Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Emilia Romagna

  • Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Un file audio nel quale sarebbero stati raccontati abusi subiti da due persone adulte in circostanze differenti da parte di Don Stefano Segalini ha fatto scattare le indagini della squadra mobile. Accertamenti delicati e complessi che hanno concorso a costruire un quadro indiziario che ha poi portato all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex parroco di San Giuseppe operaio che ora si trova agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità (articolo 613 del codice penale). Gli inquirenti, guidati da Serena Pieri e coordinati dal sostituto procuratore Emilio Pisante, avrebbero acquisito il “vocal” grazie ad un padre preoccupato: la figlia, inserita in un gruppo Whatsapp dopo aver ascoltato il file si sarebbe rivolta al papà molto scossa. A quel punto il genitore aveva chiesto aiuto alla polizia. Ne sarebbe emerso un racconto crudo, dettagliato e credibile che descriveva come i due uomini, storditi da qualche sostanza, sarebbero stati abusati, senza poter reagire né opporre resistenza.

    A quel punto, giorno dopo giorno, ascoltate di persona le due vittime, sarebbero emersi almeno altri otto episodi: forse capendo di poter essere capiti e protetti, i ragazzi hanno cominciato a parlare, con loro altri giovani che gravitavano nell’ambiente parrocchiale. Era aprile 2019, e a maggio il don è stato destituito dal suo incarico: autonomamente e parallelamente stava indagando anche la Diocesi che voleva vederci chiaro circa alcuni esposti ricevuti che descrivevano comportamenti deprecabili e non idonei al ruolo tenuti dal don. A dare l’annuncio ai fedeli della parrocchia di via Martiri della Resistenza era stato il vescovo Gianni Ambrosio. Don Segalini era stato allontanato e collocato in una “casa di cura spirituale” in Lombardia. Il 31 luglio l’arresto, disposto dal gip Luca Milani basato su una misura cautelare nel corso di un’indagine, quella della polizia, che non è ancora terminata, tanti i tasselli che mancano per ricostruire quello che sarebbe accaduto: la procura ha però valutato, sulla base dei primi riscontri, che possano sussistere una o più delle cosiddette esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, o di reiterazione del reato). Nei prossimi giorni il sacerdote piacentino verrà ascoltato per l’interrogatorio di garanzia, è difeso dall’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano).

    «La notizia dell’arresto di don Stefano Segalini –  interviene a nome della Diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Luigi Chiesa, vicario generale – e del provvedimento cautelare deciso dalla magistratura ci addolora profondamente. Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità». «Assicuriamo  – prosegue – preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio. Per la delicatezza della situazione e il rispetto dell’operato della magistratura nelle indagini in corso, riteniamo doveroso non rilasciare ulteriori commenti. E se queste notizie ci riempiono di dolore, proprio per questo come cristiani siamo chiamati tutti ancor più urgentemente a dare testimonianza responsabile ed evangelica perché, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, anche attraverso queste ferite ci sia una rinascita».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/abusi-sessuali-don-stefano-segalini-arresto.html

  • Li drogava di nascosto e poi abusava di loro: arrestato un don

    Li drogava di nascosto e poi abusava di loro: arrestato un don

    Li drogava di nascosto e poi li abusava. Sono accuse pesantissime quelle a carico di don Stefano Segalini, il parroco di Piacenza arrestato per presunti abusi sessuali su ragazzi, tutti maggiorenni, che frequentavano la sua parrocchia, quella di San Giuseppe Operaio.

    L’uomo di Chiesa indagato per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità e si trova ora agli arresti domiciliari su decisione del pm in una casa spirituale della Diocesi, che si trova in un comune non specificato della Lombardia.

    Le indagini della squadra mobile di Piacenza sono scattate in seguito ad alcuni esposti arrivati in Diocesi: il vescovo di Piacenza Gianni Ambrosio, una volta venuto a conoscenza del fascicolo, aveva destituito il parroco in via cautelare. E in quei giorni il diretto interessato scrisse su Facebook: “Vi chiedo, per avere un po’ di pace, di non scrivere più niente e pregare. Grazie. Ps: non commentate o mettete ‘mi piace’. So che mi volete bene”, post commentato da decine di fedeli, che gli esternarono solidarietà.

