Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    DI JENNIFER GUERRA

    Quando si parla di pedofilia all’interno della Chiesa solitamente ci si indigna per i grandi scandali di copertura da parte della Santa Sede, ma raramente si pone l’attenzione su quello che fa – o meglio, non fa – lo Stato italiano nei confronti di chi perpetra tali crimini. Secondo i dati raccolti da Rete L’Abuso, l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e osservatorio permanente, dagli anni Novanta a oggi sono 150 i preti processati per reati sessuali a danno di minori, con una durata media della condanna di circa 4 anni. Le stime dalla Chiesa sulla percentuale di pedofili vanno invece dal 2% del totale del clero, dichiarato da Bergoglio a Repubblica – in un’intervista ora cancellata dal sito – al 4-6% secondo il membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, Hans Zollner.

    Contando che i sacerdoti nel nostro Paese sono 32.036, si tratterebbe di almeno 640 persone. Anche rifacendosi alla stima “ottimistica” del papa, come fanno notare gli autori del libro Giustizia divina Emanuela Provera e Federico Tulli, si tratta di una percentuale altissima rispetto al tasso di condannati per abusi sessuali nei confronti di minori tra i laici, 0,0025%. I due giornalisti hanno anche provato a verificare quanti dei preti condannati siano effettivamente in carcere: su 125 penitenziari che hanno risposto (sui 191 presenti sul territorio italiano nel 2017) sono solo 5 i sacerdoti detenuti per reati connessi alla pedofilia.

    C’è quindi una situazione di grave omertà nella Chiesa, che preferisce gestire internamente i casi anziché consegnare anche coloro che ritiene colpevoli all’autorità giudiziaria. Non è raro infatti che gli abusi, che si consumano quasi sempre ai danni di famiglie molto legate alla realtà parrocchiale, non vengano denunciati alla polizia, ma soltanto al vescovo o ad altre autorità ecclesiastiche. Nella maggior parte dei casi infatti un genitore che sospetta delle violenze sui propri figli preferisce confidarsi con altri fedeli o altri sacerdoti prima di sporgere denuncia. Questo fa sì che molto spesso l’unico processo che si svolge sia quello canonico.

    Per il diritto canonico, un sacerdote che commette violenza contro un minore viola il canone 277 sul celibato ecclesiastico e perciò, secondo il canone 1395, viene “punito con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale” e se il delitto avviene con un minore di 16 anni viene “punito con giuste pene”. La violenza sessuale è considerata un peccato e non un reato: ciò significa che il sacerdote deve rispondere a Dio e non alla giustizia terrena. Il procedimento canonico viene avviato dalla Curia qualora vi siano “seri indizi” di “colpe gravi” e, se queste vengono accertate, la Congregazione per la dottrina della fede dà decreto di rimozione della persona accusata, oppure la invita a rinunciare all’incarico entro 15 giorni. Come spiegano Provera e Tulli, il procedimento canonico ha una serie di problemi che lo rendono un sistema vòlto a tutelare più la Chiesa che le vittime. Ad esempio, al procedimento non sono ammessi avvocati o testimoni ed è la vittima a dover dimostrare il delitto subìto. In più gli atti sono coperti da segreto pontificio, per cui è raro che le autorità ecclesiastiche collaborino con la giustizia italiana, anche dopo un’eventuale condanna.

