Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Emilia Romagna

  • San Marino, la Diocesi sul caso del pedofilo: «Ha frequentato alcune attività ma senza ruoli di responsabilità o animazione»

    San Marino, la Diocesi sul caso del pedofilo: «Ha frequentato alcune attività ma senza ruoli di responsabilità o animazione»

    SAN MARINO. Anche la Diocesi di San Marino-Montefeltro prende la parola sulla vicenda legata al caso di Steven Raul James, condannato in via definitiva in Italia per atti sessuali e violenza sessuale aggravata su quattro bambini di dieci e undici anni.

    «La Diocesi di San Marino-Montefeltro, la Parrocchia di San Marino Città (Murata) e la Comunità dei Salesiani», si legge in una nota firmata da Diocesi di San Marino-Montefeltro, Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali Parrocchia di Murata e Comunità Salesiana, «esprimono il loro sconcerto per le notizie che affollano la cronaca di questi giorni e che, in maniera ingiustificata e inopportuna, vorrebbero coinvolgere il Vescovo e una realtà educativa di riferimento e preziosa per tante famiglie della Repubblica, in una vicenda cui gli stessi sono del tutto estranei»

    «Si è appreso», prosegue la nota «con stupore e amarezza che un giovane, il quale ha frequentato alcune attività dell’Oratorio dei Salesiani – senza mai ricoprire alcun ruolo di responsabilità o di animazione – è oggi destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria italiana per aver commesso gravi delitti nei confronti di alcuni minori, al di fuori delle nostre realtà. La Diocesi e la Comunità Salesiana non hanno mai avuto alcuna notizia del procedimento a suo carico, né della condanna, tantomeno sono mai emersi segnali riconducibili ai comportamenti per i quali è stato condannato.

    La Diocesi, peraltro, particolarmente attenta ai temi in questione, da diversi anni ha attivato il “Servizio diocesano Tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, istituendo un vero e proprio Centro di Ascolto, ed ha emanato il Vademecum delle “Buone prassi di tutela di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia” di cui presidia il concreto rispetto e l’attuazione. Analoghe misure a protezione dei minori sono state assunte dai Salesiani e mai alcuna segnalazione è a essi pervenuta. L’Oratorio Salesiano, fedele al “metodo preventivo” di Don Bosco, basato su ragione, religione e amorevolezza, accoglie da sempre bambini e ragazzi in un contesto educativo sereno e protetto. Lo svolgimento delle attività è affidato ad animatori ed educatori debitamente formati, che hanno sempre vigilato e continuano a vigilare con attenzione sui giovani partecipanti».

    Le vicende personali di un singolo non devono offuscare il valore di una intera comunità educativa che, da sempre, accompagna i ragazzi e sostiene le famiglie con accoglienza, cura e responsabilità».

    «La Comunità Salesiana e la Parrocchia di Murata», conclude la nota, « ribadiscono quindi il loro impegno a custodire con responsabilità i minori loro affidati e la fiducia delle famiglie e ad accompagnare i giovani con lo stile di Don Bosco: accoglienza, cura e speranza».

    https://www.corriereromagna.it/san-marino/san-marino-la-diocesi-sul-caso-del-pedofilo-ha-frequentato-alcune-attivita-ma-senza-ruoli-di-responsabilita-o-animazione-DC1598656

  • Rimini: in carcere il sammarinese condannato per violenza su minori. Il legale: “Avevamo chiesto di scontare pena sul Titano”

    Rimini: in carcere il sammarinese condannato per violenza su minori. Il legale: “Avevamo chiesto di scontare pena sul Titano”

    Si trova nel carcere di Rimini Steven Raul James, il 27enne sammarinese arrestato per il reato di violenza sessuale aggravata e continuata su minori. Sul giovane pendeva un ordine di carcerazione dello scorso aprile emesso dalla Procura di Urbino, dopo una condanna in via definitiva a 4 anni e 4 mesi di reclusione per fatti avvenuti nel 2021 in un Football Camp di Carpegna, dove era animatore.

