Bergoglio sussurra la parola all’orecchio del presidente Pietracito accompagnato dal vescovo Betori all’udienza
Un lungo abbraccio al presidente Sergio Pietracito e una parola sussurrata all’orecchio: “perdonatemi”. Così Papa Francesco ha accolto ieri mattina in piazza San Pietro l’associazione delle vittime del Forteto, 20 persone arrivate a Roma dal Mugello insieme col cardinale di Firenze Giuseppe Betori per l’udienza generale del Pontefice in Vaticano. “Eravamo tutti commossi “, racconta il presidente Sergio Pietracito, che ha raccolto quella richiesta di perdono. “Credo che il Papa volesse in qualche modo sottolineare come anche una parte del mondo cattolico abbia avuto poca attenzione nei nostri confronti. D’altronde anche la Curia ha ammesso di aver commesso alcuni errori con noi”.
L’idea dell’incontro, organizzato dalla Curia fiorentina e durato una ventina di minuti, era nata con la recente visita di Bergoglio a Barbiana: l’associazione aveva scritto al cardinale chiedendogli di poter partecipare alla visita papale sulle orme di Don Milani per raccontare a Francesco la vicenda. Betori aveva promesso un incontro a Roma. E così è stato. “Adesso speriamo che quanti non hanno ancora trovato il coraggio di ammettere a se stessi la verità su questa storia, lo trovino”, commenta Pietracito. Una verità, ha dichiarato il cardinale Betori, che “va sancita nelle aule della giustizia ma deve anche diffondersi nella coscienza della collettività, sopratutto di coloro che hanno responsabilità nella conduzione della vita della società e devono assumere decisioni che riportino la legalità dove essa è stata così gravemente offesa, impedendo la reiterazione dei crimini”. Betori, secondo i partecipanti, non avrebbe taciuto al Papa neppure “le responsabilità di uomini della magistratura e della politica” sulla vicenda.
Pietracito ricorda però anche le responsabilità dela Chiesa: “Un gruppo di parrocchiani bolognesi ha raccolto l’eredità dei sodali di Fiesoli, sono loro le nuove leve del Forteto. E non dimentico la simpatia per la comunità-setta da parte di alcuni ambiti parrocchiali fiorentini, nonché il fatto che diversi sacerdoti frequentassero il Forteto. Come don Benuzzi della diocesi di Bologna, insegnante di religione in un liceo, che al processo testimoniò a favore di Fiesoli. Il quale oggi fa il chierichetto “. Nel corso dell’incontro, vittime e cardinale hanno testimoniato al Papa anche “l’affronto alla figura di don Milani” da parte di Fiesoli che ha cercato per decenni di accreditarsi come prosecutore dell’esperienza pastorale di Barbiana.
Intanto il consigliere regionale Paolo Bambagioni (Pd) è tornato a chiedere al ministro Calenda “il commissariamento della cooperativa, per rimuoverne i responsabili della comunità”. E ora l’associazione delle vittime lancia un nuovo allarme: “Non sappiamo se il progetto “Oltre” della Regione Toscana per il reinserimento sociale e lavorativo delle vittime, cioè i fondi ad Artemisia e alle altre associazioni coinvolte, verrà rinnovato”.
Non fabbricava solo formaggi, ma era teatro di abusi sessuali su minori. La cooperativa Forteto dopo tutti gli orrori commessi è ancora viva e vegeta e fattura milioni. Mentre i politici dormono, il Papa riceve in udienza le vittime della setta. Verità sul Forteto, basta silenzio.
Il Senato a maggio ha dato il via libera all’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti avvenuti nella setta, ma ora il voto passa alla Camera. Le vittime sono in attesa inoltre di sapere la data della discussione alla Cassazione. Nel frattempo il Forteto continua indisturbato a produrre e ad esportare i propri formaggi in tutto il mondo.
Insomma, l’incredibile vicenda della cooperativa agricola Il Forteto continua a infliggere dolore anche oggi. Sono moltissime le vittime che non hanno ricevuto nemmeno un euro di risarcimento e Roberto Fiesoli, detto “il profeta”, capo della setta, nonostante la condanna a sedici anni di galera, è a piede libero.
Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto
Notizia di questi giorni è l’incontro di Papa Francesco previsto per il 30 agosto con le vittime del Forteto, un passo avanti in questo mare di silenzio, o quanto meno un primo segnale di riconoscimento ufficiale della tragedia. Sputnik Italia per fare il punto sulla situazione ha raggiunto Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione Vittime del Forteto.
— Il Papa incontrerà le vittime del Forteto. Sergio, avete chiesto voi l’udienza, com’è andata?
