Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sacrileghi abusi

    Sacrileghi abusi

    Carmine Gazzanni e Flavia Piccinini – «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi. Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione “Rete L’Abuso”, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo 11 anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo però non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta – accade quando aveva 11 anni. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale». Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (assolto dalla chiesa), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dalle quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato. Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali.

    Non tutti i casi finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli ani Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede di dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    TUTTO TACE

    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato “Agnus Dei” (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità- prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie, e dunque finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi». Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo.

    L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso». La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari». Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spunto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia.

    Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di “Rete l’Abuso” – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato. «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori. Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente gli abusati hanno subito loro stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    CASI IN AUMENTO

    Ad oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio. Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia, e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio ed omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso, e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e dunque i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti. Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara , ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo. Secondo i documenti consultati da Tpi e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito. Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R.L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione del inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    da TPI del 29 ottobre 2020

  • Il fuoco pedofilo sotto la cenere dei focolari di Chiara Lubich

    Il fuoco pedofilo sotto la cenere dei focolari di Chiara Lubich

    Federica Tourn, tratto da Editoriale DOMANI – È il 3 gennaio 2021 e la Rai programma in prima serata la fiction L’amore vince tutto sulla figura di Chiara Lubich, la maestra di Trento che sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale decide di consacrarsi all’amore per Dio fondando una comunità ecclesiale di laici cattolici, il movimento dei Focolari. Nessuna ombra, neanche una nota dissonante. Eppure, negli stessi giorni, la società Gcps Consulting, incaricata dai vertici del movimento, sta cominciando a investigare sulle denunce di abuso sessuale a carico di Jean-Michel Merlin, un membro con ruoli apicali in Francia e che, con 37 vittime accertate, verrà definito un «abusatore seriale di minori» che ha goduto della copertura del movimento.

    Merlin non è l’unico: pur avendo il mandato di occuparsi solo del caso specifico, la Gcps Consulting ha ricevuto in meno di un anno molte segnalazioni, tanto da evidenziare, si legge nel report, «situazioni di abuso sistematiche note ai responsabili fin dai primi tempi del movimento, ma che non sono state affrontate e che è probabile continuino tuttora». Non si tratta quindi di casi eclatanti come quello di Rino Foradori, all’epoca presidente della casa editrice del movimento, arrestato nel 2000 per pedopornografia online – scambiava foto di bambini dai 7 agli 11 anni – ma di altre figure simili a quella di Merlin, «carismatiche, idolatrate, considerate intoccabili», che si muovono indisturbate in un regno costruito sull’obbedienza cieca, apparentemente aperto al mondo ma in realtà autoreferenziale e impermeabile allo sguardo esterno.

    Immaginate di vivere in piccole comuni in cui non ci sono giornali e tv, dove la visione dei film viene censurata da ogni riferimento al sesso, dove ogni azione quotidiana viene monitorata ed è vietato leggere libri che non riguardino espressamente la fondatrice, che si fa chiamare “mamma” dai suoi “popi”, i seguaci-bambini che hanno annullato la propria personalità per riconoscersi totalmente in lei. Sembra un romanzo distopico ma è la descrizione fatta da chi ne è uscito, molto lontana dall’agiografia della fiction Rai. Secondo i dati ufficiali, i Focolari contano 140mila membri interni e due milioni di aderenti in 182 Paesi; e se il loro cuore appartiene a “Gesù abbandonato”, le opere sono tutte rivolte alla gloria molto terrena del movimento, che in quasi 80 anni è cresciuto smisuratamente in cittadelle, ville, terreni, imprese che ne fanno una vera e propria multinazionale della fede. Fondato nel 1943 e approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari è incentrato sugli insegnamenti che Chiara dice di aver ricevuto da Dio tramite visioni in cui si identifica con Cristo: «ogni anima dei Focolari ha da essere una mia espressione e null’altro», scrive in una lettera del 1950. La volontà di Chiara è la volontà di Dio, che va eseguita senza esitazioni: le critiche non sono previste, l’adesione deve essere totale. Quello che Lubich chiede ai suoi popi è un’idolatria, ben dettagliata nel suo Paradiso ’49 (testo per soli iniziati, poi opportunamente fatto sparire dalla circolazione) ma la Chiesa, dopo un’iniziale diffidenza, con Paolo VI e Wojtyła abbraccia il movimento, ormai forte di appoggi politici importanti e utile leva in funzione anticomunista.

    «Chiara diceva che dovevi “tagliarti la testa” per seguirla – spiega Renata Patti – ti plagiava, non avevi più un pensiero tuo». Renata ha passato 40 anni nei Focolari, «adescata quando ero ancora una bambina», racconta oggi. «Noi ragazze avremmo fatto qualsiasi cosa per lei: quando veniva a trovarci correvamo dietro la macchina perché volevamo toccare la sua mano, ci pettinavamo come lei, parlavamo come lei», ricorda. A Loppiano (Firenze), frequenta la scuola di formazione per focolarine, poi viene trasferita in Belgio, dove fa voto di castità, povertà e obbedienza. «Lavoravo in un’importante istituzione europea, guadagnavo all’epoca il corrispettivo di 2500 euro e li versavo tutti sul conto del focolare; in tasca avevo appena gli spiccioli per il caffè e dovevo rendere conto anche di quelli», testimonia.

    In un sistema teocratico piramidale basato sull’autorità “divina” dei capizona, cloni della fondatrice venerata come santa in vita, non stupisce che il movimento sia stato terreno fertile per ogni genere di violenza e, anche, di impunità. Un ex focolarino che preferisce restare anonimo ha denunciato nel 2020 al cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (responsabile per le comunità ecclesiali), la presenza di un «predatore» pedofilo in un centro del movimento, che però non è stato rimosso o denunciato ma soltanto spostato in un altro focolare, sempre a contatto con i minori. Lo stesso Foradori, come testimonia Ferruccio Pinotti nel suo libro La setta divina, dopo il processo e tre mesi di carcere, vive da vent’anni in Argentina come responsabile editoriale di Ciudad Nueva, il ramo locale della casa editrice focolarina. Altre violenze, dettagliate con nomi e cognomi, sono state segnalate da Renata Patti direttamente al Dicastero senza alcun risultato concreto.

    Per la Co.Be.Tu, la Commissione interna per il Benessere e la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, i numeri degli abusi rimangono esigui. «Dal 2014 abbiamo ricevuto circa 40 segnalazioni in tutto il mondo, di cui 12 in Italia – dichiara il coordinatore della Commissione, Oreste Moscatello –  Di queste ultime, alla data dell’ultima relazione del 2 settembre 2021, la Commissione ha accertato la verosimiglianza dei fatti segnalati in 6 casi, di cui 4 sono stati gestiti nell’anno in corso». È la stessa Co.Be.Tu a svolgere le indagini e, precisa Moscatello, «sarà poi l’organo disciplinare interno ad assumere i provvedimenti sanzionatori nei confronti del responsabile». Quanto alla commissione disciplinare per individuare le responsabilità dei dirigenti del movimento, annunciata a maggio dalla presidente Margaret Karram, si stanno ancora valutando i nomi dei membri che ne faranno parte. Tutto interno all’Ordine, insomma, senza la possibilità di una supervisione indipendente.

    Non si tratta – sia chiaro – soltanto di violenze fisiche: nell’Opera l’abuso di coscienza è strutturale. «Su ogni membro veniva stilata una scheda e frequentare le tante riunioni in agenda era un obbligo, pena la riprovazione collettiva – racconta Martina Castagna, che ha fatto parte del movimento per più di vent’anni insieme al marito Guido Licastro – Tutti erano invitati a giudicare se ti eri comportato bene e la sentenza finale era solo del capofocolare: la chiamano l’ora della verità ed è una vera e propria gogna ». Se non ti adegui, vieni estromesso dal gruppo: «eravamo vittime e carnefici», sintetizza Castagna. Fino a due anni fa, la giornata dei focolarini era scandita dal sistema degli “schemetti”: ogni sera tutte le “pope” e i “popi” dovevano riempire un foglio dove segnalavano chi avevano incontrato, se avevano ricevuto posta e quale era il contenuto della lettera, oltre a eventuali disturbi fisici, farmaci assunti, e così via. Arrivati a conoscenza del Dicastero, gli schemetti sono stati vietati perché «strumento di controllo della vita delle persone».

    «Io esigo dai miei che siano perfetti come il Padre. Se sono diversi li abbandono togliendo loro anche ciò che credono di avere. Come Gesù», scrive ancora Chiara Lubich nel ’50. Depressioni e psicosi sono all’ordine del giorno, e anche i suicidi non mancano. Nel 2011 Marisa Baù a Montet, in Svizzera, ma anche Elvio Pisano, che nel 1993 si butta da un terrazzo sotto gli occhi di Guido Licastro. «Ero sconvolto – ricorda Licastro – mi fu ordinato di raccontare che era scivolato. Non si doveva sapere che era stato un suicidio, anche se i responsabili sapevano che Elvio stava male e aveva veri e propri deliri». Da quel momento Guido entra in depressione. «Mi mandavano da uno psichiatra interno all’Opera, ovviamente a spese mie», racconta. Le crisi psichiche sono la norma, assicura, e dietro l’apparenza del sorriso perenne riguardano ben più della metà dei focolarini.

    Da poco più di un anno alcuni fuoriusciti hanno fondato Oref (Organizzazione ex focolari), un’associazione nata come spazio di ascolto per chi ha subito abusi nel movimento. Anna (nome di fantasia), che da ex focolarina e giurista ha comparato le condotte agli illeciti civili dell’ordinamento italiano, ha riscontrato la presenza di diversi tipi di abuso sanzionabili dalla legge. «C’è l’abuso delle forme di correzione, il mobbing, la mancanza di trasparenza nella gestione patrimoniale, la manipolazione mentale e la violenza privata tipiche delle psicosette», elenca. «Senza parlare dello sfruttamento del lavoro e l’obbligo a versare ogni guadagno all’Opera, perché se manca l’animus donandi, cioè la libera decisione, la donazione è nulla». L’Oref chiede che venga regolamentata la vita delle comunità religiose, in modo che si possa uscirne con la garanzia di una tutela economica: «secondo lo Statuto dei Focolari, sono i responsabili a stabilire il diritto dei membri alla pensione, secondo decisioni totalmente arbitrarie», conclude la giurista.