    Gli inquirenti hanno tenuto il sacerdote sotto osservazione per mesi: in alcuni casi pare che il prete abbia messo delle sostanze psicotrope nelle bevande dei ragazzi per stordirli per poi commettere gli abusi sessuali. Insomma, l’uso della droga per mettere fuori gioco le proprie prede, riuscendo con più facilitare ad abusare di loro: sarebbe stato questo lo stratagemma utilizzato dal sacerdote piacentino.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/li-drogava-nascosto-e-poi-abusava-loro-arrestato-don-1735075.html?fbclid=IwAR1uXLjGzJKSCjNyexhuUEMXkAt3j-Bgp9fJ8_plo_0Rt5oTkivALRTulHE

  • Abusi sessuali, arrestato un sacerdote a Piacenza

    Abusi sessuali, arrestato un sacerdote a Piacenza

    Fino a maggio don Stefano Segalini era il parroco di San Giuseppe Operaio, una delle chiese più frequentate della città

    Un sacerdote di Piacenza, don Stefano Segalini, è stato arrestato con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali ai danni di ragazzi maggiorenni. Fino a maggio era responsabile della parrocchia di San Giuseppe Operaio, una tra le più frequentate della città. Il vescovo Gianni Ambrosio lo aveva destituito in via cautelare dall’incarico dopo alcuni esposti giunti in diocesi. Da qui è poi scattata l’indagine della squadra mobile di Piacenza.

    Oltre che per abusi sessuali, il prete è indagato anche per procurato stato di incapacità. Si sospetta che il sacerdote possa aver somministrato droghe o sostanze chimiche alle sue vittime per poi commettere le violenze.
    Don Stefano si trova agli arresti domiciliari su ordinanza di custodia cautelare e nei prossimi giorni verrà ascoltato dal giudice nell’interrogatorio di garanzia.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/emilia-romagna/abusi-sessuali-arrestato-un-sacerdote-a-piacenza_3223642-201902a.shtml?fbclid=IwAR0PVuJoCbO82qTUcjUMZ4Kw6pBhrte0C9vx4Yq9MiG401cQ04z4OEWuNSQ

  • FERRARA; nuova denuncia per don Andrea Margutti  “dichiarazioni mendaci e diffamazione a mezzo stampa”

    FERRARA; nuova denuncia per don Andrea Margutti “dichiarazioni mendaci e diffamazione a mezzo stampa”

    A pochi giorni dalla conclusione del processo che ha visto Francesco Zanardi e Damnjan Mitrovic assolti dalle accuse di diffamazione avanzate nel 2014 da don Andrea Margutti, proprio mentre Zanardi stava preparando la sua difesa per quell’udienza, sono emersi nuovi fatti.

    Tra il materiale raccolto dall’Associazione Rete L’ABUSO dopo i vari eventi, che siano incontri pubblici, processi o altre iniziative, spesso arrivano a vario titolo anche gli articoli di giornale legati all’evento, materiale che spesso non viene guardato ma semplicemente archiviato come rassegna stampa.

    Ed è proprio tra questo materiale, mentre si preparava all’udienza dello scorso 3 novembre, che cercando le parole chiave Andrea Margutti spunta dall’archivio un articolo de “Il resto del Carlino” del 29 marzo del 2017, il giorno successivo all’udienza che vide deporre in aula a Ferrara, proprio il Presidente della Rete L’ABUSO.

    Un articolo sfuggito all’attenzione di Zanardi che il giorno successivo a quell’udienza era in viaggio verso Verona dove aveva una conferenza stampa relativa al caso dell’Itituto Antonio Provolo, per poi rientrare solo il giorno successivo nella sede di Savona.

    Nell’articolo apparso a pagina 3 a firma del giornalista Nicola Bianchi dal titolo “Io parroco reietto della Chiesa. Scaricato per quelle accuse false”, subito nelle prime righe si legge alla domanda “don MARGUTTI come sta” – “Male malissimo. La mia vita, dal giorno in cui quei delinquenti hanno inventato quelle storie contro di me è totalmente cambiata. Distrutto”.

    Dopo la grave affermazione, l’articolo continua riportando una serie di dichiarazioni mendaci da parte del Margutti, il quale piangendosi addosso, si dice ridotto allo stremo economico, imputando l’intera responsabilità a quelli che lui definisce essere “delinquenti”.

    Ma il Margutti mente, e lo fa senza alcun ritegno perché sa bene, almeno quanto lo sappiamo noi della Rete L’ABUSO, che la sua sospensione a divinis non è affatto dovuta a quelle accuse di pedofilia, lo conferma anche la diocesi, ironia della sorte proprio nella stessa pagina dell’articolo in oggetto.

