Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • Palermo, condannato prete: abusi sulle parrocchiane durante esorcismi

    Palermo, condannato prete: abusi sulle parrocchiane durante esorcismi

    Le vittime si rivolgevano a padre Salvatore Anello chiedendo esorcismi per liberarsi di problemi materiali e psicologici. Il sacerdote approfittava dei riti per commettere atti sessuali

    Il Tribunale di Palermo ha condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione, per violenza sessuale, padre Salvatore Anello, che secondo l’accusa avrebbe molestato e palpeggiato alcune parrocchiane. Le vittime si sarebbero rivolte al prete per chiedergli degli esorcismi: questi, da parte sua, prometteva di liberarle dai problemi materiali e psicologici di cui soffrivano. Ad accusare il sacerdote sono state alcune delle vittime, che hanno raccontato come padre Anello abbia approfittato della loro vulnerabilità per commettere atti sessuali. Il frate era finito in cella insieme a un colonnello dell’esercito, Salvatore Muratore, animatore della comunità ‘Rinnovamento dello Spirito Santo’, a cui vengono contestati gli stessi reati. Il militare, però, ha scelto il rito abbreviato ed è già stato condannato a sei anni e due mesi.

    I racconti delle vittime

    “Ero in uno stato di soggezione. Non ero lucida ed ero emotivamente dipendente dalla preghiera perché all’inizio mi faceva stare meglio. Mi rendevo conto che quello che faceva padre Anello non era giusto, ma non riuscivo a non andare agli appuntamenti”, ha raccontato una delle vittime agli inquirenti. La donna ha deposto al processo in cui Anello è imputato. La teste ha ricordato come aveva iniziato a frequentare il frate cappuccino e come il rapporto era diventato ben presto ambiguo. Il prete aveva cominciato a farle delle avances durante la preghiera e a toccarla. Stesso trattamento avrebbe riservato alla figlia minorenne della donna, che aveva problemi di salute. La ragazza, insieme ad altre vittime minori, è stata sentita in incidente probatorio. Analogo il racconto dell’altra vittima del frate, anche lei sentita al processo. L’accusa in giudizio è sostenuta dalla pm Giorgia Righi. Il religioso teneva incontri di preghiera per ottenere la “guarigione e liberazione dai demoni”.

    https://tg24.sky.it/palermo/2019/05/28/palermo-condannato-prete-abusi-sessuali.html?fbclid=IwAR0sMJwoDT79Y9F5q2ayTHQlgqrytznMq7-6vIJzaZK4oJVV9NdOcZeGJlI

  • FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ/ “Vi racconto il castello degli orrori”

    FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ/ “Vi racconto il castello degli orrori”

    Il castello degli orrori: così viene chiamato “Il Forteto”. A parlarne oggi a La Vita in Diretta una vittima: Sergio Pietracito a 18 anni è entrato nella cooperativa per lavorare all’interno dell’azienda agricola. «Tutti i giorni erano uguali. Si lavorava dalla mattina alla sera. C’era una netta separazione tra uomini e donne, non ci si poteva guardare. E i rapporti dovevano essere solo omosessuali». E i proventi del lavoro andavano alla cooperativa. C’è poi un aspetto molto delicato, quello degli affidi. Il Tribunale dei minori li affidava all’azienda agricola. E su questo c’è una commissione d’inchiesta parlamentare. «Al Forteto sono entrati molti minori, circa 86, e alcuni anche dopo la condanna a Rodolfo Fiesoli». Sul “profeta” dice con rammarico: «È libero grazie ad un cavillo in attesa della Cassazione». Sergio Pietracito, presidente dell’associazione Vittime di Forteto, parla anche di famiglie che vendevano i propri figli inventando reati. Le violenze non venivano risparmiate a nessuno: «Ribellarsi voleva dire scappare, come ho fatto io». (agg. di Silvana Palazzo)

    FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ

    Per circa un trentennio all’interno della cooperativa “Il Forteto” furono commessi abusi psicologici e sessuali nei confronti di minori e disabili. Quelle persone che il Tribunale dei minori aveva affidato alla comunità, associata ad un’azienda agricola, sono diventate vittime di un caso che oggi torna d’attualità. Una commissione parlamentare dovrà capire perché quella comunità sia stata accreditata come interlocutore istituzionale, nonostante provvedimenti giudiziari per abusi sessuali commessi al suo interno. «So che non renderemo mai l’infanzia alle vittime del Forteto, ma lo Stato chiede scusa, anche se dopo 40 anni, e farà tutto il possibile perché si faccia giustizia», aveva dichiarato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annunciando la svolta in conferenza stampa. Lo stesso Guardasigilli ha affrontato personalmente la questione: appena entrato in parlamento presentò una mozione, poi respinta dal governo nel 2015. Ma non è questo l’aspetto più incredibile di questa vicenda. E lo sa bene Bonafede: «Quello che è incredibile nella vicenda del Forteto è che era il tribunale che accompagnava le vittime al Forteto».

    COMMISSIONE PARLAMENTARE SU ABUSI FORTETO

    Un aspetto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede spiega con una metafora: «Lo Stato accompagnava le vittime sulla soglia del cancello dell’inferno e le faceva entrare. Posso dire che le porte di quell’inferno sono state chiuse». Per il Guardasigilli però c’è ancora molto da fare per fare piena luce sulla vicenda. A lavoro il commissario della struttura, l’avvocato Jacopo Marzetti, e la commissione d’inchiesta. Fondata negli anni ’70, la cooperativa “Il Forteto” era una delle principali comunità di recupero per minori provenienti da famiglie disagiate. Con gli anni è finita al centro di vicende giudiziarie, anche con condanne. Nonostante ciò ha proseguito la sua attività. Dopo una prima condanna del fondatore Rodolfo Fiesoli nel 1985, l’attività continuò e sulla vicenda si divise anche la magistratura. La “protezione” di Fiesoli cadde nel 2011 quando fu arrestato di nuovo per violenza sessuale su minori. La Procura di Firenze riprese a scavare negli orrori della comunità, del resto erano coinvolti anche collaboratori. Ma a seguito di una sentenza della Cassazione del 5 luglio scorso ci fu la scarcerazione di Rodolfo Fiesoli. Ora le vittime tornano a chiedere nuovamente giustizia.

    FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ/ “Vi racconto il castello degli orrori”

  • Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Rischiava una condanna a sette anni di reclusione. Tanti ne aveva chiesti il pubblico ministero nei confronti di don Gianni Bekiaris. Ma quando il tribunale di Frosinone (presidente Farinella, a latere Doglietto e Tamburro) pronuncia la sentenza, poco prima delle venti, dichiara estinti per prescrizione la violenza sessuale e le lesioni personali gravissime. In precedenza, nel primo pomeriggio, il pubblico ministero Adolfo Coletta aveva chiesto una condanna a sette anni, ma solo per le lesioni. Le violenze sessuali quando il ragazzo era ancora minorenne non sono state ritenute provate dall’accusa, da qui la sola richiesta di condanna per le lesioni personali gravissime, conseguenza, secondo il pm, di una serie indeterminata di abusi che l’accusa ha ritenuto accaduta nel corso del tempo. Ma è stato proprio il trascorrere del tempo ad avere un peso determinante: troppo ne è passato per arrivare a una condanna.

