo-catechismo, in casa di don Marco insieme agli altri amici dell’oratorio e continuavano anche durante i campi estivi. Ogni anno don Marco organizzava i campi estivi in una località piuttosto lontana da Como, in Piemonte a Sant’Anna di Vinadio in provincia di Cuneo. Più volte noi genitori dei ragazzi abbiamo chiesto a don Marco perchè non scegliesse posti più vicini e più comodi da raggiungere , ma lui rispondeva che quel posto era migliore di tutti.
    (Noi abbiamo fiducia che l’esperienza dei campi parrocchiali farà crescere i nostri figli e li farà maturare anche nella fede…..). Ma quando don Roberto ci chiama e insieme a “Simonetta” ci raccontano la verità di quegli anni, noi non riusciamo a credere che quel don Marco sia lo stesso che ha frequentato spesso casa nostra, con il quale abbiamo fatto i corsi per i fidanzati, che ha gioito con noi quando gli abbiamo annunciato di aspettare un altro figlio che poi ha battezzato…..
    Il tempo di renderci conto che tutto questo non è un incubo ma pura realtà, e, grazie all’aiuto di don Roberto, ci rivolgiamo all’autorità giudiziaria anche perchè, nel frattempo, incontriamo altri 2 genitori la cui figlia era stata molestata da don Marco nell’estate del 2008 e che si erano già rivolti al Vescovo nell’ autunno di quell’anno, denunciando verbalmente l’episodio e chiedendo al Vescovo di prendere dei provvedimenti. In pochi giorni don Marco finisce in carcere dove, oltre ad ammettere che è tutto vero, fa il nome di altre 4 ragazzine. Adesso, a più di un anno di tempo da ciò che è successo, la nostra sofferenza è ancora tanta, ma , soprattutto, quello che ci fa più male, è l’atteggiamento del nostro Vescovo, dal quale non abbiamo mai avuto un conforto diretto, neanche una telefonata, solo freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Anzi ha confuso le vittime con il carnefice , sono le ragazzine ad essere state violate e tradite nella loro apertura all’ amicizia accogliente verso il prete, verso il “padre” e “l’ educatore”. E’ la loro dignità di donne e di figlie di Dio ad essere stata calpestata e infangata, è la loro innocenza che è stata rubata e violata. Lui , che oggi continua a nascondere l’ evidenza dei fatti, a sminuire ciò che è successo, a dire che non è stato nulla di così grave, a far sentire in colpa noi genitori, nella speranza che tutto venga presto dimenticato. Ci sembra che noi di colpe proprio non ne abbiamo se non quella di esserci fidati di un suo uomo e da lui essere stati traditi. Ma noi non possiamo dimenticare e non riusciremo mai a dimenticare. Tutto questo non è giusto e noi vogliamo dire la nostra verità , quella vera, lo dobbiamo a “Simonetta” e agli altri nostri figli. Lo dobbiamo alla comunità, a tutta la Chiesa che non è nostra ,è di Dio che ce l’ ha affidata perchè la custodissimo. Non dobbiamo fare come si è sempre fatto, dobbiamo cambiare le cose e dobbiamo “salvare” la Chiesa. Un Vescovo non può continuare a farci ancora tanto male. Dice il Papa che il Vescovo deve difendere il suo gregge dai lupi, deve custodire, edificare e difendere il suo popolo. Come può un Vescovo essere così distante, come può predicare le parole di Gesù, come può “infangare” una cosa cosi’ grave e, in più, accusarci di colpe che, sinceramente, non pensiamo di meritare, come accaduto durante un’intervista trasmessa in una televisione locale e mandata in onda il giorno di Natale. Durante questa intervista il Vescovo ammette di essere stato avvisato delle “strane” inclinazioni di don Marco ma in merito ad un solo episodio, una “prima limitatissima segnalazione”. Poi aggiunge :” Ho convocato dopo la segnalazione don Marco e gli ho contestato quanto mi era stato riferito, e lui mi ha fornito le giustificazioni sufficienti”. Ma come possono esserci giustificazioni a questo ?
    Sempre durante la stessa intervista il Vescovo se la prende con la stampa:” il Vescovo sapeva, hanno scritto i giornali. Ma è seccante. Potrei dire a questi genitori: vi eravate accorti di altri episodi, come mai non siete venuti da me? E ci avete messo tre anni? “ Ci sembra che questo non lo meritiamo proprio!
    Noi non possiamo permettere che queste cose continuino a succedere e continueremo a far sentire la nostra voce perchè non vogliamo assolutamente che succeda mai più quello che è successo a San Giuliano.
    Vorremmo conoscere a che punto è arrivato lo svolgimento del processo
    canonico, se è vero che bisogna attendere la fine del processo civile ( che ha già
    espresso i primi due gradi, con la condanna a 3 anni 5 mesi e 20 giorni) .
    Con questo scritto noi genitori di “Simonetta” chiediamo di essere ascoltati e chiediamo che vengano presi provvedimenti seri nei confronti di un prete che ha infangato per anni il proprio abito e il volto della Chiesa stessa , rendendo 5 ragazzine oggetto delle proprie turpi pulsioni.
