Francesco dall’inizio del pontificato ha duramente attaccato i sacerdoti pedofili. Eppure, nonostante le accuse di decine di vittime e quelle dei giudici australiani, il cardinale George Pell, braccio destro di Bergoglio finito nel mirino della Commissione d’inchiesta di Camberra, resta saldo sulla sua poltrona. Ma sul tema delicato della pedofilia non possono esserci tentennamenti. Né salvacondotti personali
DI EMILIANO FITTIPALDI
Papa Francesco non può più aspettare. Dopo le audizioni di questi giorni davanti ai giudici della commissione d’inchiesta del governo australiano sulla pedofilia, il cardinale George Pell – che Bergoglio stesso aveva chiamato nella Santa Sede tre anni fa – non può più rimanere sulla sua poltrona.
Deve dimettersi subito, lasciando ad altri la guida del più importante ministero vaticano, quella Segreteria dell’Economia voluta da Bergoglio per fare trasparenza sui business vaticani. Nel caso non volesse fare un passo indietro, dovrebbe essere il pontefice, capo supremo della curia, a muoversi di conseguenza. Senza aspettare – come suggerisce qualche suo consigliere – che Pell compia 75 anni, età in cui formalmente gli alti prelati devono rimettere il mandato.
Stavolta il tempo è scaduto prima, ed ulteriori mediazioni metterebbero gravemente a rischio l’immagine del Papa rivoluzionario e inflessibile, nemico giurato dei maniaci che infestano la Chiesa.
Il tema della pedofilia, riportato alla ribalta dal caso Pell (di cui “L’Espresso” si è più volte occupato in infelice solitudine) e dell’Oscar a “Spotlight” come miglior film (che narra le gesta dei giornalisti del Boston Globe che nel 2002 scoperchiarono lo scandalo dei sacerdoti pedofili della loro città), è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio.
Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi. Il cardinale è stato accusato da una vittima di aver tentato di comprarlo. Da molte altre di aver creato, quando era vescovo a Melbourne, un sistema per difendere le finanze della Chiesa, a danno delle richieste risarcitorie degli abusati. «Un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa», ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni dell’australiano volte a «minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime».
Pell è stato definito un «sociopatico» da più di un sopravvissuto, mentre la relazione preliminare dei giudici della Royal Commission pubblicata qualche mese fa ha già spiegato che il cardinale «non si è comportato da buon cristiano». Il prelato ha perfino paragonato un anno fa la Chiesa a un’azienda di autotrasporti, affermando che «non è colpa di una ditta se il camionista molesta le autostoppiste».
Al netto degli scandali e dei lussi sfrenati che hanno colpito Pell dopo la pubblicazione di alcune inchieste che ho pubblicato sull’Espresso, la sua posizione è indifendibile. Francesco è stato il primo pontefice ad autorizzare l’arresto di un alto prelato per reati sessuali su bambini, monsignor Josef Wesolowski, morto prima dell’inizio del processo. Un appeasement o ulteriori tentennamenti sul caso Pell, suo uomo di fiducia, sarebbe un errore, ancor più grave della nomina del porporato di Ballarat a numero tre del Vaticano. Uno sbaglio che confermerebbe i preconcetti dei critici – soprattutto anglosassoni – che da mesi attaccano il soglio petrino.
«Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».
Tra parole e azioni la coerenza è sempre necessaria, soprattutto se gli anatemi vengono da un papa dichiaratamente riformista. Oggi le vittime dei sacerdoti australiani giunte a Roma grazie a una colletta per guardare in faccia il cardinale durante l’udienza in videoconferenza, hanno scritto una lettera al pontefice chiedendo di essere ricevuti, sperando che la Chiesa li «aiuti a sostenere e salvare le tante vittime che ancora non hanno parlato e che invece hanno bisogno di aiuto, per evitare altre morti premature».
Sarebbe bello se Francesco li ricevesse, e comunicasse loro che anche Pell gli ha consegnato una lettera. Di dimissioni irrevocabili.
-Redazione– Rivelazioni inquietanti quelle raccolte dalla trasmissione di Italia 1‘Le Iene’ nell’ultima puntata andata in onda.
All’interno, un servizio riguardante i Testimoni di Geova con alcune testimonianze choc riguardanti il movimento religioso e racconti di abusi sessuali subiti da alcune vittime quando erano ancora bambini.
Il regolamento interno del movimento, come dice l’inviato Luigi Pelazza, è molto particolare per quanto riguarda questi casi: “La comunità dei Testimoni di Geova non ammette relazioni degli associati con l’esterno e, per provare la veridicità di fatti gravi come un abuso occorre la testimonianza di due persone. In casi di abusi sessuali su minori gli anziani (i membri più autorevoli della comunità) non sono autorizzati dalle Scritture a intraprendere alcuna azione fino a che non ci sarà una confessione o la testimonianza di due testimoni credibili”.
Agghiaccianti le storie raccontate dalle vittime: “Una sera mi mandarono a dormire a casa di alcune persone di quella congregazione che noi frequentavamo. Avevo nove anni. Mi hanno mandato al piano di sopra per andare a letto. Quando sono entrata in camera è entrato un anziano. Cominciò a farmi una specie di predica. Dopodiché, mi attiro a sé prendendomi prima il braccio e poi la testa. Mi costrinse a fare quello che un bambino non dovrebbe neanche immaginare, il sesso orale”.
“Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.
E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.
Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.
Il «ministro» dell’Economia vaticano, accusato di aver coperto gli abusi, ammette: «Potevo fare di più». Le vittime arrivate a Roma chiedono un incontro con il Papa
di Gian Guido Vecchi
CITTÀ DEL VATICANO Il presidente della «Royal Commission» governativa su crimini pedofili Peter McClellan gli dice che la sua testimonianza «non ha assolutamente senso», la legale Gail Furness che «è completamente implausibile». Stanotte il cardinale australiano George Pell deporrà per la quarta volta, dalle 21 alle 3 di giovedì, sempre in collegamento video con l’Australia dall’Hotel Quirinale di Roma, per quella che dovrebbe essere l’ultima seduta. E l’«audizione», più simile a un processo, si fa sempre più dura per il «ministro» dell’Economia vaticano: accusato di aver coperto i preti pedofili negli Anni Settanta e Ottanta, Pell ripete di non aver mai saputo nulla, «era un mondo di crimini e occultamenti», e punta il dito contro i superiori di allora; la Commissione australiana lo incalza sui singoli casi e non ha affatto l’aria di credergli.
CITTÀ DEL VATICANO Il presidente della «Royal Commission» governativa su crimini pedofili Peter McClellan gli dice che la sua testimonianza «non ha assolutamente senso», la legale Gail Furness che «è completamente implausibile». Stanotte il cardinale australiano George Pell deporrà per la quarta volta, dalle 21 alle 3 di giovedì, sempre in collegamento video con l’Australia dall’Hotel Quirinale di Roma, per quella che dovrebbe essere l’ultima seduta. E l’«audizione», più simile a un processo, si fa sempre più dura per il «ministro» dell’Economia vaticano: accusato di aver coperto i preti pedofili negli Anni Settanta e Ottanta, Pell ripete di non aver mai saputo nulla, «era un mondo di crimini e occultamenti», e punta il dito contro i superiori di allora; la Commissione australiana lo incalza sui singoli casi e non ha affatto l’aria di credergli.
