Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora

    Ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora

    Avevo 15 anni quando con mia madre decisi che sarebbe stato giusto iniziare un percorso psicologico per un periodo di difficoltà che stavo vivendo con me stessa. Venimmo a conoscenza di uno psicologo rinomato e così decidemmo di affidarci a lui.

    Ricordo la prima seduta: tecniche di respirazione. L’inizio sembrò quasi normale , fino a quando non iniziarono ad esserci le prime stranezze. Esposi le mie titubanze a mia cugina che riferì poi di conseguenza a mia madre. Dopo averci parlato a mia insaputa riuscì a convincere mia madre che fosse tutto normale.

    Ricordo che chiesi il parere a degli amici che mi dissero di non pensare male e che se mi veniva detto che era la prassi della terapia dovevo solo fidarmi. Così andammo avanti , e insieme ad essa continuarono ad aumentare sempre di più le ambiguità: tapparelle che venivano abbassate ogni volta che entravo, richiesta di tacere su ciò che accadeva in terapia perché soltanto chi viveva la seduta poteva capire il tipo di tecnica utilizzato e che all’esterno non sarebbe stato compreso…. Mi veniva detto che questo metodo lo usava solo con maggiorenni ma che essendo matura per la mia età aveva deciso di darmi la possibilità di accedervi.

    Il sospetto dentro di me che qualcosa non andasse cresceva sempre di più , ma essendo la prima esperienza terapeutica pensai che forse potesse essere normale e così decisi di fidarmi. Passavano le sedute e man mano aumentava sempre di più un contatto fisico che vivevo con disgusto ma con un lavaggio del cervello dove venivo convinta che andava fatto , che serviva per arrivare a stare finalmente bene . Quando poi si arrivò all’apice decisi nuovamente di cacciare tutto e di parlarne con mia cugina, che ancora una volta condivise tutto con mia madre.

    Tutto ciò fu fatto a mia insaputa , così come le accuse che mia madre avanzó verso di lui per ciò che mi aveva fatto costringendolo a mettersi in ginocchio piangendo mettendo fine a quello che era stato il nostro percorso. Io continuai a fingere che andasse tutto bene, che finalmente stavo meglio, perché ammettere quello che mi era successo sia a mè stessa che alla mia famiglia avrebbe significato affrontare qualcosa che era troppo più grande di me.

    Poi tutto ciò che non avevo detto con il passare dei mesi iniziò a manifestarsi con un malessere che non potevo più contenere. Iniziai a provare odio per il mio corpo, mi sentivo sporca, odiavo lui ma anche me stessa per la vita che mi era capitata, e così passavo le giornate tentando di dimenticare tutto bevendo o fumando. Piangendo decisi un giorno di parlarne con mia madre che finse di non saperne nulla per non agitarmi ulteriormente.

    Non volli esporre denuncia per la paura di coinvolgere altre persone della mia famiglia come mio padre, di non essere creduta non avendo prove se non il dolore e il senso di colpa che mi stavo portando dentro. Ho pensato fosse colpa mia, che avrei potuto fermare tutto prima che quei comportamenti strani potessero arrivare man mano a diventare dei veri abusi sessuali. Ma la verità è che ero solo una bambina che sperava di poter vivere la propria adolescenza con l’ingenuità e la spensieratezza che merita , e tentare di convincermi che nulla fosse successo senza dire niente a nessuno mi avrebbe aiutato a non renderlo reale, a sotterrare tutto.

    Così nel silenzio sono passati anni dove ho sviluppato disturbi alimentari cadendo prima nell’anoressia e poi nella bulimia: le privazioni e le abbuffate di cibo erano diventate l’unico mezzo che avevo per anestetizzare tutte quelle emozioni che non ero capace di affrontare e che avevo tentato di riporre in un cassetto. Ormai odiavo così tanto me stessa ed il mio corpo che più dimagrivo, più mi sentivo debole e più per me stavo vincendo, l’unico obiettivo era occupare quanto meno spazio possibile, scomparire.

    Poi arrivò il covid dove i sintomi della bulimia peggiorarono così tanto da costringermi a guardarmi dentro e finalmente chiedere aiuto.

    Quando iniziai la terapia non avrei mai immaginato di dover affrontare un percorso così tortuoso e doloroso. Dopo due anni si iniziarono a calmare i sintomi del disturbo alimentare fino a lasciare spazio alle mie emozioni: un mare in tempesta. Da lì a poco caddi in depressione, avevo paura anche della mia stessa ombra. Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico continui che non mi lasciavano più respirare né vivere. Ricordo quel periodo con tanta paura tutt’oggi, come se potesse tornare da un momento all’altro, ma dopo tutta la sofferenza che ho vissuto mi sono resa conto che riuscire a vedere la bellezza e la rarità nelle cose quotidiane è la rivincita più grande che esista.

    Con la psicologa ho fatto un lavoro su me stessa fino a vedere la luce dopo 5 anni di terapia.

    Finalmente la paura, i sensi di colpa , gli attacchi di panico si erano appianati, riuscivo finalmente ad essere nel presente, a capire che quello che mi era successo non era colpa mia, che rimanere in silenzio e non riuscire a reagire era l’unico modo che pensavo di avere per poter evitare di ammettere la realtà e quindi il dolore di doverlo affrontare io, così come le persone che amo al mio fianco. Proteggere me e loro era ciò che inconsciamente mi era scattato dentro in quei momenti, e capire questo, abbracciarmi invece di condannarmi è stato ciò che mi ha fatto fare finalmente pace con me stessa.

    Poi arrivò la mattina del 5 giugno 2025 , stavo vivendo la mia giornata con la solita routine quando improvvisamente mi viene mandata la notizia dell’arresto di uno psicologo di Afragola da mia cugina. Ero felice che qualcuno che aveva fatto ciò che era stato fatto a me era stato scoperto e che avrebbe pagato per le ingiustizie fatte, per le vite di persone cambiate per sempre, fino a quando non iniziarono ad aggiornarsi gli articoli.

    Iniziai a fare ricerche per avere più informazioni per poi scoprire che era lui, colui che 10 anni prima mi aveva strappato l’ingenuità dei miei anni dalle mani. Non avrei mai pensato che sarebbe mai potuto succedere veramente, a volte ho addirittura pensato di essere pazza e aver immaginato tutto quello che mi era successo, e invece poi arrivó quel giorno e tutto acquisì un senso. Tutto era vero, non sono mai stata pazza, ma io infondo questo lo sapevo. Sapevo del dolore che ho vissuto giorno dopo giorno, fino a scavarmi dentro e lasciarmi senza più la forza di sorridere o vedere il mondo a colori. E finalmente tutto mi era stato riconosciuto. Quando ebbi la conferma scoppiai in un pianto che cambió tutto, mi sentivo pervasa di una pace così profonda tanto da guarire ogni parte di me. Così decisi che il silenzio non potevo più sceglierlo, che dovevo urlare tutto a voce alta per la me bambina che non ha avuto la forza di reagire e per tutte quelle che come me avevano vissuto lo stesso.