    E’ troppo? E’ troppo aspettarsi un po’ di umanità da parte di chi ricopre la più alta responsabilità nella nostra Diocesi? Era troppo aspettarsi meno superficialità in occasione della prima denuncia? E’ troppo restare sorpresi dal fatto che, pur avendo già ricevuto una denuncia, il Vescovo conceda il permesso di far risiedere don Marco ancora a san Giuliano continuando ad occuparsi degli adolescenti ? E ancora di più nominarlo responsabile della pastorale giovanile della Parrocchia di Lomazzo! E’ troppo attendersi dagli uomini di Chiesa un’ ammissione di responsabilità e una parola di scusa? Se tutto questo e’ troppo allora siamo in una brutta Chiesa. Attendiamo fiduciosi una Vostra risposta e alleghiamo la nostra “lettera aperta” pubblicata dal Corriere di Como dopo l’ intervista del nostro Vescovo:
    <<e’ passato=”” un=”” anno=”” dal=”” giorno=”” in=”” cui=”” abbiamo=”” conosciuto=”” da=”” nostra=”” figlia=”” la=”” verità=”” su=”” don=”” marco=”” mangiacasale.=”” parole=”” che=”” sono=”” entrate=”” nel=”” cuore=”” come=”” spade.=”” chi=”” consideravamo=”” riferimento=”” religioso=”” e=”” amico,=”” si=”” è=”” trasformato=”” incubo,=”” purtroppo=”” vero,=”” non=”” potevamo=”” fuggire.=”” davanti=”” ai=”” nostri=”” occhi=”” realtà=”” parlava=”” di=”” tre=”” anni=”” violenza=”” fisica=”” psicologica.<br=””> Nostra figlia, dall’età di tredici anni, aveva tenuto nascosto e sopportato
    “carezze” sempre più insistenti, sms spinti, richieste morbose, celate da
    rassicurazioni, da velate minacce, rinchiuse dentro la parola “segreto”,
    diventata una fortezza. L’insistenza aveva un obiettivo chiaro:
    “catechizzare”, con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per
    convincerla ad avere rapporti sessuali completi e soddisfare le proprie
    perversioni, senza scrupoli. Per noi, mamma e papà, il tempo trascorso non
    è stato medico. Ancora ci riecheggiano le parole tranquillizzanti di don
    Marco ai nostri dubbi sulla sua vicinanza e confidenza allegra. Lo shock di
    conoscere i particolari di una relazione per noi inimmaginabile non si
    affievolisce, anzi continua a scavare un tunnel verso il futuro, lastricato di
    sofferenza e di interrogativi inquietanti: quali saranno le conseguenze sulla
    affettività di nostra figlia? Quanto peserà nella sua vita di donna
    un’esperienza così terribile? Perché ingannare una ragazzina e non
    rivolgere le proprie attenzioni a persone adulte, consapevoli e padrone
    della propria esistenza? La lenta presa di coscienza del danno subìto
    alimenta la ferita, ancora infetta e viva. E’ il coraggio della denuncia, fatta
    da nostra figlia, l’unico bagliore nel buio della tristezza, l’appiglio che ci
    spinge a parlare ancora, a non fermare la nostra battaglia a favore della
    verità. Una lotta necessaria per dovere di trasparenza e per rispondere alle
    interpretazioni errate di una realtà, che ha un’unica faccia. Perché nutriamo
    una speranza: che non ci siano altre vittime, altre famiglie a pagare un
    prezzo così alto. Perché abbiamo una certezza: che la società non sia fatta
    solo di persone indifferenti e omertose, ma di individui onesti, con il
    coraggio di assumersi responsabilità. Perché ci è rimasta la fede, forza che
    risiede oltre i più alti campanili e non ha sempre corrispondenza con
    paramenti, abiti talari e stole di ogni ordine e grado.
    Dal Vescovo Diego Coletti non abbiamo avuto conforto diretto, se non
    freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Riceviamo,
    a distanza di tempo, colpe e mancanze inesistenti. Al Vescovo di Como
    chiediamo di prendere coscienza della gravità, ancora attuale, dei fatti, di
    lavorare nella direzione della verità, di condannare chi si macchia di un
    peccato così grave, di sostenerci con una presa di posizione netta. Non
    servono sorrisi o frasi di circostanza. Noi, che dal sorriso di un Suo uomo
    fidato, siamo stati traditi. A tutto il clero della Diocesi chiediamo di
    riflettere su quanto accaduto e di sostenere i deboli, le vittime, i poveri, chi
    non può pagare difese importanti, chi non ha voce, chi è minorenne.
    Chiediamo a tutti di non dimenticare. Siamo certi che insieme potremo
    lavorare per il bene dei giovani, della Chiesa, della nostra società.
    Attraverso un’ammissione di colpa, una condanna severa dei fatti accaduti,
    un’attenta vigilanza. Perché la nostra, insieme ad altre famiglie, possa
    uscire da questo angolo di dolore e riappropriarsi della serenità della vita
    che ci è stata rubata. Perché, ciò che è accaduto nella parrocchia di San
    Giuliano, non accada più.>>

