Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • «Io, violentata e fotografata dal parroco»

    «Io, violentata e fotografata dal parroco»

    di STEFANO BROGIONI

    Firenze, 22 agosto 2019 – Nel telefono di don «hard» c’era un archivio di immagini hot da far invidia ai siti specializzati. Ma soprattutto c’erano le foto di quel rapporto intimo tra lui e una ragazza di 19 anni con disturbi di personalità, oggetto di una denuncia alla polizia. «Violenza sessuale aggravata», contesta la procura: così la Chiesa fa i conti con un nuovo scandalo. A prescindere da quelli che saranno i risvolti penali dell’indagine, appena conclusa, dai magistrati di Firenze.

    Siamo nell’Alto Mugello. Lassù, in cima all’appennino tosco-emiliano, don Emanuele Dondoli, 58 anni, prete da 31, governa le anime di diverse parrocchie. Ed è lassù che nei mesi scorsi ha bussato all’improvviso la polizia. Squadra mobile, roba seria: sventolando un decreto del magistrato, si sono presi gli apparecchi del parroco, perché qualche giorno prima, in questura, una delle sue fedeli, accompagnata dai genitori, aveva fatto una denuncia contro di lui.

    «Il prete ha approfittato di me», dice la ragazza agli inquirenti. Racconta di essersi avvicinata a lui in un momento di «fragilità, disorientamento, confusione personale». Pensava di essere posseduta dal demonio, invece il diavolo si era impossessato di chi, con un unguento, le diceva che la stava benedicendo dopo averla fatta spogliare. Ed essersi spogliato anche lui.

    E la prova, oltre che nelle parole a verbale, si è cristallizata nella perquisizione: gli scatti che il don ha scattato durante la loro intimità. E in effetti nello smartphone di don «hard», le foto c’erano davvero. Assieme a una collezione di immagini «amatoriali» di signore mature che faranno storcere la bocca ai suoi superiori. Anche se di denunce, è bene precisarlo, ce n’è soltanto una. E l’iter giudiziario è tutto da definire. Nei giorni di Ferragosto, l’ufficio diretto da Giuseppe Creazzo ha recapitato a don Dondoli l’avviso di conclusione delle indagini. La violenza sessuale è aggravata, secondo il pubblico ministero, proprio dal disturbo che affligge la giovane, assistita dall’avvocato empolese Elisabetta Renieri, «incapace» di esprimere il suo dissenso a tali atti «hot». Incapacità sancita da una consulenza, firmata dal dottor Rolando Paterniti, luminare di psichiatria forense. In pratica, stando alle perizie, la ragazza non è in grado di dire sì o no a un rapporto sessuale. Chi si approccia a lei compie un abuso. E figuriamoci se questi è il prete del paese; il quale avrebbe approfittato, dice il pm, delle condizioni di «inferiorità psichica» della ragazza.

    Ma è proprio su questo terreno che si combatterà l’imbarazzante battaglia giudiziaria. Il difensore del religioso, l’avvocato Francesco Stefani, pensa a un incidente probatorio, mirato a ribaltare la «verità» psichiatrica del consulente del pm. Resta comunque l’aspetto morale riguardo alla condotta di un prete, a cui una fedele si era affidata per risolvere il suo malessere. Ma questo non interessa la procura.

  • Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    L’ex prefetto della Segreteria per l’Economia torna in carcere, i suoi avvocati valutano il ricorso all’Alta Corte. Il Vaticano: prendiamo atto della sentenza, siamo vicini alle vittime di abuso

    IACOPO SCARAMUZZI

    CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede «prende atto» della sentenza, ricorda che Pell «ha sempre ribadito la sua innocenza» e «conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili», precisando che, per quanto riguarda il processo canonico che il Vaticano può intraprendere autonomamente rispetto alla giustizia australiana, «la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso».

    L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia è tornato in carcere, dove continuerà a scontare la condanna. La libertà vigilata sarà possibile dopo tre anni e otto mesi. È probabile che i suoi legali facciano appello all’Alta Corte, il grado supremo della giustizia australiana. Secondo la stampa australiana, tale ultimo appello non è automatico ma, vista l’importanza del caso, è probabile.