    Dissi a mia madre della notizia ricevuta e che sarei andata dai carabinieri, e così feci. Mi misi in macchina e da sola esposi denuncia, piangendo, stavolta non per il dolore, ma per l’incredulità di ciò che finalmente dopo tanto si stava rimettendo al suo posto dentro di me. Decidemmo di dirlo a mio padre, e questa fu l’ennesima cura per me, nonostante la paura di una sua reazione, avevo passato troppi anni nel terrore di sapere che mio padre non avrebbe mai realmente conosciuto chi sono, non per cosa ho subito, ma per cosa ho superato.

    Non molto dopo inizió il processo finito il 3 febbraio e decisi di condividere un po della mia storia ricevendo così tanto amore da lasciarmi senza fiato, ma ancora di più, ricevendo tante altre testimonianze e ringraziamenti da chi non aveva mai avuto il coraggio di parlarne ma che con il mio racconto si era sentito finalmente di dire tutto ai genitori.

    Tutto questo è stato per me cura, e ho capito che la mia vita è questa, che non ha senso desiderarne un’altra pur di non soffrire, ma che potevo mettere il mio vissuto a servizio di chi ne ha bisogno, dare forza ad altre vittime di abusi sessuali , ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora.

    E allora eccoci arrivati ad oggi, con una storia che non si dimentica ma che trova un nuovo significato che mi porta qui a condividere parte di me con la speranza di poter, anche se in minima parte, dare una carezza ad ognuna/o di noi.

        Lorenza Ciccarelli

  • SPAGNA – Il risarcimento alle vittime di abusi nella Chiesa sarà esente da imposte

    SPAGNA – Il risarcimento alle vittime di abusi nella Chiesa sarà esente da imposte

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato un reale decreto-legge che dichiara esenti da tassazione nell’IRPF le indennità destinate alle vittime di abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica. La misura garantisce che i compensi economici siano percepiti integralmente, senza deduzioni fiscali, all’interno del sistema di riparazione concordato tra l’Esecutivo, il Difensore del Popolo e la stessa Chiesa.

    Secondo quanto ha informato il Governo, la decisione adempie all’accordo sottoscritto con la Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) per articolare un meccanismo di riconoscimento e riparazione alle vittime, evitando che queste debbano far fronte a obblighi tributari per le somme ricevute.

    La misura corregge una situazione precedente che aveva generato incertezza. Nella maggior parte dei casi, i reati di abusi sono prescritti, il che ha impedito l’esistenza di risoluzioni giudiziarie. Di conseguenza, le indennità concesse al di fuori dei tribunali non rientravano nei casi abituali di esenzione fiscale, obbligando le vittime a tassarle.

    Con il nuovo decreto, l’Esecutivo stabilisce un quadro che permette che questi compensi, legati a danni personali di carattere fisico, psicologico o morale, non siano ridotti dal carico impositivo.

    Questa esenzione si integra nel sistema misto di riparazione progettato tra lo Stato e la Chiesa, in cui le indennità sono determinate a partire dalle proposte del Difensore del Popolo e assunte dalle istituzioni ecclesiastiche.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/28/lindennizzo-alle-vittime-di-abusi-nella-chiesa-sara-esente-da-imposte/

  • Le vittime di Santarsiero ignorate: esposte dal denunciato mentre la Chiesa non conferma loro nemmeno la ricezione della loro denuncia

    Le vittime di Santarsiero ignorate: esposte dal denunciato mentre la Chiesa non conferma loro nemmeno la ricezione della loro denuncia

    El 26 marzo 2026, una lettera notarile è stata consegnata a mano nella Nunziatura Apostolica di Lima. Suo destinatario formale: il nunzio apostolico in Perù, Mons. Paolo Rocco Gualtieri. Su contenuto: una denuncia formale contro Mons. Antonio Santarsiero Rosa, OSJ, vescovo della diocesi di Huacho e allora segretario generale della Conferenza Episcopale Peruviana, per presunti abusi sessuali sistematici —incluso un minore nel seminario minore diocesano— e maltrattamento psicologico a persone sotto la sua autorità. L’incartamento è stato trasmesso simultaneamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, presieduto dal cardinale Víctor Manuel Fernández.

    Non era la prima volta che questi fatti arrivavano a Roma. Secondo quanto consta nel dossier, comunicazioni documentate sugli stessi fatti erano state trasmesse alle autorità vaticane nel 2024 e 2025, senza risposta pubblica nota né traccia di azione.

    Il 8 aprile 2026, Infovaticana ha pubblicato la denuncia. Il 9 aprile, la Conferenza Episcopale Peruviana, presieduta da Mons. Carlos Enrique García Camader, ha annunciato che Santarsiero si allontanava dalla Segreteria Generale «per dedicarsi all’accertamento dei fatti». Il 14 aprile, il vescovo, insieme al suo Vicario Alejandro Alvites, ha convocato e presieduto una riunione con tutto il clero diocesano nell’auditorio della I. E. P. Liceo Español San Juan Bautista de Hualmay, provincia di Huaura. Lì, invece di mantenere la minima riservatezza esigibile in qualsiasi procedimento sanzionatorio in corso, ha identificato pubblicamente le sue stesse vittime davanti al presbiterio e ha promosso la firma di un documento di supporto.

    Nel frattempo, le vittime —denuncianti formali in un procedimento canonico aperto— non hanno ricevuto nulla. Né una notifica di ammissione al procedimento. Né una citazione per indagini complementari. Né l’apertura di un canale di comunicazione e assistenza. Né una sola parola di accompagnamento da parte dell’autorità ecclesiastica che istruisce. ¿Che istruisce? Silenzio assoluto.

    E, mentre quel silenzio si prolunga, l’indagato si sposta a Roma.

    Ciò che il legislatore canonico non ha esplicitato

    Chi rivede il Codice di Diritto Canonico del 1983, le norme De delictis reservatis, il motu proprio Vos estis lux mundi —nella sua redazione del 2019 e in quella consolidata del 2023— e il Vademecum del Dicastero per la Dottrina della Fede sul trattamento dei casi di abuso, troverà un sistema attentamente articolato intorno all’indagato: diritto di difesa, presunzione di innocenza, assistenza legale, ricorsi. Non troverà, invece, uno statuto processuale chiaro ed esigibile della vittima. Non perché il legislatore abbia deciso di escluderla —sarebbe assurdo pensarlo—, ma perché ci sono principi così elementari, così ovvi, così strutturali del concetto stesso di «processo» in qualsiasi tradizione giuridica civile, che il legislatore canonico, presumibilmente, non ha considerato necessario esplicitarli in dettaglio.

    Ebbene: ciò che non si esplicita, nella prassi canonica attuale, semplicemente non si applica.

    Sul silenzio del legislatore, la pratica diocesana ha edificato un regime in cui alla vittima:

    — Non si informa dell’ammissione della denuncia.
    — Non si assegna un numero di incartamento.
    — Non si notifica la fase processuale in cui si trova il procedimento.
    — Non si permette di presentare scritti.
    — Non si permette di apportare prove complementari.
    — Non si permette di proporre testimoni né indagini.
    — Non si permette un follow-up minimamente ragionevole del caso.
    — Non si dà traslato delle decisioni che la colpiscono direttamente.
    — Non si comunica l’archiviazione, la rimessione a Roma o la sanzione imposta, salvo nei termini generici —o non così formali— che l’autorità consideri opportuni.

