Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • SAVONA – Padre Luca Bucci abusò di un 12enne. Chiuso uno dei due fascicoli aperti sul frate genovese

    SAVONA – Padre Luca Bucci abusò di un 12enne. Chiuso uno dei due fascicoli aperti sul frate genovese

    Mentre si attende l’esito della doppia indagine avviata dalla procura di Genova che per competenza territoriale aveva delegato a quella di Savona la parte di indagine relativa alle accuse avanzate da un assistito della Rete L’ABUSO, un uomo all’epoca dei fatti 12enne, per i presunti abusi sessuali che aveva subito da parte del frate Luca Maria Bucci appartenente all’ordine dei cappuccini, commessi nel 94 presso la chiesa Santa Maria Immacolata a Loano.

    Dalle indagini espletate dal pubblico ministero savonese Giovanni Battista Ferro che dopo una prima valutazione aveva poi formalmente indagato il Bucci per le ipotesi di reato di violenza sessuale su minore continuata e aggravata (art. 81 c. II, 609 bis e ter c.p.). I fatti sarebbero avvenuti ma per quanto concerne la sola sede penale, risultano estinti in base alla prescrizione .

    Ben differente lo scenario di quello che potrebbe accadere sul versante genovese, dove il nostro assistito diventa da vittima testimone oculare e dove lo stesso Luca Bucci in una conversazione telefonica registrata con il presidente di Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, oggi agli atti delle due procure – Savona e Genova – non solo confessa l’esistenza di altre 2 denunce – 2013 e 2017 – glissando su una terza, che dalle indagini svolte dalla Rete L’ABUSO e confermate successivamente da altri collaboratori esterni, a differenza delle due che il Bucci tranquillamente ammette – in quanto a danno di persone maggiorenni – la terza sarebbe relativa a un presunto abuso su un minore, denunciato dalla madre all’autorità ecclesiastica.

    E qui un altro riscontro importante raccolto durante le indagini dalla Rete L’ABUSO e che potrebbe vedere coinvolti anche l’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, oltre ai vertici degli stessi frati cappuccini.

    A tirare in ballo proprio le gerarchie ecclesiastiche, è di nuovo lo stesso Bucci, che nella conversazione registrata tra lui e Zanardi, lo rassicura dicendogli che è costantemente monitorato dai superiori, al corrente delle sue problematiche.

    Questa affermazione, all’apparenza rassicurante, in realtà innesta una grossa mina in quanto, se quello che Bucci dichiara risultasse come sembra vero, le stesse gerarchie che lo hanno coperto limitandosi a controllarlo, sarebbero responsabili di omissione (comma 2 art. 40 c. p.) dei reati reiterati che lo stesso Bucci dichiara. Quelli del 2013 e del 2017, che a differenza di quelli subiti dal nostro assistito, non sono affatto prescritti.

    Dall’atro frangente si coglie la prontezza del pubblico ministero savonese Giovanni Battista Ferro, che  invia gli atti sulla base dell’articolo 2, par B del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, attenzionando la Diocesi che al momento ha in carico Frate Bucci, dalla quale in quanto associazione di sopravvissuti agli abusi del clero, ci si aspetta rigore assoluto riguardo ai proclami di tolleranza zero di papa Francesco, anche se da quanto emerge dai verbali della Polizia, al momento i Cappuccini Liguri interrogati sull’esistenza di altre segnalazioni, non hanno risposto alla richiesta.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/07/31/caso-genova-perche-i-governo-deve-mettere-subito-mano-al-concordato-con-la-chiesa-per-garantire-la-tutela-dei-minori/

  • Bidello pedofilo, il ministero condannato a risarcire la vittima: “Non ha vigilato”

    Bidello pedofilo, il ministero condannato a risarcire la vittima: “Non ha vigilato”

    Il bimbo è stato seguito in bagno dall’uomo che lo ha messo all’angolo, avvicinandolo a sé. I fatti sono accaduti nella scuola Bonghi, in zona San Giovanni. L’operatore scolastico aveva riportato già altre due condanne per reati sessuali dello stesso tipo prima dell’assunzione e il ministero non ha vigilato

    Il ministero dell’Istruzione dovrà risarcire, a metà con un bidello pedofilo, la vittima di una violenza sessuale avvenuta all’interno di un istituto scolastico, un bambino di 10 anni, oggi 22enne. Il motivo è che l’operatore scolastico aveva riportato già altre due condanne per reati sessuali dello stesso tipo prima dell’assunzione e il ministero non ha vigilato sul fatto, permettendo che continuasse a stare a contatto con i bambini. E poco importa che il bidello abbia mentito in un’autocertificazione soprassedendo sulle precedenti beghe giudiziarie: “Il mendacio nelle sue dichiarazioni al ministero non sollevano il datore di lavoro da responsabilità, in quanto in ogni caso l’evento dannoso è stato compiuto da un suo dipendente nell’espletamento delle sue mansioni nella scuola dove lavorava al tempo”.
    Il tribunale civile, così, li ha condannati entrambi, ministero e bidello, a risarcire in percentuali uguali la vittima, assistita dagli avvocati Armando Fergola e Antonella Zordan, con 188mila euro. La vicenda risale al 2008 all’interno della scuola Bonghi, in zona San Giovanni. Il bimbo è stato seguito in bagno dall’uomo che lo ha messo all’angolo, avvicinandolo a sé. Un episodio ripetuto in diverse occasioni. Ad accorgersi della vicenda è stata la mamma, la quale ha notato strani comportamenti nel piccolo e ha denunciato in procura. Nel 2014, per il fatto, il bidello è stato condannato a sei anni di reclusione con la radiazione dal servizio, sentenza poi divenuta definitiva.