  • Accuse di abusi su uno studente: assolto l’ex rettore del seminario

    Accuse di abusi su uno studente: assolto l’ex rettore del seminario

    Formula piena per l’ex rettore del seminario minore di Rubano che era accusato da un ventiduenne con forti problemi psichici: “perché il fatto non sussiste”

    PADOVA. Assolto con formula piena don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del seminario minore di Rubano, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un ex studente dell’istituto. Il tribunale di Padova l’ha assolto “perché il fatto non sussiste”. Il pubblico ministero Maria D’Arpa aveva chiesto 7 anni di carcere e, come pene accessorie, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela.

    Restituito dunque l’onore al prete che in quarant’anni di sacerdozio non aveva mai avuto una macchia. Il suo accusatore è un ventiduenne della provincia di Venezia, un ragazzo con forti problematiche, sottoposto a terapie di natura psichiatrica e ricoverato più volte in casa di cura, cui evidentemente i giudici non hanno creduto. Secondo il Tribunale, si era inventato le accuse infamanti all’ex rettore del seminario.

    L’indagine era stata avviata in seguito alla denuncia del ragazzo presentata dopo essersi confidato, nel 2009, con una psicologa della clinica “Le betulle” di Como dov’era ricoverato. Non c’era nessun testimone di quella assserita violenza che per i giudici non è mai esistita.

    Il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo – a nome dell’intero presbiterio e della Diocesi, che mai hanno messo in dubbio l’esemplarità di comportamento di don Gino Temporin nell’ambito del suo ministero – esprime “soddisfazione per l’esito del processo di primo grado, che riconosce l’innocenza di don Gino Temporin. Rimane comunque l’amarezza per una vicenda che ha fortemente provato e fatto soffrire un presbitero della nostra Chiesa e turbato la serenità di un istituto, come il Seminario Minore, che rappresenta un esempio di attenzione educativa qualificata. A don Gino Temporin si confermano vicinanza e stima anche per la solidità interiore e la disponibilità con cui ha accolto questa dura prova”.

    http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2013/12/18/news/assolto-don-gino-temporin-non-violento-lo-studente-1.8324076

  • Terni, potrà riprendere all’inizio di febbraio il processo a don Pierino Gelmini

    Terni, potrà riprendere all’inizio di febbraio il processo a don Pierino Gelmini

    TERNI – Riprenderà il 6 febbraio prossimo il processo nei confronti di don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità incontro accusato di violenza sessuale su una decina di ospiti di Molino Silla di Amelia. Il sacerdote ha comunque sempre sostenuto la correttezza del proprio comportamento. La data è stata fissata dal tribunale di Terni, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato infondata la questione di legittimità sollevata dal collegio in merito agli articoli 70 e 71 del codice di procedura penale, che disciplinano la sospensione del processo per legittimo impedimento per infermità.

    I giudici ternani, nel maggio 2012, avevano infatti deciso di sospendere il procedimento nei confronti di don Gelmini dopo le ripetute richieste di rinvio da parte della difesa del fondatore della Comunità Incontro, a causa del peggioramento delle condizioni di salute di quest’ultimo, oggi ottantottenne.

    Il tribunale, riconoscendo il legittimo impedimento fisico dell’imputato, aveva quindi sollevato la questione di legittimità dei due articoli, per contrasto con quelli della Costituzione 111 (principio di ragionevole durata del processo), 97 (buon andamento della pubblica amministrazione) e tre (principio di ragionevolezza).

    Nella propria ordinanza la Corte costituzionale ricorda, però, di avere «più volte escluso la possibilità di assimilare la infermità di mente, che determina l’incapacità di partecipare al processo, ad una situazione di mero impedimento fisico, la quale risulta in genere più facilmente superabile e comunque non costituisce un ostacolo assoluto alla celebrazione del giudizio». Sempre secondo la Consulta gli impedimenti connessi a patologie fisiche, «che potrebbero essere del tutti transitori, non necessariamente precludono all’imputato l’esercizio di diritti diversi dalla personale partecipazione al giudizio»

    http://www.ilmessaggero.it/UMBRIA/processo_violenza_sessuale_don_pierino_gelmini_amelia_comunit_amp_agrave_incontro/notizie/408818.shtml

  • Suor Maria Angela Farè abusò di una bimba. “La vittima si è impiccata: era disperata”

    Suor Maria Angela Farè abusò di una bimba. “La vittima si è impiccata: era disperata”

    VARESE – I fatti sono venuti a galla molti anni dopo, quando la vittima si è tolta la vita a causa del peso che portava dentro.  

    La congregazione religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice è citata come responsabile civile nel processo a Busto Arsizio (Varese) a una suoraaccusata di abusi sessuali nei confronti di una ragazza, minorenne quando sarebbero avvenuti gli episodi, che poi si è suicidata all’età di 26 anni.