    Il problema è proprio la natura della condanna inflitta dalla Congregazione per la dottrina della fede, che spesso fa sì che il prete condannato riesca a sfuggire alla magistratura anche dopo una denuncia all’autorità giudiziaria italiana. Il sacerdote viene infatti rimosso dal suo incarico e, in base alla gravità dei fatti commessi o ad altri precedenti, viene semplicemente riassegnato a un’altra diocesi oppure informalmente indirizzato verso una comunità di “assistenza per ecclesiastici in difficoltà”, come l’Oasi di Elim a Roma o il progetto dei “Ministri della misericordia”, centri che danno sostegno per diversi problemi, dalle dipendenze alle crisi vocazionali. Sono moltissimi i casi di sacerdoti – ma anche di suore – di cui si sono perse le tracce dopo sentenze di condanna da parte del tribunale ecclesiastico. Non è nemmeno raro che dopo tutti i vari trasferimenti, spesso fatti nel modo più discreto possibile, i reati contestati cadano in prescrizione per l’ordinamento italiano. Come racconta Giustizia divina, succede spesso che le vittime decidano di denunciare gli abusi anche alle autorità italiane a distanza di anni proprio nel momento in cui si accorgono che i propri abusatori continuano a fare i preti altrove, ma i termini per la denuncia sono ormai trascorsi. Senza contare poi che i trasferimenti continui non risolvono il problema, ma anzi possono favorire la reiterazione del reato, mettendo il sacerdote a contatto con altri minori.

    Ma perché la Chiesa non collabora con la giustizia? La Cei ha disposto che i vescovi, poiché non sono pubblici ufficiali, non abbiano il dovere di denunciare i casi di cui vengono a conoscenza. Questa idea era stata ribadita nel 2014 dall’allora presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, che aveva giustificato l’idea che non vi fosse obbligo di denuncia per non “mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza”. Nel 2019 sono state approvate le nuove “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, che comportano l’obbligo di segnalazione alle autorità ecclesiastiche, ma non a quelle civili, verso le quali le segnalazioni sono soltanto “incoraggiate”.

    Nonostante la buona volontà e la politica di “tolleranza zero” invocata da Bergoglio, tra la Chiesa – attenta a difendere la propria immagine e i propri interessi – e la magistratura italiana non può e non potrà mai esserci una vera collaborazione. La causa risiede nei Patti Lateranensi del 1929, ratificati nel Concordato del 1984: secondo l’articolo 4, “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. In pratica, non sono tenuti a collaborare con la giustizia. Nella circolare alle Conferenze episcopali per la preparazione delle linee guida da adottare nei casi di abuso su minore, il Vaticano ha ribadito che “va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale”. Il riferimento al “foro interno sacramentale”, cioè alla confessione, riguarda il divieto di un sacerdote di divulgare un peccato o l’identità del peccatore che si è confessato. Ciò significa che se un prete viene a conoscenza di un abuso durante una confessione è invitato a tenere per sé questa notizia, pena la scomunica. Anche il motu proprio di papa Bergoglio del marzo 2019 che istituisce l’obbligo per i membri della Curia di informare il tribunale vaticano di eventuali abusi prevede la clausola del sigillo sacramentale. Il concordato stabilisce inoltre che un prete che abbia commesso un delitto perseguibile sia per la legge italiana che per il diritto canonico possa rifugiarsi negli immobili della Chiesa protetti dall’extraterritorialità, dove le forze dell’ordine non possono entrare. Bernard Francis Law, l’arcivescovo di Boston noto per aver coperto decine di abusi scoperti dalla famosa inchiesta del Boston Globe vincitrice del Premio Pulitzer e raccontata nel film Il caso Spotlight, nel 2002 fu trasferito per volere di Wojtyla nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che gode dell’extraterritorialità. Law è morto a Roma nel 2017, all’età di 86 anni, senza subire alcun processo per il suo coinvolgimento nella copertura degli abusi su almeno 552 minori.

    Negli ultimi anni, sembra che la Chiesa si stia sforzando più che in passato per contenere il fenomeno della pedofilia, soprattutto a partire dall’elezione di Bergoglio. Nel 2014 è stata istituita la Pontificia commissione per la tutela dei minori, mentre nel 2016 il papa ha firmato il provvedimento “Come una madre amorevole” per la “protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, ribadita anche con il motu proprio del 2019. Ma tutto questo non è abbastanza se lo scopo di queste iniziative è risolvere dall’interno il problema sottraendo alla giustizia italiana chi compie violenze su minori. La responsabilità di questa situazione è anche dello Stato, e a riconoscerlo è l’Onu che, nell’ultima relazione del Comitato per i diritti dell’infanzia, ha espresso preoccupazione “per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”. Tra le raccomandazioni delle Nazioni Unite c’è proprio il superamento dei Patti Lateranensi e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul tema.

