Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Triveneto

  • TREBASELEGHE | MOLESTA UN ADOLESCENTE: PRETE RINVIATO A GIUDIZIO

    TREBASELEGHE | MOLESTA UN ADOLESCENTE: PRETE RINVIATO A GIUDIZIO

    Rinviato a giudizio un prete di 89 anni accusato di aver molestato un sedicenne. Il fatto era accaduto a Trebaseleghe.

    Era stato identificato grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza del comune di Trebaseleghe. Adesso l’anziano sacerdote, 89 anni, dovrà rispondere del reato di violenza sessuale dopo che il tribunale ha deciso il suo rinvio a giudizio.

    I fatti risalgono al gennaio 2023 quando a Trebaseleghe, il prete si ferma a osservare due sedicenni con lo skate. Dopo aver rivolto a uno dei due degli apprezzamenti, il prete lo avrebbe anche molestato.

    A sporgere denuncia sono stati i genitori del ragazzo informati dal figlio di quanto era accaduto. La sua testimonianza era stata ritenuta attendibile e l’indagine era così andata avanti. giuseppe bacchion

    (Servizio di Chiara Gaiani) – Segui Rete Veneta anche sul digitale terrestre! Visita il sito www.reteveneta.it

    TREBASELEGHE | MOLESTA UN ADOLESCENTE: PRETE RINVIATO A GIUDIZIO

  • Rovigo. Fa sedere una ragazza su di sé, poi la tocca fra le gambe e sul seno: sacerdote condannato. Chi è don Peter Onyenso

    Rovigo. Fa sedere una ragazza su di sé, poi la tocca fra le gambe e sul seno: sacerdote condannato. Chi è don Peter Onyenso

    Un sacerdote e una ragazza, poco più che maggiorenne. E degli atti di natura sessuale che hanno visto il prete, condannato ieri a una pena di 3 anni di reclusione, oltre all’interdizione in perpetuo da tutela e curatela e per cinque anni dai pubblici uffici. Secondo quanto accertato dal tribunale di Rovigo, il prete, dopo aver fatto sedere sulle proprie gambe la giovane, le avrebbe infilato le mani dentro i pantaloncini, toccandola nelle parti intime, poi le avrebbe baciato il collo e, dopo averle slacciato il reggiseno, l’avrebbe palpeggiata. Un atto sessuale inaspettato per la ragazza, affetta da una fragilità psicologica, che ha configurato il reato di violenza sessuale, pur nella sua ipotesi lieve e senza il riconoscimento dell’aggravante, che invece l’accusa aveva contestato, ovvero di abuso dei poteri inerenti alla qualità di ministro di un culto.

    Un episodio che risale al 3 luglio del 2022. E che, un mese dopo, la giovane ha denunciato ai carabinieri. I fatti si sono svolti a casa del sacerdote, a Lusia, paese polesano in riva all’Adige, dove ha ricoperto l’incarico di collaboratore pastorale. Ordinato nel 2011, don Peter Onyenso, originario della Nigeria è stato a lungo anche riferimento della Chiesa del Cristo a Rovigo, dove la domenica viene celebrata la messa in lingua inglese.

    Nel corso del processo è stata ascoltato il racconto della vittima, che, secondo la difesa, affidata all’avvocato Cecilia Tessarin, sarebbe caduta in alcune contraddizioni tali da minare la piena validità delle sue parole. La difesa ha poi chiamato a testimoniare alcuni sacerdoti, compresi i parroci dei quali don Peter è stato collaboratore pastorale. Da parte sua, il religioso africano ha spiegato di aver ingenuamente toccato la pancia della ragazza, ma di non aver compiuto atti di natura sessuale come quelli descritti dalla giovane.

    L’ACCUSA
    L’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Sabrina Duò ha rimarcato la presenza di una foto, che sarebbe stata scattata dalla ragazza, nella quale si vedono delle mani sul corpo, ma non i volti. Per questo aveva chiesto una condanna ad una pena di 2 anni e 6 mesi. Il collegio giudicante ha poi stabilito una pena più severa, con l’ulteriore condanna al pagamento di una provvisionale di 10mila euro a titolo di immediato indennizzo del risarcimento, il cui ammontare sarà da determinarsi in sede civile, per il danno morale subito dalla ragazza, costituita in giudizio con l’avvocato Sandra Passadore.
    Proprio l’avvocato Passadore spiega come la sua assistita, «che ha delle fragilità e non è stata presente in aula perché per lei era una situazione troppo pesante, ha accolto con una sensazione di sollievo la sentenza, perché temeva di poter essere vittima due volte e che le sue parole non fossero credute: quando è stata sentita, infatti, è stata sottoposta a una forte pressione per aggredire la sua credibilità, ma è chiaro che le eventuali imprecisioni sono dovute al ricordo di un fatto traumatico, all’ansia di rivivere ciò che ha passato con un uomo nel quale riversava massima fiducia».

    LA DIOCESI
    Dalla Diocesi si sottolinea come, già dopo il rinvio a giudizio il vescovo di Adria e Rovigo, Pierantonio Pavanello, ha provveduto, in via cautelare, a proibire al sacerdote l’esercizio del ministero pubblico e ha aperto una procedura penale canonica tuttora in corso. Poi, si aggiunge, «il sacerdote ha contestato l’accusa proclamandosi sempre innocente nel corso del processo ed è intenzionato a ricorrere in appello». Infine, si precisa, che «i fatti addebitati al sacerdote hanno avuto luogo in un contesto estraneo all’esercizio di compiti affidati dall’autorità ecclesiastica, come riconosciuto dallo stesso Tribunale, che ha escluso l’aggravante dell’abuso della qualità di ministro di culto».

