Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • Genova: presunti abusi in parrocchia, indagine procura dopo esposto rete L’Abuso

    Genova: presunti abusi in parrocchia, indagine procura dopo esposto rete L’Abuso

    “Abbiamo fatto un esposto nato da una segnalazione anonima, abbiamo espletato un’indagine che riguardava il quartiere di Genova Albaro, abbiamo scoperto che il sacerdote era stato anche a Sori e abbiamo trovato testimonianze di presunte vittime. Abbiamo mandato tutto in procura chiedendo alla magistratura a titolo preventivo di fare una verifica”.

    Lo spiega all’Adnkronos il presidente della rete L’Abuso Francesco Zanardi parlando dell’esposto dal quale è nata un’indagine della procura di Genova con l’ipotesi di violenza sessuale per alcuni presunti casi di abuso compiuti da un sacerdote ex parroco di una chiesa del quartiere genovese di Albaro.
    Testimonianze riporterebbero di alcune presunte vittime di molestia a Sori, dove si trovava in precedenza il parroco sul finire degli anni ’90.

    “Se c’è stata un’indagine nel ’98 da parte della Chiesa, l’acquisizione quel fascicolo – sottolinea Zanardi -potrebbe essere di importanza notevole.

    Avevamo già chiesto il fascicolo, non c’era ancora la legge uscita ieri con il nuovo decreto di Papa Francesco che fornisce accesso alla documentazione delle Diocesi. Nella denuncia c’era già espressamente la volontà acquisire il fascicolo”.
    (Vca).

  • Presunte molestie su minori da parte dell’ex parroco di Albaro, la Procura apre un’inchiesta

    Presunte molestie su minori da parte dell’ex parroco di Albaro, la Procura apre un’inchiesta

    Genova. La procura di Genova ha aperto un’inchiesta per violenza sessuale dopo l’esposto presentato dal presidente della Rete L’abuso Francesco Zanardi nei confronti dell’ex parroco della chiesa di Santa Teresa di Albaro Francesco Castagneto.

    In base all’esposto il sacerdote si sarebbe reso responsabile di presunti abusi su minori cominciati già negli anni Novanta nella parrocchia di Sori. La denuncia, depositata una decina di giorni fa, allega fra l’altro l’audio di un sagrestano con cui Zanardi, con una telecamera nascosta, ha parlato ma di cui non conosce le generalità e l’inchiesta del giornalista del Fatto quotidiano Ferruccio Sansa che ha raccolto le testimonianze di alcune presunte vittime.

    L’esposto accusa inoltre i vertici della Curia che avrebbero saputo fin dalla fine degli anni Novanta quanto stava accadendo ma al di là di aver trasferito il parroco avrebbero mantenuto il fascicolo segreto non impedendo in questo modo il ripetersi degli abusi.

    Occorre precisare che nessuna denuncia nei confronti del parroco è mai stata depositata in Procura e lui, interpellato dal collega del Fatto quotidiano, ha fermamente negato ogni addebito. La Procura di Genova tuttavia ha deciso di vederci chiaro. Il fascicolo aperto è al momento contro ignoti in attesa degli approfondimenti.

    https://www.genova24.it/2019/12/presunte-molestie-su-minori-da-parte-dellex-parroco-di-albaro-la-procura-apre-uninchiesta-228058/?fbclid=IwAR0mJXUuCC3r7L7SBPd0pHUHuILaU4x4kFe_74Z9PvdQxyBxc-aDMQx_WTI

  • Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Per capire il fenomeno allarmante degli abusi in chiesa Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Ultimamente la Santa Sede si è parlata molto degli abusi e anche ha fatto i passi concreti per contrastare questo fenomeno. Basta ricordare il summit straordinario sulla protezione dei minori voluto dal Pontefice il Moto proprio ad hoc “Vox estis lucis mundi” contro i preti pedofili. Non si può, quindi, dire il Vaticano non agisce proprio e non fa nulla per sbloccare questa situazione assai difficile…

    – Il “Vox estis lucis mundi” non è una cosa positiva per le vittime, lo è per la Chiesa. Il documento, a differenza degli altri, non lascia più alcuna possibilità per i membri del clero di denunciare all’autorità civile, anzi, sottopone tutto al segreto pontificio. Nel documento si stabilisce la gestione dei casi, ma a solo livello interno alla Chiesa, la quale non manda i preti in carcere e non risarcisce le vittime. Chiedo a voi, quale è la cosa buona per le vittime? Io vedo solo il guadagno per la Chiesa, che con questo sistema, meglio di prima, potrà gestire in segreto i casi.