    Anche la richiesta dell’Oref di incontrare la Co.Be.Tu si è risolta in un nulla di fatto. L’ammonimento del papa, durante l’assemblea generale del movimento dell’anno scorso, di guardarsi dal difendere le istituzioni a scapito delle persone perché può portare a coprire forme di abuso, sembra rimasto per ora lettera morta.

     

  • Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

    Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

    Tratto da korazym.org di Vik van Brantegem

    Nuova proteste a Salta in Argentina per lo “strano caso Zanchetta”. Il 4 marzo 2022 si era capito che il Vescovo emerito di Orán, Mons. Gustavo Zanchetta, amico di Papa Francesco, fu condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione effettiva per essere stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali semplici continuati e aggravati in quanto ministro di culto religioso riconosciuto a danno di due ex seminaristi [QUI]. Era la seconda condanna di un sacerdote per abusi sessuali nella provincia di Salta. Zanchetta doveva scontare la pena in un carcere comune, non nell’ambito di un monastero frequentato anche da possibili future vittime.

    La Sezione II del Tribunale di Orán, composta dal Presidente María Laura Toledo Zamora e dai giudici Raúl Fernando López e Héctor Fabián Fayos, gli stessi che lo hanno condannato, ha concesso gli arresti domiciliari a Zanchetta. Attualmente è ospitato nella casa di riposo per sacerdoti anziani del Monastero di Nuestra Señora del Valle delle Monache Concezioniste a La Nueva Orán, frequentato da bambini per il catechismo e la Santa Messa. Ovviamente, la notizia ha scosso i sopravvissuti degli abusi sessuali e provocato concerto nella provincia più cattolica dell’Argentina.

    Il difensore di Zanchetta, l’Avv. Darío Palmier ha confermato al quotidiano locale Salta|12, che al suo assistito “sono stati concessi gli arresti domiciliari” e ha assicurato che ciò era “a causa del suo delicato stato di salute”. Come abbiamo riferito [QUI e QUI], dopo la condanna Zanchetta è stato ospitato in una stazione di polizia per un po’ di tempo prima di essere condotto in carcere, poi ricoverato per più di un mese in una clinica privata per un picco di ipertensione. “Da un momento all’altro lo trasferiscono al monastero. La sentenza è conforme alla legge, nel rispetto dei diritti umani. Zanchetta potrà essere curato secondo il suo disturbo e speriamo che risponda favorevolmente al trattamento”, ha detto Palmier, precisando che la diagnosi sarebbe “grave ipertensione aggravata da aneurisma delle arterie renali”.

    Si era sparsa la voce che Andrés Buttu, uno dei 5 sacerdoti che lo hanno denunciato, sarebbe ospite nella stessa casa di riposo per sacerdoti anziani, in cui Zanchetta è stato mandato agli arresti domiciliari. Cioè, denunciante e accusato sotto lo stesso tetto? Poi, è stato confermato che Buttu aveva già lasciato la casa, ma sia lui che Diego Calvisi, che anche lui ha denunciato Zanchetta, hanno vissuto lì. Secondo la giornalista Silvia Noviaski, diversi benefattori del Monastero avrebbero espresso il loro disaccordo sul fatto che Zanchetta si trovi lì a scontare la sua pena. Avrebbero deciso di ritirare le loro “collaborazioni”, che di solito destinano alle monache ospitanti.

    Salta|12 ha contattato la Procura della Repubblica e il Tribunale, ma non è riuscito ottenere informazioni, perché il Pubblico ministero Soledad Filtrín Cuezzo e il Presidente della Corte María Laura Toledo Zamora sono in ferie. Inoltre, il beneficio degli arresti domiciliari è stato concesso poco prima dell’inizio della vacanza giudiziaria.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina e la Commissione Investigativa Indipendente sugli Abusi Ecclesiastici di Argentina con un comunicato hanno respinto fermamente la decisione del Tribunale, prendendo di mira i giudici che hanno concesso il beneficio degli arresti domiciliari e le monache che hanno ospitato volontariamente Zanchetta.

    L’ex seminarista M.C., uno dei due denuncianti vittime degli abusi sessuali nel procedimento penale in cui Zanchetta è stato condannato, ha assicurato che esiste una rete di potere che include medici, avvocati, sacerdoti, un legislatore, contadini, funzionari giudiziari e lo stesso Papa Francesco per favorire l’abusatore condannato e che dopo aver tentato di non farlo entrare in un carcero comune, l’hanno fatto uscire dall’Unità Carceraria N. 3 di Orán. “La giustizia mi sembra così ingiusta, [Zanchetta] non ha passato nemmeno un anno in prigione e con tante bugie gli hanno dato gli arresti domiciliari, sapendo che sta andando in un posto frequentato da bambini. La giustizia non veglia sulla società come dovrebbe. Mi sembra anche che l’attuale Vescovo di Orán, Mons. Luis Scozzina [pure lui amico stretto di Papa Francesco] e molti sacerdoti, abbiano scelto di tacere su tale ingiustizia di fronte a un atto che tanto ha danneggiato la Chiesa diocesana”, ha detto M.C. a Salta|12.

    “La casa di riposo dove andrebbe [Zanchetta] è collegata al monastero, che è un luogo pubblico. Un sacerdote ci va a celebrare la Santa Messa. Ci vanno i bambini che frequentano il catechismo e ci vanno i chierichetti”, ha detto M.C. Inoltre, ha specificato che c’è una segreteria e una libreria, dove le suore servono il pubblico e le famiglie ci vanno perché lì vendono oggetti religiosi o prendono le intenzioni della Messa. “Una persona denunciato per un abuso sessuale non può stare vicino ai bambini”, ha detto l’ex seminarista M.C. “Quella casa in cui Zanchetta vuole andare è stata costruita di Padre Diego Calvisi, che l’ha pensato per i preti anziani”, ha detto. Il paradosso è che Calvisi, scomparso, sia stato uno dei 5 sacerdoti che hanno depositato le prime denunce contro Zanchetta.

    M.C. ha dichiarato a Salta|12, che la superiora che ha autorizzato Zanchetta a scontare gli arresti domiciliari nel monastero è la badessa Margarita Pérez Argo, che l’avrebbe acconsentito su richiesta di Mons. Scozzina.

    Secondo M.C. la malattia di Zachetta “non è vera”. “Prima aveva presumibilmente preso un picco di pressione sanguigna in prigione. Hanno chiamato un medico del tribunale, che ha detto che non aveva nulla, che soltanto la sua pressione era aumentata e che avrebbe dovuto prendere medicine. Successivamente lo portarono in ospedale; qui dissero la stessa cosa e che non aveva bisogno di ricovero. Quando era in carcere hanno chiamato un altro medico [della magistratura] e lo hanno corrotto”, ha detto MC a Salta|12.

    “Ci ferisce l’ingiustizia mostrata dalla Chiesa, con tutto ciò che viene rivelato e reso noto. Ma purtroppo dobbiamo continuare e portare con noi tutto ciò che abbiamo dovuto vivere”, ha detto M.C. D’altra parte, ha sottolineato, nel processo canonico “il ministero non è stato tolto” a Zanchetta. “Oltre al fatto che è rimasto vescovo, se è provato che ha commesso abusi, la Chiesa non dovrebbe essere più giusta o più retta con ciò che predica?”, ha chiesto.

    Contemporaneamente alla concessione del beneficio degli arresti domiciliari in un monastero per scontare la pena, la Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina osserva che cercano di favorire Zanchetta in una nuova indagine canonica a suo carico [Da difensore canonico e portavoce di Zanchetta a “investigatore previo” per “notitia criminis ricevuta”, sempre ad Orán “per altra causa”… Come (non) si risolve un problema come Zanchetta – 28 giugno 2022], al momento che si apre un nuovo processo canonico interno alla Chiesa. La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina è contraria a qualsiasi approccio “investigativo” canonico, perché non ci sono garanzie per i sopravvissuti, per mancanza di trasparenza e per essere altamente vittimizzanti, per gli accusatori di Zanchetta.

    Parlando con Salta|12, M.C. ha denunciato che nella nuova indagine previa condotta dall’Avvocato canonista José Belda Iniesta – che è il difensore di Zanchetto nel processo ecclesiastico a Roma e che fu mandato da Papa Francesco per assisterlo ad Orán – “cercano di accusare i sacerdoti che hanno testimoniato contro Zanchetta”. M.C. ha detto di averlo appreso da persone che erano già state ascoltate da Belda Iniesta e che gli hanno detto di cosa trattavano le domande. “Chiedono questioni economiche, chiedono conti e cercano di accusare un prete di avere un figlio di 7 o 8 anni la cui madre è una donna devota alla Chiesa”, ha detto M.C. “Cercano di accusarlo in qualche modo e con questo vogliono ripulire l’immagine di Zanchetta”, ha insistito, sottolineando che la nomina di Belda Iniesta per svolgere un’indagine previa su queste questioni è “rara”, perché è un avvocato di Zanchetta e sta sviluppando un’indagine sui preti che hanno testimoniato contro il suo assistito. E ha evidenziato il fatto che non è intervenuto il giudice unico del Tribunale ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta, Mons, Loyola Pinto e San Cristoval. Ha sottolineato che, nonostante il Vescovo Scozzina abbia assicurato in una dichiarazione che stavano accompagnando le vittime, c’è un “doppio standard” perché “come vescovo predispone e organizza il monastero dove Zanchetta dovrebbe scontare gli arresti domiciliari, dove vivrà come un re, cibo, elettricità, internet, tutto ciò che vorrà avere, lo avrà”, ha detto. Ha anche ricordato: “La Chiesa non mi ha accompagnato”, né prima né dopo la denuncia.

    “La Chiesa dovrebbe cominciare a chiedere scusa alla gente, la gente ha diritto ad avere buoni sacerdoti, vescovi, e un buon Papa, che sia coerente con quello che dice e con quello che è in fondo. La Chiesa ha bisogno di un grande cambiamento. un’istituzione che parla del bene, della verità, in teoria sono esperti di cosa sia la morale ma non la praticano”, ha detto M.C. Terribile è una Chiesa e le sue autorità che continuano a proteggere i sacerdoti abusatori, a trasferirli o a fare pressione a farli scontare la pena comodamente agli arresti domiciliari, quando sono stati condannati dalla giustizia civile. E purtroppo lo consente a delle persone che, protetti dalla loro autorità, hanno abusato sessualmente di altre persone, generalmente giovani, traumatizzate a vita.

