Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • “Don Giacomo, il sacerdote che parlava di ‘ragazzi malati’”

    “Don Giacomo, il sacerdote che parlava di ‘ragazzi malati’”

    23 luglio 2012 ·

    Riceviamo e pubblichiamo sulla vicenda che riguarda l’ex portavoce del vescovo di Fano, don Giacomo Ruggeri, arrestato con le accuse di aver compiuto atti sessuali con una minore di 14 anni ed atti osceni in luogo pubblico, un articolo di Maddalena Robustelli.

    “E’ già trascorso un anno da quando scrissi e pubblicai su Noi donne “Lettera aperta alla Diocesi di Fano”, in occasione di un brutto episodio di violenza sessuale perpetrato da due adolescenti ai danni di una loro coetanea. In tale articolo rivolsi parole ferme e risolute nei riguardi del portavoce del vescovo Trasarti, don Giacomo Ruggeri, che aveva attribuito le ragioni degli stupri al modo di abbigliarsi delle donne ed alla mancata vigilanza dei genitori sulle loro figlie, mostrando quel malcelato senso di condanna che cala come una scure sulla vittima di violenza sessuata. Quel che risultò ai miei occhi particolarmente riprovevole fu l’affermazione del sacerdote, secondo la quale i ragazzi colpevoli di tali nefandi comportamenti erano malati e conseguentemente, per venire incontro alle esigenze dei loro coetanei con pulsioni similari, la Diocesi avrebbe organizzato campi scuola per far sì che imparassero a vivere in maniera sana il rapporto tra il loro corpo e quello dell’altro.

    L’anno scorso espressi una marcata condanna per il comunicato stampa di don Giacomo Ruggeri e nel contempo chiesi ai rappresentanti ecclesiastici di essere più umili nel proferire giudizi, che per una ragazza di quindici anni avrebbero avuto l’amaro, anzi, amarissimo sapore di una sentenza capace di bollarla per tutta la vita. Oggi, però, alla luce delle ultime vicende che hanno riguardato lo stesso sacerdote, quelle sue parole contenute nel comunicato stampa ufficiale della Diocesi di Fano assumono ben altro significato e valore. Difatti don Giacomo Ruggeri, a cui chiesi di essere personalmente vicino alla ragazza violentata nella sua funzione specifica di educatore, è stato sorpreso a tenere atteggiamenti di inequivocabile molestia nei confronti di una tredicenne in un luogo pubblico, ossia una spiaggia del litorale marchigiano. Se non fosse che i proprietari del lido balneare lo conoscessero, i comuni bagnanti avrebbero avuto davanti agli occhi un quarantatreenne in costume profondere effusioni ad una ragazzina, che già altre volte aveva avuto l’ardire di portare in spiaggia da sola. Alle forze dell’ordine, a cui erano arrivate altre segnalazioni del caso in questione, non è restato altro che appostarsi ed intervenire al momento opportuno, cogliendo don Giacomo alla sprovvista.

    A questo sacerdote, che solo nel giugno del 2011 aveva parlato di “ragazzi malati”, vorrei chiedere se quel giudizio più che a costoro fosse rivolto a sé stesso. Aveva, cioè, già allora contezza di quel che avrebbe fatto oggi a quella tredicenne, o ritiene di essere in preda a istinti irrefrenabili a cui non riesce a porre un argine? Indubbiamente vicende del genere indignano e, se solo penso che i testimoni di quelle effusioni hanno allertato i soggetti istituzionalmente preposti al caso in questione, mi rincuora quel senso di protezione nei confronti della ragazzina, che è sfociato successivamente in un forte moto di rabbia e di riprovazione. Possibile che don Giacomo si ritenesse immune da critiche per quei comportamenti palesemente pedofili e nel contempo fosse capace di avanzare, senza dubbio alcuno, i giudizi espressi nel comunicato stampa dell’anno scorso? Strano episodio di transfert si potrebbe dire, perché pare che chi giudichi malati gli stupratori sia egli stesso malato! Quel che non sembra ma è, invece, effettivamente reale è l’essere stati colti in flagranza di un reato alquanto grave. Sicuramente spetterà agli inquirenti definire il profilo umano del sacerdote, il contesto in cui ha commesso gli atti illeciti e, soprattutto, come abbia potuto coinvolgere quella adolescente in siffatta situazione.