    – Inoltre, nonostante tutti questi sforzi da parte della Chiesa, in Italia non è stata ancora creata una commissione d’inchiesta su questo fenomeno. Potrebbe spiegare il perché?

    – L’ingerenza del clero è notevole in Italia, sono ovunque, persino nelle istituzioni. L’Italia ha ancora tanta strada da fare. Per ora ha solo raccolto le pesanti critiche delle Nazioni Unite. Da parte nostra ci sono state 2 diffide al Governo Italiano, che però non ci ha neppure risposto. Di seguito la posizione delle Nazioni Unite riguardo l’Italia:

    Sfruttamento e abuso sessuale

    21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    – A Suo avviso, quale elemento manca per far partire la “macchina” di prevenzione degli abusi in Italia?

    – Manca lo Stato, che non si occupa di applicare le leggi, che in realtà ci sarebbero. Per esempio il certificato antipedofilia, che però in Italia, lascia scoperta l’intera categoria.

    – Tutto cioè che avete annunciato fino ad oggi, è solo la punta di un iceberg? Dobbiamo aspettare presto altre denunce drammatiche?

    – Questo non lo so. Posso dire che in Italia il sommerso è molto vasto, le persone denunciano alla Chiesa invece che alla magistratura (proprio perché sentono la mancanza dello Stato) e spesso, quando capiscono che la Chiesa non farà nulla, è troppo tardi, perché spesso si ritrovano prescritti.

    Le nostre inchieste proseguono, questa è molto grossa, è di pochi giorni fa e coinvolge sia Bagnasco che il cerimoniere di papa Francesco. Un caso lungo 30 anni che oggi, ai tempi di Francesco e del motu proprio, vede ancora nascondere i preti, segno che nulla è cambiato.

  • Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    I fatti risalgono al 2015 quando il 32enne violentò un ragazzino di 15 anni

    E’ stato condannato a tre anni di reclusione l’educatore 32enne dell’oratorio di Arese accusato di aver abusato sessualmente di un 15enne nel 2015. L’uomo ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con il giovane ma ha sempre contestato la violenza ma la Suprema corte, nelle carte processuali, ha scritto che “Il reato di violenza sessuale si è effettivamente consumato tanto sotto il profilo dell’induzione, quanto sotto quello della costrizione. Il rapporto avviene in un contesto di fragilità e di crisi di identità sessuale del minore”.

    L’educatore dovrà scontare un anno di reclusione e successivamente potrà chiedere l’ammissione ai servizi sociali, ma solo dopo aver dimostrato di aver seguito le cure del caso.

    Ragazzino violentato: i fatti

    Tutto era accaduto nel 2015 quando il giovane frequentava assiduamente l’oratorio dei Salesiani. La violenza si consumò in primavera: il giovane, in un momento di confusione personale, si rivolse all’educatore per avere un consiglio su alcuni temi legati sessualità. Una mattina l’animatore approfittò del fatto che il ragazzino fosse rimasto a casa da scuola per una indisposizione e andò a trovarlo a casa sua in assenza dei genitori.

    Il giovane e il conforto del prete

    Il 15enne abusato raccontò il fatto al prete che tuttavia cercò di persuadere il giovane della “normalità” di quanto fosse accaduto e lo invitò a partecipare ad altri incontri a sfondo sessuale. Il sacerdote, imputato per adescamento di minore e pornografia minorile (reato derubricato a possesso di materiale pedopornografico) aveva già patteggiato una pena a un anno e cinque mesi.

    http://www.milanotoday.it/cronaca/arese-stupro-animatore-oratorio.html

  • Violenza sessuale su minore. Ecco perchè è stato condannato padre Genna a Marsala

    Violenza sessuale su minore. Ecco perchè è stato condannato padre Genna a Marsala

    Era appena uscito da un supermercato, quando un’auto si è avvicinata. L’uomo all’interno, un prete, gli offre un passaggio. Poi, fatta poca strada, il prete comincia a palpeggiarlo, a toccarlo, e gli propone di fare del sesso.

    Passa da lì un’auto dei Carabinieri, il ragazzo, un gambiano minorenne, attira la loro attenzione e racconta tutto. Il ragazzo, che chiameremo con un nome di fantasia Asad, è la vittima della violenza sessuale da parte di padre Nicolò Genna, ex parroco della chiesa di contrada Addolorata a Marsala.

