Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Monsignor Sigalini: “se denuncio preti pedofili violo privacy”, ma il Garante lo smentisce

    Monsignor Sigalini: “se denuncio preti pedofili violo privacy”, ma il Garante lo smentisce

    La difesa d’ufficio della Chiesa cattolica che ricorre per giustificare la mancata collaborazione con la giustizia sui casi di abusi sessuali da parte di preti è sostenere che i prelati non possono denunciare di propria iniziativa, altrimenti violerebbero la riservatezza delle vittime. Ma l’assunto viene clamorosamente smentitoda Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante per la Privacy.

    Il vescovo di Palestrina, monsignor Domenico Sigalini, interviene a Radio Anch’io​ su Rai Radio1 per affrontare il tema degli abusi, recentemente tornato alla ribalta con il film Il caso Spotlight, premiato con l’Oscar. Come aveva fatto in passato durante il programma Piazzapulita su LA7​ destando scalpore per il tenore delle uscite, il religioso ribadisce che “è il nostro codice a prevedere che se c’è un minore di mezzo è il papà che deve denunciare perché se io denuncio violo la privacy della sua famiglia e metto il figlio in piazza”. In qualità vescovo, a suo dire può solo istituire un processo canonico interno e nel caso ridurre il reo allo stato laicale.

    Considerazioni che hanno spinto il Garante per la privacy Soro a una secca ed esplicita replica al prelato: “è necessario precisare che denunciare, doverosamente all’autorità giudiziaria, gli abusi subiti da minori non vuol dire affatto mettere i bambini ‘in piazza’, ma tutelarne i diritti fondamentali”. “Ovviamente il Codice privacy non prevede alcun divieto o limitazione in tal senso”, chiarisce Soro, dato che “accorda ai minori una tutela rafforzata”. Il garante auspica: “su questi temi occorre essere precisi per non ingenerare false convinzioni”.

    http://www.uaar.it/news/2016/03/01/monsignor-sigalini-denuncio-preti-pedofili-violo-privacy-garante-smentisce/

  • Pell interrogato sullo spostamento di un prete pedofilo seriale

    Pell interrogato sullo spostamento di un prete pedofilo seriale

    Il Cardinale nega di avere saputo della pedofilia di Gerald Ridsdale nella seconda audizione davanti alla commissione governativa australiana in video-collegamento da Roma.

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    Il cardinale George Pell è stato interrogato sullo spostamento da parrocchia a parrocchia di un prete pedofilo seriale, Gerald Ridsdale, all’epoca in cui l’attuale prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia era vicario episcopale per l’educazione nella diocesi di Ballarat, nella seconda audizione davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse («Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori»), la scorsa notte, in video-collegamento da Roma con l’Australia. Il Porporato ha negato di essere stato a conoscenza che il sacerdote fosse pedofilo, nonostante il fatto fosse noto a due parrocchie e a diversi maggiorenti della Diocesi, accusando il vescovo dell’epoca, monsignor Ronald Mulkearns, di avergli deliberatamente mentito.

    «Non sapevo nulla della sua pedofilia. Sapevo che era per certi versi una persona difficile e ovviamente che era stato spostato piuttosto spesso», ha detto Pell, sottolineando che questi spostamenti erano «inusuali» ma, in teoria, possono dipendere da diversi fattori. Pell ha detto che, con la consapevolezza maturata dopo l’arresto del sacerdote, nel 1993, la decisione di spostare il sacerdote era «inaccettabile» e si è detto d’accordo con l’analisi che la Chiesa non è stata capace di proteggere i bambini di Ballarat: «Certamente c’è stato un gigantesco fallimento della leadership».

    I commissari hanno sottolineato che all’epoca, in particolare tra il 1977 e il 1979, ci sono prove che mostrano che il Vescovo, diversi suoi collaboratori, a partire da monsignor Leo Fiscalini, e due parrocchie erano a conoscenza delle accuse di abusi sessuali su minori che circolavano sul sacerdote, ventilando dunque l’ipotesi che Pell non poteva non sapere. «I problemi con Ridsdale non erano un segreto, Cardinale. Erano noti, a quanto emerge dalle prove, da due comunità», ha detto la commissaria Gail Furness parlando di «conoscenza comune». «Suggerire, come ha fatto il Cardinale, che la conoscenza relativa a Ridsdale era segreta è semplicemente non vero». Il cardinale Pell ha ribattuto: «Non stavo suggerendo neanche per un minuto che non era conosciuto tra le persone che avete ascoltato. Stavo parlando in termini generali. Non era conosciuta da me e penso che non fosse conosciuta da diverse altre persone». Il Porporato ha sottolineato, tra l’altro, che all’epoca non c’era la stessa circolazione di notizie che c’è ora, che egli non era presente a tempo pieno nella organizzazione diocesana e che lui personalmente non indulgeva nel chiacchiericcio (gossip). Il Porporato, all’epoca in servizio in una parrocchia distante da quella dove si trovava Ridsdale, ha detto, suscitando un brusio nell’aula australiana, che le voci sugli abusi del sacerdote «erano una storia triste ma non era di grande interesse per me» e «non avevo ragione di volgere la mia mente al male che Ridsdale perpetrava».