    Vittime della violenza quattro minori di età compresa tra i 10 e gli 11 anni. Il 27enne – che ha militato nel recente passato nel campionato sammarinese di futsal – è stato individuato dalla squadra mobile della Questura di Rimini a Riccione, sabato mattina, mentre assisteva a una partita di calcio tra squadre di giovanissimi. A ‘tradirlo’ è stato l’uso dei social sui quali aveva pubblicato dei contenuti che attestavano la sua presenza oltreconfine. Il giovane, spiega il suo avvocato Stefano Pagliai, che segue il caso da dopo la sentenza definitiva, voleva scontare la condanna a San Marino ai sensi della Convenzione europea del 1983 sul trasferimento delle persone condannate.

    Le pratiche, prosegue il legale, erano state avviate già prima della richiesta di estradizione. Ora è in carcere e, conclude l’avvocato, l’obiettivo di un rientro sul Titano rimane. L’autorità giudiziaria, tra le altre cose, ha disposto che, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, sia interdetto per sempre da incarichi in scuole o istituti frequentati prevalentemente da minori, insieme al divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati dagli stessi, al divieto di svolgere lavori a contatto con minori e l’obbligo di informare gli organi di polizia su spostamenti e residenza per un anno.

    Mauro Torresi

    https://www.sanmarinortv.sm/news/cronaca-c3/rimini-in-carcere-il-sammarinese-condannato-per-violenza-su-minori-il-legale-avevamo-chiesto-di-scontare-pena-sul-titano-a279397

  • Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    «Mi sono affidato alla Madonna e a Gesù perché ero convinto che ci avrebbero pensato loro e così è successo. Oggi peraltro è il giorno in cui si celebra la natività di Maria che è la mamma di tutti, ecco lei ci aiuterà a capirci, spiegarci e infine a riconciliarci se ci sono state incompresioni». E’ questo il commento a caldo di don Stefano Segalini al termine del processo di primo grado celebrato con rito ordinario e che lo vedeva accusato di violenza sessuale nei confronti di alcuni giovani.

    Il collegio giudicante presieduto da Stefano Brusati dopo poco più di due ore ha emesso la sentenza di assoluzione. Per alcuni punti perché in dibattimento non si è raggiunta la piena prova oltre il ragionevole dubbio, mentre per le altre ipotesi il fatto non costituisce reato. Il pm Emilio Pisante aveva chiesto sette anni di pena, per l’accusa inoltre in dibattimento non si era formata la prova che il religioso avrebbe effettivamente somministrato ai ragazzi alcune sostanze per ridurne le capacità, per poi compiere atti sessuali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate prossimamente.

    Don Sefano Segalini è stato difeso dall’avvocato Mario Zanchetti, oggi sostituito dal collega Daniele Loglio che ha precisato: «Ci sono state condotte goliardiche e scherzose ma che non hanno mai superato la soglia del penalmente rilevante. Ci auguriamo che dopo questa sentenza sia possibile ritrovare una riappacificazione e si possa chiudere quella frattura che si era verificata nella comunità di Piacenza».

    Si chiude così il primo grado della vicenda giudiziaria che ha visto don Segalini al centro di un’inchiesta della polizia che suscitò un enorme clamore e che provocò una spaccatura tra innocentisti e colpevolisti, inevitabilmente. Allora era il parroco di San Giuseppe Operaio e venne arrestato dalla squadra mobile. Tutto nacque da alcuni esposti arrivati a maggio dello stesso anno sulla scrivania dell’allora vescovo Gianni Ambrosio che lo destituì. Parallelamente iniziarono le indagini della questura che poi portarono al rinvio a giudizio e al processo. La notizia del suo arresto, il don è molto conosciuto e stimato in tutta la provincia, aveva provocato un forte sgomento e moltissimi fedeli all’apertura del processo (iniziato nel 2020 e sempre a porte chiuse) avevano voluto dimostrarli la loro vicinanza presentandosi in massa in tribunale, e in molti hanno sostenuto l’innocenza del sacerdote parlando sempre di «un complotto per fare del male a don Stefano».

    In totale i ragazzi che avevano sostenuto di aver subìto abusi erano una decina ed erano stati ascoltati durante le varie udienze. Soltanto uno di questi, all’apertura del dibattimento, si era costituito parte civile ma aveva poi ritirato la sua richiesta. Una circostanza che, indirettamente, aveva quindi fatto uscire dal processo anche la Diocesi di Piacenza che era stata riconosciuta come responsabile civile e quindi tenuta a pagare i danni in caso di condanna del sacerdote.