    Il problema più eclatante è che Papa Francesco stringe la mano a chi commette reati contro l’integrità sessuale delle persone vulnerabili e gli manda in aiuto consiglieri dal Vaticano.

    Di fronte alla notizia degli arresti domiciliari in un monastero concessi a Zanchetta, Valeria Zarsa, leader della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina a Salta, parlando con il giornalista Daniel Luchelli per Radio Nacional Santa Rosa – La Pampa, ha evidenziato le somiglianze dello “strano caso Zanchetta” con il “caso Rosa Torino” [Agustín Rosa Torino era il primo sacerdote condannato per abusi sessuali dal Tribunale di Salta, a 12 anni di reclusione, per tre denunce] e le azioni corporative della Chiesa Cattolica Romana: “Il messaggio del Vaticano era molto chiaro: questo è mio amico, non toccarlo”.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina ha rilasciato una dichiarazione questo fine settimana, per repudiare il beneficio degli arresti domiciliari “per un molestatore e manipolatore che, dal suo ruolo di gerarca, si è approfittato delle persone vulnerabili”, si legge nella nota. “Ripudiamo le azioni del tribunale a favore della Chiesa cattolica. Ripudiamo le monache Concezioniste del Monastero di Nostra Signora della Valle di La Nueva Orán, che ospiteranno il violentatore Zanchetta”, continua il comunicato diffuso sui social network. “Siamo profondamente solidali con i sopravvissuti e con tutte le persone colpite da questa decisione di una giustizia senza una prospettiva dei diritti umani e che non inquadra affatto il problema degli abusi ecclesiastici in Argentina e America Latina”, conclude il testo.

    La Rete dei Sopravvissuti agli Abusi Ecclesiastici di Argentina ha anche aderito alla manifestazione davanti alla Cattedrale di Salta, che si è svolta dalle ore 10.00 di ieri, 12 luglio 2022. I manifestanti hanno chiesto: “Giustizia per le vittime di questi malvagi e l’adempimento effettivo delle pene imposte dalla giustizia degli uomini”. Hanno chiesto alle autorità ecclesiastiche di smettere a proteggerli e a coprirli: “Altrimenti saranno come i politici che dicono una cosa e poi fanno il contrario. Smettila di diventare complici”.

    Zanchetta, l’amico di Francesco condannato in Argentina per abusi sessuali, ottiene il beneficio degli arresti domiciliari. Le proteste non si sono fatte attendere

  • Denunciano che un prete li ha abusati quando erano in prima media e ora chiedono un risarcimento alla scuola

    Denunciano che un prete li ha abusati quando erano in prima media e ora chiedono un risarcimento alla scuola

    Mariana Iglesias – Era il 2002, avevano 10, 11 anni e un prete della scuola iniziò a maltrattarli . Per paura, vergogna, shock, tacquero. Già cresciuti, e chiacchierando con altri studenti,  si sono resi conto che c’erano stati molti – più di dieci – maltrattamenti . Sono andati a scuola per parlare con le autorità. Hanno ricevuto delle scuse molto tiepide, e non molto altro. Due di loro hanno presentato questa settimana una richiesta amministrativa alla scuola e alla congregazione. Cercano giustizia anche se il  sacerdote è già morto e il delitto prescritto.  

    I loro nomi sono Pablo Vio e Gonzalo Elizondo. Hanno 31 anni e sono ex studenti del Colegio Del Salvador , l’istituzione storica e tradizionale in Callao 542 che appartiene alla comunità dei Gesuiti . È una delle poche scuole del paese ad essere riservata ai maschi. La retta, pur essendo una scuola religiosa, è alla pari con la più cara del settore privato: 65.100 pesos al mese.

    Pablo è un comunicatore e pubblicista, Gonzalo un sociologo.

    Il sacerdote era César Fretes, persona di fiducia degli studenti, che fungeva da tutore, consulente, consigliere. Quello che hanno fatto le autorità quando hanno saputo degli abusi – tre famiglie lo hanno denunciato nel 2003 – è stato di trasferirlo in un altro istituto della congregazione a Mendoza . Nel 2015 Fretes è morto di cancro.

    Paolo in prima persona

    “Sono andato al Colegio del Salvador dall’età di quattro anni. Sia la mia infanzia che l’adolescenza sono state lì , dal lunedì al venerdì dalle 7:00 alle 16:00 e molte volte il sabato per alcune attività che si svolgevano nella scuola. Sono cresciuto e ho vissuto gran parte della mia vita in quel luogo.

    “Quel primo tutore, quella prima figura che abbiamo avuto come compagno, è stato padre César Fretes. Era uno di quei sacerdoti che si è avvicinato a te e ha conosciuto il tuo nome, ti ha abbracciato e ti ha fatto domande personali che non molti altri sacerdoti nel la scuola l’ha fatto. Ha generato una maggiore sicurezza”.

    “Nel 2002 ho iniziato la prima media… Cominciavo anche a conoscermi, il mio corpo e le domande cominciavano a sorgere… César ci chiamava nel suo studio individualmente… Quello che mi confonde è come questo ha portato all’argomento della sessualità, chiedendomi se mi masturbavo e se ho capito cosa si generava quando mi masturbavo, mi ha spiegato perché e come il pene si è fermato ed è diventato duro, mi ha parlato del liquido pre-seminale e dell’eiaculazione. ha lasciato la scuola improvvisamente nel 2003″.

    “Nel 2019 ho passato il Natale con un altro studente della scuola, che mi ha detto che la sua famiglia aveva denunciato il sacerdote per l’abuso di un altro compagno di classe. Il rettore era Rafael Velazco, che decise di trasferire Fretes a Mendoza. Quello stesso anno finì uno dei i miei migliori amici sono venuti a parlarmi di un evento accaduto a scuola in quel periodo con César Fretes. Mi ha riportato alla mente ricordi e gli ho raccontato cosa mi era successo. Quel discorso ovviamente ha sbloccato qualcosa in me che avevo avuto nel mio testa da molto tempo e non sapevo come incanalare . ”

    “Il 9 settembre 2020, la mattina, in un ufficio al secondo piano del Collegio, c’è stato un incontro con Rafael Velasco, Provinciale dei Gesuiti, e Andrés Aguerre, rettore quando sono stati denunciati gli abusi. Siamo andati con Gonzalo e hanno fatto un incontro in cui ci hanno ascoltato e ci hanno spiegato perché avevano deciso di non fare niente e  il protocollo che hanno ora, ci hanno chiesto di cercare di non fare molto fuori perché c’erano molti genitori che portavano i figli a scuola e che genererebbe solo un problema a terzi.

    Gonzalo, in prima persona

    “Tutta la mia istruzione primaria e secondaria l’ho spesa al Colegio Del Salvador. Nel 2002, quando avevo 11 o 12 anni, non ricordo la data esatta, durante un “Incontro con Cristo” (come si chiamavano i ritiri spirituali), Sono stato abusato sessualmente dal fratello gesuita César Fretes , che era il nostro tutore in prima media”.

    “Mentre dormivo nella mia stanza, mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato Fretes nel mio letto, con una delle sue mani dentro i miei pantaloni, che mi toccava i genitali . Quando mi sono svegliato, ha iniziato a togliere la mano dai miei pantaloni e mi ha detto ‘stavi sonnambulo, ti ho trovato nel corridoio e ti ho portato in camera’. Mai, prima o dopo, sono stato sonnambulo…”.

    “ Frestes era responsabile dell’accompagnamento degli alunni di prima media, quindi in più di un’occasione ho avuto colloqui privati ​​nel suo ufficio, dove ha diretto intenzionalmente i dialoghi su temi sessuali …  Quei dialoghi erano estremamente scomodi e invasivi per me”.

    “Per anni non ho capito cosa fosse successo, e l’ho considerato un errore o un semplice incidente. Partenza a sorpresa di Fretes alla fine del 2003, trasferito a Mendoza e poi espulso quattro anni dopo dalla Compagnia di Gesù, e le voci tra i miei colleghi che avevo abusato degli altri, mi hanno fatto risignificare quella situazione che avevo subito”.

    “Prima della trasferta di Fretes c’era solo silenzio inondato di voci. Con quell’atto, di evidente insabbiamento , non era possibile che nessuno parlasse e così  rimasi in silenzio…  Per lunghi anni ho dimenticato, insieme a un grande difficoltà a parlare dei miei sentimenti e delle mie emozioni… Tuttavia, mi sono tornate in mente, e sempre più frequentemente negli ultimi anni. Il contesto sociale, con le numerose segnalazioni di abusi, le campagne che mettono in evidenza l’importanza della denuncia… Il mio dolore e l’indignazione Di fronte a un simile insabbiamento, si sono svegliati per fare qualcosa al riguardo… Ho chiesto spiegazioni”.

    “A febbraio 2020 ho ricevuto una lettera…  ho provato un grande dolore, delusione e indignazione. Dolore, perché anche oggi ho grande difficoltà a parlare di quello che è successo con i miei cari. Delusione, per come l’ente ha agito in passato, per averci lasciato vittime in silenzio, per sentire che a nessuno importava di noi. Indignazione, per la negazione di quanto accaduto, perché la giustizia non è andata alla giustizia, per sentire che anche oggi c’è resistenza a farlo conoscere”. 

    “Il 21 giugno 2020 ho inviato una lettera a papa Francesco, che apparteneva anche alla Compagnia di Gesù , chiedendogli di intercedere per ottenere risposte concrete dall’istituzione. Non ho ricevuto risposta”.

    “È triste che coloro che erano rettori del Colegio del Salvador e ricevettero le prime denunce di abusi da parte di Fretes, siano oggi le massime autorità della Compagnia di Gesù in Argentina ”.

    pretesa amministrativa

    Questa settimana è stato presentato un ricorso amministrativo alle autorità dell’istituto. Il documento parla di danni morali, psicologici e patrimoniali e  della riparazione integrale proposta dal Diritto internazionale dei diritti umani:  “Entrambe le vittime sono lontane dall’avere una riparazione che si possa definire integrale” .

    Cita la Convenzione americana sui diritti umani per definire la riparazione globale: “Include l’accreditamento dei danni nella sfera materiale e immateriale , contestualmente alla concessione di misure quali: a) l’indagine sui fatti; b) il restituzione di diritti, beni e libertà; c) riabilitazione fisica, psichica o sociale; d) soddisfazione mediante atti a beneficio delle vittime; e) garanzie di non reiterazione delle violazioni, e f) risarcimento del danno patrimoniale e non “.