    Le domande dei commissari Gail Furness e Peter McClellan si sono concentrate in particolare su un’incontro avvenuto nel 1982, al quale Pell partecipò assieme ad altri consulenti, durante il quale il vescovo Mulkearns decise lo spostamento di Ridsdale da Mortlake a Sydney. «Da parte del Vescovo non vi è stato riferimento alla pedofilia di Gerald Ridsdale in quell’incontro», ha affermato, accusando il Vescovo di allora di un atteggiamento «grave e inspiegabile» e affermando di averlo ingannato con una «bugia». La spiegazione ipotizzata da Pell per questo atteggiamento che egli attribuisce al Vescovo è che «voleva evitare che io condividessi la sua colpevolezza» e «non voleva che io e altri ponessimo domande su questo». «Se arriviamo alla conclusione che lei sapesse, sarebbe colpevole anche lei?», ha domandato McClellan. «Esatto», ha risposto il Cardinale, che ha anche detto di non aver saputo nulla da padre Henry Nolan, vicario generale nonché suo cugino, circa le rimostranze di quest’ultimo con il Vescovo per il fatto che Ridsdale viveva con un ragazzo di 14 anni che ha successivamente raccontato di essere stato ripetutamente abusato dal sacerdote.

    A Roma, nell’albergo Quirinale dove si svolgono le audizioni, sono presenti 15 persone che da bambini sono stati abusati da sacerdoti australiani, giunti a Roma grazie a una raccolta fondi di «crowdfunding». Tra di essi il nipote di Ridsdale, David, a sua volta abusato dal sacerdote. Il cardinale Pell, che ieri sera, giungendo all’albergo, ha detto di avere il «pieno sostegno» del Papa, comparirà nuovamente oggi, alle 22, e, nell’eventualità che l’interrogatorio non si esaurisca, domani.

    http://www.lastampa.it/2016/03/01/vaticaninsider/ita/vaticano/pell-interrogato-sullo-spostamento-di-un-prete-pedofilo-seriale-nRI7ykuGlAkGyeeokPPoRO/pagina.html

  • Preti pedofili, nonostante gli abusi dicono messa

    Preti pedofili, nonostante gli abusi dicono messa

    Incalzato dal giudice McClellan, il cardinale Pell ha sostenuto di essere all’oscuro dei 138 abusi ai danni di 53 vittime commessi dal prete Gerald Ridsale con parole che hanno fatto sobbalzare i giudici: «Una storia triste l’ha definita il prelato – ma che per me non era di grande interesse». Nessuno, ha detto il cardinale, ipotizzò mai che quei sacerdoti «fossero pedofili e che venissero allontanati per questo motivo». Tentare di applicare una giustificazione similare ad alcuni casi italiani, sarebbe tuttavia un autentico funambolismo che sfida il buon senso. Perché nella mappa degli abusi sessuali commessi da religiosi in Italia, non ci sono soltanto i 117 religiosi condannati con sentenza definitiva tra il 2000 e il 2014, e i 67 ancora indagati o in attesa di sentenza. Ma ci sono anche alcuni casi, troppi casi, che sono di certo «storie tristi», e di sicuro interesse per tutti, prelati compresi. Il nostro viaggio parte dalla diocesi di Locri-Gerace, dove nel 2006 approda l’allora 32enne don Francesco Rutigliano. Pugliese di nascita, il giovane è al primo anno di sacerdozio, affidato alle parrocchie di Bivongi e Pazzano. Ma a Riace, provincia di Reggio, qualcosa di brutto accade quasi subito. Perché tra il 2006 e il 2008 don Francesco abusa di una giovane vittima di 14-15 anni, dalla psiche fragile e dal vissuto piuttosto travagliato. I fatti vengono alla luce soltanto nel 2011, quando a sancire la colpevolezza di Rutigliano è il decreto di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede del 20 giugno 2011.

    Secondo quanto si apprende dal documento dell’ex Santo Uffizio, il procedimento canonico nei confronti del sacerdote è cominciato due anni prima, quando «il 12 giugno 2009 venne accusato davanti a questo Tribunale per abuso su minori avvenuto a danno del Sig (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le accuse, precisa il decreto, «riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni».Pertanto, conclude il Tribunale ecclesiastico, «il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti del Sig… (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le gravissime responsabilità imputate a don Francesco si traducono in una sospensione temporanea di quattro anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico, che fanno salva possibilità di dire messa in forma privata. Il prete pugliese viene trasferito pertanto presso il Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi, in provincia di Perugia, dove secondo buon senso dovrebbe rimanere appartato per i successivi 4 anni. Ma come documentato da «l’Abuso», associazione di vittime di preti pedofili, don Francesco è ospite nel 2013 dell’ambasciatore di Spagna in occasione della Cerimonia dell’Omaggio floreale alla Sacra Effige dell’Immacolata, in piazza di Spagna a Roma. E nel febbraio del 2014 partecipa al concistoro dei Vescovi indetto da Papa Francesco in piazza San Pietro. «Il responsabile di abusi sessuali su minori», scrive Rete L’abuso, «andava e veniva alle occasioni importanti in Vaticano, sia con Papa Ratzinger (2013) sia con Papa Francesco (2014)».