    Immaginate, per un istante, trasferire questo modello nell’ambito penale dello Stato. Immaginate una vittima di un delitto grave che si presenta a denunciare e alla quale si dice che non potrà costituirsi parte nel procedimento, che non le sarà notificato nulla, che non potrà apportare prove, che non avrà copia degli atti, che non potrà ricorrere l’archiviazione e che si verrà a sapere del risultato, nel caso, dalla stampa. ¿Vi immaginate il delirio? ¿Vi immaginate un organo giudiziario che difende seriamente che una tale cosa è compatibile con un processo degno di quel nome?

    Ebbene, quella è, oggi, la realtà de facto del diritto canonico applicato ai casi di abuso sessuale.

    Decine di casi, lo stesso schema

    Chi scrive questo segue, insieme ad altri professionisti, decine di incartamenti aperti in Spagna e Hispanoamerica. La dinamica è sempre la stessa: si riceve la denuncia, si avvia internamente un procedimento del quale la vittima non sa più nulla, si svolge un’istruzione della quale solo l’autorità ecclesiastica e, nel caso, l’indagato hanno conoscenza, e si conclude —con sanzione, con archiviazione o con rimessione a Roma— in un atto del quale la vittima si viene a sapere, se se ne viene a sapere, da terzi o dalla stampa.

    Non si tratta, quindi, di patologie locali attribuibili a vescovi specifici, a curie mal organizzate o a istruttori poco diligenti. Si tratta di uno schema strutturale. E uno schema strutturale esige una spiegazione strutturale.

    La giustificazione abituale è la mancanza di risorse. Non c’è personale. Non ci sono mezzi. Non c’è budget. Conviene smontare questo argomento con calma.

    Primo, la presunta insufficienza di risorse non esime, in nessun ordinamento conosciuto, dal compimento delle garanzie essenziali del processo. Un organo collassato può tardare di più; ciò che non può è decidere di prescindere dal traslato alle parti. La scarsità di mezzi afecta il ritmo, non la sostanza.

    Secondo, gli atti elementari che si stanno omettendo —ricevuta di ricezione, assegnazione di numero di incartamento, notifica della fase processuale, apertura di un canale di comunicazione bidirezionale— non richiedono risorse straordinarie. Richiedono volontà. La diocesi di Huacho è stata perfettamente capace di convocare tutto il suo clero in una sala parrocchiale e di promuovere la firma di un documento di supporto al vescovo indagato. La capacità logistica esiste. La questione è a chi decide di rivolgersi.

    Terto, e forse il più rilevante: il costo zero di una notifica di ricezione contrasta con il costo enorme —pastorale, giuridico, reputazionale e umano— della rivittimizzazione istituzionale che produce il silenzio. La presunta economia di mezzi risulta, alla fine, infinitamente più cara per la stessa Chiesa.

    Il nucleo del problema: un diritto senza vittima

    Conviene formulare la diagnosi con la maggiore chiarezza possibile: l’attuale diritto penale canonico, nella sua applicazione pratica, ha consolidato una concezione del processo in cui la vittima è oggetto del procedimento, non soggetto dello stesso. È la fonte della notitia criminis, ma cessa di esistere processualmente nell’istante in cui quella notizia si incorpora all’incartamento. È l’origine della macchina, ma si la considera estranea al suo funzionamento.

    Questa concezione è incompatibile con tre principi che appartengono al nucleo duro di qualsiasi sistema processuale minimamente garantista, e che non hanno bisogno di essere esplicitati in un canone concreto per essere esigibili, perché fanno parte della stessa definizione di processo giusto:

    1. Il principio di udienza. Chi ha un interesse legittimo nel procedimento ha diritto a essere sentito in esso. La vittima di un abuso ha, senza discussione possibile, un interesse legittimo —e qualificato— nel procedimento che si segue contro il suo aggressore. Negarle l’udienza non è una decisione di opportunità organizzativa; è una violazione strutturale.

    2. Il principio di contraddizione. Non si può costruire una verità processuale sulla base esclusiva dell’informazione apportata da una sola parte. La denuncia iniziale non esaurisce l’apporto possibile della vittima: possono sorgere nuovi elementi, nuove prove, nuovi testimonianze, contraddizioni nella versione dell’indagato che solo la vittima può segnalare. Chiuderle la porta dopo la denuncia equivale a rinunciare deliberatamente a una fonte probatoria essenziale.

    3. Il principio di informazione. Senza informazione non c’è difesa, né tutela, né possibilità di reagire davanti a decisioni lesive. Una vittima che non sa in che fase è il suo procedimento, quali decisioni sono state adottate, quali termini regolano e quali ricorsi sono possibili, è una vittima alla quale si è svuotato di contenuto qualsiasi presunto diritto che si le pretenda riconoscere.

    Fino a quando?

    La domanda che resta nell’aria è se la Chiesa è disposta a continuare a mantenere questo stato di cose. Se è disposta a continuare a tramitare casi come quello di Huacho, quello di Lute a Chiclayo e tanti altri, sotto un modello processuale che, applicato in qualsiasi altro foro, sarebbe dichiarato nullo di pieno diritto per violazione di garanzie essenziali.

    Non si sta chiedendo di trasferire mimeticamente le categorie del diritto processuale civile o penale dello Stato nell’ambito canonico. Si sta chiedendo il minimo: che si accusi ricevuta, che si assegni un numero di incartamento, che si informi della fase processuale, che si apra un canale di comunicazione bidirezionale, che si permetta alla vittima di apportare prove e proporre indagini, che si le notifichino le decisioni che la colpiscono, che si le consegni copia dell’incartamento quando lo richieda, e che si le permetta nel caso di ricorrere.

    Il minimo. L’elementare. L’inerente al concetto stesso di processo.

    Mentre questo non accada, casi come Huacho o come quello di Lute a Chiclayo continueranno a gettare sulla Chiesa un’ombra che nessuna comunicazione, nessuna commissione né nessuna gestione istituzionale potrà dissipare. Il problema non è comunicazionale. È strutturale. E esige correzione normativa e pratica immediata.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/28/le-vittime-di-santarsiero-ignorate-esposte-dal-denunciato-mentre-la-chiesa-non-conferma-nemmeno-la-ricezione-della-loro-denuncia/

  • Rhode Island, report su abusi nella diocesi: 7 anni per un flop

    Rhode Island, report su abusi nella diocesi: 7 anni per un flop

    Ben 284 pagine e 7 anni di indagini, ma nessuno ne parla.

    Non dev’essere molto contento il procuratore generale di Rhode Island (Stati Uniti), dopo aver tratto le conclusioni di un rapporto che il Boston Globe aveva preannunciato come esplosivo.

    Il report di Rhode Island

    Il procuratore Peter Neronha sperava infatti replicare il successo mediatico ottenuto nel 2018 dal collega della Pennsylvania, Josh Shapiro, con il suo clamoroso “report del gran giurì” che aveva attirato l’attenzione internazionale.

    All’epoca anche UCCR ne aveva parlato, sottolineando però ciò che i media nascondevano: gli abusi risalivano a oltre 20 anni prima, gran parte dei preti incriminati era omosessuale e la maggior parte delle vittime erano giovani seminaristi (non bambini).