    Il cardinale Pell «è ovviamente deluso dalla decisione odierna», ha dichiarato un suo portavoce presso l’arcidiocesi di Sidney. «Tuttavia i suoi avvocati esamineranno attentamente la sentenza per decidere se chiedere un congedo speciale alla Corte suprema. Nel notare che la decisione è stata presa due a uno, il cardinale Pell continua a protestare la propria innocenza».

    Gli avvocati di Pell avevano fatto appello contestando 13 ragioni per le quali gli abusi sessuali sarebbero stati «fisicamente impossibili» da compiere, sia per quanto riguarda la cronologia, sia perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta in sagrestia a conclusione di una messa affollata, sia per l’impossibilità fisica di compiere tale violenza con addosso i pesanti paramenti sacri della messa. Due giudici su tre che componevano il collegio giudicante, Anne Ferguson e Chris Maxwell, hanno respinto l’appello, mentre il giudice Mark Weinberg lo avrebbe accolto. Nel dispositivo di sentenza di oltre 300 pagine si legge che il giudice Weinberg ha trovato che nella testimonianza della vittima ci fossero discrepanze tali da mettere in dubbio la colpevolezza di Pell e che, più in generale, le altre prove portate dalla vittime rendevano il suo racconto «impossibile da accettare». Tuttavia, ha spiegato il giudice Ferguson, «l’appello su base dell’irragionevolezza (dell’accusa, ndr) è stato respinto perché due di noi hanno un diverso punto di vista sui fatti». I giudici hanno invece respinto all’unanimità altri due argomenti della richiesta d’appello relative a presunte irregolarità procedurali del processo di primo grado.

    Pell, ha tenuto a precisare il giudice Ferguson, «non è stato reso il capro espiatorio per alcuna mancanza percepita della Chiesa cattolica o per alcun fallimento relativo all’abuso sessuale dei minori da parte del clero».

    Il primo ministro australiano Scott Morrison ha commentato la sentenza affermando che «i tribunali hanno fatto il loro lavoro, hanno emesso le loro sentenze. E questo è il sistema di giustizia in questo paese e deve essere rispettato» ed ha aggiunto che prevede che a Pell verranno ritirate le onorificenze statali. In una distinta dichiarazione, il governatore generale David Hurley ha affermato che ritirare l’Order of Australia sarà fatto «quando tutte le procedure legali avranno fatto il loro corso».

    L’arcivescovo di Melbourn Peter A. Commensoli ha commentato da parte sua la condanna esprimendo rispetto per la sentenza ma sottolineando che «la complessità della ricerca della verità in questa materia ha messo molti alla prova e continuerà probabilmente a farlo». L’Arcivescovo ha precisato che Pell continuerà a ricevere sostegno pastorale in segno di «carità cristiana» e ha ribadito il proprio sostegno alle vittime di abuso sessuale.

    Una folla di persone ha atteso fuori dalla Corte la sentenza ed ha salutato la condanna con esclamazioni di gioia.

    Gli abusi al centro del processo sarebbero avvenuti a danno di due uomini che nel 1996 e 1997 erano minorenni. Delle due vittime, rimaste anonime, una ha potuto testimoniare in tribunale, la secondo è morta di overdose nel 2014. La vittima sopravvissuta ha commentato oggi la sentenza con un comunicato nel quale si dice «sollevato» dalla sentenza, contesta chi ha messo in discussione le sue motivazioni e rivendica di aver messo a repentaglio la propria privacy, la propria salute e la serenità della propria famiglia: «Il mio viaggio non è stato un viaggio facile», scrive, aggiungendo: «Ora ho bisogno di definirmi lontano da tutto questo. Di recente ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita come padre. L’esperienza che ho attraversato mi ha aiutato a comprendere cosa è veramente importante».

    Il processo di Melbourne, va ricordato, è distinto dalle accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti a Ballarat di cui è stato accusato Pell, e che risalgono all’epoca in cui egli era vescovo ausiliare, che hanno portato il cardinale australiano a comparire a marzo del 2016 davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) in video-collegamento da Roma.