«Un mondo di crimini»
Dopo il caso del prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, spostato da una parrocchia all’altra mentre abusava di 54 bambini – Pell aveva detto che Ronald Mulkearns, il vescovo di Ballarat del quale era consulente, aveva mentito e lo tenne «all’oscuro» di tutto – nell’ultima deposizione si è parlato tra altro di Peter Searson, altro pedofilo seriale della parrocchia di Doveton, «uno dei preti più sgradevoli che abbia mai incontrato», ha commentato il cardinale. Pell dal 1987 era vescovo ausiliare dell’arcivescovo di Melbourne Thomas Francis Little, morto nel 2008. «L’arcivescovo Little sembrava incapace di affrontare padre Searson, o almeno di fornire informazioni adeguate sulla situazione», ha detto Pell, alludendo al fatto che le dimissioni dell’arcivescovo nel ’96 fossero state sollecitate. Il cardinale sostiene che Little e il «Catholic Education Office» gli avevano nascosto le accuse di pedofilia contro Searson. Come gli era accaduto nella diocesi di Ballarat, con Ridsdale: «È un mistero ma in ambedue i casi, per qualche ragione, occultarono tutto». Gail Furness gli ha chiesto se non sia «straordinario» che fosse stato ingannato due volte dalle autorità ecclesiastiche, a Ballarat come a Melbourne, e Pell ha replicato: «Avvocato, era un mondo straordinario. Un mondo di crimini e occultamenti e la gente che non voleva fosse disturbato lo status quo».
«Avrei dovuto fare di più
La commissione ha chiesto a Pell anche del caso di Edward Dowlan, sacerdote a Ballarat et Melbourne, più tardi condannato per abusi su una ventina di studenti: «Non sapevo esattamente quello di cui era accusato. Non mi ricordo i dettagli, solo che c’erano delle voci su ciò che faceva con i giovani. Mi dispiace di non aver fatto di più in quel momento», ha detto il cardinale. Dice che aveva fatto delle supposizioni, gli ha chiesto il presidente, ma si è informato? «No, non l’ho fatto», ha risposto Pell. «Avrei dovuto fare di più».
Le vittime
L’ultima audizione si sarebbe dovuta concludere alle 2 ma è andata avanti fino alle tre di notte. Il gruppo di quindici vittime arrivate a Roma chiede un incontro con Francesco: «A Pell non importa di noi, siamo qui perché vogliamo fare qualcosa per le future generazioni di bambini», spiega uno di loro, Phil Nagle, all’uscita dell’hotel. Il cardinale ha fatto diffondere dai suoi uffici una dichiarazione nella quale dice che sarebbe «felice di assisterli nella richiesta di incontrare papa Francesco, ma deve fare riferimento ai responsabili ufficiali per queste richieste». Pell assicura di essere disposto a incontrare le vittime: «ll cardinale vorrebbe potere ascoltare i sopravvissuti e gli incontri privati offrono una opportunità a questo fine, piuttosto che incontri allargati dove non tutti possono essere in grado di raccontare la loro storia e le emozioni possono dilagare. I sopravvissuti sono benvenuti nel portare una persona a loro sostegno durante gli incontri, ma a causa della natura privata e pastorale degli incontri non sarebbe opportuna la presenza dei media o dei rappresentanti legali». Alcune vittime incontreranno giovedì un componente della pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Francesco come strumento di consiglio per le misure di protezione e prevenzione in tutto il mondo, e della quale fanno parte altre vittime di preti pedofili.
Pedofilia: emergono nuovi casi di vecchie coperture e omissioni negli Usa, mentre il cardinale Prefetto dell’Economia continua la sua deposizione. Le norme anti-pedofili ci sono, ma non bastano.
ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO
Mentre il meritato successo del film «Spotlight» sta riaccendendo i riflettori sulla nota triste vicenda delle coperture di cui hanno goduto per decenni i preti pedofili seriali in una delle diocesi più importanti degli Stati Uniti, quella di Boston, il cardinale George Pell, «ministro dell’Economia» vaticano, continua la sua deposizione a distanza di fronte alla Royal Commission del governo australiano. Nelle ultime ore nuove notizie da Oltreoceano: un report del gran jury reso noto ieri afferma che il vescovo emerito di Altoona-Johnstown, Joseph V. Adamec, e il suo predecessore James J. Hogan, hanno coperto abusi su minori avvenuti negli ultimi quarant’anni. I crimini di almeno cinquanta sacerdoti o religiosi coinvolti sarebbero stati «sistematicamente nascosti per proteggere l’immagine della Chiesa».
Ancora ombre inquietanti che emergono dal passato e che raccontano sempre la stessa storia, la stessa che va in scena nel set della videoconferenza con la Royal Commission australiana: vescovi che sapevano e hanno taciuto per non creare scandalo. Preti pedofili seriali trasferiti di parrocchia in parrocchia senza che chi aveva il dovere di fermarli lo facesse. Una patina di silenzio, di omertà, di generale sottovalutazione. E, ciò che è peggio, una totale mancanza di sensibilità verso le vittime di questi «sacrifici diabolici», come li ha definiti senza mezzi termini nei giorni scorsi Papa Francesco sul volo di ritorno dal Messico.
Ora, fino a questo momento non è emersa alcuna vera «pistola fumante» contro il cardinale Pell.Non ci sono testimonianze inconfutabili dalle quali emerga che l’uomo chiave delle finanze vaticane fosse a conoscenza degli abusi commessi da prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, e del fatto che questi venisse protetto e coperto dal vescovo di Ballart Ronald Austin Mulkearns.Pell, da sacerdote e collaboratore di Mulkearns, aveva preso parte a una riunione nel 1982, durante la quale si decise di trasferire per la sesta volta il pedofilo Ridsdale, ma continua a sostenere di essere stato all’oscuro delle vere ragioni del trasferimento, che il vescovo avrebbe tenuto per sé. «Non avevo ragione di volgere la mia mente al male che Ridsdale perpetrava», ha affermato il cardinale, suscitando la reazione indignata delle vittime, «non ero a conoscenza delle motivazioni del trasferimento». I giudici della Royal Commission su questo punto non appaiono troppo propensi a credergli, e affermano che «Pell non poteva non sapere»: affermazione destinata a rimanere debole dal punto di vista giuridico. Pell ha giurato sulla Bibbia di dire tutta la verità, ripete di non essere stato a conoscenza delle responsabilità di Ridsdale e finora non sono emerse evidenze in grado di smentirlo.
Questi trascorsi e queste accuse non erano ignote alla Santa Sede. Non è un mistero che Benedetto XVI avesse pensato di richiamare il porporato australiano arcivescovo di Sidney a Roma già nel 2010, come Prefetto della Congregazione dei vescovi, il dicastero che collabora con il Papa per designare i pastori delle diocesi. Gli venne preferito il canadese Marc Ouellet anche a motivo di quei trascorsi, che pur in mancanza di accuse provate e precise avrebbero comunque reso complicato il suo ruolo di selezionatore delle nuove gerarchie ecclesiali.