    D’altronde è altrettanto certo che ora incomba sulla Diocesi di Fano l’obbligo di spiegare la vicenda ed offrire ai propri fedeli, ed anche a chi tale non è, una sua presa di distanza nonché ferma condanna dell’accaduto. Condanna, a cui inequivocabilmente dovrebbe conseguire un atteggiamento altrettanto risoluto sulle eventuali protezioni e connivenze di cui avrebbe potuto godere don Giacomo. Senza tale percorso di verità ed impegno ogni altra sua azione, quale, ad esempio, la sospensione del sacerdote dalle proprie mansioni ufficiali, ne uscirà delegittimata, senza contare un ulteriore elemento che peserà come un macigno sulla diocesi, ossia la onerosa riprovazione sociale sulle sue omertà.

    Se un anno fa scrissi una lettera aperta, ora sento chiaro e netto il diritto di aspettarmi azioni altrettanto nette e chiare da parte del vescovo Trasarti e nel contempo provo forte l’obbligo di pretenderle per conto di quella adolescente, che stava lì a subire le pesanti attenzioni del suddetto sacerdote. Non oso immaginare le devastazioni che un domani nel suo intimo proverà, so che per l’oggi chiederà agli adulti spiegazioni di quel che le è successo e noi, distanti da lei personalmente, potremo aiutarla esigendo a nostra volta dalla Diocesi di Fano le dovute chiarificazioni, tali da farla assurgere degnamente al ruolo che le è attribuito. Avvertendo chi di dovere che il tempo, che eventualmente passerà inutilmente, peserà come un gravoso macigno non solo sull’intera comunità di riferimento, ma anche su quanti al riguardo necessitano di comportamenti doverosamente congrui e palesemente integerrimi da parte dell’intero ordine ecclesiastico della curia marchigiana. E non solo …..”

    Ultimo aggiornamento: 23-07-2012

  • Processo al parroco del Pantano. Parla il brigadiere che raccolse la denuncia della donna

    Processo al parroco del Pantano. Parla il brigadiere che raccolse la denuncia della donna

    Giovedì, 12 Luglio 2012 10:54
    Scritto da Frabrizio Di Vito

    POTENZA – “Don Antonio Meliante telefonava a casa della signora diverse volte al giorno, spesso anche di notte”.

    A parlare è il brigadiere che raccolse la denuncia di una signora di Pignola contro il parroco del Santuario della Madonna del Pantano di Pignola. Il carabiniere è stato ascoltato ieri mattina in aula, alla ripresa del processo a carico del sacerdote, accusato di violenza sessuale e molestie ai danni di una sua parrocchiana. I fatti incriminati risalgono al 2007, quando, secondo l’accusa, i due intrapresero una relazione sentimentale andata avanti per almeno un anno. Ad un certo punto, però, la donna, sposata con figli, avrebbe deciso di interrompere quella scottante relazione extraconiugale. Da quel momento per lei sarebbe cominciato un incubo: il giovane parroco, infatti, avrebbe cominciato a perseguitarla, minacciando la donna di raccontare tutto al marito se non avesse continuato a stare con lui. Don Antonio avrebbe tempestato, per almeno un anno, la donna di telefonate e messaggi. In una delle prime udienze del processo che si sta celebrando davanti al collegio del tribunale di Potenza, il pubblico ministero Sergio Marotta aveva chiesto ed ottenuto l’acquisizione dei tabulati telefonici relativi alle conversazioni tra il parroco e la giovane donna. Ed è proprio su quei tabulati che ieri mattina il brigadiere dei carabinieri ha risposto alle domande del pubblico ministero. Il periodo analizzato attraverso i tabulati va dall’aprile del 2008 al marzo del 2009. “Le telefonate partivano dal cellulare in uso al parroco verso il numero fisso dell’abitazione dove viveva la signora”, ha commentato il carabiniere in aula. Per undici mesi, quindi, il parroco avrebbe continuato a cercare la parrocchiana che viveva a poche decine di metri dal Santuario della Madonna del Pantano. Don Antonio avrebbe cercato la donna almeno tre- quattro volte al giorno, ma in alcuni casi il telefono della vittima squillava anche in piena notte. Agli atti del processo, nelle scorse udienze, era stata acquisita anche la revisione della querela. Ad un certo punto, infatti, la donna decise di ritirare la denuncia nei confronti del parroco. Ma a quel punto il processo a carico del sacerdote era inevitabile perchè in casi del genere, le indagini della procura proseguono d’ufficio.

  • Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    La Procura di Como ha deciso di non fare sconti nemmeno davanti a un sacerdote e ha così deciso che Don Marco Mangiacasale subirà un prospetto per presunti abusi su minorenni. Non è la prima volta che emergono sospetti sulla condotta di un sacerdote, ma raramente si era arrivati a decidere di mettere in atto un processo come capiterà presto a Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 48 anni arrestato lo scorso 7 marzo con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di alcune ragazzine minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Secondo il testo che ha portato all’accusa nei confronti di Don Marco e formulato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo i fatti sarebbero iniziati nel 2008 e continuati fino a poco prima del suo arresto a dimostrazione di un comportamento non isolato.
    Un ruolo importante nella vicenda l’avrà ora però anche l’ex economo della Diocesi di Como, che ha già avuto diversi contatti con le famiglie delle presunte vittime e che si occuperà non solo da aiutarle a superare quanto vissuto ma anche di stabilire quale possa essere il risarcimento migliore nei loro confronti. Sarà quindi ora compito del sacerdote cercare di difendersi da un accusa certamente infamante, ma che lascerà un segno indelebile nelle piccole vittime.
    Fonte MILANO

  • Don Vito Caradonna trasferito a Santa Ninfa. È bufera

    Don Vito Caradonna trasferito a Santa Ninfa. È bufera

    Venerdì 06 Luglio 2012 00:56
    Non sta passando vita facile don Vito Caradonna, il prete 38enne marsalese raggiunto da un divieto di dimora a Marsala, sotto processo per tentata violenza sessuale e indagato per truffa.

    Caradonna non potendo stare a Marsala è stato trasferito a Santa Ninfa. I cittadini però non hanno preso di buon occhio la presenza del prete. E si è scatenato il putiferio.
    Caradonna è stato sospeso da amministratore parrocchiale ma può comunque svolgere tutte le attività che competono il suo ministero. Prima di prendere servizio a Santa Ninfa, il prete della parrocchia “Cristo risorto”, don Franco Caruso, ha informato sia il consiglio pastorale parrocchiale che il sindaco Paolo Pellicane dell’arrivo di Caradonna.
    Ai cittadini però la cosa non è andata giù. E i malumori in questi giorni sono cresciuti. Sul gruppo Facebook della città parecchi utenti non le hanno mandate a dire né a Caradonna né a chi ha deciso di stanziarlo a Santa Ninfa. Parole pesanti per il sacerdote che si sta difendendo nel processo in cui è imputato per tentata violenza sessuale ai danni di un ragazzo maggiorenne. Tant’è che lo stesso Caradonna è intervenuto su Facebook tentando di difendersi dai commenti degli utenti che sapevano di processo sommario. Prima cita l’articolo 595 del codice penale, quello sulla diffamazione: un avviso ai naviganti. Poi cita alcuni passi del Vangelo “con la misura con cui giudicate, sarete giudicati voi in cambio”. Alla fine decide di non rispondere più: “ai posteri l’ardua sentenza”.
    L’ex parroco della chiesa di San Leonardo, ha sempre respinto tutte le accuse avanzate da Paolo L.C., il ragazzo marsalese che lo ha portato in tribunale. Lo accusa di averlo invitato a casa e di avergli offerto un caffè con del sonnifero per poi aver tentato di violentarlo. I fatti risalgono al 2005. “Nulla di vero – ha sempre replicato la difesa di Caradonna – perchè non ha senso mettere del calmante in una sostanza di per sè eccitante come il caffè”. Per la difesa la vittima si sarebbe inventata tutto: vuole solo spillare soldi al prete. “La rettoscopia effettuata – dichiara il legale – ha dimostrato che l’accusatore di Don Vito non ha mai subito violenza di alcun tipo”.
    Caradonna è inoltre indagato per appropriazione indebita, truffa e circonvenzione di incapace, da qui è partito il divieto di dimora a Marsala. Secondo gli inquirenti Caradonna si sarebbe fatto dare da un ex militare in congedo con problemi psichici la somma di 70 mila euro per spenderli ai Gratta e vinci.

  • COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    MARTEDÌ, GIUGNO 19, 2012 ROSSELLA RICCHIUTI NO COMMENTS

    Polemiche e proteste per un articolo di Don Angelo Riva, direttore del settimanale diocesano. La stampa locale reagisce: E’ nostro dovere raccontare i fatti, dire che un parroco è stato arrestato per pedofilia e quali deliitti ha confessato

    OSSIGENO – Como, 19 giugno 2012 – “Certe ferite della vita sono per il Medico celeste, non per il pubblico ludibrio, né per la gogna mediatica. E meno ancora per lo sciamare malsano del pettegolezzo, o per il gusto compiaciuto del torbido”. Così don Angelo Riva, direttore del Settimanale della Diocesi di Como, ha bollato gli articoli di cronaca – comparsi su varie testate locali – che hanno riferito le accuse a don Marco Mangiacasale, ex-parroco arrestato per violenza sessuale aggravata a danno di due minorenni. I cronisti hanno replicato: noi dobbiamo raccontare i fatti e lo facciamo rispettando le regole e le persone coinvolte.

    La vicenda. E’ il 7 marzo quando l’ex parroco di San Giuliano, don Marco Mangiacasale, economo della Diocesi di Como dal 2009, viene arrestato. Da quel momento i giornalisti della stampa locale si occupano della questione che pian piano assume proporzioni notevoli. Il prete incriminato ha ammesso subito di aver intrattenuto rapporti sentimentali e sessuali con le due ragazze per quattro anni, da quando avevano rispettivamente 12 e 13 anni, e anche di aver molestato sessualmente altre tre giovani minorenni.

    Tutto normale. Come non raccontare ciò che è successo? Nessuno mette in dubbio che i cronisti abbiano il preciso dovere di fare sapere ai cittadini turbati come sono andate le cose e cosa emerge da indagini e ammissioni. Nessuno ci trova da ridire fino al 2 giugno scorso quando, tre mesi dopo l’arresto del parroco, appare un articolo su Il settimanale della Diocesi di Como, che sulla questione ha mantenuto il più assoluto silenzio. E’ firmato dal direttore editoriale, don Angelo Riva. Il contenuto lascia interdetti i giornalisti che si sono occupati del caso. Ecco come termina l’editoriale: “Può darsi che il silenzio del Settimanale abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire la coprofagìa) di certa informazione noi intendiamo smarcarci”.

    Le reazioni. “Sono rimasto spiacevolmente sorpreso, le parole di don Riva sono avulse da ogni contesto”, commenta Paolo Moretti, giornalista della Provincia di Como, che ha seguito la vicenda insieme al collega Stefano Ferrari. Paolo racconta di aver trattato il caso con estrema cautela nei confronti delle vittime al fine di non consentirne l’identificazione. “Per questo motivo all’inizio abbiamo anche evitato di riportare negli articoli l’età delle bambine ed i molti dettagli scabrosi contenuti nelle carte giudiziarie. Questo è avvenuto anche dopo che la segretezza degli atti è caduta, quando è stato notificato all’indagato l’avviso di conclusione indagini”, aggiunge Paolo, sottolineando l’estrema attenzione alla deontologia professionale durante la documentazione dei fatti.