    Ora bisognerà attendere 90 giorni per le motivazioni. Comunque soddisfatta la difesa del religioso, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Pizzutelli, al termine di un processo lungo, difficile e carico di tensione. Bisognerà capire se la procura intenderà proporre appello.

    Tanti i testimoni sfilati in aula. Tra le dichiarazioni ascoltate dal tribunale quelle della vittima (rappresentata dall’avvocato Carla Corsetti), dei genitori e dello psicologo, un altro religioso, con il quale il ragazzo aveva intrapreso un percorso, nel periodo 2010-2011, culminato con la “confessione” delle violenze subite ai genitori. Chiamati a testimoniare il vescovo di Frosinone Ambrogio Spreafico e don Giuseppe Principali, componente del tribunale ecclesiastico che ha giudicato don Gianni. Entrambi hanno opposto il segreto ministeriale. Da qui la scelta del tribunale di non sentirli.

    Secondo quanto dichiarato in aula dalla madre, il figlio avrebbe subito le prime molestie ai tempi del catechismo. Secondo la denuncia la vittima era stata costretta a subire le violenze da quando aveva otto anni fino a 23. «È Dio che ci ha uniti», erano state le parole attribuite dal ragazzo al religioso. La prima violenza completa – secondo la madre – si sarebbe consumata a 11 anni, in occasione di una vacanza in Abruzzo. Violenze che la consulenza del pm avrebbe confermato.

    La difesa del religioso, all’inizio del processo, aveva chiesto l’esclusione della parte civile sulla base di un accordo transattivo, intervenuto dopo la condanna del tribunale ecclesiastico. Ma la parte civile, che ha sempre sostenuto danni permanenti, è rimasta in giudizio. Tra gli elementi introdotti nel processo dalla difesa il consulente di parte, che ha escluso il verificarsi delle violenze. Secondo questi il disturbo della personalità della parte offesa non sarebbe stato correttamente diagnosticato per il mancato rispetto dei protocolli. Il consulente aveva ritenuto che il disturbo fosse incompatibile con lo stato di soggezione psicologica che il ragazzino avrebbe manifestato. Sentiti diversi fedeli che frequentavano la parrocchia.

    https://www.ciociariaoggi.it/news/cronaca/73966/lesioni-e-abusi-su-un-giovane-parrocchiano-prescrizione-per-don-gianni?fbclid=IwAR0F4aMbePbBROMDZnMRmMGLVs1RoUuuikQJ0J39QBvBQ0kmLd-BdzHXt_o

  • Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Di Francesco Zanardi – Poche righe di premessa per poter comprendere, tenendo sempre presente come chiave di lettura, che le leggi emesse da qualunque paese, compreso lo Stato della Città del Vaticano, hanno validità solamente all’interno dello Stato e nelle rispettive extraterritorialità.

    La Crimen Sollicitationis, è un documento segreto (mai abrogato) stilato nel 1962  da Alfredo Ottaviani (per conto del Vaticano).

    Quel documento, regolamentava, cioè spiegava alle gerarchie, come gestire internamente i casi di pedofilia, come redimere i sacerdoti che si macchiavano di tale crimine, che però, per la chiesa, ancora oggi non è un crimine contro la persona ma un crimine contro Dio.

    I preti pedofili sono un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, al punto tale da richiederne già all’ora una norma interna.

    Quella norma restò segreta fino al 2001, quando dopo lo scandalo di Boston, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che all’epoca era a capo dell’ex Santa Inquisizione, oggi ammodernata nel nome e nota come Congregazione della Dottrina della Fede, sotto il pontificato del papa polacco Giovanni Paolo II, ricordò ai vescovi di tutto il mondo – tramite un secondo documento, una lettera, la De Delictis Grvioribus – che il documento del 1962, era tutt’ora in vigore e lo inasprì, inserendovi il segreto pontificio.

    Fu proprio dietro quella lettera del 2001, che l’allora cardinale Ratzinger, nel 2005, dopo lo scandalo di Boston, fu portato alla sbarra da un avvocato di Houston, Daniel Shea. C’eravamo quasi nel 2005, ma di li a poco il cardinale Ratzinger viene eletto papa, ed immediatamente chiede al Presidente Georg Bush l’immunità, che le viene prontamente concessa.

    La chiave di lettura dei vari motu propri, è che vanno ad aggiungersi alle precedenti direttive che non sono mai state abrogate e ai medesimi riferimenti del codice canonico.

    Il Motu proprio pubblicato il 9-5-2019 dal nome “Vos estis lux mundi” è un testo eccezionalmente “criminale” sotto certi aspetti, che persevera nel non rendere alcuna giustizia alla vittima, ma solamente a Dio. Ovviamente anche la chiesa ci guadagna qualcosa oltre a non risarcire la vittima, l’immagine dell’istituzione.

    Nel documento è completamente sparita qualunque forma di collaborazione o indicazione di denuncia all’autorità civile del paese dove i crimini vengono commessi, l’unica soluzione tra le altre cose che renderebbe effettiva giustizia, oltre che a Dio, una volta tanto anche alla vittima, ma è più che evidente che quest’ultime non siano l’interesse della chiesa.

    Il Motu proprio, unito ai primi due documenti; il primo del 1962 che regolamentava la gestione dei casi e, il secondo del 2001 che sul primo inseriva l’obbligo per le gerarchie del Segreto Pontificio, non lasciano spazio che ad un’unica chiave di lettura; OMERTA’ assoluta per i tutti membri del clero.

    Sulla base di quanto premesso, analizziamo il documento partendo dalla sua natura ovvero, l’ambito di applicazione Art.1, par. a) si legge “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo” – “Non commettere atti impuri”.

    Come detto in precedenza, l’oggetto del Motu proprio è Dio e non il minore vittima del sacerdote, anch’esso attore insieme al prete dell’atto impuro contro Dio.

    All’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati.

    • 1. Tenendo conto delle indicazioni eventualmente adottate dalle rispettive Conferenze Episcopali, dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Patriarcali e delle Chiese Arcivescovili Maggiori, o dai Consigli dei Gerarchi delle Chiese Metropolitane sui iuris, le Diocesi o le Eparchie, singolarmente o insieme, devono stabilire, entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico. Le Diocesi e le Eparchie informano il rappresentante Pontificio dell’istituzione dei sistemi di cui al presente paragrafo.

    Al primo paragrafo vediamo regolamentato un vero e proprio servizio di intelligence che istruisce l’acquisizione attraverso sportelli diocesani, delle segnalazioni delle sciagurate vittime che si presenteranno a quegli sportelli, regolamentandone quella che chiamano la “protezione dei dati” acquisiti dalle vittime, ma che non è in tutela delle stesse vittime, ma della chiesa.

