Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Triveneto

  • La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    Riceviamo e pubblichiamo

    Ecc. Rev.ma,

                Ho esitato molto prima di inviarle questa lettera in quanto nuovo presule di Treviso  da settimane insediato nella nuova diocesi. Avrà mille cose da fare, incontri da presiedere, persone da incontrare e mani di stringere.

                Ma visto che è proprio all’inizio del suo mandato episcopale è giusto che si aggiungano anche queste mie parole e che sia messo al corrente di alcune cose che magari altri non le hanno detto o non hanno ancora  il coraggio di dirgliele.

    Sulla scia del summit che si è svolto nei mesi scorsi in vaticano (o meglio nel luogo dove alberga Satana) sul grande tema della pedofilia e leggendo in questi mesi il libro di F. Martel “Sodoma” e alla luce delle tante testimonianze che ho ascoltato in questi ultimi anni di vittime di abusi da parte della gerarchia ecclesiastica, ho trovato anch’io la forza dopo più di 28 anni di denunciare gli abusi sessuali, le umiliazioni e le gravi vessazioni che ho subito durante l’anno di seminario che ho frequentato negli anni 1990-91 (in Comunità Vocazionale).

    La mia vicenda è simile a quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo. All’età di 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto,  a 15 anni l’animatore nella mia parrocchia di Galliera Veneta e  a frequentare i gruppi di AC in patronato.

    A 18 anni ho iniziato a frequentare il Gruppo Diaspora (il gruppo di orientamento vocazionale per giovani) perché sentivo in me una sorta di chiamata a diventare prete e l’anno successivo, finita la maturità, sono entrato in comunità vocazionale dove ho conosciuto molti preti, sia della comunità vocazionale, del seminario minore e maggiore.

    Ero un ragazzo normale, pieno di vita e di sogni, come tutti i ragazzi di quell’età. Volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione.

    Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno intero non ho avuto la forza di andarmene e di denunciare quello che mi era successo, anche perché erano anni in cui ancora non si potevano denunciare e parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti.

    Una sera, addirittura, stanco e sfinito di essere maltrattato e abusato sessualmente e non solo, sono letteralmente  fuggito dal seminario vagando per la città di Treviso tutto solo e  in balia dei miei dolori, delle mie angosce e delle mie atroci sofferenze e pregno delle mie ferite lancinanti che sanguinavano.

    Ricordo, dopo aver camminato per un’ora piangendo, di essermi seduto sfinito in una panchina e poi di aver deciso (quasi come un flash) di suonare alla porta dell’episcopio: volevo parlare con l’allora vicario generale mons. Angelo Daniel (arciprete di Galliera Veneta dal 1974 al 1989) ed oggi vescovo emerito di Chioggia (a cui non ho inviato questa lettera perché so che le sue condizioni di salute sono molto precarie), con il quale avevo una grande confidenza ed era stato per anni il mio padre spirituale.

    Ricordo sempre quella sera di marzo, venne ad aprire la porta il suo predecessore, il Vescovo Magnani, il quale stupefatto e con quello sguardo sicuro e schivo che sempre lo ha caratterizzato,   mi chiese  cosa volessi. Io non gli risposi nemmeno, lo scansai e salì in fretta quelle scale cercando di parlare con don Angelo, il quale mi accolse da padre con un abbraccio e mi chiese che cosa avessi e per quale motivo lo stessi cercando e per quale motivo stessi piangendo in modo così copioso.

    Nonostante avessi gli occhi gonfi di lacrime non ebbi il coraggio di raccontargli la verità. Gli dissi una bugia, che ero stanco, che volevo uscire dal seminario. Lui cercò di capire, ma io non gli detti il tempo di farlo.

    Lo ringraziai per il tempo che mi aveva dedicato, l’allora segretario del vescovo Magnani e oggi suo Vicario Generale, mons. Adriano Cevolotto, mi chiese se volevo almeno un bicchiere d’acqua, ma rifiutai.

    Me ne andai, scesi quelle scale con tanta rabbia dentro per non essere riuscito a raccontare nulla.

    Al rientro in seminario trovai le porte chiuse a chiave e per tutta la notte dormii nella mia macchina fino alla mattina quando furono riaperte le porte e potei rientrare  e andai subito a farmi una doccia.

    Quella mattina non partecipai né alla messa, né mi feci vedere a colazione  e a lezione, ma rimasi per tutta la giornata in camera a piangere e a farmi mille domande su quanto stavo vivendo.

    Ho continuato, quindi, a resistere fino a giugno quando comunicai la decisione di uscire definitivamente dal seminario. Fu per me grande una liberazione: ricordo venne mia madre ad aiutarmi a portare a casa le mie cose, ma un prete vigliacco (un vero e proprio verme strisciante) non permise alla donna che mi ha donato la vita di salire al piano superiore perché, sempre secondo quel prete maledetto, il piano superiore era un luogo privato al quale potevano accedere solo i seminaristi. Io gli detti una spinta e lo minacciai che se non avesse acconsentito a far salire mia madre, avrei chiamato immediatamente mons. Daniel, il Vescovo Magnani e i carabinieri.

    A quel punto lo vidi sparire  e mia mamma, la donna che amo più della mia stessa vita, è salita e assieme con una gioia immensa preparammo le valigie. La abbracciai forte, era più di un anno che non sentivo un vero abbraccio, il vero Amore venirmi incontro. Ero felicissimo perché sapevo che stava finendo quell’incubo, che erano gli ultimi minuti in cui io avrei visto quelle maledette stanze dell’orrore.

    Per più di 28 anni ho cercato di andare avanti, di dimenticare, di guardare oltre a quello che mi era successo, mi sono subito iscritto alla facoltà di filosofia a Padova dove dopo cinque anni mi sono brillantemente laureato.