    La Provincia di Como si è occupata del caso con estrema attenzione e costanza, così come ha fatto il Corriere di Como attraverso le penne di Mauro Peverelli e di Anna Campaniello. I due quotidiani hanno raccontato con precisione e meticolosità gli spiacevoli fatti: dall’arresto del parroco grazie alla denuncia della ragazzina che, alla fine di febbraio, ha deciso di dire basta confidandosi prima con l’attuale parroco di San Giuliano e poi con gli inquirenti, fino alle migliaia di sms ed mms inviati dal prete alle sue vittime.

    “L’Unione Cronisti Lombardi ha subito pubblicato una nota in cui è stato stigmatizzato l’accaduto. L’attacco di don Riva risulta inspiegabile, dal momento che la vicenda ha interessato un prete pedofilo reo confesso”, sottolinea Moretti. L’autore dell’articolo si definisce anche giornalista, quindi formalmente collega di Paolo e degli altri cronisti che ha accusato di cannibalismo e coprofagia. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che dovrebbe far riflettere, poiché se monsignor Riva si reputa un giornalista dovrebbe conoscere alla perfezione il diritto di cronaca, che ha palesemente offeso.

    www.ossigenoinformazione.it/?p=9524

  • Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    IL CASO. Quando era in servizio a S. Croce
    Il prete ha patteggiato 22 mesi complessivamente per 6 episodi
    15/06/2012

    Non un ragazzo. Sono sei complessivamente le parti offese nel procedimento che ha visto don Sergio patteggiare l’altra mattina in tribunale davanti al giudice Massimo Gerace. Per lui un anno, dieci mesi e 20 giorni di reclusione; l’accusa a suo carico era di violenza sessuale continuata, dall’estate 2006 ai primi giorni di gennaio di quest’anno. Don Sergio Rappo, 59 anni (era assistito dall’avv. Michele Carotta), all’epoca dei fatti era in servizio nella parrocchia di Santa Croce a Schio, da dove è stato subito trasferito dalla Curia vicentina che ha seguito passo passo la delicatissima vicenda ed ha aiutato le vittime, anche economicamente. In base a quanto ricostruito dai carabinieri della stazione di Schio e dai colleghi della sezione della procura, coordinati dal pubblico ministero Antonella Toniolo, i contatti illeciti del sacerdote erano iniziati parecchi anni fa. L’indagine era scattata dopo la denuncia di un ragazzo di 20 anni, che aveva denunciato le pesanti molestie del sacerdote, avvenute nei locali dell’oratorio. Don Rappo, si legge scorrendo il capo di imputazione, «con violenza di natura psicologica, consistita nell’aver costruito un rapporto di fiducia e di intimità graduale con il giovane, tanto da indurlo a fare affidamento su di lui; con minaccia consistita nel timore di perdere l’unica occasione di lavoro dopo un periodo di disoccupazione; con abuso d’autorità, per il ruolo di sacerdote e datore di lavoro», lo costringeva a subire atti sessuali in diverse occasioni. Non solo. Nel corso delle indagini è emerso che nell’estate 2006 don Sergio aveva carpito la fiducia di un ragazzino di 13 anni, che faceva l’animatore in parrocchia: lo aveva invitato da solo in oratorio, gli aveva offerto un’aranciata e 10 euro e lo aveva toccato. Nell’estate 2011 era accaduto ad un ragazzo di 16 anni, che ricevette una mancia in cambio di alcuni lavori e di un’aranciata; il prete gli fece dei massaggi, il ragazzino si allontanò. Infine, ad altri tre giovanissimi aveva chiesto di scambiarsi dei massaggi dietro il pagamento di piccole mance, ma dopo i primi toccamenti i minorenni avevano reagito ed erano scappati. Queste ulteriori cinque vittime si erano rivolte in caserma quando la vicenda era diventata di dominio pubblico. Il sacerdote, pentito, ha preferito patteggiare. La pena è stata sospesa. D.N.