Ma l’assenza, fino a questo momento, di responsabilità precise non rende meno sconfortante il quadro che emerge e che va ben oltre la persona del cardinale Pell. Ancora una volta siamo messi di fronte a una realtà tremenda.Siamo di fronte a vescovi che, come nel caso di Mulkearns e ora dei due prelati statunitensi messi sotto accusa dal gran jury, invece di proteggere le vittime – bambini e bambine innocenti, violati nell’anima, «mangiati», segnati a vita da un peso insostenibile – hanno protetto i carnefici, permettendo di fatto a loro di continuare con i loro atti immondi.
È noto, e viene ripetuto in queste ore, che la Chiesa ha preso coscienza con grave ritardo del fenomeno, ma ha fatto pulizia.Questo è vero se ci si riferisce alle norme, alle leggi. Benedetto XVI, che da cardinale aveva dovuto ingoiare più di qualche rospo in quanto impossibilitato ad agire come avrebbe voluto dalle coperture offerte dalla corte wojtyliana (il caso Maciel docet), dopo essere divenuto Papa ha stabilito una legislazione d’emergenza.Da questo punto di vista, come istituzione, la Chiesa cattolica, che pure non ha mai avuto né la triste esclusiva né il triste primato su questo fenomeno, ha agito con fermezza e determinazione.
Ma c’è dell’altro. C’è altro che emerge dalle vicende di questi giorni, al di là delle responsabilità o delle mancate responsabilità personali di questo o di quel prelato. Le leggi e le norme non bastano, se non cambia la mentalità. Se i vescovi non comprendono che devono essere e comportarsi da padri innanzitutto per le vittime.Se non comprendono che il buon nome della Chiesa non si salva nascondendo, minimizzando, occultando.Si salva agendo, mettendo in condizione gli accusati di non nuocere in attesa di verificare la fondatezza delle accuse. Si salva manifestando paternità, vicinanza, accoglienza, assistenza alle vittime e alle loro famiglie. Non basta citare le statistiche, per affermare che la maggior parte degli abusi sui minori avviene in famiglia e che il fenomeno comunque interessa trasversalmente tante diverse comunità religiose.Papa Ratzinger ebbe il coraggio di presentare, attirandosi le critiche per lo più sommerse di molti sedicenti «ratzingeriani», il volto di una Chiesa «penitenziale», cosciente che il più grave e terribile attacco contro di essa arrivava dall’interno, dal peccato al suo interno, e non dagli attacchi esterni.
Che la mentalità non sia ancora cambiata e che tanto lavoro ci sia ancora da fare lo dimostrano i fatti di cronaca. Per rimanere all’Italia, dove il clericalismo è mentalità radicata e dove si vorrebbe far credere che il fenomeno quasi non esista, basta citare il caso avvenuto lo scorso dicembre – non nel dicembre 1970! – in una diocesi del Sud e riportata dai giornali locali. Un prete è stato fermato dai carabinieri mentre si trovava in auto con un ragazzino. Si è scoperto che gli abusi andavano avanti da anni e che il sacerdote aveva da tempo presentato al vescovo le dimissioni dalla parrocchia. Sono state rese note intercettazioni telefoniche nelle quali si sente il vescovo, a conoscenza delle accuse e dell’indagine, rassicurare il prete. È vero, le norme di sono. C’è bisogno di vescovi che le applichino.
I fatti durante il campeggio estivo in Trentino. Il sacerdote non avrebbe impedito ad un assistente minorenne di alzare le mani su un dodicenne.
MANTOVA. Il campeggio estivo era stato organizzato dalla parrocchia: alcuni giorni fra giochi e attività in Trentino. Ma per un 12enne la colonia si è conclusa velocemente. Dopo alcuni giorni ha chiesto ai genitori di tornare a casa perché era stato picchiato. Ora la vicenda è finita davanti al giudice. Imputato il parroco di un paese del Mantovano, responsabile della colonia.
Per lui tecnicamente l’accusa è quella di lesioni e abuso dei mezzi di correzione, anche se al sacerdote non si contesta di aver alzato le mani: pur avendone l’obbligo giuridico, sostiene la procura, non aveva impedito ad un assistente (minorenne all’epoca) di picchiare il ragazzino. I difensori del parroco hanno rifiutato il decreto penale di condanna di circa 10 mila euro.
Nel processo entra anche la famiglia come parte civile. Ed è stata la denuncia dei genitori del 12enne a portare all’apertura di un fascicolo da parte della procura, secondo la quale il ragazzino sarebbe stato percosso più volte subendo lesioni e lividi che – secondo il referto dell’ospedale mantovano cui la famiglia si era rivolta – erano state giudicate guaribili in 20 giorni. Percosse che sarebbero state la punizione per il comportamento poco disciplinato del 12enne.
«Lui si è spostato davanti a me e mi ha sfilato una gamba dei calzoni. Non riuscivo a muovermi. Ero sotto shock. Lui si era messo a pregare e io lo seguivo. Tremavo. Non ero in grado di reagire.» Chinandosi sul corpo del ragazzo, padre Geoghan gli praticò sesso orale. « D’improvviso Geoghan balzò in piedi. Un prete spalancò la porta e cominciò a urlare: “Jack, non ti avevamo detto di non farlo più, qui?”»
Partendo da testimonianze come questa, tra il 2001 ed il 2002, lo Spotlight Team, la squadra di giornalisti investigativi del Boston Globe, ricostruì una rete, impressionantemente vasta, di storie di bambini ed adolescenti, appartenenti a diverse parrocchie, che avevano subito molestie o stupri da parte degli stessi preti, nell’area metropolitana di Boston.
L’inchiesta, ricostruita nel film da Oscar Il caso Spotlight e vincitrice del Premio Pulitzer nel 2002, ha rivelato l’esistenza di un consolidato sistema di connivenza, omertà, insabbiamento da parte dei vescovi e totale mancanza di protezione e moralità nei confronti delle vittime: gli abusi sessuali in America erano una prassi frequente e addirittura documentata, di cui i vertici di ciascuna diocesi erano a conoscenza
La realtà ha faticato tanto ad emergere, perché i vescovi hanno volutamente adottato una politica di segretezza. Di fronte alle denunce di violenza o molestie sessuali da parte delle famiglie delle vittime, hanno optato quasi sempre per il patteggiamento. Questo rito, alternativo al dibattimento, consente che la discussione si svolga a porte chiuse, in segreto, tra accusa e difesa e che la causa non divenga di pubblico dominio e che i relativi documenti non siano accessibili a nessuno. Il patteggiamento, seguendo una logica premiale, si configura come l’offerta di una soluzione rapida e al ribasso, garantendo al colpevole una pena inferiore e alle vittime risarcimenti più bassi, rispetto a quelli ottenibili, optando per il rito ordinario.