    Ma nulla è mai stato come prima dopo quell’ anno vissuto in quel terrificante posto. Mai potrò dimenticare quei terribili e nefandi pomeriggi a fare “direzione spirituale” all’interno della camera del verme strisciante: ma Eccellenza – chiedo a lei-  si può fare direzione spirituale in camera? E perché non in uno studio come tutti gli altri preti?

    Il trauma esce ancora oggi, mi attanaglia  con qualsiasi cosa che può essere un ricordo, un sogno, una parola.

    Quando venivo e vengo a Treviso sto tutt’oggi ancora male, evito di passare per quelle vie e guardare quegli edifici, troppo grande è il dolore.

    Nulla, ripeto, dopo quello che mi è successo è più come prima e in questi giorni, mi creda, non ho più lacrime pensando   a quei terribili momenti vissuti.

    Ho pensato più volte anche di farla finita per porre fine ai ricordi dolorosi, poi per fortuna la svolta e la rinascita.

    Sono partito per un anno di volontariato nel 2010 con una grande ONG ad Haiti e lì, all’interno della missione umanitaria, ho conosciuto un medico francese stupendo che mi aiutato  e che mi ha dato la forza di ripartire. Oggi questo medico, da 9 anni, è il mio marito e compagno di vita ed è grazie a lui se ho trovato la forza di scriverle affinché lei sappia  che anche all’interno della diocesi da lei governata, vi sono dei preti pedofili che ogni mattina celebrano la messa e fanno la comunione come se niente fosse.

    Io sono stato spesso  (e continuo ancor oggi nonostante siano passati più 28 anni) ad essere minacciato di morte da questi preti infami che hanno abusato sessualmente di me e che ancora oggi mi scrivono o mi fanno arrivare dei messaggi da altri preti o uomini di curia  “Se parli, sei morto”.

    I reati e i crimini che hanno commesso questi criminali sono andati ovviamente in prescrizione, ma in prescrizione non andranno mai il mio dolore, le mie lacrime,  i miei traumi subiti. E se Papi, Cardinali, Vescovi archiviano (o meglio insabbiano ), Dio non archivia!!

    L’anno scorso ho chiesto lo sbattezzo che mi è stato concesso perché io non credo più  nell’esistenza di Dio. Dio è solamente un’invenzione dell’uomo e della gerarchia ecclesiastica per compiere  questi abominevoli crimini. Perché, Vescovo Tomasi, se Dio esistesse non avrebbe permesso a me e ad altre decine di migliaia di minorenni e giovani di vivere un dolore simile e continuare fino ad oggi a perpetuare crimini così efferati permettendo che altri ragazzi innocenti in tutto il mondo  provassero e provino quello che ho provato io.

    Non credo, ovviamente, nemmeno più in questa chiesa che mi ha profondamente e irrimediabilmente deluso, ferito e umiliato, che mi ha piagato corpo, mente e anima, quella chiesa a cui io ho dato tanto fino la mia stessa vita e tutto ciò che di bello avevo dentro me stesso. Volutamente non ho inviato questa mio scritto all’Arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzucato, altro suo precedessore che ha Treviso ha combinato solo veri e propri disastri finché la lungimiranza dei due suoi confratelli emeriti (Mons. Magnani e Mons. Daniel) non sono partiti per Roma  e spiegando alla Santa Sede con grande saggezza e verità cosa stava succedendo a Treviso, subito dopo poche settimane si sono visti gli effetti positivi di quella visita in Vaticano e in pieno luglio è arrivato il decreto di nomina di Mazzocato a Udine (io sinceramente l’avrei mandato ancora più in là, magari in Slovenia in una sperduta diocesi in mezzo ai boschi e alle foreste). Si pensi che, quando l’amministrazione comunale guidata dal Sindaco Manildo ha installato le telecamere di vigilanza nei punti più importanti della città, un telecamera è stata piazzata anche in Piazza Duomo. A.B.M. ha subito telefonato al Sindaco dicendo che non era opportuna una telecamera in piazza Duomo e che non gradiva che fosse registrato e ripreso chi entrava e usciva dall’episcopio. Per forza, li ho visti io con i miei occhi ragazzi più che ventenni uscire dalla porta del Palazzo Vescovile alle 3 di notte. Erano andati a fare direzione spirituale, ci teneva (e ci tiene ancora) molto l’Arcivescovo alle vocazioni…….

    Io oggi provo una grandissima felicità a non fare più parte della chiesa cattolica composta da preti vigliacchi, vescovi e cardinali approfittatori, ladri, disonesti, pedofili, falsi, criminali.

    Nonostante ciò mi sono sentito in dovere di scriverle e di raccontarle (risparmiandole e tralasciando appositamente dettagli raccapriccianti sulla mia vicenda) quello che a me è successo e a metterla in guardia (se mi permette) sul fatto che anche la diocesi di Treviso ha all’interno del suo presbiterio, dei preti pedofili maledetti e infami.

    Non cerco consolazione, commiserazione e compassione, ho già chi mi ama, chi ogni giorno quando riaffiorano alla mente certi pensieri,  sa con amore come asciugare le lacrime che copiose scendono e rigano le mie guance e sa asciugarle accarezzandomi e asciugandomi il viso con le proprie mani donandomi tutto l’amore possibile.

    Non cerco nemmeno una sua risposta, sappia però che se verrò chiamato a portare la mia testimonianza, dovrò raccontare tutto quello che ho raccontato a lei in questa mia lettera aggiungendo però altri  particolari meno gradevoli, ma estremamente veri.