    Trascorsi i quattro anni di inibizione prescritti dal Sant’Uffizio, arriviamo al luglio del 2015, quando don Rutigliano, incensurato per la magistratura, ma pedofilo per la Chiesa, torna in pista come viceparroco presso la chiesa di San Gordiano Martire di Civitavecchia: proprio nella stessa città dove vive il giovane che lo ha accusato di violenze sessuali anni prima. Ma a questo punto, la Rete l’Abuso pubblica alcuni on line alcuni articoli sulla vicenda che il prete giudica diffamatori chiedendone pertanto la rimozione. Tuttavia la vicenda si trasforma in un boomerang. Il passato di don Rutigliano giunge a conoscenza della comunità di Civitavecchia che vede ruotare attorno alla parrocchia di San Gordiano 260 bambini. Le mamme mostrano grande allarme. Intervistato dai giornalisti de L’abuso, don Francesco si difende e nega le accuse. Ma il 5 dicembre, è costretto a capitolare. Don Francesco, spiega don Ivan Leto, lascia la diocesi «per fare rientro nei prossimi giorni nella sua realtà di provenienza».Per trovare un altro caso emblematico bisogna recarsi a Trapani, in un luogo, Purgatorio, che sembra avere un forte rischiamo simbolico. In questa piccola frazione di Custonaci, nella parrocchia Maria Santissima del Suffragio, dice messa monsignor Angelo Mustazza. Il parroco trapanese, arrestato nel 1998 con l’accusa di violenza sessuale su minore e prostituzione minorile, fu condannato a un anno e dieci mesi di reclusione con il patteggiamento davanti al Gup.

    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_nonostante_abusi_dicono_messa-1584979.html

  • Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Era nudo. Era davanti a Gesù crocefisso. Dietro di lui un’ombra che lo sovrastava. Una voce che rassicurava quel piccolo undicenne che tratteneva le lacrime. «Non avere paura, sono le mani di Dio», gli diceva il frate mentre accarezzava il suo corpicino. Un caso, uno delle centinaia quello di Mario. Che a lezione di catechismo, in un monastero della Toscana, ha perduto la propria innocenza. Molto è cambiato nella Chiesa italiana, da quando papa Ratzinger condannò duramente la pedofilia nella lettera pubblica ai cattolici di Irlanda che nel 2010 invertì definitivamente la rotta prima che giungesse irreparabile lo schianto. Ma molto c’è ancora da fare. La prova è nell’incertezza dei numeri, che sembrano ancora velati da quella stessa «riservatezza», che ha scagliato la Chiesa in un vortice di accuse e di scandali.

    «Oportet ut veniant scandala», dice Marco nel Vangelo. Che tradotto vuol dire: è bene che gli scandali scoppino. Eppure tentare di conoscere le dimensioni del fenomeno italiano, è assai complicato. Innanzitutto perché in Italia non esiste a oggi uno studio ufficiale che renda conto di quanti siano gli abusi su minori consumati in ambienti religiosi. E poi perché tra casi denunciati e casi segnalati, c’è un ampio discrimine. Basti pensare che nel 2010, il Telefono Azzurro raccolse 105 segnalazioni di abusi su minori che nel 3-4 per cento dei casi aveva visto come protagonista un religioso. Segnalazioni che tuttavia non hanno trovato riscontro in sede giudiziaria. A spiegare il discrimine, non è solo la reticenza delle vittime. Ma anche la cornice delle regole.A livello globale, sono state 3420 le denunce che la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto tra il 2004 e il 2013. Di queste, ben 401 facevano riferimento a fatti accaduti nel 2013. Denunce spesso incanalate nell’alveo canonico, e cioè in un ambito non sempre comunicante con quello dell’autorità giudiziaria che conferisce ai casi e ai reati evidenza pubblica.Secondo quanto previsto dalla legge italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero».

    In forza di ciò, le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici elaborate dalla Cei nel 2012 non impongono dunque ai vescovi l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. E la situazione italiana? Tra il 2002 e il 2012 sono emersi in Italia 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti, che si sono tradotti in 77 denunce ai magistrati, 22 condanne in primo grado e 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 12 archiviazioni, e 5 assoluzioni.Tutto ciò a fronte di 20mila episodi di pedofilia all’anno che secondo il presidente de «La Caramella buona on lus», Roberto Mirabile, si verificano nel nostro Paese a opera di religiosi e non religiosi che mediamente danno luogo a mille processi per reati sessuali ogni 12 mesi. Secondo quanto riferito da monsignor Mariano Crociata nel 2010 «un centinaio di casi sono stati rilevati dal punto di vista dei procedimenti canonici nel corso dell’ultimo decennio».