— La notizia per noi è meravigliosa, è il frutto di un percorso che abbiamo iniziato un paio di anni fa con una lettera al Papa, poi con un incontro con il Cardinale Betori e poi con la recente visita di Bergoglio nel Mugello a Barbiana dove ha fatto scuola Don Lorenzo Milani.
In quell’occasione avevamo scritto al Cardinale di ricordarsi di noi per farci partecipare alla visita del Santo Padre. Ci hanno risposto che il Papa non avrebbe avuto in quel caso abbastanza tempo da dedicarci, poi ci hanno scritto che si sarebbero impegnati ad organizzare una visita privata. Noi volevamo molto far sapere al Papa che anche Don Lorenzo Milani e quel luogo erano stati contaminati dal Forteto, basta pensare ai libri scritti al Forteto dove si parla di continuazione dalla scuola di Barbiana al Forteto stesso.
La scuola di Barbiana, dai lavori elettrici al giardinaggio, per un certo periodo era stata gestita dal Forteto. Rodolfo Fiesoli, detto il profeta, era presente nell’istituzione Don Milani nel Cda. Ci sembrava opportuno un segnale di condanna e di distanza, questa storia la racconteremo direttamente a Roma.
— È comunque un segnale positivo che il Papa parli con voi?
— È molto importante perché si tratta di un riconoscimento. Se il Papa ci vuole vedere, vuol dire che la Chiesa riconosce la nostra denuncia. Io spero che poi ci sia un movimento anche sul fronte politico. La benedizione spirituale è importante per le persone che hanno subito i drammi del Forteto, dall’altro canto spero che i politici, i quali hanno dormito finora, si sveglino e facciano qualcosa.
— Sul fronte politico che cosa si è fatto?
— C’è stata una sentenza di primo grado con condanna a 17 anni e mezzo per Rodolfo Fiesoli. In secondo grado i condannati sono diventati dieci, la condanna al Fiesoli è diventata più corta di un anno, la sostanza è stata comunque consolidata. Un anno fa è uscita la seconda commissione regionale che ricondanna la vicenda e si pone l’obiettivo di individuare le responsabilità politiche e istituzionali a causa delle quali per 40 anni non è successo niente nonostante le denunce, la sentenza europea del 2000 dei diritti dell’Uomo, la sentenza dell’85 contro il Fiesoli per abusi specifici su minori. Fra i reati del Fiesoli: masturbava disabile alla presenza di minorenni. È scritto nero su bianco nei reati al primo processo. Dopo la sentenza a questo signore sono stati mandati quasi 100 bambini dalle istituzioni. Questa è una vergogna incredibile e nessuno riesce a spiegarsi il perché.
— A che punto sta la Commissione Parlamentare a la Cassazione?
— Dopo la sentenza di secondo grado di luglio 2016 siamo ancora in attesa di sapere la data della discussione alla Cassazione. Stanno dormendo e so che il Forteto si è preso i migliori cassazionisti d’Italia da un punto di vista di parcelle, che verranno pagati con il sangue di chi è stato privato di ogni diritto in quella vicenda. Siamo in attesa e speriamo si muova qualcosa dopo la pausa estiva. Non abbiamo nemmeno la data della discussione.
Sul fronte politico c’è stato un risultato positivo di recente al Senato, dopo il diniego del 2015 della mozione Bergamini che chiedeva il Commissariamento, appoggiato fra l’altro da tutte le forze dell’opposizione. A maggio al Senato dopo un faticoso percorso è stato votato a favore, penso al lavoro del questore M5S Bottici che ha fatto una sorta di pressing a Grasso. È arrivato l’ok unanime del Senato e ora manca la Camera, speriamo il Papa porti fortuna.
— Il Forteto è tuttora vivo e vegeto, l’azienda continua a produrre formaggi e a venderli in giro per il mondo. Chi compra questi formaggi non può nemmeno immaginare in che luogo siano stati prodotti, una setta dove venivano fatti abusi sessuali su minori. È paradossale, no?
— È un paradosso. I mercati internazionali che prendono i prodotti dal Forteto, dall’Oceania, Stati Uniti, gli Emirati penso non siano a conoscenza della genesi dell’azienda, che è andata avanti nonostante gli orrori emersi nella sentenza. Non sappiamo con esattezza che cosa avviene ora in quel luogo, sappiamo che i minori non vengono più affidati. Sappiamo che non si può scindere la realtà cooperativa dalla comunità-setta, questo lo dice la sentenza.