    La informo, inoltre, che ho deciso di dare alla stampa locale e nazionale  il contenuto di tale lettera e di fare i due nomi pubblicamente dei due sacerdoti pedofili che ho avuto l’orrore di conoscere: ora sono due parroci (don Paolo Carnio a San Donà di Piave e don Livio Buso a San Martino di Lupari), negli anni 90/91 erano rispettivamente il responsabile della Comunità Vocazionale e l’altro assistente della stessa. Ho dato, inoltre, mandato ai miei legali di comunicare i nomi dei due criminali alla Procura della Repubblica competente.

    Spero solo questo mio scritto possa illuminarla sulla necessità, come vescovo ordinario pro tempore della diocesi di Treviso, di vigilare costantemente  e di denunciare con determinazione e franchezza eventuali altri abusi di cui verrà o sarà già venuto a conoscenza.

    La ringrazio di avermi letto, le auguro un buon lavoro all’inizio di questa sua nuova e prima missione da Vescovo e la saluto cordialmente.

    Galliera Veneta, 16 dicembre 2019

                                                                                                                          Gianbruno Prof. Cecchin

  • Pedofilia: 150 ex alunni seminario Treviso a difesa due preti accusati di abusi

    Pedofilia: 150 ex alunni seminario Treviso a difesa due preti accusati di abusi

    Treviso, 20 feb. (Adnkronos) – “Le cronache di questi giorni provocano in noi ex-alunni del Seminario di Treviso un grande dolore. L’esperienza formativa che noi, firmatari di questa lettera, abbiamo vissuto nel Seminario diocesano, a stretto contatto con gli stessi educatori di cui si parla, è stata caratterizzata da profondo rispetto: ci sentiamo pertanto in dovere di testimoniare che esiste un’altra storia.

    Alcuni tra di noi hanno vissuto in Seminario insieme alla persona che ora, inspiegabilmente, sta lanciando gravi accuse contro don Paolo Carnio e don Livio Buso, educatori di indiscussa integrità morale ed alto profilo spirituale. Noi, firmatari di questa missiva-testimonianza, non possiamo, al contrario, che essere grati alla loro persona per il ministero che hanno svolto durante molti anni a favore nostro e di tanti altri giovani.

    Ci hanno aiutato a discernere la nostra vocazione, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, tanto da consegnare a tutti le chiavi per entrare e uscire dal Seminario”. Lo scrivono 150 ex alunni del seminario di Treviso in risposta alle accuse che un ex seminarista ha rivolto a due preti, allora insegnanti del seminario, di presunti abusi sessuali di cui sarebbe stato vittima una trentina di anni fa.

    “Anche molte nostre famiglie, che sono state coinvolte nei vari momenti della vita in Seminario, ora stanno soffrendo quanto noi e si uniscono nella solidarietà, nella fiducia e nell’affetto verso di loro – sottolineano -La vita che abbiamo trascorso in Seminario, in particolare per quanti di noi sono stati nella Comunità Vocazionale, è stata sempre caratterizzata da uno stile molto familiare, sia per i tanti momenti comunitari che per la disposizione degli spazi.

    Qualunque strana situazione difficilmente sarebbe potuta rimanere nascosta. Abbiamo vissuto in un ambiente sereno dove c’era fiducia tra di noi e verso gli educatori; comprendevamo, anche senza dircelo, quali erano le normali difficoltà che ciascuno stava vivendo nel suo cammino vocazionale”.

    “Sentiamo dunque di poter interpretare il pensiero di molti nell’esprimere a don Paolo e a don Livio tutta la nostra stima e fiducia; siamo solidali con il loro dolore, e allo stesso tempo fiduciosi che la limpidezza della loro vita e del loro ministero possa portare a una rapida chiarificazione dei fatti .

    A don Paolo e a don Livio desideriamo esprimere, con cuore grato, tutto il nostro affetto e la nostra vicinanza che si fa preghiera accorata affinché Dio li sostenga”, concludono.

    https://www.liberoquotidiano.it/news/cronaca/13565972/pedofilia-150-ex-alunni-seminario-treviso-a-difesa-due-preti-accusati-di-abusi.html

  • Presunti abusi, il giorno della verità La Curia apre un’indagine interna

    Presunti abusi, il giorno della verità La Curia apre un’indagine interna

    Oggi Cecchin presenterà l’esposto contro due sacerdoti ma don Livio l’ha già denunciato per calunnia