    “Non è una denuncia, né una causa. Non stanno reclamando la magistratura, ma l’autorità che era a conoscenza degli abusi. L’obiettivo è ottenere un risarcimento completo, come avviene in Europa. Se la domanda fallisce, lo farà andare in tribunale, alla giustizia, per l’eventuale denuncia penale contro le autorità per insabbiamento”  , spiega a Clarin l’ avvocato Carlos Lombardi, specialista in diritto canonico .

    Il ricorso amministrativo depositato cita papa Francesco: “I reati di abusi sessuali offendono Nostro Signore, provocano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e danneggiano la comunità dei fedeli. Perché questi casi, in tutte le loro forme, non si ripetano, è necessaria una continua e profonda conversione dei cuori, accompagnata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa…”.

    La risposta della Congregazione

    “Sono fatti che risalgono all’inizio degli anni 2000, contro un gesuita, fratel César Fretes, che ora è deceduto. Con questi ex studenti e altre vittime siamo in contatto, accompagniamo come possiamo. Adesso chiedono un risarcimento nel foro canonico, studieremo la questione”, spiega Clarín  Alvaro Pacheco, responsabile della Compagnia di Gesù (in Argentina e Uruguay) per aver accolto le denunce di abusi contro membri della congregazione religiosa.

    “Nel 2003 c’erano tre famiglie che hanno sollevato la questione, ma non hanno voluto sporgere denuncia penale. Qualche anno fa si sono fatti avanti questi due ex studenti, Pablo e Gonzalo. Difficile quantificare il numero e la tipologia degli abusi Non essendoci stata denuncia penale nei confronti delle famiglie, la Società ha svolto l’indagine canonica, lui è stato trasferito per facilitare l’indagine e perché non potesse fare più danni, infatti l’indagine si è conclusa con le dimissioni ”, afferma Pacheco.

    Riguardo alla denuncia di Pablo e Gonzalo, sostiene che “la loro testimonianza è stata accolta, è stato chiesto loro perdono”.

    “Perché c’erano e ci sono ancora abusi nella Chiesa cattolica?” chiede Clarin  .

    Pacheco dice: «Alcuni dicono che è per il celibato, altri piuttosto per il rapporto di fiducia asimmetrico che esiste nei luoghi della Chiesa, siano essi scuole o parrocchie, in ambienti che in un’altra epoca erano anche molto chiusi. ecco la risposta”.

    In Argentina, 63 sacerdoti sono stati denunciati per abusi sessuali, ma si stima che le denunce rappresentino solo il 10% degli abusi effettivi. La Campagna contro la prescrizione dei crimini di violenza sessuale in Argentina cerca di equiparare questo crimine alla tortura.

    Dopo la pubblicazione della nota a Clarín , la scuola ha inviato una dichiarazione alla comunità educativa: “Siamo profondamente dispiaciuti per quanto accaduto. In questi anni abbiamo accolto vittime di César Fretes, comprese quelle che oggi offrono la loro testimonianza. Le abbiamo ascoltate e abbiamo offerto e offerto accompagnamento. Il dolore è grande ed è per questo che ci scusiamo con le vittime. Non avrebbero dovuto soffrire così nel nostro istituto”.

    “Se qualche altro ex studente è stato colpito e non si è ancora avvicinato per parlare, può farlo attraverso il canale indicato su https: //jesuitasaru.org/prevencion o con qualsiasi altro mezzo”, continua.

    E si conclude: «A nome del Collegio e della Compagnia di Gesù ci scusiamo con le vittime per i danni causati, consapevoli del dolore che ancora oggi si manifesta, e ci impegniamo a fare tutto il possibile per accompagnare tutte le persone colpite, così come continuare il massimo sforzo di prevenzione per evitare il ripetersi di questo tipo di abusi”.

    https://www.clarin.com/sociedad/denuncian-cura-abuso-sexto-grado-ahora-piden-reparacion-colegio_0_g2g3L8E2Q9.html
  • La menzogna di Francesco.  Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    La menzogna di Francesco. Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    Questo sabato, nella sezione Società del quotidiano Clarín , la giornalista Mariana Iglesias ha pubblicato una grave denuncia che coinvolge papa Francesco e la sua congregazione cattolica per aver coperto gli abusi sessuali commessi dal sacerdote César Fretes contro minori. Gli eventi, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, sono avvenuti due decenni fa in una delle scuole più “prestigiose” della Compagnia di Gesù , la congregazione dei Gesuiti che Jorge Bergoglio ha guidato per anni fino a quando si è trasferito a Roma per ricoprire il ruolo di “supremo pontefice”. “.”.

    Pablo Vio e Gonzalo Elizondo compiono oggi 31 anni. Nel 2002 avevano undici anni ed erano studenti di prima media al Colegio Del Salvador , che occupa gran parte dell’isolato che comprende Callao Avenue e le strade Lavalle, Tucumán e Riobamba nella città di Buenos Aires. La scuola (le cui rette mensili sono di circa $ 65.000) è una delle istituzioni educative più riconosciute dei Gesuiti in Argentina e lì Bergoglio era professore di Lettere e Psicologia, nonché “direttore spirituale” e “confessore”. Quando si verificarono i fatti, inoltre, l’attuale papa era già cardinale e arcivescovo di Buenos Aires .

    Da “tutor” a molestatore

    Vio ed Elizondo hanno raccontato cosa è successo loro in vent’anni. Il primo ricorda che in quella scuola frequentava la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, «dal lunedì al venerdì dalle 7.00 alle 16.00 e molte volte il sabato per qualche attività che si svolgeva a scuola». Padre Fretes è stato il suo primo “tutore”, una sorta di compagno pedagogico e spirituale. “Era uno di quei sacerdoti che si avvicinava a te e conosceva il tuo nome, ti abbracciava e ti chiedeva cose personali (…) Ha generato una fiducia in più”, dice. Anche il suo ex compagno di classe ha frequentato le scuole primarie e secondarie, con Fretes come tutor.

    Riguardo ai fatti del 2002, Vio (allora undicenne) racconta che il sacerdote portava alcuni dei ragazzi nel suo ufficio , “individualmente”. Lì ha chiesto loro delle loro conoscenze sulla sessualità. “Mi chiedevo se mi fossi masturbato e se avessi capito cosa si generava masturbandomi. Mi ha spiegato perché e come il pene si è alzato ed è diventato duro, mi ha parlato del liquido pre-seminale e dell’eiaculazione”.

    Nel caso di Elizondo, oltre a portarlo nel suo ufficio e parlargli di questioni sessuali, padre Fretes lo ha abusato fisicamente durante un ritiro spirituale chiamato “Incontro con Cristo ” . L’uomo spiega che, mentre dormiva in una delle stanze durante quel ritiro, si è svegliato “nel mezzo della notte” e ha trovato Fretes nel suo letto. “Avevo una delle sue mani dentro i pantaloni, a toccarmi i genitali. Quando mi sono svegliato, ha cominciato a togliere la mano dai miei pantaloni e mi ha detto ‘stavi sonnambulo, ti ho trovato nel corridoio e ti ho portato nella stanza’. Mai, né prima né dopo, sono stato sonnambulo”, chiarisce.

    Per entrambi i bambini (e secondo loro anche per altri dieci studenti) queste situazioni li riempivano di confusione , incertezza e paura . “Per anni non ho capito cosa fosse successo e l’ho considerato un errore o un semplice incidente”, dice Elizondo. Da parte sua, Vio fa notare che appena 17 anni dopo ebbe un paio di colloqui che gli fecero “sbloccare” qualcosa in lui “che aveva in testa da tempo e non sapeva come canalizzare”.

    “Nel 2019 ho passato il Natale con un altro studente della scuola, che mi ha detto che la sua famiglia aveva denunciato il prete per l’abuso di un altro compagno di classe. Il rettore era Rafael Velazco , che decise di trasferire Fretes a Mendoza. Quello stesso fine anno uno dei miei migliori amici venne a raccontarmi un evento accaduto a scuola in quel periodo con César Fretes. Ha riportato alla mente ricordi e gli ho raccontato cosa mi era successo”, racconta Vio a Clarín .

    In effetti, Fretes è stato “improvvisamente” trasferito da Buenos Aires a Mendoza nel 2003 , a seguito di denunce contro di lui presentate da tre famiglie davanti alle autorità scolastiche. Così, probabilmente, è diventato un “tutore, consulente e consigliere” per gli studenti della scuola San Luis Gonzaga, situata nel centro della capitale Cuyo. Secondo la versione della Compagnia di Gesù, nel 2007 il sacerdote è stato “espulso” dalla congregazione dopo una “indagine” interna . Nel 2015 è morto di cancro, impunito dall’opera e dalla grazia dello spirito di corpo della Chiesa.

    bergoglio sapeva

    Sebbene la nota di Clarín e le sue ripercussioni su altre grandi società giornalistiche minimizzino le colpe di papa Francesco, sia la verticalità che la gelosa segretezza che caratterizzano la Chiesa cattolica evitano dubbi sulla conoscenza (e probabile responsabilità) di ciascuno di questi movimenti. cardinale Bergoglio. Ancor meno quando i protagonisti appartenevano alla propria congregazione.

    Elizondo afferma che “prima del trasferimento di Fretes c’era solo silenzio intriso di voci”, che per lui significa un “chiaro insabbiamento” che “è riuscito a non far parlare nessuno” . Così, ha finito per rimanere in silenzio. “Per molti anni mi sono dimenticato, insieme a una grande difficoltà di parlare dei miei sentimenti e delle mie emozioni… Però mi è tornato in mente, e sempre più spesso negli ultimi anni. Il contesto sociale, con le numerose denunce di abusi, le campagne che sottolineano l’importanza della denuncia… Il dolore e l’indignazione per un simile insabbiamento mi hanno fatto fare qualcosa… Ho chiesto spiegazioni”, precisa.

    Il sociologo oggi aggiunge che nel febbraio 2020 ha ricevuto “una lettera”. Sebbene non fornisca dettagli sul mittente, si trattava di una lettera dei gesuiti. “Ho provato un grande dolore , delusione e rabbia . Dolore, perché anche oggi ho grande difficoltà a parlare di quello che è successo con i miei cari. Delusione, per come l’istituzione ha agito in passato, per averci lasciato vittime in silenzio, per la sensazione che a nessuno importasse di noi. Indignazione, per la smentita dell’accaduto, perché non è andato davanti alla giustizia, per aver sentito che anche oggi c’è resistenza a farlo conoscere».