Non mi risulta che mai sia uscita da parte della Lega delle Cooperative una presa di distanza netta sugli orrori pregressi, mi risulta che i condannati e i falsi testimoni vivano ancora nella Cooperativa, non so a che titolo. Il movimento delle cooperative sia esso Lega che Confederazione non ha mai chiesto un incontro con l’associazione vittime del Forteto.
So che all’interno della Cooperativa è nato qualche bambino, cosa che seconda la filosofia del Forteto era proibita. Lì le donne e gli uomini non si potevano guardare, perché la donna era considerata il male del mondo, i rapporti potevano essere solo omosessuali. Non è mai nato un bambino (salvo un paio d’incidenti di percorso tra giovani sfuggiti al controllo), venivano presi dall’esterno. Va detto, parliamo di un branco di malati di mente socialmente pericolosi ed è la politica che, leggendo le sentenze, deve far sì che la comunità venga sciolta.
— Il Fiesoli è sotto arresto o è in libertà?
— Non si sa esattamente perché, non siamo super esperti di diritto, ma Fiesoli non è in prigione. Nonostante la condanna a 16 anni e 10 mesi hanno ritenuto che Fiesoli potesse essere libero. Lui può fare e vedere chi vuole fino alla sentenza definitiva. Si è stabilito in un paesino vicino al Forteto, si sta accreditando molte persone, le capacità manipolatorie certo non gli mancano, recentemente ha aiutato un parroco a prendere le offerte in una chiesa, anche questo andrà detto al Papa.
— Qual è il messaggio che vorresti lanciare da parte delle vittime del Forteto? Qual è la vostra speranza?
— Noi speriamo in un riconoscimento pubblico da parte delle istituzioni. Vogliamo le scuse da parte delle istituzioni. Bisogna che i media nazionali ne parlino, molta gente ancora non sa se queste storie sono vere o meno, non vanno a leggersi le sentenze. Le istituzioni devono farsi carico delle persone che hanno vissuto quest’esperienza e che sono state messe lì dalle istituzioni, un luogo dove non dovevano stare.
Dopo la sentenza definitiva dell’85 al Forteto non dovevano mandare neanche un bambino. I bambini che hanno vissuto al Forteto oltre ad avere una vita distrutta, hanno problemi nell’autodeterminarsi ed organizzarsi una vita futura. C’è bisogno di aiutarli da un punto di vista psicologico. Il Forteto ha rovinato la vita a cento bambini e in totale a più di mille persone.
— Che cosa vorreste esattamente?
— Servono risorse per aiutarli. La straordinarietà della vicenda Forteto, la sua pervasività, il maltrattamento istituzionale ormai appurato, rendono necessario un altrettanto straordinario rimedio istituzionale, ad oggi l’assessore alla sanità Saccardi ha per due anni aperto un bando per la riparazione e il sostegno alle vittime. Solo che siamo alla fine del secondo anno che scade ad ottobre, le risorse sono sempre poche ed a oggi non abbiamo certezza se continuerà.
Questa cosa ci fa riflettere e ci chiediamo perché il Presidente Rossi così come gli enti locali hanno scelto di non chiamare come responsabile civile la cooperativa. Eppure la corte ha condannato in solido anche l’azienda, perché come scritto in sentenza, erano la faccia della stessa medaglia.
Le poche parti civili che l’hanno fatto sono state risarcite, ma si sa se non si chiede non si può ottenere. Forse con quelle risorse la Regione Toscana avrebbe potuto aiutare le vittime per il tempo necessario, ed anche sciogliere la comunità. Moltissimi non hanno nemmeno avuto il diritto ad un euro di risarcimento per sopraggiunta prescrizione. Lo Stato a mio avviso dovrebbe farsene carico, dovrebbe chiedere scusa e dovrebbe pagare per gli errori fatti dai suoi rappresentanti o far pagar quest’ultimi, invece si fanno le carriere.
PEDOFILIA, EX CATECHISTA CONDANNATO – Una triste storia di pedofilia arriva da Firenze: un ex catechista è stato condannato ad otto anni di reclusione per aver compiuto abusi sessuali su due bambine che, all’epoca dei fatti stavano effettuando con lui il corso di preparazione alla Prima Comunione. Inizialmente le piccole non hanno avuto il coraggio di denunciare i fatti, poi col passare degli anni e con le vittime ormai divenute adolescenti anni dopo, il ricordo del catechista che toccava le bambine nelle parti intime durante il periodo della Prima Comunione si è fatta insopportabile. Una delle due piccole si è recata dalle forze dell’ordine ed è successivamente partito un procedimento nei confronti del pedofilo cinquantenne, che è stato condannato a otto anni di reclusione. La sentenza è stata emessa in tribunale in assenza sia dell’uomo, sia della vittima che ha sporto la denuncia, che avrà ora diritto ad un risarcimento.