    Gianbruno Cecchin e la Diocesi di Treviso, l’accusatore e i due sacerdoti accusati di abusi in seminario a distanza di 30 anni: la partita si gioca in Tribunale.
    Oggi i legali dell’ex assessore di Galliera presenteranno un esposto in Procura, don Livio Buso di San Martino di Lupari lo ha già denunciato per calunnia e diffamazione.
    Il deposito dell’esposto è stato annunciato da Cecchin nel corso della trasmissione di Rai Uno “Storie italiane”, condotto da Eleonora Daniele. Dal canto suo, la Diocesi trevigiana ha fissato la sua linea: «Trasparenza nelle procedure di indagine, vicinanza a tutti i soggetti accusati, e fiducia nel lavoro degli organismi competenti». Rispetto alle accuse formulate dal docente di filosofia sulle ripetute violenze in seminario, la diocesi osserva che «questa persona non ha fornito, né alla Diocesi né ai mezzi di informazione sui quali ripetutamente ha diffuso le proprie accuse, la minima prova di quanto affermato.
    A seguito della segnalazione, comunque, pur manifestando totale fiducia nei sacerdoti accusati, il vescovo Michele Tomasi ha avviato, da subito, un’indagine, secondo quanto indicato dalla Chiesa, al fine di far luce sulle gravi accuse formulate a carico dei due sacerdoti, persone unanimemente stimate per il loro servizio di educatori svolto per anni in Seminario senza che mai sia stato sollevato da chicchessia il benché minimo sospetto sulla loro correttezza. La Diocesi di Treviso», conclude la nota, «continua a lavorare, nelle sedi opportune, per assicurare, nella doverosa tutela delle persone e delle istituzioni coinvolte, e in particolare del Seminario vescovile, la massima trasparenza per arrivare nei tempi congrui alla verità dei fatti».
    L’esposto di Cecchin ruoterà attorno alle minacce che ha raccontato di subire: minacce di morte, pervenutegli sia via sms che attraverso lettere anonime. «Non siamo riusciti a risalire a chi possa aver inviato i messaggi», ha spiegato l’accusatore davanti alle telecamere Rai. Dove è sceso nei dettagli: «I due sacerdoti piano piano si sono avvicinati a me in maniera del tutto anomala. Poi durante una celebrazione uno dei due mi ha fatto un gesto molto particolare che io non avevo capito. Lui a cena mi ha chiesto se avessi compreso la natura di quel gesto. Lui mi ha detto di andare nel suo studio, in realtà era la sua camera, ed è successo quello che non doveva succedere».
    Perché una denuncia a distanza di 30 anni? «La sofferenza, l’incapacità di reagire a quello che ho subito, è stata così forte che mi ha impedito di parlarne. L’ho rivelato a mia mamma solo qualche anno fa e poi l’ho detto al mio compagno, che è un medico, e mi ha aiutato. Perché mi minaccia di morte questa persona? Perché sa benissimo la verità e non pensava mai che io avrei potuto scrivere al vescovo di Treviso, invece ho trovato il coraggio e l’ho fatto».
    https://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2020/02/19/news/presunti-abusi-il-giorno-della-verita-la-curia-apre-un-indagine-interna-1.38490210
  • Treviso, “il seminario è un luogo satanico. Lì ho subito abusi sessuali, vessazioni e minacce”. Docente universitario denuncia due preti

    Treviso, “il seminario è un luogo satanico. Lì ho subito abusi sessuali, vessazioni e minacce”. Docente universitario denuncia due preti

    Gianbruno Cecchin, 48enne docente di filosofia, bioetica e antropologia filosofica, si è rivolto alla Procura contro due preti ancora in attività: nel corso di quell’esperienza è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse”

    Ha aspettato quasi trent’anni. Ma alla fine ha deciso di rivelare gli abusi di cui sarebbe rimasto vittima in seminario, a Treviso. Una denuncia per l’autorità giudiziaria e una denuncia per quella canonica. Il protagonista è Gianbruno Cecchin, 48enne, insegnante universitario di filosofia, bioetica e antropologia filosofica, nonché libero professionista in comunicazione e risorse umane. I suoi avvocati sono pronti a consegnare una denuncia circostanziata alla Procura della Repubblica. Ma prima di fare questo passo, il docente aveva già scritto al vescovo di Treviso, Michele Tomasi, e a Papa Francesco. Lo ha fatto una prima volta a dicembre, senza ottenere risposta. Allora ha inviato una seconda lettera al vescovo e a quel punto ha ricevuto una telefonata da monsignor Tomasi, ma non c’è mai stato un incontro programmato.

    “È passato tanto tempo, ma Dio non archivia”, scrive Cecchin. E lui non ha archiviato un’esperienza che definisce infernale. Non un’accusa generica, ma fatti precisi, con l’indicazione di due sacerdoti che oggi sono parroci in diverse realtà del Veneto, in provincia di Padova e di Venezia.

    “La mia vicenda è quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo – scrive il professor Cecchin – A 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 l’animatore nella mia parrocchia, a 18 a frequentare il Gruppo Diaspora perché sentivo una sorta di chiamata a diventare prete. L’anno successivo, dopo la maturità, sono entrato in comunità vocazionale. Ero pieno di vita e di sogni, volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione”. Si è imbattuto in una realtà molto diversa: “È stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, un luogo satanico, che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno non ho avuto la forza di andarmene, anche perché erano tempi in cui ancora non si poteva parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte dei preti”.

    Cecchin ricorda numerosi episodi di cui sarebbe rimasto vittima, altri dice di averli rimossi. “Non si possono dimenticare quei pomeriggi terribili e nefandi a fare direzione spirituale all’interno di quella camera da letto”. Riferisce di rapporti sessuali, minacce, vere e proprie vessazioni psicologiche. E aggiunge: “Ancora oggi vengo minacciato di morte da questi preti che hanno abusato sessualmente di me o mi fanno arrivare messaggi da altri preti o uomini di curia. Se parli sei morto”.

    Fu un anno tremendo. “Quando decisi di abbandonare il seminario fu una grande liberazione”. Sua madre andò a prenderlo, ma uno dei due sacerdoti non l’avrebbe fatta salire in camera dicendo: “Il piano superiore è un luogo privato dove possono andare solo i seminaristi”. “Allora gli diedi una spinta e lo minacciai di chiamare i Carabinieri e il vescovo se non avesse fatto salire mia madre”, ha spiegato il docente ai giornali locali. In precedenza era anche fuggito dal seminario, ma non era riuscito a raccontare i fatti di cui era vittima.