    Padre Genna, 76 anni, è stato condannato dal Tribunale di Marsala ad un anno e 10 mesi, al pagamento di un risarcimento, ad una serie interdizioni. Una vicenda che ha scioccato la comunità della contrada, e di Marsala, per quello che è emerso. Un episodio che ha scioccato prima di tutto la vittima, Asad, ragazzo del Gambia, che dopo tante peripezie è arrivato in Italia, che gode dello status di rifugiato, e proprio qui, dove si sentiva al sicuro, ha subito – come è emerso nel processo – uno dei più gravi shock.

    Il suo racconto è stato confermato nella fase delle indagini e poi in aula, durante il processo. Un racconto ritenuto credibile e fonte di prova dal giudice.
    Le motivazioni della sentenza di condanna del prete di Marsala riassumono cosa è accaduto quella mattina del 14 agosto 2017.

    Asad all’epoca era ancora minorenne, aveva 17 anni. Si trovava ospita nella comunità Trilly, in contrada Bosco. Quella mattina Asad era andato al supermercato – non molto lontano dalla comunità in cui alloggiava – quando all’uscita è stato fermato da un uomo in abito talare nero con collarino bianco, che a bordo di un’auto gli aveva detto di avvicinarsi. L’uomo era padre Genna, che in quel momento gli aveva offerto, in maniera generica, un lavoro invitandolo a salire sulla propria auto per portarlo a visitare il luogo di lavoro “non molto lontano da lì”.

    Asad è incuriosito, sale in auto: “Mi sono fidato perchè mi era sembrato un uomo di religione”. Il ragazzo sale, dice al prete di fermarsi un attimo alla comunità per posare le buste della spesa e poi andare. Ripartiti, padre Genna e Asad, fanno poca strada. Il prete – è il racconto della vittima confermato dal giudice di primo grado – dopo aver accostato l’auto a margine della carreggiata, rivolta in direzione Trapani, aveva iniziato a toccargli la gamba per poi passare a toccargli la “parte intima”, sia pure al di fuori dei pantaloni e solo per brevi istanti. Asad reagisce, lo ferma subito infastidito. A tale reazione – sempre secondo il racconto del giovane – il prete gli offre dei soldi per avere un rapporto sessuale con lui.

    E’ imbarazzato il ragazzo, e si scusa per le parole che è costretto ad usare, in udienza, quando racconta questi attimi: “l’uomo mi ha invitato a scopare, nel senso che lui voleva essere scopato da me”. Secondo il racconto del ragazzo, confermato durante il processo, padre Genna gli avrebbe richiesto “una prestazione sessuale e nello specifico la volontà di essere sodomizzato”. Asad si è opposto a questa richiesta: “io sono musulmano e noi non facciamo queste cose”.

    Da lì il ragazzo ha chiesto al prete di riaccompagnarlo in comunità, perché aveva intenzione di denunciare l’accaduto e fare in modo che altri non avessero a che fare con lui. Ne era nata un’accesa discussione durante la quale ad un certo punto passa una pattuglia dei Carabinieri. Vedendo la pattuglia il ragazzo aveva cercato di attirare la loro attenzione. I militari dell’arma si sono fermati e hanno raccolto la testimonianza di quanto accaduto.
    Lì sono cominciati i guai per padre Genna. Perché come è stato confermato in fase processuale la sua versione dei fatti non è stata riscontrata ed è apparsa al giudice poco credibile.
    Il giudice scrive infatti che il giovane ha “riferito con estrema chiarezza i momenti in cui si è articolata la condotta oggetto dell’odierna contestazione, reiterando in termini sempre perfettamente corrispondenti il proprio racconto”. Un racconto, quello reso in tribunale, conforme a quanto dichiarato da Asad ai Carabinieri.

    Tra l’altro, scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza, “ben lungi dal mostrare di voler aggravare la posizione processuale dell’odierno imputato, la persona offesa ha circoscritto in maniera netta e precisa le proprie accuse, in particolare limitandole ad un fugace toccamento della gamba e delle parti intime, al di fuori dei pantaloni, non riferendo di alcun altro atto sessuale compiuto successivamente al suo rifiuto, ma solo della ricevuta proposta sessuale”. Insomma per il giudice il racconto di Asad è credibile perchè avrebbe potuto ingigantire la sua versione dei fatti, visto che era la sua parola contro quella del prete, e non l’ha fatto. Il racconto di quella mattinata è stato confermato anche dalla assistente sociale coordinatrice della comunità Trilly, in cui alloggiava il giovane gambiano, Tiziana Morana. L’assistente sociale che seguiva i minori stranieri nel percorso di integrazione ha confermato in fase di indagine che il giovane aveva riferito, a lei e agli altri operatori della comunità, quello che era accaduto. La donna ha aggiunto che il racconto del ragazzo era apparso credibile, visto che il giovane non aveva mai dato problemi in comunità nei nove mesi che aveva trascorso lì. Un racconto che è apparso corrispondente a quello reso ai Carabinieri e in tribunale. Morana ha anche detto che per tutto il periodo di permanenza, circa un anno e mezzo, all’interno della comunità il giovane si era mostrato sempre rispettoso del piano educativo, nonché “collaborante e osservante delle regole comportamentali”.