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/sacerdote_condannato_palpeggiato_ragazza_gambe_seno_don_peter_onyenso-7902249.html

  • Padova, prete accusato di violenza sessuale: le vittime due ragazzini di 15 e 16 anni.

    Padova, prete accusato di violenza sessuale: le vittime due ragazzini di 15 e 16 anni.

    Padova 09 Novembre 2023, aperta l’inchiesta in Procura, dopo la querela presentata a fine Ottobre, da una delle presunte vittime, un ragazzino di 16 anni, che avrebbe subito violenza sessuale, da parte di un’anziano sacerdote.

    Secondo la ricostruzione i due ragazzini, rispettivamente di 15 e 16 anni, si sarebbero incontrati per trascorrere un pomeriggio insieme, mentre camminavano lungo la strada, sono stati avvicinati da un’automobile, da cui è sceso un uomo anziano, che avrebbe molestato il 16enne, palpeggiandolo nelle parti intime.

    La Ricostruzione

    Dapprima i due ragazzini, pensando che l’anziano prete avesse bisogno di qualche indicazione stradale, si sono fermati, a quel punto il sacerdote avrebbe rivolto degli apprezzamenti espliciti al 16enne, e poi lo avrebbe palpeggiato toccandogli le parti intime, il ragazzino, sottraendosi dalla mano del prete, insieme all’amico, avrebbero intimato al prete di allontanarsi immediatamente, e di lasciarli in pace.

    A quel punto il sacerdote sarebbe risalito in auto, per allontanarsi.

    Poco dopo i due ragazzini riconoscendo l’auto del presunto molestatore, parcheggiata lungo la strada del paese, hanno preso a calci la portiera dell’automobile.

    L’anziano sacerdote, li avrebbe raggiunti nuovamente, per minimizzare l’accaduto, avvenuto poco prima.

    Dopo una breve discussione in strada, i ragazzini sono rientrati a casa, a quel punto il 16enne, ha raccontato tutto ai suoi genitori.

    Il padre del ragazzino si è recato in caserma con il figlio minorenne, per sporgere querela, raccontando tutto ai Carabinieri.

    Il molestatore sarebbe un sacerdote sull’ottantina, in visita al paese, nell’Alta padovana, per motivi personali.

    Il pubblico ministero che sta seguendo l’inchiesta è Sergio Dini.

    Il prete, ora è indagato con l’ipotesi di reato di violenza sessuale, posizione che potrebbe essere aggravata dalla minore età delle vittime.

    Gli inquirenti stanno procedendo con gli accertamenti del caso. (fonte Il Gazzettino)

  • Molestie sessuali sui pazienti psichiatrici, tre anni a don Federico De Bianchi. Il vescovo lo difende: «Convinto che sia estraneo ai fatti»

    Molestie sessuali sui pazienti psichiatrici, tre anni a don Federico De Bianchi. Il vescovo lo difende: «Convinto che sia estraneo ai fatti»

    TREVISO – Il Tribunale di Treviso ha condannato oggi, 17 ottobre, un sacerdote della Diocesi di Vittorio Veneto, don Federico De Bianchi, imputato di presunte molestie sessuali nei confronti di quattro persone ricoverate, tra il 2009 e 2010, nel reparto di psichiatria dell’ospedale dove prestava servizio come cappellano. Lo riferisce una nota della stessa Diocesi. Il giudice ha assolto don De Bianchi per uno dei quattro casi, e lo ha prosciolto per altri due; per il quarto caso ha riconosciuto la parziale validità dell’accusa, con la conseguente condanna a tre anni dell’imputato.

    L’accusa aveva chiesto una pena di otto anni di reclusione. De Bianchi «continua a confidare nella giustizia – precisa la nota – ed esprime la disponibilità a proseguire l’iter giudiziario ‘con la serenità che viene dalla mia coscienzà, afferma».

    Il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, esprime «dispiacere per l’esito del primo grado di questo lungo processo, durato già quasi sette anni, che vede come imputato don De Bianchi. Fin dall’inizio del procedimento don Federico ha sostenuto la propria innocenza, rinunciando a qualsiasi forma di patteggiamento, sicuro che la sua innocenza sarebbe stata documentata dal dibattimento».

    «In base agli elementi di cui sono a conoscenza rimango convinto che don Federico sia estraneo alle azioni di cui è accusato. Proprio per questo – conclude – incoraggio il ricorso in appello, convinto che sarà dimostrata la sua estraneità a quei fatti che, ancora, gli sono imputati».

    LA VICENDA
    Il pubblico ministero, Barbara Sabattini, aveva chiesto la condanna a otto anni per l’ex parroco di Santa Giustina e Val Lapisina, a processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di quattro ragazzi che all’epoca dei fatti, tra il 2009 e il 2010, avevano poco più di 18 anni ed erano ricoverati nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Conegliano. Mentre il quarto si trovava in ospedale a Vittorio Veneto al capezzale della bisnonna. Per la Procura uno dei casi denunciati era inattendibile e quindi il sacerdote va assolto. Due di loro si erano costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Jacopo Stefani e Patrizia Vettorel e avevano chiesto rispettivamente 30mila euro di danni e 15mila di provvisionale e l’altra 30mila euro e 10mila di provvisionale.

    Il TESTIMONE
    I fatti erano emersi nel corso del 2013 e del 2014 e, a portarli alla luce, era stato un infermiere che aveva confermato di aver parlato con tre di loro in circostanze diverse e di aver raccolto le loro confessioni. È stata ripercorsa anche la testimonianza di uno dei ragazzi che aveva confermato di essere stato toccato da don De Bianchi mentre era sedato nel reparto di psichiatria a Conegliano. L’infermiere, che adesso lavora in Inghilterra, aveva tra l’altro raccontato che aveva avuto due incontri con un responsabile del vicariato di Vittorio Veneto per segnalare quanto stava succedendo. «Mi era stato detto che c’era molto rammarico ma sono stato invitato a riflettere su come un’eventuale denuncia avrebbe esposto i pazienti a un pubblico scandalo e non avrebbe aiutato il recupero di una corretta condotta del parroco».