    Quanto apparso su “Il resto del Carlino” era già più che sufficiente per l’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa, tanto più che i due “delinquenti” risultano incensurati.

    Ma come dice il detto “il diavolo fa le pentole e non i coperchi” così, mentre Zanardi per rispolverare i passaggi di quell’indagine continua a leggere i documenti del caso, nelle trascrizioni delle fonoregistrazioni dell’udienza avvenuta il giorno precedente alla pubblicazione dell’articolo, si accorge di un’altra dichiarazione non corrispondente al vero, questa volta però fatta da Margutti durante l’udienza e di fronte al Giudice.

    A pagina 15 della trascrizione infatti, alla domanda dell’avvocato Debora Grigolato (difensore di Zanardi) “lei è stato sospeso? (…)”, il teste Andrea Margutti risponde: “io posso anche rispondere, io sono stato sospeso a divinis a seguito della condanna di primo grado perché lo prevede il diritto canonico, non è che lo hanno fatto perché io sono pelato, sono brutto, è perché il diritto canonico prevede che in caso di una condanna, in questo caso poi era una condanna per pedofilia, quindi la cosa più brutta…”.

    Infatti, presumibilmente al fine di aggravare la posizione degli imputati, al fine di giustificare la propria sospensione a divinis e probabilmente al fine di legittimare e rafforzare la richiesta di risarcimento danni insita nella propria costituzione di parte civile, don Andrea Margutti effettua delle dichiarazioni nei fatti non corrispondenti al vero.

    Nei giorni scorsi è stata depositata formale querela per i fatti che riteniamo gravi, diffamatori e lesivi non solo dell’onorabilità del presidente Francesco Zanardi, ma della stessa associazione che si ritrova lesa per quelle dichiarazioni, in un articolo che di fronte alle pesanti affermazioni del sacerdote, non ha ritenuto opportuno, almeno per una doverosa replica, di interpellare i diretti interessati.

    L’ufficio di Presidenza

  • Non fu diffamazione, assolta Rete L’ABUSO per l’intervista-accusa contro il don

    Non fu diffamazione, assolta Rete L’ABUSO per l’intervista-accusa contro il don

    Assoluzione «perché il fatto non costituisce reato». È finito senza condanne il processo per diffamazione a carico di uomo di nazionalità serba che accusò di pedofilia don Andrea Margutti, rilasciando un’intervista audio pubblicata poi sul sito Rete l’abuso, di cui era responsabile l’altro imputato, Francesco Zanardi.

    Per il giudice Carlo Negri la pubblicazione di quell’intervista, avvenuta a febbraio 2014, dopo che il don venne effettivamente rinviato a giudizio con pesanti accuse (poi venne assolto in appello), non integra il reato di diffamazione, non per l’uomo che rilasciò l’intervista, non per chi aveva la responsabilità del sito: in quest’ultimo caso, in effetti, le indagini non sono riuscite a identificare chi materialmente pubblicò l’audio sul sito (che non è un giornale) né se il file venne caricato prima o dopo anche su YouTube, dove era presente.

    «Sono molto sorpreso dalla decisione – commenta il legale di don Margutti, costituitosi parte civile, l’avvocato Claudio Maruzzi -, adesso aspettiamo le motivazioni ma è molto probabile che faremo appello».

    P.s. Ma non lo fecero mai

  • FERRARA il Presidente della Rete L’ABUSO assolto dalle accuse: “il fatto non costituisce reato”

    FERRARA il Presidente della Rete L’ABUSO assolto dalle accuse: “il fatto non costituisce reato”

    Assolto dalle accuse di diffamazione il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, querelato nel 2014 dal sacerdote della diocesi di Ferrara Andrea Margutti.

    Zanardi, malgrado la richiesta di archiviazione avanzata dal Pubblico Ministero, fu rinviato a giudizio con imputazione coatta insieme al padre del minore che all’epoca dei fatti accusava di molestie il sacerdote, condannato in primo grado e poi assolto in appello.

    Oggi, dopo un lungo e complicato processo Zanardi, difeso dal suo avvocato Debora Grigolato, è stato assolto insieme al padre del minore da tutte le accuse in quanto il fatto non costituisce reato.

    Si attendono le motivazioni della sentenza.