Ma non è tutto: era talmente forte l’influenza delle istituzioni ecclesiastiche su quelle americane, che i fascicoli dei pochi casi discussi pubblicamente in tribunale, sui quali misero le mani i giornalisti di Spotlight, erano vuoti! Fatti sparire, benché dovessero essere pubblici e consultabili. Che la Chiesa volesse evitare uno scandalo è, facendo un grande sforzo, comprensibile. Quel che non è affatto condivisibile è che non abbia tempestivamente messo fine ad una prassi così indecente, consentendo che gli abusi si perpetrassero periodicamente.
Ad onor del vero, i vescovi presero dei provvedimenti disciplinari contro i preti accusati di pedofilia. Lo schema seguito in ogni diocesi era il medesimo: ricovero per un periodo più o meno breve in istituti psichiatrici, spesso interni alla Chiesa,seguito da un trasferimento in altre sedi. Ovviamente con la raccomandazione di tenersi alla larga dai bambini. La strategia si rivelò inefficace. In un rapporto confidenziale sull’abuso di minori, destinato alla Conferenza episcopale americana, redatto nel 1985 da T. P. Doyle, specialista di diritto canonico, M. R. Peterson, psichiatra, e dall’avvocato F.R. Mounton (difensore del reverendo Gauthe, accusato di molestie a danno di undici bambini), si legge: «la recidiva è talmente alta nei soggetti pedofili che tutti gli studi dimostrano che da soli i modelli di assistenza psicologica o psichiatrica ambulatoriale NON FUNZIONANO […] la pedofilia è una patologia cronica per la quale al momento NON ESISTE SPERANZA DI CURA». (Le scritte in maiuscolo sono una apposita scelta dei redattori). Ah, per inciso, uno dei principali propugnatori del rapporto fu Bernard Law, esattamente il cardinale che coprì tutti gli abusi denunciati da Spotlight.
Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Brian d’Arcy James, Michael Keaton and John Slattery play Boston Globe journalists in the film, Spotlight.Una scena de “Il caso Spotlight” (www.salteditions.it)
Nonostante la soluzione adottata fosse fallimentare, i vescovi non cambiarono metodo per affrontare il problema. Le istituzioni ecclesiastiche erano a conoscenza dell’impossibilità di guarigione: nel 2002 l’istituto psichiatrico di Hartford, che ebbe in cura alcuna preti pedofili, accusò le autorità ecclesiastiche di aver ignorato le raccomandazioni cliniche degli psichiatri, restituendo al ministero sacerdoti che non persero tempo a commettere nuovi abusi, appena tornati in servizio.
L’inchiesta del Boston Globe innescò un effetto domino: non erano solo i vescovi statunitensi a coprire e lasciar agire, quasi indisturbati, i preti pedofili sottoposti alla loro autorità. Ben presto si levarono voci di denuncia anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda ed infine Europa.
Il coraggio delle vittime e il ricorso ai tribunali non è sufficiente. Di fronte a un simile marasma delle istituzioni ecclesiastiche, è doveroso un profondo intervento riformatore.
Come ha reagito la Chiesa? O meglio: ha reagito?
La gran parte dei reati di pedofilia denunciati dal Boston Globe si è verificata durante il pontificato di papa Wojtyla. Ecco un elenco delle ammirevoli contromisure da lui adottate: silenzio. Nulla da ridire. Fu una scelta ottimale, perfettamente consona al modo d’agire delle autorità ecclesiastiche nordamericane. Solo quattro anni prima della sua morte, inviò una e-mail alle chiese cattoliche di tutto il mondo, per chiedere perdono per gli abusi dei sacerdoti.
Per valutare in termini di umanità ed utilità il gesto di Giovanni Paolo II, è sufficiente tener presenti i costi umani degli abusi perpetrati per anni dai medesimi sacerdoti. Fatte salve le poche vittime che hanno avuto il coraggio di reagire o che hanno operato una rimozione psicologica dell’evento, i più sono cascati nel tunnel dell’alcool o della droga. Altri si sono suicidati. Per calpestare ulteriormente la dignità delle vittime, Wojtyla offrì una dignitosa fine alla carriera, rovinosamente precipitata, del (ex papabile) cardinale Law, nominandolo arcivescovo della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Le azioni del pontefice meritano di essere lodate per la lorocoerenza: in fondo, tra i suoi storici amici annoverava il reverendo Marcial Maciel Degollado, celebre per aver fondato il potente ordine religioso dei Legionari di Cristo, nonché per essere un pedofilo e violentatore seriale.
L’onestà mi impone di rammentare che, nel 2001, Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”. La legge attribuisce alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), ex Santa Inquisizione, la competenza a giudicare, nell’ambito dell’ordinamento canonico, una serie di delitti particolarmente gravi, tra cui quello di abusi sessuali su minorenni e soggetti deboli.
Riletto alla luce delle Linee guida emesse dal Vaticano nel 2011 (pontificato Ratzinger), il procedimento inaugurato dal motu proprio sembra essere caratterizzato da una eccessiva discrezionalità: in primo luogo il vescovo deve vagliare la verosimiglianza dell’accusa. Se la ritiene tale, procede ad un’indagine preliminare, al termine della quale, se l’accusa risulta credibile, si chiede che il caso venga deferito alla CDF. Altrimenti l’intera documentazione dovrà essere secretata. Anche la CDF esercita un certo potere discrezionale: laddove non ritenga il caso talmente grave da riservarlo alla competenza del pontefice, può «dettando opportune norme, procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale».
Le misure canoniche applicabili consistono nella limitazione del ministero pubblico, talvolta escludendo i contatti con minori, o nella più grave dimissione dallo stato clericale. Su richiesta dello stesso chierico, può essere concessa, per il bene della Chiesa, la dispensa dagli obblighi inerenti allo stato clericale, incluso il celibato.
L’intera procedura deve svolgersi «con il dovuto rispetto nel proteggere la riservatezza delle persone coinvolte e con la debita attenzione alla loro reputazione». Soprattutto quella del prete pedofilo: «dovrà essere adottata ogni idonea cautela intesa a evitare che quei provvedimenti pongano in pericolo la buona fama del chierico. Dei provvedimenti assunti, in particolare, non sarà necessario rendere pubblici i motivi, salvo che ne sussistano valide ragioni».
Art. 30 del motu proprio: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Però, nelle Linee guida si sollecita la collaborazione con le autorità civili. Eccellente forma di collaborazione il silenzio! Al di là del contrasto delle prescrizioni, i vescovi di Asia, America Latina e Africa si sono opposti al contenuto delle Linee guida, dichiarando di non voler riferire alla polizia locale le segnalazioni di abusi sessuali.
Perché percorrere ancora la strada della segretezza? Risponde Monsignor Bertone: «Se un fedele non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote, se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato, allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza». Scacco matto! Quando si chiama in causa la libertà di coscienza, si alzino le mani e si taccia. Soccomba pure la difesa della personalità del minore.
Ma Bertone non ha neppure tutti i torti: l’art. 4 dell’Accordo di Villa Madama, firmato nel 1984 tra la Città del Vaticano e la Repubblica Italiana, per modificare i Patti Lateranensi, prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.