PEDOFILIA, LA VIOLENZA SU DUE BIMBE DI FIRENZE – Il disagio della ragazza è iniziato nel 2013, quando quattordicenne aveva iniziato a sentirsi a disagio rispetto ai coetanei e non riusciva a vivere una vita sociale adeguata. Da lì è arrivata l’assistenza di uno psicologo, con la confessione della ragazzina che ha ricordato come il catechista la facesse sedere sulle sue ginocchia, toccandola poi nelle parti intime. Da lì è partita la denuncia e l’accertamento delle forze dell’ordine, che ha chiamato in causa gli altri ragazzi che avevano svolto il catechismo con il cinquantenne fiorentino. Durante le indagini, è arrivata la denuncia di una seconda bambina, che ha ricordato come a nove anni anche lei fosse stata oggetto delle morbose attenzioni dell’uomo. Dopo aver svolto i necessari riscontri, l’ex catechista è stato condannato ad otto anni di reclusione dopo un processo molto difficile per le vittime, che hanno dovuto portare testimonianza di fatti dolorosissimi, sepolti nel profondo. L’uomo non svolgeva più da diverso tempo l’attività di educatore, con i fatti che avvennero in una chiesa in una zona periferica di Firenze.
Ok con unanimità per l’indagine parlamentare per fare luce sui fatti avvenuti nella comunità fiorentina. Il testo ora passa alla Camera
Con 165 sì l’Aula del Senato ha dato il via libera all’unanimità all’istituzione di una commissione d’inchiesta sui fatti accaduti nella comunità del Forteto di Vicchio (Firenze), dove per più di 30 anni sono stati accolti bambini e adolescenti e dove – secondo due sentenze di primo grado e di appello – sono stati commessi abusi e maltrattamenti. Trattandosi di una commissione bicamerale, composta da venti senatori e venti deputati, il testo passa alla Camera.
Fortemente voluta dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Laura Bottici, la Commissione sarà dotata di specifici poteri ispettivi e dovrebbe, come si legge nella relazione, “accertare i fatti e le ragioni per cui le pubbliche amministrazioni e le autorità giudiziarie interessate, comprese quelle investite di poteri di vigilanza, abbiano proseguito ad accreditare come interlocutore istituzionale la comunità Il Forteto, anche a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti abusi sessuali e maltrattamenti riferiti a condotte all’interno della comunità”.
Il disegno di legge 2093 che proponeva l’istituzione della commissione di inchiesta è stato presentato quasi due anni fa, il 9 ottobre 2015, ma solo di recente è stata superata l’opposizione del Pd. La relatrice in aula è stata la senatrice democratica Rosaria Capacchione. La commissione dovrebbe avere la durata di un anno e questo rende abbastanza precario il suo destino, dato il possibile scioglimento anticipato delle Camere.
“Setta di Stato” escluso dal salone del libro di Torino. Giornalisti e vittime protestano
Setta di Stato. Il caso Forteto (Ab edizioni, 2015) è stato escluso dallo spazio riservato alla Toscana al Salone del libro di Torino (18-22 maggio). Lo stop era arrivato dal consiglio regionale ad aprile: dove una proposta di risoluzione, a firma dei sei componenti della seconda commissione d’inchiesta, era stata bocciata da tutta la maggioranza (Pd).
Questa mattina, a Firenze, durante la conferenza stampa di presentazione dello stand torinese, gli autori Francesco Pini e Duccio Tronci – in un gesto di contestazione davanti ai colleghi presenti – hanno regalato una copia del volume alla vicepresidente regionale, Monica Barni. Proprio la Barni, infatti, aveva giustificato la scelta affermando che il Forteto è «fuori tema». E dunque fuori dai canoni individuati per la selezione dei testi. A margine della mattinata ha poi ribaditio che si è «cercato di evitare di mettere insieme un’accozzaglia di presentazioni che non avesse un filo conduttore. Non ci sono censure né altro, semplicemente abbiamo dovuto dire di no a molte richieste». I due giornalisti, però, hanno consegnato anche una lettera firmata dall’associazione vittime del Forteto. Si denuncia, con parole forti, la mancanza di «un riconoscimento netto e chiaro» di un blackout istituzionale durato quasi 40 anni. Affari Italiani la pubblica integralmente.