    Quanto al processo attuale, per il quale a giugno del 2017, sentito papa Francesco, Pell, dopo iniziale tentennamento, ha deciso di tornare in Australia per difendersi in tribunale, senza opporre l’immunità diplomatica, già lo scorso febbraio la Sala stampa della Santa Sede aveva reso noto che «dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

    Il portavoce vaticano Matteo Bruni, oggi, ha commentato così: «Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede prende atto della decisione di respingere l’appello del Cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili».

    «Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso», ha inoltre precisato Matteo Bruni. «Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/08/21/news/abusi-respinto-in-australia-l-appello-del-cardinale-pell-1.37366775?refresh_ce

  • Scandalo a Firenzuola: giovane racconta di essere stata violentata dal prete

    Scandalo a Firenzuola: giovane racconta di essere stata violentata dal prete

    Ancora uno scandalo sessuale che sconvolge la chiesa fiorentina.Il parroco di Firenzuola, don Emanuele Dondoli, è accusato di aver abusato sessualmente di una 19enne con problemi psichici. Ci sarebbero anche delle foto che immortalano i momenti di intimità tra i due. La notizia è stata rivelata questa mattina dal quotidiano la Nazione.

  • Pedofilia, respinto il ricorso in appello del cardinale Pell

    Pedofilia, respinto il ricorso in appello del cardinale Pell

    L’ex tesoriere del Vaticano è stato condannato a 6 anni di reclusione per violenza sessuale contro due bambini. Il premier australiano priva il cardinale dell’onoreficenza. Il prelato continua a dichiararsi innocente

    CANBERRA – Il cardinale australiano 78enne George Pell resta in carcere. È stato respinto il suo ricorso in appello contro la sentenza emessa lo scorso dicembre, al termine del processo di primo grado per abusi sessuali su minori. L’ex tesoriere del Vaticano dallo scorso marzo sta scontando in carcere la condanna a sei anni di detenzione, di cui almeno tre anni e 8 mesi da trascorrere dietro le sbarre prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale.
    L’ex ministro dell’Economia del Vaticano, è stato riportato in prigione e, come ha annunciato la giudice Anne Ferguson: “Continuerà a scontare la sua pena di sei anni di carcere”. Pell potrà presentare un ulteriore ultimo ricorso presso l’Alta Corte australiana, il massimo organo giudiziario del Paese.

    Tramite il suo portavoce arrivano i primi commenti: “Il cardinale Pell è ovviamente deluso per la decisione di oggi”. “Continua a dichiararsi innocente”, e ringrazia “i suoi numerosi sostenitori”.
    Pell è il più alto prelato della Chiesa cattolica mai condannato per abusi sessuali su minori e il verdetto, dopo oltre due mesi di deliberazione da parte dei giudici, è stato pronunciato in tribunale affollato da vittime di abusi, attivisti, avvocati e giornalista.

    Il premier australiano priva il cardinale dell’onoreficenza

    Dopo che la Corte d’appello ha confermato la condanna per pedofilia contro l’alto prelato, il primo ministro australiano Scott Morrison ha dichiarato che il cardinale George Pell sarà privato del titolo onorifico dell’Ordine dell’Australia.
    Si tratta del più elevato titolo onorifico del Paese. E’ un ordine di cavalleria creato da Elisabetta II nel 1975 allo scopo di riconoscere a cittadini australiani o altre persone risultati o servizi meritori.

    I fatti contestati a Pell

    Il cardinale è stato condannato lo scorso dicembre per 5 capi di imputazioneper aver violentato due coristi di 12 e 13 anni nella cattedrale St. Patrick, a Melbourne, nel 1996 e nel 1997 di cui era arcivescovo metropolitano dopo esserne stato per 10 anni vescovo ausiliario. Era stato nominato cardinale il 21 ottobre del 2003 da Giovanni Paolo II e nell’aprile del 2014 era stato scelto da Papa Francesco come prefetto della neocostituita Segreteria per l’economia vaticana.
    Dopo due anni di indagini, nel giugno del 2017, il porporato è stato incriminato in Australia “per reati storici di violenza sessuale”. Nel febbraio del 2019 il Vaticano ha comunicato di aver proibito a Pell “l’esercizio pubblico del ministero” e “il contatto in qualsiasi modo e forma con minorenni”. Gli avvocati di Pell avevano basato il ricorso sul fatto che la condanna era arrivata solo sulla base della testimonianza a porte chiuse di una sola delle due vittime, l’unico sopravvissuto. Lunedì il padre della seconda vittime di Pell, morto di overdose nel 2014, aveva auspicato il prevalere della giustizia.