    Già venticinque anni prima, però, nel 1991, l’uomo aveva patteggiato la prima violenza sessuale – sempre su un bambino a scuola – chiudendo ad un anno e 9 mesi di reclusione con pena sospesa. Per anni il silenzio, per poi finire a lavorare in una scuola media nel quartiere Prati, la Belli. Ed è qui che si è ripetuto. Stesso copione di sempre. Solo stavolta a denunciare è stata la preside della scuola: nel 2007 è arrivata la condanna per violenza sessuale in abbreviato a 2 anni di reclusione.
    L’uomo però ha continuato a lavorare nel campo scolastico nonostante tutto. Nella domanda di aggiornamento alla graduatoria pubblica dell’anno scolastico 2007-2008 non ha risposto alla domanda sulle condanne penali pendenti (nel 2005-06 invece aveva scritto di non averne), autocertificando di fatto di non avere reati sessuali a carico. Così è riuscito a passare inosservato e ad approdare alla scuola Bonghi. Ed è qui che è si è ripetuto per la terza volta, senza nessuno lo impedisse. Abusando di una giovane vittima che, se ci fosse stato un controllo migliore, non avrebbe subito quella violenza. “La cosa assurda ora – ha commentato l’avvocato Armando Fergola – è che nessuno ancora si è messo in contatto per procedere ad un pagamento spontaneo nonostante abbia già richiesto per le vie brevi”.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2020/12/05/news/bidello_pedofilo_il_ministero_condannato_a_risarcire_la_vittima_non_ha_vigilato_-277066381/

  • Don Michele Barone: la Procura chiede una condanna più dura

    Don Michele Barone: la Procura chiede una condanna più dura

    La procura di Santa Maria Capua Vetere ha presentato ricorso alla Corte di Appello di Napoli

    Casapesenna – La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto una condanna ancora più severa nei confronti dell’ex don Michele Barone.

    In primo grado, per la vicenda degli esorcismi portata alla luce dalla trasmissione Le Iene, don Michele Barone è stato condannato alla pena di 12 anni di reclusione.

    Esclusi i presunti episodi di violenza sessuale per i quali il prete del Tempio di Casapesenna è stato assolto.

    Ed è rispetto a questa assoluzione che la procura di Santa Maria Capua Vetere ha presentato ricorso alla Corte di Appello di Napoli (Quarta Sezione) che ha fissato la prima udienza del processo di secondo grado al giorno 13 gennaio.

    https://www.cronacacaserta.it/don-michele-barone-la-procura-chiede-una-condanna-piu-dura/70962/

  • l’Italia latita ma molti Stati hanno adottato una semplice soluzione per rendere giustizia alle vittime

    l’Italia latita ma molti Stati hanno adottato una semplice soluzione per rendere giustizia alle vittime

    Il senso di disperazione delle vittime del clero italiane, e il palese fallimento di Istituzioni e magistratura, nonché della cultura civile di un paese tra i più industrializzati – incapace o connivente poco importa – ma che di fatto non è stato capace di mettere mano a una soluzione. Tutto ciò ha portato, proprio nel nostro paese, un vero paradosso: vediamo le vittime chiedere giustizia a chi ha permesso per decenni il loro stupro, in quanto in balìa di governi incapaci. Quasi un invito alle vittime a farsi giustizia da sé.

    Dico paradosso perché nel resto del mondo le vittime chiedono giustizia allo Stato e alla magistratura, non agli aguzzini, a loro si chiede semplicemente di cambiare linea, di denunciare alle autorità civili i crimini e rimuovere dalla chiesa il pedofilo.

    Molti paesi di fronte alla consapevolezza di quello che per la chiesa è un problema endemico, hanno adottato una soluzione alquanto indolore e laica, perché non rivolta alla sola chiesa e al tempo stesso modernamente in linea con quanto è oramai abbondantemente appurato dalla scienza medica. Da anni di è consapevoli che il “disturbo post traumatico da stress”, di cui soffrono tutte le vittime di violenza sessuale, ha tempi di maturazione molto lunghi. Lo stesso crimine viene equiparato dagli psicologi di tutto il mondo a un “omicidio psichico”.

    La soluzione che ha restituito, in primis, dignità e giustizia alle vittime e, al tempo stesso, ha fatto in modo che la chiesa attuasse finalmente provvedimenti di tutela non più rivolti alla sola Istituzione, ma questa volta anche ai minori che la frequentano, è stata così semplice quanto efficace.

    È semplicemente bastato un Decreto Legislativo che rimovesse, come accade da sempre per l’omicidio fisico, anche per quello psichico i termini di prescrizione. Nell’introduzione della nuova norma hanno lasciato una finestra di sei mesi, un anno – a seconda dei paesi – che permettesse alle vittime già prescritte, di denunciare i crimini subiti.

    Incredibile all’apparenza, anche se in realtà razionalmente ovvia, la reazione delle conferenze episcopali di quei paesi che hanno reagito come sempre in tutela dell’Istituzione, ma di riflesso questa volta anche verso le vittime e la prevenzione.

    È infatti accaduto il miracolo!!!

    Sono state le stesse conferenze episcopali, per la prima volta nella storia, a convocare le vittime note alla chiesa tentando accordi di risarcimento. Senza più prescrizione l’alternativa era che lo decidesse un tribunale, e di sicuro non avrebbe stabilito cifre irrisorie come quelle proposte dal clero. Per esempio in Germania inizialmente era stato stabilito un indennizzo di 5.000€, oggi arrivato a 50.000€.

    Cifre ancora irrisorie se paragonate alle tabelle ufficiali, tuttavia toccando anche quel poco nel portafogli della chiesa, di riflesso lei stessa ha iniziato, per tutelarsi, a trattare e non a sottovalutare, come era sempre accaduto, anche le nuove segnalazioni.

    È pur vero che ancora oggi in tutto il mondo, la scarsa collaborazione della chiesa non ha ancora portato a norme che garantiscano la salute psicofisica dei minori che la frequentano, tuttavia si è passati grazie agli Stati che hanno adottato questa soluzione, da un muro di gomma – che in Italia non è mai stato contrastato in alcun modo – ad una speranza concreta per le vittime di poter finalmente accedere a percorsi terapeutici che potessero rendere loro almeno la dignità ed una vita più serena.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/10/17/la-chiesa-cattolica-italiana-sta-negando-gli-scandali-sugli-abusi-sessuali-del-clero/

  • “Quei festini in stile Genovese a cui partecipavano pure preti e vescovi” (Video)

    “Quei festini in stile Genovese a cui partecipavano pure preti e vescovi” (Video)

    Alberto Genovese, l’imprenditore digitale arrestato il 10 ottobre per stupro, durante uno dei suoi festini a base di sesso e droga, è “uno dei tanti” soggetti che ospitano simili “divertimenti” in casa propria.

