Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Violenza sessuale su minori, la Cassazione conferma la condanna dell’ex prete Giuseppe Rugolo

    Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale su minori e la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione. Inammissibili i ricorsi sia della difesa che della Procura, che aveva contestato la riduzione della pena, scesa in appello da 4 anni e mezzo a tre anni. In Appello, i giudici avevano applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi. Il 14 luglio 2025 Rugolo è stato dimesso dallo stato clericale.

    L’indagine nei confronti del prete si era aperta grazie alla denuncia di Antonio Messina, che ha riferito alla squadra mobile di Enna le violenze subite dal 2009 al 2013: gli accertamenti hanno consentito di ricostruire violenze commesse nei confronti di altri giovani. Messina era è stato denunciato per diffamazione dall’imputato insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso – la onlus che assiste le vittime di abusi del clero – Francesco Zanardi.

    La vittima, dopo la condanna in primo grado di Rugolo, ha scritto a marzo 2024 una lettera a Papa Francesco e a tre dicasteri: quello per la dottrina della Fede, quello per il clero e infine a quello per i Vescovi, che dal 30 gennaio 2023 è stato retto dal cardinale Robert Francis Prevost, poi diventato Papa Leone XIV. Il caso aveva suscitato anche un botta e risposta tra i vertici del clero di Piazza Armerina. Il vescovo della diocesi Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, sono indagati per falsa testimonianza, accusati di avere mentito in aula durante il processo al sacerdote.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/14/rugolo-prete-condanna-abusi-minori-notizie/8386781

  • Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Per Chiesa e magistrati esistono pedofili non punibili

    «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità». È la risposta che un quattordicenne, abusato per anni dal suo parroco, ha ricevuto dal Dicastero per la dottrina della fede. Il ragazzo era stato palpeggiato nelle parti intime dal prelato.

    Il 5 maggio (Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia), l’Ansa ha battuto la notizia che la Corte Costituzionale ha sancito che «quando è riconosciuta l’attenuante della “minore gravità”, il condannato per “atti sessuali con minorenne, ove ne sussistano le condizioni, deve vedersi sospesa l’esecuzione della pena, in modo che possa presentare istanza di accesso ai benefici penitenziari e che la magistratura di sorveglianza possa compiere la conseguente valutazione individualizzata, senza che nel frattempo sia limitata la libertà personale con la detenzione in carcere”».

    Due anni fa, sempre la Corte Costituzionale scrisse in una sentenza che esiste una pedofilia di “minore entità”. Nella sentenza numero 91/ depositata il 20 maggio e pubblicata due giorni dopo sulla Gazzetta Ufficiale, i giudici hanno infatti dichiarato che è incostituzionale non prevedere la diminuzione della condanna per reati di pedopornografia considerati di «minore gravità». Alla Corte Costituzionale il ricorso era stato promosso per il caso di un imputato per pedopornografia e adescamento di minori.

    • El Salvador: chiesto indagine penale su abusi

    Il salvadoregno José Napoleón Lemus ha denunciato di essere stato vittima di abusi sessuali quando frequentava l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto salesiano dove stava studiando per il diploma di maturità.

    Lemus ha denunciato di essere stato abusato dal rettore dell’epoca, il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò, e ha dichiarato a El Mundo di aver contattato almeno altre 50 vittime dello stesso prete. Lemus nel 2020 ha ricevuto un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il don Corò, accusato di «crimini più gravi contro il sesto comandamento».

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti, e specifica che il 12 febbraio 2020 sono state prese le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale. Lemus però non è soddisfatto dell’esito dell’indagine ecclesiastica e chiede che sia avviato un procedimento penale nei confronti del sacerdote italiano.

    Il caso di José Napoelón Lemus è presente nel dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo recentemente inviato in Vaticano dal quotidiano spagnolo El Pais.

    • Pagamento record dell’arcidiocesi di New York alle vittime di abusi

    Cifra quasi record, seconda solo a quanto versato dalla diocesi di Los Angeles due anni fa, per l’arcidiocesi di New York: 800 milioni di dollari corrisposti a 1300 vittime di abusi sessuali del clero. Due anni fa Los Angeles pagò 80 milioni in più.

    Il risarcimento arriva al termine dell’accordo transattivo con le vittime per chiudere i casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti dell’arcidiocesi americana.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, avvocati di 300 sopravvissuti, hanno definito l’accordo un trionfo. L’arcivescovo Ronald Hicks, in una lettera aperta ai fedeli, si è definito cautamente ottimista su fatto che tutte le vittime accetteranno di sottoscrivere l’accordo. La Chiesa, ha aggiunto, ha inoltre ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziarlo.

    Senza quest’accordo la diocesi avrebbe rischiato la bancarotta come è già successo in diverse altre diocesi americane, anche nello stesso Stato di New York.