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/treviso/molestiese_sessuali_pazienti_psichiatrici_condanna_tre_anni_don_federico_de_bianchi-7698478.html

  • Prete nudo in canonica insieme a dei minori per “spirito di cameratismo”: arriva il patteggiamento

    Prete nudo in canonica insieme a dei minori per “spirito di cameratismo”: arriva il patteggiamento

    “E’ stata una goliardata”. Alcune settimane fa, dopo essere stato interrogato come testimone in Tribunale nel processo per i volantini del “Corvo”, il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, aveva definito così il comportamento di un sacerdote che in canonica si era spogliato assieme ad alcuni ragazzini. Era stato il vescovo a raccontare l’episodio che aveva dato avvio a un procedimento canonico nei confronti del parroco, poi sospeso per cinque anni dall’esercizio dell’attività a contatto con i fedeli. Un fatto significativo, che in qualche modo ha dimostrato come – pur nel loro eccesso e nell’infondata generalizzazione – le accuse formulate nel volantino e riguardanti comportamenti non appropriati del clero avessero qualche fondamento.

    Adesso il sacerdote ha affrontato anche la giustizia civile, dopo quella ecclesiastica, e ha patteggiato una pena di un anno e quattro mesi per il reato di adescamento. Il prete gestiva contemporaneamente tre chiese della parrocchia dei Carmini, tra cui la chiesa dei Gesuati alle Zattere. A far arrivare la voce in curia di strani incontri con alcuni ragazzini completamente nudi erano state le catechiste. Il vescovo aveva convocato il sacerdote, il quale aveva confermato tutto, spiegando di non avere avuto nessuna finalità di tipo sessuale. Moraglia aveva informato le famiglie, che si erano raccomandate la massima segretezza. Così la vicenda aveva seguito il corso canonico, fino alla sospensione e al trasferimento del prete in una comunità, con l’impegno a seguire corsi di recupero psicologico per un paio d’anni.

    Contemporaneamente si è aperto il filone penale. In un primo tempo il pubblico ministero aveva contestato la violenza sessuale. Gli interrogatori hanno escluso l’esistenza di gesti o atti che confermassero un’accusa del genere, finita in archivio su richiesta del pubblico ministero Giorgio Gava, senza che nessuna delle parti interessate facesse ricorso. È rimasta quindi l’ipotesi di adescamento di minorenni, per la quale si è avuto ora il patteggiamento. Il sacerdote si sarebbe giustificato dicendo che invitava i ragazzi (tutti diciassettenni) a spogliarsi, facendo lui lo stesso, perché così voleva creare un clima di cameratismo, inducendo i minorenni a frequentare la canonica. Una volta nudi, avrebbero chiacchierato, fumato e bevuto qualche spritz. Nessun toccamento, né discorso a sfondo sessuale.

    I fatti, stando al capo d’imputazione, si sono verificati tra giugno e luglio 2020, in più occasioni, e avrebbero coinvolto tre minorenni. Il sacerdote è stato sottoposto a consulenze psicologiche e avrebbe motivato il proprio comportamento parlando del proprio passato e dei problemi della propria pubertà. Gli stessi psicologi avrebbero escluso una finalità sessuale, ipotizzando una forma di regressione all’epoca dell’adolescenza.

    Il nome del sacerdote era indicato nei volantini che nel 2019 vennero affissi sui muri del centro storico di Venezia e che portavano la firma di “fra.tino”, fustigatore dei costumi asseritamente corrotti della chiesa lagunare. Secondo il patriarca di Venezia la curia aveva effettuato controlli sui preti citati, senza trovare nulla di significativo. Il processo sta però portando alla luce situazioni perlomeno opache, la più clamorosa delle quali è ora arrivata a un epilogo giudiziario. Gli imputati del processo al Corvo sono due, accusati di diffamazione. Si tratta innanzitutto di Enrico Di Giorgi, milanese, un ex dirigente della Montedison, amico di don Massimiliano D’Antiga, amministratore di parrocchia in centro storico che si era opposto al trasferimento deciso nel 2018 dal vescovo Moraglia. L’altro imputato è un tecnico informatico milanese Gianluca Buoninconti, amico di Di Giorgi. Pur non essendo citato nel capo d’imputazione, la pubblica accusa sospetta che la campagna di volantini contro la chiesa veneziana e il Patriarca (accusato di aver insabbiato gli scandali) avrebbe un ispiratore, proprio don D’Antiga, che è stato ridotto allo stato laicale per la sua ribellione contro il vescovo. Alla luce anche del patteggiamento del parroco dei Carmini, il processo per diffamazione rischia di diventare incandescente quando sarà interrogato non solo Di Giorgi, ma anche il professore Alessandro Tamborini, grande fustigatore di D’Antiga, che qualche settimana fa è stato interrogato dal promotore di giustizia della Curia, lanciando nuove accuse di abusi sessuali e frequentazioni gay da parte di sacerdoti.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/12/prete-nudo-in-canonica-insieme-a-dei-minori-per-spirito-di-cameratismo-arriva-il-patteggiamento/7159620/

  • “Corvo di Venezia”, la deposizione del teologo: “Preti con condotte sessuali poco consone, la diocesi non fa nulla”. Il Patriarcato nega

    “Corvo di Venezia”, la deposizione del teologo: “Preti con condotte sessuali poco consone, la diocesi non fa nulla”. Il Patriarcato nega