    A raccontarlo a Fanpage è la fotomodella Giulia Napolitano, 21 anni, che rivela una realtà “segreta”, in cui sono invischiati non solo ricchi uomini d’affari e vip, ma addirittura vescovi e alti prelati appartenenti alla Chiesa. Quello che Giulia racconta di aver visto dietro le porte dei lussuosi appartamenti romani e milanesi, in cui lei faceva da ragazza immagine, va aldilà di ogni immaginazione. “C’era un prete che aveva messo in fila tre ragazze nude sul letto”, racconta la Napolitano, che prosegue: “e ognuna di loro aveva una striscia di cocaina qui”, dice indicando il pube. “Il resto si può immaginare, e io gli chiedo: scusi ma perché lei, uomo di fede, viene qua?”, chiede la ragazza dopo aver visto la scioccante scena. Il prelato risponderà: “Perché ognuno ha la sua fuga nel mondo dei peccatori”.

    A Roma Giulia rivela di aver visto preti e uomini facoltosi partecipare a party sfrenati, che il più delle volte spingono le ragazzine a drogarsi per “non sentirsi inferiori”. “A Roma troviamo preti, vescovi, che magari tre ore prima hanno dato la messa e poi si divertono con cocaina e diciottenni, così, come se niente fosse”. La costante dei festini è sempre la stessa: fiumi di cocaina e sesso con ragazze giovanissime, pronte a dare tutto in cambio di soldi. “Mi ammazzano se dico i nomi”, dice con una risata nervosa Giulia, che ha vissuto una brutta esperienza da molto giovane, quando fu sequestrata da un fotografo durante uno shooting, per tre giorni.

    Tornando ad Alberto Genovese e la sua “Terrazza Sentimento“, di cui preferisce non parlare, la ragazza afferma: “Ha fatto una cosa orribile, e deve pagare per quello che ha fatto. Ma feste come la sua non si contano in Italia. Ne ho viste uguali a Milano, a Roma, in Sicilia, in Sardegna. Gente che si fa 5 grammi al giorno, come ha dichiarato lui, non si conta”. Lo schema raccontato da Giulia è lo stesso che gli inquirenti hanno scoperto dopo il caso Genovese: agli ospiti viene chiesto di lasciare il cellulare all’ingresso, ci sono bodyguard a controllare chi entra, a garantire la privacy degli ospiti.

    La maggior parte dei frequentatori dei party sarebbero professionisti stimati, calciatori, procuratori e addirittura prelati appartenenti alla curia. Oltre ad Alberto Genovese, che resta in carcere in attesa di giudizio, con le accuse di violenza sessuale, sequestro di persona e spaccio di stupefacenti, risulta ora indagata anche la sua fidanzata, che secondo gli inquirenti sarebbe stata a conoscenza di quanto avveniva nell’attico milanese vista Duomo. Secondo quanto emerso dalle indagini, la donna era solita drogare le ragazze insieme a Genovese, con lo scopo di abusarne. Uno schema, quello che veniva seguito alla “Terrazza Sentimento”, che ricalca quello portato avanti a livello internazionale, dalla diabolica coppia formata dal magnate pedofilo Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/caso-genovese-modella-rivela-anche-roma-festini-preti-e-1908998.html

  • Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Le questioni finanziarie e sessuali continuano ad agitare il Vaticano, spesso nascondendo lotte di potere ai vertici della Chiesa. Papa Francesco prosegue nonostante la forte opposizione sul suo percorso di riforme verso una maggiore trasparenza

    Un sacerdote condannato in primo grado dalla giustizia milanese a 6 anni e 4 mesi di reclusione per pedofilia viene assolto da un tribunale ecclesiastico. La notizia è data il 25 novembre dall’associazione delle vittime italiane di abusi sessuali nella Chiesa, “L’Abuso”. Solo un giornale transalpino riporterà l’informazione il giorno successivo. Così, il religioso “resta sacerdote” e sarà “reinserito in parrocchia”, traduce in altri termini Francesco Zanardi. Nella lotta della Chiesa contro la pedofilia, “non rimettere i condannati tra i bambini dovrebbe essere la prima cosa da fare, giusto?” il fondatore della rete delle vittime è arrabbiato. “In Italia, la Chiesa prosegue impunemente”. L’istituzione religiosa ha perso ogni credibilità ai suoi occhi. Al telefono, la sua rabbia è acuta. Lui stesso vittima di abusi commessi da un uomo di fede, ha creato L’Abuso dieci anni fa. Comincia a raccontare la sua storia dopo le rivelazioni del Boston Globe all’inizio degli anni 2000 sulla violenza sessuale nella diocesi americana.

    L’attivismo virulento prende il posto del silenzio. “Bergoglio inganna i cattolici”, aveva denunciato sul sito dell’associazione lo scorso luglio. Denuncia le riforme annunciate da Francesco ma mai concretizzate. Il pontefice sarebbe aiutato anche da una stampa italiana “complice e compiaciuta”.

    Esercizio di trasparenza senza precedenti

    È, tuttavia, un esercizio di trasparenza senza precedenti quello che il Vaticano ha svolto il 10 novembre pubblicando il rapporto McCarrick, intitolato all’ex cardinale americano spretato all’inizio del 2019. Il testo coordinato dal Segretario di Stato del Santo -Siege, lungo circa 450 pagine, racconta ad esempio che lettere anonime che accusavano Theodore McCarrick di pedofilia e una testimonianza della sua “attività sessuale” con almeno un sacerdote, erano già state portate all’attenzione di Giovanni Paolo II.