    Lo fa ora dopo un percorso tormentato, che ha avuto una svolta una decina di anni fa, quando ad Haiti ha conosciuto quello che è il suo attuale compagno, un medico francese. Si era recato laggiù come volontario con Medici Senza Frontiere, dopo il terribile terremoto che aveva devastato l’isola. “Lì mi sono ritrovato e ho scoperto anche l’amore. È stato il mio compagno a dirmi che dovevo togliermi questo peso per poter essere felice. Dovevo farlo, perché vogliamo sposarci e adottare due bambini. Per questo ho deciso di denunciare”. Ha vinto ogni resistenza dopo che il Papa ha organizzato in Vaticano un summit sulla pedofilia. “Io voglio che il vescovo agisca, non che mi parli. Mi sono fatto sbattezzare perché non credo più in Dio e nella giustizia divina, ma credo in quella terrena e pretendo che sia fatta”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/15/treviso-il-seminario-e-un-luogo-satanico-li-ho-subito-abusi-sessuali-vessazioni-e-minacce-docente-universitario-denuncia-due-preti/5706932/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR3f8nwSQ-y-0o5eAt2utcGo2HdLYqobmk6149k3uPAibKwMhq_yZZiOFQQ#Echobox=1581773041

  • Treviso, professore di filosofia: «In seminario fui abusato da due preti»

    Treviso, professore di filosofia: «In seminario fui abusato da due preti»

    VENEZIA Un docente universitario di filosofia originario di Treviso, Gianbruno Cecchin, 48 anni, già assessore a Padova, ha deciso di denunciare pubblicamente abusi sessuali che sostiene di aver subito quando frequentava il seminario vescovile della diocesi della Marca. Le vicende – raccontate da Cecchin ai quotidiani locali – risalirebbero a circa 30 anni fa, e su di esse il docente ha depositato tramite i propri legali una querela contro due sacerdoti, all’epoca dei fatti responsabile della Comunità vocazionale e il suo assistente, ora parroci. Una lettera in cui il docente descrive i traumi conseguenti agli abusi sessuali è stata recapitata al vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi, e per conoscenza a Papa Francesco, al presidente della Cei card. Gualtiero Bassetti, al prefetto della Congregazione per il clero, cardinale Beniamino Stella, e ai due vescovi emeriti di Treviso, monsignor Gianfranco Agostino Gardin e monsignor Paolo Magnani. A spingerlo alla denuncia il recente summit in Vaticano sul tema della pedofilia. Tra gli episodi ricordati nella lettera, una fuga dal seminario per cercare aiuto all’episcopio parlando con l’allora vicario generale, monsignor Angelo Daniel, oggi vescovo emerito di Chioggia, nel marzo 1991, poi rapporti sessuali, costrizioni, vessazioni psicologiche e minacce. Cecchin fa anche i nomiLa Diocesi di Treviso conferma la circostanza, e di aver fissato un appuntamento a Cecchin con monsignor Tomasi la prossima settimana, che però l’ex seminarista ha declinato.

    La lettera

    Nella lettera, indirizzata in prima persona al vescovo di Treviso, Cecchin scrive frasi molto circostanziate: «Ho trovato anch’io la forza dopo più di 28 anni di denunciare gli abusi sessuali, le umiliazioni e le gravi vessazioni che ho subito durante l’anno di seminario che ho frequentato negli anni 1990-91 (in Comunità Vocazionale). La mia vicenda è simile a quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo. All’età di 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 anni l’animatore nella mia parrocchia di Galliera Veneta e a frequentare i gruppi di AC in patronato. A 18 anni ho iniziato a frequentare il Gruppo Diaspora (il gruppo di orientamento vocazionale per giovani) perché sentivo in me una sorta di chiamata a diventare prete e l’anno successivo, finita la maturità, sono entrato in comunità vocazionale dove ho conosciuto molti preti, sia della comunità vocazionale, del seminario minore e maggiore. Ero un ragazzo normale, pieno di vita e di sogni, come tutti i ragazzi di quell’età. Volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione»

    L’incontro con il vescovo

    «Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno intero non ho avuto la forza di andarmene e di denunciare quello che mi era successo, anche perché erano anni in cui ancora non si potevano denunciare e parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti. Una sera, addirittura, stanco e sfinito di essere maltrattato e abusato sessualmente e non solo, sono letteralmente fuggito dal seminario vagando per la città di Treviso tutto solo e in balia dei miei dolori, delle mie angosce e delle mie atroci sofferenze e pregno delle mie ferite lancinanti che sanguinavano. Ricordo, dopo aver camminato per un’ora piangendo, di essermi seduto sfinito in una panchina e poi di aver deciso (quasi come un flash) di suonare alla porta dell’episcopio: volevo parlare con l’allora vicario generale, con il quale avevo una grande confidenza ed era stato per anni il mio padre spirituale. Ricordo sempre quella sera di marzo, venne ad aprire la porta il vescovo il quale stupefatto e con quello sguardo sicuro e schivo che sempre lo ha caratterizzato, mi chiese cosa volessi. Io non gli risposi nemmeno, lo scansai e salì in fretta quelle scale cercando di parlare con don Angelo, il quale mi accolse da padre con un abbraccio e mi chiese che cosa avessi e per quale motivo lo stessi cercando e per quale motivo stessi piangendo in modo così copioso. Nonostante avessi gli occhi gonfi di lacrime non ebbi il coraggio di raccontargli la verità. Gli dissi una bugia, che ero stanco, che volevo uscire dal seminario. Lui cercò di capire, ma io non gli detti il tempo di farlo».