    Diversa invece la versione di padre Genna. Il sacerdote in pensione ha raccontato, invece, di esser stato avvicinato da un ragazzo “alto e giovane, mai avrei immaginato essere minorenne, mi ha chiesto un passaggio”. “Il ragazzo è salito e ha inserito la sicura. Tale gesto mi ha immediatamente messo in allarme ma non ho avuto neppure la possibilità di chiedere spiegazioni che il ragazzo mi ha chiesto dei soldi. Al mio rifiuto ha cominciato a minacciarmi dicendo che se non gli avessi dato i soldi mi avrebbe denunciato e dichiarato falsamente di essere stato aggredito e abusato dal sottoscritto. Non ho mai sfiorato il ragazzo”.

    La versione dell’ex parroco per il giudice però è inverosimile, generica, manca di dettagli rilevanti, come l’importo che il giovane gli avrebbe chiesto. E viene smentita da alcune considerazioni. Come, tra tutte, il grosso rischio corso dal giovane extracomunitario nel non essere creduto denunciando una persona, come un parroco, che gode certamente di una certa considerazione sociale.
    Un racconto del parroco smentito nel corso di un processo su una storia che ha scioccato la comunità cristiana di Marsala. Una vicenda che ha segnato soprattutto la vita del giovane Asad, scappato da fame e miseria, arrivato in Italia, a Marsala, per la libertà. Trattato come ultimo, come carne, e non uomo, da chi gli uomini li dovrebbe “salvare”.

    https://www.tp24.it/2019/12/07/cronaca/violenza-sessuale-minore-ecco-perche-stato-condannato-padre-genna-marsala/142669

  • “Preti pedofili e omertà. A 17 anni da Spotlight tutta la Chiesa ha fallito”

    “Preti pedofili e omertà. A 17 anni da Spotlight tutta la Chiesa ha fallito”

    L’INTERVISTA Parla Michael Rezendes del team del “Boston Globe” che ispirò il famoso film

    di Sabrina Provenzani

    Michael Rezendes è uno dei reporter di “Spotlight”, il team di giornalisti investigativi del Boston Globe guidato da Marty Baron che, nel 2002, dopo mesi di lavoro, scoperchiò lo scandalo degli abusi sessuali nella diocesi di Boston. Una storia che è valsa al Globe il premio Pulitzer e ha fatto – anche grazie al film premio Oscar che ne venne tratto – il giro del mondo. Da ottobre, Rezendes è senior investigative reporter alla Associated Press a New York. Lavora a “The Reckoning”, un nuovo progetto con l’obiettivo di “esplorare la più grande crisi di credibilità della Chiesa dai tempi della Riforma”.

    Il nuovo progetto investigativo si chiama “La resa dei conti”: quale?

    La Chiesa cattolica statunitense aveva promesso di sradicare abusi e molestie sessuali. Ma, vent’anni dopo Spolight, Papa Francesco e i suoi vescovi stanno ancora facendo i conti con violenze e insabbiamenti. Nel riconoscere le responsabilità dei vertici ecclesiastici, hanno fallito.

    A così tanti anni di distanza, cosa è stato Spotlight?

    Più di tutto, la nostra inchiesta ha cambiato la percezione dell’opinione pubblica sul tema: si è creato una rete a livello mondiale di “survivor”. E la Chiesa è stata costretta a prenderne atto.

    Tutto è partito da una città dove il potere ecclesiastico, e l’omertà che lo proteggeva, sembravano inscalfibili.

    Ero un giovane cronista del Boston Globe. Cominciai a lavorare su presunti abusi del clero. All’inizio indagavo su un solo rete, ma molto rapidamente l’inchiesta si allargò a 7, poi a 70. Lavorai a lungo sul caso di padre John Geoghan, un pedofilo seriale: avevo intervistato le sue vittime. Sapevo che sia l’allora cardinal Bernard Law che il suo predecessore, il cardinale Humberto Medeiros, erano al corrente che Geoghan avesse molestato bambini per 30 anni, in sei diverse parrocchie. Quando ho scoperto che nell’ultima parrocchia in cui lo avevano spostato si occupava dei chierichetti, ricordo di aver pensato: se dopo 30 anni di molestie gli affidano i chierichetti, questa è davvero una grossa storia.