    Potrebbe trovarsi quindi a dover risarcire i danni morali ai genitori della giovane, che si sono costituiti parte civile. È quanto ha stabilito il gip di Busto Arsizio Luca Labianca, nel corso dell’udienza preliminare. La suora, Maria Angela Farè, 53 anni, è accusata di violenza sessuale aggravata e atti persecutori.  Gli abusi iniziarono in una parrocchia di Busto Arsizio tra il 1997 e il 1998, quando la vittima aveva solo 12 anni, e sarebbero poi proseguiti per diversi anni.

    Episodi che sono venuti alla luce nel giugno 2011, quando la ragazza si è suicidata e sono stati ritrovati diari, video e lettere scritte dalla suora, che nel frattempo era stata trasferita e operava in una scuola di formazione del Milanese.  «Chiederemo che la congregazione paghi i danni morali – ha spiegato il legale dei genitori della ragazza, Tiberio Massironi – perchè secondo noi è mancata la vigilanza sul comportamento della suora».

    La parte civile aveva chiamato in causa la congregazione alla quale apparteneva la religiosa, chiedendo che fosse coinvolta nel processo come responsabile civile.

    http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/suor_maria_angela_far_amp_egrave_abus_amp_ograve_bimba/notizie/404572.shtml

  • Molestie a giovane allievo prete risarcisce la vittima

    Molestie a giovane allievo prete risarcisce la vittima

    PAVIA. La difesa proverà a far ribaltare il verdetto di colpevolezza del giudice di Rimini, che a luglio aveva inflitto tre anni e quattro mesi per il reato di violenza sessuale. Ma in attesa dell’esito del processo d’appello, don Gabriele Corsani, 45 anni, ex economo del collegio salesiano “Don Bosco” di Pavia, ha risarcito pochi giorni fa l’allievo che lo denunciò per molestie e che nel processo di Rimini, dove aveva avuto luogo la vicenda, si era costituito parte civile con l’avvocato Monica Gnesi di Monza.

    Il giovane, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e oggi ne ha 24, ha ottenuto il pagamento della provvisionale di 5mila euro che il giudice aveva disposto e che il sacerdote ha voluto mettere a disposizione. Nel frattempo, l’avvocato difensore Girolamo De Rada ha presentato appello contro il verdetto di primo grado. «Confidiamo in una rilettura dei fatti e quindi in un ribaltamento di quella sentenza», si limita a dire l’avvocato De Rada.

    I fatti al centro del verdetto del tribunale di Rimini, che ora i giudici di secondo grado sono chiamati a riesaminare, risalgono al 2007, anche se l’inchiesta della procura di Rimini era partita nel 2011. Soltanto allora infatti un 24enne ex allievo di don Corsani aveva presentato denuncia, raccontando quello che sarebbe successo in un albergo di Rimini dove un gruppo di allievi di un istituto tecnico di ispirazione cattolica del milanese si trovava per un seminario. Secondo l’accusa e secondo i giudici di primo grado, in quell’occasione il sacerdote aveva attirato in una stanza dell’albergo il giovane allievo, proponendogli di dormire insieme. Ci sarebbero state molestie, prima che il ragazzo riuscisse a fuggire.

    Una ricostruzione che il giudice Stefania Di Rienzo ha ritenuto attendibile. Lo stesso giudice aveva deciso, a luglio, anche di trasmettere gli atti alla procura di Pavia sulla base delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria da un altro ragazzo, che aveva parlato di presunte molestie avvenute all’interno del collegio Don Bosco di Pavia, che lo aveva ospitato nel 2008 mentre frequentava la facoltà di Medicina a Pavia. Da quanto risulta, le indagini relative a questo filone sono ancora in corso.

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronaca/2013/12/04/news/molestie-a-giovane-allievo-prete-risarcisce-la-vittima-1.8239977

  • Catanzaro, parroco accusato di abusi su minori. E’ fuggito all’improvviso tre anni fa

    Catanzaro, parroco accusato di abusi su minori. E’ fuggito all’improvviso tre anni fa

    di EMILIO GRIMALDI – La Procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro. E’ accusato di violenza sessuale. Avrebbe abusato di 17 ragazzini, tutti minori di 14 anni, nel periodo in cui ha svolto il suo mandato di parroco tra il 2007 e il 2010. E’ la conclusione di una indagine aperta tre anni fa dopo la denuncia di alcuni genitori. Poi, durante le indagini, le segnalazioni si sono moltiplicate coinvolgendo una parte dei piccoli di Belcastro, un paese con poco meno di mille abitanti.

    Durante l’incidente probatorio, seguito da un pool di periti non catanzaresi, sono stati dichiarati attendibili i racconti dei minori. Tutti avrebbero confermato di aver avuto “rapporti di natura sessuale” con il parroco. Soltanto uno dei ragazzini avrebbe negato categoricamente il resoconto dei compagni. Una deposizione, la sua, che non ha convinto né i pubblici ministeri che si sono succeduti, Alfredo Cianfarini, Emanuela Costa e Giovanni Bombardieri, e né il giudice per le udienze preliminari, Tiziana Macrì.