    Cifre che circoscrivono la responsabilità dei reati commessi da religiosi al 2 per cento del totale. Secondo la Rete L’Abuso, associazione nata da un gruppo di vittime di preti pedofili, sono 65 i sacerdoti attualmente indagati in Italia, in attesa di giudizio o di sentenza definitiva. Tra questi alcuni sono a piede libero, o hanno soltanto obbligo di dimora. Altri, viste le aggravanti, sono custoditi in carcere. Un esempio su tutti il caso di don Dino, prete di Fiumicino finito in cella perché era in possesso di 1686 file ritraenti minori di 18 anni. Gli inquirenti hanno ritrovato nella sua casa un memoriale («frutto di fantasia», si difende il don), che racconterebbe 50 anni di abusi su minori, dal titolo piuttosto esplicito: «Vi ho amato tutti e mai vi scorderò: Cinquant’anni di sesso 1956-2006».

    Altri preti sono stati indirizzati in comunità di recupero nelle more di nuove valutazioni da parte della Congregazione per la dottrina della fede o del giudizio del tribunale. Alcuni di loro sono ospiti di due centri gestiti dalla congregazione dei Padri Venturini, villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento, e affidati alle cure di un terapeuta religioso, padre Franco Fornari. Villa Iride, in particolare, rappresenta per i legali di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali un’importante alternativa in caso di arresti domiciliari per i loro clienti. In questo centro, dal maggio del 2012 è recluso don Marco Mangiacasale, accusato di violenza sessuale a danno di alcuni adolescenti quando era parroco di San Giuliano di Como, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione.

    Secondo Rete L’Abuso, sono 117 i sacerdoti che dal 2000 a oggi sono stati condannati in via definitiva o hanno confessato reati sessuali e molestie a danno di minori. Numeri certamente striminziti, rispetto alla portata del fenomeno. «Occorre che gli scandali avvengano», dice San Marco nel Vangelo, «ma guai a colui che li produce». L’ammonimento del Nazareno, dopo duemila anni, ha il suono di una profezia incompiuta.

    Martedì 1 Marzo 2016, 11:42
    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_scandalo_italiano_117_sacerdoti_condannati_le_violenze-1582840.html
  • Spotlight, Oscar su inchiesta scottante. In Italia invece…

    Spotlight, Oscar su inchiesta scottante. In Italia invece…

    LOS ANGELES – Il film sul caso Spotlight ha vinto l’Oscar nella categoria miglior film. Josh Singer e Tom McCarthy hanno vinto il premio Oscar per la miglior sceneggiatura nel film. Il film parla di uno scoop giornalistico sul caso dei preti pedofili. La storia è ambientata negli Stati Uniti, ma diventa uno spunto di riflessione anche per il giornalismo di casa nostra. Ad esempio, Emiliano Fittipaldi de L’Espresso (che ha scritto un libro che ha di fatto dato il via a Vatileaks), ha scritto su Facebook: In Usa i giornalisti che hanno indagato e scoperto i preti pedofili hanno prima vinto il Pulitzer, e oggi il film sulla loro storia l’Oscar. In Italia i giornalisti d’inchiesta vengono ignorati, più spesso incriminati dai giudici italiani e qualche volta, come nel caso mio e di Nuzzi, processati da quelli vaticani. Solo per aver scritto fatti veri e accertati. Anche l’Osservatore Romano ha voluto commentare questo premio: Spotlight “non è un film anticattolico perché il cattolicesimo in sé non viene neppure toccato” ma “indiscutibilmente è un film che ha il coraggio di denunciare casi che vanno condannati senza alcuna esitazione”. Così il giornale della Santa Sede commenta la decisione di assegnare l’Oscar per il miglior film alla pellicola che racconta la vicenda dei preti pedofili, partendo dal caso di Boston. Per la storica Lucetta Scaraffia, alla quale il giornale affida il commento sul film, Spotlight “ha una trama avvincente”, “non è un film anticattolico” e “riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà”. Seicento articoli, 1000 casi di bambini vittime di abusi sessuali e psicologici, 70 preti pedofili, una storia che comincia decenni prima e che viene fuori solo nel 2002 con uno scandalo mondiale dovuto alla super inchiesta del Boston Globe. Il pool di giornalisti investigatori, che lavorano insieme in una newsroom intitolata Spotlight, tenaci, senza fretta, testardi, a schiena dritta, coraggiosi, vince il Pulitzer. Più o meno un caso Watergate sulla omertosa chiesa americana in fatto di pedofilia. E esattamente come fu per l’inchiesta di Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post, la bella lezione di giornalismo come si deve arriva al cinema: è Il Caso Spotlight. Il film diretto da Tom MacCarthy e con un gran cast in cui spiccano Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci. I colleghi del pool di Spotlight, cani sciolti del Boston Globe, lavorano senza orari e senza l’incubo del pezzo del giorno dopo, martellano le fonti, consultano i documenti in biblioteca, bussano alle porte di probabili testimoni in un giogo concentrico che vuole, da un singolo caso di denuncia di molestie, capire se c’e’ un sistema piu’ grande, un coinvolgimento di istituzioni e gerarchie, un’omertà colpevole. E scoprono tassello dopo tassello nel corso di mesi tutto questo e oltre, compresi documenti pubblici secretati contro le leggi, accordi sottobanco con l’arcidiocesi di Boston e soprattutto, cosa che ha creato scandalo mondiale, la copertura colpevole del cardinale di Boston, Bernard Law, che sapeva da sempre e comprava i silenzi semplicemente spostando i preti pedofili da una parrocchia all’altra o mettendoli temporaneamente in malattia. Ritmo incalzante e una sceneggiatura che fa centro riuscendo a non perdersi dietro il filo delle tante singole storie. Michael Keaton è il caporedattore della sezione Spotlight, Stanley Tucci l’avvocato armeno che difende le vittime ma non vuole finire in prima pagina, Rachel McAdams una giornalista appassionata e compassionevole che riesce ad entrare empaticamente in contatto con chi vorrebbe dimenticare il passato di molestie, mentre Mark Ruffalo è il cronista mastino che non si ferma davanti a nessun no. Liev Schreiber interpreta il neodirettore del giornale. E’ ebreo, viene da Miami, di Boston ha solo la mappa per orientarsi e alla prima riunione spiega cosa vuole dai suoi: rendere il giornale indispensabile ai lettori con inchieste e approfondimenti.