    Sarebbe infatti importante vedere – nel caso la vittima, insoddisfatta delle procedure della chiesa decidesse di rivolgesi successivamente all’autorità civile – che uso verrebbe fatto delle informazioni fornite fino a quel momento allo sportello diocesano?

    Teniamo ben presente che la diocesi, è quella che in caso di un processo in un tribunale civile, fornirà la difesa al prete, la domanda è quindi d’obbligo.

    Nel Motu proprio, a riguardo non c’è nulla e l’articolo 2, se è pur vero che ha come titolo – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati, è anche vero che non è rivolto alla vittima, ma ai dati acquisiti dalla chiesa e alla loro protezione affinchè non fuoriescano.

    Vediamo infatti ai successivi tre paragrafi;

    • 2. Le informazioni di cui al presente articolo sono tutelate e trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza ai sensi dei canoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2 CCEO.
    • 3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.
    • 4. Agli effetti del presente titolo, alle Diocesi sono equiparate le Eparchie e all’Ordinario è equiparato il Gerarca.

    Le informazioni sono sottoposte a segretezza (verso l’esterno) , ma internamente invece, vengono inviate a più soggetti oltre al ricevente; (§3) all’ordinario  del luogo (in genere il vescovo), all’ordinario della persona segnalata, ovvero chi attualmente la ha in carico.

    Un devoto cattolico, Giulio Andreotti, diceva che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” e qui, c’è davvero poco da pensare male perché da quel famoso documento del 1962 tutt’ora in vigore, la chiesa ha sempre insabbiato e nascosto – a danno delle vittime e producendone delle nuove – sempre sulla base delle informazioni acquisite da chi denunciava i preti criminali e all’Art. 2, per chi non se ne fosse ancora accorto, viene addirittura regolamentata l’intera procedura, come in passato utile ad allertare, insabbiare, fare sparire il più possibile le prove e se è il caso anche il prete, che troverà rifugio sicuro in una delle c.d. “comunità per preti pedofili” – di cui si parla approfonditamente nel libro Giustizia Divina, di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere).

    La “Vos estis lux mundi”, nella sostanza riconferma come i precedenti documenti, la stessa procedura che in questi anni ha permesso ai preti pedofili di abusare di minori e sfuggire alla giustizia civile.

    Certo, con tale procedura, qualora la vittima decidesse di rivolgersi successivamente all’autorità civile, questi troverebbero solo un tale inquinamento di prove, da rendere nulla qualunque indagine e insostenibile qualunque accusa.

    Come sempre, nessun cenno di indennizzi per le vittime e le proprie famiglie, tranne la solita assistenza spirituale, l’ascolto e l’indirizzamento presso centri medici e psicologici di terze parti, (sanità pubblica o convenzionati).

    A girare il coltello nella piaga allo Stato italiano però, ci ha subito pensato Charles Scicluna che dopo il Motu proprio “beffardo”, ribadisce che a far arrivare alla magistratura le denunce, ci deve pensare lo Stato.

    E qui, il problema è enorme, perché proprio lo Stato italiano, giusto lo scorso 28 febbraio, è stato pesantemente accusato dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, che al punto 21 della Relazione conclusiva, lamenta l’inerzia dello Stato ai danni dei propri cittadini e la connivenza con la chiesa in materia di pedofilia;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    La chiesa cattolica ha un grande problema.

    No, non è la pedofilia, ma il Vaticano che anziché emettere un semplice decreto risolutivo come ordinare ai vescovi la denuncia all’autorità civile, diabolicamente persevera nell’attuare quelle politiche che da sempre hanno garantito l’ingiustizia alle vittime e l’impunità ai colpevoli.

    di Francesco Zanardi

  • Abusò di dieci bambini, ex prete condannato a 20 anni di carcere

    Abusò di dieci bambini, ex prete condannato a 20 anni di carcere

    Vent’anni di reclusione per l’ex sacerdote foggiano Giovanni Trotta. La Corte d’appello di Bari non solo ha confermato la condanna di primo grado, ma l’ha aumentata di due anni: in prima battuta la pena inflitta all’ex prete era stata di 18 anni. Trotta è stato condannato per violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico e adescamento di minori. Nel 2014 abusò di 10 minorenni di età compresa fra gli 11 e i 13 anni. Trotta dovrà anche pagare una multa di 150.000 euro.

    La prima vittima a venire allo scoperto era stato un bambino di 11 anni per il quale l’ex sacerdote è stato condannato a 6 anni con pena definitiva. Fu indagando su quel primo caso che gli investigatori della Polizia postale scoprirono gli altri 9 episodi, tutti riconducibili allo stesso periodo e commessi con le stesse modalità. L’ex sacerdote avrebbe violentato per mesi i minori affidati alla sua custodia in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dai bambini. Era anche loro insegnante nel doposcuola. Dei minori avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli atti sessuali.

    Trotta venne ridotto allo stato laicale fin dal 2012 proprio per i gravi crimini commessi, ma il giudice di Bari nell’ordinanza sottolineò l’atteggiamento superficiale tenuto dalle autorità ecclesiastiche che, anche dopo la riduzione allo stato laicale, «hanno mantenuto un silenzio assoluto sulla vicenda, consentendogli addirittura di continuare a indossare la tonaca e a farsi chiamare don Gianni, permettendo così all’imputato di continuare impunemente a frequentare i minori e a farne oggetto delle sue abominevoli perversioni».

  • Casapesenna, Papa Francesco riduce allo stato laicale il prete accusato di violenza sessuale

    Casapesenna, Papa Francesco riduce allo stato laicale il prete accusato di violenza sessuale

    Don Barone, arrestato insieme ad un poliziotto e ai genitori di una ragazzina sulla quale praticava esorcismi senza alcuna autorizzazione del vescovo, è  ancora in carcere e sotto processo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere

    Papa Francesco ha ridotto allo stato laicale don Michele Barone, il prete di Casapesenna, appartenente alla diocesi di Aversa e membro dell’Associazione “Piccola Casetta di Nazareth”. Don Barone, arrestato  il 23 febbraio del 2018, insieme ad un poliziotto e ai genitori di una ragazzina sulla quale praticava esorcismi senza alcuna autorizzazione del vescovo, è  ancora in carcere e sotto processo al Tribunale di Santa Maria CV  perché accusato di violenza sessuale aggravata e di maltrattamenti.

    A dare comunicazione del provvedimento nei confronti di don Michele Barone, è stata la stessa Diocesi di Aversa. “con Decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Santo Padre Francesco – è scritto nella nota – con suprema e inappellabile decisione, ha decretato la dimissione dallo stato clericale del Rev. Michele Barone, di questa Diocesi di Aversa e membro dell’Associazione “Piccola Casetta di Nazareth”.

    In conseguenza del provvedimento adottato don Barone “non potrà più esercitare il ministero sacerdotale ed è dispensato dagli obblighi e dagli oneri derivanti dalla Sacra Ordinazione”.