Wojtyla e Ratzinger hanno trattato i crimini di pedofilia solo come peccati: pensate che spretare un sacerdote sia una pena adeguata? È stato punito per il peccato. E il reato? La giustizia ecclesiastica non è quella dello Stato. E la vittima ha il diritto che il suo Paese la difenda.
Benedetto XVI, il rinunciatario, aveva già abdicato alle sue responsabilità quando nel 2005 fu chiamato, dal Tribunale del Texas, a rispondere di cospirazione contro la giustizia. L’accusa si riferiva a quando, in qualità di prefetto della CDF, aveva coscientemente nascosto numerosi casi di pedofilia, come provano documenti da lui approvati e divulgati. In una lettera, Ratzinger cita un documento del 1962, il Crimen sollicitationis, che papa Giovanni XXIII inviò a tutti i membri della Chiesa, per dare precise direttive sui comportamenti da tenere, una volta venuti a conoscenza di molestie e abusi: «Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e affidate ad esecuzione, siano vincolate da un perpetuo silenzio […] sotto pena di incorrere nella scomunica». Nel 2005 Ratzinger era già salito al soglio pontificio, per cui poté avvalersi dell’immunità diplomatica, in quanto capo di Stato, che George Bush gli concesse, per ragioni di politica estera. Leggasi: non voleva incrinare i rapporti col Vaticano.
La svolta di Bergoglio?
Solo con papa Bergoglio si respira vera aria di cambiamento: «Cose del genere non possono rimanere segrete: mi impegno a un’attenta supervisione, affinché i giovani siano protetti e tutti i responsabili siano tenuti a rispondere delle loro azioni.» Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 2013, ha modificato il codice penale, inasprendo le pene previste per i reati di abuso sessuale sui minori e possesso di materiale pornografico, e nominato una commissione di consulenti che si occupi della questione.
Ha dato una dimostrazione forte delle sue intenzioni di radicale riforma della Chiesa, sottoponendo a processo canonico e riducendo allo stato laicale l’arcivescovo Josef Wesolowski, accusato di aver abusato di bambini, nel corso dei cinque anni del suo mandato come ambasciatore nella Repubblica Dominicana. La morte per infarto gli ha risparmiato un processo penale dinanzi alla corte vaticana.
La decisione di Papa Francesco è incredibilmente innovativa: Benedetto XVI riservò al reverendo Maciel Degollado (il suddetto amico di Wojtyla) un trattamento assai più blando, limitandosi ad estrometterlo da ogni ministero pubblico.
Nel 2014, il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia ha duramente criticato il Vaticano per aver adottato, fino ad ora, politiche e pratiche che hanno concesso ai preti pedofili di perpetrare gli abusi su decine di migliaia di bambini, restando impuniti, perché «difficilmente i casi sono stati riferiti alle autorità giudiziarie nei Paesi in cui sono stati commessi», a causa di «un codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero, sotto la pena della scomunica».
Ancora una volta il Papato ha tentato di difendere l’indifendibile, sostenendo di essere responsabile dell’applicazione della ratificata Convenzione sui diritti dell’infanzia solo entro i confini della Città del Vaticano e non nelle chiese del resto del mondo. Ha inoltre voluto rendere noto che, tra il 2004 e il 2013, ha privato delle funzioni sacerdotali 848 preti pedofili e sanzionato altri 2572.
Nel giugno del 2015, papa Francesco ha introdotto il reato canonico di abuso d’ufficio episcopale, per i vescovi che hanno coperto o facilitato i preti colpevoli di abusi sessuali, ed ha autorizzato l’istituzione di un’apposita sezione della CDF, che giudichi i vescovi. Se veramente si avranno dei risultati concreti dal funzionamento di un simile tribunale, sarebbe la prima volta che la Chiesa intraprende contromisure giuridiche contro i principi della Chiesa, responsabili di aver alimentato quel sistema di connivenza, insabbiamento e reciproca copertura dei misfatti, che hanno rivelano il lato immorale dei santi pastori.
Bergoglio si è dato «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle proposte presenti e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia».
Ciò che più sconvolge dell’intera questione è questo: sapevano e non denunciavano. Anzi occultavano. Hanno abbandonato le vittime, ignorando i principi del cristianesimo stesso. Le hanno pagate per tacere, non hanno offerto il dovuto conforto. I vescovi, con la loro condotta omertosa, dovendo esercitare un controllo sui preti sottoposti alla loro autorità, sono responsabili tanto quanto chi ha direttamente commesso l’abuso. Ed anche di più, perché hanno consentito il perpetrarsi di un delitto, prevedibile e prevenibile, in un numero indefinito di casi. Indefinito perché non tutte le vittime, né i protettori dei carnefici vogliono uscire allo scoperto.
Papa Francesco condanna i colpevoli. Però c’è chi, nella Chiesa e nella società, nega l’esistenza di questi abusi. Così, per chi li ha subiti, diventa più difficile guarire le ferite del corpo e dell’anima. Lo raccontano un uomo e una donna che da bambini sono stati violati. E che hanno trovato il coraggio di uscire dal silenzio
di Tiziana Pasetti
«Il mio dispiacere è immenso. La vostra innocenza è stata violata proprio dalle persone in cui avevate più fiducia». Con queste parole, durante la visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha chiesto scusa davanti al mondo intero a 5 vittime di preti pedofili. E ha invitato chiunque sia stato oggetto di attenzioni sessuali da parte di un sarcedote a non avere paura edenunciare. Eppure, a pochi giorni dalle dichiarazioni del pontefice, fa discutere il caso di don Gino Flaim, subito revocato dall’arcidiocesi trentina dal suo incarico pastorale per avergiustificato gli abusi sui bambini. «Loro cercano affetto perché non ce l’hanno in casa» ha detto. «Allora può capitare che qualche prete ceda. È un peccato. Ma i peccati vanno accettati».
Ancora una volta, anziché punire i carnefici, si colpevolizzano le vittime. È successo anche a Giorgio e Laura: due vite spezzate, due testimonianze che abbiamo raccolto in queste pagine. L’uomo in passato non ha denunciato gli abusi. La donna sì. Ma entrambi hanno pagato un prezzo altissimo, indipendentemente dalla scelta di parlare. «Di fronte al messaggio del Papa siamo tutti d’accordo. Poi, però, se dovesse capitare nella nostra parrocchia un episodio di pedofilia, la reazione sarebbe diversa» osserva lo psichiatra Vittorio Sconci. «L’idea che un prete possa fare del male ai nostri figli entra in collisione con la necessità di credere nel Bene rappresentato da una figura terrena vicaria di Dio. Il grande scatto di civiltà avverrà quando le vittime potranno contare sulla solidarietà e non sul giudizio della comunità. La denuncia non basta a superare il trauma. Solo il rispetto può far capire a chi ha subito un abuso che essere vittima non è una colpa».