Alla vicepresidente,
assessore alla cultura
della Regione Toscana
Gentile vicepresidente,
abbiamo letto sugli organi di informazione le sue parole circa la motivazione che vi ha portato ad escludere il libro “Setta di Stato” fra quelli ammessi allo stand che la Regione Toscana allestirà il prossimo fine settimana al Salone del libro di Torino. Non sappiamo quanto lei conosca di una vicenda che, oltre a raccontare di pesantissimi abusi, parla di persone annullate, coscienze plasmate, vite umane distrutte. In caso contrario la invitiamo a leggere quantomeno le relazioni delle due commissioni d’inchiesta istituite dallo stesso Consiglio regionale della Toscana.
La cosa che ci addolora maggiormente è che tutto ciò è stato possibile e perpetrato per decenni a causa di un muro costruito dalle complicità, ma anche dai silenzi, degli attori in campo: dalla politica, alla magistratura, passando per i funzionari che hanno avuto fra le mani le carte e il destino di decine di uomini e donne che sono stati costretti a subire senza avere possibilità di difendersi. Un oscurantismo che osserviamo ripetersi di tanto in tanto, e verificatosi anche nella scelta di escludere il libro “Setta di Stato”. Neanche ci pare il caso di intervenire sulle motivazioni tecniche addotte, relative all’attinenza al tema che porterà la Regione al salone: invocate la libertà, la battaglia contro l’omologazione, parlate di muri da distruggere senza seguire coi fatti le parole. La funzione principale della cultura, in fondo, dovrebbe essere proprio questo: educare alla conoscenza.
Aver impedito ciò è un’offesa a chi ha avuto la forza di denunciare, un colpo a tutti coloro che sono stati segnati pesantemente, da quella che è stata una vera e propria setta. Riteniamo questa scelta, come altre che si sono verificate in passato e alle quali speravamo di non assistere più, l’ennesima mancanza di rispetto per tutti coloro i quali si sono battuti e si stanno battendo per ottenere giustizia e per far sì che fatti del genere non accadano mai più. Manca ancora un riconoscimento netto e chiaro nei confronti delle vittime; un vuoto che solo con la conoscenza e l’approfondimento può essere colmato. Della verità non si deve avere paura, solo con la verità si può costruire la giustizia: noi continueremo a lottare per rivendicare i nostri diritti.
L’ex gestore del Forteto, condannato per molestie sessuali, si è avvicinato alla Chiesa
Firenze, 5 maggio 2017 – «Era il novembre del 2015 quando andammo dal vescovo Mario Meini a riferire cosa stava facendo il Fiesoli. Se ci avesse ascoltato avremmo evitato questo scandalo. E glielo dice una cristiana che crede profondamente». A raccontarlo è Augusta Gaiarin, che è stata un’insegnante, anche dei ragazzi ospiti del Forteto. Assieme a Lisa Santoni, entrambe di Dicomano, si presero la briga di informare il vescovo di Fiesoleperché il profeta si era avvicinato «pesantemente» alla chiesa, facendo anche il «ministrante», ovvero l’aiuto del prete durante la funzione.
Prima, Rodolfo Fiesoli ha frequentato la parrocchia di Pelago. Poi, successivamente, quella più piccola e isolata del Diacceto. Potrebbe non essere casuale, questo percorso, in qualche modo studiato per evitare che il suo tentativo di ricostruirsi una verginità a cominciare dalla fede potesse diventare un boomerang. Come in effetti è stato. Ma non lo è stato soltanto per lui.
Forse anche le autorità ecclesiastiche hanno sottovalutato le capacità relazionali di Fiesoli. Forse non pensavano che fosse capace di inserirsi così rapidamente in una nuova comunità. Che fosse in grado di conquistare la fiducia del tranquillo don Emmanuel, il parroco originario del Congo a cui il profeta fa il chierichetto. Il nostro giornale ha documentato la funzione di sabato scorso, ha cristallizzato quella stridente vicinanza con i bambini della piccola frazione dell’alta Valdisieve presenti nella chiesa per la prima Comunione.
Lui, Fiesoli, il padre padrone del Forteto condannato definitivamente a due anni nel 1985 per molestie sessuali ai danni di un minorato psichico, una condanna in Appello a quindici anni e dieci mesi, un processo con accuse fotocopia tutt’ora in corso: è giusto che, anche se non ha alcuna restrizione da parte della magistratura, sia «libero» di frequentare ogni luogo, specie dove ci sono bambini?