    Appena sei giorni dopo la deposizione del patriarca Francesco Moraglia in Tribunale, nel caso del “corvo di Venezia” scoppia un inatteso cortocircuito. Il vescovo pensava di aver chiarito tutto in merito alle accuse false e calunniose di abusi sessuali contro sacerdoti della chiesa lagunare, contenute nei volantini che apparvero in città nel 2019 e che hanno fatto finire sotto processo il milanese Enrico Di Giorgi, 77 anni, ex dirigente di Montedison, e Gianluca Buoninconti, 55 anni, tecnico informatico lombardo. Moraglia aveva ricondotto quelle insinuazioni a una ritorsione infondata per il trasferimento di don Massimiliano D’Antiga dalla parrocchia di San Salvador a San Marco. Si era detto addolorato e ferito per essere stato additato come il pastore che aveva chiuso un occhio, evitando di vedere gli scandali nella comunità ecclesiastica veneziana. Alla fine aveva però dovuto ammettere che un caso di abusi nei confronti di minorenni c’era stato, nella parrocchia dei Carmini, dove un sacerdote si spogliava e faceva spogliare alcuni ragazzini. “Una goliardata”, aveva commentato, parlando di una vicenda isolata ma ammettendo che il sacerdote era stato sospeso dal servizio per cinque anni ed era stato sottoposto a un procedimento penale, concluso con un patteggiamento per adescamento di minori.

    In realtà, però, di casi sospetti ce ne potrebbero essere altri: è la clamorosa novità emersa al termine della giornata di venerdì, quando il promotore di giustizia, don Federico Bertotto, ha raccolto per tre ore la deposizione del professor Alessandro Tamborini. Quest’ultimo è stato il principale accusatore di don D’Antiga, al punto da averne chiesto a suo tempo al Vaticano il trasferimento, prima che il sacerdote fosse ridotto dal Papa allo stato laicale a causa della sua insubordinazione verso il Patriarca. Tamborini (che si firma “Plenipotenziario per le politiche di tutela e promozione del patrimonio storico-artistico, Teologo, Cattedratico e studioso di Scienze Religiose”) ha consegnato a don Bertotto un dossier di 33 pagine, con la ricostruzione di una quarantina di fatti e circostanze riguardanti sia “quattro sacerdoti con comportamenti sessuali poco consoni alle regole della Chiesa”, sia “violazioni dei doveri canonici di attendere al governo della Diocesi e un atteggiamento di inerzia sulle molteplici denunce dello scrivente su varie situazioni diocesane e presbiteri sin dal 2014”. Un doppio attacco, alla moralità della Chiesa veneziana e al Patriarca. Paradossalmente sono le stesse accuse contenute nei volantini anonimi del Corvo, la cui paternità diffamatoria è stata attribuita dalla Procura a Di Giorgi e Buoninconti, con un ispiratore rimasto nell’ombra.

    Tamborini, accompagnato dall’avvocato Sara Franchini, ha riferito anche di aver scoperto che un paio di sacerdoti veneziani frequentano l’app Grindr, alla ricerca di incontri occasionali a sfondo sessuale con uomini. Le presunte prove sarebbero contenute nelle pagine del dossier, che darebbero una certa sostanza alle accuse del Corvo, da cui tuttavia Tamborini si è sentito diffamato. Dopo che i giornali locali hanno riferito della deposizione, il Patriarcato ha diffuso un comunicato stampa. Spiega che Tamborini era già stato ascoltato (presente il vicario generale Angelo Pagan) il 14 settembre 2022. A uno scritto successivo di sintesi, “che per la gran parte riprendeva tematiche oggetto del colloquio e che avevano già ricevuto esaustiva spiegazione da parte del Patriarca, è stato dettagliatamente risposto il successivo 4 ottobre“. Il Patriarcato nega di aver trovato in altre mail “segnalazioni di comportamenti sessuali poco consoni alle regole della Chiesa”, ma afferma di aver “ritenuto utile acquisire in modo formale ciò che egli (Tamborini, ndr) diceva di voler riferire circa condotte e comportamenti” attraverso il promotore di giustizia. E nel merito? “Da un primo esame emerge come, in gran parte, si tratta della ripetizione ordinata di questioni già segnalate e debitamente valutate in passato. Riguardo ai sacerdoti, si tratta per lo più di segnalazioni già ricevute e valutate. Due di queste sono relative a presbiteri di altre diocesi, non più presenti nel nostro territorio da diversi anni, e che non hanno avuto l’uno incarichi parrocchiali e l’altro alcun incarico in Diocesi. Le altre segnalazioni appaiono più che altro impressioni e considerazioni generiche (…) prive di rilevanza penale-canonica”, sostiene il Patriarcato.

    La replica di Tamborini è feroce. “Nel comunicato del Patriarcato sono contenute menzognere affermazioni e precipue volontà di discreditare, denigrare e diffamare lo scrivente. Ho già dato incarico ai miei legali di formulare denuncia contro le SS.VV. per diffamazione”, scrive. Inoltre, “in relazione a quanto dichiarato circa le “fantasie” attribuite allo scrivente di aver adito le massime autorità Vaticane intese in S.E. il Nunzio Apostolico (monsignor Emil Paul Tscherrin, ndr), massimo rappresentante della Chiesa e del Vaticano nello Stato Italiano, e S.E. il Segretario di Stato Vaticano (il cardinale Pietro Parolin, ndr)… le citerò con rogatoria internazionale come testimoni nel processo in corso sul “corvo””. Poi polemicamente chiede a don Bertotto: “Quale è la sua funzione di promotore di giustizia se un Patriarca e un vicario generale sovrastano i suoi compiti di indagine, emettendo un comunicato stampa solo 24 ore dopo la consegna di un memoriale di quaranta contestazioni e trenta capi di accusa, nel quale negano ogni addebito, dichiarano false le accuse, indicano fatti e circostanze come non inerenti a procedimenti canonici o penali, affermando dunque di aver svolto le indagini, e denigrando e diffamando lo scrivente?”. Per finire, Tamborini chiede la rimozione del Patriarca, che poi era la stessa minaccia pronunciata da D’Antiga, secondo quanto Moraglia ha riferito in Tribunale. Il 25 aprile si celebra la festa di san Marco: per la Chiesa veneziana non poteva esserci vigilia peggiore.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/04/24/corvo-di-venezia-la-deposizione-del-teologo-preti-con-condotte-sessuali-poco-consone-la-chiesa-non-fa-nulla-il-patriarcato-nega/7140627/