    http://www.blitzquotidiano.it/cinema/spotlight-oscar-su-inchiesta-scottante-in-italia-invece-2400204/#sthash.fqiNdOXr.dpuf

  • Preti pedofili, Zanardi, portavoce Rete L’Abuso-onlus: “Il Tribunale speciale voluto da Papa Francesco è inefficace, ecco perchè”

    Preti pedofili, Zanardi, portavoce Rete L’Abuso-onlus: “Il Tribunale speciale voluto da Papa Francesco è inefficace, ecco perchè”

    Francesco Zanardi, Portavoce ‘Rete L’Abuso – Onlus’, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Buio in sala”, condotta da Piercarlo Fabi su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano (www.unicusano.it).

    “Nel 2004 –ha affermato Zanardi-, il cardinale Joseph Ratzinger fu portato alla sbarra, perché mentre il gruppo Spotlight stava indagando sugli abusi sessuali su minori perpetrati da sacerdoti negli Stati Uniti, lui e Bertone decisero di scrivere ai vescovi di tutto il mondo dicendo che la direttiva del 1962 era tuttora in vigore. Quella direttiva chiede alle gerarchie ecclesiastiche di mantenere il segreto su abusi sessuali da parte del clero. Poi Ratzinger fu provvidenzialmente eletto Papa e la prima cosa che fece fu quella di chiedere a Bush l’immunità diplomatica come capo di Stato per non essere processato. Questa notizia in Italia non ha avuto quasi alcuna eco”.

    Il tribunale speciale voluto da Papa Francesco. “Ben vengano le linee guida di Bergoglio –ha affermato Zanardi-, ben vengano i tribunali vaticani. Però il Vaticano deve avere l’obbligo di denuncia quando un prete commette un reato sul suolo italiano, perché i processi canonici voluti da Bergoglio prevedono la scomunica come massimo della pena. Quindi il prete pedofilo non fa neanche un giorno di carcere. La vittima non viene assistita quindi, anche se questi tribunali non fossero una farsa, il risultato è lo stesso di prima”.

    Fonte: Radio Cusano Campus

    http://www.iltabloid.it/blog/2016/02/25/preti-pedofili-zanardi-portavoce-rete-labuso-onlus-il-tribunale-speciale-voluto-da-papa-francesco-e-inefficace-ecco-perche/

  • Pedofilia nella chiesa, 600 denunce l’anno. In 10 anni, espulsi 900 preti

    Pedofilia nella chiesa, 600 denunce l’anno. In 10 anni, espulsi 900 preti

    La piaga degli abusi sui minori da parte del clero si era diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano.

    La piaga degli abusi sui minori da parte del clero si era diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004 ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio di aggirano intorno ai 600 l’anno. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile.

    Uno scandalo enorme che portò Papa Benedetto XVI, già da quando era ancora cardinale con la responsabilità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’. Linea confermata e rafforzata da Papa Francesco che ha assunto in questi tre anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano, un Nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski.

    In dieci anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.

    Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa.

    Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici.

    La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Spotlight che ha vinto l’Oscar. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da Papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2016/03/01/pedofilia-nella-chiesa-600-denunce-lanno.-in-10-anni-espulsi-900-preti_ff7e020c-3aac-429f-a0bf-278700841a1d.html

  • “Spotlight” sui preti pedofili vince l’Oscar come miglior film

    “Spotlight” sui preti pedofili vince l’Oscar come miglior film

    Appello dei produttori a Papa Francesco: “Pensare ai bambini”. Ma non è l’unico discorso ‘duro’ della notte più attesa del cinema. C’è spazio anche per la polemica bianchi/neri innescata da Spike Lee“

    LOS ANGELES (USA) – “Mad Max” pigliatutto agli 88esimi Oscar con 6 statuette (tutti premi tecnici: costumi, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, scenografia, acconciatura) ma è il “caso Spotlight” il miglior film del 2015. Il film racconta la storia del team di giornalisti investigativi del “Boston Globe” che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col Premio Pulitzer. Significativo l’appello dei produttori del film al Santo Padre dai microfoni del teatro:

    Papa Francesco, è arrivato il momento di pensare ai bambini

    I PREMI – L’ultimo dei tanti discorsi sentiti in una notte stellare che ha consacrato Leonardo DiCaprio, oscar per The Revenant, ed il genio italiano di Ennio Morricone, oscar per la miglior colonna sonora per il film di Quentin Tarantino “The Hateful Eight”. Alejandro Gonznlez Iñarritu fa il bis e dopo Birdman vince l’oscar alla regia anche per The Revenant. Oscar alla migliore attrice protagonista a Brie Larson, ventiseienne interprete alla prima nomination per “Room”.

