Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vaticano, la vittima di abusi Marie Collins attacca il cardinale Mueller

    Vaticano, la vittima di abusi Marie Collins attacca il cardinale Mueller

    Città del Vaticano Marie Collins attacca frontalmente il Prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Mueller, dandogli, indirettamente, del bugiardo. Non solo: alza il tiro e denuncia l’orientamento ancora presente nella curia di tutelare i «vescovi negligenti», quelli che hanno preferito proteggere i preti, piuttosto che le vittime della pedofilia.

    Il caso delle esplosive dimissioni della Collins dalla commissione anti pedofilia sembra tutt’altro che chiuso. Due settimane fa questa signora irlandese, ex vittima che ora si batte per la tutela delle vittime di abusi, aveva sbattuto la porta accusando il Vaticano, in particolare la Congregazione della Fede, di non collaborare abbastanza con la Commissione istituita da Papa Francesco. Il cardinale Mueller si era difeso, in una intervista, dicendo di avere sempre fatto il possibile per creare un buon clima di squadra. Oggi è arrivata la durissima, puntuale, implacabile risposta della Collins, contenuta in una lettera aperta pubblicata sul National Catholic Reporter.

    «Caro Cardinale Muller sento il bisogno di risponderle altrimenti non si comprende il discorso della mancanza di cooperazione». Per «rinfrescargli la memoria» sugli episodi negativi, Collins fa un elenco, fornendo dettagli, circostanze, date. Come quando nel 2015, quando la commissione per la tutela delle vittime anti pedofilia aveva iniziato a muovere i primi passi nella curia, incassando a sorpresa il sostanziale rifiuto da parte dei vertici dell’ex Sant’Uffizio di discutere di alcune questioni strategiche «di reciproco interesse», riguardanti le vittime. «Le riunioni a tu per tu non furono possibili, ci venne detto, che qualsiasi comunicazione tra i dicasteri della Santa Sede deve essere fatta per iscritto». Inizialmente un rappresentante della Congregazione si rese disponibile a seguire i lavori della commissione, poi questo contatto permanente si è affievolì fino a scomparire del tutto. «Tutto quello che posso dire è che i membri della Commissione non hanno ricevuto alcun rapporto formale o hanno potuto vedere i risultati positivi generati da tale contatto».

    Collins prosegue nella descrizione di un lavoro faticoso, ostacolato dalla burocrazia interna e dalla incapacità di condividere l’ossatura del documento istitutivo della commissione anti pedofilia. Il Papa avrebbe voluto un «intenso dialogo tra i dicasteri coinvolti» ma, secondo Collins, non avvenne. Non c’è mai stata la «creazione di una nuova sezione giudiziaria alla Congregazione per la dottrina della fede, o la nomina di personale stabile a servizio nel tribunale, e la nomina di un Segretario-assistente al prefetto con il Tribunale». Dovevano essere stanziate risorse ma il passaggio non è avvenne. «Lei afferma che il tribunale non era necessario visto che qualsiasi negligenza poteva essere affrontata attraverso le competenze, strumenti e mezzi legali già in atto nella Congregazione per i Vescovi. Quindi nessun cambiamento è stato ritenuto necessario e alcuna implementazione ha avuto luogo».

    Infine Collins affonda il coltello nella piaga. «Una domanda mi viene in mente. Se siano stati utilizzati tutti i mezzi per affrontare il caso di un vescovo negligente in materia di protezione dei bambini dagli abusi, perché mai finora nessun vescovo è stato ufficialmente, in modo trasparente sanzionato o rimosso per questa negligenza?»

    Se non è la mancanza di leggi, allora è la mancanza di volontà? Sono sicura che molti sopravvissuti, me compreso, sarebbero interessati». Secondo Collins all’interno della Chiesa ancora prevale il «rispetto per il sistema gerarchico rispetto alla persona umana».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_abusi_pedofilia_collins_mueller_curia-2316835.html

  • Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Nel 2014 Papa Francesco ha istituito una commissione internazionale che ha la missione di prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori da parte dei prelati: la Pontificia commissione anti abusi.