    Ma il diniego dell’arcivescovo al segretario privato del Papa, le testimonianze “imprecise e incomplete” di tre vescovi e la mancanza di “notizie dirette dalle vittime, maggiori o minori”, avevano consentito la nomina del uomo a Washington alla fine del 2000 e la sua creazione cardinale pochi mesi dopo.

    Il caso McCarrick è solo uno dei tanti scandali sessuali che hanno sconvolto il Vaticano negli ultimi anni. Le chiese negli Stati Uniti o in Australia, comprese quelle in Cile e Germania, stanno crollando sotto la schiacciante testimonianza. La Chiesa sta vivendo “la più grave crisi degli ultimi 500 anni”, afferma lo storico e teologo Massimo Faggioli dell’Università americana di Villanova. “Questa è un’ampia crisi di autorità su questioni morali e sessuali. Le risposte sono diverse in giro per il mondo “, prosegue l’esperto, riferendosi a testimonianze e indagini in Pennsylvania sul silenzio assordante in Italia. “La grave instabilità sulla questione degli abusi all’interno delle chiese nazionali ha fatto esplodere gli scandali, afferma lo storico. La situazione non si riduce a poche mele marce, ma indica un movimento traumatico più complicato che è destinato a durare “.

    Questi scandali diventano anche la scusa di uomini di Chiesa per condurre campagne contro il loro sovrano pontefice. L’affare McCarrick, ad esempio, spinge l’arcivescovo italiano Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico – o ambasciatore – a Stati Uniti, per chiedere le dimissioni nel 2018 di Francesco. Lo accusa di essere stato informato di fatti del passato. La sua posizione è quindi smentita dal rapporto McCarrick. Ma Mons. Viganò resta uno dei principali oppositori di Francesco. Anche quest’anno lui fomenta quello che diventerà per lo storico Massimo Faggioli un vero “scandalo” politico: lo scorso giugno ha inviato una lettera di sostegno al presidente in cui indirettamente scredita le azioni del Papa. Donald Trump e Francesco sembrano quindi essere in due campi separati, come lo sono “Dio e Satana”. E attenti a non scegliere la battaglia sbagliata, la “dannazione eterna”si annida.

    Il pontificato di Francesco “ha portato alla luce questioni a lungo negate o nascoste”, relativizza il teologo. Il primo Papa dell’America Latina favorisce così la lotta alla povertà, la difesa degli esclusi, come i migranti, o addirittura l’ecologia, a scapito di temi più tradizionali come la vita o la famiglia. “Con l’arrivo di questo cattolicesimo latinoamericano a Roma, molte cose sono state ridefinite”, continua Massimo Faggioli. Italiani, europei e americani non sono quindi più al centro della Chiesa universale, che ha causato un periodo di instabilità su molte questioni “. Queste lotte possono quindi essere intraviste anche dietro gli scandali finanziari.

    “Nel suo desiderio di riformare la Chiesa, Francesco si è trovato di fronte a un’opposizione interna composta da cardinali in lotta per la gestione dei tesori del Vaticano”, scriveva il settimanale L’Espresso nel 2015. “Le riforme economiche e la trasparenza finanziaria volute dal successore di Pietro incontrarono ogni tipo di resistenza. Non solo all’interno della vecchia guardia che non vuole abdicare, rinunciare al potere, ma anche tra il nuovo popolo portato a Roma dallo stesso Francesco”.

    Dopo la sua elezione, il Papa argentino, ad esempio, si è trovato di fronte alle finanze vaticane composte da più bilanci separati da ministeri ed enti al servizio della Chiesa, e con una gestione opaca. Da questa realtà è nato lo scandalo di Sloane Avenue, scoppiato in seguito alle rivelazioni di investimenti della Santa Sede attorno a un edificio londinese. I magistrati del piccolo Stato stanno indagando sui sospetti di corruzione ed estorsione in particolare. La vicenda, con le sue molteplici ramificazioni, ha provocato le dimissioni del cardinale Angelo Becciu, uno degli alti funzionari della Segreteria di Stato. La gestione dei fondi di questo ramo esecutivo della Santa Sede è stata trasferita all’inizio di novembre all’APSA, l’amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, guidata da un vescovo vicino a Francesco.

    Questo scandalo ha quindi permesso al Papa di portare avanti la sua riforma dell’accentramento delle finanze. “L’idea è nata già durante il conclave tra gli elettori” di Bergoglio, ricorda Emiliano Fittipaldi, giornalista e autore del libro Avarice, pubblicato nel 2015 e che dettagliava gli scandali finanziari dell’epoca. Questo progetto di centralizzazione doveva infatti essere portato avanti dal cardinale George Pell, nominato nel 2014 prefetto di una nuova Segreteria per l’Economia. Ma l’australiano fallisce rapidamente: i suoi modi descritti come “brutali” gli impediscono di affermarsi nel cuore del potere della Chiesa e un processo per pedofilia lo costringe a tornare in patria nel 2017.

    Il cardinale è riuscito da solo a cristallizzare gli scandali finanziari e sessuali e le lotte di potere sottostanti. Ha rivelato la resistenza anche all’interno della Curia romana, il governo della Chiesa, avendo spinto il Papa a fare affidamento su un consiglio di nove cardinali chiamato al suo fianco piuttosto che al suo esecutivo. Francesco ha così sfidato molti leader, incoraggiati a cambiare radicalmente la cultura della Chiesa e il loro comportamento sulle questioni finanziarie come sulla gestione degli abusi sessuali, ma allo stesso tempo provocando forti resistenze e opposizioni.

    Maggiore attenzione alle vittime?

    “L’introduzione di nuove leggi non preverrà i crimini”, avverte padre Hans Zollner. Queste parole del presidente del Centro per la protezione del bambino, dell’Università Gregoriana di Roma, e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, creata nel 2014, sono pronunciate con riferimento alla pedofilia, ma possono essere applicata all’economia e alla finanza. Il sacerdote tedesco chiede quindi un cambio radicale di mentalità e cultura, a partire da una maggiore attenzione alle vittime.