    Alcune di queste problematiche sono emerse anche nel tomo di 284 pagine recentemente prodotto dal procuratore di Rhode Island in cui sostiene di documentare gli abusi commessi dai sacerdoti nello Stato.

    Definire il rapporto di Neronha “deludente” rispetto alle attese è un eufemismo.

    Attenzione, però: un solo abuso sarebbe fin troppo e non intendiamo affatto sminuirne la gravità. La nostra critica è verso il sensazionalismo mediatico, le false verità e la volontà di usare questi crimini per colpire in maniera generalizzata la Chiesa.

    Il 97% degli abusi risale al 1970

    Il dato principale emerso anche nel rapporto di Rhode Island è identico a quello evidenziato in Pennsylvania: gli abusi contestati, come ammesso dallo stesso procuratore Neronha, risalgono a «tre quarti di secolo fa».

    Ha quindi aggiunto di «non aver trovato prove di recenti abusi sessuali su minori da parte del clero» e che «gli abusi sessuali nel Rhode Island sembrano aver raggiunto il picco negli anni ’60 e ’70 per poi diminuire».

    E ancora: «Nessun sacerdote accusato in modo credibile di abusi è attualmente in servizio attivo nella diocesi di Providence».

    In particolare, quasi il 97% dei 300 presunti abusi si è verificato tra il 1950 e il 1997 e il 42% prima del 1972. Si parla di fatti presunti perché si tratta di accuse non verificate.

    Come mai si conferma quel picco di abusatori proprio in quel periodo?

    Abbiamo risposto commentando il report della Georgetown University: il “collasso morale” del Sessantotto, dove i più grandi intellettuali firmavano appelli per la “liberazione sessuale dei bambini”, corrose purtroppo anche molti uomini di Chiesa.

    Un altro dato esposto dal procuratore di Rhode Island è che dei 75 sacerdoti accusati nel rapporto, 64 (cioè l’85%), sono deceduti e quindi impossibilitati a difendersi.

    Le accuse del procuratore

    Nonostante ciò, Neronha ha comunque accusato la diocesi di Providence di non aver indagato sulle accuse contro sacerdoti deceduti da tempo e di aver «distrutto i fascicoli riservati dopo la morte dei sacerdoti, a meno che non vi fossero procedimenti giudiziari in corso che li riguardavano».

    Entrambe le accuse sono false, innanzitutto perché l’indagine è stata possibile proprio grazie alla consegna dei fascicoli alle autorità da parte della diocesi di Providence.

    E non è vero che la diocesi non ha indagato sulle denunce.

    Lo dimostra proprio un caso su cui ha insistito il Boston Globe, cioè relativo al sacerdote Francis Santilli, evidenziando la presenza di “accuse credibili”.

    La scelta di evidenziare un caso solo all’interno dei 75 casi aperti fa già pensare che non abbiano trovato molto altro, in ogni caso proprio su Santilli la diocesi di Providence ha indagato a fondo ritenendo non credibili le accuse, persino secondo i criteri largamente permissivi adottati dalla diocesi stessa.

    https://www.uccronline.it/2026/04/28/rhode-island-report-su-abusi-nella-diocesi-7-anni-per-un-flop/

  • Card. Zuppi: se per gli abusi bisogna ricorrere al civile, qualcosa non va…

    Card. Zuppi: se per gli abusi bisogna ricorrere al civile, qualcosa non va…

    ROMA-ADISTA. Non è sfuggita a chi si occupa di abusi nella Chiesa la risposta data dal card. Matteo Zuppi al giornalista Ezio Mauro nel corso del programma speciale “Francesco – Cronache di un papato” andato in onda su La7 il 20 aprile scorso. Zuppi, intepellato sull’azione di Francesco nella questione degli abusi e in particolare sul ricorso all’autorità civile nella denuncia, ha affermato in modo inequivocabile di ritenere che rivolgersi a quest’ultima significherebbe ammettere che nella Chiesa qualcosa non funziona.  Zuppi, dunque, non sembrerebbe ritenere il ricorso alla Procura un dovere, ancorché morale, come affermato da papa Francesco nel motu proprio Vos estis Lux Mundi: sarebbe piuttosto una ammissione di debolezza.

    Di seguito la trascrizione sdello scambio, al minuto 59 dello speciale, visibile sul sito de La7

    Ezio Mauro: Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti, Francesco ha proseguito la linea di denuncia e di condanna di papa Benedetto, ma secondo alcuni ha tenuto la questione all’interno della Chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?

    Zuppi: Con lui veramente non saprei che cos’è che si poteva fare di più, poi tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato. Perché se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è proprio qualcosa che non va. Direi che su questo papa Francesco è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.

    https://www.adista.it/articolo/75703

  • Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Nel corso di una puntata di Fuori dal Coro un prete, don Angelo, ha denunciato di aver subito abusi sessuali in seminario da minorenne da parte di un rettore che oggi è diventato vescovo. Il sacerdote riferisce di essere stato ignorato per trent’anni dalle gerarchie ecclesiastiche, mentre il suo presunto abusatore faceva carriera.

    La denuncia di don Angelo

    Don Angelo ha affidato alle telecamere di Fuori dal Coro un racconto di violenze e silenzi che dura da trent’anni. I fatti risalgono al periodo in cui il sacerdote frequentava il seminario minore e aveva solo 13 o 14 anni.

    Secondo la sua testimonianza, gli abusi sessuali sarebbero avvenuti per mano del rettore della struttura, un uomo che oggi, nonostante le ripetute denunce, ricopre la carica di vescovo in una diocesi del Centro Italia. Don Angelo stima che il numero delle vittime possa superare i trenta ragazzi, tutti minorenni al momento dei fatti, rimasti per decenni nell’ombra.

    “Dalla prima denuncia sono passati già circa trent’anni. Ho denunciato sempre, ma non è cambiato nulla. Sempre inascoltato. Ultimamente ho mandato delle denunce alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Nessuno mi ha mai risposto, nessuno mi ha mai chiamato” ha poi aggiunto don Angelo.

    Il prete diventato vescovo

    Don Angelo descrive nel dettaglio gli abusi subiti: “Il rettore prendeva la mia mano sinistra, la portava sulla sua coscia e me la portava sempre di più verso il suo membro. Io sentivo che era… comunque eccitato. Però, sai, non le pensavo queste cose perché veramente ero innocente in quel periodo“.

    La violenza si consumava negli spazi comuni dell’istituto, trasformati in luoghi di agguato: “Ci portava nei corridoi bui del seminario, ci palpeggiava, ci baciava, ci spingeva contro il muro e ci toccava nelle parti intime. Addirittura con le sue mani scendeva proprio dietro, nelle parti posteriori. E quindi ci toccava e ci abusava in modo molto forte. Mi hanno rovinato la vita”.

    L’amarezza del sacerdote esplode nel constatare la disparità di trattamento tra vittima e carnefice. “Lui, che era il carnefice, invece è stato premiato: è diventato vescovo di una diocesi del Centro Italia. E adesso è felicemente regnante come vescovo di questa diocesi. Lui sta lì tranquillamente, sicuramente senza nessun rimorso”

    Il desiderio del sacerdote è che la sua testimonianza porti a conseguenze concrete: “Io spero di ottenere solo giustizia, voglio che ci sia una giustizia perché la misericordia va di pari passo con la giustizia. È giusto che chi ha sbagliato deve pagare a livello canonico, a livello penale, a livello civile”.