    https://www.repubblica.it/esteri/2019/08/21/news/pedofilia_respinto_ricorso_appello_pell-234012468/?fbclid=IwAR2bKmNiKfL1fM32pfRSCyHP3n6UEuB0H608oZPWwa-LHNTIxvjxjFyw9fk

  • Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

    Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

    Si è avvalso della facoltà di non rispondere don Stefano Segalini, l’ex parroco di San Giuseppe Operaio arrestato lo scorso 31 luglio dalla squadra mobile della questura di Piacenza con l’accusa di violenza sessuale.

    Il sacerdote, che si trova agli arresti domiciliari in una struttura religiosa fuori regione ed è assistito dall’avvocato Mario Zanchetti del foro di Milano, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, avvenuto per rogatoria, non ha risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari. Pesanti le accuse nei suoi confronti: si sospetta che possa aver somministrato alcol o sostanze chimiche alle sue vittime, alcuni giovani tutti maggiorenni, per stordirle e renderle incapaci di opporsi. Una decina, da quanto si è appreso, sarebbero gli episodi contestati. Le indagini sono state condotte dalla squadra mobile sotto il coordinamento del pubblico ministero Emilio Pisante.

    Nel maggio scorso don Stefano Segalini aveva lasciato, in accordo con il vescovo Ambrosio, l’incarico di parroco di San Giuseppe Operaio, una delle parrocchie cittadine più popolose dove era arrivato nel 2014; una decisione che lo stesso vescovo aveva spiegato ai fedeli parlando di “presunti e deprecabili comportamenti”. Dopo la notizia dell’arresto la Diocesi era intervenuta per voce del vicario generale Monsignor Luigi Chiesa, dicendosi profondamente addolorata: “Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità. Assicuriamo preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio”.

    Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

  • Abusi sessuali su seminarista in Vaticano, sacerdote nei guai

    Abusi sessuali su seminarista in Vaticano, sacerdote nei guai

    Violenza sessuale con l’aggravante dell’abuso di autorità. La procura di Roma è pronta a chiudere le indagini nei confronti di Don Gabriele Martinelli. Le accuse mosse dagli investigatori, nei confronti del sacerdote 26enne riguardano presunti episodi di abusi avvenuti dentro la Città del Vaticano. La vittima è un seminarista del Preseminario San Pio X che ospita i chierichetti che prestano il servizio liturgico nella Basilica di San Pietro con il Papa. «Il Preseminario – come è scritto nel sito internet- accoglie ragazzi della scuola media».

    L’INCHIESTA
    Ebbene lo stesso Don Martinelli, adesso è un sacerdote, era un seminarista. Tuttavia rispetto alla vittima, all’epoca delle presunte violenze, rivestiva un ruolo superiore. Una sorta di capo classe. Martinelli avrebbe sfruttato questa sua posizione per imporsi nei confronti dell’altro seminarista. Da qui l’ipotesi dell’aggravante dell’abuso di autorità. Un’inchiesta delicata portata avanti dai carabinieri e dal pubblico ministero Stefano Pizza. Gli inquirenti hanno potuto lavorare a questo caso, su episodi che riguardano uno stato straniero, anche in virtù di una serie di accordi che derivano dai Patti Lateranensi.

    Gli episodi indicati nella denuncia, sporta dal seminarista, riguardano casi di violenze che si sarebbero consumati intorno al 2012. Tuttavia la vittima ha accusato Don Martinelli di averlo molestato anche in anni precedenti. Quando entrambi erano minorenni, tanto che anche la procura dei minori ha aperto una fascicolo (a carico di ignoti) per fare piena luce sul caso. Oltre alla giustizia italiana si sarebbe interessata del caso anche quella Vaticana. Intanto Gabriele Martinelli, il 10 giugno del 2017, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Como.