  • Venezia, al processo sul “corvo” la deposizione del patriarca Moraglia. “Molestie a minori? Mi segnalarono un caso di adescamento”

    Venezia, al processo sul “corvo” la deposizione del patriarca Moraglia. “Molestie a minori? Mi segnalarono un caso di adescamento”

    Alla fine di un interrogatorio da testimone durato per quasi tre ore, il patriarca Francesco Moraglia ha dovuto ammettere che qualche episodio scabroso è accaduto nella chiesa veneziana. “Alcune catechiste avevano segnalato dei comportamenti non conformi nei confronti di adolescenti…”. Messo alle strette da uno dei difensori, l’avvocato Giovanni Trombini di Bologna, il vescovo ha spiegato: “Convocai il sacerdote in questione che mi confermò che era vero… i ragazzini si spogliavano. Prima mangiavano, poi si toglievano i vestiti. Ma non c’erano state molestie, mi fu spiegato poi che si poteva trattare solo di un caso di adescamento. Per questo il sacerdote venne allontanato, è ancora prete, ma è stato sospeso per cinque anni, è stato mandato a riflettere e non potrà avere contatti con i minorenni quando riprenderà il proprio servizio”. Conseguenze penali? “Informammo i genitori, ma ci dissero tutti che volevano la segretezza assoluta”.

    L’episodio emerge da una deposizione che ha riguardato presunti episodi di pedofilia e sospetti di abusi sessuali in seminario, veleni e maledizioni, accuse infamanti e vendette curiali, interessi economici e perfino donazioni immobiliari dei fedeli… Francesco Moraglia, nell’inconsueta veste di testimone in un processo penale, ha risposto alle domande del pubblico ministero Daniela Moroni e degli avvocati nel dibattimento che da anni sta sconvolgendo la chiesa veneziana. Tutto è nato dai volantini firmati “fra.tino” affissi per alcuni mesi nel 2019 nell’area centrale del capoluogo lagunare, non lontano da San Marco. Contenevano accuse pesantissime nei confronti del clero, da corruzioni ad abusi sessuali, e puntavano il dito contro il patriarca che avrebbe chiuso un occhio, impedendo che si facesse luce su tali episodi.

    Il processo del “corvo di Venezia” ha due imputati e un convitato di pietra. I primi due, accusati di diffamazione, sono Enrico Di Giorgi, 77 anni, ex manager milanese alla Montedison di Marghera con casa a Venezia, e Gianluca Buoninconti, 56 anni, tecnico informatico di Milano. Secondo la Procura sarebbero loro gli autori degli scritti, con un mandante rimasto però nell’ombra. Il grande assente, che però è già stato sentito come testimone, è don Massimiliano D’Antiga, il sacerdote che aveva rifiutato di essere trasferito dalla parrocchia di San Zulian, contrapponendosi al Patriarca al punto da essere poi ridotto allo stato laicale per decisione del Papa. Il caso D’Antiga, quando esplose nel dicembre 2018, scatenò la ribellione dei parrocchiani fedeli al sacerdote che inscenarono perfino manifestazioni sotto le finestre della Curia, con cartelloni del genere: “Giù le mani da D’Antiga… Don Massimiliano non si tocca”. Il Patriarca ha spiegato perché D’Antiga fu cacciato, ma ha negato che i volantini contenessero la men che minima verità. Salvo l’episodio accaduto nella parrocchia del Carmine, che sarebbe stato scoperto proprio mentre continuava il diluvio di volantini attaccati ai muri di Venezia di notte. Nei volantini era indicato solo il nome del sacerdote.

    “Nel 2018, riordinando le parrocchie del centro storico, ho deciso di trasferire don D’Antiga a San Marco. Quando lo comunicai ai sacerdoti riuniti, don Massimialino davanti a tutti cominciò ad uscire dai toni. Tanto che altri sacerdoti gli chiesero: ‘Ma vuoi disobbedire al Patriarca?’. Gli spiegai che sarebbe stato spostato solo di cento metri da dove esercitava a San Zulian, che avrebbe potuto continuare a dire la messa in quella parrocchia, confessare, seguire un gruppo di soggetti fragili”. Fu l’inizio di una guerra. “Don D’Antiga telefonò al mio segretario e gli disse: ‘Quel bastardo del patriarca lo rovinerò, farò in modo che sia tolto da Patriarca’. In un’occasione, maledicendo, ha benedetto con il segno della croce, compiendo un atto gravissimo che mi confermò quanto seppi da una famiglia che mi disse come in passato la loro figlia era stata maledetta da don D’Antiga durante l’incontro di un gruppo giovanile. Per questo quei genitori mi chiesero di impartire loro la mia benedizione”.