    STALLONE DELUSO – La grande delusione è stata quella di Sylvester Stallone, mancato oscar come migliore attore non protagonista in “Creed – Nato per combattere”, in cui indossa per la settima volta i guantoni di Rocky. La statuetta è andata, invece, a Mark Rylance per “Il ponte delle spie”. Alicia Wikander, 26 anni, si è aggiudicata il premio come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in “The Danish Girl” di Tom Hooper. Wikander, svedese, è considerata la nuova Bergman.

    IL FIGLIO DI SAUL – Il miglior film straniero è ungherese: “Il figlio di Saul” di Laszlo Nemes che racconta di un gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio. Ecco le parole del regista:

    Questo film può farci capire che anche nei momenti più bui e drammatici, dobbiamo restare umani

    CARTOON … E POLEMICHE – “Inside Out” è stato riconosciuto, infine, come il miglior cartone animato. “Abbiamo fatto questo film guardando i nostri figli. Non lasciamoci andare alla tristezza ma alla creatività nei momenti difficili” hanno detto i registi. Oscar anche all’insegna della polemica bianchi-neri con Chris Rock, il comico che ha presentato la serata, che ha subito puntualizzato: “Certo negli anni scorsi le cose andavano allo stesso modo, solo che i neri non protestavano perché avevano altro di cui occuparsi: neri appesi agli alberi, violentati, linciati, chi se ne importava a chi andava il premio al miglior lungometraggio. Spike, Will, Jade, ma cosa boicottate a fare? Perché ragionare ancora in termini di miglior attore/attrice Comunque tranquilli ci sarà un momento tutto dedicato ai neri: nel pacchetto in memoriam troveremo solo neri uccisi mentre andavano al cinema. Non è una questione di boicottaggio, ma di opportunità: vogliamo le stesse opportunità”.

    http://www.today.it/media/il-caso-spotlight-oscar-miglior-film.html

     
  • La Marchesa Molestata Dal Parroco

    La Marchesa Molestata Dal Parroco

    Era nata in un paese del Beneventano che si chiama Amorosi e forse non avrebbe potuto venire alla luce in un posto che avesse nome diverso. L’amore fu al centro della vita di Anna, l’amore fu la causa della sua morte. Anna come ce ne sono poche: bizzarra, insaziabile di vita, dotata di una sensualità irresistibile, benedetta da una bellezza ruvida, danneggiata da un’infanzia infelice.

    Era nata nel 1929 e presto separata dalla sorella: lei viveva con una zia, la madre si era rifatta una vita dopo una prima relazione finita male. Anna Fallarino s’era trasferita a Roma giovanissima, accecata dalle luci di Cinecittà. Sognava la gloria. E nella sua breve vita (fu uccisa a 41 anni) ricordava a tutti di aver partecipato al film «Totò Tarzan», una delle tante comparse belline di quei tempi. Era cresciuta senza troppe regole e soprattutto senza una figura paterna accanto.

    Dunque a venti anni era una procace bellezza mediterranea con fianchi e spalle cesellati ed un viso furbetto che rifuggiva da qualsiasi imperfezione. Affamata d’amore. Affamata di vita. Non era, come venne descritta dalla stampa scandalistica, una ninfomane, affatto. Era una donna che voleva tutto quello che non aveva avuto e ciò significava adattarsi alle esigenze altrui, se fosse il caso di farlo.

    Ma, come ha rivelato la nipote Mariateresa Fiumanò, nel suo libro «La marchesa Casati», aveva anche una sorprendente dolcezza nei confronti dei bambini e sognava di averne, almeno un paio. Di lei si conoscono vita, morte e miracoli. Quello che non si conosceva (e che rivela proprio la nipote) è un segreto che Anna aveva tenuto per sé. A 12 anni, quando ancora il sesso era argomento di cui non conosceva le trame, fu molestata pesantemente dal suo anziano parroco, Don Luca. Prima nel confessionale, poi in canonica.

    Una violenza sessuale che lei provò a raccontare alla zia, ricevendone solo un paio di schiaffi. Di sicuro stava mentendo, don Luca era un così brav’uomo, le fu risposto quando in lacrime rivelò quanto le era accaduto. «Da quel momento feci di tutto per cambiare chiesa e non doverlo rivedere più», disse Anna alla nipote molti anni dopo. Raccontò i dettagli di quel segreto che pesava sulla sua anima: «Lui era il mio confessore, io lo consideravo come un nonno buono e comprensivo e gli confidavo ogni cosa col cuore in mano. Non c’era niente di scandaloso, a quei tempi, da raccontare, tra l’altro.