    L’Ufficio di Presidenza

     

  • Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Mauro condannato dal Tribunale di Cremona (in primo grado) a 4 anni e 9 mesi. Inzoli non più monsignor CL né «don Mercedes» (non può più celebrare nulla di sacro). Per lui è arrivata la sentenza definitiva, datata 20 maggio con la firma di papa Francesco, trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede e ieri mattina annunciata dal vescovo Daniele Gianotti davanti a tutti i sacerdoti della diocesi di Crema.

    Mauro Inzoli, 67 anni, è stato conclamato protagonista nel periodo 2004-2008 di episodi di violenza sessuale su ragazzi in età compresa fra i 12 e i 16 anni. Alcuni durante i «soggiorni spirituali» a Falcade nel Bellunese e in altre località di villeggiatura. Una vicenda che ha segnato Crema ma l’eco ha imbarazzato la fraternità religiosa di Comunione e liberazione, la Compagnia delle Opere e il comitato organizzatore del Meeting di Rimini.

    Inzoli è un personaggio di primo piano nella «chiesa dentro la chiesa»: era a fianco di don Giussani, animatore di Gioventù Studentesca, parroco della Ss. Trinità e rettore del liceo linguistico Shakespeare a Crema. Per 14 anni presidente del Banco Alimentare, ospite d’onore a Rimini, ma anche legato a filo doppio con il “celeste” governatore Roberto Formigoni. Sempre con uno stile di vita tutt’altro che francescano, Inzoli era il punto di riferimento in Lombardia della comunità ciellina a cavallo fra fede, politica, economia.

    Finché è affiorata la sua vocazione alla pedofilia. Benedetto XVI aveva emesso un drastico provvedimento: riduzione allo stato laicale. Il 27 giugno 2014 papa Francesco aveva preferito la «pena medicinale perpetua», imponendo «una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza». Ma Inzoli non ha esitato a partecipare al Pirellone ad un convegno omofobo né a sentirsi al di sopra di tutto. Così Franco Bordo (deputato eletto da Sel, ora con i bersaniani) ha interpretato la voglia di verità e giustizia di Crema, presentando un esposto alla Procura della Repubblica che ha aperto il fascicolo di indagine e rinviato a giudizio Inzoli.

    Nell’udienza preliminare gli avvocati difensori Nerio Diodà e Corrado Limentani puntano al rito abbreviato. Lo ottengono e, dopo il risarcimento delle 5 parti civili con 25 mila euro a testa, Inzoli va alla sbarra per 8 episodi di violenza sessuale perché gli altri 15 sono ormai prescritti. Agli atti, il sacerdote ciellino (definito un «idolo meritevole di venerazione» dagli stessi genitori) si permetteva baci, carezze, abbracci, pesanti palpeggiamenti nei confronti di ragazzi incapaci di reagire, soprattutto perché psicologicamente sottomessi a Inzoli. E il procuratore Roberto Di Martino nella sua requisitoria aveva sollecitato una condanna a 6 anni di reclusione. Il gup di Cremona Letizia Platè sentenzierà 4 anni e 9 mesi.

    «La giustizia italiana ha fatto il suo corso. E ora arriva anche il pronunciamento del papa – commenta Bordo – Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione del Vaticano, si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati, purtroppo forse non tutti. Rimane la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune non avrebbero subito quella terribile esperienza».

    E dopo la condanna italiana arriva quella vaticana: «In quanto dimesso dallo stato clericale, non potrà esercitare il ministero sacerdotale né presiedere le celebrazioni sacramentali, neppure in forma privata; tuttavia – è bene precisarlo – non è scomunicato: resta un membro della chiesa, un fratello in Cristo», si legge nel comunicato ufficiale del vescovo Gianotti, che alle vittime di violenza sessuale e alle loro famiglie assicura: «A loro va ancora una volta tutta la solidarietà mia e della nostra chiesa, che non può non provare un profondo dolore per il male compiuto da uno dei suoi preti».

    https://ilmanifesto.it/spretato-ma-non-scomunicato-inzoli-il-don-accusato-di-pedofilia

  • «Solo falsità in quell’intervista Anche il vescovo voleva dirlo»

    «Solo falsità in quell’intervista Anche il vescovo voleva dirlo»

    Parla in aula, come vittima di diffamazione. Don Andrea Margutti, il sacerdote ferrarese al centro ormai di una saga giudiziaria senza fine, oggi ancora sospeso a divinis, parla a giudice, avvocati,…