    L’ingegnere De Giorgi è stato inguaiato da riconoscimenti fotografici. Proprio lui aveva accompagnato D’Antiga a un incontro con Moraglia. “Si è presentato come un amico, una persona di fiducia di don Massimiliano. – ha spiegato il prelato – In quell’occasione D’Antiga mi disse personalmente: ‘Ho molte conoscenze a Roma, farò in modo che lei non sia più Patriarca di Venezia’. Per tre volte chiesi all’amico che gli sedeva vicino se avesse niente da dire. E lui mi rispose per tre volte: ‘Sono imbarazzato’. Ma non si dissociò”. A quel punto il Pm ha chiesto al vescovo: “Riconosce quell’uomo?”. Moraglia, indicando l’imputato: “E’ in quest’aula, è quel signore con i capelli grigi vicino agli avvocati”.

    Non ci fu esclusione di colpi nella battaglia che culminò con D’Antiga ridotto allo stato laicale. “Feci due ‘precetti’ nei suoi confronti. – ha continuato il Patriarca – Una prima volta per verificare se fossero vere le voci di utilizzare beni della parrocchia come bed&breakfast. Un’altra per vietargli di ricevere donazioni personali di immobili da parte dei parrocchiani”. Insomma, una sfilza di contestazioni e sospetti. Fu in quel periodo, dal febbraio all’agosto 2019, che comparvero i volantini. Gli avvocati hanno chiesto, punto per punto, spiegazioni a Moraglia. Sapeva di abusi sessuali? “So solo che sono stati infangati, in modo generale, la chiesa di Venezia e un gruppo di persone”. Nessun episodio? “Nel 2016 seppi dal rettore del seminario che egli era venuto a conoscenza da alcuni seminaristi che un altro seminarista sarebbe stato oggetto di attenzioni da parte di un sacerdote. Quei due seminaristi io li avevo incontrati solo perché in Seminario c’era un clima teso, ma per questioni teologico-pastorali legate al confronto tra progressisti e tradizionalisti. Non parlai assolutamente con loro di altri temi. So che quel seminarista fu poi dimesso dal seminario per questioni diverse”.

    Il vescovo ha anche negato di esser stato informato dell’esistenza di un dossier pronto ad essere utilizzato contro la chiesa veneziana. “Un giorno vennero da me due signore, chiedendomi di dare a don D’Antiga un’altra parrocchia analoga a quella di San Zulian. Una di loro mi disse: ‘Sa, monsignore, c’è un faldone alto così sulle nefandezze della Chiesa veneziana. Sa i giornalisti sono degli squali… che non attendono altro’. Io le ho risposto: ‘Se c’è un faldone, signora, con rilevanze penali, vada in Procura a denunciare. Allora cambiò il tono del discorso”.

    Le accuse dei volantini? “Mi hanno provocato un dolore grande. Preti e seminaristi mi chiedevano cosa fosse successo, hanno creato un grande scandalo nel popolo di Dio, anche fuori diocesi”. Inadempienze? “Assolutamente no, io ho sempre fatto sempre del mio meglio a servizio della verità”. Ha taciuti fatti di pedofilia di cui era a conoscenza? “Lo rigetto completamente”. È vero che sacerdoti si confessavano l’un l’altro i peccati? “E’ l’accusa più infamante, chi lo fa viene scomunicato”. È vero che fece pressioni per diventare cardinale? “È falso”. È vero che aveva deciso di querelare chi denunciava episodi di pedofilia? “E’ totalmente falso, la diocesi ha una commissione di laici che si occupa di questi problemi”. Perché ha presentato querela? “Tacere avrebbe significato che abbiamo paura. Quei volantini sono una ferita grande non solo per me, ma anche per i sacerdoti, i seminaristi, i laici”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/04/17/venezia-al-processo-sul-corvo-la-deposizione-del-patriarca-moraglia-molestie-a-minori-mi-segnalarono-un-caso-di-adescamento/7133142/
  • Abusi nella Chiesa, 16 segnalazioni a Bolzano: 11 sacerdoti e 2 religiose sotto accusa. Ugolini: “Serve uno sguardo onesto sulle condizioni che hanno coperto gli abusi”

    Abusi nella Chiesa, 16 segnalazioni a Bolzano: 11 sacerdoti e 2 religiose sotto accusa. Ugolini: “Serve uno sguardo onesto sulle condizioni che hanno coperto gli abusi”

    BOLZANO. Per certi versi la Diocesi di Bolzano rappresenta un unicum in Italia per quanto riguarda la lotta agli abusi. Dopo gli scandali degli anni passati infatti è nato un centro di ascolto che raccoglie le segnalazioni delle vittime di abusi avvenuti in ambito ecclesiastico.

    Il Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili è diretto dal sacerdote e psicologo Gottfried Ugolini, che si avvale della consulenza di un comitato interdisciplinare composto da membri interni ed esterni alla Chiesa, che si riunisce mensilmente. Alla prima riunione di lavoro del nuovo anno, presenti anche il vescovo diocesano Ivo Muser e il vicario generale Eugen Runggaldier, il Comitato di esperti impegnato per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili ha discusso la relazione annuale.

    Ugolini ha fatto sapere anche che l’anno scorso sono state 16 le persone che hanno contattato il Centro di ascolto e la sua responsabile Maria Sparber: sono state fatte 13 segnalazioni di esperienze di violenza all’interno della Chiesa e 3 di forme di violenza fuori dall’ambito ecclesiale.

    Come emerge dalla Relazione 2022, al Centro si sono rivolte 8 persone direttamente colpite, mentre le restanti hanno riferito le esperienze di altri o hanno avanzato sospetti. Un caso sospetto riguarda una situazione attuale, tutti gli altri risalgono a molti anni fa: complessivamente sono stati chiamati in causa 6 sacerdoti diocesani, 5 sacerdoti religiosi e 2 religiose. La diocesi e le congregazioni religiose sono state informate di ogni caso. “Nell’attuale caso sospetto – si legge in una nota – si tratta di un comportamento inappropriato e i superiori responsabili adottato le misure del caso”.