    La commissione, presieduta del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, oggi conta 16 elementi: studiosi, esperti ecclesiasti.

    Ma nessuna vittima di abusi: gli unici due membri hanno lasciato l’incarico.

    Veniamo i fatti.
    Nel 2016 si è dimesso Peter Saunder, che ha accusato l’ex arcivescovo di Melbourne George Pell (ora prefetto della Segreteria per l’economia in Vaticano, una sorta di plenipotenziario economico), di non aver adeguatamente tutelato i minori nel suo Paese: accuse che il Cardinale ha respinto come “false e fuorvianti”. Saunders aveva chiesto le dimissioni del prelato, che tuttavia è tuttora al suo posto.

    Nel 2017 a dimettersi è Marie Collins (irlandese, vittima da giovane di abusi ripetuti da parte di un sacerdote), a causa della “resistenza da parte di alcuni membri della curia vaticana a collaborare con la commissione”, in particolare, per la “vergognosa” mancanza di cooperazione “da parte del dicastero coinvolto più da vicino nell’affrontare i casi di abuso“. Il riferimento è alla Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato della gestione dei dossier riguardanti i preti pedofili (un tempo denominata la Santa inquisizione).

    Questa la cronaca. Come stanno effettivamente le cose?

    Difficile rispondere senza avere accesso a documenti e testimonianze dirette.

    Possiamo, tuttavia, raccogliere qualche ulteriore notizia e cercare di comprendere meglio il contesto.

    Sempre nel 2016, mentre Papa Francesco riaffermava che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti” e che i reati di insabbiamento sono paragonabili a “messe nere”, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI, una sosta di parlamento dei Vescovi italiani) precisava che “nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”.

    Insomma, sembrerebbe scontro aperto fra Papa Bergoglio e il Cardinale Bagnasco, che guida la CEI e che sembra rivendicare per i Vescovi la discrezionalità nel denunciare abusi.

    I fatti menzionati e circostanze eclatanti quali le dimissioni di Papa Benedetto XVI sembrano sostenere l’immagine di una Curia Romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede) come centro di potere tanto forte e radicato da essere intaccato con difficoltà perfino dal Pontefice.

    Tutto questo fa sorgere tre, inquietanti, domande:

    Per quale ragione gli organi di governo della Chiesa appaiono molto solleciti nell’intervenire quando si tratta di temi quali aborto, fine vita, fecondazione assistita e altri ancora, mentre il tema degli abusi sessuali da parte dei prelati è costantemente accompagnato da un assordante silenzio?
    Per quale ragione il Cardinale Bagnasco sente impellente il dovere di riportarci sulla retta via in ogni occasione utile, mentre ritiene di poter discrezionalmente tacere quando un minore è oggetto di abusi sessuali da parte di un prelato?
    Per il Cardinale Bagnasco vale di più la vita di un minore o la reputazione di un prelato che abusa di lui?
    Tu cosa ne pensi?

    Se vuoi avere un’idea dell’ampiezza del fenomeno della pedofilia nella Chiesa guarda questo film.

    http://www.tibicon.net/2017/03/curia-romana-cei-pedofilia-abusi-minori.html

  • Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Le dimissioni della irlandese Marie Collins dalla pontificia commissione per la tutela dei minori, lei che a 13 anni fu anch’essa vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, hanno preso in contropiede i media, che ne hanno dato notizia in ordine sparso e con giudizi molto variegati.

    C’è chi ha dato la colpa di tutto, sull’onda di alcune dichizrazioni della stessa Collins, alle “vergognose” resistenze della curia romana contro le proposte della commissione e contro papa Francesco che l’ha costituita.

    C’è chi ha concentrato il fuoco sulla congregazione per la dottrina della fede e sul suo prefetto cardinale Gerhard L. Müller, come primi colpevoli dello sconquasso.

    Ma c’è anche chi – come l’ultrabergogliano Alberto Melloni – ha rovesciato proprio sulla Collins e su talune azzardate proposte della commissione, inevitabilmente respinte dalla curia, la colpa di mettere volutamente nei guai papa Francesco.