    Mesi dopo decise di inviare un messaggio in Vaticano. “Il 21 giugno 2020 ho inviato una lettera a papa Francesco, anch’egli appartenente alla Compagnia di Gesù, chiedendogli di intercedere per ottenere risposte concrete dall’istituzione. Non ho ricevuto risposta . È triste che coloro che furono rettori del Colegio del Salvador e ricevettero le prime denunce di abusi da Fretes, siano oggi le massime autorità della Compagnia di Gesù in Argentina”, aggiunge Elizondo.

    Il suo ex compagno di scuola aggiunge che la mattina del 9 settembre 2020 si sono incontrati entrambi “in un ufficio al secondo piano della Scuola” con chiunque fosse rettore all’epoca delle denunce di abusi e 18 anni dopo lui era nientemeno che il capo dei Gesuiti in Argentina , Rafael Velasco . “Ci hanno ascoltato e ci hanno spiegato perché avevano deciso di non fare nulla e il protocollo che hanno ora. Ci hanno chiesto di cercare di non fare molto all’esterno , dato che c’erano molti genitori che portavano i figli a scuola e questo avrebbe solo creato un problema per i terzi ”, ”Vio dettagli.

    Con tutto questo al seguito, Vio ed Elizondo hanno presentato qualche giorno fa una “ricorso amministrativo” alle autorità della Compagnia di Gesù , ritenendosi vittime di “danni morali, psicologici e patrimoniali ” . Allo stesso tempo, chiedono “risarcimento” (nonostante vi sia un danno irreparabile) per quanto subito, come previsto dal Diritto Internazionale dei Diritti Umani . Nel testo presentato, i due uomini citano lo stesso Francesco quando afferma (cinicamente) che «perché questi casi, in tutte le loro forme, non si ripetano, è necessaria una continua e profonda conversione dei cuori, accompagnata da concrete e che coinvolgano tutti nella Chiesa”.

    Che Dio ti aiuti

    Poche ore dopo la pubblicazione a Clarín della nota di Mariana Iglesias , la Compagnia di Gesù ha pubblicato sul proprio sito una breve dichiarazione che, curiosamente, non è stata rilasciata attraverso gli account ufficiali che l’ente ha su Facebook , Twitter e Instagram . Il testo è interessante per diversi aspetti.

    Da un lato, le autorità gesuitiche non negano una sola parola di Vio ed Elizondo . Già questo la dice lunga, vista la consueta reazione della Curia a casi simili o peggiori. Il “manuale” non scritto del Vaticano ordina, innanzitutto, di accusare le denunce di “calunnia” e di cercare di comprare (ad ogni costo) il silenzio dei sopravvissuti.

    D’altra parte, non fanno altro che giustificare le loro azioni di insabbiamento nei confronti di Fretes . Al limite della provocazione, affermano che poiché nel 2003 le famiglie “non ritenevano opportuno sporgere denuncia in ambito civile”, non potevano far nulla a causa “della legislazione dell’epoca”. Vale a dire, riconoscono la loro inerzia in termini giudiziali di fronte ai reati commessi da Fretes nei confronti di vari bambini, dando di fatto la copertura penale totale e, quindi, permettendogli di continuare ad abusare se ne avesse l’opportunità .

    Allo stesso tempo, dicono di “rimpiangere profondamente l’accaduto”, che “il dolore è grande” ed è per questo che chiedono “perdono alle vittime” che “non avrebbero dovuto soffrire così”. Oltre ad esprimere un impegno molto poco credibile per “l’accompagnamento di tutte le persone colpite, oltre a continuare il massimo sforzo di prevenzione per evitare il ripetersi di questo tipo di abusi”.

    Cosa diranno ora gli apologeti di Francisco, che negano la loro responsabilità di insabbiamento in casi che si ripetono in tutto il mondo e si uniscono anche alla campagna vaticana di stigmatizzazione e rivittimizzazione di chi riesce a denunciare dopo anni di silenzio tortuoso?

    Come sarebbero diverse le cose se la Chiesa fosse davvero del tutto separata dallo Stato e cessasse di godere di tutti i benefici e privilegi che le sono stati conferiti attraverso leggi, decreti ( molti della dittatura ) e il disastroso “Concordat” firmato nel 1966 da Paolo VI e Juan Carlos Onganía, ancora in forza.

    https://www.laizquierdadiario.com/Denuncian-abusos-y-encubrimiento-en-un-importante-colegio-jesuita-en-tiempos-de-Bergoglio

  • In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    CARACAS, Venezuela — Il bambino di sei anni si è recato in chiesa con notizie entusiasmanti da condividere.

    Aveva riflettuto sulla questione, ha detto al sacerdote Luis Alberto Mosquera, e aveva deciso di voler essere un cattolico praticante.

    Secondo il ragazzo, il sacerdote ha risposto: “Se vuoi fare il chierichetto, devi superare una prova”. Anni dopo, la testimonianza del ragazzo su quel pomeriggio nella casa parrocchiale si sarebbe rivelata cruciale: un tribunale concluse che Mosquera lo aveva abusato sessualmente.

    Mosquera è stato condannato nel 2006 a più di sette anni di carcere per abusi sessuali su un bambino, ma non ha terminato la sua pena. I suoi avvocati temevano per la sua sicurezza in prigione e hanno chiesto la libertà vigilata. Un giudice ha acconsentito; Mosquera è stato rilasciato dopo due anni ed è tornato nella chiesa nello stato di Lara, dove è ancora sacerdote. Una foto pubblicata sulla sua pagina Facebook nel 2016 e ripostata nel 2017, lo mostra circondato da bambini.

    Il caso del religioso 63enne è tra i 10 che coinvolgono accuse di abusi sessuali su minori esaminati dal Washington Post negli ultimi due anni. Questo giornale ha intervistato leader cattolici, agenti di polizia, funzionari giudiziari e vittime e ha esaminato documenti giudiziari e di polizia. Nella metà dei casi, dal 2001 al 2022, sono stati trovati sacerdoti condannati per abusi che sono stati rilasciati anticipatamente o non hanno scontato la pena detentiva. In almeno tre casi, i sacerdoti sono stati autorizzati a tornare al ministero.

    Gli intervistati notano che esiste un modello che suggerisce una collusione tra un sistema giudiziario corrotto e la Chiesa per proteggere i colpevoli piuttosto che le vittime. L’elemento comune a tutti i 10 casi: i bambini coinvolti provenivano da ambienti poveri e vulnerabili.

    Le accuse di abusi da parte dei sacerdoti hanno scosso negli ultimi anni la Chiesa in America Latina. Gli attentati denunciati in Messico, Argentina, Cile, Colombia e Perù hanno portato a condanne e dimissioni ai massimi livelli dell’istituto.

    Ma il Venezuela è riuscito a sfuggire all’onda. Gli analisti affermano che uno dei motivi è che l’attenzione si è concentrata solo sulle turbolenze politiche nel paese socialista in bancarotta. Un sistema giudiziario rotto è un altro. L’influenza della Chiesa e la sua relativa stabilità è una terza.

    “Tanto è stato rimandato a causa di sconvolgimenti sociali e politici”, ha detto in un’intervista David Smilde, un sociologo dell’Università di Tulane la cui vasta ricerca sul paese si è concentrata in parte sulla religione. “Una delle istituzioni che i venezuelani rispettano di più è la Chiesa cattolica. Questo limita quanto puoi agire.

    Hugo Chávez, fondatore dell’attuale Stato socialista in Venezuela, ha pubblicamente criticato la Chiesa. Ma il suo successore, il presidente Nicolás Maduro, è stato molto meno esplicito sulle trasgressioni dei sacerdoti e la Chiesa è diventata un intermediario tra il governo e l’opposizione.

    “Il nostro rapporto con la Chiesa è stato di mediazione e sostegno politico”, ha affermato Julio Borges, un politico dell’opposizione.

    Per i membri del clero che hanno abusato di minori, lo status della Chiesa sembra aver fornito protezione. Un sacerdote di Zulia, ad esempio, non ha trascorso del tempo in carcere nonostante fosse stato condannato per abusi sessuali aggravati su una ragazza di 12 anni. Un sacerdote nello stato di Falcón si è dichiarato colpevole di aver commesso un atto carnale nei confronti di una ragazza di 14 anni, ma gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a condizione che stesse lontano dalla vittima. È tornato alla Chiesa, dove continua il suo ministero oggi.

    Per le vittime di questi casi, la vita è ancora una lotta. Di solito hanno poco supporto quando cercano di andare avanti.

    Sfidare il silenzio e l’impunità della Chiesa

    Mosquera lavora nella cittadina di Humocaro Alto, a circa 300 miglia a ovest di Caracas. È stato assegnato ad almeno due diverse parrocchie dal 1996, quando un ragazzo di 12 anni lo ha accusato di aver tentato di violentarlo sotto la minaccia delle armi, secondo i registri della polizia. Mosquera è stato infine assolto dall’accusa di tentato stupro.

    A gennaio, Mosquera ha confermato al Washington Post di rimanere un sacerdote lavoratore, ma ha rifiutato di rispondere a qualsiasi ulteriore domanda.

    Il suo ruolo attuale non sorprende l’avvocato che ha rappresentato il bambino di sei anni e ha contribuito a far condannare Mosquera. “La Chiesa ha davvero protetto il sacerdote. Gli hanno dato tutto il supporto”, ha detto l’avvocato Jorge Mendoza. Ha aggiunto che gli hanno fatto pressioni affinché si tirasse indietro: “L’arcivescovo di Barquisimeto mi ha detto che mi avrebbero scomunicato se avessi continuato a difendere il bambino”.

    L’arcivescovo è morto l’anno scorso. Il Rev. Oswaldo Araque, vicario generale di Barquisimeto, ha detto al Post che l’arcidiocesi è “attenta” nel recepire e agire sulle accuse contro i sacerdoti. Alla domanda sulla colpevolezza della Chiesa nel riportare al ministero un pedofilo condannato, ha detto che avrebbe indagato se fossero stati forniti dettagli. “Anche lo Stato è responsabile!”, ha detto. “Lo hanno lasciato andare”.