    • Spagna: risarcimenti per abusi esenti dal fisco

    I risarcimenti ricevuti dalle vittime di abusi sessuali del clero non andranno inseriti nella dichiarazione dei redditi e non saranno sottoposti a tassazione. La decisione è stata promulgata dal Consiglio dei Ministri spagnolo con un decreto legge.

    Tale disposizione applica l’accordo sottoscritto dal Governo con la Conferenza Episcopale per il riconoscimento e la riparazione alle vittime di abusi clericali.

    (A cura di Alessio Di Florio. Foto di Claudio Schwarz su Unsplash)

  • I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

    L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

    Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

    Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

    Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

    Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

    Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

    Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

    Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

    La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/gesuiti-abusi-sessuali-coraggio-vittime-ambiguita-chiesa-annalisa-corrado-p8ma87ub

  • Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Sono trascorsi più di vent’anni da quando José Napoleón Lemus lasciò El Salvador per cercare di dimenticare un dolore inflittogli che, all’epoca, nessuno voleva riconoscere. Oggi, con le prove in mano, con un caso di abuso ammesso dalla congregazione salesiana, cerca giustizia nel suo paese. Era il 1985 e stava studiando per il diploma di maturità presso l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto cattolico sotto l’egida della congregazione salesiana.

    Lemus era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, al quale molti anni dopo fu diagnosticata la dislessia. Alla fine del 1985, i suoi problemi scolastici si erano aggravati e lo condizionavano notevolmente. Il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò era il rettore dell’istituto e insegnava anche due materie, religione ed educazione sessuale, “ironicamente”, racconta questo salvadoregno.

    «Avevo una bella amicizia con padre Corò, e lui interagiva con me privatamente e mi diceva subito che se avessi mai avuto bisogno di aiuto, avrei dovuto rivolgermi a lui; le sue porte erano sempre aperte quando volevo. Ho interpretato questo gesto come un segno di amicizia e ho iniziato a vederlo come un secondo padre», racconta Lemus in una lettera scritta nel 2019, in cui descrive gli abusi.

    Alla fine dell’anno, nel novembre del 1985, padre Corò gli chiese di incontrarlo a scuola dopo le 18:00. Il sacerdote gli diede indicazioni su come entrare e gli assicurò che la sicurezza lo avrebbe lasciato passare.

    Appena entrato, Lemus racconta che il prete lo afferrò e iniziò a toccarlo e baciarlo. “Ero paralizzato”, ha raccontato. In un’intervista al Diario El Mundo, Lemus ha raccontato che il prete cercò di corromperlo: “Sono parole che non dimenticherò mai: ‘Se vieni almeno una volta al mese, non dovrai più preoccuparti di studiare ‘. Era una tangente sessuale, nel senso che mi avrebbe permesso di laurearmi. E non sono mai più tornato a scuola “, ha detto questo salvadoregno residente in Canada.

    José lasciò la scuola e quello stesso giorno raccontò alla madre cos’era successo. “Mia madre non ci credette. Pensava che fosse una scusa per non studiare”, disse. Anni dopo, sotto pressione per interrompere gli studi e nel bel mezzo del reclutamento per il conflitto armato, Lemus lasciò El Salvador, viaggiò negli Stati Uniti e in seguito in Canada, che è la sua casa da decenni.

    “Ho evitato di andare in El Salvador per tutta la vita”, ha dichiarato a Diario El Mundo in una telefonata, ammettendo di avere ancora incubi al momento del ritorno nel Paese e che il bambino a cui è stata rubata l’infanzia piange ancora per il dolore.

    Un decreto e un “rimprovero”

    Ma questa storia non si limita a una lettera. Dopo aver cercato aiuto e aver trovato ogni porta chiusa, nel 2019 la Vice-Provincia di Maria, Sede della Sapienza, a Roma, Italia – una circoscrizione speciale della Congregazione Salesiana mondiale – decise di ascoltarlo. Inviarono dei rappresentanti alla sua residenza in Canada e ebbero con lui una lunga conversazione. Sebbene José riconosca che i Salesiani che lo visitarono cercassero solo di smentire la sua storia, un anno dopo, nel febbraio 2020, ricevette una lettera dal superiore della Vice-Provincia che confermava il suo racconto.

    Si tratta di un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il reverendo Giuseppe Corò, accusato di “crimini più gravi contro il sesto comandamento” (crimini contro il sesto comandamento, che secondo la Bibbia prescrive ai fedeli: “Non commettere atti impuri”).

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti . Il documento si conclude affermando che, il 12 febbraio 2020, sono state decretate le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale.

    Il documento cita il Codice di Diritto Canonico, Canone 1339 §2, che prevede di “rimproverare chiunque causi scandalo o grave turbamento”. 