    “La Chiesa – fa sapere l’ufficio comunicazioni della Diocesi di Aversa –  anche quando applica la legge canonica nella sua legittima severità, ha come fine la salvezza delle anime, rimane in preghiera continuando a sostenere con fraterna carità quanti sono nella sofferenza”.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/05/06/news/casapesenna_papa_francesco_riduce_allo_stato_laicale_il_prete_che_praticava_esorcismi-225579171/
  • Padre Pierre, gli abusi sessuali  in collegio e quel cadavere  nel Tevere

    Padre Pierre, gli abusi sessuali in collegio e quel cadavere nel Tevere

    Quella mattina d’inverno in cui un pescatore seduto sulla sponda del Tevere, dalle parti di Vitinia, vide una massa informe galleggiare sull’acqua e poi accostarsi alla riva e infine assumere i contorni di una persona, meglio, di ciò che era stata una persona, neanche il più fantasioso dei complottisti all’ombra di Santa Romana Chiesa avrebbe potuto immaginare una trama nero-clericale tanto cupa e ricca di colpi di scena.

    Un pupazzo enfio e quasi irriconoscibile: fu con questa immagine raccapricciante – il 1° febbraio 2000, un mese dopo l’avvio del Grande Giubileo – che il biondo fiume restituì al mondo dei vivi l’involucro terreno di un uomo di Cristo, come parve subito chiaro. Impigliato ai vestiti, fu recuperato un rosario. Consultata la lista degli scomparsi, la polizia impiegò meno di 24 ore ad afferrare il bandolo. O, almeno, così si credette…

    «Eccolo, è lui! Lo cercano da quasi un mese». Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo, era uscito dal convento il 5 gennaio e non aveva fatto ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame di Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice. Il magistrato Christian Mirande l’aveva convocato nella cittadina dei Pirenei per il 12 gennaio, in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto nel collegio con i tetti di ardesia, i pinnacoli e il campo di calcio sul retro. Ma sul treno per la Francia padre Carricart non salì mai. Questo, almeno, davano ad intendere gli indizi raccolti…

    «È lui, anche se lo ricordo più basso…» Fu un confratello del Sacro Cuore a riconoscere il cadavere in obitorio. A quel punto le procedure accelerarono. Il nulla osta al rimpatrio fu concesso in tempi rapidissimi e la salma trasferita oltralpe per i funerali. Il rito della sepoltura fu officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram. Suicidio senza ombre, causato dai timori di una nuova carcerazione? La lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale dell’annegato, sembrò confermare uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando…»

    Caso chiuso? E invece no. Le vie del Signore… Fu proprio la solerzia del legale nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ad alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?» Gérard Boulanger, pure lui avvocato, ma di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò prima a evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto nei referti autoptici (1 e 75), e poi alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

    Altro che Mattia Pascal nelle rinnovate sembianze di un Adriano Meis… «Siamo alla pura fantascienza – scrolla oggi la testa un’eminente personalità della congregazione, che incontro sulla soglia della Casa Generalizia, in via Brunetti 27, dopo aver ripetutamente suonato al citofono – Fu una vicenda assurda: all’anticlericalismo fortemente radicato in Francia si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura». Fatto è che, nove mesi dopo, l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio che la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna».

    E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio: i laboratori di Genetica forense. Ma stavolta bastò poco – neanche un mese – per porre una pietra definitiva su voci e illazioni complottiste. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000, con malcelato sollievo.

    «La verità – sospira l’alto esponente dei Betharramiti – è che davanti alle accuse di violenza sessuale occorre procedere con equilibrio e capacità di discernere. Nessuno intende coprire i rei, sia chiaro. Ma lei sa quante volte le denunce contro i preti vengono depositate con leggerezza? Ha presente che spesso sono motivate da un desiderio di vendetta, legato magari ad altre motivazioni? Ha idea di quanto siano frequenti le accuse tardive, giunte molti anni dopo la morte dell’interessato, al solo fine di ottenere un ingiusto risarcimento?»

    Pensieri, parole, omissioni. Padre Pierre e il suo «doppio», mai esistito. L’onta del carcere, l’evocazione della croce sul Golgota, il calvario dei bimbi violati… Quanta umana sofferenza e quanti inquietanti misteri portò alla luce il Tevere quella mattina d’inverno, all’ombra del Cupolone, nella capitale della cristianità che s’affacciava sul suo terzo millennio, sotto gli occhi di un incredulo pescatore. (fperonaci@rcs.it)
    10 – continua

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_maggio_05/padre-pierre-abusi-sessuali-collegio-quel-cadavere-tevere-altri-gialli-b24e71b6-6f45-11e9-b2c7-6ec8794c8660.shtml

  • POLONIA: Scandalo pedofilia nella Chiesa polacca, centinaia di minori abusati

    POLONIA: Scandalo pedofilia nella Chiesa polacca, centinaia di minori abusati

    La pedofilia nella Chiesa, piaga morale che non cessa di sanguinare, nascosta per decenni e per decenni tollerata, continua a lacerare il corpo dei comunità religiosa cattolica, assumendo le sembianze di una crisi peggiore di quella che, con la vendita delle indulgenze, portò alla protesta di Lutero. Periodicamente emergono casi di abusi anche perché sempre più persone trovano il coraggio di denunciare, rompendo il muro di silenzio che da sempre circonda quello che – è bene ricordarlo – non è un peccato, né uno scandalo, ma un crimine.

    Il ‘libro nero’ della pedofilia polacca

    Nel marzo scorso la Conferenza episcopale polacca ha reso noti centinaia di casi di violenze sessuali su minori. Un vero e proprio ‘libro nero‘ che monsignor Wojciech Polak ha consegnato nelle mani di papa Bergoglio. I numeri, mostrati durante una conferenza stampa da padre Wojciech Sadlon, direttore dell’Istituto di statistica della Chiesa polacca, lasciano senza parole: 625 minori, di cui 345 al di sotto 15 anni di età; ben 382 casi di sacerdoti e persino suore che hanno abusato sessualmente di minori tra il 1990 e il 2018. Già, perché malgrado negli ultimi anni il muro del silenzio sia crollato, la violenza sessuale non accenna a diminuire. In Polonia, dove la Chiesa è un’istituzione rispettata e potente, espressione dell’identità nazionale, la notizia ha straziato le coscienze.

    Il caso Jankowski 

    Tra i prelati coinvolti nello scandalo figura anche Henryk Jankowski, scomparso nel 2010, che fu uno dei più importanti sostenitori del movimento di Solidarność. In suo onore è stata persino eretta una statua nel centro di Danzica. Qualche settimana fa, nottetempo, quella statua è stata abbattuta. Gli autori del gesto hanno deposto  sulle macerie decine di mutandine di bambini.

    Alla fine del 2018 il caso di Jankowski era esploso sui media polacchi dopo che alcune delle sue presunte vittime avevano raccontato degli abusi subiti. Già allora alcune proteste ebbero luogo ai piedi della statua, segno che il disagio e la rabbia stanno crescendo all’interno della società malgrado la tradizionale religiosità dei polacchi e la loro fiducia verso l’operato del clero.