C’è imbarazzo, per questa smaccata contraddizione. Nel colloquio con la massima autorità ecclesiastica della Curia fiesolana, le due fedeli hanno inoltre «denunciato» una circostanza che era già emersa in altre parrocchie frequentate dal Fiesoli: e cioè il fatto che un suo figlio adottivo, portatore di handicap, venga accompagnato a far la Comunione nonostante non fosse battezzato. Già perché stando anche ai racconti contenuti nelle carte processuali, i membri della comunità del Forteto non hanno mai praticato. Nonostante le origini di parrocchia, si narra di un Fiesoli provocatorio e blasfemo nei confronti dei riti e delle figure cattoliche. In netto contrasto con l’immagine odierna.
Forteto, Rodolfo Fiesoli fa il “chierichetto” in chiesa
Firenze, 3 maggio 2017 – Aiuta il sacerdote nella funzione della messa e raccoglie le offerte, di fronte ai ragazzini che quel giorno ricevono il sacramento della Comunione. La chiesa è una delle tante del territorio di Pelago, l’obiettivo è quello del nostro fotografo, Riccardo Germogli, la storia è quella, tristemente nota, del ‘profeta’ della comunità del Forteto condannato in Appello a quindici anni e dieci mesi di reclusione. E le contraddizioni sono tutte di un personaggio, Rodolfo Fiesoli, 76 anni, ma anche della nostra giustizia.
Una prima condanna diventata definitiva nel 1985, due pesanti sentenze di colpevolezza – l’ultima nel luglio dell’anno scorso, dopo i diciassette anni e mezzo di primo grado –, un processo fotocopia tuttora in corso. Ma lui, il guru del Forteto, è libero, liberissimo anche di frequentare la chiesa, per di più non da semplice devoto, ma da semiprotagonista, impegnato nell’attività di parrocchia.
La nuova vita di Rodolfo Fiesoli è anche questa, dunque. Riparato, ma non troppo, nel piccolo comune della Valdisieve, il padre padrone del Forteto è tornato anche agli albori. La chiesa, infatti, non rappresenta certo una folgorazione sul percorso del ’profeta’. Solo che la spiritualità, il fondatore della comunità già condannato per gli abusi sui ragazzi affidati dal tribunale dei minori, l’ha sempre plasmata a seconda delle situazioni. Secondo una liturgia tipica del Forteto: per questo il profeta, Fiesoli appunto, si muoveva in quelle che nella comunità venivano chiamate le “sacre stanze”, e proprio questi locali sono stati teatro, secondo le sentenze non ancora definitive, degli abusi contestati nel maxi processo che ha visto la condanna anche di tanti fedelissimi che non lo hanno mai abbandonato.
Un legame, quello con gli adepti della comunità-setta, che affonda le radici negli anni ’70. Riecco la chiesa: erano un gruppo di giovani che bazzicavano la parrocchia della Querce, a Prato, coloro che costituiranno poi lo zoccolo duro della comunità. Fiesoli era il più anziano, ma anche il più istrionico e sboccato. Dicono che la parrocchia lo cacciò, ma lui si portò dietro i fedelissimi e pure davanti al pubblico di Palazzo Vecchio, in una convention, Ted-X, reperibile sul web, si è sempre vantato di amicizie illustri, tra il clero.
Intorno alla conoscenza, vera o presunta, tra don Milani e il Profeta è nato un vero e proprio scontro. Di sicuro, quando scoppio la bufera dell’arresto – era il dicembre del 2011 – Fiesoli siedeva nel consiglio d’amministrazione dell’Istituzione che Vicchio ha dedicato al prete di Barbiana ed era una presenza fissa alle marce annuali. Non solo. In quel suo intervento a Palazzo Vecchio, davanti a Renzi sindaco, sbalordiva i presenti narrando di incontri con La Pira, il sindaco santo, e don Bensi.
Si riunirà alla Facoltà teologica dell’Italia centrale nel capoluogo toscano, l’idea da un convegno con Bagnasco
Non è questione solo di mele marce. La Chiesa cambia ottica nella lotta alla pedofilia del clero, e prepara il primo vademecum del buon formatore, ad uso di chi, nei seminari, nelle facoltà teologiche, nelle diocesi, è impegnato nel difficile compito di far crescere i futuri preti. Un insieme di linee-guida condivise (altra novità) a livello europeo, che saranno messe a punto da un gruppo di esperti internazionali riuniti a Firenze, alla Facoltà teologica di piazza Tasso, e in base alle quali, d’ora in poi, anche con l’aiuto di figure professionali esterne alla Chiesa, come psicologi e psichiatri, sarà valutata l’effettiva ‘bontà’ delle vocazioni, in modo da selezionare persone immuni dal rischio di pericolose derive.