    Uno Stato che tollera questo tipo di interferenze nell’amministrazione della giustizia, specialmente riguardo a fatti così gravi che coinvolgono minori, non può certo definirsi laico.

    https://thevision.com/attualita/preti-pedofilia/

  • TO’ CHI SI RIVEDE…MCCARRICK. MA L’INCHIESTA VATICANA DOV’È?

    TO’ CHI SI RIVEDE…MCCARRICK. MA L’INCHIESTA VATICANA DOV’È?

    Marco Tosatti

    Cari amici e nemici di Stilum Curiae, torniamo a parlare dell’ex cardinale Theodore McCarrick, mentre siamo sempre in attesa – un’attesa che forse non verrà mai soddisfatta – del rapporto che il Vaticano ha promesso di rendere pubblico nell’ottobre 2018 sui documenti esistenti alla Santa Sede sulle attività predatorie di McCarrick. Non vi sembra straordinario che siano passati quasi due anni senza che quella promessa sia stata mantenuta? Un comportamento che non può non avvalorare la testimonianza resa nell’agosto 2018 dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che parlava di complicità a favore di McCarrick che cominciavano molto lontano, e continuavano anche con papa Bergoglio. Certo, quasi due anni per compulsare archivi credo siano un record…Oggi ci sono altre novità.

    Come scrive LifeSiteNews,  un avvocato di un uomo che ha accusato Theodore McCarrick e altri sacerdoti di violenza sessuale su minori ha dichiarato che l’ormai famoso ex cardinale gestiva un “ring del sesso” dalla sua casa al mare.

    Martedì sera l’uomo, noto solo come Doe 14, ha intentato una causa contro Theodore McCarrick e altri alla Corte Superiore del New Jersey nella Contea di Middlesex. Sono state nominate anche le ex diocesi di McCarrick di Metuchen e Newark, così come le chiese cattoliche e le scuole che impiegavano i sacerdoti che Doe 14 dice che hanno abusato di lui.

    L’azione civile sostiene che un padre Anthony DiNardo ha avuto “contatti sessuali non consentiti” con Doe14 nel “1978 circa”, quando il ragazzo era un parrocchiano di 11 anni e un chierichetto della chiesa di San Francesco Saverio a Newark, NJ.

    Doe14 è stato poi presumibilmente “preparato” e aggredito dal suo preside della scuola di East Orange, Fratello Andrew Thomas Hewitt, C.F.C., quando il ragazzo aveva approssimativamente tra i 14 e i 16 anni, approssimativamente tra il 1981 e il 1983.

    Secondo il suo avvocato Jeff Anderson, quando il futuro di Doe 14 alla Essex Catholic Boys’ School divenne incerto nel 1982, a causa dei problemi di pagamento delle tasse scolastiche, Hewitt avrebbe detto al ragazzo che avrebbe dovuto parlare con il “Boss”, cioè il vescovo di Metuchen, Theodore McCarrick, recentemente nominato vescovo di Metuchen.

    Hewitt avrebbe portato Doe14 a incontrare McCarrick con l’accordo che il vescovo avrebbe pagato la sua retta, e in seguito Doe14 è stato portato a fare un viaggio nel fine settimana al Sea Girt di McCarrick, la casa al mare di NJ.

    Lì, secondo il suo avvocato Jeff Anderson, Doe 14 ha trovato una “assemblea di seminaristi e altri sacerdoti” sottomessa al vescovo. Nella causa si afferma che McCarrick dirigeva le disposizioni per il sonno, accoppiando i ragazzi minori con i chierici adulti. McCarrick avrebbe anche scelto i suoi compagni di letto tra i ragazzi, i seminaristi e i sacerdoti. Una delle sue vittime era la Doe14.