    Francesco Zanardi scoppia a ridere. No, non ha mai visto l’ombra del sostegno da parte di un religioso. Il presidente de L’Abuso ha invece preso atto dei sacerdoti condannati per pedofilia. Assicura che questi ultimi siano ospitati in 23 “case di cura” sparse attraverso l’intera penisola per evitare la prigione. Questa è la tesi sviluppata in Giustizia Divina, un’opera che dettagliava la protezione di cui godono i sacerdoti in Italia. Delle centinaia di sacerdoti denunciati o condannati per pedofilia, gli autori, aiutati da Francesco Zanardi, hanno trovato solo cinque sacerdoti nelle 192 carceri italiane, solo uno dei quali è stato imprigionato per abusi sessuali. Queste “case di cura” sono per il presidente dell’associazione delle vittime italiane il simbolo della totale mancanza di trasparenza di un papa che difende la tolleranza zero. ■

    (traduzione con Google da https://www.letemps.ch/monde/face-aux-scandales-petits-pape-francois)

  • Abusò di un minore: don assolto dalla Chiesa

    Abusò di un minore: don assolto dalla Chiesa

    di GIORGIO GANDOLA – “C’erano fatti di rilevanza canonica ma non di rilevanza penale. C’erano fatti di rilevanza etica, morale, reputazionale”. L’avvocato Mario Zanchetti era nel pieno dell’arringa, due anni fa in Corte d’assise a Milano. Aveva come obiettivo l’assoluzione del suo assistito, don Mauro Galli, imputato di abusi sessuali su un minore. E su quella era concentrato, quindi davanti al giudice laico sottolineava comunque la gravità del comportamento del sacerdote, che aveva invitato quel ragazzo a dormire nel lettone del suo appartamento a Rozzano. “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli”.

    Se si riferiva al procedimento canonico, quel giorno non ci ha preso neppure lui, l’esimio professore, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. Nel processo vaticano don Galli è stato assolto. Etica e morale evaporano, si perdono nei meandri oscuri dove annaspa la verità, scompaiono dai sacri fascicoli dove tutto si annacqua. Assolto in prima istanza (quella regionale) nel silenzio generale. Dovremmo perfino scriverlo con il condizionale perché non ci sono comunicati ufficiali e neppure la famiglia di Alessandro Battaglia, la vittima che allora aveva 15 anni, ha in mano la sentenza. Eppure nel 2016 aveva partecipato al procedimento come parte lesa, aveva testimoniato in buona fede chiedendo di essere informata sull’evoluzione del caso.

    Quattro anni dopo solo conferme verbali, voci nella nebbia, nel segno di una trasparenza ancora da imparare in barba allo smantellamento solo formale, ad uso dei media, del segreto pontificio. La notizia è avvalorata dal sito Rete l’abuso, che attraverso il suo portavoce Francesco Zanardi segue con grande puntualità queste vicende. Un lavoro da rabdomanti, una discesa agli inferi senza pila. Così don Galli, condannato a sei anni e quattro mesi da un tribunale italiano per abusi sessuali, è stato assolto dal tribunale della Chiesa lombarda (ora il caso verrà trasferito in Vaticano).

    Non è la prima volta, non è l’unico. Si aggiunge alla lunga lista di storie analoghe come quelle di Luciano Massaferro, Vincenzo Calà Improtta, Felix Cini, Paolo Turturro.

    Il caso di Rozzano e della violenza sessuale nella notte del 19 dicembre 2011 è particolarmente grave perché coinvolge la diocesi di Milano, solo sfiorata nel procedimento penale in virtù di un risarcimento pecuniario della vittima. Pur essendo a conoscenza dell’accaduto, l’allora vicario episcopale, Mario Delpini, e l’allora responsabile dei giovani sacerdoti, Pier Augusto Tremolada, non aprirono alcun procedimento ecclesiastico (tecnicamente l’Indagine previa) e si limitarono a trasferire il sacerdote a Legnano, teoricamente sempre a contatto con adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Oggi Delpini è numero uno della Chiesa di Milano e Tremolada numero uno di quella di Brescia. Quando papa Francesco, nel motu proprio Voi siete la luce del mondo sulla pedofilia in tonaca, sottolinea le responsabilità non solo dei sacerdoti ma anche dei “superiori religiosi con azioni ed omissioni diretto a interferire o a eludere le indagini” sembra si riferisca a casi come questo.

    Condannato da un giudice, assolto (per ora) dalla Chiesa. La discrepanza ha un senso perché i parametri di giudizio sono differenti. Mentre per il tribunale italiano il crimine è contro la persona (la vittima), per quello ecclesiastico il crimine è di entrambi, un atto impuro contro Dio. E paradossalmente la vittima viene equiparata al reo perché lo avrebbe indotto a prescindere a peccare. Lo sconfinamento nella morale è automatico, quella morale che l’avvocato Zanchetti sottolineava nella nota arringa. Allora aggiunse: “Sono 15 anni che seguo la diocesi di Milano e sono 15 anni che a tutti i sacerdoti, anche a quelli che escono dai seminari, dico che queste cose sono di una gravità inaudita. Un sacerdote non deve neanche dormire nella stessa stanza con un ragazzo, figurarsi nello stesso letto”.

    Allora il giudice si convinse, sulla base delle testimonianze, non solo del sonno ristoratore ma dell’abuso sessuale. Con pesanti implicazioni per la vittima che fu costretta a seguire un lungo percorso medico e psicologico, con più di uno sguardo sull’abisso dal quale non si torna. E fu condanna.

    Anche per quel processo, complice la lunga stagione di paralisi dei tribunali a causa del Covid, c’è un rischio all’orizzonte: a fine 2021 scatta la prescrizione. Così don Galli, corroborato dall’assoluzione canonica, pur con una condanna a sei anni e quattro mesi in primo grado verrà considerato innocente. E la vittima rimarrà senza giustizia. Uno scenario surreale. Non proprio ciò che vuole papa Francesco. O che, negli innumerevoli interventi sul tema, dice di volere.