    Nominato presbitero della parrocchia di San Michele Arcangelo in Belcastro dall’arcivescovo della Diocesi di Crotone Santa Severina, Domenico Graziani, il 1 ottobre 2007, raccontano che don Roberto ha svolto il suo mandato con un impegno. Ha fondato un gruppo scout, ha favorito la formazione di una Confraternita della Misericordia gemellata con quella di Isola Capo Rizzuto e ha aperto un sito web informativo sulle attività della chiesa locale.

    Finché, la notte del 1 dicembre 2010, ha abbandonato in tutta fretta la casa canonica senza dare più notizia di sé. E la Diocesi di Crotone Santa Severina si è chiusa in un riserbo considerato sempre più imbarazzante dai fedeli del paese natale di San Tommaso d’Aquino rimasti senza spiegazioni. Sembra comunque si trovi in una località del Centro Italia.

    E scatta l’inchiesta della Procura, condivisa con gli avvocati di parte civile delle famiglie coinvolte, nella quale sono state raccolte e messe a confronto centinaia di testimonianze di minori, genitori, parrocchiani e colleghi di don Roberto. Poi gli interrogatori dei bambini seguiti da psicologi ed esperti. Con la preoccupazione e la rabbia di un intero paese che chiede di non far scendere il silenzio su un caso così grave.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2013/11/29/news/sacerdote_accusato_di_pedofilia_in_calabria-72287755/

  • CITTADINANZA AL PRETE SOTTO INCHIESTA: IL CASO IN CONSIGLIO COMUNALE

    CITTADINANZA AL PRETE SOTTO INCHIESTA: IL CASO IN CONSIGLIO COMUNALE

    Castelletto Ticino, seduta a porte chiuse. La Lega Nord chiede la revoca del titolo onorario a don Marco Rasia

    CINZIA BOVIO – CASTELLETTO TICINO –

    «Revochiamo la cittadinanza onoraria a don Marco Rasia». E’ la proposta della Lega nord al consiglio comunale di Castelletto Ticino. Il sacerdote quarantunenne, che è stato coadiutore per dodici anni dell’oratorio del paese prima di essere trasferito a Omegna, è stato accusato sette mesi fa di violenza sessuale su minori.

    La mozione del gruppo consiliare del Carroccio sarà discussa a seduta segreta in chiusura del consiglio comunale convocato lunedì alle 21 in municipio.

    Il prete è stato insignito del riconoscimento con delibera consiliare del 19 ottobre 2009 per avere svolto il ministero sacerdotale «in modo straordinario contribuendo a profondere nei cittadini di Castelletto i valori della fratellanza e della solidarietà, dell’educazione come relazione e del dialogo da estendere oltre i confini». Quello stesso anno, il sacerdote lasciò il paese per trasferirsi a Omegna.

    Dopo l’arresto avvenuto lo scorso aprile, per i consiglieri leghisti, Barbara Bacchi e Bruno Mombrini, non sussistono però più le condizioni e le motivazioni richiamate nel documento di allora: «Mal si concilia l’impegno di cui si parla nella delibera con quanto emerso di recente. Anche i sentimenti della popolazione sono mutati in seguito alla presunta condotta tenuta da don Marco verso le categorie più deboli in ambito sociale, assistenziale e morale».

    Vista la delicatezza dell’argomento, il punto verrà discusso a porte chiuse, ma il sindaco Matteo Besozzi chiarisce subito: «E’ la solita sparata della Lega. Noi non siamo giustizialisti e aspettiamo l’analisi dei fatti da parte delle autorità competenti, senza cedere a sentenze sommarie. I leghisti lo hanno già condannato: è un brutto gesto. Indirettamente, sono a conoscenza del travaglio personale che sta vivendo don Marco. E’ una questione molto delicata: ogni giudizio ci sembra affrettato. Attendiamo il corso della giustizia».

    http://lastampa.it/2013/11/24/edizioni/novara/prete-sotto-inchiesta-domani-il-caso-in-consiglio-comunale-Rc1jHrVGFx41aWRriNz7gI/pagina.html

  • Fiume Veneto. Don Pasquale Rea accusato di falsa testimonianza, “Mentì in processo per pedofilia”

    Fiume Veneto. Don Pasquale Rea accusato di falsa testimonianza, “Mentì in processo per pedofilia”

    Prete tacque sulle violenze. «È falsa testimonianza»

    05-10-2013 – Concordia Sagittaria

    Falsa testimonianza. È l’ipotesi di reato che la procura di Pordenone contesta a don Pasquale Rea, 33 anni, già vicario parrocchiale a Fiume Veneto e Cimpello, oggi a Concordia. Il fascicolo d’indagine ora è sulla scrivania del gip, che la prossima settimana si pronuncerà. Tre le possibilità: l’archiviazione, il rinvio a giudizio, un supplemento di indagini. Il fascicolo sul sacerdote, originario del Napoletano, era cominciata all’indomani del 7 ottobre 2011. Quel giorno un indiano quarantenne venne condannato per tentata violenza sessuale – 3 anni e 4 mesi di reclusione poi ridotti in appello a un anno e 8 mesi, per due episodi di palpeggiamento nei confronti di un bambino di 7 anni e di un adolescente di 15 con la scusa di giocare a calcio con loro, e assolto dalle rimanenti accuse. Alcuni ragazzini, sentiti dai giudici in forma protetta, avevano dichiarato univocamente di avere raccontato al sacerdote le loro disavventure con l’indiano. Don Pasquale Rea aveva confermato di esserne stato sempre all’oscuro.
    Fonte: La Nuova Venezia