    Fare pulizia?

    A realizzare il ‘libro nero’ è stata la stessa Chiesa polacca. Un segno evidente di come le autorità religiose locali siano decise ad affrontare la piaga della pedofilia sulla scorta dell’impegno che in tal senso proviene dalle massime autorità vaticane.

    La fine dell’impunità del clero polacco, finora intoccabile, è un segno evidente del rinnovato clima ma molte restano le incertezze e i passi indietro, come dimostra il recente scritto di Benedetto XVI che, accusando il clima del Sessantotto di aver portato nella Chiesa costumi sessuali impropri, tra cui la pedofilia, dichiara il problema come esterno alla Chiesa: una Chiesa pura, ma inquinata da agenti esterni, dal secolarismo, dalla modernità. Una visione che sconforta e che molti, più o meno implicitamente, sembrano sostenere: Marek Jedraszewski, arcivescovo di Cracovia, in merito alla pubblicazione del dossier sugli abusi sessuali in Polonia, ha dichiarato che “la Chiesa deve stigmatizzare il male, ma deve anche mostrare misericordia con i colpevoli, se cercano una conversione interiore, se esprimono rimpianto”. Il pentimento e la conversione, dunque, possono salvare l’anima del peccatore. Ma basterà qualche Ave Maria a cancellare un crimine?

    POLONIA: Scandalo pedofilia nella Chiesa polacca, centinaia di minori abusati

  • NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO

    NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO

    Un dossier sulla pedofilia nella Chiesa cattolica: due interviste (a Federico Tulli e Francesco Zanardi) e la posizione di «Noi siamo Chiesa»

    Le interviste – di Carlotta Pedrazzini – a Federico Tulli e Francesco Zanardi sono riprese dal numero di maggio di «A rivista anarchica».

    Federico Tulli, giornalista e redattore di “Left”, racconta di come la chiesa sia da sempre impegnata a coprire il fenomeno, numericamente mostruoso, delle violenze sessuali su minori commesse dai sacerdoti. Per la chiesa, e per il suo capo Jorge Mario Bergoglio, l’abuso di un bambino è un peccato di lussuria indotto dal diavolo. Non una violenza contro un essere umano. E della responsabilità individuale dei sacerdoti (e di quella collettiva della chiesa) non c’è traccia.

    Carlotta – Sei stato il primo e unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani di pedofilia nella chiesa. Su quest’inchiesta è uscito il libro Chiesa e pedofilia. Il caso italiano(L’asino d’oro edizioni, 2014). Ora hai firmato un nuovo libro-inchiesta che racconta cosa succede agli uomini e alle donne di chiesa che il Vaticano considera “in difficoltà”, ossia pedofili, stalker, assassini. Cosa rivela il tuo ultimo lavoro?

    Federico – Questo libro, scritto con Emanuela Provera, s’intitola Giustizia divina (Chiarelettere, 2018). Si tratta di un’inchiesta sul modo in cui la chiesa esercita l’azione penale nei confronti dei sacerdoti che compiono reati, ma in realtà si tratta anche di un’inchiesta su come lo stato italiano esercita l’azione penale nei confronti dei sacerdoti.

    Siamo partiti da due domande: quanti sono i sacerdoti in carcere in questo momento in Italia e che tipo di reati hanno compiuto? Queste domande ce le siamo poste nel 2015 e l’inchiesta è durata praticamente quasi tre anni. Le domande le abbiamo rivolte al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che è l’organo del ministero di giustizia che si occupa di monitorare, anche a livello statistico, la popolazione carceraria. Ma la cosa interessante è che il DAP non ci rispondeva, nonostante avesse l’obbligo di farlo.

    Alla fine, dopo due mesi dalla nostra richiesta, la risposta è arrivata e diceva che il dipartimento non aveva quel tipo di informazione. Come se il DAP non conoscesse la professione che svolgevano i detenuti prima di entrare in prigione. Abbiamo insistito per un anno e mezzo, perché sapevamo che il dato c’era. A un certo punto abbiamo ricevuto l’autorizzazione a rivolgerci direttamente ai 190 istituti di pena da noi individuati in Italia, e in un anno e mezzo siamo riusciti a ottenere una risposta da 125 amministrazioni carcerarie. In 70 non ci hanno mai risposto sebbene fossero obbligati a fornirci questo dato, richiesto in osservanza della privacy. Avremmo potuto insistere con una diffida ma abbiamo preferito non andare oltre.

    Cosa emergeva dai dati?

    I dati che avevamo raccolto dicevano che in carcere in Italia, tra il 2016 e il 2017, c’erano cinque sacerdoti e solo uno era rinchiuso per pedofilia. Un solo sacerdote in carcere in Italia per pedofilia ci sembrava un numero assolutamente esiguo e non rispondente alla realtà. Da fonti certe, infatti, sapevamo che ce n’erano almeno otto ed era possibile che si trovassero negli istituti che avevano preferito non risponderci. Comunque abbiamo confrontato questo dato con un altro; sapevamo che negli ultimi quindici anni in Italia sono stati denunciati per pedofilia circa trecento sacerdoti, e di questi almeno centoquaranta sono stati condannati dalla magistratura civile in via definitiva per abusi su minori. La fonte di questo dato è la Rete L’Abuso. A questo punto la domanda che ci siamo fatti è stata: dove sono tutte queste persone condannate per abusi su minori, visto che non sono in carcere? Da questo interrogativo è partita la seconda parte dell’inchiesta.

    Lo stimolo ci è venuto da un film di Pablo Larrain, Il club, che si svolge interamente in una casa molto isolata dove all’interno ci sono cinque sacerdoti, uno di questi è un pedofilo, uno ha collaborato con la dittatura di Pinochet, uno ha il vizio delle scommesse, uno è cleptomane e un altro è omosessuale. Questa struttura era utilizzata dalla chiesa cilena per far espiare le pene ai sacerdoti peccatori; questi rimanevano all’interno della struttura per un tempo non definito, lontano da occhi indiscreti, non denunciati alla magistratura civile.

    Vedendo quel film ci siamo chiesti: ma non sarà che quel tipo di struttura si trova anche in Italia ed è lì che vengono sistemati i sacerdoti che non abbiamo trovato in carcere? In estrema sintesi, la risposta è sì.

    Quindi cosa avete fatto? Vi siete messi alla ricerca delle strutture?

    Sì, con Emanuela ci siamo messi alla ricerca per tutto il paese e abbiamo realizzato il reportage che costituisce la spina dorsale del nostro libro. Anche questa, come l’inchiesta nelle carceri, è un’indagine giornalistica inedita. Abbiamo trovato diciotto strutture, ma sappiamo che ce ne sono almeno venti o ventuno. Nelle sole città di Milano e Roma ce ne sono molte.

    In questi luoghi, come nel film di Larrain, la chiesa italiana sistema quelli che il Vaticano chiama “sacerdoti in difficoltà”, è questa la dizione ufficiale.