    Anche altri casi esaminati dal Washington Post si sono conclusi con, se non altro, un tempo minimo dietro le sbarre. In uno, un sacerdote nello stato di Mérida ha scambiato messaggi di testo con una ragazza di 13 anni, l’ha portata in una stanza d’albergo e l’ha baciata, secondo un tribunale. La ragazza ha testimoniato che ha cercato di sollevare la sua maglietta. I suoi avvocati hanno sostenuto che voleva partire con lui e che nessun atto sessuale è stato consumato. Nel 2006 è stato dichiarato non colpevole di atti osceni aggravati.

    Data la poca fiducia che hanno nelle forze di sicurezza o nei tribunali venezuelani che rispondono in modo rapido ed efficace alle denunce di abusi, alcune vittime hanno attirato l’attenzione sulla questione trasmettendo le denunce sui social network.

    Nel 2018, una richiesta di aiuto su Twitter ha contribuito a esporre un caso nello stato di Anzoátegui. “Prete pedofilo”, diceva il tweet, che poi ha nominato la parrocchia e ha implorato: “Aiutaci, Santità”. Il sacerdote Enrique Castro Azócar è stato arrestato l’anno successivo e accusato di abusi sessuali su due minori.

    La ricerca di giustizia è stata estenuante per il padre delle vittime. “Le nostre vite sono cambiate per sempre a causa di questo” , ha detto al Post Robing Damián Salazar, un falegname . “Sono stato molestato e minacciato, ho combattuto per i miei figli”.

    Castro si è dichiarato colpevole di due capi di imputazione per abusi sessuali su un bambino ed è stato condannato a cinque anni. Ma invece di andare in prigione, gli è stato concesso un tipo di libertà condizionale noto in Venezuela come misura sostitutiva della libertà. È stato rilasciato a condizione che stesse lontano dalle vittime, fosse curato da uno psicologo e si presentasse in tribunale ogni 30 giorni.

    I sostenitori delle vittime sostengono che la sentenza ha violato una sentenza del 2017 della Corte Suprema di Giustizia, la più alta corte del Venezuela, secondo cui le persone condannate per tali crimini non possono beneficiare di alternative all’incarcerazione. “Cose come queste riflettono lo stato di indifesa e impunità che prevale nel Paese”, ha affermato l’avvocato Carlos Trapani, capo dell’organizzazione per i diritti dei bambini Cecodap.

  • Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    ROMA – Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta , che sta scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di due seminaristi, è uscito dal carcere per essere ricoverato in una clinica privata, a causa della pressione alta.

    A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.

    Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.

    Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.

    “La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .

    L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.

    Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.

    Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.

    Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.

    Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.

    Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.

    Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.

    Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.

    Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.

    Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.

  • L’elefante nella stanza

    L’elefante nella stanza

    Federica Tourn – La questione degli abusi nella Chiesa è l’elefante nella stanza che da tempo interminabile le autorità ecclesiastiche hanno continuato a evitare, abbassando gli occhi per non vederlo e scartando di lato per non sfiorarlo. Oggi questo elefante si è fatto sempre più grande e la stanza sempre più piccola, tanto che la Chiesa non può più evitare di prenderlo in considerazione ma, quando lo fa, in genere è per ridimensionarne le proporzioni, incapace di confessare che ormai ostruisce ogni possibilità di vedere con chiarezza l’orizzonte.

    Se usiamo questa metafora per molti versi logora, è per indicare la gravità e la pesantezza delle violenze spirituali, psicologiche, sessuali, di potere che pervadono la Chiesa e che hanno reso asfittica e irrespirabile l’aria per i credenti che chiedono un rinnovamento; violenze che ledono i diritti umani e che per questo hanno visto anche molti cittadini chiedere trasparenza e giustizia per le vittime.

    Proprio da queste due anime è nato il coordinamento ItalyChurchToo: dal desiderio di denunciare una realtà ingombrante e sotto gli occhi di tutti, quella degli abusi nelle parrocchie, nei conventi e nei monasteri, nei grest estivi e negli oratori, nelle comunità ecclesiali e nei seminari, in Vaticano e nelle missioni – insomma in ogni più recondito recesso del mondo cattolico. In modo non molto diverso da quel che è successo nel 2019 in Germania con il movimento Maria 2.0, che ha visto donne credenti ribellarsi in seguito allo scandalo degli abusi nel paese, lo scorso febbraio alcune associazioni femminili (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of Faith) si sono rivolte ai pochissimi organi di stampa sensibili (fra cui la stessa Adista) e, soprattutto, alle associazioni delle vittime per rompere l’assordante silenzio sul tema in Italia.

    Come spesso è accaduto negli ultimi anni, dal Tribunale delle donne di Sarajevo alle tante manifestazioni in difesa della democrazia in Bielorussia, Polonia, Argentina e Stati Uniti (soltanto per fare alcuni esempi), è ancora una volta dai movimenti delle donne che viene la denuncia delle discriminazioni e la spinta alla giustizia sociale. Così come è dei femminismi il richiamo a mettere al centro gli esclusi, che siano donne, persone lgbtq o razzializzate, vittime di guerra o di violenza. La sfida di questa rete nata dal basso si è subito concretizzata in un lavoro capillare di studio e monitoraggio delle possibilità di intervento, nel solco di chi altrove – per esempio in Francia con la Commissione Ciase – sta già affrontando il problema.

    Così in poco tempo il coordinamento è diventato un cane da guardia della Chiesa in Italia, piccolo ma determinato a non mollare la presa. Alla vigilia della 76esima assemblea generale della Cei, ItalyChurchToo ha inviato ai vescovi una lettera con una serie di richieste ben precise: prima fra tutte, l’istituzione di un’inchiesta indipendente sui casi di violenza su minori e adulti nella Chiesa, l’apertura di tutti gli archivi, l’applicazione del certificato antipedofilia anche per il clero e il volontariato cattolico e il risarcimento per le vittime.

    Sì, perché anche in questo caso, al centro di questo enorme rimosso ci sono loro, le vittime di abusi. O meglio, i sopravvissuti e le sopravvissute, parola che rende meglio lo sforzo enorme che impiegano ogni giorno per non rimanere schiacciati da questo elefante, sopraffatti dalla sofferenza per essere stati manipolati, plagiati, toccati, stuprati quando erano piccoli, indifesi, o in una condizione di dipendenza. Sono religiose costrette al silenzio, ex bambini abusati, non di rado provenienti da situazioni di vulnerabilità fisica o sociale, alcuni persino disabili (ricordate il caso dell’Istituto Provolo? E non è certo l’unico).

    Persone la cui vita è marchiata dalla violenza subìta, che lascia segni permanenti, come ha ricordato Francesco Zanardi al neo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante la conferenza stampa finale dell’sasemblea dei vescovi. Zanardi ha detto una cosa semplice e terribile: le vittime stanno male. Sviluppano malattie psicosomatiche, prendono psicofarmaci per tirare avanti, alcune non riescono a uscire di casa e instaurare relazioni sane o fanno uso di sostanze stupefacenti, a volte – anche giovanissime, come nel caso di Eva Sacconago – si suicidano.

    Perché è importante entrare nel dettaglio del dolore? Perché, per esempio, esporre dei manifesti di figure umane con la biancheria macchiata di sangue, come Zanardi e ItalyChurchToo hanno fatto durante il flash mob davanti alla Nunziatura a Roma, il 27 maggio scorso? Perché lo stupro è questo: dolore, vergogna, spavento, mani e gambe che tremano, disgusto, sangue. Non c’è niente di pulito nello stupro, così come le vittime – i sopravvissuti – non sono una categoria astratta di cui «occuparsi», come ha detto lo stesso cardinale Zuppi mentre illustrava la “via italiana” alla lotta contro gli abusi sui minori e le persone vulnerabili. Non sono una categoria senza nome, sono persone con una vita e un vissuto personale che dà loro il diritto di essere interpellati per primi. La Chiesa però se ne guarda bene, anche quando dice che il suo primo pensiero va alle vittime.

    L’atteggiamento “caritatevole” delle gerarchie nei confronti dei sopravvissuti alla violenza clericale mi ricorda quello dello Stato nei confronti dei migranti: dispone delle loro vite, spesso per anni, senza coinvolgerli in alcun modo nel processo di accoglienza (quando esiste). Lo stesso fa la Chiesa, con un paternalismo disarmante, che unisce parole vuote di comprensione alla gestione “in proprio” di questioni che riguardano innanzitutto la vita e il dolore altrui.

    La premurosa attenzione della Chiesa in Italia, infatti, è finora andata innanzitutto ai responsabili degli abusi; a questi preti che, come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «restano comunque figli nostri, che madre Chiesa non può abbandonare». Quale madre, però, per amore del figlio che sbaglia, invece di metterlo di fronte alle sue responsabilità, mente per lui? Una madre corregge il figlio proprio perché lo ama, perché il suo compito non è certo quello di occultarne le colpe a detrimento di persone innocenti.

    Proprio perché si definisce madre, come ha potuto la Chiesa, davanti alle denunce di pedofilia, spostare semplicemente il sacerdote in un’altra diocesi ed esporre altri bambini a una possibile reiterazione del delitto? Cosa che, inutile dirlo, si è troppo spesso puntualmente verificata, come testimoniano gli atti dei processi. Reagirà ora la Chiesa alle tantissime domande di giustizia che arrivano dal basso? La casella di posta elettronica di ItalyChurchToo continua a riceverne ogni giorno, con messaggi spesso strazianti di credenti che si uniscono all’appello perché sia fatta finalmente chiarezza. «Dobbiamo farci ferire dall’ascolto», ha ripetuto giustamente monsignor Zuppi in chiusura dell’assemblea della Cei.

    La Chiesa deve appunto fare questo: coinvolgere chi è stato ferito nel piano per contrastrare la violenza clericale e denunciare i responsabili, tutti, non soltanto quelli degli ultimi vent’anni. Se non farà questo, se non avrà il coraggio di mettersi a nudo e consegnare senza ulteriori indugi ogni archivio e ogni prova nelle mani di una commissione realmente indipendente, se non avrà la chiarezza evangelica di cedere il passo e la parola alle vittime di tanto dolore e ingiustizia, l’elefante che fino ad oggi ha cercato di addomesticare stavolta la travolgerà.

    https://www.adista.it/articolo/68167

  • “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    A tre anni dalla sua promulgazione ad experimentum, è ormai chiaro che il motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi sulla gestione degli abusi nella Chiesa, in paricolare da parte dei vescovi, è inefficace ed è stata ampiamente disattesa. Ma potrebbe funzionare, se si apportassero delle correzioni di rotta. Le propone Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org – archivio online dei casi di abusi nmegli Stati Uniti, fondato nel 2003 –  in un articolo pubblicato sul settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter (25/5) col titolo “Francis’ clergy abuse law, ‘Vos Estis,’ isn’t working. Here’s how to fix it”. Lo proponiamo in traduzione italiana.