    Il ricordo

    «Per più di 28 anni ho cercato di andare avanti, di dimenticare, di guardare oltre a quello che mi era successo, mi sono subito iscritto alla facoltà di filosofia a Padova dove dopo cinque anni mi sono brillantemente laureato. Ma nulla è mai stato come prima dopo quell’ anno vissuto in quel terrificante posto. Mai potrò dimenticare quei terribili e nefandi pomeriggi a fare “direzione spirituale” all’interno della camera del verme strisciante: ma Eccellenza – chiedo a lei- si può fare direzione spirituale in camera? E perché non in uno studio come tutti gli altri preti? Il trauma esce ancora oggi, mi attanaglia con qualsiasi cosa che può essere un ricordo, un sogno, una parola. Quando venivo e vengo a Treviso sto tutt’oggi ancora male, evito di passare per quelle vie e guardare quegli edifici, troppo grande è il dolore. Nulla, ripeto, dopo quello che mi è successo è più come prima e in questi giorni, mi creda, non ho più lacrime pensando a quei terribili momenti vissuti. Ho pensato più volte anche di farla finita per porre fine ai ricordi dolorosi, poi per fortuna la svolta e la rinascita».

    Le minacce di morte

    «Io sono stato spesso (e continuo ancor oggi nonostante siano passati più 28 anni) ad essere minacciato di morte da questi preti infami che hanno abusato sessualmente di me e che ancora oggi mi scrivono o mi fanno arrivare dei messaggi da altri preti o uomini di curia “Se parli, sei morto”. I reati e i crimini che hanno commesso questi criminali sono andati ovviamente in prescrizione, ma in prescrizione non andranno mai il mio dolore, le mie lacrime, i miei traumi subiti. E se Papi, Cardinali, Vescovi archiviano (o meglio insabbiano ), Dio non archivia!! L’anno scorso ho chiesto lo sbattezzo che mi è stato concesso perché io non credo più nell’esistenza di Dio. Dio è solamente un’invenzione dell’uomo e della gerarchia ecclesiastica per compiere questi abominevoli crimini. Perché, Vescovo Tomasi, se Dio esistesse non avrebbe permesso a me e ad altre decine di migliaia di minorenni e giovani di vivere un dolore simile e continuare fino ad oggi a perpetuare crimini così efferati permettendo che altri ragazzi innocenti in tutto il mondo provassero e provino quello che ho provato io».

    https://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/cronaca/20_febbraio_15/treviso-professore-filosofia-in-seminario-fui-abusato-due-preti-5d267a1c-4fd2-11ea-b606-6665aa4292dc.shtml

  • Pedofilia, «Io violentato in seminario nel ’90»: prof universitario fa i nomi, ora sono parroci a Venezia e Padova

    Pedofilia, «Io violentato in seminario nel ’90»: prof universitario fa i nomi, ora sono parroci a Venezia e Padova

    «Infami», «vermi», «approfittatori», per arrivare fino a «criminali». Un atto d’accusa durissimo, quello di Gianbruno Cecchin, 48enne docente universitario di Filosofia, bioetica e antropologia filosofica oltreché libero professionista nell’ambito della comunicazione e delle risorse umane, che ha deciso di denunciare pubblicamente gli abusi sessuali che sostiene di aver subito quando frequentava il seminario vescovile di Treviso. Sono passati quasi 30 anni da quelle violenze, quasi sei lustri fatti di silenzi e sofferenze. «Dio non archivia» scrive il professore, dando mandato ai suoi legali di depositare in Procura a Treviso una querela contro i suoi due aguzzini: all’epoca dei fatti erano il responsabile della Comunità Vocazionale e il suo assistente, ora sono entrambi parroci, uno nel veneziano e l’altro nel padovano.

    Il fascicolo sarà nelle mani degli inquirenti lunedì, quando gli avvocati saliranno al terzo piano del palazzo di giustizia di via Verdi. Ma una lettera in cui il 48enne descrive i traumi conseguenti agli abusi sessuali è già stata recapitata al vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi, e per conoscenza anche a Papa Francesco, al presidente della Cei e arcivescovo metropolita di Perugia – Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, al prefetto della Congregazione per il clero, cardinale Beniamo Stella, e ai due vescovi emeriti di Treviso, monsignor Gianfranco Agostino Gardin e monsignor Paolo Magnani.

    LO SFOGO
    A spingere il docente a trovare il coraggio di denunciare le vessazioni di cui dice di essere stato vittima nell’anno del seminario, è stato per sua ammissione il summit che si è svolto in Vaticano (che definisce «il luogo dove alberga Satana») sul tema della pedofilia. «La mia vicenda è quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo – scrive Cecchin – A 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 l’animatore nella mia parrocchia, a 18 a frequentare il Gruppo Diaspora perché sentivo una sorta di chiamata a diventare prete. L’anno successivo, dopo la maturità, sono entrato in comunità vocazionale. Ero pieno di vita e di sogni, volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione – continua -. Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico, che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno non ho avuto la forza di andarmene, anche perché erano tempi in cui ancora non si poteva parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti».

    Il 48enne racconta della notte passata a dormire in macchina dopo essere fuggito dal seminario per cercare aiuto all’episcopio parlando con l’allora vicario generale, monsignor Angelo Daniel, oggi vescovo emerito di Chioggia. Non riuscì a dire nulla. Era marzo, anno 1991. Cecchin ha lasciato il seminario a luglio: in quei quattro mesi avrebbe subito altre violenze. Molte dice di averle rimosse, ma più di una decina le ricorda meticolosamente. «Non si possono dimenticare quei pomeriggi terribili e nefandi a fare “direzione spirituale” all’interno di quella camera da letto».

    Il professore parla di rapporti sessuali, di costrizioni, di vessazioni psicologiche. e anche di minacce: «Ancora oggi – afferma – vengo minacciato di morte da questi preti che hanno abusato sessualmente di me o mi fanno arrivare messaggi da altri preti o uomini di curia: “Se parli sei morto”».