    Si tratta di case di cura, spirituale e psicologica, in cui vengono sistemati anche i sacerdoti che hanno compiuto abusi sessuali su minori. Per quanto riguarda la pedofilia, abbiamo scoperto che in queste strutture transitano tre tipologie di sacerdoti che hanno compiuto abusi: quelli per cui la magistratura italiana autorizza misure alternative al carcere; quelli che sono lì perché la giustizia ecclesiastica li ha condannati per abusi e utilizza queste strutture per assisterli e curarli dal punto di vista spirituale – perché per la chiesa l’abuso è un peccato, un delitto contro la morale, un’offesa a dio e non un crimine violentissimo contro persone inermi – e poi dal punto di vista psichiatrico – perché la chiesa ha colto che un adulto che violenta un bambino è affetto da una grave patologia mentale; e poi ci sono quei sacerdoti che hanno compiuto abusi ma non sono stati denunciati né alla magistratura ecclesiastica né a quella italiana, perché magari hanno confessato o chiesto aiuto a un altro parroco e per questo sono stati mandati in quelle strutture, il tutto in gran segreto.

    Si tratta di veri e propri casi di insabbiamento, una pratica piuttosto diffusa in Italia; per questo una parte dell’inchiesta l’abbiamo dedicata alla ricostruzione di queste dinamiche nascoste.

    La chiesa mantiene tutto segreto perché considera l’abuso di minore un’offesa a dio e non una violenza a un essere umano, quindi ritiene di giudicarlo secondo la giustizia divina e non secondo quella terrena. Per la chiesa, la giustizia terrena viene molto dopo. Nel caso italiano non viene mai. I vescovi italiani non hanno mai collaborato e al momento continuano a non collaborare.

    Come si spiega, secondo te, l’altissima incidenza di casi di pedofilia nella chiesa, un’incidenza che sappiamo essere maggiore rispetto alla pedofilia nella società civile? È possibile che sia legata anche al modo in cui la chiesa cattolica concepisce i bambini e la violenza su di loro, ossia – come hai detto prima – un peccato commesso nei confronti di dio e non un atto violento contro degli esseri umani?

    La pedofilia ovviamente è un tipo di violenza che esiste anche nella società civile e spesso avviene in ambito famigliare. Consiste nell’annullamento della realtà umana del bambino e si fonda sull’idea che il bambino abbia una sessualità.

    I pedofili credono che l’abbraccio o l’effusione di un bambino sia un’espressione di desiderio o una richiesta di atto sessuale. Ma noi sappiamo bene che nel periodo prepubere, in cui gli organi genitali non sono ancora completamente formati, anche l’identità sessuale non è completamente formata; per questo motivo, fino a quando questo non avviene, l’adulto che si avvicina a un bambino in un certo modo, compie una violenza di carattere psicologico e fisico.

    Nel primo libro Chiesa e pedofilia (L’asino d’oro edizioni, 2010) ho parlato delle conseguenze sulla vittima di abusi sessuali, e per farlo mi sono rivolto a degli psichiatri. Quello che mi ha colpito maggiormente è stata la spiegazione che ha dato uno di loro: ciò che subisce un bambino vittima di violenza sessuale è un omicidio psichico, perché il pedofilo attacca la possibilità di realizzare la propria identità sessuale durante la pubertà e gliela distrugge. E siccome l’identità sessuale è una delle caratteristiche dell’essere umano, quando una persona se la sente distrutta, può anche arrivare al suicidio. Quindi la pedofilia, oltre ad essere omicidio psichico, può diventare anche omicidio in tutti i sensi. È come se il bambino non esistesse La pedofilia di matrice ecclesiastica ha delle sue peculiarità. Per la chiesa, infatti, l’abuso è un peccato. È un delitto contro la morale, è un’offesa a dio, è la violazione del sesto comandamento “Non commettere atti impuri”. Per cui, in sostanza, la vera vittima in un caso di abuso di minore è dio, non la persona violentata; se la violenza avviene durante la confessione, come spesso succede, è il sacramento ad essere stato violato, non l’essere umano, non il bambino. Molte violenze avvengono durante la confessione proprio perché c’è il vincolo di segretezza e tutto quello che avviene durante la confessione è sottoposto al segreto pontificio, e anche le violenze, anche gli stupri, non possono essere rivelati se non al vescovo che poi parlerà col papa. Nelle leggi vaticane e nella mentalità della chiesa è come se il bambino non esistesse. Voi l’avete scritto in uno degli scorsi numeri di “A”, che in Italia la violenza sessuale contro la donna e contro un bambino è stata considerata un delitto contro la morale fino al 1996, e quella era chiaramente una legge che veniva dal codice Rocco, che era fascista e grondava di mentalità cattolica.

    Questa mentalità la riscontriamo ancora nei tribunali, dove in caso di violenza sulla donna c’è sempre l’idea che sia la donna ad aver istigato in qualche modo la violenza dell’uomo che non ha potuto trattenersi, e questo succede anche con i bambini.

    Questa cosa però viene detta troppo poco. In ambito clericale, nei casi di stupro di minori, c’è l’idea che sia il bambino ad aver istigato il sant’uomo; c’è l’idea che in quell’atto sia subentrata l’azione del diavolo, una cosa che ha detto anche Bergoglio durante il sinodo sulla pedofilia.

    Questo famoso papa progressista è convinto, come lo era Paolo VI, che il diavolo sia una persona che agisce per distruggere la chiesa, e che la pedofilia sia uno dei modi in cui la chiesa viene attaccata.

    In questo modo di ragionare scompare completamente la lesione subita dalla vittima. Ma soprattutto c’è la giustificazione di chi ha violentato, perché ha agito spinto dall’influenza del diavolo, da una forza esterna. Così si nega ogni responsabilità personale.

    Una deresponsabilizzazione che ritroviamo in varie dichiarazioni di Bergoglio. Ad esempio, in seguito al summit sulla pedofilia, tenutosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019, il papa ha dichiarato che è giusto approfondire i casi di pedofilia, ma al contempo ha sottolineato che la pedofilia non appartiene soltanto alla chiesa. Per il momento in cui è stata fatta e per il contenuto, la dichiarazione è suonata come un tentativo della chiesa di non farsi carico di un fatto oggettivo, cioè che l’incidenza della pedofilia nella chiesa è maggiore rispetto alla pedofilia nella società civile.

    È assolutamente così. Ad agosto scorso, Hans Zollner, psicologo membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori che esiste dal 2014, ha rilasciato un’intervista all’agenzia dei vescovi (SIR) in cui dichiarava che negli Stati Uniti, dal 1950 al 2002, tra il 4 e il 6% della popolazione ecclesiastica ha compiuto almeno un abuso su minori.

    E si è rivolto poi alla chiesa italiana dicendo di non pensare che da noi la situazione sia diversa, quindi è bene correre ai ripari. Questo significa che nella santa sede, a certi livelli, si ha un’idea di quale sia la diffusione del fenomeno in Italia.