    www.portogruaro.net/news/scheda.php?categoria=13&news=36523

  • Prima era considerata una prigione oggi è solo una casa per dimenticare

    Prima era considerata una prigione oggi è solo una casa per dimenticare

    Villa Iride dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, di spazi comuni, di una cappella e di una serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. “Qui non curiamo casi gravi”, spiega padre Paolo, “Accogliamo religiosi con problematiche lievi che hanno bisogno solo di riposo”. Gli arrivi sono spontanei. Anche preti pedofili ma mai ricercati o latitanti. “Non possiamo abbandonare nessuno, sono sempre nostri confratelli”

    VERBANIA – Dopo la casa madre di Trento, il centro più importante dei Venturini in Italia è Villa Iride a Verbania. Per salire alla villa si costeggia il lago Maggiore verso Nord uscendo da Intra e dopo un paio di tornanti si arriva ad un cancello chiuso. Un’alta siepe protegge lo splendido parco che si affaccia sul lago. Al citofono risponde padre Paolo, referente della comunità che ci accoglie aprendo il cancello; ci fermiamo a parlare appena dopo l’ingresso. Padre Paolo racconta che la struttura di Verbania dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, di spazi comuni, di una cappella e di una serra, dove gli ospiti coltivano ortaggi ed erbe aromatiche. Una donna delle pulizie, tra le poche laiche ammesse ad entrare nell’edificio, aiuta ogni mattina a tenere pulito. “In questa comunità non curiamo casi gravi come succede a Trento” spiega Padre Paolo aggiungendo: “Qui accogliamo religiosi con problematiche lievi, che hanno bisogno di un periodo di riposo, durante l’estate ad esempio verrà in ritiro per un paio di settimane un vescovo olandese, ci ha appena telefonato”. Negli anni 50 Villa Iride era considerata dagli ecclesiastici e dalla popolazione locale, una casa – prigione, dove i vescovi del Nord Italia spedivano i religiosi che mostravano problemi con il celibato. Oggi la mentalità è un po’ cambiata: i preti vengono aiutati a riabilitarsi. Padre Paolo cerca di ridimensionare l’immagine della comunità: “Da noi a Verbania i preti vengono spontaneamente. Ad esempio arrivano sacerdoti al cambio di ministero, che magari dopo dieci anni nella stessa parrocchia, rimangono con noi qualche settimana prima di iniziare la nuova esperienza”.

    Alla fine, nonostante la volontà di riservatezza, padre Paolo ammette che la congregazione è aperta anche a sacerdoti colpevoli di abusi sessuali: “Nelle comunità capita anche di accogliere preti pedofili, ma mai ricercati o latitanti. Se un prete arriva senza annunciarsi, lo ospitiamo, ma poi lo sottoponiamo comunque alla fase di accoglienza. Non possiamo abbandonare nessuno, sono sempre nostri fratelli. Solitamente chi ha avuto problemi di pedofilia, al momento della dimissione, viene sottoposto al parere di uno psicologo; se il prete non è pronto per riprendere la sua attività pastorale viene proposto al vescovo di affidargli un altro incarico, magari amministrativo. È sempre l’autorità ecclesiastica a decidere”.

    Un uomo in tuta da lavoro esce dalla serra e ci saluta, mentre padre Paolo ci sta congedando. Prima di andare via chiediamo se a Verbania accettino anche preti agli arresti domiciliari. L’avvocato di don Riccardo Seppia, parroco di Sestri Ponente, condannato per violenza sessuale, tentata induzione alla prostituzione e cessione di cocaina, ha richiesto per lui gli arresti domiciliari presso la comunità terapeutica di Villa Iride. “Avevamo dato la nostra disponibilità ad accogliere don Seppia”, risponde padre Paolo un po’ imbarazzato “L’idea era quello di fargli trascorrere qui il resto della pena, la nostra porta è sempre aperta, noi accogliamo tutti. Poiché da noi a Intra non è previsto un trattamento psicologico, ma soltanto una dimensione di vita comunitaria e spirituale, don Seppia sarebbe stato seguito da uno psicologo esterno”. E sulla possibilità di accogliere il cardinale O’Brien, arcivescovo di Edimburgo obbligato dal Papa ad un ritiro penitenziale in una comunità religiosa perché reo confesso di molestie sessuali, il padre venturino risponde sorridendo “Chi lo sa, potrebbero mandarcelo”.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/23/news/preti_pedofili_3_verbania_domiciliari_in_villa_curiamo_i_fratelli_lontano_dal_clamore-63535647/

  • Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    A Trento sorge la casa madre gestita dai Padri Venturini. Ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. L’altro centro è Villa Iride, a Verbania: è ancora più chiuso all’esterno. L’accoglienza è il primo passo. “Vogliamo conoscere la persona e poi vedere se siamo in grado di aiutarla”, spiega padre Pastò, il Superiore generale. Poi si passa alla terapia. I problemi che portano qui i condannati sono i più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile. Ma è anche un punto di riferimento per gli avvocati che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari dei religiosi condannati

    NON E’ STATO FACILE, da laici, varcare i cancelli delle comunità terapeutiche dei padri Venturini; in quella oasi di pace e di recupero spirituale di solito le porte si aprono soltanto per accogliere religiosi in crisi. Ogni ospite è gestito nel più assoluto riserbo e neanche i confratelli sanno i motivi dei ricoveri. Superando non pochi ostacoli siamo riusciti a entrare in due centri gestiti dalla congregazione: Villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento. Il Superiore Generale, padre Gianluigi Pastò, ci tiene a sottolineare: “Non dite per favore che siamo una clinica per pedofili, della pedofilia si occupa la Santa Sede. Come si sentirebbero quelli che sono accolti da noi con problemi meno gravi a dover vivere in una struttura etichettata in questo modo?”.

    Il nostro viaggio comincia dalla città di Trento. Arriviamo alla casa madre appena dopo l’ora di pranzo; la comunità non è molto lontana dalla stazione, si sale per alcuni tornanti mentre la città si allontana come un miraggio. Fuori dalla casa, nel giardino e nel vigneto non si vede nessuno. Incontriamo Pastò, un uomo sui settant’anni con un forte accento veneto. È gentile ma non nasconde la sua diffidenza verso i giornalisti: “Sui giornali sono comparse notizie sbagliate, che nessuno di noi aveva dato. Noi come congregazione nasciamo per la santità del prete, ci occupiamo di formazione spirituale, non neghiamo conforto a nessuno, ma non vogliamo etichette né abbiamo specializzazioni particolari; siamo religiosi che accolgono altri religiosi”.

    Il momento fondamentale per i Venturini è l’accoglienza, primo passo della terapia: “Noi solitamente vogliamo conoscere prima la persona, poi vediamo se siamo in grado di aiutarla ma non abbiamo preclusioni particolari”, spiega Pastò. È evidente come in questo caso il modello della comunità religiosa si sovrapponga perfettamente a quello della comunità terapeutica. Trento è l’unica realtà ecclesiastica in Italia che si occupa di seguire i preti offrendo loro un importante sostegno psicologico oltre che spirituale: il terapeuta di riferimento è padre Franco Fornari che offre la sua competenza per curare i fratelli in crisi. I problemi che portano un religioso a Trento possono essere dei più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile.

    A differenza della casa di Trento, il centro venturino di Verbania è molto più chiuso. Il tassista che ci porta a Villa Iride ci racconta che gli è capitato spesso di trasportare religiosi: “Alla villa arrivano diversi preti, li vado a prendere in stazione, tutti hanno almeno una valigia. Dentro non sono mai entrato, li lascio al cancello e me ne vado”. Tra gli abitanti della zona pochissimi hanno sentito parlare della villa, il cancello è sempre chiuso e la casa è ben nascosta, lontana dal centro, immersa in un parco da cui domina il lago Maggiore. Come a Trento, anche qui l’atmosfera da poesia dell’Arcadia con i suoi scenari bucolici e i giardini ben curati si accosta al rigore della vita conventuale. A Villa Iride ci riceve padre Paolo, responsabile della comunità; ci avverte subito che  al  momento non ci sono ospiti: “Arriveranno a estate inoltrata”.

    Il centro di Verbania svolge una duplice funzione: da una parte accoglie religiosi che spontaneamente chiedono di essere ospitati qualche settimana per una pausa rigenerante, dall’altra è un punto di riferimento per gli avvocati di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali, che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari. Qui ha chiesto di essere trasferito don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente, condannato a nove anni e sei mesi per violenza sessuale, induzione alla prostituzione e cessione di cocaina; il giudice per ora ha negato il trasferimento. Dal maggio del 2012 è recluso a Villa Iride don Marco Mangiacasale, condannato per abusi sessuali su parrocchiane minorenni e in attesa della sentenza di Cassazione. Tramite i suoi avvocati Renato Papa e Mario Zanchetti abbiamo chiesto a Mangiacasale un commento sul suo percorso perché ci sembrava importante raccontare un’esperienza terapeutica di questo tipo, ma ciò non è stato possibile. Digitando il nome e cognome del sacerdote sui motori di ricerca di internet si trova il dominio www. marcomangiacasale. it. Sulla homepage compare il nome del prete a caratteri cubitali e una foto panoramica: si può riconoscere il parco e il campanile di Villa Iride con il lago sullo sfondo. Sulle pagine del sito registrato su un provider tedesco si trovano, oltre ad alcune ricette di cucina e ad alcune pagine dell’antologia di Spoon River, citazioni evangeliche. Divise in gallerie, molte fotografie ritraggono oggetti e scenari della vita quotidiana nella comunità. Dopo aver contattato i legali del sacerdote per un incontro, l’homepage del sito è stata rimossa.