    Uno scandalo che ha avuto eco ed impatto globali. Internet era agli esordi…

    L’inchiesta si allargò rapidamente, scoprii nuovi casi prima a New York, poi a Tucson, in Arizona. Poi in tutto il mondo. E continua ancora oggi, 17 anni dopo. Credo sia questo l’impatto più profondo e duraturo del nostro lavoro: l’aver rivelato per primi il sistematico insabbiamento degli abusi, un sistema di connivenze e coperture che abbiamo visto ripetersi uguale in tutto il mondo. Così decine di migliaia di vittime hanno avuto il coraggio di venire allo scoperto senza più paura né vergogna.

    Cosa è successo ai sopravvissuti?

    Per lo più hanno fatto causa, avuto giustizia e compensazioni economiche.

    E agli abusatori?

    Ogni caso è diverso. Alcuni sono finiti in carcere, altri sono stati spogliati dalla toga e si sono “integrati” nella società. A volte in contesti a contatto con bambini. Ma sarei sorpreso – non scioccato – se a Boston emergessero altri casi di abusi. Perché la diocesi ha introdotto nuove misure di protezione nei confronti dei minori. E perché i genitori ora sono più consapevoli, e sanno di poter denunciare.

    Grazie al vostro lavoro, la gente non è più costretta al silenzio. Resta ancora molto da fare, secondo lei?

    Assolutamente. La Chiesa è una sorta di società segreta composta solo da uomini. Impregnata da una cultura in cui abusi e molestie sono peccati da perdonare, e non crimini da denunciare alle autorità. Molti pensano sia venuto il momento per il Vaticano di adottare precisi protocolli per la protezione dei minori. Hanno attivato dei corsi di formazione per i vescovi, ma questo non basta.

    L’ultimo caso è quello del vescovo di Buffalo Richard Malone, costretto alle dimissioni pochi giorni fa per aver tenuto in un cassetto il fascicolo in cui un prete rivelava di aver abusato, fra gli anni ’60 e ’80, di dozzine di bambini.

    Il caso Buffalo dimostra come i vescovi, ancora una volta, non realizzino l’importanza del problema. È incredibile che, a 17 anni da Spotlight, siano così tanti che faticano a comprendere il danno profondo provocato da una violenza sessuale.

    Lo scandalo degli abusi può portare la Chiesa Usa, per i risarcimenti, al collasso economico?

    Penso che ci sarà un aumento delle cause, in particolare negli stati dove sono cambiati i termini della prescrizione. Ma parliamo di una delle istituzioni più antiche, e ricche, al mondo. Non scomparirà per questo.

    DI COSA STIAMO PARLANDO

    Sherlock ha messo la sua lente, in questo nuovo ciclo di inchieste speciali, su un clamoroso caso di pedofilia nella Chiesa. Ferruccio Sansa da Genova ci ha raccontato la storia di don Franco Castagneto, i presunti abusi grazie alle parole delle vittime e le coperture che avrebbe avuto il sacerdote che, ad oggi, risulta scomparso, dopo essere stato trasferito diverse volte. Chi sapeva?

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/06/vaticano-la-parrocchia-degli-abusi-preti-pedofili-e-omerta-a-17-anni-da-spotlight-tutta-la-chiesa-ha-fallito-leggi-linchiesta-di-sherlock/5597938/

  • Violenza sessuale a Marsala All’ex pastore evangelico 7 anni

    Violenza sessuale a Marsala All’ex pastore evangelico 7 anni

    MARSALA (TRAPANI) – Aumentando la pena da quattro a sette anni di carcere, la terza sezione della Corte d’appello di Palermo ha confermato la condanna per abusi sessuali su ragazze minorenni che il 21 dicembre 2017 il Gup di Marsala Francesco Parrinello ha inflitto, con rito abbreviato, a Salvatore Lipari, 69 anni, di Trapani, ex pastore della Chiesa evangelica pentecostale di Marsala. Gli abusi sarebbero stati commessi su alcune giovani che frequentavano il luogo di culto. L’1 febbraio 2017, Lipari fu posto agli arresti domiciliari, dov’è tutt’ora, dai carabinieri della sezione di pg della Procura di Marsala, che hanno svolto le indagini.