E’ l’importante risultato della prima Conferenza europea sulla formazione del clero e la prevenzione degli abusi sui minori organizzata nella sede della Facoltà teologica dall’Arcidiocesi di Firenze in collaborazione con il Centre for child protection dell’Università Gregoriana, e che si è chiusa ieri dopo due giorni di confronto di esperienze fra 250 fra direttori spirituali, rettori di facoltà teologiche e di seminari, psichiatri e psicologi pastorali arrivati da tutta Europa. Al fondo, l’idea appunto che un fenomeno devastante come la pedofilia, che pure, come ha ricordato Bagnasco, “è nel 90-95% dei casi esterna”, ma di cui, nella Chiesa, anche un solo caso diventa più che mai “un fatto gravissimo e dolorosissimo”, non si possa più affrontare pensando al ‘peccatore’ isolato.
Due le nuove parole d’ordine: prevenire e formare, prima che sia troppo tardi. Mettendo al centro, prima ancora del futuro prete, la persona nella sua interezza, considerata non più solo dal punto di vista spirituale, ma anche da quelli affettivi, relazionali, ed emotivi, finora decisamente trascurati. E che psicologi e psichiatri sono certo in grado di valutare meglio di un rettore di seminario o di un vescovo. La sfida è alta: si tratta, ha detto Bagnasco (da poco nominato presidente delle conferenze episcopali europee), di puntare alla “piena realizzazione interiore” del futuro pastore di anime, “curando sempre più, e meglio, la formazione di base cristiana e sacerdotale con gli aiuti specifici che le nuove acquisizioni scientifiche ci mettono a disposizione”, ciò che peraltro la Cei, in Italia, ha già cominciato a fare, “traducendo fra le prime le indicazioni arrivate dalla Santa Sede” negli anni scorsi, nel pieno dell’emergenza pedofilia. E ben sapendo che il tema della formazione si intreccia a quello della sempre più scarsa appetibilità del ‘mestiere’ del prete, vedi la grave crisi di vocazioni, che, ha riconosciuto il presidente dei vescovi, “non può non interrogarci e farci riflettere”, pur chiamando in causa non solo la Chiesa ma “la fragilità umana di tutto il nostro mondo occidentale, che incide in ogni ambito delle scelte definitive, dalle vocazioni ai matrimoni”.
Agli esperti che lavoreranno al vademecum del buon formatore ad uso delle diocesi europee, dalla conferenza fiorentina sono intanto stati segnalati alcuni temi di fondo, che ora andranno tradotti in indicazioni concrete: abbandonare tentazioni di autodifesa, ammettere i gravi fatti accaduti nella Chiesa, coinvolgere di più le vittime, curare gli abusanti, ispirarsi alle buone pratiche di altri paesi, valorizzare esperienze come i corsi di safeguarding, dare indicazioni sull’uso di media e social network, tenendo presente il rischio dipendenze, coinvolgere di più il mondo femminile, religioso e laico.
Un testimone, oggi 24enne, ospite della struttura all’età di 12 anni, racconta violenze sessuali e psicologiche dal guru
Firenze, 13 marzo 2017 – Dura deposizione, stamani a Firenze, in un nuovo processo sulle vicende del Forteto dove si procede per una violenza sessuale su minore: l’imputato è ancora una volta Rodolfo Fiesoli, il patron della comunità a cui il tribunale dei Minori di Firenze affida da un trentennio giovani provenienti da famiglie disagiate.
Stamani è stato sentito in videoconferenza un giovane, oggi 24enne, che fu ospite del Forteto tra i 12 e i 16 anni di età e che ha riferito degli abusi sessuali subiti da Fiesoli. «Rodolfo Fiesoli mi sottoponeva ai ‘chiarimenti’ e denigrava con cose false la mia famiglia – ha riferito in udienza la vittima parlando degli interrogatori che il ‘gurù faceva a chi viveva al Forteto -. A me, che ero bambino, fece credere che mio padre mi avesse violentato e poi offendeva mia madre», «in realtà mi faceva il lavaggio del cervello», «mi portò a disprezzare la mia famiglia vera dopo che mi aveva inculcato cose false», «si atteggiava perfino a babbo, mi portava nella sua camera, mi abbracciava, mi palpeggiava, mi baciava ma io non volevo, mi ribellavo quando potevo», «mi diceva che dovevo togliermi la materialità, che lui era puro». Il teste, come risulta dalle indagini, veniva violentato sessualmenteda Fiesoli ma oggi quando la pm Ornella Galeotti ha chiesto di precisare questi aspetti, l’ex bambino del Forteto ha pianto e non è riuscito a proseguire il racconto, perciò l’udienza è stata interrotta più volte dal giudice presidente Francesco Gratteri. Una psicologa, accanto a lui, è intervenuta e lo ha assistito.