Giorgio, 40 anni, non ha denunciato
«Quando sei un bambino ti raccontano le favole. E nelle favole il cattivo lo riconosci: sono condannabili le sue azioni e il suo aspetto è repellente. Ho sempre frequentato gli ambienti ecclesiali, il fratello di mio padre è sacerdote e una zia di mia madre era suora. Ho considerato la chiesa come un’altra stanza di casa. Avevo 12 anni quando arrivò don Claudio. Lui era giovane, carismatico, diverso da tutti i preti che conoscevo. Capiva noi ragazzi, i nostri tormenti, le pulsioni che iniziavano a tenerci svegli di notte. Con lui si poteva parlare di tutto. “Nulla è peccato” diceva. Mamme e papà erano felici: i compiti con don Claudio, le gite domenicali, la catechesi. Eravamo al sicuro.
Come si può raccontare un abuso? L’abuso può cominciare con una presenza che diventa indispensabile. Perché a casa ti hanno sgridato per un brutto voto e invece don Claudio ti sorride e ti rassicura. Un abuso dovrebbe essere graffio, ferita. Odio, chiaro e immediato. Non dovrebbe essere un abbraccio che diventa sempre più stretto. Quando sei ancora un ragazzino certe cose non le capisci. O non le vuoi capire. Don Claudio aveva carezze per me. Prima. Durante. Dopo. Diceva che era amore, comunione, fusione di anime. Non mi ha mai picchiato. Non è mai stato furioso quando ho cominciato a stare male, a vomitare, a svenire, a scappare. Quando ho raccontato tutto ai miei genitori, invece, sono arrivati gli schiaffi, gli sguardi bassi, le accuse, la vergogna. “Un abuso? Bugiardo!”. Mi hanno portato dallo psichiatra. Sono stato legato al letto, riempito di farmaci. Ero già grande, studiavo Medicina, ma ho dovuto lasciare. Mia madre è morta senza avere pace. Mio padre scuote la testa: abito ancora con lui, non ho un lavoro, non sono mai riuscito a innamorarmi. Di don Claudio non so nulla, chissà che fine ha fatto. I preti cambiano parrocchia, vengono mandati dove le anime hanno più bisogno».
Laura, 22 anni, ha denunciato
«Io non avevo capito niente. Sono stati i miei genitori ad accorgersi che qualcosa non andava. Avevo 7 anni, andavo a catechismo. Ero con tanti altri bambini e tutti insieme facevamo merenda e giocavamo nel piccolo teatro della parrocchia. Ricordo che padre Domenico mi prendeva per mano e mi regalava le caramelle all’arancia. E che mi cullava con un braccio solo, sospirando parole incomprensibili. Poi stringeva un po’ di più. Ancora una caramella, una carezza sui capelli. Un bacio sulla fronte. Non avrei mai potuto immaginare cosa faceva con l’altra mano. Furono dei piccoli lividi sul mio fianco sinistro a mettere i miei in allarme. Mamma è medico, sapeva riconoscere un ematoma da urto. Quelle 5 macchie rotonde e violacee non lo erano. Erano le dita di padre Domenico che, mentre lui raggiungeva uno dei suoi paradisi, stringevano la mia carne.
Una psicoterapeuta infantile è riuscita a farmi dire delle cose. So che i miei genitori andarono a parlare con padre Domenico. E che lui si giustificò per quei lividi: “Laura è tanto agitata, devo trattenerla altrimenti si avventerebbe sugli altri bambini”. Questo mi è stato raccontato dopo. Dopo che, senza capire il perché, ho cambiato scuola e poi paese. I miei genitori hanno detto tutto ai Carabinieri. E si sono ritrovati contro non solo la Chiesa ma anche i vicini. La gente non vuole credere che il Male sia a un passo da casa e che abbia le sembianze di un uomo piccolo e pacato. Lo psichiatra che oggi mi segue sta cercando di costruirmi intorno unarete di protezione.
Da piccola ho subìto, oltre alla violenza, l’onta sociale: mi additavano come un’indemoniata. L’abuso è un crimine, adesso lo so. Ma a cosa serve denunciare se poi non c’è la solidarietà, l’appoggio della tua comunità? Padre Domenico, nel frattempo, è stato mandato altrove, una missione in India. In fondo si è salvato. Chi è dovuta scappare come in esilio, come un’appestata, sono stata io. Al mio fidanzato non ho mai confessato nulla, ho paura che possa lasciarmi. Per il mio passato. Per quelle 5 dita. Che, a distanza di anni, continuano a stringere e a farmi male».
In una delle scene più azzeccate del “Caso Spotlight”, il film sulla pedofilia nel clero americano che ha vinto l’Oscar, il cardinale di Boston convoca il nuovo direttore del locale Globe, ebreo e per questo sospettato di muoversi per pregiudizio religioso, e gli regala un catechismo per adulti. Insomma, lo invita a convertirsi e a non rompere le scatole. Eppure, anziché fare proselitismo in mondo tanto arrogante, sarebbe bastato aprire quel catechismo per ripassare alcuni concetti semplici e chiari: “Non commettere atti impuri” (sesto comandamento) e “Chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina” (Matteo, 18,6). Le regole spesso ci sono già, basta rispettarle. E le regole negli Stati Uniti sono importanti. Da quelle parti barare e mentire sono crimini (da noi decisamente un po’ meno). Forse sarà per questo che lo scandalo della pedofilia dall’altra parte dell’Oceano è una ferita ancora aperta. Una ferita che ha prodotto un film molto bello come questo, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer, e che ha costretto la Chiesa cattolica a rinnovarsi (e a svenarsi). La vicenda raccontata dal film è venuta fuori nel 2002 ed è stato grazie a un’inchiesta da manuale, di quelle come si facevano sulla carta stampata quando i giornalisti avevano il tempo di lavorare su un caso anche per diverse settimane.
COPERTURE – Il Boston Globe, con un team di “inchiestisti” chiamato appunto “Spootlight”, riesce a inchiodare 90 sacerdoti dell’arcidiocesi e accusa il cardinalBernard Francis Law di aver coperto i preti pedofili. Alla fine Law verrà trasferito a Roma, dove fino al 2011 è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Non esattamente una diminutio. Ma si sa, la misericordia è una virtù. Il problema degli abusi sui minori nella Chiesa nord-americana, tuttavia, non riguardava solo il New England. Nel 2004, nel pieno degli scandali sulla pedofilia, la conferenza episcopale Usa affidò uno studio mirato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York per tentare di dare dei contorni più precisi al fenomeno. Ebbene, l’indagine confermò la fondatezza di 6.700 accuse nei confronti di 4.392 preti statunitensi tra il 1950 e il 2002, ovvero circa il 4% del totale. Gran parte dei casi erano stati maneggiati dalle varie diocesi nella massima segretezza, con risarcimenti diretti alle famiglie in cambio del silenzio totale. Ma dopo l’inchiesta del Boston Globe furono in molti a prendere coraggio e a uscire dall’ombra e dalla vergogna.
SBANCATI – Qualche flash. La diocesi di Fairbanks, in Alaska, ha dovuto pagare un risarcimento a 150 vittime, per fatti avvenuto tra il 1950 e gli anni Ottanta, e alla fine ha dichiarato bancarotta. Per gli stessi motivi, ha finito per portare i libri in tribunale anche la diocesi di Milwaukee, nello stato del Wisconsin. Decine di casi sono emersi a Filadelfia, in Pennsylvania, e a Chicago la Chiesa ha patteggiato (o versato su condanna) circa 80 milioni di dollari, per un totale di circa 250 casi di pedofilia. A Los Angeles sono stati scoperti 113 sacerdoti, che nel 2007 sono “costati” alla loro diocesi la cifra-monstre di 660 milioni.