    IL COMMENTO DELLA DIOCESI –  La diocesi di Piacenza-Bobbio prende atto della sentenza di assoluzione nel primo grado di giudizio di don Stefano Segalini e lo comunica con una nota ufficiale che riportiamo integralmente:  «Ogni ricerca della verità e della giustizia – scrivono – è accompagnata da vissuti contrapposti che macchiano e feriscono chi è coinvolto in prima persona, ma anche i contesti in cui tutto ciò avviene, compresa in questa triste vicenda la stessa Chiesa diocesana. Si apre ora il tempo della riconciliazione, che chiede delicatezza, pazienza e rispetto, perché è sempre complesso ricucire le ferite che l’emergere di accuse e fatti da accertare ha portato con sé». «Una riconciliazione – dicono – che passa anzitutto attraverso la preghiera di invocazione di tale dono per tutti coloro che in prima persona sono stati coinvolti, perché come ci ricorda papa Francesco è il primo strumento che come credenti abbiamo per affrontare e uscire rinnovati da situazioni dolorose che feriscono i singoli e le comunità».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/don-stefano-segalini-assolto-accusa-violenza-sessuale.html

  • «Nessuna violenza sessuale da parte di don Segalini, solo goliardia diffusa e condivisa nel gruppo»

    «Nessuna violenza sessuale da parte di don Segalini, solo goliardia diffusa e condivisa nel gruppo»

    «Ci sono stati gesti non commendevoli ma che non costituiscono violenza sessuale, e gli episodi contestati come francamente sessuali non sono mai accaduti. Tutto quello che si poteva smentire è stato smentito, pertanto ho chiesto l’assoluzione». E’ questa la netta posizione dell’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano) che difende don Stefano Segalini, a processo per violenza sessuale nei confronti di alcuni ragazzi della parrocchia che guidava.

    Le indagini erano state condotte dalla polizia e coordinate dal sostituto procuratore Emilio Pisante. Quest’ultimo nella scorsa udienza al termine della requisitoria ha chiesto sette anni di reclusione non tenendo conto del capo di imputazione che vede il don accusato di aver drogato le sue presunte vittime con la “droga dello stupro”: per il pm in dibattimento infatti non si è formata la prova che questa sia stata realmente usata per ridurre le capacità dei giovani per poi abusarne. La giornata del 23 giugno è stata dedicata all’arringa della difesa che è durata circa tre ore, la sentenza arriverà invece a settembre 2022.

    «Parlando di comportamenti e gesti non sessuali – dice la difesa – questi sono riconducibili a una goliardia diffusa senza connotati di violenza sessuale: abbiamo prodotto valanghe di fotografie nelle quali si vede che tutti lo facevano a tutti, non è un comportamento piacevole ma socialmente condiviso in questo gruppo di persone. Non ho mai detto che le presunte vittime siano calunniatori quanto che questi che vivevano una situazione troppo famigliare con il sacerdote hanno cominciato a farsi dei racconti». E ancora: «Temo che ci troviamo davanti a quello che si chiama “contagio dichiarativo”. A forza di parlarne uno con l’altro si è montato qualcosa che non corrisponde alla realtà ma ci si crede come fosse genuino e realmente accaduto. Prima racconti orali, poi trascritti e portati identici al vescovo e alla polizia giudiziaria, infine ripetuti sia in fase di indagini preliminari sia a processo, ecco alla fine la persona coinvolta ritiene che il contenuto sia la verità e rispondente al reale».

    «Io sono convinto della nostra posizione – dice -, con tutto il rispetto per i ragazzi e i genitori che forse avevano loro ragioni a cercare di interrompere queste serate o vacanze goliardiche che però non sono mai sfociate in violenza sessuale». «Dal punto di vista procedurale  – ha concluso – non c’è competenza territoriale per il tribunale di Piacenza (il primo fatto, che non riteniamo vero, sarebbe avvenuto nel territorio di competenza del tribunale di Trento) e non ci sono le querele né sono valide (l’unica che c’è è un racconto), quindi il processo è improcedibile, nel merito riteniamo e ribadiamo invece che i fatti contestati non siano episodi di violenza sessuale».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/processo-don-segalini-udienza-arringa-difesa.html

  • Enna. Giuseppe Rugolo non è più agli arresti domiciliari, su richiesta del PM

    Enna. Giuseppe Rugolo non è più agli arresti domiciliari, su richiesta del PM

    Enna. Giuseppe Rugolo non è più agli arresti domiciliari presso il seminario vescovile di Ferrara, ma ha l’obbligo di dimora sempre a Ferrara con permanenza domiciliare notturna.