    “Di notte, con l’aiuto di altri, McCarrick si insinuava nel letto di questo ragazzo e lo aggrediva in modo criminale, sussurrandogli ‘va tutto bene’”, ha dichiarato Anderson durante la conferenza stampa Zoom che ha tenuto ieri.

    Anderson ha anche nominato padre Gerald Ruane, padre Michael Walters e padre John Laferrera come sacerdoti che hanno avuto “contatti sessuali non consentiti” con l’allora adolescente tra il 1982 e il 1983. L’avvocato ha definito le assemblee della casa sulla spiaggia un “Sex Ring”.

    La causa sostiene che dal 1970 al 1990 circa, McCarrick ha aggredito sessualmente almeno sette ragazzi minorenni.

  • Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Di Gabriella Passariello – Tredici anni, sei mesi di reclusione, l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio, attinente alla tutela, curatela e l’amministrazione di sostegno, nonché interdetto da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado e da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente dai minori. E’ il verdetto pronunciato, dopo tre ore di camera di consiglio, dal Tribunale collegiale di Catanzaro, presieduto da Alessandro Bravin, a latere Antonella Galati  e Maria Cristina Flesca, nei confronti di R. M. , parroco di Belcastro, nel Catanzarese, dal 2007 al 2010,  accusato di violenza sessuale aggravata dalla minore età . I giudici del collegio hanno inoltre condannato il sacerdote al risarcimento del danno a favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle stesse parti.

    La richiesta del pm.  Il pm Graziella Viscomi al termine della requisitoria aveva chiesto una pena di poco inferiore, 12 anni di reclusione, richiesta alla quale si sono associati i legali delle parti civili, il Comune di Belcastro e le famiglie delle vittime degli abusi, rappresentate dagli avvocati Concetta Stanizzi, Filomena Brescia, Antonello Talerico, Giovanni Scarpino, Vincenzo Ranieri e Paolo Carnuccio, mentre il legale difensore dell’imputato Silvano Cavarretta, ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in seconda battuta l’assoluzione per insufficienza di prove. Si dovranno attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni della sentenza.

    Abusi e violenze.  Pesanti le contestazioni mosse al sacerdote che  avrebbe abusato di quindici minorenni, tutti di età inferiore a 14 anni, che frequentavano la parrocchia di San Michele Arcangelo, secondo le risultanze di un’inchiesta scattata in seguito alla denuncia presentata da alcuni genitori delle giovanissime vittime. Segnalazione cui se ne aggiunsero altre nel corso delle indagini, durante le quali i carabinieri raccolsero le dichiarazioni di decine di persone, e furono anche acquisiti nelle forme dell’incidente probatorio i racconti dei minorenni coinvolti in una serie di violenze  e abusi dal sacerdote, rinviato a giudizio nel 2015 dal gup, che aveva accolto la richiesta della Procura di mandare R. M. sul banco degli imputati. Oggi l’epilogo del processo di primo grado con una condanna pesante per il sacerdote a 13 anni e sei mesi di reclusione.

    https://www.zoom24.it/2020/07/10/violento-15-minorenni-nel-catanzarese-prete-pedofilo-condannato/

  • Violenza sessuale su 15 ragazzini: parroco condannato a 13 anni e mezzo di carcere

    Violenza sessuale su 15 ragazzini: parroco condannato a 13 anni e mezzo di carcere

    Ha abusato per anni di ragazzini tra i 10 e i 14 anni, persone fragili e innocenti che di lui si fidavano. Il Tribunale di Catanzaro ha condannato a 13 anni e sei mesi di carcere don Roberto Mastro, dal 2007 al 2010 parroco di Belcastro (Cz), accusato di violenza sessuale aggravata su 15 minorenni di età inferiore a 14 anni.

  • Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Condanna invariata a 14 anni e 10 mesi per l’ex guru del Forteto, la comunità di affidi di minori vicina a Firenze: i giudici spiegano perché non hanno praticato sconti di pena

    Reati troppo gravi per concedere qualunque sconto di pena. È questa in sintesi la motivazione con cui la Corte di Cassazione ha legittimato la pena di 14 anni e 10 mesi inflitta a Rodolfo Fiesoli, l’ex “guru” della comunità del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Fiesoli, si legge nel verdetto di 48 pagine depositato oggi, giovedì 25 giugno, non avrebbe mai mostrato “resipiscenza” né pentimento per le azioni commesse dagli anni Settanta al 2010, a danno di ragazzini e adolescenti in condizioni di disagio affidati alla struttura. Questo il motivo per cui gli ermellini, con decisione dello scorso 6 novembre, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo e altri reati emessa dalla corte d’appello di Firenze il 26 ottobre 2018.
    Una pena rimasta invariata per via della “lunga durata dei maltrattamenti – si legge nelle motivazioni – e della pluralità delle condotte illecite di soggezione psicologica e morale perpetrate dal Fiesoli che, per la sua posizione di ‘capo spirituale’ della comunità, ha dettato le regole comportamentali”. “Inducendo – proseguono i supremi giudici– gli altri membri adulti della stessa ad uniformarvisi, pena l’allontanamento, e a concorrere con lui nella consumazione di tali delitti”.

    Violenze e abusi nella comunità del Forteto, in altre parole, “erano logica conseguenza della messa in pratica delle teorie predicate” da Fiesoli, continuano i magistrati della IV sezione penale della Cassazione. “Nel dichiarare l’infondatezza delle impugnazioni degli imputati – si legge ancora – la Suprema Corte ha richiamato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito da cui risulta che l’episodio di violenza sessuale (nei confronti di una delle vittime, ndr) è “ampiamente provato”. Violenze “sostenute dalla condotta abusiva ed induttiva dell’agente”, e conseguenza diretta della “dottrina” predicata dal guru.
    Nei giorni scorsi, sul caso Forteto era stata sentita in commissione parlamentare d’inchiesta il sostituto procuratore di Firenze Ornella Galeotti, che ha seguito in veste di pubblico ministero il processo a Fiesoli iniziato nel 2013, su fatti di oltre trent’anni prima. “In Toscana – ha detto in un passaggio della sua audizione – per 30 anni si è assistito a una sospensione di tutte le regole e le leggi sul tema” dell’affidamento dei minori. Una vicenda cominciata nel 1975, quando Fiesoli fondò la comunità che negli anni seguenti accolse decine di bambini con disagio fisico e psichico. Vittime, secondo quanto accertato nei decenni successivi dai tribunali, di abusi e violenze di ogni genere, portate avanti da Fiesoli e da altri membri del gruppo, tra cui Daniela Tardani (condannata a 6 anni e 4 mesi di reclusione). All’interno della comunità vigeva una severa disciplina di separazione dei sessi, i rapporti omosessuali erano promossi mentre i legami affettivi e familiari osteggiati in ogni modo.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/06/25/news/cassazione_sul_forteto_fiesoli-260185537/?fbclid=IwAR2PzGzzth2Hc2mt5Qm9MbvhwT-qoqF9cGQkliG3Ac8TTrns5piBybw1bco

  • Firenze, pena dimezzata in appello all’ex prete condannato per pedofilia

    Firenze, pena dimezzata in appello all’ex prete condannato per pedofilia

    Sconterà due anni e due mesi Paolo Glaentzer, che fu trovato in auto nel luglio 2018 mentre abusva di una bambina di 10 anni