    «Il sacerdote che è rettore del monastero salesiano (Giuseppe Corò), dove si è ritirato, mi ha mandato una lettera di scuse e mi ha detto che mi avrebbero aiutato. E il rettore, che è anche rettore dei Salesiani in America Centrale, è stato colui che ha approvato l’aiuto psicologico che ricevevo da tre anni qui in Canada», ha raccontato Lemus.

    Impunità

    Sebbene il decreto abbia un peso significativo nel riconoscere gli abusi, José afferma di non aver ancora ottenuto giustizia. Per anni ha cercato di contattare la Polizia Civile Nazionale, avvocati per farsi rappresentare e diverse altre istituzioni, ma è stato ignorato. La polizia richiedeva la sua presenza per sporgere denuncia, mentre gli avvocati pretendevano migliaia di dollari in anticipo, senza offrire alcuna garanzia di successo. Ad oggi, non è stato aperto alcun procedimento penale in relazione a questi abusi.

    “Quello che desidero veramente è che il prete venga messo in prigione, che paghi per le sue azioni, che venga rimosso dalla ‘santificazione’ (sic), dall’essere un santo per chilometri, chilometri, pianeti, perché non lo era, perché non lo è. Le cose buone che ha fatto in El Salvador, le ha distrutte con le tante vite che ha colpito, e se questa voce potesse dare voce a coloro che sono stati feriti, lo farebbe”, ha implorato Lemus.

    Il caso di José Napoelón Lemus è uno dei 24 che il quotidiano spagnolo EL PAÍS ha recentemente presentato al Vaticano, in un sesto dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo.

    Il suo caso non è l’unico che coinvolge il Coro Salesiano: EL PAÍS ha pubblicato almeno altre due testimonianze di salvadoregni che sono stati vittime di questo sacerdote, nella stessa istituzione nella capitale, durante il periodo in cui ne era a capo.

    Lemus, tuttavia, afferma di aver contattato, nominativamente, almeno 50 vittime di Corò residenti in El Salvador, che non si sono fatte avanti per paura. José dichiara che il sacerdote gode di un notevole sostegno all’interno della comunità salesiana, essendo stato una delle sue figure di spicco nel paese durante gli anni ’80.

    “Quello che non sapevano era cosa faceva durante la notte. Durante la notte si trasformava e smetteva di essere il padre buono e santo che tutti desideravano. Diventava uno stupratore, cosa che purtroppo è sempre stato. E io ero solo un’altra vittima.”José Napoleón Lemus, vittima di abusi da parte di padre Corò.

    José si lamenta del fatto che ogni volta che cerca di parlare del suo caso, riceve minacce proprio dalla comunità che protegge il suo aggressore. Esorta le vittime a trovare il coraggio di denunciare gli abusi e critica i leader della Chiesa cattolica in El Salvador che continuano a proteggere gli aggressori: “Smettetela di essere codardi”, dice loro.

    “Mi ha crocifisso”

    Le cicatrici lasciate da questi abusi sono durate per tutta la vita di José; non è un aneddoto che può raccontare a chiunque. Dopo averlo confidato alla madre, ha cercato di dimenticare l’accaduto; nel suo racconto accenna persino a un tentativo di suicidio.

    Ma dopo anni passati a negare di essere stata vittima di abusi, è riuscita a parlare grazie all’aiuto della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi da parte dei Sacerdoti (SNAP). Ora si sente “un po’ più libera”, anche se non ha ancora ottenuto giustizia.

    Il dolore che José prova ancora, e che ha provato, ha cambiato tutto. Socialmente si è allontanato dagli amici, ha smesso di studiare, ha dovuto vivere in esilio e ricominciare una nuova vita, ma ha anche smesso di credere.

    «Ero una cattolica devota. E mi piace, voglio credere che esista un essere superiore a noi, ma non potete immaginare quanto sia difficile mantenere questa fede. Molto difficile. Perché? Perché quell’essere che ci protegge, quell’essere che fluttua tra le nuvole o dentro di noi o chissà dove, ha deciso di prendersi una pausa il giorno in cui Padre (Giuseppe Corò) mi ha toccato la mano. Voglio dire, dov’è Dio se non a proteggerci? Che dire degli altri 30.000 casi di stupro? Dov’è l’essere che ci protegge? L’essere che ci ama e l’essere che dà la sua vita per noi, l’essere che è morto su quella croce. Quando l’essere che ti parla di lui ti stupra in quel modo. Le parole del sacerdote – quando mi ha portato nella sua stanza – sono state: “Lascia che ti presenti l’amore di Dio”. Sono parole che non potrò mai dimenticare», ha affermato Lemus.

    Il suo racconto è preciso: “Un figlio di puttana in cui credevo molto mi ha fregato, mi ha crocifisso e ho dovuto portare questa croce per tutta la vita.”