    In realtà, fin da subito c’è stata una voce insospettabile che ha richiamato a giudizi più prudenti: quella di Hans Zollner, lo stimato gesuita tedesco, presidente del Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana, che è stato l’ideatore della commissione e il valorizzatore della stessa Collins, oggi a suo parere troppo “impaziente” rispetto a un “cambiamento culturale” che necessariamente richiede tempo e fatica, non tanto nella curia ma nella Chiesa mondiale.

    Anche il cardinale Müller ha detto la sua, spiegando perché non hanno potuto essere accolte alcune proposte della commissione: in particolare quella di istituire presso la congregazione per la dottrina delle fede, già dotata di un tribunale supremo sui casi di pedofilia ad opera di ecclesiastici, uno speciale tribunale in più per i vescovi implicati in simili casi.

    C’è però un punto che è finito praticamente sotto silenzio. E sono le critiche che Marie Collins ha rivolto contro papa Francesco in persona.

    Le più acuminate di queste sue critiche risalgono a due anni fa.

    Quando il 10 gennaio del 2015 Francesco promosse alla diocesi di Osorno in Cile il vescovo Juan de la Cruz Barros Madrid, la Collins e altri membri della commissione protestarono vivacemente.

    Sul nuovo vescovo, infatti, pesavano le accuse circostanziate di tre vittime di abusi sessuali, che gli imputavano di essere stato complice del sacerdote Fernando Karadima, per molti anni una celebrità della Chiesa cilena ma alla fine condannato a “preghiera e penitenza” dalla Santa Sede per le sue accertate innumerevoli malefatte.

    L’ingresso in diocesi del nuovo vescovo fu pesantemente contestato. Ma il
    Il 31 marzo la congregazione vaticana per i vescovi fece sapere di “aver studiato attentamente la candidatura del presule e non aver trovato ragioni oggettive che ne ostacolassero la nomina”.

    In aprile, la Collins e altri membri della commissione per la tutela dei minori si recarono quindi a Roma per chiedere al presidente della commissione cardinale Sean Patrick O’Malley (nella foto) di premere sul papa perché revocasse la nomina.

    Ma l’effetto che ottennero fu opposto. Un mese dopo, in maggio, papa Francesco parlò, interpellato da un ex portavoce della conferenza episcopale cilena incontrato in piazza San Pietro. E se la prese con gli accusatori del vescovo, con espressioni quanto mai risentite.

    Il video dell’incontro fu successivamente reso pubblico. E queste furono le parole testuali del papa:

    “È una Chiesa [quella di Osorno] che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo vent’anni di servizio. Per cui, che pensino con la loro testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.

    “Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, confusione, che cercano di calunniare…”.

    I “sinistrorsi” – “zurdos” nel gergo argentino – che avevano irritato particolarmente il papa comprendevano i 51 deputati cileni, per la maggior parte del partito socialista della presidente Michelle Bachelet, che avevano firmato una petizione contro la nomina di Barros a vescovo di Osorno.

    Ebbene, quando il video con le parole di Francesco fu reso pubblico, Marie Collins si disse “scoraggiata e intristita” al vedere “le proteste delle coraggiose vittime di Karadima trattate in questo modo” dal papa.

    Quello del vescovo di Osorno non è l’unico caso in cui Jorge Mario Bergoglio ha avocato a sé il giudizio, annullando o scavalcando le procedure canoniche.

    In Italia ha suscitato clamore l’atto di “misericordia” con cui egli ha graziato don Mauro Inzoli, sacerdote di spicco del movimento di Comunione e Liberazione, ridotto allo stato laicale nel 2012 dalla congregazione per la dottrina della fede per aver abusato di numerosi giovani, ma restituito al sacerdozio attivo da Francesco nel 2014, con la raccomandazione di condurre una vita di penitenza e preghiera. In sede civile Inzoli è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di prigione.

    Anche contro simili indulgenze Marie Collins ha protestato: “La misericordia è importante, ma anche la giustizia lo è. Se si mostra qualche debolezza nelle sanzioni, si invia il messaggio sbagliato a chi abusa”.

  • Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Mentre vanno avanti le indagini condotte dal pm Clelia Mancuso della sezione Fasce deboli della procura di Napoli sui festini gay organizzati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, con acquisizioni di documenti negli uffici delle curie di Napoli e Pozzuoli, gli avvocati che assistono Diego Esposito (nome di fantasia) stanno aprendo i fronti della giustizia penale e civile (con un’azione di risarcimento danni di oltre un milione di euro indirizzata anche nei confronti del cardinale Crescenzio Sepe e della curia di Napoli) per fare emergere la verità su quattro anni di violenze subite da Esposito quando era minorenne da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione.
    Sulla questione della pedofilia dei sacerdoti, che vede impegnato a fondo papa Francesco, e in particolare sul ruolo che svolgono i tribunali ecclesiastici Iustitia pubblica un intervento di Francesco Zanardi presidente della Rete l’Abuso, l’associazione costituita nel 2009 dalle vittime dei preti pedolfili

    HO LETTO l’articolo sul cardinale di Napoli con il quale si sostiene che Crescenzio Sepe avrebbe ‘esaurito’ il suo mandato e sarebbe opportuno che si dimettesse. A integrazione di quanto scritto vorrei accendere i riflettori sui tribunali ecclesiastici che dovrebbero costituire un passaggio decisivo per la chiesa nella lotta alla pedofilia dei sacerdoti.
    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non viene detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di là dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo. Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, mentre,

    paradossalmente, con il consenso della vittima è presente l’avvocato dell’imputato, come è accaduto ai giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.
    Durante questi processi, quando è presente la vittima,
    Crescenzio Sepe e Francesco Zanardi
    non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente a un interrogatorio durante il quale vengono acquisite le varie informazioni che riguardano il caso specifico. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli e nei casi da noi documentati non è mai accaduto. Alla vittima non viene rilasciato nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.
    Ma su quali basi si sviluppa il processo canonico? Esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali civili. Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, ‘non è un reato’ che vede la vittima la parte lesa, bensì ‘un’offesa morale a Dio’. Ne viene da sé che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate se non ostracizzate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come la parte lesa.
    Esiste ancora un’altra differenza tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi: il sacerdote in quanto uomo di chiesa è valutato a un livello superiore di quello della vittima, la quale invece è vista come un qualunque fedele, ovvero un peccatore, per giunta conclamato perché ha permesso al sacerdote di cadere in tentazione. È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre con ‘amore paterno’ il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene rigenerato nella sua parte morale ‘sbagliata’, con la preghiera, il pentimento e l’isolamento. Per questi motivi la Rete l’Abuso, la fondazione costituita nel 2009 da un gruppo di vittime dei preti pedofili, sconsiglia ai propri assistiti di prestarsi ai processi canonici, almeno fino a quando sono in atto dei giudizi nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo ma è necessario essere molto attenti perché si rischia di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.
    Il problema nasce dal fatto che durante le audizioni, che come detto prima avvengono in assenza del proprio avvocato di fiducia, ed in alcuni casi in presenza dell’avvocato del sacerdote, la vittima rievoca il racconto narrativo dell’accaduto dando così modo al sacerdote e alla chiesa di trovare punti deboli del racconto sui quali si potrà poi fare forza durante il processo civile. Alla vittima viene inoltre chiesta documentazione probatoria come ad esempio lettere, messaggi, sms, perizie mediche ed eventuali querele depositate, che spesso la vittima concede. Tutto ciò dà un vantaggio enorme al sacerdote e al proprio difensore mettendo la vittima in una situazione di netta inferiorità.
    In ogni caso la massima pena che i tribunali ecclesiastici possono infliggere a un sacerdote è la scomunica. Viene da sé che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili, a meno che non sia la vittima a farlo. Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché per la chiesa la vittima è la causa che ha portato lo sventurato sacerdote in
    tentazione.
    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa pagasse, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perche la vittima non denunci alle autorità civili. In
    Aldo Nuvola e Giovanni Trotta
    questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.
    Anche nel caso che il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa (vedi il caso di don Giovanni Trotta) in quanto qualora l’autorità giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa a un processo penale o a un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.
    È comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che non diventi un pericolo per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa. Troviamo infatti ancora preti come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben tre volte.
    In conclusione bisogna aspettare che terminino gli eventuali giudizi civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile, la chiesa non vorrà più fare in quanto l’obiettivo di nascondere la vicenda è ormai saltato.
    Francesco Zanardi,
    presidente della fondazione la Rete l’Abuso