    Diffamazione. Don Andrea Margutti, il sacerdote ferrarese al centro ormai di una saga giudiziaria senza fine, oggi ancora sospeso a divinis, parla a giudice, avvocati, pm, ai tanti presenti. E il suo è quasi uno sfogo: «Quelle cose lì di internet sono tutte false». “Quelle cose lì” erano riferite in un’intervista sul sito “www.retelabuso” – associazione contro i preti pedofili, poi rilanciata su You Tube – al padre di un bambino che lui era accusato di aver molestato sessualmente: fatto cancellato, dai giudici, nessun episodio di pedofilia, essendo stato assolto in via definitiva. Ma per quell’intervista, «che ha fatto il giro del mondo» e che lo indicava come «violentatore», come vittima delle falsità il sacerdote ha denunciato il padre del bimbo, Damien Mitrovic, e il gestore del sito, Francesco Zanardi di Savona. Il processo, dopo la testimonianza di don Margutti, e l’ interrogatorio di Zanardi è stato aggiornato al 3 ottobre. Il sacerdote ha ribadito che le falsità erano chiarissime: «Avevano detto nell’intervista che sul mio conto c’erano altri episodi di pedofilia, che mi avevano trasferito per questo da Comachcio a Ferrara: tutto falso». Talmente falso, spiegava il sacerdote, «che l’ex vescovo Paolo Rabitti era disponibile a venire a testimoniarlo». E allora adesso il processo per diffamazione aggravata contro chi raccontò questo (il padre) e chi lo “pubblicò”, sul sito “retelabuso” e poi su You Yube. Ma come emerso ieri, Zanardi ha spiegato che il suo sito «non è un giornale on-line, lui non è giornalista professionista (non può essere accusato di omesso controllo come i direttori delle testate registrate, ndr), che l’intervista l’ha fatta un altro e che non l’aveva caricata lui sul sito nè tantomeno su You Tube». Dunque, potrebbe non esservi prova d’accusa di diffamazione. Tanto più che il suo difensore ha sostenuto che nel capo di imputazione dovesse esservi You Tube e non il sito “Retelabuso”, dimenticando che su You Tube viene caricato perchè qualcuno lo linka dal sito di Zanardi.
    Esiste questo link? «Credo di sì, ma non ricordo» ha risposto al giudice l’ispettore di polizia che svolse indagini.

  • «Io, figlio di un prete pedofilo che stuprò mia madre quando aveva 14 anni»

    «Io, figlio di un prete pedofilo che stuprò mia madre quando aveva 14 anni»

    Erik racconta nei dettagli la sua storia: “La storia inizia nel 1981. Mia madre aveva appena compiuto quattordici anni e subì un abuso sessuale da don Pietro, parroco di una piccola parrocchia in provincia di Ferrara. Questo parroco, mio padre, ha abusato di lei nel suo studio. Mia madre andava sempre in parrocchia perché questo sacerdote aveva aiutato la sua famiglia, molto povera e molto numerosa, a trovare un alloggio.

    Lui violentò mia madre e le disse che se avesse parlato avrebbe buttato fuori casa tutta la sua famiglia. Lei dopo un paio di mesi, quando si accorse di essere rimasta incinta, raccontò quanto le era successo. Nessuno le credeva quando diceva che era stato don Pietro a metterla incinta a seguito di una violenza sessuale. Quando è accaduto il fatto mia madre e la sua famiglia andarono dal vescovo di Ferrara, ma lui gli intimò di tacere.

    La Chiesa fece di tutto per infangare e per portare fuori strada le indagini. Mia madre chiese l’esame del DNA ma mio padre, don Pietro, inizialmente si rifiutò. Lui accusò altre persone, il Vescovo lo coprì, provarono a chiudere la bocca a mia madre offrendole un lavoro, ma lei rifiutò. Nessuno ha mai allontanato Don Pietro dalla Chiesa, anzi, è stato messo a gestire un asilo. Un prete pedofilo, che era risaputo che palpeggiasse molto spesso le ragazzine, gestiva un asilo, portava i bambini ai campi estivi d’estate, lui è diventato una vittima, mia madre la carnefice che l’ha denunciato”.