    Negli ultimi 13 anni, nove sacerdoti sono stati coinvolti in casi di abusi sessuali o stupri di minori ; solo due sono stati condannati al carcere. Nel frattempo, José Napoleón Lemus attende l’udienza.

    https://diario.elmundo.sv/nacionales/victima-de-abuso-de-sacerdote-salesiano-busca-que-la-justicia-salvadorena-lo-escuche-y-abra-un-proceso-penal

     

  • Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    L’inchiesta di EL PAÍS sull’impatto della pedofilia sulla Chiesa spagnola è, come tutte le grandi storie in questo campo, un mix di ossessione e grande ambizione. Quando la giornalista Soledad Gallego-Díaz assunse la direzione del quotidiano nel 2018, chiese un’indagine sugli abusi. Il pluripremiato film Spotlight , due anni prima, si era concentrato sul lavoro del Boston Globe nel portare alla luce la portata dello scandalo nella città americana. Altri articoli giornalistici avevano trattato casi di massa in Irlanda, Germania e Francia. La Spagna faceva eccezione?

    In prima linea in questo sforzo collettivo fin dall’inizio ci sono stati Íñigo Domínguez, attuale corrispondente da Roma per EL PAÍS, e il giornalista Julio Núñez, nato 36 anni fa a Casar de Cáceres e autore del libro Padre Pica , sulla scoperta del diario di un prete pedofilo. Quando hanno iniziato, erano venuti alla luce solo pochi casi isolati. E Gallego-Díaz ha incluso un aspetto chiave nella sua decisione: bisognava concentrarsi non solo sull’abuso in sé, ma anche sull’insabbiamento. Questa domenica, Domínguez e Núñez hanno ricordato gli inizi di questo lavoro durante l’incontro “Il coraggio di denunciare “, in una delle sale del Matadero di Madrid, dove il giornale sta organizzando un festival per celebrare il suo 50° anniversario . “Sol ci ha detto che EL PAÍS doveva farlo perché, come abbiamo visto in seguito, nessun altro lo avrebbe fatto”, aggiunge Domínguez, un cinquantatreenne di Avilés.

    L’incontro, che avrebbe dovuto essere condotto dalla stessa Gallego-Díaz questa domenica, non ha potuto partecipare a causa di una malattia, come spiegato dai relatori. “Senza di lei, questa ricerca non sarebbe stata possibile”, ha osservato Núñez, prima di chiedere al pubblico di applaudire una professionista che ha ricoperto ogni ruolo presso EL PAÍS : corrispondente parlamentare, corrispondente a Bruxelles, Londra, Buenos Aires e New York, difensore dei lettori, vicedirettrice, direttrice e editorialista di punta.

    Quando l’indagine ebbe inizio, Julio Núñez si incontrò in un piccolo ufficio con l’allora vicedirettore, José Manuel Romero. Riuscirono a trovare solo 34 condanne esaminando le statistiche giudiziarie. Contattò una vittima, Javier Paz, il motivo per cui Domínguez entrò nella storia. “Uno dei miei migliori amici d’infanzia lavora a EL PAÍS, si chiama Íñigo”, gli disse.

    Il primo articolo era intitolato “La Chiesa spagnola ha messo a tacere i casi di pedofilia per decenni “. Una decisione dell’allora vicedirettrice, Mónica Ceberio, cambiò il corso degli eventi. Insieme al reportage, allegarono un indirizzo email ( abusos@elpais.es ) aperto alle vittime. Il primo giorno arrivarono cento email, 500 entro una settimana. “Una valanga”, ricordano i due giornalisti. Per gestire ogni singolo caso, stabilirono un protocollo che hanno perfezionato nel corso degli anni. Fu il compito più delicato, perché in molti casi i giornalisti furono le prime persone con cui le vittime si rivolsero, coloro che ruppero il silenzio e chiesero giustizia.

    Erano ossessionati dal rispondere a tutte quelle email, a volte anche nel loro tempo libero, dopo aver terminato altri compiti. “Per le vittime, eravamo la loro ultima speranza”, afferma Domínguez. Man mano che l’indagine procedeva, decisero di creare un foglio di calcolo Excel per confrontare i dati. Questo rivelò degli schemi: quando la Chiesa veniva a conoscenza di uno di questi casi, trasferiva il sacerdote accusato… e rimaneva in silenzio.

    Ascoltarono le storie, le verificarono, le pubblicarono… ma non accadde nulla, raccontarono a un pubblico completamente silenzioso. Né la Chiesa né i partiti politici, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con la questione, intrapresero alcuna azione. E così ebbe inizio la battaglia dei numeri. Ogni grande storia si basa sui dati. E poiché non ne esistevano, iniziarono a compilarli da soli: un database che attualmente comprende più di 3.000 vittime e 1.600 persone accusate.