    I numeri della pedofilia nella Chiesa: i dati della Rete L’Abuso

    I numeri raccolti dall’associazione Rete L’Abuso confermano la gravità sistemica del problema denunciato da don Angelo. Secondo l’ultimo Rapporto nazionale 2025, in Italia si contano oltre 1.250 casi complessivi di violenze sessuali all’interno della Chiesa, con il coinvolgimento di 1.106 sacerdoti dal 2000 a oggi.

    L’incidenza dei preti coinvolti è stimata al 3,57% del clero totale, un numero definito “molto alto” considerando che si basa su censimenti non ufficiali.

    Uno dei problemi più critici evidenziati è il “sommerso”: oltre il 75% dei sacerdoti segnalati non è mai stato denunciato alla magistratura italiana, con 839 casi su 1.106 che non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o della gestione tramite procedimenti interni segreti, come previsto dalla storica direttiva Crimen sollicitationis.

    Recenti inchieste, come quella sull’istituto Provolo tra Verona e l’Argentina, mostrano come la pratica del trasferimento dei sacerdoti accusati sia stata utilizzata per decenni per coprire gli abusi, permettendo ai responsabili di continuare a colpire in nuove sedi.

    https://www.virgilio.it/notizie/don-angelo-denuncia-che-il-prete-che-mi-ha-abusato-e-diventato-vescovo-non-sono-mai-stato-ascoltato-1751448

  • Accuse di abusi nella Chiesa di Cagliari: ‘Denunciati tanti preti ma sono ancora al loro posto’

    Accuse di abusi nella Chiesa di Cagliari: ‘Denunciati tanti preti ma sono ancora al loro posto’

    L’onda d’urto del caso Bonaria

    Il fulcro della vicenda riguarda pesanti accuse di abusi che avrebbero coinvolto padre Efisio Schirru, mercedario, figura di spicco nel panorama ecclesiastico locale. Tuttavia, ciò che sta sollevando un’indignazione senza precedenti non è solo la natura dei reati contestati, ma il presunto immobilismo dei vertici. Le testimonianze che emergono disegnano un quadro inquietante: denunce presentate anni fa, segnalazioni ai superiori e appelli rimasti, troppo spesso, chiusi nei cassetti polverosi delle cancellerie vescovili.

    “Molti sacerdoti sono stati segnalati per condotte inappropriate, eppure sono ancora al loro posto, a contatto con i giovani”, denunciano alcune vittime e associazioni. È una frase che pesa come un macigno sulla gestione dell’Arcivescovo Giuseppe Baturi, chiamato oggi a rispondere di una strategia difensiva che molti leggono come una colpevole inerzia.

    L’intervento delle istituzioni: il monito della Garante

    La gravità della situazione aveva spinto, a marzo,la Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Carla Puligheddu, a rompere il silenzio istituzionale con una lettera aperta indirizzata direttamente all’Arcivescovo. Il messaggio era stato perentorio: non possono esistere zone franche.

    “È necessaria una vigilanza rigorosa e costante anche in ambito ecclesiastico. La tutela dei minori deve prevalere su ogni logica di protezione dell’istituzione o di segretezza interna.”

    La Garante, volendo sintetizzare, aveva richiamato la Chiesa di Cagliari alle proprie responsabilità morali e civili, sottolineando come la prevenzione degli abusi non possa limitarsi a dichiarazioni d’intenti, ma debba tradursi nell’allontanamento immediato di chiunque sia sospettato di mettere a rischio l’integrità dei bambini.

    Una fiducia da ricostruire

    Mentre le indagini proseguono, la città si interroga sul silenzio che ha protetto certi ambienti per decenni. La richiesta che sale dalla piazza e dalle istituzioni è univoca: trasparenza totale. Il “mix logico” tra la cronaca nera di Bonaria e il richiamo formale della Garante delinea una crisi di fiducia profonda. Se la Chiesa cagliaritana vuole davvero “tutelare i minori”, dovrà dimostrare di avere il coraggio di fare pulizia al proprio interno, senza sconti e senza attese, perché ogni giorno di ritardo è un tradimento verso chi non ha voce.

    Accuse di abusi nella Chiesa di Cagliari: “Denunciati tanti preti ma sono ancora al loro posto”

  • SARDEGNA: Cara CEI, tra un “solletico” e una “misericordia” sono 44 i casi di cui 36 non pubblici, le vittime 202

    SARDEGNA: Cara CEI, tra un “solletico” e una “misericordia” sono 44 i casi di cui 36 non pubblici, le vittime 202

    Tranne i pochi casi noti di don Efisio Schirru; don Valerio Manca; don Giuseppe Cuccu; don Marco Dessì; don Pascal Manca; don Raimondo Meloni; don Pietro Sabatini, quale risposta ci vuole dare il segretario della CEI mons. Giuseppe Baturi sugli altri 36 casi che se pur non siano arrivati agli onori della cronaca, tuttavia soggiornano in Sardegna? E delle 202 presunte vittime?

    Le segnalazioni che pervengono all’Osservatorio della Rete L’ABUSO sono molte e anche se la CEI nella persona del suo Presidente Matteo Zuppi e del suo Segretario Giuseppe Baturi non hanno mai voluto acquisirle, malgrado l’Associazione , in più occasioni si sia collaborativamente offerta a comunicarle, difficilmente si può parlare di dati infondati, come lo stesso Baturi e la CES hanno sostenuto, lo scorso marzo, quando la Garante per la tutela dei minori sarda Carla Pugligheddu, dopo averli verificati, con buonsenso ha scritto allarmata proprio a Baturi. Garante che come è tristemente noto non solo si è vista attaccare dalla CES, ma addirittura è stata defenestrata dal Consiglio Regionale Sardo di cui faceva parte.

    Casi che sarebbe stato bene quanto meno verificare, anche per dare un concreto credito alle dichiarazioni che proprio mons. Giuseppe Baturi, pochi giorni fa ha rilasciato, lodando quello che a suo dire è il grande lavoro e i progressi che la chiesa italiana ha fatto, grazie agli sportelli diocesani.

    Lavoro che a dire delle vittime e anche dell’associazione, non è proprio così lodevole. E si conferma ancora una volta nel servizio andato in onda ieri a “Fuori dal coro”.

    Il caso di don Efisio Schirru era tra quelli anonimi segnalati all’associazione, sul quale la chiesa sarebbe potuta intervenire prima, facendo tutti i dovuti accertamenti.

    Cosa che non è avvenuta, a causa dell’ostinata volontà di non collaborare con le vittime dimostrando che quella che il Presidente della CEI Matteo Zuppi ha battezzato nel 2021 come “La via italiana”, altro non è che la solita via, quella dell’auto acclamazione su un progetto fallimentare e maldestro di una chiesa che vuole fare tutto, tranne che rendere giustizia alle vittime, prevenendo seriamente la salute psicofisica dei minori che ogni giorno, purtroppo, gli vengono affidati.

    Una chiesa che non aiuta sé stessa e che fa vergognare di farne parte, tanti bravi sacerdoti.

  • Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Scott Peyton è in attesa di una decisione dal Vaticano.

    Il diacono cattolico della Louisiana, che nel maggio 2024 ha presentato ricorso contro  la sua scomunica dopo aver lasciato la Chiesa in seguito al caso di abusi subiti dal figlio, ha atteso circa due anni per una decisione da Roma. 

    Il ricorso rimane irrisolto, lasciando incerto il suo status canonico e prolungando un caso che ha richiamato l’attenzione sull’intersezione tra diritto canonico, prassi pastorale e gestione delle controversie legate agli abusi.

    Secondo quanto riportato dal Guardian, nel maggio 2024 Peyton presentò ricorso formale contro la sua scomunica al Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano. 

    L’esito potrebbe determinare se la scomunica è stata applicata in conformità al diritto canonico e come casi simili potranno essere affrontati in futuro.

    Peyton, cresciuto nella fede metodista, è entrato nella Chiesa cattolica in età adulta. La sua conversione, formalizzata nel 2001, è stata seguita da quello che lui stesso ha descritto come un impegno consapevole da parte sua e di sua moglie Letitia per allineare le loro vite alla fede e all’insegnamento cattolico. Lui e Letitia hanno allargato la famiglia a sei figli e si sono profondamente integrati nella vita parrocchiale cattolica. Come ha affermato nel racconto personale del suo ricorso al Vaticano, ottenuto da NCR con il suo permesso, si è persino sottoposto a un intervento di inversione della vasectomia per conformarsi pienamente all’insegnamento cattolico sulla vita familiare e sulla sessualità.

    Peyton scrisse che nel 2007 aveva discernuto la vocazione al diaconato permanente. Fu ordinato sacerdote nel 2012 e assegnato alla chiesa cattolica di San Pietro a Morrow, una piccola parrocchia rurale dove la famiglia Peyton era parrocchiana dal 2006. La comunità era molto unita e la famiglia di Peyton strinse un forte legame con l’allora parroco, padre Michael Guidry. Peyton scrisse che la diocesi lo aveva assegnato a San Pietro su sua richiesta e su richiesta di Guidry.

    Secondo Peyton, Guidry era una presenza frequente nella vita della famiglia. Li invitava a pranzo e cena e si complimentava per il loro servizio. Peyton ha raccontato che i suoi figli andavano spesso a casa di Guidry per aiutarlo con i lavori quotidiani e, quando erano lì, lui permetteva loro di bere alcolici all’insaputa dei genitori. 

    “Dato il grande rispetto che nutrivamo per il sacerdozio e la grande fiducia che riponevamo personalmente in padre Guidry, a nessuno di noi è mai venuto in mente che potesse star manipolando la nostra famiglia allo scopo di commettere abusi sessuali su minori”, scrisse Peyton nella sua memoria difensiva.

    Quella fiducia venne poi infranta. Nel maggio del 2018,  come riportato in seguito da OSV News , il figlio di Peyton, Oliver, rivelò che, tre anni prima, Guidry lo aveva fatto ubriacare e molestato. La rivelazione segnò l’inizio di una serie di eventi che avrebbero cambiato il rapporto della famiglia Peyton con la chiesa.

    Secondo quanto riportato da Peyton al Vaticano, lei e Oliver denunciarono l’accaduto all’ufficio dello sceriffo il 21 maggio, il giorno dopo che Oliver ne aveva parlato con i suoi genitori. Peyton scrisse che l’ufficio dello sceriffo interrogò Guidry quattro giorni dopo, il 25 maggio.

    Secondo Peyton, Guidry inizialmente ammise di aver tenuto una condotta inappropriata, ma non fu arrestato. Peyton scrisse di aver denunciato l’accaduto alle autorità diocesane il 29 maggio. Nella sua ricostruzione degli eventi relativi al ricorso presentato, Peyton affermò che “i funzionari della diocesi di Lafayette inizialmente si mostrarono comprensivi”.

    Quella percezione cambiò rapidamente.

    Secondo Peyton, il vescovo J. Douglas Deshotel di Lafayette ha reso pubblica l’accusa durante le messe parrocchiali del 2 giugno 2018, giorno del matrimonio del figlio maggiore di Peyton, fornendo dettagli che hanno reso la famiglia identificabile all’interno della loro piccola comunità. Peyton ha scritto che anche la diocesi ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava l’accusa lo stesso giorno. Come riportato da OSV, il nome di Oliver Peyton è stato reso pubblico in una causa del 2018 ed è apparso in articoli di stampa. 

    “Non posso sottolineare abbastanza quanto sia stato angosciante per la mia famiglia il momento in cui la diocesi ha fatto l’annuncio e la violazione dell’anonimato della vittima da parte del vescovo”, ha scritto Peyton nel suo appello al Vaticano.

    Ha aggiunto che la rivelazione ha costretto la famiglia a esporsi pubblicamente prima di aver informato i parenti, esponendoli a speculazioni e giudizi.

    Il vescovo ha tenuto una conferenza stampa sul caso il 4 giugno. “Il vescovo Deshotel ha affermato che, se l’accusa si fosse rivelata infondata, padre Guidry sarebbe stato reintegrato nel ministero”, ha scritto Peyton. 

    L’avvocato canonico di Peyton ha fornito a NCR un link a un video pubblicato da NewsTalk 96.5 KPEL , contenente l’audio della conferenza stampa del 4 giugno 2018. Durante la conferenza stampa, Deshotel ha dichiarato: “Prima di tutto, lasciamo che le autorità civili, attraverso le loro indagini, determinino esattamente cosa sia successo e se si tratti di un reato o meno. Se non lo è, allora Padre potrà essere reintegrato e anche il suo buon nome potrà essere riabilitato”.

    Peyton sostenne che ciò suggeriva incertezza circa la credibilità dell’accusa, nonostante le ammissioni di Guidry alla polizia il 25 maggio.

    “Insinuando la possibilità che l’accusa non fosse credibile, pur sapendo benissimo che lo era, il vescovo ha offerto a padre Guidry l’opportunità di affermare ai suoi sostenitori che il vescovo era a conoscenza della sua innocenza”, ha scritto Peyton nel suo resoconto degli eventi contenuto nel ricorso vaticano.

    Durante la conferenza stampa, Deshotel, rispondendo alle domande dei giornalisti su chi avesse denunciato gli abusi alla diocesi e dove questi si fossero verificati, ha affermato che i genitori della vittima ora frequentano la chiesa di Ville Platte, in Louisiana. (Nel 2017 Peyton era stata trasferita in un’altra parrocchia, la Chiesa del Sacro Cuore a Ville Platte).

    Durante la conferenza stampa, Deshotel ha anche affermato che la diocesi offre supporto psicologico a chiunque subisca abusi. Peyton ha scritto che, poco dopo la conferenza stampa, quattro membri della famiglia hanno iniziato a ricevere consulenza psicologica a spese della diocesi. Ha aggiunto che in seguito la diocesi li ha avvertiti che avrebbe interrotto il pagamento della consulenza se avessero intentato causa. 