    Il 4-6% è una percentuale mostruosa. Nel libro abbiamo fatto un confronto e siamo andati a contare le persone che sono in carcere per reati di natura sessuale contro minori; si tratta di circa 1200 persone; 1200 su una popolazione adulta di circa 47 milioni significa circa lo 0,025%. Dallo 0,025% della società civile al 4-6% della chiesa cattolica significa circa 200 volte in più, uno scarto gigantesco. Comunque in Italia non esistono dati ufficiali sulla diffusione del fenomeno della pedofilia, anche nella società civile, e quindi ci si chiede come si possa fare prevenzione se non si ha nemmeno la percezione corretta del fenomeno. E questo vale per la società laica e per quella ecclesiastica. Quello che ha dichiarato Zollner mi è sembrato d’importanza fondamentale.

    Prima hai accennato alla questione del diavolo. Hai detto che con Bergoglio c’è stato un ritorno al passato, un ritorno all’antropomorfizzazione della figura del diavolo, che si incarna per rovinare la chiesa. Voi come avete affrontato la questione del ritorno del diavolo, un argomento che sembra essere utile alla chiesa per risolvere e spiegare tutta una serie di problemi?

    Il capo dell’Associazione internazionale esorcisti, ad un certo punto, ha dichiarato che mai nessuno come papa Francesco ha nominato il diavolo nel corso del suo magistero. E in effetti, andando a rivedere i documenti ufficiali, già dalla prima settimana, Bergoglio ha cominciato a riportare, nel linguaggio comune delle sue omelie, allusioni continue all’esistenza del diavolo come persona. L’ha nominato decine e decine di volte. Quello che ci ha colpito, lo raccontiamo nel terzo capitolo del libro-inchiesta – e anche questa è un’indagine mai fatta prima da qualcuno e che abbiamo svolto sul “campo” a viso aperto, senza cioè nascondere la nostra identità e le nostre intenzioni – è che lui non l’ha fatto solo in quanto capo della chiesa cattolica; ad Assisi, davanti a una platea di cinquecento capi di stato e di presidenti del consiglio di tutto il mondo, ha parlato del diavolo come responsabile di guerre e carestie. In quell’occasione parlava nella veste di capo di stato, quindi anche da capo politico Bergoglio ha introdotto questo tipo di discorso. Questo è il modo in cui lui decifra certe questioni, che all’interno della chiesa sono molto critiche.

    È stato sempre Bergoglio a riconoscere e dare un bollino di qualità all’Associazione internazionale degli esorcisti, e questo è un altro segnale molto interessante.

    Nel 2014 l’ha riconosciuta come organo ufficiale all’interno della chiesa. Quest’associazione, a livello mondiale, si compone di circa 300-400 esorcisti, di cui 240 si trovano in Italia. In Spagna ce ne sono circa 12, in Lombardia circa 20. E in Lombardia c’è anche un numero verde per posseduti, con un call center che risponde dal lunedì al venerdì.

    Per scrivere la terza parte della nostra inchiesta, dedicata appunto al diavolo, siamo andati a frequentare un master di esorcismo che si tiene a Roma ogni primavera. Nel frattempo, da quando è uscito il libro, il MIUR ha proposto agli insegnanti un corso di esorcismo dal costo di 400 euro, per individuare e distinguere eventuali ragazzini problematici dai ragazzini posseduti.

    Qual è il senso, secondo te, di far frequentare un corso di esorcismo agli insegnanti?

    La partecipazione degli insegnanti al corso di esorcismo fa il paio con un’altra cosa inquietante che riguarda i cosiddetti bambini iperattivi. Se un bambino è particolarmente vivace, adesso si tende ad inquadrarlo all’interno di una fantomatica sindrome di iperattività che può anche comportare una cura a livello farmacologico. Il corso di esorcismo vuole mettere l’insegnante in condizione di distinguere quando c’è un sintomo di disagio psichico e quando c’è la presenza del demonio. La chiesa infatti, molto abilmente, fa una distinzione. Non parla sempre di possessione demoniaca. Fino a un certo punto parla di disagio psichico, poi se la persona presenta determinate caratteristiche, allora parla di possessione demoniaca.

    Le caratteristiche della possessione demoniaca secondo la chiesa sono proprio quelle dei film: il posseduto parla una lingua a lui sconosciuta, è in possesso di una forza sovrumana e riesce a fare cose, a livello fisico, che normalmente non potrebbe fare.

    “I bambini abusati sono strumento del demonio”

    Perché avete seguito il master di esorcismo?

    Perché tra i docenti di quel corso ci sono magistrati, docenti universitari, avvocati, anche una poliziotta della squadra anti-sette sataniche. Siamo andati a quel corso proprio per capire come mai tra i docenti ci fossero magistrati, avvocati e poliziotti, e più di tutti ci hanno colpito due persone. Uno è un magistrato, che un paio di mesi fa è stato arrestato per corruzione, e che al corso ha esordito dicendo di sentirsi uno strumento della giustizia nelle mani di dio. La sua presenza al master, ha dichiarato, aveva lo scopo di aiutare i futuri esorcisti a evitare denunce da parte delle persone esorcizzate. Lo stesso faceva un’avvocatessa che aveva preparato una manleva per gli esorcisti da far firmare alla persona posseduta prima dell’esorcismo, praticamente per sollevare da qualunque responsabilità l’esorcista e i suoi aiutanti in caso di denunce per violenze e costrizioni fisiche.

    Nella nostra inchiesta ci siamo occupati di esorcismo anche per un altro motivo, per l’idea e la mentalità della chiesa di ritenere il bambino abusato come strumento del demonio; quindi, se il sacerdote compie quello che per la chiesa è un atto sessuale e non una violenza, quella violenza viene considerata un peccato di lussuria determinato dall’azione del demonio attraverso il bambino.

    Frequentando il master di esorcismo abbiamo anche scoperto che la stragrande maggioranza delle persone esorcizzate sono donne. Un dato scontato se si considera che tipo di società sia quella ecclesiastica.

    La ripresa del diavolo serve chiaramente a sollevare i sacerdoti da ogni responsabilità. Inoltre, da quello che racconti – cioè dal fatto che siano le donne ad essere maggiormente vittime di esorcismi e dal fatto che, per la chiesa, i bambini necessitino di essere controllati perché è possibile che siano posseduti – si capisce come il diavolo venga utilizzato anche come mezzo di repressione e punizione.

    Nel documentario Liberami c’è una scena in cui due genitori portano il figlio dall’esorcista perché a scuola fa casino, è troppo agitato e non è bravo. Il sacerdote mette la mano sulla testa del bambino, poi si gira di scatto verso la madre e dice: è colpa tua, non sei una donna di fede e in chiesa non ci vai. In un secondo il sacerdote ha distrutto al bambino l’immagine della madre e ha detto alla donna che il diavolo è dentro di lei. E questa è proprio l’idea che la chiesa ha della donna.

    La stampa e lo stato sono complici

    Alla luce di tutto questo, com’è possibile che Bergoglio riesca comunque a essere considerato un papa progressista?