    Decisero quindi che, per rompere il silenzio, dovevano aggirare la Chiesa spagnola e rivolgersi direttamente a Papa Francesco. Nel 2021 gli inviarono un dossier con 251 casi. Il Papa aveva ordinato un’indagine su ogni caso giunto alla Chiesa attraverso qualsiasi canale. E riuscirono a ottenere l’approvazione del Congresso, a maggioranza, per l’incarico affidato al Difensore civico. Solo due settimane fa, il 15 aprile, la Spagna ha istituito il primo ufficio statale per il risarcimento delle vittime, che fino ad allora potevano rivolgersi solo alla Chiesa per ottenere giustizia.

    «Continuiamo le nostre indagini», spiega Núñez. «Le vittime vogliono la verità e hanno fiducia nel loro giornale». Nel loro sesto rapporto , appena consegnato alla Chiesa spagnola e al Vaticano, includono 21 testimonianze di vittime provenienti dall’America Latina. Questo apre una nuova strada per portare avanti il ​​compito principale affidato loro dal direttore: smascherare coloro che hanno coperto gli aggressori trasferendoli ad altri incarichi. «Dobbiamo far sì che si assumano le proprie responsabilità», afferma Domínguez. «Continueremo a lavorare», promettono.

    https://elpais.com/aniversario/2026-05-03/el-germen-de-la-investigacion-sobre-el-escandalo-de-la-pederastia-en-la-iglesia-eramos-la-ultima-esperanza-para-las-victimas.html

  • Zuppi afferma che denunciare abusi fuori dalla Chiesa implica ammettere che il suo sistema interno non funziona

    Zuppi afferma che denunciare abusi fuori dalla Chiesa implica ammettere che il suo sistema interno non funziona

    Il cardinale Matteo Zuppi ha espresso chiaramente un’idea che continua a pesare in settori della gerarchia ecclesiastica: ricorrere alla giustizia civile in casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti implicherebbe riconoscere che il sistema interno della Chiesa non funziona. Lo ha affermato durante il programma «Francesco – Crónicas de un Papado» su La7, un reportage del giornalista Ezio Mauro in occasione del primo anniversario della morte di Francesco.

    Alla domanda sulla gestione degli abusi durante il pontificato di Francesco, Zuppi ha difeso con fermezza la sua azione, ma ha introdotto una sfumatura significativa nel trattare la collaborazione con la giustizia civile: «Il problema della collaborazione con il civile è più complesso, perché se non siamo capaci di giudicarci da soli, di esaminarci, significa che c’è qualcosa che non funziona». Subito dopo, ha insistito sul fatto che il Papa era stato «rigorosissimo» e ha sottolineato l’importanza di ascoltare le vittime.

    L’approccio è chiaro. Ricorrere alle autorità civili non appare come un’esigenza morale o giuridica, ma come la conseguenza di un fallimento interno. Nella pratica, questo equivale a sostenere che la Chiesa deve bastare a se stessa anche di fronte a reati che appartengono anche al ambito penale.

    Una posizione in tensione con la normativa vigente

    Questa visione si scontra con il quadro stabilito dal motu proprio Vos estis lux mundi, dove il Papa Francesco ha insistito sulla necessità di agire con rigore e collaborare con le autorità civili in conformità con la legislazione di ciascun paese.

    Tuttavia, le parole di Zuppi puntano a un’altra logica: preservare la capacità della Chiesa di giudicare internamente questi casi, evitando che l’intervento esterno sia percepito come necessario. Non si tratta di una sfumatura minore, ma di un modo di intendere l’ambito della responsabilità istituzionale.

    Abusi trattati come questione interna

    Il nucleo dell’approccio si riassume in un’idea: «dobbiamo essere capaci di giudicarci da soli». Con questa affermazione, Zuppi colloca gli abusi nell’ambito interno della Chiesa, come se bastassero i suoi meccanismi disciplinari.

    Ma i tribunali canonici non sostituiscono la giustizia civile. Possono imporre sanzioni ecclesiastiche, ma non rispondono alle esigenze penali proprie di questi reati né garantiscono da soli la riparazione dovuta alle vittime. Ridurli a quell’ambito implica, nella pratica, trattarli solo come mancanze morali e non come crimini.

    Una logica che spiega quanto accaduto

    Le dichiarazioni del cardinale italiano riflettono un modo di affrontare gli abusi che non rompe del tutto con il passato. Nonostante le norme e i discorsi ufficiali, persiste l’idea che questi casi debbano essere risolti principalmente all’interno della Chiesa stessa.

    Il risultato è un modello che privilegia il controllo interno e limita la trasparenza, un approccio che aiuta a comprendere perché per anni molti casi non sono arrivati ai tribunali civili. Se denunciare è percepito come riconoscere un fallimento strutturale, la tendenza naturale è allora evitare quel passo.

    https://infovaticana.com/it/2026/05/02/zuppi-afferma-che-denunciare-abusi-al-di-fuori-della-chiesa-implica-ammettere-che-il-suo-sistema-interno-non-funziona/

  • L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’Arcidiocesi cattolica di New York ha accettato di versare 800 milioni di dollari nell’ambito di un accordo transattivo con 1.300 sopravvissuti ad abusi sessuali, segnando uno dei risarcimenti più ingenti in un’ondata di contenziosi legali riguardanti abusi commessi dal clero negli Stati Uniti.