    Nel suo racconto, Peyton ha anche affermato: 

    Il 13 giugno 2018, padre Guidry è stato interrogato dalla polizia alla presenza del suo avvocato penalista. Questa volta, ha confessato gli abusi in modo tale da costituire un reato. Il giorno seguente, 14 giugno, si è costituito alla polizia, è stato arrestato e incriminato, per poi essere rilasciato su cauzione.

    Guidry fu infine condannato al carcere. Tuttavia, Peyton affermò nel suo resoconto che la reazione della parrocchia di San Pietro fu favorevole al sacerdote. 

    Nella sua memoria difensiva, ha affermato che i parrocchiani avevano aiutato Guidry a traslocare dalla canonica nel luglio 2018 e gli avevano offerto un pranzo dopo il suo ricovero. Altri, ha aggiunto, avevano diffuso voci che mettevano in dubbio la versione dei fatti di suo figlio. Ha dichiarato di aver percepito un deterioramento della reputazione della sua famiglia nella comunità e di aver sperimentato isolamento, rapporti tesi e mancanza di sostegno da parte del clero.

    “Dei più di cento diaconi della diocesi di Lafayette, solo circa sei continuarono a offrirmi la mano della fraternità”, scrisse.

    La versione di Peyton sul ricorso presentato al Vaticano coincide con l’intervista rilasciata il 27 marzo al National Catholic Reporter, in cui descriveva l’impatto più ampio di quanto accaduto sulla fede della sua famiglia.

    Peyton continuò a svolgere il ruolo di diacono per un certo periodo, ma le tensioni con la dirigenza diocesana si intensificarono. Secondo quanto da lui dichiarato, nell’agosto del 2018 la famiglia intentò una causa civile contro Guidry e la diocesi di Lafayette. Peyton scrisse che, subito dopo aver presentato la denuncia, fu avvertito dal clero che avrebbe potuto essere rimosso dallo stato clericale.

    “Di questo passo, sarei già stato rimosso dallo stato clericale prima del prete che ha abusato di mio figlio”, scrisse.

    La diocesi di Lafayette non ha risposto alla richiesta di commento da parte di NCR e non ha confermato se Guidry sia stato ridotto allo stato laicale. 

    Nel 2021, la causa civile si è conclusa con un accordo. La diocesi ha annunciato di ritenere credibili le accuse e di aver rimosso definitivamente Guidry dal ministero.  Il comunicato includeva brevi scuse a Oliver e alla sua famiglia in riferimento alle azioni di Guidry, ma, secondo Peyton, non affrontava altri aspetti dell’esperienza vissuta dalla famiglia.

    In seguito all’accordo, Peyton scrisse che la diocesi aveva immediatamente interrotto la fornitura di supporto psicologico. Peyton e la sua famiglia fondarono un’organizzazione no-profit per sostenere le vittime di abusi e promuovere una riforma. Allo stesso tempo, il loro rapporto con la Chiesa continuò a deteriorarsi. Nell’intervista rilasciata a NCR, Peyton affermò che partecipare alla Messa dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico era stata un’esperienza dolorosa.

    “Volevamo semplicemente spuntare le caselle. Tutto ciò che era lì dentro ci ricordava il motivo per cui ci trovavamo in quella situazione”, ha detto.

    Alla fine, la famiglia iniziò a frequentare una congregazione anglicana, cercando di prendere le distanze dall’ambiente associato al trauma.

    Il suo allontanamento dalla Chiesa cattolica è stato formalizzato in una lettera del dicembre 2023 indirizzata a Deshotel, con la quale ha rassegnato le dimissioni dal ministero attivo. Peyton ha affermato che il tono della risposta iniziale del vescovo era comprensivo, cosa confermata dall’e-mail del vescovo, allegata al ricorso.

    Mesi dopo, nel marzo del 2024, Peyton ricevette però un decreto di scomunica dal suo vescovo.

    “Era una di quelle situazioni in cui ti dicono: ‘Se non te ne vai, ti licenziamo’”, ha detto.

    Le basi canoniche della scomunica – considerata uno degli atti canonici più gravi che un vescovo cattolico possa imporre – sono state contestate. Dawn Eden Goldstein, l’avvocata canonista che rappresenta Peyton gratuitamente, ha dichiarato a NCR che la decisione del vescovo di imporre una sanzione formale era ingiustificata e pastoralmente dannosa.

    “Sono rimasta sconvolta da quello che ho considerato un totale fallimento pastorale da parte della diocesi”, ha affermato.

    Goldstein ha sottolineato che Peyton non si era presentato pubblicamente come intenzionato a continuare il ministero cattolico dopo le sue dimissioni e che le sue azioni non avevano creato il tipo di scandalo che avrebbe richiesto una scomunica imposta.

    “Non mi era affatto chiaro che il vescovo avesse cercato in alcun modo di trovare altri rimedi, di natura più pastorale”, ha affermato.

    Il suo ricorso al Vaticano, presentato nel maggio 2024, mira a ribaltare il decreto. Il caso è rimasto irrisolto per quasi due anni.

    Secondo il canonista Nicholas Cafardi, ex preside della Thomas R. Kline School of Law della Duquesne University, la questione centrale in questo caso non è l’azione del vescovo, bensì il concetto canonico di scisma. A suo avviso, lo scisma costituisce una rottura della comunione con la Chiesa cattolica, nello specifico un rifiuto dell’autorità del papa. Secondo il diritto canonico, ha affermato, tale rottura comporta una pena automatica.

    «Si è scomunicato entrando in scisma», ha detto Cafardi, riferendosi al principio della  latae sententiae , comunemente noto come scomunica immediata e automatica, che si verifica per l’atto in sé piuttosto che per imposizione di un vescovo. Uno scisma si verifica di solito quando un membro ordinato della Chiesa si separa ufficialmente dall’autorità e dalla gerarchia ecclesiastica a causa di disaccordi dottrinali e organizzativi.

    Cafardi ha sottolineato che la scomunica in questo contesto non è intesa come misura punitiva in senso convenzionale, ma come ciò che il diritto canonico definisce una pena “medicinale”. L’effetto della pena è che l’individuo non può più esercitare il ministero ecclesiastico né svolgere funzioni clericali e non è più considerato in piena comunione con la Chiesa. Allo stesso tempo, lo scopo della pena è correttivo, volto a favorire la riconciliazione.

    In termini pratici, ha affermato Cafardi, la riconciliazione richiederebbe che l’individuo rinunci allo scisma e ritorni formalmente alla Chiesa, in genere attraverso una professione di fede. Una volta compiuto questo passo, la pena può essere revocata dall’autorità ecclesiastica. Fino ad allora, ha aggiunto, la situazione rispecchia le conseguenze stabilite dal diritto canonico per la rottura della comunione.

    Goldstein si è concentrata meno sull’atto di allontanamento e più sulle circostanze che lo hanno determinato. In una lettera del 14 maggio indirizzata alle autorità vaticane e inclusa nel ricorso di Peyton, ha affermato che il diritto canonico deve tenere conto del fatto che una persona intendesse rompere con la Chiesa o abbia agito sotto pressione.

    Facendo un paragone con il diritto matrimoniale ecclesiastico, ha suggerito che, così come un coniuge può essere giustificato nell’abbandonare una situazione dannosa, la partenza di Peyton dovrebbe essere valutata alla luce di ciò che ha descritto come “i continui fallimenti pastorali e l’aperta ostilità della Diocesi” che “hanno messo i suoi figli in grave pericolo di perdere la fede cristiana”.