    Ma un giorno lui cominciò a chiedermi dei ragazzi che frequentavo e delle azioni peccaminose che commettevo con loro o da sola. Chiedeva i dettagli, dentro il confessionale, era sempre più curioso. Io all’epoca non avevo niente da dire. Un giorno chiese con particolare curiosità anche dettagli relativi al mio fisico. Io istintivamente fuggii, ma lui m’inseguì e mi disse “dove vai stupida ragazzina”. Mi costrinse a subire le sue attenzioni malate ed io muta, incapace di dire niente o fare niente, scioccata. Non servì a nulla raccontare tutto alla famiglia, nessuno mi credette, anzi mi sentii dire che volevo mandare in galera un innocente».

    Quell’esperienza turbò profondamente Anna, che all’epoca dei fatti era ingenua e non conosceva ancora le pieghe malate della vita, e forse condizionò indelebilmente la sua esistenza. Rimosse, almeno apparentemente, quell’episodio che l’aveva segnata più di quanto non credesse e crebbe indurita dagli eventi. Quel tormento non l’aveva digerito, ma andò avanti e decise di fare un buon matrimonio per «sistemarsi». Sposò l’ingegnere Giuseppe Drommi e tuttavia durante il Festival di Cannes nel 1959 incontrò il facoltoso marchese Camillo Casati, di cui divenne amante. Lui perse la testa per lei fino a farle ottenere l’annullamento delle nozze (si dice che pagò un miliardo).

    Si sposarono lo stesso anno e andarono a vivere in via Puccini a Roma, in un appartamento a due piani. Al terzo abitavano loro, al quarto la servitù. L’aveva arredato proprio Anna, di colpo entrata nel gotha della nobiltà italiana dalla quale era guardata con disprezzo. «Quelle vecchie bagasce», commentava lei. Tuttavia, volessero o non volessero, tutti erano costretti ad ammirarne la bellezza. Quello tra il marchese Casati, padrone di immobili sfarzosi e finanziariamente più che abbiente, e Anna Fallarino, fu un matrimonio che fece scalpore.

    Lui era uomo che non si compiaceva del titolo nobiliare e la frequentazione con donne del popolo non l’aveva mai infastidito. Tuttavia rivelò, fin dai primi giorni di matrimonio, una curiosità insaziabile verso l’erotismo più smaliziato che prevedeva l’«utilizzo» di maschi prestanti che dovevano fare l’amore con la moglie. Lui fotografava e osservava, aveva praticato un foro nella parete della camera da letto della villa di Zannone, scriveva in un diaro tutto quello che succedeva nel letto della moglie o sugli scogli di Zannone, l’isola che i Casati avevano in affitto dal 1922 e dove si svolgevano festini a luci rosse.

    Anna s’adeguava, compiacente. Felice di piacere, con un gusto morboso verso quel legame torbido. Il marchese era la figura paterna che non aveva avuto e ne era soggiogata, ne esaudiva i desideri. In cambio lui le aveva dato un’identità. L’identità che le era mancata. Festini, incontri con militari, giovani palestrati, movimentarono la vita matrimoniale della marchesa, gestita dal marito. Fatale fu per Anna Fallarino l’incontro con Massimo Minorenti, uno studente che aveva la fama di «picchiatore», un ragazzo che era stato pagato da Casati per avere rapporti sessuali con sua moglie.

    Non aveva messo in conto, Casati, che Minorenti e Anna potessero innamorarsi. Circostanza che si avverò e che lo gettò nella disperazione. Il 30 agosto 1970, Camillo Casati tornò nell’abitazione di via Puccini di corsa, allontanandosi da una battuta di caccia, dopo aver saputo che Minorenti era proprio in quell’appartamento insieme alla moglie. Stravolto, chiese ai cinque domestici di non disturbarlo, quindi entrò nel salotto, dove lo aspettavano Anna e l’amante.

    Non ci fu discussione. Il marchese sparò tre colpi con il suo Browning calibro 12 alla moglie e poi due all’amante, che aveva afferrato un piccolo tavolo nella speranza di ripararsi. L’asciò l’ultimo colpo per sé. La servitù, nel frattempo, allarmata dagli spari, aveva chiamato la polizia, senza tuttavia entrare nella stanza. In un’intervista a L’Europeo, l’agente Domenico Scali ha ricordato: «Il primo corpo che vidi fu quello di Anna Fallarino. Mi sembrò ancora viva. Era seduta sul divano con le gambe incrociate sopra uno sgabello. Aveva le mani in grembo e il volto sereno. La nota stonata era una macchia scura di sangue sulla camicetta».