    Pena dimezzata in appello per l’ex sacerdote Paolo Glaentzer, condannato a 4 anni e quattro mesi di reclusione dal tribunale di Prato il 5 marzo 2019 per violenza sessuale su una bambina di 10 anni. Il tribunale di Firenze lo ha condannato a due anni, due mesi e 20 giorni di reclusione per aver commesso violenze sessuali su una bambina. L’ex parroco di San Rufignano a Calenzano che nel luglio 2018 fu trovato in auto mentre abusava di una bimba di dieci anni. Il sacerdote 72enne, ridotto allo stato laicale dalla curia dopo la prima condanna di un anno fa, ha beneficiato delle attenuanti generiche, che i giudici hanno ritenuto prevalenti sull’aggravante di aver commesso il fatto nell’esercizio delle funzioni di ministro di culto. Ai genitori della piccola, invece, il collegio presieduto da Maria Teresa Scinicariello ha riconosciuto una provvisionale di risarcimento da 2.500 euro ciascuno.

    Glaentzer fu arrestato in flagranza, e poi posto agli arresti domiciliari, dopo essere stato trovato in atteggiamenti intimi con la bambina all’interno della sua auto dalle parti di Calenzano. A sorprenderlo furono alcuni vicini della piccola, che l’uomo avrebbe dovuto riaccompagnare a casa. A fare ricorso in appello contro la condanna la difesa dell’ex sacerdote.

    Il gup di Prato, al termine di un processo in rito abbreviato, lo condannò anche a un risarcimento di 50mila euro verso la giovane vittima, rappresentata da un tutore legale, mentre niente era stato previsto per i genitori della piccola, i cui legali, avvocati Fabio Generini e Francesco Stefani, hanno proposto appello per chiedere il riconoscimento del danno anche nei loro confronti.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/06/23/news/firenze_pena_dimezzata_in_appello_all_ex_prete_condannato_per_pedofilia-260000159/?fbclid=IwAR2V0Ypp9LfGZBpPaIFliNTjxJ9e-Rp1qvCozC4ltr_kcWJZ90Nw6hhHIck

  • In Appello dimezzata la pena al prete pedofilo: due anni e due mesi per aver violentato una bambina

    In Appello dimezzata la pena al prete pedofilo: due anni e due mesi per aver violentato una bambina

    La corte d’Appello ha dimezzato la condanna a Paolo Glaentzer, l’ex parroco di San Rufignano a Sommaia a Calenzano, oggi settantaduenne, arrestato il 23 luglio 2018 per violenza sessuale su una bambina di 10 anni, figlia di suoi parrocchiani, con la quale fu sorpreso in macchina. Oggi, martedì 23 giugno, i giudici di secondo grado hanno ridotto la pena da 4 anni e 4 mesi a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione per effetto del riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante. L’Appello ha ampliato il ventaglio della parte civile: confermata la provvisionale di 50mila euro alla bambina, assistita dall’avvocato Olivia Nati nominata dal curatore speciale (la piccola non vive più in famiglia ma in una struttura protetta) e riconosciuta una provvisionale di 2.500 euro a ciascuno dei genitori che, invece, in primo grado erano stati esclusi dal risarcimento. Legittimati al risarcimento anche l’Arcidiocesi di Firenze e il Comune di Calenzano che però, come già stabilito dal tribunale di Prato, dovranno avanzare le proprie richieste in sede civile.

    L’ex sacerdote, difeso dall’avvocato Salvatore Bottiglieri, dimesso dallo stato clericale da Papa Francesco, fu arrestato dai carabinieri chiamati da alcuni passanti che lo notarono chiuso in macchina insieme alla bambina in atteggiamenti intimi. “Ritengo la condanna non parametrata alla gravità dei fatti e alla veste dell’imputato – il commento dell’avvocato Nati – si tratta, secondo me, di una pena non congrua. Come parte civile devo anche esprimere soddisfazione rispetto alla conferma dei risultati economici conseguiti in primo grado in favore della minore e disappunto per non aver avuto la possibilità di discutere la posizione dei genitori. Ora aspettiamo che il tribunale dei Minori concluda il procedimento di revoca della potestà genitoriale”.