    Erik non è mai riuscito ad avere giustizia: “Nel 2010, parlando con mia madre, siamo andati da un avvocato e abbiamo cercato di ottenere giustizia. Abbiamo avuto un processo civile, a questo parroco è stato fatto l’esame del DNA, ed è ovviamente risultato essere lui mio padre. Non abbiamo avuto nessun risarcimento, lui non ha mai pagato perché il reato era ormai prescritto.

    L’unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è stabilire una volta per tutte che mia madre non era una bugiarda.  Ho parlato con mio padre dopo che era stato inchiodato dall’esame del DNA e lui ha ammesso che ha avuto un momento di debolezza, che era dispiaciuto, che aveva perso la testa dopo un attimo di sbandamento. Mi ha detto che ci avrebbe pensato il Signore a punirlo, ma erano parole di circostanza, non si è mai mostrato pentito”.

    Erik è deluso dal Vaticano: “Ci sono stati diversi passaggi, il Vescovo di Ferrara mi ha detto che non poteva fare nulla perché il prete ormai era vecchio e non gli andava di punirlo. Dal Vaticano la stessa cosa, mio padre è rimasto prete fino al giorno della sua morte, nel 2014, a febbraio. La Santa Sede non ha fatto niente, ha speso tante belle parole ma concretamente non ha fatto nulla”.

    Ora Erik è sereno: “Spero solo che la mia storia porti altre persone che hanno subito le stesse cose a trovare il coraggio di denunciarle. Mia madre mi ha sempre sostenuto, ha lavorato per crescermi bene, ora ho una moglie e due bambini. Ce l’ho fatta, ho una vita serena. Un giorno racconterò ai miei figli cosa mi è accaduto”.

    Tratto da Radio Cusano Campus

    http://www.cinquequotidiano.it/territori/sociale/2017/02/03/figlio-un-prete-pedofilo-stupro-mia-madre-14-anni/

  • Prete pedofilo alla polizia: “Lasciatemi fare un’ultima cosa”

    Prete pedofilo alla polizia: “Lasciatemi fare un’ultima cosa”

    Don Giovanni Desio lo sapeva e in un certo senso li stava aspettando. Quando sono arrivati gli uomini della polizia era ben consapevole del destino che gli sarebbe toccato. Lui, prete di Ravenna condannato in via definitiva a otto anni e otto mesi di carcere per avere fatto sesso con quattro minori tra i 12 e i 15 anni che gli erano stati affidati, sapeva che il tempo dell’impunità era durato anche troppo a lungo. Lui che dai suoi fedelissimi si faceva chiamare Zio John aveva già perso tutta la spavalderia di un tempo, quella dei tanti scandali precedenti nei quali aveva avuto anche il coraggio di prendersela con la stampa e con chi osava muovergli contro delle accuse. Don Giovanni, dopo la vocazione decisamente tardiva, non aveva mai abbandonato le sue passioni come quella per il cinema. Ma nemmeno quella per le belle auto. Così non aveva problemi a girovagare con la sua Bmw X1 da 35 mila euro con la quale un paio di mesi prima del primo arresto (5 aprile 2014) era finito nel canale guidando con un tasso alcolemico di quattro volte superiore a quello normalmente consentito. Proprio quell’incidente fu l’inizio della fine per lui. Infatti per la smania di recuperare credibilità dopo la storia della guida in stato di ebrezza aveva usato il profilo Facebook di una delle sue giovani vittime per inveire contro la stampa locale a suo parere troppo dura nei suoi confronti. Parole di fuoco che avevano fatto venire non pochi dubbi al padre del ragazzino sia per il loro contenuto sia perché scritte in orario di scuola. Da lì il faccia a faccia dell’uomo col figlio e poi l’inizio di tutto. Don Giovanni Desio era un pedofilo che oltre a bere e ad amare le auto costose abusava dei ragazzini che gli erano affidati. Durante l’arresto di due anni fa si mostrava ancora spavaldo e alla coppia di sposini davanti alla quale avvenne il fermo disse “Torno subito, aspettatemi”. Ora è tutto diverso. All’arrivo della polizia era mesto e rassegnato e agli agenti ha chiesto solo il tempo di finire le valigie. Poi gli uomini della Squadra Mobile lo hanno portato dalla struttura di Barza d’Ispra, nel Varesino, dove si trovava ai domiciliari al carcere di Varese. Pochi chilometri, gli ultimi per Giovanni Desio prima di finire dietro alle sbarre del carcere.

    http://www.direttanews.it/2016/11/19/prete-pedofilo-alla-polizia-lasciatemi-unultima-cosa/