    Tre anni fa, mentre la Chiesa cattolica affrontava una resa dei conti senza precedenti nel campo degli abusi sessuali da parte del clero, papa Francesco ha introdotto una legge ecclesiastica che prometteva di ritenere i vescovi e i superiori religiosi responsabili degli abusi che commettono o insabbiano.

    Intitolata Vos Estis Lux Mundi, la normativa è stata propagandata dai portavoce papali come un punto di svolta nella lotta agli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. È “rivoluzionario”, ha affermato il cardinale Blase Cupich di Chicago. “Il silenzio, l’omertà e gli insabbiamenti possono ora diventare un ricordo del passato”, ha dichiarato l’arcivescovo maltese Charles Scicluna, fidato investigatore degli abusi del papa.

    Vos Estis, motu proprio firmato il 9 maggio 2019, è stato originariamente promulgato per un periodo di prova di tre anni che termina questo 1 giugno. Nell’attesa di vedere se Francesco ora renderà la legge permanente, è un buon momento per valutare quale sarà probabilmente la risposta più significativa di questo papa alla crisi degli abusi cattolici.

    Finora, il Vaticano non ha rilasciato informazioni sul numero o sui nomi dei vescovi indagati in base a Vos Estis. BishopAccountability.org è stato in grado di identificare 28 casi in cui è stato utilizzato per procedere con accuse di insabbiamento o abuso da parte dei vescovi. Ci auguriamo che venga utilizzato più ampiamente di così: i vescovi cattolici sono 5.600! Ma non possiamo esserne sicuri.

    Almeno 11 dei casi ricaduti sotto Vos Estis o simili a questi si sono verificati negli Stati Uniti. Due di questi vescovi sono stati sanzionati, tre sono stati “tolti di mezzo” e sei devono affrontare indagini in corso.

    Ma la più grande concentrazione di casi, curiosamente, è stata in Polonia, dove le procedure di Vos Estis sono state applicate contro 16 dei 209 vescovi attivi o in pensione del Paese. Undici sembrano essere stati giudicati colpevoli dal Vaticano di negligenza, con sanzioni annunciate in otto di questi casi; un arcivescovo si è “autopunito”; altri due sono stati allontanati; e altri due casi sono in corso.

    Perché concentrarsi sulla Polonia? È probabile che i funzionari vaticani abbiano visto un’opportunità per limitare i danni in questo Paese cattolicissimo, che è diventato un punto critico nella crisi globale della chiesa. Dal 2019, in conseguenza di inchieste mediatiche e di due roventi documentari, la Polonia è scossa da rivelazioni di diffusa complicità da parte dei suoi vescovi. La metà di tutti i polacchi intervistati lo scorso autunno ha affermato che l’intero episcopato dovrebbe dimettersi.

    E nonostante l’ondata di sanzioni, un gruppo di presunti favoreggiatori rimane al potere nella Chiesa polacca.

    Il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, è accusato di aver concesso di esercitare il ministero a due diversi sacerdoti dopo che erano stati condannati per reati sessuali su minori. Il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, è stato recentemente assolto dall’accusa di negligenza in un caso di abuso clericale, nonostante un sacerdote che aveva denunciato insistesse di aver informato Dziwisz di persona dell’abuso. Il verdetto del Vaticano riguardava solo un caso polacco; non ha preso in considerazione le accuse secondo cui Dziwisz, in qualità di segretario di Papa Giovanni Paolo II, avrebbe respinto le segnalazioni di abusi sia contro p. Marcial Maciel Degollado, il fondatore disonorato dei Legionari di Cristo, sia contro l’ex cardinale Theodore McCarrick.

    La nostra valutazione, fino a questo momento, di Vos Estis, basata sui casi che abbiamo monitorato in Polonia, negli Stati Uniti e altrove è che troppo pochi vescovi sono stati giudicati colpevoli, sono stati puniti con troppa leggerezza e quasi nessuna informazione sui loro misfatti è stata divulgata.

    Certo, con Vos Estis una dozzina o più di vescovi complici o abusivi sono stati rimossi dall’incarico, ed è già qualcosa.

    Ma è una goccia nel mare.

    La complicità collettiva della gerarchia cattolica, che va dalla negligenza all’ignoranza volontaria fino all’inganno scaltro, ha facilitato gli stupri e le aggressioni sessuali di centinaia di migliaia, se non milioni, di bambini. Una Chiesa pentita, impegnata a porre fine alla sua cultura e al suo sistema di insabbiamento, avrebbe allontanato e dimesso dallo stato clericale centinaia di vescovi complici, non una o due dozzine.

    Inoltre, la maggior parte dei casi sanzionati da Vos Estis era un atto dovuto per motivi di pubbliche relazioni. In tutti i casi statunitensi tranne due, ad esempio, la capacità del vescovo di guidare era già compromessa da accuse pubbliche. Allo stesso modo, quasi tutti i vescovi polacchi penalizzati da Vos Estis erano già stati colpiti da uno scandalo pubblico.

    La debolezza di Vos Estis risiede principalmente nella sua concezione: è una autoregolamentazione travestita da trasparenza.

    In Vos Estis, il papa ha dato priorità all’isolamento e al contenimento, mantenendo la gerarchia nel controllo totale del processo di segnalazione e investigazione. Ha scelto di non richiedere la denuncia alle autorità civili. Ha scelto di omettere qualsiasi obbligo di informare il pubblico. Ha limitato il coinvolgimento dei laici a ruoli frammentati, senza alcun potere e (quasi certamente) vincolati alla riservatezza.

    Per essere lo strumento di trasformazione necessario, Vos Estis deve essere rinnovato. Ecco cinque (importanti) modifiche che potrebbero renderlo efficace.

    Obbligo alla denuncia alle autorità civili

    Con Vos Estis, la maggior parte dei vescovi del mondo è autorizzata a non dire alle autorità civili che un prete sta violentando un bambino. Questo perché nella maggior parte delle giurisdizioni civili, il clero non sono obbligati a denunciare e Vos Estis al massimo richiede la segnalazione solo quando lo richiede il diritto civile.

    Bisogna cancellare l’ articolo 19, cenno minimo di Vos Estis alla cooperazione con il diritto civile, e sostituirlo con una segnalazione obbligatoria alle autorità civili indipendentemente dal fatto che la legge locale lo richieda o meno. Cioè, istruire ogni sacerdote e religioso a notificare alle autorità civili reati sessuali sospetti o noti, così come sospetti insabbiamenti da parte di funzionari della Chiesa.

    Bisogna esentare il clero da questo requisito in quelle poche giurisdizioni del mondo in cui vi sono buone ragioni per temere che tale segnalazione possa mettere in pericolo la sicurezza degli accusatori e/o sospetti delinquenti. Rinomate organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International potrebbero essere chiamate a redigere l’elenco dei Paesi esentati.

    Allentare la presa del Vaticano

    Vos Estis ha comportato un raddoppio del controllo del papa e del Vaticano su questioni di disciplina episcopale: una mossa ironica, da parte di un papa che denuncia il clericalismo.

    Con Vos Estis, il Vaticano controlla ogni decisione chiave. Solo il Vaticano ha il potere di autorizzare un’indagine, di emettere un verdetto e di determinare sanzioni.

    Il problema? Quasi invariabilmente, il papa e i funzionari vaticani sono indulgenti nei confronti dei vescovi accusati.

    Si consideri la decisione di Francesco del 2020 di reintegrare il vescovo argentino Gustavo Zanchetta in un incarico vaticano, anche se il vescovo era ancora sotto inchiesta nel suo Paese natale per presunti abusi sessuali (Zanchetta alla fine ha dovuto tornare in Argentina per il processo ed è stato recentemente condannato a quattro anni di carcere.)

    Oppure si consideri lo scioccante verdetto del Vaticano, lo scorso anno, nel caso canonico del vescovo Joseph Hart, che ha guidato la diocesi di Cheyenne, nel Wyoming, dal 1978 al 2001. Nonostante le accuse secondo cui Hart avrebbe aggredito sessualmente più di 15 bambini e nonostante l’incrollabile insistenza dell’attuale vescovo di Cheyenne nel ribadire che le vittime sono credibili, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha scagionato Hart su ogni punto. (Nota: il caso di Hart non era un caso ricadente sotto Vos Estis, presumibilmente perché il Vaticano iniziò la sua indagine prima della sua emanazione, ma il processo canonico era simile.)

    Rottamare il “modello metropolitano”. Gli arcivescovi non possono indagare obiettivamente sui loro vicini.

    Vos Estis incarica i metropoliti – arcivescovi ordinari che governano simbolicamente le loro province ecclesiastiche nel mondo – di valutare e supervisionare inizialmente le indagini sulle accuse contro i vescovi nelle loro province.

    Non sorprende che il risultato sia stato un conflitto di interessi, reale e percepito. Gli arcivescovi stanno indagando sui vescovi vicini che sono loro colleghi, loro collaboratori e, a volte, loro amici.

    Consideriamo il caso Vos Estis del vescovo in pensione di Brooklyn Nicholas DiMarzio. Dopo essere stato accusato di abusi sessuali su minori alla fine del 2019, il Vaticano ha incaricato il suo metropolita, il cardinale Timothy Dolan dell’arcidiocesi di New York, a supervisionare le indagini.

    Nel suo podcast poche settimane dopo, Dolan non ha fatto alcuno sforzo per apparire imparziale. «Adoro quest’uomo, è un buon amico», ha detto del suo collega. (Nel settembre 2021, Dolan ha annunciato che il Vaticano aveva ritenuto DiMarzio innocente.)

    In un altro caso ricadente sotto Vos Estis, il metropolita è implicato in un presunto atto di insabbiamento insieme al vescovo su cui sta indagando. Il vescovo Richard Stika di Knoxville, Tennessee, è indagato per insabbiamento dall’arcivescovo in pensione di Louisville Joseph Kurtz, che ha preceduto Stika come vescovo di Knoxville.