    L’accordo è secondo solo all’intesa da 880 milioni di dollari raggiunta dall’Arcidiocesi di Los Angeles nel 2024. La Chiesa cattolica ha erogato miliardi di dollari in risarcimenti in tutti gli Stati Uniti negli ultimi anni, dopo che New York e altri stati hanno promulgato leggi che hanno temporaneamente consentito alle vittime di abusi sessuali su minori di intentare cause per reati risalenti a decenni fa.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, legali che rappresentano 300 sopravvissuti con rivendicazioni contro l’arcidiocesi, hanno definito l’accordo un trionfo che porrà fine a quasi sei anni di battaglie legali con la Chiesa e i suoi assicuratori. La proposta di transazione è soggetta alla documentazione finale e al pieno consenso dei sopravvissuti prima di essere perfezionata, ha dichiarato Anderson.

    L’Arcivescovo Ronald Hicks ha affermato in una lettera ai parrocchiani venerdì di essere ‘cautamente ottimista’ sul fatto che tutti i ricorrenti sosterranno l’accordo. Hicks, divenuto arcivescovo di New York a febbraio, ha spiegato che la Chiesa ha ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziare il risarcimento.

    ‘È stato un processo doloroso, soprattutto per le vittime e le loro famiglie che hanno sofferto, nella maggior parte dei casi, per decenni’, ha dichiarato Hicks.

    Oltre al pagamento di 800 milioni di dollari, l’Arcidiocesi ha accettato di rendere pubblici i documenti relativi ai responsabili di reati sessuali all’interno della Chiesa.

    ‘Siamo lontani da una piena resa dei conti, ma è una forma di assunzione di responsabilità’, ha affermato Anderson in una nota diffusa venerdì.

    L’accordo consentirà ai sopravvissuti di proseguire il contenzioso contro gli assicuratori della Chiesa per ottenere ulteriori indennizzi.

    La transazione permette inoltre all’arcidiocesi di evitare il fallimento. Il Child Victims Act di New York, approvato nel 2019, e leggi analoghe in altri stati hanno spinto molte grandi organizzazioni cattoliche negli Stati Uniti a richiedere la protezione dalle procedure concorsuali.

    Nello stato di New York, ogni diocesi, ad eccezione dell’arcidiocesi di New York e della diocesi di Brooklyn, ha presentato istanza di fallimento per finalizzare accordi simili relativi a cause per abusi sessuali.

    Finnegan, che ha rappresentato i sopravvissuti anche nel caso di Los Angeles, ha sottolineato che risolvere la questione al di fuori delle procedure fallimentari sia preferibile sia per le vittime che per le diocesi cattoliche.

    ‘È stato meglio per entrambe le parti raggiungere una risoluzione in tempi brevi, piuttosto che affrontare un lungo e costoso fallimento’, ha dichiarato Finnegan.

    L’arcidiocesi di New York e i sopravvissuti hanno avviato la mediazione a dicembre dinanzi al giudice in pensione della Corte Superiore della Contea di Los Angeles, Daniel Buckley, che aveva già mediato l’accordo di Los Angeles. In una dichiarazione dell’epoca, il Cardinale Timothy Dolan aveva riconosciuto che l’abuso sessuale su minori ha rappresentato un capitolo vergognoso nel passato della Chiesa.

    https://it.marketscreener.com/notizie/l-arcidiocesi-di-new-york-paghera-800-milioni-di-dollari-per-chiudere-le-cause-su-abusi-sessuali-ce7f58d9df89f026

  • Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Lentamente il profilo del pontificato di Robert Prevost inizia a delinearsi. La sua cifra è quella del “ritorno alla normalità” dopo il passaggio del ciclone Bergoglio. L’orientamento normalizzatore è chiarissimo anche in merito alle strategie di contrasto agli abusi sessuali sui minori commessi dai membri del clero. Su questo terreno, il papa argentino aveva dichiarato di voler far sul serio e, pur tra mille ambiguità ed esitazioni, aveva fatto seguire alle parole alcune importanti decisioni concrete.

    Papa Leone XIV ci ha fatto comprendere di voler andare nella direzione opposta, di considerare eccessiva e controproducente l’attenzione che alcune chiese nazionali europee hanno dedicato al tema. In un messaggio rivolto, per il tramite del cardinale Pietro Parolin, ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes, il pontefice ha sostenuto che, se è certamente giusto proseguire nella prevenzione dei crimini sessuali compiuti dai preti, è altrettanto urgente che i sacerdoti abusatori non siano esclusi da uno sguardo misericordioso e da un’attenta riflessione pastorale.