    Alla base del procedimento, le denunce di alcuni genitori che avevano parlato con le figlie. “Siete possedute da spiriti maligni”, avrebbe detto Lipari alle giovani. E con questa scusa, ne avrebbe abusato sessualmente per anni: dal 2009 al 2015. A conferma delle ipotesi d’accusa ci sono anche alcune intercettazioni telefoniche. In secondo grado, confermate anche le decisioni del Gup di relative al risarcimento danni alle parti civili: Lipari dovrà versare 30 mila euro ai familiari e 7.500 alle vittime. In primo grado, il pm Niccolò Volpe aveva chiesto 8 anni di carcere, ma il Gup aveva escluso alcune aggravanti, tra le quali la pedofilia e l’aver approfittato della “minorata difesa” delle vittime. (ANSA).

    https://livesicilia.it/2019/11/28/violenza-sessuale-a-marsala-allex-pastore-evangelico-7-anni_1102934/

  • Violentò un ragazzo, quattro anni all’ex frate. Gli abusi fra il 2014 e il 2017 a Villa Picco di Arona

    Violentò un ragazzo, quattro anni all’ex frate. Gli abusi fra il 2014 e il 2017 a Villa Picco di Arona

    NOVARA – Violenza sessuale nei confronti di un ragazzino, da poco maggiorenne, frequentatore della comunità di cui il religioso era una delle guide spirituali. Questa l’accusa per cui Giulio Manera, ex frate cappuccino già responsabile della Comunità di Villa Picco ad Arona, è stato condannato dal tribunale a Verbania a 4 anni e 4 mesi di reclusione. È stato giudicato con rito abbreviato, con lo sconto di un terzo della pena. Il giudice Beatrice Alesci ha stabilito anche una provvisionale di 10 mila euro a titolo di risarcimento del danno per la vittima, che sarà liquidato in sede civile, oltre alle pene accessorie quali l’interdizione dai pubblici uffici e da tutti gli istituti che prevedono contatti con i minori.

    Fatti gravi quelli contestati al religioso, oggi ridotto allo stato laicale dopo un procedimento partito qualche anno fa in Kenya, dove era stato destinato quando il gruppo dei frati di Villa Picco era uscito in massa dalla propria congregazione. A denunciarlo era stato un giovane della zona; frequentava la comunità di Arona e in lui il religioso aveva subito visto una persona «debole», da far diventare vittima di «attenzioni» particolari. Il frate era andato oltre: il ragazzo, fra il dicembre del 2014 e il giugno del 2017, aveva subito ripetuti abusi, anche rapporti sessuali completi. La vittima, prima che esplodesse lo scandalo, aveva provato a segnalare il problema alla congregazione ma, poiché nulla si era mosso, si era poi rivolta alla magistratura.

    Nel corso delle indagini erano emersi altri due casi, riguardanti ragazzi maggiorenni che avevano dichiarato di aver subito violenze simili: le loro denunce, però, erano state archiviate perché arrivate troppo tardi, al di fuori dei termini previsti dalla legge.

    Padre Manera aveva esaurito il suo compito in territorio novarese nel giugno 2016. Da responsabile di Villa Picco aveva aiutato per diverso tempo anche nelle parrocchie di Agrate e Conturbia. Poi, essendo uscito dalla sua comunità per problemi interni, e dovendo scegliere in quale Diocesi incardinarsi, aveva scelto quella africana di Malindi in Kenya, nella missione di Mida dove era già stato nel 2011, come missionario dell’associazione Mischeni na Ukarimu onlus da lui stesso fondata.

    Il caso degli abusi venne alla luce proprio quando si trovava in Africa, nell’estate del 2017. Poco dopo è arrivato il congedo per motivi di salute. Infine il procedimento di riduzione allo stato laicale.

    Mercoledì Giulio Manera era nelle aule del tribunale. Difeso dall’avvocato Antonello Riccio di Omegna, oggi vive nella zona della Valsesia. Scontato l’appello. Il giovane vittima di abusi era parte civile con l’avvocato Claudio Carlini di Verbania.

    https://www.lastampa.it/novara/2019/11/29/news/violento-un-ragazzo-quattro-anni-all-ex-frate-gli-abusi-fra-il-2014-e-il-2017-a-villa-picco-di-arona-1.38026833

  • L’Argentina condanna i preti pedofili ma l’Italia rifiuta l’estradizione

    L’Argentina condanna i preti pedofili ma l’Italia rifiuta l’estradizione

    Abusi sui bambini sordi dell’istituto Provolo: 42 anni di carcere per un sacerdote veronese. Ma i giudici di Venezia rigettano la richiesta argentina di arrestare un altro religioso italiano, scappato a Verona. E filmato dall’Espresso