    L’INCONTRO
    La Diocesi di Treviso conferma: «La persona aveva un appuntamento già fissato con il vescovo Michele Tomasi la prossima settimana – fa sapere il vicario generale, monsignor Adriano Cevolotto – L’incontro era stato concordato per poter ascoltare con massima disponibilità la persona che, evidentemente, ha però scelto di agire diversamente». La lettera di Cecchin è stata recapitata il 16 dicembre scorso, ma allora l’uomo non ha avuto risposta. Il vescovo Michele Tomasi gli ha telefonato dopo aver ricevuto una seconda missiva a fine gennaio. Un incontro era stato fissato il 10 febbraio, poi rinviato dal monsignore per un impegno improvviso. Si sarebbe dovuto tenere venerdì prossimo, il 21 febbraio, ma Cecchin ha declinato l’invito: «Io voglio che il vescovo agisca, non che mi parli – dichiara -. Mi sono fatto sbattezzare perché non credo più in Dio e nella giustizia divina, ma credo in quella terrena e pretendo che sia fatta».
    La svolta è arrivata nel 2010. Dopo aver pensato più volte al suicidio, il professore ha conosciuto il suo attuale compagno, un medico francese, durante l’anno di volontariato assieme a Medici senza Frontiere passato ad Haiti dopo il terremoto. «Lì mi sono ritrovato e ho scoperto anche l’amore. È stato lui a dirmi che dovevo togliermi questo peso per poter essere felice. Dovevo farlo, perché vogliamo sposarci e adottare due bambini. Ecco perché ha deciso di denunciare».

  • Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    «Sapevi e non hai agito»: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti.

    Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un «incontro pubblico» con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno «prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede».

    Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. «Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore», riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/vittime-del-provolo-al-papa-sapevi-e-non-hai-agito-1.7940731

  • Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    “Sapevi e non hai agito”: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti. Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un “incontro pubblico” con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    Le vittime di pedofilia accusano Papa Francesco

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede. Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno “prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede”. Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. “Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore”, riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.nextquotidiano.it/le-vittime-di-pedofilia-accusano-papa-francesco/

  • Caso Provolo, le vittime degli abusi dei preti contro Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”

    Caso Provolo, le vittime degli abusi dei preti contro Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”

    Le vittime del caso Provolo, lo scandalo degli abusi ai danni dei bambini sordomuti ospitati negli Istituti di Verona e Mendoza, in Argentina, tornano ad accusare Papa Francesco: “Sapevi e non hai agito”. La prossima settimana saranno a Roma per presentare “prove dei loro casi di violenze” e per chiedere un incontro a Bergoglio.

    di Ida Artiaco

    “Sapevi e non hai agito”. Si rivolgono così senza mezzi termini a Papa Francesco le vittime di abusi da parte di sacerdoti e religiosi dell’Istituto Provolo di Verona, con una sede anche in Sud America, precisamente a Mendoza, in Argentina, dedicato ai bambini sordomuti. Stando a quanto riferito dalla rete Eca (Fine Clergy Abuse), le stesse vittime saranno la prossima settimana a Roma e Ginevra per denunciare quanto subito, presentando “prova dei loro casi di violenze e di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede”, e per chiedere un incontro pubblico con il Pontefice esattamente ad un anno di distanza dal vertice che lo scorso anno si tenne in Vaticano sul tema della pedofilia nella Chiesa. In Argentina c’è anche un processo contro due sacerdoti, Nicola Corradi e padre Horacio Corbacho, e un impiegato laico, nel corso del quale più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. “Questo mese, altri nove presunti autori di reato dovrebbero essere processati, tra cui due suore”.

    Caso Provolo, le accuse delle vittime alla Chiesa: “Nessuno ha fatto niente”

    Non è tuttavia la prima volta che le vittime degli abusi del caso Provolo si rivolgono a Bergoglio. Già nel 2016, subito dopo l’arresto dei due sacerdoti in Argentina, Julieta Anazco, che aveva denunciato casi di pedofilia nel paese, ben sette su bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, si era rivolta al Pontefice. “Abbiamo informato la Chiesa, tutti lo sapevano di quello che accadeva, ma nessuno ha fatto niente, – aveva dichiarato ai microfoni di Fanpage.it –, all’epoca Papa Francesco era l’arcivescovo di Buenos Aires, abbiamo provato ad incontrarlo ma nessuno ci ha ricevuto”. Parlando di un altro sacerdote, aveva raccontato che “abusava dei minori durante la confessione, oppure si infilava nelle nostre tende mentre dormivamo. Mi è sembrato molto coraggioso che queste persone con difficoltà linguistiche siano riusciti a raccontare quanto successo, cosa che io non riuscivo a fare”.

    Il caso Provolo nell’inchiesta di Fanpage.it

    Lo scandalo degli abusi da parte di sacerdoti e religiosi ai danni dei giovani ospiti sordomuti della struttura scoppiò nel 2009. Ben 67 disabili denunciarono di essere stati violentati da preti quando erano bambini. A novembre del 2016 furono arrestati due sacerdoti per le violenze commesse a Lujàn de Cuyo, nella diocesi di Mendoza. Uno dei due è l’italiano Nicola Corradi, 82 anni, denunciato per la prima volta negli anni Ottanta sempre per casi di pedofilia presso l’Istituto Antonio Provolo di Verona. “Sono stato sodomizzato e costretto ad avere rapporti sessuali da almeno quindi preti e fratelli”, racconterà in seguito una delle sue vittime, ormai ultrasessantenne. L’altro è Horacio Corbacho, 56 anni. Del caso Provolo si era occupata anche Fanpage.it con una inchiesta: Don Eligio Piccoli, sacerdote in servizio sempre all’Istituto Provolo di Verona, ammise davanti ai nostri microfoni di aver abusato sessualmente di molti minori sordomuti ospiti della struttura veneta.