    (Trascrizione da La Verità del 26 novembre 2020)

  • Condannato ex direttore Caritas: ma non fu violenza sessuale

    Condannato ex direttore Caritas: ma non fu violenza sessuale

    Era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno

    Ridotta in appello la condanna per don Sergio Librizzi, l’ex direttore della Caritas di Trapani che da membro della Commissione per il riconoscimento dello status di richiedente asilo era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno. La prima sezione, presieduta dal giudice Adriana Piras, lo ha condannato don Sergio Librizzi a 6 anni, due mesi e venti giorni, riqualificando il reato in induzione alla corruzione, come indicato dalla corte di Cassazione che aveva annullato la precedente sentenza di condanna. In primo grado era stato condannato dal gup di Trapani a 9 anni di reclusione per concussione e violenza sessuale, poi confermata anche dalla Corte d’appello di Palermo. La sentenza nel dicembre 2017 venne annullata dalla corte di Cassazione, rispedendo gli atti ai giudici palermitani che oggi hanno ridotto la pena, assolvendo don Librizzi da un lungo elenco di episodi di violenza sessuale.

    L’ex direttore della Caritas trapanese era stato arrestato nel 2014 dagli agenti del Corpo Forestale, nell’ambito di un’indagine che porto’ alla luce il business dei centri d’accoglienza per migranti. Era finito ai domiciliari, scontati a casa di una zia a Campofelice di Roccella, ma e’ tornato in liberta’ con la sentenza della Cassazione. L’avvocato ha annunciato nuovamente ricorso in Cassazione e in attesa della sentenza definitiva restera’ in liberta’. Secondo le inchieste condotte dalla procura di Trapani, il prete era il controllore occulto della cooperativa Badiagrande, principale ente gestore di centri per migranti nel trapanese, compreso il Cie di contrada Milo, all’interno del quale si svolgevano le riunioni della Commissione di cui era membro don Librizzi. Nella sentenza di primo grado il gup di Trapani aveva riconosciuto il “ruolo dominante nella zona trapanese dell’imputato”. Secondo la Cassazione pero’ “e’ indiscutibile che un accordo puo’ essere raggiunto anche tra soggetti che si trovano in posizioni differenti” e che “cio’ non cambia quando si tratta di un accordo illecito: quel che rileva e’ la sussistenza di un obiettivo comune, che proprio l’accordo incarna”. Nel corso del nuovo processo la Corte, su richiesta dell’avvocato Donatella Buscaino, legate del prete, ha riaperto l’istruttoria dibattimentale, ascoltando dei testimoni in aula e acquisendo i provvedimenti emessi dalla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di richiedente asilo nelle sedute a cui aveva partecipato anche don Librizzi. (AGI)

    https://www.grandangoloagrigento.it/giudiziaria/condannato-ex-direttore-caritas-ma-non-fu-violenza-sessuale
  • Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino, è morto d’infarto a 89 anni. Il suo caso è uno dei tanti dello scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti del quotidiano avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero. L’intera vicenda è raccontata nel film “Spotlight”, premio Oscar nel 2015. Shanley era in libertà da tre anni, dopo aver passato solo 12 anni in carcere.

    È morto d’infarto a 89 anni Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino di sei anni negli anni ’80.  Il suo caso è solo uno dei tanti che costituiscono lo scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel gennaio del 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti investigativi del quotidiano (il team Spotlight) avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero, in primis dal cardinale Bernard Francis Law. L’intera vicenda è raccontata nel film “Il caso Spotlight”, premio Oscar nel 2015.

    Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Paul Shanley era stato accusato di violenza sessuale da un giovane, oggi 27enne, che aveva raccontato gli incontri avuti da bambino con il prete. I fatti risalgono al 1983, quando Shanley era conosciuto e apprezzato per il suo ruolo di “prete di strada” che aiutava giovani delle periferie in difficoltà. Era solito chiamare la sua giovane vittima fuori dalle lezioni di catechismo per quelli che definiva “doveri speciali”.

    Alla richiesta della procura di una condanna all’ergastolo, il giudice che si occupava del processo Shanley ha replicato con una pena molto più limitata: dai 12 a 15 anni di reclusione.  L’ex sacerdote, che era stato spretato dal Vaticano nel 2004 a seguito delle accuse, è stato infine rilasciato nel 2017. La sua scarcerazione ha scatenato accese proteste da parte di alcune delle vittime coinvolte nel “caso Spotlight” e delle loro famiglie.
    La polizia di Ware, la città del Massachusetts dove Shanley aveva vissuto gli ultimi tre anni di libertà, ha confermato la sua morte.

    https://www.fanpage.it/esteri/usa-morto-il-primo-prete-pedofilo-implicato-nello-scandalo-spotlight-di-boston/

  • Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    40435 PARIGI-ADISTA. Dopo l’affare Preynat, che ha sconvolto la diocesi di Lione, un altro caso di pedofilia seriale si è aperto in Francia. La vittima che lo ha portato alla luce si chiama Christophe Renaudin, ha 54 anni, oggi fa il musicista e il clown, ed è la prima volta che si squarcia il velo di una serie di casi di pedofilia consumatisi all’interno del movimento dei Focolari in Francia. Christophe è stato abusato da un laico consacrato, e da quando ha sporto denuncia, nel 1994, altre tre persone hanno testimoniato contro l’uomo, ma almeno una trentina sono le vittime, tra ragazzi e bambini oggi in età matura, per ammissione dei Focolari stessi. Il “lupo” si chiama Jean-Michel Merlin e oggi ha 80 anni. Nel movimento dei Focolari ha passato la sua vita, dagli anni ‘60 fino al 2016, quando ne è stato cacciato. Renaudin, ascoltato all’inizio dell’anno dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa, incaricata dalla Conferenza episcopale francese, la Ciase, si sta battendo perché una commissione esterna indaghi sulla reale portata del fenomeno abusi all’interno del movimento. Nel frattempo, a occuparsi attivamente del fenomeno è il giornale francese Les Jours, (16/10) che ha persino attivato una casella mail per chiunque volesse offrire, nella massima riservatezza, la propria testimonianza (temoignage@lesjours.fr).