LE SCUSE – Appena vinto l’Oscar, Michael Sugar, produttore de “Il caso Spotlight”, si è rivolto al Vaticano: “Papa Francesco, è ora di proteggere i bambini e di restaurare la fede”. Diciamolo, per la Chiesa di Roma questo film di enorme successo è un pugno nello stomaco perché riaccende i riflettori su uno scandalo planetario e riapre ferite ricucite a fatica e con esborsi di denaro notevoli. In ogni caso, è giusto ricordare che già due papi hanno risposto sulla pedofilia negli Usa. Ad aprile del 2008, Benedetto XVI andò a Washington in visita a George Bush e disse: “Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più”. Quanto a Bergoglio, ha fatto cose impensabili fino a qualche anno fa. Lo scorso 27 settembre, a Philadephia, ha voluto incontrare alcune vittime di preti pedofili e poi ha arringato duramente i vescovi: “Sappiate che mi vergogno per questi abusi, Dio piange. E i responsabili dovranno renderne conto”. Poi, certo, l’industria del cinema americano non fa mai sconti al Vaticano, dal Padrino parte terza, ad Angeli e Demoni fino a questo Spotlight da Oscar, passando per i meno noti Philomena di Stephen Frears e il durissimo Dogma di Kevin Smith.
L’ammissione di Pell. In Australia fatti tremendi
di Giorgio Ferrini
Nelle stesse ore in cui “Il Caso Spotlight” conquistava la statuetta dorata dell’Oscar per il miglior film, c’era un cardinale che deponeva proprio in un processo sui casi di pedofilia. Non è stato mediaticamente fortunato George Pell, scelto da Papa Francesco come suo ministro dell’Economia per dare un segnale di rinnovamento e trasparenza nelle segrete stanze vaticane, ma ancora inseguito dall’onda lunga degli scandali sessuali avvenuti quando guidava l’episcopato australiano. Scandali che ovviamente non dispiacciono più di tanto ai suoi avversari tra le Mura leonine (vedi articolo a fianco). Pell, 75 anni a giugno, ha testimoniato in videoconferenza dall’Hotel Quirinale di Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali su minori avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della prima di quattro deposizioni, che andranno tutte in scena in questi giorni, a partire dalle 22. Subito dopo la seduta di esordio, il porporato si è fatto ricevere da Bergoglio, al quale ha spiegato la propria linea difensiva.
MEA CULPA – Nella prima deposizione Pell non si è nascosto dietro a un dito. “La Chiesa cattolica ha commesso errori tremendi, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi e ha deluso i fedeli”, ha ammesso l’ex arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo di che ecco quasi uno slogan: “Non sono qui a difendere l’indifendibile”. In quei giorni la Chiesa era “fortemente propensa” a prendere per buone le smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di “proteggere dalla vergogna l’istituzione”, ha continuato Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto alcuna conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat, in cui era viceparroco e assistente del vescovo Ronald Mulkearns.
TRASFERIMENTI – Alla sua prima deposizione hanno assistito 14 vittime di abusi sessuali. Il cardinale ha ammesso che la maniera in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdaleè stato trasferito da una parrocchia all’altra, invece di essere denunciato alla polizia, è stata una “catastrofe” che gli ha consentito di continuare ad abusare di ragazzini. Ridsdale oggi è in carcere dopo essere stato condannato per 138 capi d’imputazione ai danni di ben 53 vittime. Che cosa c’entra con lui Pell? Solo una coincidenza: avevano condiviso l’alloggio quando erano giovani sacerdoti appena ordinati. Va detto che la modalità delle deposizioni è stata scelta per via delle condizioni di salute che in questa fase non consentono a Pell di affrontare un lungo viaggio. Ma come ha raccontato Andrea Tornielli su Vatican Insider, il cardinale s’è comunque trovato in compagnia, visto che in albergo c’erano alcuni seminaristi australiani e una delegazione delle vittime che aveva organizzato una colletta per godersi la diretta italiana dell’audizione.
Il ministro dell’Economia è divenuto sacerdote nel 1966 ed è diventato ben presto uno dei consiglieri di Mulkearns, accusato di aver sistematicamente insabbiato le denunce di pedofilia che toccavano alcuni preti della sua diocesi. Non solo, l’ex vescovo avrebbe perfino nascosto dei documenti compromettenti, ovviamnente per il “buon nome” della Chiesa tutta. Va detto che invece a Pell viene solo addebitato di aver ospitato, in una zona dell’arcidiocesi della quale era responsabile, un sacerdote pedofilo. In Australia è però ritenuto da molti uno che “non poteva non sapere”,anche se lui ha sempre negato di essere stato a conoscenza tanto degli abusi quanto dei trasferimenti prudenziali di pedofili.
Arrivato alle 22 in punto, ora italiana, all’Hotel Quirinale, il cardinale George Pell si è presentato per la seconda volta davanti ai membri della Commissione Reale australiana dopo le 4 ore di videoconferenza di domenica sera. La Sala Verdi appare oggi meno affollata e il ministro delle finanze vaticane prima di avviarsi alla sua postazione ha detto ai giornalisti di avere “il pieno sostegno del Papa”. Come è noto Papa Francesco e il cardinale Pell si sono incontrati faccia a faccia in Vaticano questa mattina, poche ore dopo la prima sessione del processo che si è concluso alle 2 della notte (ora italiana). Il Vaticano tuttavia non ha fornito dettagli sull’incontro di oggi. Francesco in realtà – nel volo che lo riportava dal Messico – ha detto che “i vescovi che si sono limitati a trasferire i preti pedofili debbono dimettersi”. “E’ chiaro?”, ha domandato in quella circostanza ai giornalisti per rafforzare il concetto. E, fanno sapere gli inquirenti australiani, “può accettare le dimissioni forzate di Pell a giugno, se la Commissione Reale australiana affermerà il pieno coinvolgimento del cardinale nei provvedimenti di delocalizzazione che hanno interessato i sacerdoti sospettati di abusi su minori”. Infatti, ha affermato la responsabile dell’audizione Gail Furness, “la Commissione Reale, esaminato il caso Ridsdale trasferito per 5 volte e considerata la posizione che l’attuale cardinale Pell ricopriva nel 1982, ritiene non plausibile che lui si dichiari all’oscuro dalle ragioni che avevano indotto il vescovo Ronald Mulkearns a questi provvedimenti.