    Nata nel ’29, Anna Fallarino si trasferì a Roma giovanissima, accecata dalle luci di Cinecittà. Sognava la gloria e una vita da star. Quando fu uccisa, aveva solo 41 anni

    Massimo Minorenti, uno studente di 25 anni che aveva la fama di «picchiatore», era stato pagato da Casati per avere rapporti sessuali con sua moglie. Ma poi si innamorò di lei

    Angela Di Pietro

  • Lo scoop che ha fatto tremare la Chiesa

    Lo scoop che ha fatto tremare la Chiesa

    Poche ore prima di affrontare una tragedia che avrebbe cambiato il corso della storia contemporanea gli Stati Uniti dovettero fare i conti con un’altra drammatica realtà che minacciava il “sogno americano”. È il 10 settembre 2001 quando l’Università di Pennsylvania anticipa i risultati di una ricerca biennale sulla diffusione della pedofilia a livello nazionale. Lo studio rivela che un bambino su cento è vittima di crimini che vanno dalla prostituzione minorile alla pedopornografia ad altre forme di sfruttamento e violenza “sessuale”. Gli abusi sono consumati soprattutto in ambito familiare, nei luoghi di istruzione e in quelli di formazione sportiva. I più a rischio sono coloro che scappano di casa, spesso per sfuggire alle violenze, oppure chi è rimasto senza famiglia. In totale i ricercatori stimano almeno 300mila minori tra le vittime del mercato del “sesso” a pagamento. Femmine e maschi in egual misura. Si trattava di una scoperta senza precedenti che metteva a nudo le crepe di un modello sociale tutt’altro che esemplare ma l’America non ebbe tempo di interrogarsi. E l’attacco aereo di al-Qaeda alle Twin Tower di New York rimanderà di quattro mesi la presa di coscienza collettiva dell’esistenza di un cancro, profondamente radicato nella società Usa, che non aveva attecchito solo nelle case e negli istituti scolastici. All’inizio di gennaio del 2002 un’inchiesta del Boston Globe scoperchia infatti una botola su un pozzo che presto si rivelerà senza fondo: la pedofilia nel clero cattolico.
    Candidato a sei premi Oscar e a tre Golden Globe, il film di Tom McCarthy Il caso Spotlight che dal 18 febbraio esce nelle sale italiane distribuito da Bim, ricostruisce la capillare indagine giornalistica realizzata a partire dai primi mesi del 2001 che ha preceduto la pubblicazione dello scoop comparso dopo le feste natalizie del 2002 in prima pagina su uno dei quotidiani più popolari di Boston. Spotlight è il nome del pool dei giornalisti d’inchiesta del Globe, interpretati tra gli altri da Michael Keaton e Mark Ruffalo, i quali, resistendo alle pressioni e alle intimidazioni costanti ricevute dalle istituzioni laiche e da quelle religiose della città americana più “europea” e cattolica, riuscirono a portare alla luce un sistema sommerso fondato da decenni su abusi, omertà, totale assenza di trasparenza e complicità con i pedofili.
    Nel corso del 2002 il Boston Globe pubblicherà circa 600 articoli documentando un migliaio di casi di bambini vittime di abusi “sessuali” e psicologici, e le responsabilità di 70 preti pedofili tra cui spicca padre John Geoghan. Condannato a marzo 2002 per 10 stupri, costui era una sorta di serial killer la cui attività criminale era nota alle gerarchie ecclesiastiche di Boston. Le quali tuttavia si guardarono bene dal denunciarlo e, anzi, Geoghan fu sistematicamente protetto mediante trasferimenti in sei diverse parrocchie della diocesi ogni volta che i sospetti dei fedeli raggiungevano una soglia pericolosa. In questo modo, come è facilmente intuibile, fu inevitabile che si procurasse nuove vittime. Una responsabilità di cui si macchiò anche il Globe che fino al 2001 aveva di proposito ignorato alcune segnalazioni relative agli stessi casi di cui in seguito si è occupata la squadra di Spotlight, come la pellicola di McCarthy evidenzia con precisione.
    La svolta arriva con il cambio di direzione. È il neo-direttore Marty Baron (Liev Schreiber) a dare il via alla clamorosa inchiesta, il giorno stesso del suo insediamento. Emerge così che tutto ruotava intorno al potente arcivescovo di Boston, Bernard Law, e che ogni decisione – laica o religiosa – era finalizzata a inibire qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla Chiesa locale. Papa Wojtyla era già molto malato e all’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno in quegli anni più del carismatico Law, capo di una comunità di due milioni di fedeli, aveva la possibilità di diventare il primo pontefice americano della storia. Un pontefice di Boston. I giornalisti di Spotlight devono affrontare anche questa prospettiva trovando come unico alleato il diffidente avvocato Garabedian, legale delle vittime di Geoghan. Interpretato da Stanley Tucci, è lui a rendere l’idea della sfida in atto quando chiede al caparbio giornalista del Boston Globe (Ruffalo): «La Chiesa cattolica ragiona in termini di secoli, il suo giornale può resistere tutto questo tempo?».
    Via via che i giornalisti parlano con Garabedian, intervistano adulti molestati da piccoli e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, diventa evidente che l’insabbiamento degli abusi è sistematico e che il fenomeno è molto più esteso di quanto si potesse immaginare.

    Lo scoop che ha fatto tremare la Chiesa