    L’ex ingegnere colto e magnetico

    Renaudin era un preadolescente che studiava in un collegio della Vandea quando, racconta Les Jours, alla fine degli anni ‘70 il direttore propose alla sua famiglia di portarlo agli incontri dei Focolari, attivi in Francia dagli anni ‘50 dove ora contano 2.000 membri e 15.000 simpatizzanti. Christophe e i suoi due fratelli, dunque, trascorreranno i fine settimana nella comunità focolarina, dove avviene l’incontro con Merlin, un uomo sulla quarantina, ex ingegnere brillante e colto che ha preso i voti e dirige la casa editrice del movimento, ma è anche responsabile dei giovani adulti (con una mezza dozzina dei quali convive in una comunità a Châtillon, nella regione parigina). Anche la famiglia di Renaudin, di modeste risorse, è stregata dal suo carisma e lo accoglie in casa: l’ex ingegnere insegna ai ragazzi il suo lavoro di editore, fa conoscere loro il cinema d’autore. Ma con il tempo l’entusiasmo viene meno, le frequentazioni si diradano e su Merlin, in famiglia, piomba il silenzio, finché, all’inizio degli anni ‘90, Christophe esplode. Quando aveva tra i 14 e i 16 anni, Merlin entrava nella sua camera da letto, costringendolo a baci, masturbazioni, tentativi di fellatio, per poi, alla fine, pregare per il perdono. «Non potevo chiedere aiuto – racconta Christophe nella testimonianza resa su Les Jours – perché Merlin sapeva come farlo in modo che non potessimo agire. Aveva avuto cura in anticipo di ottenere la fiducia e la simpatia delle famiglie». Anche i suoi fratelli e un amico sono sottoposti alle stesse violenze. Il giornale francese ha cercato invano di ottenere da Merlin un commento alle accuse mosse contro di lui.

    Nel 1993, a 27 anni, Renaudin chiede a Merlin un incontro, che avviene in un caffè a Parigi: l’uomo tace e chiede perdono. Non solo a lui, anche ai suoi genitori, in una lettera: «Vorrei che la pace del Natale entrasse e cambiasse ognuno dei nostri cuori», scrive. «So che il crocifisso può dare a ciascuno di noi la sua pace». Ma è poco dopo che, di fronte a un programma televisivo in cui una vittima di incesto offre la propria testimonianza e in cui si parla di termini di prescrizione, il giovane decide di sporgere denuncia per violenza sessuale e tentato stupro su un minore di età inferiore ai 15 anni, per mano di persona con autorità morale. Dal canto loro i fratelli e l’amico testimoniano sotto giuramento agli investigatori della brigata per la protezione dei minori di Parigi. Il predatore, sotto custodia, confessa i suoi atti negando però il tentativo di fellatio, considerato stupro e quindi diverso reato. La prescrizione, a quell’epoca, era tuttavia di soli tre anni, per cui il caso si conclude con un non luogo a procedere confermato in appello. La questione dello stupro viene liquidata con il fatto che l’aggressore si era fermato dopo il rifiuto del ragazzo. Tuttavia, la questione prosegue a livello civile con la condanna a un risarcimento, nel 1998, di 50mila franchi a Renaudin, pari a circa 10mila euro di oggi. Ma alla fine del procedimento, Christophe sente che c’è qualcosa di incompiuto e la lunga terapia psichiatrica per tentare di superare il trauma non riesce a rimetterlo in piedi.

    È solo nel 2015 che la vittima viene a sapere che il predatore è ancora membro dei Focolari (dai quali verrà escluso un anno dopo). Christophe va avanti. Ed è così che, il 22 ottobre scorso, sotto la pressione delle vittime, la leadership francese dei Focolari, i due co-responsabili per la Francia, Christiane-Marie Goffinet e Bernard Bréchet, dà le dimissioni, dopo aver annunciato di rivelare un bilancio provvisorio delle vittime, dopo decenni di silenzio.

    È un vero terremoto nei Focolari francesi, e non solo. In un comunicato pubblicato il 22 ottobre scorso, la presidente mondiale del movimento, Maria Voce, facendo riferimento all’inchiesta di Les Jours, esprime «Immenso dolore e incondizionata collaborazione del Movimento affinché venga fatta piena luce» e annuncia l’intenzione di istituire «un organo d’indagine indipendente dopo un incontro con alcune vittime di un ex-membro consacrato dei Focolari». «Di fronte a questo immenso dolore – afferma la presidente – siamo convinti che l’unica strada da percorrere sia quella di offrire alle vittime pieno ascolto e riconoscimento dei danni subiti. Per questo, l’organo indipendente che si sta istituendo condurrà un’indagine straordinaria raccogliendo ulteriori testimonianze e scavando sulle omissioni e le omertà. Anche il Co-presidente Jesús Morán ha stigmatizzato gli abusi compiuti dal laico consacrato, «cosi?come il silenzio o la mancata iniziativa mantenuti per anni da parte di diversi responsabili».

    Ma molti sapevano

    E fin qui tutto corretto, se non fosse che, secondo le informazioni raccolte da Les Jours, in realtà la leadership focolarina era a conoscenza delle accuse contro «Jean-Michel M». fin dalla fine degli anni ‘70, motivo per il quale la decisione di cacciarlo dal movimento 35 anni dopo non può che apparire evidentemente tardiva.

    Nel 2015, Renaudin riceve infatti la chiamata di Maxime Fouanon, 70 anni, focolarino dagli anni ‘70, il quale, venuto a conoscenza della sua storia, lo informa del fatto che il predatore continua indisturbato la sua attività in seno al movimento. Egli stesso vittima di abusi per mano di un prete, Fouanon scopre che nel movimento esiste «un’autentica omertà». «Ho cominciato a parlarne ai responsabili intorno a me», racconta a Les Jours, «ma non mi credevano».