    Glantzer conosceva la bambina fin dalla più tenera età. Le indagini ricostruirono che frequentava regolarmente la casa dei suoi parrocchiani che qualche volta aveva aiutato a superare le difficoltà economiche. Interrogato, disse che altre volte si era appartato con la bambina e che era sempre stata lei a prendere l’iniziativa; disse anche di credere che in realtà la minore fosse più grande dei suoi appena 10 anni. L’ex sacerdote fu messo agli arresti domiciliari. L’inchiesta del sostituto procuratore Laura Canovai si concluse con il processo e con l’allontanamento della bimba e degli altri fratelli ancora minorenni dalla casa dei genitori. I servizi sociali trovarono una sistemazione in una casa protetta ed è lì che la bambina si trova ancora adesso.

    In Appello dimezzata la pena al prete pedofilo: due anni e due mesi per aver violentato una bambina

  • Prete condannato per violenza su bimba, oggi la sentenza d’appello per don Paolo Glaentzer

    Prete condannato per violenza su bimba, oggi la sentenza d’appello per don Paolo Glaentzer

    Glaentzer fu arrestato in flagranza, e poi posto agli arresti domiciliari, dopo essere stato trovato in atteggiamenti intimi con la bambina all’interno della sua auto dalle parti di Calenzano

    Firenze, 23 giugno 2020 – Si celebra oggi a Firenze il processo di appello contro l‘ex sacerdote Paolo Glaentzer, condannato a 4 anni e quattro mesi di reclusione dal tribunale di Prato il 5 marzo 2019 per violenza sessuale su una bambina di 10 anni. La sentenza è prevista in serata. A seguito della condanna di primo grado padre Glaentzer è stato dimesso dallo stato clericale da Papa Francesco.

    Glaentzer fu arrestato in flagranza, e poi posto agli arresti domiciliari, dopo essere stato trovato in atteggiamenti intimi con la bambina all’interno della sua auto dalle parti di Calenzano. A sorprenderlo furono alcuni vicini della piccola, che l’uomo avrebbe dovuto riaccompagnare a casa. A fare ricorso in appello contro la condanna la difesa dell’ex sacerdote. Il gup di Prato, al termine di un processo in rito abbreviato, lo condannò anche a un risarcimento di 50mila euro verso la giovane vittima, rappresentata da un tutore legale, mentre niente era stato previsto per i genitori della piccola, i cui legali, avvocati Fabio Generini e Francesco Stefani, hanno proposto appello per chiedere il riconoscimento del danno anche nei loro confronti.

  • «Molestie a scuola su nove ragazze»: prete a processo

    «Molestie a scuola su nove ragazze»: prete a processo

    A processo il sacerdote che nel ruolo di vice preside ed insegnante di religione di una scuola superiore del basso Salento (che non indichiamo per tutelare le vittime), deve difendersi dalle accuse di avere molestato studentesse e una collega docente. Con atteggiamenti e frasi riportate nell’avviso di conclusione delle indagini del pubblico ministero della Procura di Lecce, Maria Rosaria Micucci, che descrivono un uomo particolarmente attratto dall’altro sesso, piuttosto che un ministro del culto cattolico a cui è stato chiesto di rinunciare alle relazioni amorose ed alla sessualità.