    Sempre Fanpage.it era riuscita ad entrare in possesso di alcuni documenti che provavano il fatto che il Vaticano, che nel 2010 aveva anche istituito una commissione di indagine indipendente, è sempre stato a conoscenza di quanto avveniva tra le mura dell’istituto veronese. Mario Sannite, un magistrato in pensione che era stato presidente della sezione penale e poi della corte di appello del tribunale di Verona e che venne messo al capo della Commissione, rivelò che “Don Nicola Corradi è stato trasferito in Argentina per questo motivo, perché era accusato di fatti di questo tipo. Lo so perché parlando con Don Mazzoni [il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico], parlando col vescovo, sono venuto a saperlo”. Ma le domande senza risposta sono ancora molte. Infine, a novembre del 2019 Corradi è stato condannato a 42 anni di reclusione, l’altro sacerdote a 45 anni mentre l’inserviente a 18 anni. I giudici hanno inoltre ordinato la cura psicologica gratuita a carico dello Stato per tutte le vittime e l’agevolazione per il loro reinserimento nella società.

    https://www.fanpage.it/attualita/caso-provolo-le-vittime-degli-abusi-dei-preti-contro-papa-francesco-sapevi-e-non-hai-agito/

  • Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Don Paolo Biasi verrà trasferito. Il parroco di Dossobuono, arrivato solo nello scorso settembre, non sarà più il sacerdote della frazione.

    È stato comunicato con un avviso, a firma del vescovo di Verona Giuseppe Zenti, domenica scorsa in chiesa. Don Biasi, finito al centro delle polemiche con tanto di volantini e striscioni che intimavano al religioso di andarsene dalla frazione, avrà a breve un nuovo ruolo. Verrà infatti trasferito nella bassa veronese dove si occuperà di coordinare le attività di pellegrinaggio a livello diocesano. Risiederà, si legge nella comunicazione, alla fondazione Madonna di Lourdes a Cerea.

    Proprio qui, inoltre, collaborerà con le parrocchie della zona, allontanandolo di fatto da Dossobuono dopo appena sette mesi dal suo arrivo nel villafranchese. La vicenda mediatica di don Paolo Biasi, motore scatenante dei malumori della frazione che hanno spinto Zenti a prendere questa decisione, inizia nel 2014. In un servizio de Le Iene (il programma di Italia Uno) l’inviato Pablo Trincia aveva scavato nel passato del religioso. Una sentenza emessa dal tribunale di Spoleto nel 2010, infatti, lo aveva condannato in primo grado a un anno e mezzo con la condizionale per molestie sessuali dopo la denuncia di quattro ragazzine quattordicenni.

    Queste accusavano il prelato di averle «palpeggiate in diverse occasioni al seno». I fatti risalgono però al 2005 quando era parroco a Castel Ritaldi, cittadina in provincia di Perugia. Due delle vittime, poi, si erano costituite anche parte civile e don Biasi era stato condannato a risarcirle per 20mila euro. Il prete, che non è mai ricorso in appello, si è chiuso nel suo silenzio. Ma il 24 dicembre scorso, la vigilia di Natale, Dossobuono si era risvegliata di nuovo nell’incubo. Nei pressi della chiesa, e sul piazzale, nella notte erano stati distribuiti centinaia di volantini gialli con scritto «Siamo stufi, siamo stanchi di tutti questi basabanchi».

    A cui era stato aggiunto il link della puntata della trasmissione andata in onda nel 2014 per poterla rivedere online. Il tutto in forma anonima. Su altri due striscioni appesi alle cancellate, davanti e a fianco della chiesa, poi prontamente rimossi, c’era scritto «Se la chiesa vuoi cambiare, ve ne dovete andare», tirando in mezzo anche l’altro prete di Dossobuono, Andrea Mascalzoni, ma per dissapori di natura completamente differenti. E ancora «… e speriamo che me li cavi».

    Il servizio delle Iene ruotava intorno alla stessa domanda. E cioè: come mai un prete condannato per molestie sessuali svolgeva ancora il suo servizio a contatto con bambini e ragazzi durante il catechismo? Nel 2014 don Biasi, veronese, era parroco a Ca’ degli Oppi, una delle tante destinazioni degli ultimi sei anni. Dopo Castel Ritaldi, infatti, era stato trasferito prima a fare il cappellano a Castelletto di Brenzone per tre anni e poi a Negrar, San Zeno di Montagna e Cerea. Il vescovo, anche allora, lo aveva sempre difeso. Dalla curia scaligera avevano spiegato che don Biasi era stato pure sottoposto ad alcuni test che avevano escluso «qualsiasi tipo di problema dal punto di vista della pedofilia».

    A Dossobuono, però, le discussioni erano iniziate ben prima di Natale spaccando, anche nel villafranchese com’era successo prima negli altri paesi, i fedeli fra chi ha sempre difeso il prete e chi invece non ha mai smesso di accusarlo. Zenti, nel volantino distribuito l’altro giorno, spiega come dopo aver ascoltato proprio don Biasi, altri presbiteri e alcuni laici della comunità di Dossobuono abbia optato per la decisione più drastica: il trasferimento. L’ennesimo. «Questa scelta», spiega Zenti per informare i fedeli, «si rende necessaria per poter rispondere in modo attento ad alcune esigenze personali di don Paolo». Ma oltre a questo, aggiunge il vescovo, c’è anche «il desiderio di superare le tensioni che si sono create, senza reale fondamento, nella comunità stessa, sfociate poi in alcune espressioni di vuota protesta prima di Natale»

    https://www.larena.it/territori/villafranchese/villafranca/pedofilia-trasferito-il-parroco-condannato-1.7937857