    Sempre per quanto riguarda il Centro di ascolto è in via di definizione un accordo di cooperazione con la Procura della Repubblica. L’intesa definitiva dovrebbe arrivare entro maggio e servirà a fornire una consulenza rapida e non burocratica in caso di segnalazioni poco chiare e incomplete, in modo da poter agire in conformità con le prescrizioni di legge. D’altra parte quello degli abusi nella Chiesa è un tema importante e per troppo tempo insabbiato. Secondo il Report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, presentato dall’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso e dall’associazione internazionale Eca Global (Ending Clergy Abuse), in Italia, solo negli ultimi 13 anni, sarebbero almeno 418 i preti coinvolti in casi di abusi sessuali. 

    Durante la riunione è stato presentato anche il progetto locale “Il coraggio di guardare”, che sarà guidato da Peter Beer dell’Istituto romano e sarà attivato nelle prossime settimane. Il lavoro del Servizio diocesano nell’ultimo anno, ha commentato Ugolini, è stato caratterizzato dal confronto approfondito sulla tematica “elaborare e prevenire”.

    “Rispetto ad altri approcci precedenti, questo progetto mira a un processo di cambiamento che parte da una visione del futuro. Questa visione richiede uno sguardo onesto sul passato della vita ecclesiale e sociale e sulle condizioni che hanno permesso e coperto gli abusi”, ha dichiarato Ugolini. Con il concetto sviluppato dall’Istituto di antropologia la diocesi vuole affrontare l’abuso di potere e la violenza sessualizzata con tre approcci: chiarire, elaborare, prevenire. L’attuazione del progetto richiede da due a tre anni e coinvolge tutti gli ambiti ecclesiali: la pastorale, la formazione, la Caritas e l’amministrazione. Guardando al futuro saranno sviluppate e attuate congiuntamente misure concrete ed efficaci di prevenzione in tutti i settori.

    https://www.ildolomiti.it/cronaca/2023/abusi-nella-chiesa-16-segnalazioni-a-bolzano-11-sacerdoti-e-2-religiose-sotto-accusa-ugolini-serve-uno-sguardo-onesto-sulle-condizioni-che-hanno-coperto-gli-abusi

  • «Molestie in seminario», la testimonianza dell’ex parroco D’Antiga al processo contro il “corvo”

    «Molestie in seminario», la testimonianza dell’ex parroco D’Antiga al processo contro il “corvo”

    VENEZIA – «Due seminaristi, attualmente sacerdoti, mi raccontarono di aver subìto molestie sessuali all’interno del Seminario di Venezia: consigliai loro di parlare della cosa in Patriarcato. Successivamente mi dissero di averlo fatto e di essere stati ascoltati con attenzione: più avanti, però, mi fecero sapere di essere stati estromessi dal Seminario».

    A riferire l’episodio è stato, ieri, l’ex parroco di San Zulian e San Salvador, Massimiliano D’Antiga (ridotto allo stato laicale dal Papa due anni fa) rispondendo alle domande della difesa nel corso della seconda e ultima giornata di testimonianza al processo a carico di Enrico Di Giorgi, 76 anni, ex manager milanese alla Montedison di Marghera, e Gianluca Buoninconti, 55 anni, tecnico informatico di Milano, accusati di essere i “corvi” autori dei numerosi volantini, firmati “Fratino”, affissi tra gennaio e agosto del 2019, che narravano storie di prelati arraffoni e interessati al sesso, con un patriarca se non connivente, quantomeno intenzionato a chiudere un occhio. In uno di qui volantini venivano denunciate proprio le presunte molestie sessuali all’interno del Seminario veneziano.

    D’Antiga ha spiegato che alcuni dei fatti raccontati nei volantini erano a sua conoscenza in quanto gli erano stati confidati da alcuni parrocchiani, di cui però non ha voluto fare i nomi, in ossequio al segreto confessionale. Al Tribunale ha dichiarato di avere sempre consigliato loro, prove alla mano, di rivolgersi al Patriarcato e alla magistratura, ma di non sapere se lo abbiano fatto.

    IL VICARIO GENERALE
    Dopo l’ex parroco, sul banco dei testimoni è salito il vicario della Diocesi di Venezia, don Angelo Pagan (costituto parte civile al processo in quanto vittima di uno dei volantini diffamatori), il quale ha ricostruito i rapporti con D’Antiga, sostenendo che erano sempre stati buoni, nonostante il Patriarcato fosse stato costretto ad intervenire per affrontare alcune questioni, relative alle eredità lasciate al parroco, e all’affitto di alcuni locali.
    Lo spostamento di D’Antiga a San Marco, desiso alla fine del 2018, non fu punitivo, ha assicurato Pagan: rientrava in un progetto di riorganizzazione dell’area di San Marco, di cui si parlava da tempo, con la nomina di un parroco unico.

    Ma D’Antiga reagì in maniera «sgradevole» perché non voleva lasciare San Zulian, dove riteneva di dover stare a vita, in quanto indicato da Padre Pio. Il vicario generale ha raccontato che, inizialmente, si cercò di convincerlo ad accettare; quindi, dopo una sua intervista polemica al Gazzettino e le proteste organizzate dai fedeli che lo sostenevano, il Patriarcato decise di intervenire «per evitare subbugli», consigliandogli il trasferimento per tre mesi in un monastero, per recuperare la serenità. Il parroco si rifiutò e, nel corso di un incontro con il Patriarca, nel mese di dicembre, minacciò rivelazioni su atti immorali di componenti della chiesa veneziana.

    Comportamento a seguito del quale gli fu aperto un procedimento per abuso d’ufficio e disobbedienza, nonché per le maledizioni pronunciate, a seguito del quale è stato poi ridotto allo stato laicale.