  • Preti e festini gay a Napoli, blitz della Finanza in Curia

    Preti e festini gay a Napoli, blitz della Finanza in Curia

    di Maria Chiara Aulisio

    Prima in Curia, a largo Donnaregina, poi a Pozzuoli, nell’ufficio diocesano del vescovo, monsignor Gennaro Pascarella. Qui i militari della Guardia di finanza della sezione di polizia giudiziaria della Procura, guidata dal tenente colonnello Luigi Del Vecchio, hanno acquisito una serie di atti utili allo svolgimento delle indagini su preti e incontri hard: da quelli che avrebbero coinvolto un sacerdote della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone – sospeso temporaneamente dalle sue funzioni di parroco dal cardinale Crescenzio Sepe in attesa che si concludano gli accertamenti del caso affidati al Tribunale ecclesiastico coordinato da monsignor Erasmo Napolitano – ad alcune vicende a luci rosse che invece riguarderebbero altri preti protagonisti di un dossier consegnato in procura dall’associazione «Meter», la onlus fondata da don Fortunato di Noto a difesa dei diritti dell’infanzia e contro la pedofilia. In quel fascicolo (che resta top secret), si fa anche il nome di un sacerdote della diocesi di Pozzuoli a cui però sarebbe stata affidata la responsabilità di una parrocchia napoletana. Della diocesi di Pozzuoli infatti fanno parte anche i quartieri occidentali della città, da Fuorigrotta a Pianura.

    Una inchiesta su due fronti, dunque, al momento ancora in una fase iniziale e soprattutto conoscitiva, affidata al sostituto procuratore Clelia Mancuso del pool specializzato in reati contro le fasce deboli coordinato dal procuratore aggiunto Luigi Frunzio.

    Da Napoli a Pozzuoli, quindi, da una curia all’altra, per approfondire le notizie contenute nei dossier e cercare riscontri nelle diocesi di appartenenza dei sacerdoti coinvolti in questo giro di incontri e festini gay svelati grazie a due denunce anonime di cui il Mattino, nelle scorse settimane, ha reso conto. L’obiettivo delle visite messe a segno nei giorni scorsi nelle sedi delle due diocesi dagli uomini del tenente colonnello Luigi Del Vecchio su indicazione della Procura della Repubblica, è stato quello di raccogliere testimonianze, indizi, elementi utili a capire se dietro quegli incontri a luci rosse, tra chat rubate da una home page di facebook e dossier anonimi, possano nascondersi ben altri scenari, fatti penalmente rivelanti, eventuali storie di prostituzione o pedofilia.

    http://m.ilmattino.it/napoli/articolo-2303025.html

  • «La Curia contro il Papa? Un cliché Sulla pedofilia la Chiesa è compatta»

    «La Curia contro il Papa? Un cliché Sulla pedofilia la Chiesa è compatta»

    Il prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Ludwig Müller, replica alle accuse di Marie Collins: sono pronto a incontrarla.

    CITTÀ DEL VATICANO «Non posso capire che si parli di mancanza di collaborazione». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, teologo, curatore dell’opera omnia di Ratzinger, è dal 2012 prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. È la prima volta che parla da quando Marie Collins, vittima di un prete pedofilo quando aveva 13 anni, si è dimessa dalla Pontificia commissione per la protezione dei minori denunciando «una mancanza di collaborazione vergognosa» della Curia e in particolare della sua Congregazione. È qui, nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio, che vengono processati i sacerdoti accusati di pedofilia. Il cardinale è un uomo imponente, dal tono asciutto.

    Eminenza, ha avuto occasione di parlare con Marie Collins prima delle dimissioni? «Non ho avuto mai prima l’occasione di incontrarla. Ma naturalmente sono pronto, nulla lo impedisce».