    L’ha disposto il Tribunale di Enna – Sezione Penale Collegiale con ordinanza n. 174 del 31 maggio 2022. Rugolo può lasciare Ferrara solo “in occasione delle udienze in cui verrà trattato il giudizio a suo carico, al solo fine e per il tempo utile di recarsi in Enna poter partecipare alle udienze suddette, sino alla definizione del giudizio, previo preventivo avviso… alla Polizia Giudiziaria delegata ai controlli”.

    A chiedere la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con quella dell’obbligo di dimora è stato il Pm con richiesta depositata il 20 maggio 2022. Nell’accogliere questa richiesta, il Tribunale (Presidente Francesco Paolo Pitarresi) ha tenuto conto della condotta processuale di Rugolo che, a suo giudizio “non può, comunque, non apprezzarsi”.

    Rugolo è pertanto “rimesso in libertà con il solo obbligo di risiedere in Ferrara e di non uscire dal territorio del suddetto comune senza il permesso dell’Autorità Giudiziaria che procede”.
    Silvano Privitera

    Enna. Giuseppe Rugolo non è più agli arresti domiciliari, su richiesta del PM

  • Il prete accusato di abusi Nuove intercettazioni e altre testimonianze

    Il prete accusato di abusi Nuove intercettazioni e altre testimonianze

    Il processo entra nel vivo e il prossimo 27 gennaio ci sarà il primo vero confronto tra accusa, difesa e parte civile, le presunte vittime degli abusi di cui è accusato un sacerdote siciliano, don Giuseppe Rugolo per fatti accaduti 10 anni fa a Enna, e dopo tanti anni dal deposito delle denunce, trasferito a Ferrara dove vive, studia e lavora.

    A ridosso di Natale, all’udienza del 23 dicembre, accusa e parti civili (il ragazzo e i familiari) hanno depositato documenti, intercettazioni e copia di testimonianze, che poi avevano indotto la difesa del sacerdote a chiedere tempo per studiarli: così il processo riprende il 27 gennaio prossimo quando dicevamo entrerà nel vivo il primo confronto tra le parti.

    Con la posizione della difesa del sacerdote rappresentata dall’avvocato Denis Lovison, che respinge le accuse di abusi sessuali per il prete, come del resto aveva già evidenziato il sacerdote nel lungo interrogatorio cui si era sottoposto con gli inquirenti durante le indagini.

    Ora dunque la verifica processuale, con una lunga lista testimoni, oltre una 40ina, per fatti che come recita il capo di imputazione sono avvenuto tra il 2009 e il 2011, e che avevano portato dopo le indagini la procura a chiedere e ottenere il giudizio immediato per il sacerdote davanti al tribunale di Enna. Processo che vede tra le parti, chiamati come responsabili civili, la diocesi di Piazza Armerina e parrocchia San Giovanni dove il sacerdote aveva compiti di gestione dei Crest, i campi solari estivi, prima di essere sacerdote.

    Bene, alla prossima udienza dicevano verranno verificate le intercettazioni depositate sulle quali, come avviene, la difesa chiederà una perizia, per consentire ad un tecnico di valutarne la genuinità. Fin dai primi atti di questa vicenda, don Rugolo ha ribadito di rigettare l’immagine di prete pedofilo, ma dopo le denunce e le indagini, per le accuse che gli venivano mosse, lui che nel 2019 era stato trasferito dalla Diocesi di Enna a quella di Ferrara-Comacchio, oltre un anno fa al termine delle indagini, è stato arrestato e posto ai domiciliari, qui nel Ferrarese. Ora il processo che il suo legale ribadisce essere il luogo in cui verificare le accuse a partire da dai documenti prodotti, da verificare alla prossima udienza.

  • Ravenna, torna libero Don Desio, il parroco condannato per pedofilia

    Ravenna, torna libero Don Desio, il parroco condannato per pedofilia

    È tornato in libertà dopo un periodo trascorso in carcere perché colpevole di abusi su minori Giovanni Desio, 59 anni, parroco per 13 anni a Casal Borsetti, frazione del Comune di Ravenna poi ridotto allo stato laicale. A riportare la notizia è Il Resto del Carlino. Don Desio era stato condannato in Cassazione in via definitiva nel novembre del 2016 e lo scorso 28 aprile ha terminato il periodo di affidamento in prova dopo essere uscito dal carcere di Opera a Milano.