  • Parroco assolto dalle accuse di violenza sessuale delle baby prostitute

    Parroco assolto dalle accuse di violenza sessuale delle baby prostitute

    Don Giuseppe Peretti esce in lacrime dal tribunale: «Grazie, sono commosso, oggi torno un uomo libero»

    Assolto perchè il fatto non sussiste: don Giuseppe Peretti, parroco di Turano, piccola frazione nel comune di Massa, 83 anni e un’accusa per molestie sessuali ai danni di due ragazze romene minorenni, è stato ritenuto innocente dal collegio di giudici del Tribunale di Massa. È durata 10 ore l’ultima udienza del processo breve contro don Peretti, arrestato dalla squadra mobile nel 2011, nel giorno del sabato santo che precede la Pasqua, dopo essere stato accusato dalle due baby prostitute di «palpeggiamenti» al seno e alle parti intime, quando le ragazze quindicenni si recavano da lui in canonica a chiedere l’elemosina.

    Durante il processo, la difesa di don Peretti ha potuto dimostrare che quei «palpeggiamenti» erano in realtà carezze affettuose. Fondamentale è stata una seconda traduzione dell’interrogatorio delle ragazze in incidente probatorio, chiesta dalla difesa che si era accorta di alcune «forzature» da parte dell’interprete e dell’omissione di alcuni passaggi chiave che discolpavano don Peretti. «Grazie, grazie, sono commosso, oggi torno ad essere un uomo libero», ha detto all’uscita dal tribunale il parroco tra le lacrime.

    13 giugno 2012

    http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2012/13-giugno-2012/parroco-assolto-accuse-violenza-sessuale-baby-prostitute-201594224091.shtml

  • Diocesi-shock: «Su don Marco media cannibali e coprofagi»

    Diocesi-shock: «Su don Marco media cannibali e coprofagi»

    Mercoledì 06 Giugno 2012
    La Chiesa nella bufera – L’ex parroco di San Giuliano arrestato per cinque violenze sessuali. Per monsignor Angelo Riva a farla da padrona è stata «la civiltà del gossip»
    Parole durissime da parte del “Settimanale” su come giornali e televisioni hanno seguito la vicenda
    «Può darsi che il silenzio del “Settimanale” abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Dunque, giornali e televisioni della città definiti mangiatori di uomini e di escrementi in nome dell’audience o delle copie vendute. Sono queste le ultime, pesantissime parole usate dal direttore editoriale della voce della Chiesa comasca, monsignor Angelo Riva, per rispondere a un lettore che gli chiedeva conto delle pagine rimaste mute per mesi nonostante la vicenda di don Marco Mangiacasale stesse scuotendo la Diocesi.
    Un prete, nonché ex economo proprio della Diocesi, in carcere e oggi ai “domiciliari” in una struttura protetta in Piemonte dopo essere stato accusato dalla Procura di violenza sessuale su ragazze della parrocchia di San Giuliano, non solo minorenni ma addirittura sotto i 14 anni.
    Più episodi, protratti nel tempo e con cinque denunce piovute sul palazzo di giustizia, che in nome del «silenzio istruttorio» – scrive don Angelo – avrebbero meritato un suo editoriale nell’imminenza dell’arresto – datato 7 marzo – e poi più nulla.
    Tutto il contrario di quanto fatto dalla «civiltà del gossip», come la definisce lo stesso monsignore, che ad una simile spinosa questione ha dedicato pagine di quotidiani nonostante della stessa vicenda si sia scritto (ed è giusto sottolinearlo perché nessuno abbia modo di travisare) solo una minima parte. Per il “Settimanale”, invece, la risposta giusta a cinque violenze sessuali di un ex parroco è stato il silenzio, anzi, un editoriale e null’altro. E questo «per non contribuire alla gazzarra mediatica che si è scatenata attorno a questo caso, con il diritto di cronaca a varcare spesso e volentieri il confine della diffamazione personale».
    Tacere, dunque, ma «non certo per omertà o per volontà di insabbiamento ma per umana saggezza e discrezione, perché certi drammi personali vanno fasciati di pudico silenzio. Senza omettere – beninteso – tutto ciò che è necessario e opportuno dire perché la giustizia umana faccia il suo corso, e perché il diritto di cronaca venga onorato».
    Poi una domanda legittima: «Abbiamo percezione del danno arrecato alle giovani vittime della vicenda dallo stillicidio di esposizione mediatica assai blandamente protetto dal velo di un fragile anonimato?». Meno legittimo, a nostro avviso, è il secondo quesito posto, perché il «perimetro della correttezza» non crediamo sia mai stato varcato, e soprattutto non si è mai parlato o scritto di «fatti talvolta penalmente irrilevanti» bensì solo di ciò che è poi finito nell’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Como: cinque violenze sessuali su ragazzine della parrocchia che non avevano ancora compiuto i 14 anni e su cui, per il “Settimanale”, era giusti rimanere in silenzio in quanto «spetta alla giustizia ripulire le ferite, ma è proprio della misericordia rimarginarle».