«Quando noi bambini al Forteto facevamo qualche bravata – ha anche detto il testimone del nuovo processo sulla comunità del Mugello – il Fiesoli con gli altri adulti ci sottoponeva ai ‘chiarimenti’ e, gira o rigira, qualsiasi ragazzata, bravata avessimo fatto, ci dicevano che agivamo in quel modo per colpa delle molestie sessuali subite dai nostri genitori. Anche se non era vero, dovevamo ammetterlo perché ci tenevano ore in piedi in un angolo della sala mensa e per giorni nessuno ci parlava più». «Tra noi bambini – ha proseguito – c’era vergogna, non ne parlavamo, ti fai schifo, provi rabbia». Il teste ha pure raccontato che al Forteto i bambini venivano fatti lavorare nella stalla, nel caseificio, nei campi a togliere i sassi, a raccogliere mele, in falegnameria, nelle cucine «e chi si ribellava subiva botte dagli adulti. Per una botta di Fiesoli al forno mi tagliai un dito». Nel processo principale sul Forteto Rodolfo Fiesoli è stato condannato in appello, a 15 anni e 10 mesi, per maltrattamenti e violenze sessuali; condanne importanti hanno riguardato in primo e in secondo grado i suoi collaboratori, per maltrattamenti.
“Fui costretto a mentire”: Forteto senza fine, c’è una nuova inchiesta
11enne dichiara: “Subii umiliazioni e soprusi”. Le indagini in corso, e la politica che fa?
diArturo Bandiera
In aula al processo di primo grado nei confronti delle persone sotto accusa per gli abusi descrisse il Forteto come un ambiente sereno. Oggi confessa di essere stato costretto a mentire dai suoi stessi genitori affidatari e degli altri imputati.Dopo le dure sentenze – due, di primo e secondo grado – nei confronti di coloro che furono i leader della comunità, sembrano non essersi concluse le rivelazioni su ciò che fu la comunità-cooperativa di Vicchio. La procura di Firenze ha aperto così un nuovo fascicolo, ipotizzando il reato di subornazione di testimone.
Il nuovo filone è scaturito dalla denuncia di un 11enne che arrivò al Forteto e riportata dal Corriere Fiorentino: “Minacciarono di farmi passare per pazzo e di allontanarmi per sempre da mia figlia”, “così ho ceduto alle pressioni degli imputati e ho nascosto ai giudici l’inferno vissuto per 20 anni“, ha detto. Al processo, secondo quanto appreso, il teste non avrebbe voluto deporre: “Ma – dice – subii un’angosciosa pressione dai genitori affidatari e dagli altri imputati perché andassi in udienza”. “Ho subito umiliazioni e soprusi, anche se non gli abusi denunciati dagli altri miei compagni” e “sono stato costretto ad accusare mia madre di violenze che in realtà non ha mai compiuto”, ha aggiunto. Oggi ritratta, a costo di essere messo sotto accusa per falsa testimonianza.
Riprenderà invece a marzo il processo bis sugli abusi commessi al Forteto, che vede coinvolto ancora una volta il “profeta” Rodolfo Fiesoli, con l’accusa di aver costretto un ragazzino a subire atti sessuali dall’età di 11 anni. I fatti risalgono al 2003-2007. In questo secondo processo la cooperativa Il Forteto, non più guidata dai soci fondatori, si è costituita parte civile. Si attende inoltre che il pm Ornella Galeotti chieda, come annunciato al recente processo d’appello, il rinvio a giudizio per altre 13 persone accusate di falsa testimonianza, accusate di aver mentito al processo di primo grado. Testi che per lo più hanno testimoniato a favore della difesa, tirate in ballo dalle stesse motiviazioni della sentenza di primo grado. Fra di essi ci sarebbero anche due assistenti sociali.
E il pentolone bolle anche sul fronte politico. E’ stata bocciata dall’aula del Senato la richiesta di calendarizzazione della discussione sulla commissione d’inchiesta parlamentare richiesta dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Laura Bottici. Durante la votazione ha suscitato stupore e indignazione l’errore del presidente Pietro Grasso, che al momento della votazione non ha saputo pronunciare correttamente la parola “Forteto“. Eppure poche settimane prima aveva incontrato i componenti della commissione regionale d’inchiesta che avevano sottolineato di averlo trovato “preparato” sulla vicenda e pronto a garantire “il suo impegno ad agire”.