    La stampa italiana riporta in maniera assolutamente acritica quello che esce dai bollettini Vaticani.

    Non c’è mai una verifica di quello che dice il papa. E così non si scoprirà mai che Bergoglio parla di “tolleranza zero” per i pedofili, ma in realtà ritiene che il sacerdote pedofilo abbia solo compiuto un peccato; che se il peccato è grave e non c’è possibilità di espiazione, allora quel sacerdote viene espulso dalla chiesa, ma siccome tutto avviene in gran segreto, la chiesa espelle dal proprio organismo una metastasi che viene immessa nella società civile senza che si sappia che quel signore lì è un pedofilo. La chiesa lo sa, ma non lo dice a nessuno. E quel signore lì, che ora non è più sacerdote, rimane comunque pedofilo anche dopo essere uscito dalla chiesa e ora si aggira per la società.

    In questo c’è proprio la complicità dello stato, perché il Concordato tutela tutto questo, questa modalità di agire. L’articolo 4 del Concordato dice che l’autorità ecclesiastica non è tenuta a informare quella civile quando viene a sapere di eventuali reati compiuti da sacerdoti.

    Quindi lo stato è complice della chiesa. Idem la stampa italiana, che si accontenta di sentir dire da Bergoglio “tolleranza zero” senza farsi domande e presentandolo come paladino della lotta contro la pedofilia. Ma per essere paladini, si deve anche fare qualcosa e Bergoglio non lo sta facendo.

    Federico Tulli è redattore del settimanale “Left”. Già condirettore di “Cronache laiche”, collabora con “MicroMega”, per cui firma anche un blog, con “Critica liberale” e con “Globalist”. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: Chiesa e pedofilia (2010), Chiesa e pedofilia, il caso italiano (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015). Nel 2018 per Chiarelettere, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato Giustizia divina.

    Di Federico Tulli abbiamo pubblicato un’intervista fatta da Francesca Palazzi Arduini (“A” 409, estate 2016) e un articolo sulla comunicazione vaticana (“A” 416, maggio 2017).

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  • PERUGIA: Per don Lucio eravamo solo macchine da soldi e da sesso

    PERUGIA: Per don Lucio eravamo solo macchine da soldi e da sesso

    “Mi portavano via contro la mia volontà e senza dare spiegazione alcuna. All’epoca avevo 13 anni”.

    “L’assistente sociale e la psicologa mi rassicurarono sul fatto che si sarebbero presi cura di me. Lo stesso giorno mi portarono presso il centro Caritas di San Fatucchio”. “Allora gli ospiti della comunità erano tutti adulti e con problemi con la legge: tante volte mi chiedevo il motivo della mia presenza in un luogo con programmi di recupero che poco avevano a che fare con la mia vicenda: tuttora non so darmi una spiegazione”.

    “Il personale che gestiva la struttura, con la supervisione di don Lucio Gatti, mi obbligava da subito a lavori pesanti e umilianti” “fui costretto a tagliare il prato con le forbici anziché con l’apposito macchinario, che avrebbe alleggerito la fatica di quell’incombenza”.

    “La completa assenza di ogni forma di contatto con la realtà, rendeva la permanenza in questo, come negli altri posti in cui venivo di tanto in tanto trasferito, un terribile incubo per me e per i compagni di sventura che in quegli anni conoscevo”.

    Queste non sono parole mie, ma alcuni passaggi contenuti nella querela che Fabio (nome di fantasia) , una delle presunte vittime di don Lucio Gatti, racconta.

    Le stesse parole che ci racconta anche Matteo, lui invece è stato sottratto con l’inganno alla madre analfabeta. Aveva 12 anni.

    Don Lucio Gatti, che ha già patteggiato 2 anni con sospensione condizionale della pena nel 2014 per violenza sessuale e abuso di mezzi di correzione, oggi non è più un prete. Dopo averlo coperto per tanti anni, forse anche per togliere dall’imbarazzo di altri guai giudiziari che nuovamente rincorrono don Lucio,  uno dei suoi protettori, il cardinale Gualtiero Bassetti, diventato oggi Presidente della Cei, la chiesa ha deciso di fare a meno del suo business men, l’uomo della CARITAS perugina, don Lucio Gatti.

    La chiesa ha scaricato l’ingombrante fardello. Non mi riferisco solo a don Lucio, ma a quei ragazzi tolti a famiglie disagiate e mandati nelle sue Case per essere aiutati dove, invece, si sono ritrovati senza alcun diritto, tranne essere dei bancomat e, all’evenienza, oggetti sessuali da usare a piacimento.

    Il business e l’eredità insanguinata di don Lucio.

    In quelle Case “tutti i diritti umani erano congelati”, gli ospiti spaziavano dai minori sottratti alle famiglie, agli psichiatrici, a chi scontava i domiciliari. Tutti insieme nella stessa struttura, non importava a nessuno la loro qualità di vita. Un altro “caso Forteto” ?

    La biancheria intima era in comune e se eri fortunato e veloce ti assegnavi i capi migliori. La giornata iniziava alle 6, si pregava tutti e per forza, neppure l’orientamento religioso degli ospiti era contemplato. Un pò di colazione e poi a lavorare, tutti indistintamente, poco importava se avevi 12 anni o 25, se eri uno psichiatrico oppure un detenuto, l’azienda doveva produrre.

    Si lavorava per 12, 13 ore al giorno, naturalmente senza abbigliamento o attrezzatura adeguata. Chi faceva il muratore e ristrutturava le costruzioni pericolanti, oggi strutture della comunità; chi raccoglieva le olive, chi andava nei campi ecc. Dopo il lavoro c’era il letto e, se nessuno ti molestava, riuscivi persino a dormire.

    Tutto ciò avveniva in uno stato di sottomissione, con la scusa della riabilitazione, ma che riabilitazione può mai essere questa per dei ragazzini ?

    Certo oggi don Lucio lascia una bella eredità: una serie di strutture ottenute grazie al sangue di tanti innocenti, persone che mentre venivano impropriamente sfruttate come forza lavoro, parallelamente lo Stato provvedeva a retribuire una profumata retta per quegli ospiti. Retta che restava nelle casse del don, che negava non qualunque tipo di lusso, ma la semplice possibilità, per quei ragazzi, di crescere, di avere una vita normale, di continuare gli studi.

    E mentre la diocesi, la Caritas e tutto l’indotto che girava intorno a quelle case oggi si sente irritato da quegli ex ospiti che chiedono giustizia, quegli ex ospiti, oggi appena ventenni, con più problemi di prima, lottano per riprendere in mano la propria vita nell’indifferenza dei carnefici che neppure provano a porre rimedio.

    Il 31 maggio prossimo – difesi dagli avvocati della Rete L’ABUSO Cristiano Baroni e Leonardo Francesconi – si discuterà l’archiviazione per don Lucio che, grazie all’indifferenza e alle negligenze di molti, è quasi riuscito a raggiungere i termini prescrittivi, sia per Matteo che per Fabio.

    Francesco Zanardi