    ABUSO SUORA
    Non è certo questa l’unica inchiesta della magistratura romana che crea forti imbarazzo in Vaticano. I primi di giugno la procura ha deciso di chiedere il rinvio a giudizio per padre Giovanni Salonia, tra i più affermati psicoterapeuti operanti nel mondo ecclesiale, accusato da una suora di violenza sessuale, con l’aggravante, per i pm, di «avere agito per motivi abietti». Salonia, appartenente all’Ordine dei cappuccini, con alle spalle amicizie importanti, tra cui l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, si è sempre proclamato innocente. «Nella veste di psicoterapeuta e nello stesso tempo di sacerdote si legge nel capo di imputazione – costringeva la sua suora, sua paziente, a compiere e subire atti sessuali» in diverse incontri tra il 2009 e il 2013.

    L’incidente probatorio, disposto a marzo dal Tribunale, deve avere fugato ogni dubbio al magistrato che ha ritenuto necessario richiedere il processo. Due anni fa Papa Francesco era intenzionato a promuovere Salonia vescovo ausiliare di Palermo, dietro sponsorizzazione di Lorefice, salvo poi cambiare idea poco prima della nomina.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molesta_seminarista_sacerdote_don_gabriele_martinelli_violenza_sessuale-4664502.html

  • Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Un file audio nel quale sarebbero stati raccontati abusi subiti da due persone adulte in circostanze differenti da parte di Don Stefano Segalini ha fatto scattare le indagini della squadra mobile. Accertamenti delicati e complessi che hanno concorso a costruire un quadro indiziario che ha poi portato all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex parroco di San Giuseppe operaio che ora si trova agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità (articolo 613 del codice penale). Gli inquirenti, guidati da Serena Pieri e coordinati dal sostituto procuratore Emilio Pisante, avrebbero acquisito il “vocal” grazie ad un padre preoccupato: la figlia, inserita in un gruppo Whatsapp dopo aver ascoltato il file si sarebbe rivolta al papà molto scossa. A quel punto il genitore aveva chiesto aiuto alla polizia. Ne sarebbe emerso un racconto crudo, dettagliato e credibile che descriveva come i due uomini, storditi da qualche sostanza, sarebbero stati abusati, senza poter reagire né opporre resistenza.

    A quel punto, giorno dopo giorno, ascoltate di persona le due vittime, sarebbero emersi almeno altri otto episodi: forse capendo di poter essere capiti e protetti, i ragazzi hanno cominciato a parlare, con loro altri giovani che gravitavano nell’ambiente parrocchiale. Era aprile 2019, e a maggio il don è stato destituito dal suo incarico: autonomamente e parallelamente stava indagando anche la Diocesi che voleva vederci chiaro circa alcuni esposti ricevuti che descrivevano comportamenti deprecabili e non idonei al ruolo tenuti dal don. A dare l’annuncio ai fedeli della parrocchia di via Martiri della Resistenza era stato il vescovo Gianni Ambrosio. Don Segalini era stato allontanato e collocato in una “casa di cura spirituale” in Lombardia. Il 31 luglio l’arresto, disposto dal gip Luca Milani basato su una misura cautelare nel corso di un’indagine, quella della polizia, che non è ancora terminata, tanti i tasselli che mancano per ricostruire quello che sarebbe accaduto: la procura ha però valutato, sulla base dei primi riscontri, che possano sussistere una o più delle cosiddette esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, o di reiterazione del reato). Nei prossimi giorni il sacerdote piacentino verrà ascoltato per l’interrogatorio di garanzia, è difeso dall’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano).

    «La notizia dell’arresto di don Stefano Segalini –  interviene a nome della Diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Luigi Chiesa, vicario generale – e del provvedimento cautelare deciso dalla magistratura ci addolora profondamente. Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità». «Assicuriamo  – prosegue – preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio. Per la delicatezza della situazione e il rispetto dell’operato della magistratura nelle indagini in corso, riteniamo doveroso non rilasciare ulteriori commenti. E se queste notizie ci riempiono di dolore, proprio per questo come cristiani siamo chiamati tutti ancor più urgentemente a dare testimonianza responsabile ed evangelica perché, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, anche attraverso queste ferite ci sia una rinascita».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/abusi-sessuali-don-stefano-segalini-arresto.html

  • Prete indagato per pedofilia – L’accusa: molestò un bimbo

    Prete indagato per pedofilia – L’accusa: molestò un bimbo

    MANTOVA – Un sacerdote dell’Alto Mantovano è stato denunciato per violenza sessuale nei confronti di un minore. La procura della Repubblica ha già aperto un fascicolo d’indagine.