    Gli abusi sessuali

    Desio era stato condannato per aver abusato sessualmente di almeno 4 minori dell’età compresa tra i 12 e i 15 (oltre che di Ravenna originari anche delle province di Treviso e Bergamo). Il processo in primo grado si era concluso con una condanna a dieci anni e otto mesi inflitti dal Tribunale di Ravenna nel 2015 nel mese di maggio. Nello stesso anno, il 27 novembre, il processo in Appello a Bologna si chiuse con la condanna a otto anni e otto mesi e l’anno dopo nel novembre 2016 quello in Cassazione a Roma si concluse con la conferma della condanna inflitta in Appello. Di lì a poco per il parroco milanese si sarebbero aperte le porte del carcere. Per la cronaca Desio aveva più volte usufruito di misure detentive alternative al carcere.

    https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/21_giugno_14/ravenna-torna-libero-don-desio-parroco-condannato-pedofilia-430469c8-cd3f-11eb-a5ee-6781eaf8108d.shtml

  • ENNA; nota stampa dell’avvocato Eleanna Parasiliti, difensore della presunta vittima di don Giuseppe Rugolo

    ENNA; nota stampa dell’avvocato Eleanna Parasiliti, difensore della presunta vittima di don Giuseppe Rugolo

    A seguito dell’intervista “esclusiva” rilasciata dal vescovo Rosario Gisana il 22 Maggio al giornale on Line” Enna Ora” mi trovo costretta a ribadire con forza, spero per l’ultima volta, l’assoluta infondatezza e gravità delle dichiarazioni di mons. Rosario Gisana.

    Non abbiamo interesse a coltivare il processo alla vittima che la Diocesi ha inteso avviare sui media, secondo un modello da Santa Inquisizione. Tuttavia al fine di porre fine agli effetti di vittimizzazione secondaria che tale condotta sta producendo devo segnalare che dalla documentazione già depositata agli inquirenti emerge la piena consapevolezza del vescovo circa le condotte di Rugolo, per espressa ammissione di quest’ultimo e perché oggetto di altre dettagliate segnalazioni addirittura antecedenti a quelle che poi hanno dato origine al procedimento penale in corso.

    Ebbene, dai predetti atti emerge chiaramente come l’unica interessata alla non tracciabilita’ dell’offerta risarcitoria era esclusivamente la Diocesi e che espressa richiesta della giovane vittima era quella di avere giustizia mediante l’attivazione di provvedimenti disciplinari a carico del Sacerdote.

    Emerge ancora il tentativo della Diocesi di minimizzare e gestire la grave vicenda secondo gli schemi tipici di queste penose questioni.

    Auspichiamo un più responsabile silenzio da parte della diocesi nel rispetto delle vittime, oggetto di inaccettabili attacchi anche di natura semplicemente voyeristica provenienti proprio da ambienti ecclesiastici trasformati in centri di propaganda.

    Avv. Eleanna Parasiliti

  • A Ferrara don Giuseppe Rugolo era a stretto contatto con i minori – qui annuncia campo di 7 giorni “con i ragazzi”- VIDEO

    A Ferrara don Giuseppe Rugolo era a stretto contatto con i minori – qui annuncia campo di 7 giorni “con i ragazzi”- VIDEO

    Continuano a pervenire segnalazioni alla Rete L’ABUSO, sul sacerdote di Enna, don Giuseppe Rugolo, nascosto a Ferrara, con la compiacenza del vescovo Perego.

    Qui uno stralcio della messa del 15 agosto 2020 che si commenta da se, sollevando la fallimentare tolleranza zero.

  • Prete arrestato. L’indagine canonica finì nel nulla

    Prete arrestato. L’indagine canonica finì nel nulla

    Fu con il padre che F. (nome di fantasia per indicare il giovane oggi 27enne che ha denunciato don Giuseppe Rugolo) si confidò per la prima volta.

    Ma i passi per far emergere gli abusi all’interno del clero furono molto accidentati.

    Nel settembre 2014 il padre lo “mette alle strette”, come spiega F. agli inquirenti. “Mi vedeva strano in quanto avevo un atteggiamento non consono alla mia età”. Il genitore gli chiede in modo esplicito cosa fosse successo con don Rugolo, “visto che io non andavo più in parrocchia”.