    «Del resto – si legge ancora nel messaggio – dopo tanti anni di crisi dolorose è giunto il momento di volgere lo sguardo con determinazione verso il futuro e di rivolgere ai sacerdoti francesi, duramente provati, un messaggio di incoraggiamento e di fiducia». Il senso del messaggio è inequivocabile e può essere sintetizzato così: smettiamo di farci del male, negli ultimi anni abbiamo accettato di mettere la questione degli abusi al centro della nostra attenzione, abbiamo indagato sui crimini dei nostri preti e chiesto tante volte perdono alle vittime.
    Abbiamo sicuramente fatto la cosa giusta, rischiando però, da un lato, di compromettere lo stato d’animo di tanti nostri sacerdoti che da questa assunzione collettiva di colpa si sono sentiti umiliati e traditi, dall’altro, di disinteressarci completamente di quei preti riconosciuti come abusatori ma che rimangono pur sempre pastori e guide spirituali.

    Abbiamo insomma pensato più ad assecondare il desiderio di giustizia di un’opinione pubblica spesso ostile alla Chiesa che a proteggere l’immagine dei nostri funzionari screditata e messa alla berlina. Un messaggio del genere è rivolto in primo luogo a quei vescovi e a quelle assemblee episcopali che hanno coraggiosamente istituito commissioni indipendenti per far luce sugli aspetti peggiori del loro passato e ricavare indicazioni per un futuro diverso e migliore.

    L’indicazione del papa, che, venendo dalla cattedra di Pietro, risulterà vincolante, rischia di interrompere un processo di cambiamento in realtà appena iniziato. Le inchieste indipendenti (francese, tedesca, irlandese, eccetera) hanno squarciato il velo sul fenomeno offrendo cifre, storie, dinamiche degli abusi, ma gli enormi danni complessivi inflitti alle vittime e alle comunità locali sono ancora largamente privi di un riconoscimento e di un risarcimento, non solo economico, ma anche morale e spirituale.

    Un’associazione che riunisce le vittime francesi degli abusi clericali ha reso noto che sino ad ora solo l’1 per cento di chi è stato abusato da un sacerdote in Francia si è fatto avanti per esigere giustizia. In secondo luogo, nessuna delle cause strutturali indicate nei report delle commissioni indipendenti e nelle numerose analisi scientifiche sul tema è stata mai affrontata e tantomeno rimossa.

    Non è stata seriamente esaminata la questione dell’immaturità sessuale e affettiva del clero e del suo legame con il celibato obbligatorio e la formazione seminariale, né mai discussa in modo serio e realistico la questione dell’omosessualità dei seminaristi e dei sacerdoti, fonte di immense sofferenze, ambiguità, menzogne istituzionali.

    Nemmeno Il nodo dell’accesso delle donne al ministero ordinato è stato risolto. Nessuna vera riforma strutturale è stata introdotta da quando hanno iniziato a scoppiare gli scandali. L’eredità migliore di papa Francesco in questo campo è consistita in alcune rilevanti innovazioni giuridiche, certo non sufficienti a risolvere il problema, ma che se non altro testimoniavano una volontà di prenderlo sul serio (pur tra mille contraddizioni). Sarebbe tristissimo se quel cammino appena all’inizio venisse ora già interrotto e la lotta agli abusi sessuali del clero da parte della Chiesa si limitasse a qualche corso di formazione o all’apertura di un centro di ascolto.

    Significherebbe non aver compreso che la materia tocca più di ogni altra il cuore del rapporto tra la Chiesa, i suoi ministri e un popolo ancora ferito e spaventato da quello che ha iniziato ad apprendere sui crimini del clero cattolico. È qui che la Chiesa si gioca il suo destino.

    Marco Marzano – DOMANI del 30 aprile 2026

  • Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    In occasione dell’anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco, è andata in onda sul canale La7 la trasmissione condotta da Ezio Mauro, intitolata “Francesco – Cronache di un papato”.

    È passata quasi inosservata, persino al noto giornalista, una dichiarazione del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, come notano e riportano anche la rivista ADISTA e la giornalista Federica Tourn, secondo il quale rivolgersi alla giustizia civile dello Stato italiano significherebbe ammettere che qualcosa nella Chiesa non funziona. (min. 59 del sito de La7 )

    Ma leggiamo testualmente il passaggio partendo dalla domanda di Ezio Mauro;

    “Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti Francesco, ha proseguito la linea di denuncia di condanna di papa Benedetto ma, secondo alcuni, ha tenuto la questione all’interno della chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?”

    La risposta del cardinale Zuppi;

    “Con lui probabilmente non saprei che cosa si poteva fare di più poi, tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato perché, se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va. Direi papa Francesco su questo è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.”