    Le violenze sarebbero iniziate nel 1987 quando la vittima aveva soltanto cinque anni, per poi continuare fino al 1992, periodo in cui il bambino frequentava la parrocchia e l’oratorio.

    Presunte molestie da parte del prete che in un primo momento il bambino era stato indotto a pensare fossero cose normali.

    Con il passare degli anni, però, quel bambino si è reso conto che quei gesti avevano un significato molto diverso. E ha cominciato a soffrirne.

    Oggi quel bimbo ha 37 anni e per cercare di superare quel trauma si è dovuto rivolgere ad alcuni psichiatri che, alla fine, vincendo la sua resistenza, sono riusciti a farlo parlare.

    Vincendo la vergogna che per anni lo aveva zittito, nei giorni scorsi si è presentato dai carabinieri e ha raccontato tutta la sua verità.

    Ha raccontato con estrema precisione le violenze subite quando frequentava l’oratorio.

    Ora gli uomini dell’Arma sono al lavoro per trovare ulteriori riscontri a quelle terribili accuse. Il bambino sarebbe stato molestato a partire dall’età di cinque anni da un prete che ora di anni ne ha 76.

    Un’indagine svolta nella riservatezza più assoluta, ma assolutamente dovuta per la gravità delle accuse.

    L’uomo, secondo quanto appreso, non poteva più reggere il peso di quelle violenze tenute nascoste troppo a lungo.

    (trascrizione da La Gazzetta di Mantova del 20 luglio 2019)

  • «Molestie su ragazzine», il sacerdote è stato assolto

    «Molestie su ragazzine», il sacerdote è stato assolto

    L’accusa aveva chiesto 3 anni per lui e 6 mesi per una donna (favoreggiamento). I fatti risalivano al 2010, i primi atti di indagine avvennero nel maggio 2013

    GROSSETO. Assolto perché il fatto non costituisce reato dall’accusa di aver molestato una ragazzina di non ancora 14 anni, di cui secondo l’accusa aveva toccato il seno. Assolto perché il fatto non sussiste dall’accusa di aver palpeggiato un’altra ragazzina, dandole anche un bacio vicino alle labbra. Assolto, ancora perché il fatto non sussiste, dall’accusa di aver abbracciato e palpeggiato il seno di una terza ragazzina, questa di poco più grande.

    «È finito un calvario durato sei anni», commenta dopo la lettura della sentenza l’avvocato Lorenzo Mascagni, codifensore con il collega Giacomo Gonzi di Siena, del sacerdote 56enne imputato di tre casi di violenza sessuale che sarebbero avvenuti nel corso del 2010. Il collegio del Tribunale (Giovanni Puliatti presidente, Gian Marco De Vincenzi, Beatrice Bechi) è tornato in aula per leggere il dispositivo dopo circa un’ora di camera di consiglio. Brevissima l’udienza di ieri, cui il parroco era presente (come nelle altre volte): le richieste erano state formulate nell’udienza precedente, a marzo. L’accusa (il pm Giovanni De Marco che aveva ereditato il fascicolo) aveva sollecitato una condanna di tre anni e sei mesi per il sacerdote, ritenendo il dibattimento avesse chiarito le dinamiche e le responsabilità. Per lui ma anche per la donna di 53 anni imputata di favoreggiamento, che secondo l’accusa avrebbe aiutato il parroco a eludere le indagini affermando in due occasioni di non ricordare il contenuto di una riunione tenutasi alla presenza di lui e di due delle tre ragazzina, da lei stessa organizzata in seguito alle confidenze da loro ricevute in merito alla presunta violenza sessuale riferita. Per lei la richiesta era stata di sei mesi. È stata assolta anche lei, il fatto non sussiste, difesa dall’avvocato Giuseppe Nicosia. Nel processo era presente anche una delle (allora) ragazzine, costituitasi parte civile con l’avvocato Alberto Solari: questi si era associato alle richieste dell’accusa mentre tutti e tre i difensori avevano sollecitato l’assoluzione, con arringhe articolate anche in merito alle discrasie emerse in fase di dibattimento, che si è svolto a porte chiuse. L’udienza di ieri sarebbe dovuta servire alle repliche, ma il pm (in aula la dottoressa Anna Pensabene) ha rinunciato a farle e così il collegio è entrato subito in camera di consiglio per la decisione.