    A Verbania la congregazione si avvale della collaborazione di uno specialista laico che, dopo aver tracciato il profilo dei soggetti ospiti, in accordo con l’avvocato difensore e la comunità religiosa promuove terapie mirate al recupero comportamentale. I preti agli arresti sono seguiti da un’equipe esterna guidata dalla criminologa Gessica Marica Marengo e sono inseriti in un programma di recupero studiato su misura. La dottoressa Marengo è una criminologa forense che ha ricevuto diversi incarichi dalla curia milanese come perito di parte in alcuni processi per pedofilia. Spesso si affida alle sue competenze l’avvocato Mario Zanchetti, legale della Curia milanese e difensore di diversi preti accusati di abusi su minori. Il lavoro della Marengo è stato raccolto nello studio “Narciso smarrito e il mostro dell’oratorio accanto“, nel quale viene analizzato il profilo di sei preti pedofili da lei periziati.

    La Marengo spiega che in tutti questi casi i preti erano stati spostati di diocesi in diocesi prima di essere fermati dalla giustizia ordinaria; solo allora i preti venivano mandati nelle comunità in attesa di sentenza: “Non c’era la necessaria attenzione al problema, si spostavano i colpevoli senza ammettere che era necessario un massiccio intervento clinico”. Con i suoi protocolli di cura che integrano alla regola di vita della comunità religiosa scuole terapeutiche diverse, come quella psicodinamica e comportamentista, la dottoressa Marengo sta ottenendo buoni risultati: “È un percorso difficile e doloroso, ti metti davanti a uno specchio e vedi delle cose orribili che non avresti mai voluto vedere. Il rischio suicidario quando le vedi è altissimo. All’inizio i preti arrivano qui come pacchi postali, rifiutano le terapie, non ammettono le loro tendenze. Poi con un percorso molto duro, segnato anche da tappe drammatiche, la consapevolezza incomincia a emergere”. Isolati dal mondo esterno, i sacerdoti iniziano la terapia imparando a integrarsi nella comunità. Parlando di questi centri la dottoressa mette in rilievo l’importanza ambientale nel recupero dei soggetti: “Il concetto di comunità clinica ha i suoi vantaggi perché il contesto relazionale è parte integrante della terapia psicologica e farmacologica”.

    Alcuni psichiatri sono tuttavia scettici sulle possibilità di recupero dei soggetti pedofili, soprattutto se trattati dopo una certa età. Maurizio Marasco, docente di psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Stiamo parlando di un disturbo del comportamento sessuale che, se scoperto precocemente in età adolescenziale, può anche essere trattato con successo; ma quando il soggetto è un adulto con una personalità già strutturata in quella maniera, la possibilità di risolvere questo problema, di curare e debellare definitivamente questa anomalia del comportamento è minima per non dire nulla”. Marasco è d’accordo sulla costituzione di comunità per il recupero di soggetti pedofili, ma lo è meno sul fatto che questi centri siano gestiti da religiosi: “Mi domando se un ambiente così chiuso come quello ecclesiastico possa essere utile ad attivare quelle risorse interne che possono spingere il soggetto verso il reinserimento sociale”.

    Abbiamo cercato di capire cosa succeda ai sacerdoti pedofili una volta usciti dalle comunità. Del loro destino decide l’autorità ecclesiastica, in primis il vescovo.

    Secondo le nuove rigorose linee guida del Vaticano sulla pedofilia, volute da  Benedetto XVI e raccolte da Papa Francesco, i vescovi sono obbligati a denunciare i casi a Roma. La Congregazione per la Dottrina della Fede valuta se aprire un processo canonico che in caso di condanna ridurrà il prelato allo stato laicale. Padre Pastò si è detto personalmente contrario alla laicizzazione dei preti pedofili, convinto che la Chiesa non possa abbandonare a loro stessi questi fratelli smarriti. Da un punto di vista clinico anche la dottoressa  Marengo è contraria alla riduzione allo stato laicale perché questa decisione mette a rischio i faticosi risultati della riabilitazione. E’ rilevante come il Vaticano, dopo decenni di silenzio, abbia scelto una linea tanto radicale sul destino di questi preti. Ma l’idea di cacciare i pedofili fuori dalla Chiesa non è comunque nuova. La sosteneva già negli anni quaranta padre Gerald Fitzgerald, fondatore del primo ordine religioso che si occupò espressamente di preti con problemi comportamentali. In quegli anni Fitzgerald denunciava l’atteggiamento collusivo dei vescovi nei confronti di questi religiosi. Il fondatore dei Servi del Paraclito creò numerosi centri nel mondo che si sono poi specializzati nel trattamento di sacerdoti pedofili, ma era convinto che la soluzione al problema fosse la laicizzazione dei colpevoli o in alternativa la loro segregazione in un monastero o su un’isola gestita dall’ordine dalla quale questi “criminali” non potessero più uscire.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/22/news/preti_pedofili_1_pezzo_principale_riscritto-63453242/