    Le due vittime uniscono le loro forze: i dirigenti non potevano non essere al corrente, dal momento che Merlin era stato anche in custodia cautelare, durante il processo del 1994. «Posso dirvi – sostiene ora Bréchet – che i “focolarini” non hanno saputo nulla, a parte probabilmente qualcuno vicino alla gerarchia, a cui è stato chiesto di tacere»; gerarchia che non poteva non rendersi conto che non si trattava di fatti isolati dal momento che altri tre ragazzi avevano testimoniato contro il laico consacrato. Le misure contro quest’ultimo si sarebbero limitate, secondo una prassi quanto mai comune in questi casi, al suo allontanamento da incarichi che lo ponessero a contatto con minori: tutto qui.

    Renaudin e Fouanon, dunque, si rivolgono al responsabile per l’Europa occidentale, Henri- Louis Roche. Costui rivela che il consacrato pedofilo era stato oggetto di accuse da parte di quattro persone già prima del caso di Renaudin, alla fine degli anni ‘70, ma che nessuno si era sognato di denunciarlo: «Ho il massimo disgusto per gli atti di pedofilia ma non posso, per quanto riguarda fatti presunti o immaginati, in nessun caso comprovati, che lasciare Jean-Michel alla sua coscienza e ai suoi confessori», conclude Roche nella sua risposta alle due vittime. Le quali, a quel punto, consapevoli del muro di omertà, informano l’allora responsabile del Consiglio episcopale per i movimenti e le associazioni, mons. Michel Pansard, vescovo di Évry-Corbeil-Essonnes, l’unico che li ascolta e agisce. Interessa il Vaticano, il Pontificio Consiglio per i laici, che nel 2016 esige dalla cupola focolarina che il predatore venga allontanato dal movimento.

    Le solite giustificazioni all’omertà

    Dopo decenni di immobilismo e segretezza, durante i quali Jean-Michel Merlin ha goduto della protezione della gerarchia focolarina – forse anche di quella della fondatrice e prima presidente Chiara Lubich – il movimento si è insomma adattato alla tolleranza zero richiesta da papa Francesco, ma l’atteggiamento imperante è quello di ricondurre l’omertà e la copertura al clima e al contesto dell’epoca, in cui, come afferma Bréchet, «non si era coscienti della pericolosità di questi atti». Ma il silenzio è durato fino a molti anni dopo, quando ormai quella consapevolezza era più che consolidata: «Lo riconosco», ammette l’ex responsabile territoriale; «Col senno di poi, ci si rende conto che non siamo stati all’altezza. Dobbiamo umilmente riconoscere che abbiamo fallito nella nostra missione educativa. C’è la constatazione dolorosa di un nostro fallimento».

    Totale libertà di movimento

    Fallimento che, osserva Les Jours, è tanto più gigantesco se si pensa che nemmeno la misura minimale dell’allontanamento del predatore seriale dai giovani fu realizzata: Jean- Michel Merlin continuò a viaggiare per il mondo per conto del movimento, indisturbato, soprattutto all’inizio degli anni 2000, senza essere monitorato da nessuno. Senza dire che, tra il 1998 e il 2016, sono arrivate altre accuse contro di lui. Nel 2015, le due vittime hanno incontrato Bréchet, Roche e lo stesso Jean-Michel Merlin, il quale ha confessato l’esistenza di altre vittime: «Ha detto che ce n’erano otto – ricorda Renaudin – ma si aveva l’impressione che avesse tirato un numero a caso, che avrebbe potuto dirne un altro». Comunque, dopo l’espulsione del 2016, lentamente la cappa di silenzio pare creparsi lentamente: il numero delle vittime note sale, e nel novembre 2019 la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa ne cita 25, ma anche in quel caso nessuna iniziativa viene intrapresa, accusa Renaudin, per identificarle tutte. Fino allo scorso 25 settembre, quando i Focolarini, in una mail inviata a centinaia di membri, citano le molteplici accuse contro l’abusatore: siamo arrivati a una trentina. È solo la punta dell’iceberg, secondo la responsabile della Commissione ad hoc del movimento nata nel 2012, Marie-Anne Guillet. Ed è da capire quanti dei casi siano ormai caduti in prescrizione; forse tutti tranne uno, quello di un trentenne che però, al momento, non intende sporgere denuncia. Domani, chissà. Certo è che nel 2017 la Procura della Repubblica, a cui si sono rivolti Renaudin e Fouanon, non era ancora stata interessata dal movimento. Ora si attende la creazione della Commissione indipendente, lontana dalle logiche e dai condizionamenti del movimento.

    Nel frattempo, la leadership cerca di correre ai ripari. In una lettera ai membri del movimento datata 25 settembre – indirizzata solo agli abbonati al Servizio di Informazione dei Focolarini francesi e in un secondo tempo fatta girare nel web – e firmata da Bréchet e da Christiane-Marie Goffinet, viene data notizia di un incontro svoltosi pochi giorni prima a cui hanno partecipato tre vittime di Merlin, tre accompagnatori e, per l’appunto, la leadership territoriale focolarina, oltre al co-presidente Jesús Morán. Nella lettera si fa il punto sulla situazione, e si dà il nome completo di Merlin (che invece non compariva integralmente né sull’inchiesta di Les Jours né nel comunicato ufficiale dei focolarini del 22 ottobre), citando la sua condanna e la sua esclusione dal Movimento; quantificando il numero delle vittime; ammettendo che non vi è certezza sul fatto che non ve ne siano altre e sollecitando a testimoniare, anche in forma anonima, alla CIASE o all’AVREF (Associazione di aiuto alle vittime delle derive dei movimenti religiosi in Europa e alle loro famiglie), e fornendo tutte le coordinate perché chi sia stato in contatto con Merlin possa collaborare. Si chiede dunque ai membri di diffondere il più possibile il contenuto della lettera per collaborare alla ricerca di altri eventuali casi: «È un passo che desideriamo fare e che le vittime attendono e richiedono».

    https://www.adista.it/articolo/64395