    Il sacerdote aveva lasciato la parrocchia e per qualche tempo si era tenuto in qualche modo lontano dal ministero. Poi è tornato ad amministrare una comunità. Non interrogato in fase di indagine, si è poi fatto esaminare in aula. L’esatto opposto dell’altra imputata.

    «Siamo molto soddisfatti per l’esito del processo», commenta l’avvocato Nicosia. «Devo leggere le motivazioni», si limita a dire l’avvocato Solari. Motivazioni che saranno depositate entro 80 giorni.

  • Novara, violenza sessuale su tre giovani: prete condannato a quattro anni

    Novara, violenza sessuale su tre giovani: prete condannato a quattro anni

    Ha molestato alcuni giovani ospiti della struttura religiosa in cui prestava servizio, uno dei quali minorenne. Per il gup di Novara Andrea Guerrerio non ci sono dubbi sulla colpevolezza di don Benedict Emeka Onyema, 59 anni, di origine nigeriana e vent’anni di sacerdozio alle spalle, già collaboratore delle attività alla Comunità Samuel dell’Opera Don Guanella a Novara: ieri l’ha condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione con giudizio abbreviato.

    Ai domiciliari in provincia di Sondrio, difeso dall’avvocato Renzo Inghilleri, Onyema era accusato di violenza sessuale aggravata ai danni di tre ragazzi di religione musulmana, nessuno dei quali si è costituito parte civile per chiedere i danni. Per lui il pm Nicola Serianni aveva chiesto 8 anni con lo sconto di un terzo per il rito alternativo, quindi 5 anni e 4 mesi. Il giudice ha escluso l’aggravante dell’abuso della qualità di ministro di culto e ha prosciolto l’imputato dall’imputazione di violenza privata, per aver malmenato una delle vittime con un pugno nel tentativo di convincerlo a non fare denuncia. Come chiesto dalla stessa difesa, il reato è stato riqualificato in percosse, non procedibile d’ufficio; e, in assenza di querela, è arrivato il non doversi procedere. Il legale del sacerdote nigeriano aveva chiesto l’assoluzione sostenendo che non c’erano riscontri alle dichiarazioni dei tre ragazzi. Scontato l’appello.

    A rivolgersi alla polizia era stato uno dei giovani vittime delle «attenzioni particolari». Circa due anni fa aveva segnalato che un sacerdote della congregazione Don Guanella, che si occupa di bisognosi, orfani, malati, emarginati, era solito allungare le mani e invitare alcuni di loro ad assistere alle sue pulsioni sessuali. In base a quanto raccontato, non si trattava di rapporti sessuali completi ma di toccamenti e palpeggiamenti. Le molestie sarebbero avvenute in momenti in cui il religioso era da solo coi ragazzi per colloqui e altre attività della comunità.

    Sono così partite le indagini e sono stati ascoltati anche altri ospiti della struttura residenziale di via Monte San Gabriele, uno minorenne. Hanno confermato il racconto del compagno e il 28 dicembre 2017 era scattato l’arresto. Nei mesi successivi don Onyema ha manifestato un profondo stato di depressione, tant’è che uno psicologo dell’Asl ha redatto una relazione in cui si sollevava dubbi sulla capacità di intendere e volere e di poter subite un processo. Alla vigilia dell’udienza, però, una perizia disposta dal tribunale lo ha dichiarato capace di comprendere le accuse che gli venivano mosse e quindi di stare in giudizio. Ieri, infine, il processo.