“Se ci fossero oggi prove che le vere ragioni erano state dette nelle riunioni che facevamo, allora sarà plausibile quanto lei afferma. Altrimenti si tratta di sciocchezze”, ha replicato con una certa dose di arroganza Pell. Il cardinale – che l’inglese Saunders, per questo messo in aspettativa nella Commissione vaticana per i minori, ha recentemente definito “sociopatico” proprio per il suo distacco dal dolore degli altri – sembra non essere per nulla toccato dalla presenza di 15 vittime che gli contestano di non averle salvate dalle grinfie dei loro stupratori, mentre forse avrebbe potuto farlo semplicemnete aprendo gli occhi su quanto accadeva accanto a lui. E addirittura è arrivato a chiedere di poter suggerire alla Commissione che lo interroga “un diverso metodo di lavoro”. “Sappiamo noi cosa fare”, lo ha zittito la dottoressa Gail Furness, che ha aperto la seduta presentando una serie di prove che sono state fornite da una delle vittime che sarebbe stata abusata da padre Gerald Ridsdale accusato di aver commesso 130 abusi su bambini di età inferiore ai 14 tra i 1960 e 1980. Uno dei casi esaminati questa sera dalla Commissione Reale australiana riguarda infatti Paul Levey, rimasto vittima di abusi sessuali negli anni ’70 presso la parrocchia di Mortlake.
Paul, “abusato sessualmente per tutto il tempo quasi tutti i giorni” all’età di 14 anni, fa parte di quel gruppo di vittime arrivato a Roma per assistere personalmente alle deposizioni del cardinale George Pell. Nel corso della seconda giornata di interrogatori, i membri della CAR hanno manifestato una certa impazienza nei riguardi del presule australiano, che al momento dei fatti – lo ricordiamo – era vicario del vescovo Ronald Mulkearns. Pertanto
la dottoressa Furness ha chiesto a Pell perché padre Ridsdale, accusato di questi crimini, sia stato semplicemente spostato di parrocchia in parrocchia invece di essere segnalato alla polizia. Pell ha dichiarato che i provvedimenti che il vescovo Mulkearns e monsignor Fiskilini adottarono nei riguardi di Ridsale sono “inaccettabili” perché “sono stati un rischio per i bambini di Inglewood”.
Il cardinale australiano ha affermato che all’epoca dei fatti non sapeva le circostanze che portavano Gerald Ridsdale di parrocchia in parrocchia. “Io credevo che questi continui trasferimenti riguardassero la sua formazione e che gli avrebbero garantito di ampliare la sua esperienza sul territorio”. Tuttavia il cardinale ha ammesso che questi continui cambiamenti sono un provvedimento “insolito”. E ha confermato di aver coabitato con il sacerdote proprio in quel periodo, senza però sospettare nulla circa le sue inclinazioni e i suoi comportamenti.
In seguito, c’è stato un acceso scambio di battute tra Pell e la Furness sulla responsabilità della Chiesa nei riguardi dei bambini. Dopo aver detto che la triste storia di Ridsdale non era di grande interesse per lui, causando qualche malumore tra la platea di Roma e quella di Melbourne, Pell ha osservato che sta a ciascun uomo seguire una propria etica perché le cose possano procedere senza problemi e senza che si verifichino episodi spiacevoli. Inoltre ha definito “eccellente” il vicario generale dell’epoca, che era tra l’altro suo cugino, monsignor Henry Nolan, che intervenne per allontanare Paul dal sacerdote pedofilo. Ma il capo della Commissione Reale, Peter McClellan, ha insisitito più volte sulla scarsa credibilità dell’asserzione di Pell sulla propria ignoranza dei fatti che avvenivano attorno a lui e, intervenendo nell’interrogatorio ha sottolineato con impazienza che tutti i consultori del vescovo sapevano Gerald Ridsdale fosse pedofilo e che abusasse dei bambini. “E’ possibile che nessuna di queste persone ha condiviso con te ciò che si raccontava sul conto di Ridsdale?”, ha chiesto al porporato. “Queste informazioni non sono state affrontate nelle riunioni dei Consultori, al massimo si era accennato a problemi di omosessualità e non di pedofilia”, ha risposto Pell ammettendo di essere stato ingannato da monsignor Mulkearns, che gli aveva fatto credere che i 6 spostamenti del sacerdote fossero in realtà finalizzati ad una brillante carriera e che ci fosse dietro l’angolo una importante promozione. In realtà, ha proseguito, potevano esserci una serie di ragioni per cui un religioso veniva spostato, irrequietezza, scarsa propensione ai rapporti umani, disguidi con colleghi, e se anche nessuno esplicitò le ragioni, “era chiaro che ci dovevano essere dei motivi di fondo”, ha spiegato Pell.
Malgrado George Pell continui a sostenere la sua mancata conoscenza delle ragioni effettive dei trasferimenti, i membri della Commissione Reale australiana non sembrano convinti, considerato che negli anni ’70 l’attuale ministro delle finanze di Papa Francesco era una figura di alto livello all’interno della diocesi, consultore e vicario episcopale, quindi molto vicino a molte altre figure di alto livello oltre che al vescovo Mulkearns, sul quale il giudizio di Pell è apparso severo perché all’epoca “non ha preso i provvedimenti necessari affinché il ragazzo venisse allontanto da Ridsdale e che questo venisse denunciato”.
“Dato che i sacerdoti sono esseri umani come tutti – ha detto Furness – certamente avranno parlato tra di loro circa le ragioni vere dei trasferimenti”. A questo punto Pell ha relicato: “Gli esseri umani in diverse categorie hanno approcci molto diversi a tali questioni. Noi lavoriamo nell’ambito della morale cristiana e la discussione dei difetti degli altri non è ben vista”.
Mentre era sacerdote a Ballarat, dunque, George Pell era già uno dei collaboratori più stretti del vescovo Ronald Mulkearns, allora a capo della diocesi. Il suo incarico iniziato nel 1977 gli consentiva di aiutare Mulkearns su varie questioni che riguardassero le nomine e i movimenti di sacerdoti da una parrocchia all’altra. Per questa ragione, dopo aver rivolto al cardinale domande su Ridsdale, Gail Furness si è concentrata proprio sul periodo in cui Pell, da sacerdote, lavorava nell’ufficio del vescovo. In quegli anni molti sacerdoti furono oggetto di trasferimenti immediati e a volte sottaciuti perché probabilmente avevano abusato di bambini. Pell ha sempre sostenuto che allora nessuno mai aveva ipotizzato che quei sacerdoti “erano pedofili e che venivano spostati per questo motivo”.
Ma se le prime due ore dell’udienza sono state interessate dal caso di padre Gerard Ridsdale, il più famigerato pedofilo australiano, la seconda parte è stata invece incentrata nello specifico sulla drammatica esperienza dei ragazzi rimasti vittime di abusi.
Furness ha mostrato a Pell i documenti che documenterebbero i diversi reclami fatti dai genitori dei bambini nei riguardi di Ridsdale, ma lui ha sostenuto per tutto il tempo che non solo non è era a conoscenza ma che non ha mai sentito parlare del sacerdote accusato come un pedofilo. “Ma, certamente, quella gente sapeva. Posso solo ripetere ciò che ho detto prima. Intorno al 1980, sono diventato Presidente dell’Istituto di Formazione cattolica che contava 2000 studenti tra Ballarat e Melbourne. Non era un piccolo lavoro. Andavo a Melbourne almeno un paio di volte alla settimana, non ero a contatto con la vita della diocesi, come chi lavorava a tempo pieno nelle parrocchie, per questo non sapevo cosa accadeva”, ha replicato il cardinale.