    Appreso quanto successo lo spinge a denunciare o almeno a parlarne con altri prelati. Il ragazzo – “per pudore e per il timore di rivivere il trauma subito”, scrive il gip nell’ordinanza – segue questa seconda ipotesi e parla con un parroco e, successivamente con un secondo sacerdote.

    Il primo gli propone un confronto a tre con il presunto prete pedofilo, che avviene nel novembre 2014. Rugolo negò tutto, l’altro prete lo appoggiò “ed io venni visto come un visionario o un pazzo che aveva inventato tutto”.

    Nell’aprile del 2015 F. si confida con un secondo sacerdote. Questi gli consigliò di terminare gli studi in un’altra città. E quando disse che il padre aveva intenzione di denunciare i fatti alla procura, “mi consigliò di non procedere e di tentare di dimenticare quanto accaduto al fine di far rimarginare questa ferita e di non informare il vescovo”.

    Solo nel 2017 i genitori riescono a incontrare il vescovo diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana, che li invita a presentare una formale denuncia agli organi ecclesiastici.

    Lui stesso avviò un’indagine “previa”, affidandola a due preti del tribunale ecclesiastico di Palermo. Tuttavia l’istruttoria non diede alcun esito. Alla fine il prete venne allontanato da Enna e trasferito a Ferrara anche al fine di avviarlo verso un percorso psicoterapeutico.

    Ma la scorsa estate il prete è tornato a Enna e ha anche officiato riti religiosi e avrebbe anche preso parte ad attività con adolescenti. Fatto questo che avrebbe indotto F. a denunciare quanto avvenuto in passato.

    Alla fine, nella speranza di ottenere giustizia, il ragazzo il 29 ottobre 2020 aveva scritto anche al Papa. Qui termina la ricostruzione di F. e inizia quella che gli inquirenti basano su dichiarazioni e intercettazioni.

    Il 18 gennaio 2021 c’è la registrazione di una telefonata tra il vescovo Giasana e un prelato. Il vescovo spiega la situazione e fa presente di essersi mosso già due anni prima attraverso una indagine interna alla Chiesa.

    “Ho informato la Congregazione della Fede, la quale alla fine ha rilasciato tutto dicendoci; «guarda, questa cosa non interessa noi perché il giovane (don Rugolo, ndr) era seminarista quando ha avuto questo abuso su minore, ma quando poi è diventato prete, se c’è stata una continuazione, era già maggiorenne il minore»”. Insomma, un difetto di competenza dal momento che all’epoca dei fatti, il prete era ancora seminarista.

    La pilatesca risposta non convince del tutto l’alto prelato: “io poi per scrupolo ho mandato tutto alla Segreteria di Stato e mi hanno più o meno risposto con la stessa dicitura, per cui pensavo che la cosa fosse finita”.

    Nel prosieguo della conversazione il vescovo si lamenta che il giovane abusato “addirittura dice che ha scritto al Papa” e “due giorni fa mi è arrivata una lettera da parte della Congregazione del Clero, che voleva avere notizie in più sull’argomento. Io in realtà l’ho tolto dalla parrocchia il giovane prete, l’ho mandato due anni in un’altra diocesi… Io l’ho fatta l’indagine previa, effettivamente lui l’ammette… ma… ripeto su un ragazzo, ma lui era seminarista”.

    Appreso degli arresti domiciliari, monsignor Giasana affida all’agenzia Agensir le sue dichiarazioni: “le accuse contestate a don Rugolo, se accertate, sono certamente un fatto grave, sia sotto l’aspetto penale che morale”.

    Il vescovo esprime la sua “vicinanza alla comunità ecclesiale di Enna, tenendo conto che vicende come questa creano comprensibile turbamento nella comunità dei credenti”. “Per questa ragione – annuncia mons. Gisana – fin da subito ho prestato la mia totale disponibilità agli organi inquirenti ed ho avviato gli accertamenti in mio potere a garanzia della massima trasparenza possibile”.

    Alle “presunte vittime” il vescovo assicura “la mia preghiera confidando che l’opera della Magistratura saprà fare luce al più presto sulla verità dei fatti”.

    Prete arrestato. L’indagine canonica finì nel nulla