    Goldstein scrisse che la scomunica inflitta a Peyton non era una punizione “medicativa”: “Piuttosto, sembra una punizione per aver intentato con successo una causa contro la diocesi di Lafayette, e sta causando gravi danni alla sua famiglia”.

    Nella sua intervista con NCR, Goldstein ha anche messo in discussione il processo che ha portato alla scomunica, sottolineando quella che ha definito una mancanza di impegno pastorale. “Il vescovo aveva la responsabilità di parlare con lui, incontrarlo e dialogare con lui”, ha affermato, aggiungendo di non aver visto alcuna indicazione che tale contatto sia avvenuto dopo che Peyton ha presentato le sue dimissioni.

    Pur riconoscendo che Peyton avrebbe potuto essere a conoscenza della possibilità di una scomunica automatica a causa della sua formazione teologica, la giudice ha sostenuto che la sua condotta non raggiungeva il livello di pubblica sfida o scandalo tale da giustificare una scomunica formale e imposta. Dal suo punto di vista, il caso solleva questioni più ampie su come il diritto canonico venga applicato quando circostanze personali, tra cui traumi e mancanze nel fornire sostegno comunitario e cura pastorale, influenzano la decisione di un ecclesiastico di abbandonare il ministero.

    “Credo che Papa Francesco e Papa Leone sarebbero d’accordo sul fatto che, a prescindere da come la legge si pronunci su questo caso, il diacono Peyton abbia diritto a una conclusione. Ha diritto a una risoluzione”, ha affermato. “E le persone ovunque si siano allontanate dalla Chiesa cattolica a causa del dolore e della rabbia provocati dalla crisi degli abusi hanno il diritto di sapere: la Chiesa le considera scomunicate perché il loro dolore, la loro rabbia, le ha portate a rinunciare al culto cattolico?”.

    Parlando con NCR, Peyton ha descritto la sua breve frequentazione di una chiesa anglicana come una risposta a ciò che lui e la sua famiglia avevano vissuto negli ambienti cattolici dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico. “Andare a messa non ci dava conforto”, ha detto. “Quindi abbiamo cercato di scegliere un luogo che potesse offrirci aiuto e nutrirci spiritualmente”.

    Ha inoltre respinto l’ipotesi che avesse intenzione di incorrere nella scomunica. “Non è mai stato questo il caso”, ha affermato Peyton, facendo riferimento alle sue dimissioni scritte al vescovo, che, a suo dire, avevano lo scopo di chiarire che si stava dimettendo senza cercare di provocare una sanzione canonica. Ha infatti sottolineato che la risposta iniziale del vescovo era stata “pastorale” e non aveva minacciato la scomunica, che è arrivata solo circa tre mesi dopo, nel marzo 2024. Durante quel periodo, Peyton e la sua famiglia avevano iniziato a parlare pubblicamente degli abusi e a sostenere modifiche legislative in Louisiana.

    “Quando Guidry uscirà di prigione tra un anno circa, potrà dire onestamente di essere un prete cattolico, mentre mio figlio potrà constatare che suo padre non può dire ‘Sono un diacono cattolico’, né che sono il benvenuto in chiesa, perché non possiamo infliggerci questa tortura.”

    “Dopo due anni di tiramenti, voglio sapere qual è la posizione di Roma”, ha detto. “Voglio che Roma risponda.”

    https://www.ncronline.org/news/louisiana-deacon-awaits-vatican-decision-his-excommunication

  • I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    Le vittime dei Testimoni di Geova hanno nuovamente vinto in tribunale contro la congregazione. La sezione civile del Tribunale provinciale di Madrid ha confermato la precedente sentenza, affermando che coloro che sono stati colpiti dalle pratiche dei Testimoni possono essere considerati vittime, possono costituire un’associazione e possono definire la congregazione una “setta distruttiva”, in quanto tutelati dalla libertà di espressione.

    I giudici ritengono inoltre che tali affermazioni siano supportate dalle esperienze di vita reale di ex membri della setta che hanno testimoniato durante il procedimento giudiziario. La sentenza afferma che queste dichiarazioni “non costituiscono semplici insulti, bensì giudizi di valore con sufficiente fondamento fattuale” e che “fanno parte di un rilevante dibattito sociale di interesse generale”, secondo una dichiarazione dello studio legale Bardavío Abogados, che ha rappresentato le vittime in questo caso.

    La Corte sottolinea che tali manifestazioni sono tutelate quando si basano su fatti verificabili e testimonianze veritiere, nell’ambito del legittimo esercizio dei diritti fondamentali. Inoltre, la sentenza si fonda sulle pratiche denunciate in numerose testimonianze di ex membri, che descrivono sistemi di controllo interno attraverso regolamenti e commissioni disciplinari; pressioni sociali e familiari, soprattutto in caso di espulsione o dissenso; e isolamento sociale.

    «In primo luogo, la rilevanza pubblica del contenuto informativo non può essere messa in discussione, a meno che non si viva distaccati dai media in una società democratica come quella spagnola. Pochi argomenti seri suscitano maggiore interesse nelle società democratiche del funzionamento interno delle religioni, delle relazioni tra i loro membri e dell’adattamento dei loro antichi dogmi ai valori attualmente prevalenti nelle società democratiche», si legge nella sentenza.

    Nella parte conclusiva della sentenza, i giudici si concentrano su una questione fondamentale: “I membri dell’associazione imputata che hanno abbandonato i Testimoni di Geova intendono recuperare un rapporto di affetto con i loro parenti che continuano a appartenere alla confessione religiosa e per i quali provano un amore sincero che esclude la promozione di atti dannosi nei loro confronti o la loro giustificazione in qualsiasi modo”.

    Aggiungono inoltre che le vittime non hanno “l’intenzione di diffamare”, ma piuttosto “agiscono con l’evidente intento di denunciare al fine di modificare le abitudini della confessione religiosa, adattandole ai valori attuali delle società democratiche”.

    Il procedimento legale è iniziato nel 2019 e si è incentrato sull’esistenza stessa dell’Associazione spagnola delle vittime dei Testimoni di Geova, sui suoi statuti e sulle sue denunce.

    La sentenza che ha respinto la causa per violazione dell’onore intentata dai Testimoni contro le vittime conteneva quasi 70 pagine di argomentazioni a favore della loro libertà di espressione, considerando che le loro critiche sono veritiere, documentate e, nella maggior parte dei casi, basate sulle testimonianze delle persone direttamente coinvolte.

    «Sebbene sia fastidioso e profondamente offensivo, l’esistenza dell’Associazione deve essere tollerata», ha affermato il magistrato di Torrejón de Ardoz.  Il giudice ha riconosciuto che affermare che i testimoni si comportino come una «setta» può essere «spiacevole, persino offensivo, per i fedeli», ma costituisce una «critica legittima». La congregazione ha annunciato che presenterà ricorso contro questa sentenza, che, tra le altre cose, respinge la sua richiesta di risarcimento di 25.000 euro.

    https://www.eldiario.es/sociedad/justicia-avala-llame-secta-destructiva-testigos-jehova_1_13158958.html