    DI PAOLO BIONDANI E ANDREA TORNAGO
    L’Argentina condanna i preti pedofili, ma l’Italia nega l’estradizione del ricercato: un religioso che è sfuggito all’arresto scappando a Verona, dove vive libero e indisturbato.
    Dall’altra parte del mondo, la magistratura argentina ha pronunciato ieri una sentenza storica. Per la prima volta un’autorità giudiziaria ha condannato due sacerdoti dell’Istituto Provolo, che ha la casa madre a Verona, per una serie di abusi e violenze sessuali commessi tra il 2005 e il 2016 su vittime minorenni: bambini sordi, spesso orfani, che vivevano nell’educandato di Mendoza. Una sentenza pesante, che conferma la gravità dei fatti attribuiti ai religiosi della Compagnia di Maria, la congregazione vaticana che gestisce l’istituto Provolo: 45 anni di reclusione per il prete argentino Horacio Corbacho, 42 anni per il sacerdote veronese Nicola Corradi, che del centro di Mendoza è stato anche direttore. Condannato a 18 anni anche il giardiniere della scuola, il 57enne Armando Gómez.
    I tre imputati sono stati arrestati nel novembre 2016. Don Corradi ha poi ottenuto i domiciliari per motivi di salute. All’arresto è invece sfuggito un altro religioso veronese, Eliseo Pirmati,accusato di violenza sessuale aggravata, atti osceni e corruzione di minorenni in un procedimento collegato, che riguarda un’altra sede del Provolo in Argentina.
    Un’inchiesta giornalistica dell’Espresso ha rivelato che il religioso italiano, dopo i primi arresti in Argentina, è tornato a Verona, sfuggendo così al successivo mandato di cattura. Nel giugno scorso Pirmati è stato filmato dall’Espresso mentre andava a messa e poi rientrava nella sede centrale del Provolo a Verona, dove ha un alloggio. Sull’inchiesta argentina, ha detto solo: «Non so niente». Quindi i giudici argentini hanno presentato alle autorità italiane una formale richiesta di estradizione, trasmessa l’8 ottobre scorso ai magistrati di Venezia. Qui, dieci giorni dopo, la Procura generale ha rigettato la domanda argentina, come risulta dal provvedimento, datato 18 ottobre 2019, di cui l’Espresso ha ottenuto copia.
    Le pesanti condanne in Argentina e lo stop italiano all’estradizione, almeno temporaneo, approfondiscono ancora di più il solco tra due nazioni con grandi legami storici. In Argentina il caso Provolo è considerato uno dei più gravi scandali di pedofilia nella Chiesa cattolica. In Italia il caso fu scoperchiato solo da un’inchiesta dell’Espresso firmata da Paolo Tessadri, che raccolse le prime testimonianze, videoregistrate, di decine di vittime. La successiva istruttoria eccelesiastica, però, si è chiusa senza alcuna condanna. E la magistratura veronese ha dovuto archiviare tutte le accuse per prescrizione. Gli atti della lacunosa istruttoria vaticana, recuperati l’anno scorso dall’Espresso, mostrano che i vertici del Provolo si limitavano a trasferire da una sede all’altra i religiosi accusati da diverse vittime. Tra loro, spicca proprio don Corradi, che fu spostato negli anni Settanta da Verona in Argentina, dove secondo la sentenza di ieri ha ricominciato ad abusare dei bambini. Una trama che ricorda il caso Spotlight, il film sullo scandalo dei preti pedofili americani svelato da un’inchiesta giornalistica del Boston Globe.
  • Medioevo Italia, un Paese a misura di pedofili

    Medioevo Italia, un Paese a misura di pedofili

    Lasciami stare, non mi devi più toccare». Per sottrarsi agli abusi e alle molestie del prete subiti in canonica ha registrato tutto con il telefonino raccogliendo elementi rilevanti che hanno portato all’arresto dell’uomo. La protagonista di questa storia ha solo 11 anni e ha fatto tutto da sola. L’uomo si chiama don Michele Mottola, ha 60 anni ed è stato parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, quando cioè è stato sospeso dalla diocesi di Aversa (Caserta) e sottoposto a un processo canonico tuttora in corso.

    «È solo un gioco, non facciamo niente di male» si sente dire al sacerdote nelle registrazioni consegnate sei mesi fa dai genitori della bimba ai poliziotti del Commissariato di Aversa che ha avviato le indagini e informato la diocesi locale e la Procura di Napoli Nord. Pochi giorni fa si è tenuto l’incidente probatorio che ha messo la bimba e il prete uno di fronte all’altro e lei ha confermato che le violenze andavano avanti da tempo. Mentre don Mottola ha replicato dicendo che la minore stava farneticando. Questa linea difensiva che sembra ricalcare la visione dei bambini freudiana (seduttori, bugiardi e perversi per natura) non gli è bastata per evitare l’arresto – del resto sono anni che quella pseudo teoria è stata definitivamente confutata dalla scienza psichiatrica – e ora l’ex parroco è in carcere a Secondigliano, guardato a vista.