    Molestie e violenza privata, le ipotesi di reato ravvisate dal magistrato dopo avere sentito le nove studentesse e la docente con cui avrebbe riservato attenzioni, complimenti e intimità a loro sgradite. Imbarazzanti. «Agendo con petulanza». Anche toccando le labbra delle studentesse con un dito. O lasciandosi andare a fasi come: «Sei la luce dei miei occhi, sei la mia gioia…quando ti vedo nei corridoi mi aggiusti la giornata…vuoi bene a don … tuo».
    Inoltre lo stesso docente, 45 anni, dovrà difendersi dall’accusa di avere minacciato la madre di una alunna per farle presentare la richiesta di farla iscrivere in una sezione da lui indicata. Diversamente l’anno sarebbe diventato terribile per la figlia. In seguito quando la donna presentò la certificazione medica sui disturbi dell’apprendimento, la reazione sarebbe stata ancora di più scomposta: si sarebbe adoperato per farla bocciare, se ne frattempo non avesse cambiato scuola. E le avrebbe riservato offese come “capra” e “handicappata”.
    C’era altro nell’inchiesta, inizialmente. Fatti e capi di imputazione ancora più gravi: violenza sessuale per quegli stessi approcci con le studentesse e con la collega. E falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, per avere attestato sul registro di classe la presenza in aula pur essendo assente. Per entrambe le accuse, il pubblico ministero Micucci ha chiesto l’archiviazione, accogliendo l’istanza dell’avvocato difensore Luigi Corvaglia. Le assenze: assente sì in classe, ma impegnato nelle mansioni di vicepreside, hanno chiarito le indagini difensive. Quanto alla violenza sessuale, il magistrato ha tenuto conto dei racconti delle vittime. Che sono poi i fatti riportati nel capo di imputazione di molestie e violenza privata: «Si evince che l’indagato ha posto in essere condotte consistite in toccamenti, quali abbracci e baci sulla guancia. O consistiti nell’appoggiare le mani sulla spalla o intorno al collo, nonché in toccamenti consistiti nell’accarezzare con il dito le labbra di alcune studentesse, nel simulare il gesto di chiudere la zip dei pantaloni di una studentessa. O, ancora, nell’afferrare il volto di una studentessa, appoggiarvi la fronte e, successivamente, cingerle i fianchi e avvicinarsi verso di lui. Trattasi di condotte tali da configurare autonome fattispecie di reato, ma non sussumibili nella nozione di atto sessuale per come intesa dalla giurisprudenza, in quanto non finalizzate ad attingere zone erogene. Nè espressive di carica erotica, anche in ragione della estemporaneità e della scarsa intensità delle stesse».
    La richiesta di archiviazione sia per il falso che per l’ipotesi di violenza sessuale, è al vaglio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Simona Panzera.
    Quanto all’episodio riguardante la docente, l’imputato risponde di una irruzione in classe mentre faceva lezione: di essersi avvicinato all’orecchio e di averla abbracciata. L’insegnante si dovette divincolare per liberarsi. Tutte circostanze che ora dovrà affrontare il processo.

    https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/maglie_prete_molestie_scuola-5265636.html?_ga=2.187152040.1472723568.1591337626-2080372972.1591337626

  • Processo a don Segalini, la Diocesi sarà responsabile civile

    Processo a don Segalini, la Diocesi sarà responsabile civile

    Lo ha deciso il collegio dei giudici, dopo la richiesta di una parte civile. L’ex parroco di San Giuseppe Operaio, agli arresti domiciliari, è accusato di abusi sessuali verso alcuni giovani

    l collegio dei giudici ha deciso, il 14 maggio, che la Diocesi di Piacenza sarà responsabile civile nel processo che si sta svolgendo nei confronti di don Stefano Segalini. Questo significa che in caso di una eventuale condanna del sacerdote, la Curia sarà chiamata a risarcire la parte civile. La Diocesi è assistita dall’avvocato Gianluca Varraso (Foro di Milano). Finora se ne è costituita una sola, un ragazzo, con gli avvocati Cosimo Pricolo ed Elisabetta Soavi. Ed erano stati proprio Pricolo e Soavi a chiedere la citazione della Diocesi come responsabile civile. Nel processo sono presenti anche altre persone, otto in totale, assistite dagli avvocati Livio Podrecca e Monica Testa, ma che non si sono costituite parti civili. L’ex parroco di San Giuseppe Operaio è accusato di aver compiuto presunti abusi su alcuni giovani. Don Segalini deve rispondere di violenza sessuale e procurato stato di incapacità (secondo la procura, avrebbe somministrato alcune sostanze alle sue vittime per poi compiere atti sessuale). L’udienza è stata poi rinviata.

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