    Mauro Peverelli

  • Violenza sessuale: curia parte civile a processo parroco leccese

    Violenza sessuale: curia parte civile a processo parroco leccese

    Mercoledì 06 Giugno 2012 19:06
    Antonio Romano

    NARDO’ (Lecce) – La curia di Nardo’ (Le) si e’ costituita come responsabile civile nel processo in corso a Lecce a carico di Don Quintino Sella, parroco accusato di violenza sessuale nei confronti di un marocchino di 28 anni.
    La citazione della diocesi, nella persona del vescovo reggente monsignor Domenico Caliandro, era stata chiesta dalla presunta vittima, tramite l’avvocato Salvatore Centonze, secondo cui il rapporto di lavoro che legava il prelato alla curia rendeva quest’ultima responsabile degli eventuali illeciti commessi durante lo svolgimento delle mansioni a cui era adibito. La parte civile ha chiesto un risarcimento di 20.000 euro. I fatti contestati a Don Quintino risalgono all’autunno scorso, quando il giovane marocchino – stando a quanto denunciato – sarebbe stato attirato nella sacrestia della chiesa di San Gerardo Majella di Nardo’ con la scusa di dargli vestiti e cibo e li’ il prete lo avrebbe molestato. Nel gennaio scorso il sacerdote e’ stato rinviato a giudizio dal gup di Lecce. Il processo davanti alla prima sezione del Tribunale salentino e’ iniziato oggi con la costituzione delle parti e proseguira’ il prossimo 10 ottobre.

  • Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

    Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

     5 giu 2012 | 21:43

    A quasi 17 anni dalle accuse, la corte di Cassazione ha assolto un frate dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo all’epoca quindicenne, affetto da handicap. Il sacerdote, oggi 45enne, di era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali, il ragazzo che era ospite del “Villaggio del fanciullo” di Pergusa dove il religioso lavorava come educatore.
    I supremi giudici hanno annullato la sentenza con la quale la Corte d’appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna.

    Pedofilia, sacerdote di Menfi assolto in Cassazione
    Scritto da Redazione Cronaca martedì, giugno 5th, 2012

    Dopo quasi 17 anni un religioso, frate Luigi Butera, 45 anni, di Menfi, è stato assolto dalla Corte di Cassazione dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo, all’epoca quindicenne, affetto da handicap. La suprema Corte ha ritenuto sussistente l’ipotesi di abuso dei mezzi di correzione, capo di imputazione per il quale ha pronunciato il non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione. Teatro dei presunti abusi il Villaggio del Fanciullo a Pergusa (Enna). L’imputato era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali il ragazzo che era ospite dell’istituto dove il frate lavorava come educatore. La Corte di appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna, adesso annullata dalla Cassazione. Don Butera era stato allontanato da Enna, ma in questi anni ha continuato a svolgere il suo ministero sacerdotale. Al religioso all’inizio era stato contestato l’abuso su due quindicenni ospiti della struttura, capo di imputazione che già in primo grado era caduto per mancanza di prove. La condanna era stata emessa dopo le dichiarazioni del ragazzo disabile, ritenuto in un primo momento incapace di rendere testimonianza, e successivamente dopo una ulteriore perizia psichiatrica ritenuto attendibile.

    www.grandangoloagrigento.it/?p=32721