    La prima critica non può non essere fatta a Ezio Mauro che tristemente parte con la peggior negazione che si possa fare, ovvero l’esistenza della giustizia civile che tranne in Italia, nel resto del mondo è stata la soluzione affinchè si potesse rendere giustizia alle vittime. Negazione GRAVE che ignora in primis la diversità fondamentale tra le due giustizie, quella civile – dove prevale il diritto e il rispetto della persona, che è la parte lesa – e quella canonica dove la persona (la vittima in questo caso) non è la parte lesa – sostituita da Dio – ma semplicemente il testimone che dimostra che il sacerdote, in base al 6° comandamento, peccando ha arrecato offesa a Dio,..

    Concetto totalmente ignorato da Ezio Mauro già nella domanda a Zuppi, che rende impossibile a chi segue comprendere le basi del problema in sè.

    Domanda irrispettosa, in quanto Ezio Mauro dice “secondo alcuni” , non riconoscendo che questi “alcuni” sono le vittime, le quali, puntualmente, dopo essersi rivolte a quella che impropriamente è definita “giustizia canonica”, ne fanno per la seconda volta le spese.

    Ma il peggio viene dopo facendo si che ci si ponga questa domanda; Ezio Mauro quale stato riconosce? Quello italiano o quello Pontificio?

    Domanda doverosa in quanto il conduttore, ignorando questa volta ciò che sta accadendo in tutta Europa e nel mondo, parla “ingaggio delle autorità civili”, quasi come se dal suo punto di vista queste fossero un “optional” della nostra società. Un chiaro disconoscimento delle Istituzioni dello Stato che lascia davvero basiti.

    Passando alla risposta del cardinale Matteo Zuppi, precedentemente servita su un piatto d’argento dallo stesso conduttore, emerge la totale negazione dei fatti che, sempre in un contesto internazionale che oggi vede in tutta Europa e non solo, vittime riconosciute da Stato e chiesa che vengono indennizzate per il danno subito, qui il cardinale tira furi dal cilindro magico la massima espressione che nel fallimento della chiesa in Italia ha a disposizione. L’ascolto delle vittime.

    Quasi come se ascoltare chi ha subito negandogli un qualunque tipo di riconoscimento, possa essere positivamente “terapeutico e riparativo” anziché un ulteriore trauma.

    Il tutto si conclude con una esternazione di Zuppi che di fatto è la domanda che la chiesa non si pone e ribadisce con questa affermazione di non sapersi porre; “Se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va”.

    Il fatto che nella trasmissione ci fosse la puntuale e totale assenza di un contraddittorio, rende il tutto davvero grave e al limite della decenza.

  • Per la chiesa masturbare un ragazzino è un atto ‘sotto la soglia della punibilità’

    Per la chiesa masturbare un ragazzino è un atto ‘sotto la soglia della punibilità’

    Tra le tante cose che la chiesa non dice sui processi canonici c’è anche questa, che emerge puntualmente nelle rare occasioni in cui il Dicastero per la dottrina della fede risponde alle vittime.

    Nello specifico caso si tratta di un ragazzo infraquattordicenne che fu abusato per anni dal suo parroco, al quale il Dicastero risponde che non procederà nei confronti del prete in quanto «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità».

    Un concetto quanto meno curioso che sta emergendo in diversi documenti di archiviazione di casi denunciati dalle vittime agli sportelli diocesani italiani.

    Una giustizia, quella canonica, che diverge non poco dal senso di giustizia comune e da quello di un tribunale civile italiano, dove palpeggiare sulle parti intime, anche solo attraverso gli abiti, un minore ma non solo, è violenza sessuale.

    Concetto che diverge persino dal Vangelo che recita “chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.

    Concetti a parte, se pensiamo al violentissimo trauma e alle conseguenze psicologiche e cliniche che subisce chi è vittima di abusi o violenze sessuali, rende difficile poter sostenere che i tribunali canonici restituiscano qualcosa che abbia almeno la parvenza di una qualsiasi forma di giustizia.

    Per chi vittima la cosa è scioccante, se poi aggiungiamo l’aggravante dell’abuso di potere e/o autorità che puntualmente emerge in un contesto di fede, forse si comprende meglio il perché secondo i sopravvissuti la chiesa non sia in grado e non debba gestire la giustizia di questi casi.

    Senza contare poi che chi indaga, ovvero il vescovo, è spesso la stessa persona che prima della denuncia ha coperto l’accusato. Si aggiunge al tutto un inquinamento dell’indagine che spesso produce nella valutazione che gli abusi «non possono essere provati con il necessario grado di certezza».

    Sul lato di chi stupra invece, il concetto stesso rafforza e legittima, di certo non viene e non può essere recepito come un deterrente.

    Se poi è lo stesso Papa a chiede misericordia per chi stupra, il tutto potrebbe passare persino per un “diritto” dell’abusatore.


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