    Il processo proseguirà il 14 febbraio. Tra i testimoni è previsto anche il Patriarca Francesco Moraglia, tra le vittime del “corvo”.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/venezia/molestie_seminario_d_antiga_processo_corvo-7194715.html?refresh_ce

  • Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    TRENTO. “Nessuna vera tutela è possibile per la Chiesa, se si sottrae alla collaborazione con le realtà pubbliche e della società civile impegnate su questo terreno”. Ha usato queste parole l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, nel corso del convengo “La Chiesa e gli abusi” promosso dal Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento.

    Ad oggi il Centro di Ascolto attivato il 2 aprile del 2019 ha raccolto in Trentino sette segnalazioni di presunti abusi compiuti da religiosi oppure da diocesani. Nel primo caso i fatti sono stati segnalati all’ordine di appartenenza mentre nel secondo caso le verifiche e gli eventuali provvedimenti sono stati portati avanti dall’Arcidiocesi.

    Secondo i dati forniti nelle scorse ore, da febbraio di quest’anno ad oggi, i casi di abusi verificatisi nell’ambito della Chiesa trentina o all’interno di associazioni e gruppi ecclesiali sono due una arrivata al Centro di Ascolto e l’altra direttamente all’Ordinario diocesano. La prima si riferisce ad un sacerdote di un’altra Diocesi, oggi defunto, per fatti che sarebbero avvenuti in un’altra Diocesi circa 60 anni fa. La seconda riguarda un sacerdote diocesano, per fatti risalenti a più di 60 anni fa; egli, peraltro, lasciò volontariamente il sacerdozio molti anni fa, trasferendosi poi all’estero.

    E bene chiarire prima di tutto che nel momento in cui vengono ricevute le segnalazioni al centro di ascolto viene verificata la competenza territoriale, sia che si tratti di diocesi che di gruppo religioso.

    Delle sette segnalazioni che sono state fatte dal 2019 ad oggi sono tre quelle che effettivamente hanno avuto un proseguo da parte dell’Arcidiocesi di Trento. In un caso la segnalazione riguardava un sacerdote già morto, in un altro caso la segnalazione riguardava, invece, un episodio avvenuto una sessantina di anni fa e il sacerdote da anni aveva già deciso di lasciare la Chiesa trasferendosi, tra l’altro all’estero.

    Diverso è invece il terzo caso. Qui parliamo invece di una segnalazione che coinvolge un prete trentino, tutt’ora in vita. Un sacerdote diocesano anziano che sarebbe stato indicato da una persona per presunti abusi che si sarebbero verificati anni fa. Per capire meglio il caso abbiamo chiesto di spiegarcelo al Cancelliere della Curia di Trento e vicario giudiziale don Alessandro Aste.

    “La segnalazione è arrivata negli ultimi anni – ci spiega don Alessandro Aste – ed è relativa ad un sacerdote diocesano per fatti che sono risalenti a circa 50 anni fa e per i quali sono stati fatti degli accertamenti che hanno poi portato all’avvio di un processo canonico”.

    Un procedimento non semplice che si è svolto in questi ultimi anni nel silenzio della Chiesa e nel rispetto della presunta vittima. “La prima fase – spiega il vicario giudiziale – del processo riguarda la verifica della verosimiglianza della notizia di reato. Una valutazione sommaria nella quale viene verificata la congruenza di alcuni aspetti. Nel caso in questione questa prima valutazione ha avuto esito positivo e la segnalazione non appariva infondata”.

    Successivamente è arrivata poi la parte più difficile e cioè la vera e propria indagine portata avanti dalla Diocesi con i mezzi che dispone. “Occorre tenere conto – spiega sempre don Alessandro Aste – degli strumenti che abbiamo a disposizione, non siamo una polizia giudiziaria. Serve anche tenere conto che nel caso specifico stiamo parlando di eventi risalenti nel tempo essendo i fatti avvenuti circa 50 anni fa e difficilmente ci sono prove come video o registrazioni. Detto questo, però, l’impegno e l’onestà nei confronti della persona che segnala il presunto abuso ci impone la massima serietà nei procedimenti”.

    Il risultato di questo procedimento canonico avviato negli ultimi anni in Trentino per una ipotesi di abuso è stato, purtroppo, negativo. “Purtroppo – ci spiega don Aste – si è arrivati all’impossibilità di appurare i fatti perché avvenuti molto tempo fa. Tuttavia il sacerdote oggi è molto anziano, ha qualche difficoltà cognitiva ed è ritirato dalle sue mansioni”.

    Come già detto le altre segnalazioni arrivate al centro di ascolto della diocesi non hanno avuto seguito dal punto di vista di procedimenti canonici perché hanno riguardato sacerdoti già deceduti oppure che da anni hanno lasciato il sacerdozio ancora sono segnalazioni che per competenza territoriale sono state trasferite ad altre diocesi.

    Il ruolo del Centro di ascolto è fondamentale anche per proseguire nel cammino di sensibilizzazione della comunità ecclesiale e civile su un tema cruciale come quello degli abusi, per promuovere collaborazioni e alleanze educative dentro e fuori la Chiesa e per favorire misure adeguate di prevenzione in relazione ad abusi sessuali e violenze su minori e adulti vulnerabili in contesti ecclesiali.

    Il Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento è tra i primi sorti in ambito diocesano in Italia allo scopo di dare un contributo alla promozione di una cultura e di un’attenzione su questi temi, grazie anche alla consulenza costante di un Tavolo di esperti, composto da tredici membri con professionalità afferenti agli ambiti psico-socio-pedagogico, medico e legale.

    https://www.ildolomiti.it/cronaca/2022/abusi-nella-chiesa-avviato-il-processo-canonico-per-un-prete-trentino-il-cancelliere-della-curia-e-anziano-e-ha-problemi-cognitivi-sette-segnalazioni-dal-2019