    A molti dei nostri lettori probabilmente questa storia non risulterà ignota avendo ottenuto un ampio risalto anche sui media generalisti. E questa attenzione mediatica è davvero inusuale specie quando il presunto violentatore è un prete. Quanti sanno ad esempio che all’inizio di giugno don Vincenzo Calà Impirotta è tornato libero dopo che la Cassazione ha annullato per sopraggiunta prescrizione (soli 9 giorni…) la sentenza di condanna in appello a tre anni di reclusione che confermava quella di primo grado? E quanti sono a conoscenza del fatto che il processo canonico nei suoi confronti si è concluso a ottobre con l’assoluzione in quanto giudicato non colpevole dal tribunale ecclesiastico? Cosa significa tutto ciò è facile immaginarlo.

    Don Calà Impirotta tornerà a officiare in parrocchia di fronte a persone che sono all’oscuro delle sue vicende giudiziarie e di quello che ha fatto. E ancora, vale la pena di ricordare che poco meno di due settimane fa in Germania il settimanale Bild ha pubblicato un’inchiesta puntando il dito contro Benedetto XVI e sostenendo di avere documenti e mail che provano un insabbiamento del caso di un alto prelato accusato di molestie sessuali proseguite per anni su altri sacerdoti in Vaticano. Il prete – che guidava un reparto nella segreteria di Stato di Joseph Ratzinger, al tempo guidata dal card. Bertone – dopo le accuse fu «trasferito all’estero come diplomatico papale» e in seguito presso il «vescovado di origine». Stiamo parlando del papa emerito, secondo voi questa notizia non richiederebbe il massimo del risalto possibile anche in Italia?

    Pare di no, appunto, nonostante sia acclarato che l’attenzione mediatica su crimini pedofili è senza dubbio tra i più importanti alleati delle potenziali vittime, se non il più importante. Perché in primis contribuisce a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo un argomento che il più delle volte – inspiegabilmente – provoca nelle persone una reazione di “indifferenza”. Far finta di nulla nella convinzione (errata) che queste siano cose che accadono ad altri o solo in ambienti degradati, è uno dei “favori” che si fanno ai cacciatori di bambini, i quali così possono agire indisturbati soprattutto nei “luoghi” più insospettabili: in ambito familiare, sportivo e/o parrocchiale. In estrema sintesi, l’attenzione e la copertura mediatica oltre a dare ai cittadini una reale percezione del fenomeno criminale, sono anche strumenti di inestimabile valore per chi deve fare prevenzione.

    Già, la prevenzione. Non a caso è al primo posto delle raccomandazioni che il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza hanno fatto a febbraio 2019 allo Stato italiano chiamato a rispondere del mancato rispetto dell’omonima Convenzione che il 20 novembre compie 30 anni. Per intenderci, mancato rispetto di questa Convenzione significa che l’Italia non ha messo in moto tutti i meccanismi necessari a tutelare il «diritto del bambino alla libertà» e a difenderlo da «tutte le forme di violenza nei suoi confronti». I commissari Onu, per meglio chiarire cosa occorre fare, hanno messo nero su bianco le linee guida da seguire: 1) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo; 2) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica; 3) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte; 4) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite; 5) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale; 6) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti; 7) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano. Volete sapere cosa ha risposto in febbraio il governo Conte “uno” – quello dei decreti sicurezza – a questi rilievi delle Nazioni Unite?

    Nulla. E il Conte “due”, nel segno della discontinuità col precedente, ha fatto qualcosa? Come il Conte “uno”: silenzio totale, non una replica degna di questo nome. Non è stato realizzato alcun adeguamento delle norme e dell’azione di governo alle “esigenze” di sicurezza dei minori, men che meno è stato messo in discussione il Concordato che, tra le altre cose, impone da un lato alla magistratura italiana di informare dell’avvio delle indagini la diocesi di appartenenza del sacerdote inquisito e dall’altro stabilisce che il vescovo a capo di una diocesi non è tenuto a rivelare alle autorità civili eventuali notizie di reato che riguardano i “suoi” sacerdoti. Pedofili compresi. E allora forse non è un caso che una bimba di 11 anni per sottrarsi alle violenze di un sessantenne in tonaca e crocifisso al collo, ha dovuto fare tutto da sola.

    15 novembre 2019 LEFT