    Stika sta affrontando una serie di accuse, inclusa una emersa in una causa che ha risolto lo scorso luglio. Una donna ha accusato la diocesi di negligenza nella risposta al presunto abuso e sfruttamento sessuale che aveva subito da parte di un sacerdote diocesano di lunga data, p. Michael Sweeney. Nel 2005, Sweeney aveva ammesso al suo allora vescovo – nientemeno che Kurtz – di aver iniziato a fare sesso con la donna dopo averla convertita al cattolicesimo e aver servito come suo direttore spirituale.

    Kurtz mantenne il sacerdote nel ministero nonostante la sua cattiva condotta conclamata, e quando Stika successe a Kurtz, mantenne anche lui il sacerdote nel ministero.

    Autorizzare i laici a giudicare i casi di Vos Estis.

    Se il controllo del Vaticano viene allentato e il modello metropolitano demolito, chi giudicherà le accuse contro i vescovi?

    Che ne dite dei laici? Molti hanno osservato che Vos Estis non prescrive il coinvolgimento dei laici. In pochi hanno sottolineato che esso, in realtà di fatto vieta la possibilità che i laici in qualsiasi ruolo possano esaminare le accuse contro i prelati. Consente solo l’arruolamento di singoli esperti laici in casi ad hoc (articolo 13). Queste persone devono essere giudicate “idonee” e sono tenute a prestare giuramento.

    Anche questo deve cambiare: il controllo esterno è fondamentale. In ogni Conferenza episcopale dovrebbe esserci una commissione permanente di laici dedicata alla valutazione dei vescovi. Sarebbe simile al modello promosso nell’autunno del 2018 dall’arcivescovo Allen Vigneron e dal cardinale Daniel DiNardo, ma più indipendente e potente di quanto proposto da quei vescovi. Non dovrebbe includere alcun membro del clero, ma comprendere persone che criticano esplicitamente la gestione degli abusi da parte della Chiesa, e deve avere il potere di denuncia alle autorità civili.

    Richiedere la divulgazione al pubblico.

    Vos Estis consente la segretezza. Secondo Vos Estis, è lecito tenere il pubblico all’oscuro dall’inizio alla fine. Non prevede alcun obbligo di informare i fedeli.

    Questo va cambiato. Obbligo della divulgazione. Per citare Scicluna, «l’informazione è essenziale se vogliamo davvero lavorare per la giustizia». È anche fondamentale al fine di scoraggiare crimini e insabbiamenti.

    Si cominci a pretendere che il pubblico sia informato di tutte le accuse plausibili contro il clero e i vescovi. Si chieda anche la notifica pubblica degli esiti. Si adotti la ragionevole raccomandazione della Royal Commission australiana sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali su minori di «rendere pubbliche le decisioni in materia disciplinare relativa agli abusi sessuali su minori e fornire motivazioni scritte per le decisioni [della Chiesa]».

    Soprattutto, si rispetti il diritto all’informazione di un denunciante. Si richieda alle autorità ecclesiastiche di tenere regolarmente aggiornate le vittime e gli altri denuncianti sullo stato delle indagini. Su richiesta, si rilascino alla vittima i fascicoli relativi al suo caso, oscurando i nomi delle altre vittime.

    In gioco c’è la fiducia

    Ad aprile, Francesco ha chiesto alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori di produrre relazioni scritte che tracciassero le iniziative anti-abuso della Chiesa. Spera che queste relazioni mostrino passi avanti.

    «Senza questo progresso», ha avvertito, «i fedeli continueranno a perdere la fiducia nei loro pastori».

    È sconcertante che questo papa non abbia ancora attuato le riforme coraggiose che renderebbero la gerarchia più corretta, responsabile e onesta nel prevenire abusi e insabbiamenti.

    Il problema è che il papa vuole ristabilire la fiducia alle sue condizioni impossibili. Vos Estis riflette il suo rifiuto di accettare la lezione inconfutabile di questa crisi catastrofica: la gerarchia cattolica non può autodisciplinarsi.

    È possibile che Vos Estis, insieme alla rimozione del segreto pontificio nei casi di abuso, sia l’ultima grande legislazione sugli abusi del papato di Francesco. Speriamo possa essere rivisto. Nella sua forma attuale, non otterrà la trasformazione di cui i bambini e i cattolici hanno così disperatamente bisogno e che meritano.

    https://www.adista.it/articolo/68143

  • I vescovi italiani lottano contro gli abusi

    I vescovi italiani lottano contro gli abusi

    Francesco Zanardi aveva undici anni quando tutto ebbe inizio. Quando fu maltrattato per la prima volta da un prete della sua città natale, Savona. L’abuso è continuato per quattro anni. Nel 1985 lo spettro era finito. Successivamente, Zanardi è stato temporaneamente dipendente dalla droga. Il risultato del suo trauma, dice.

    Solo anni dopo è riuscito ad affrontare il suo passato: con “Rete l’abuso” ha fondato una rete di persone colpite che vuole attirare l’attenzione sugli abusi nella Chiesa italiana. Perché c’è “un problema abbastanza grosso” in questo senso, Zanardi si lamenta: “Perché è come se il problema non esistesse affatto: la stampa non ne parla, la televisione non lo riporta da anni, soprattutto la stato uno”.

    320 sacerdoti italiani imputati o condannati

    Zanardi e colleghi elencano 320 sacerdoti italiani che sono stati condannati per abusi sui minori o che sono attualmente indagati sul sito di Rete l’abuso – con i loro nomi e spesso con una foto. Ma questa è solo una piccola parte, crede Zanardi. La maggior parte delle vittime non voleva parlare, dice, perché temeva di non essere ascoltata, che gli sarebbe stato chiesto perché ci sono voluti anni prima che ne venisse fuori.

    Hans Zollner ritiene inoltre possibile che il numero di casi di abuso non denunciati in Italia sia elevato . Il sacerdote gesuita della diocesi di Ratisbona dirige il centro di protezione dell’infanzia “Istituto di Antropologia” presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel complesso, tuttavia, l’Italia è “molto indietro quando si tratta di affrontare gli abusi in un’ampia varietà di settori, non solo nella chiesa”.

    La magistratura italiana scoraggia le persone colpite

    Dal punto di vista di Zollner le ragioni sono diverse: gli italiani, per esempio, non volevano fare brutta figura, non volevano fare brutta figura. Pertanto, la società tende a nascondere tali incidenti.

    Anche il sistema giudiziario in Italia non rende facile per le vittime testimoniare in un ambiente protetto, i processi richiedono molto tempo e questo scoraggia le persone colpite. Inoltre, a nessuno interessa parlare di violenza sessualizzata. L’argomento è stato brevemente nei media, ma è scomparso di nuovo dopo pochi giorni, afferma Zollner.

    Francesco Grana è uno di quelli che vogliono continuare a portare l’argomento sui media italiani. Il giornalista è un esperto vaticano del quotidiano “Il fatto quotidiano”, per il quale scrive anche di abusi ecclesiastici. Tuttavia: “Nei pochi casi di abusi sui minori che sono stati sui media, si è sempre trattato di preti. Quindi non c’è mai stato un arcivescovo o cardinale pedofilo”, dice Grana.

    Scandalo abusi italiani come a Ettal o al Collegio Canisius

    Anche i genitori italiani sono poco sensibili all’argomento, anche se c’è anche un caso in Italia che ricorda i grandi scandali di abusi tedeschi come quello di Ettal o del Collegio Canisius: in un istituto per sordomuti a Verona, bambini e giovani detenuti da preti pedofili da anni subiscono abusi. “Si è scoperto che molti di questi sacerdoti sono stati trasferiti in Argentina con la conoscenza della Chiesa e anche di questo istituto”, racconta Grana. “Là fondarono istituti simili, dove continuarono a insegnare ai bambini sordi”.

    Uno degli autori è stato condannato in Argentina. Secondo la legge italiana, le aggressioni più note in Italia sono prescritte. Ma ci sono anche casi di abusi più recenti, dice Zanardi. Fondamentalmente si lamenta che la Chiesa non affronta davvero il problema, né la Conferenza episcopale italiana né il Vaticano.

    Causa prete pedofilo: “Ratzinger non ha mai risposto”

    Secondo Zanardi, questo vale anche per Joseph Ratzinger durante il suo incarico di capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (1981-2005). Secondo Zanardi, Ratzinger è stato informato nel 2003 dal cardinale Domenico Calcagno, allora vescovo di Savona, del sacerdote che aveva abusato di Zanardi. “Calcagno ha scritto a Ratzinger: abbiamo questo prete pedofilo, cosa dobbiamo fare? Ratzinger non ha mai risposto al vescovo”.

    Il sacerdote, che lo ha abusato negli anni ’80, ha abusato di nuovo di un ragazzo nel 2005. Dopotutto, è stato condannato per questo.

    Mancanza di personale nell’autorità vaticana responsabile

    Zollner del centro per la protezione dell’infanzia conferma anche che le cose non vanno sempre lisce quando si denunciano casi di abuso: “Fino a circa cinque anni fa, l’autorità competente presso l’ex cosiddetta Congregazione per la Dottrina della Fede aveva pochissime persone . E non potevano davvero rispondere a tutte le lettere a causa del carico di lavoro e non potevano nemmeno tenere informate le persone”. Ora c’è un po’ più di personale, oltre a tentativi di strutturare meglio il lavoro.

    Ma resta la domanda su cosa stia facendo la Conferenza episcopale italiana per prevenire e affrontare gli abusi in Italia. L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, che alla Conferenza episcopale è responsabile della protezione dei minori, afferma di essere impegnata da diversi anni per una maggiore prevenzione. Fa riferimento a nuove linee guida per trattare con autori e vittime, che mettono al centro il benessere delle vittime. Inoltre, nelle diocesi è stata istituita una rete di referenti.

    I vescovi italiani voteranno sulla rivalutazione a fine maggio

    In un’assemblea generale di fine maggio, la conferenza episcopale vuole decidere se ci debbano essere inchieste anche sui casi di abuso del passato: in un primo momento, si vuole guardare agli ultimi due anni, per poi tornare più indietro nel tempo – fino agli anni ’60. Sono previsti questionari per le diocesi, da valutare accademicamente. “Per rendere la nostra indagine trasparente e scientifica”, dice Ghizzoni.

    Tuttavia, non è ancora chiaro se i vescovi siano davvero favorevoli a un’indagine. Secondo il giornalista vaticano Francesco Grana, la proposta era già stata presentata all’Assemblea Generale lo scorso novembre ed è stata respinta.