    Ci sono state resistenze in Curia e nel suo dicastero? «Penso si dovrebbe mettere fine a questo cliché, l’idea che ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla. Fa parte della nostra fede cattolica e dell’ethos del lavoro della Curia romana di sostenere la missione universale del Papa, a lui affidata da Gesù Cristo».

    E allora che è successo? «Il compito della Commissione è molto diverso da quello della Congregazione. Quest’ultima fa i processi canonici ai chierici accusati dei delitti più gravi. Lo scopo è differente ma la Congregazione ha collaborato alla costituzione della Commissione. Uno dei nostri collaboratori ne fa parte. Posso affermare che in questi ultimi anni c’è stato un contatto permanente. E il cardinale O’Malley, che presiede la Commissione, è stato di recente nominato dal Santo Padre membro della Congregazione: sempre allo scopo di realizzare le misure più efficaci per la tutela dei minori nella Chiesa».

    Collins ha citato due episodi: un «cambiamento di procedura» nella cura delle vittime e una «richiesta di collaborazione», entrambi «rifiutati» dall’ex Sant’Uffizio. Le risulta? «Non so di questi presunti episodi. La Commissione ha solo inoltrato una richiesta formale chiedendoci di scrivere lettere alle vittime per mostrare la vicinanza della Chiesa alla loro sofferenza. Ma quest’atto della cura pastorale è un compito dei vescovi nelle loro chiese particolari e dei superiori generali degli istituti religiosi, che sono più vicini. Se c’e una decisione del Papa o la consegna di un compito specifico, non ci sono resistenze. La Congregazione ha il compito di fare un processo canonico. Il contatto personale con le vittime è bene sia svolto dai pastori del luogo. E quando arriva una lettera, chiediamo sempre al vescovo che sia lui ad avere cura pastorale della vittima, chiarendole che la Congregazione farà tutto il possibile per fare giustizia. È un malinteso che questo dicastero, a Roma, possa occuparsi di tutte le diocesi e ordini religiosi nel mondo. Non si rispetterebbe il principio legittimo dell’autonomia delle diocesi e della sussidiarietà».

    E la prevenzione? «Gli ufficiali della Congregazione possono dare consigli alle conferenze episcopali nazionali sulle linee guida per applicare la legislazione penale e sulle proposte pastorali per proteggere i minori. La prevenzione è molto importante. Le lamentele si fondano su un malinteso riguardo al nostro vero compito: la Congregazione agisce come Tribunale apostolico supremo in materia. Tutti i nostri collaboratori soffrono umanamente con le vittime degli abusi. Il nostro compito è fare tutto il possibile per fare giustizia ed evitare ulteriori delitti».

    Il «tribunale dei vescovi», annunciato nel 2015 presso la Congregazione, ha iniziato a lavorare? «Si è trattato di un progetto, ma dopo un dialogo intenso fra vari Dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero si è concluso che per affrontare eventuali negligenze delittuose dei vescovi abbiamo già la competenza del Dicastero per i Vescovi, gli strumenti e i mezzi giuridici. Inoltre il Santo Padre può sempre affidare un caso speciale alla Congregazione».

    Padre Zollner ha parlato al «Corriere» di «resistenze passive»: «nella società come nella Chiesa per anni non si è parlato di abusi» e si tratta di «un cambiamento di cultura, un lavoro a lungo termine». «Padre Zollner è un grande esperto e segnala una grande ferita nella società. Gli ultimi tre Papi, insieme all’episcopato mondiale, hanno affrontato il problema nella Chiesa, ma sappiamo che è un problema della società intera in un mondo globalizzato, per le famiglie e le professioni che hanno a che vedere con i bambini. Penso non si possa risolvere o migliorare la situazione solo con la minaccia di pene, sia civili sia canoniche. Abbiamo bisogno di un cambiamento totale: dall’egoismo nel campo della sessualità al pieno rispetto della persona. Con la Commissione, Francesco ha voluto offrire un servizio esemplare, un aiuto alla Chiesa e tutta la società nel mondo. Possiamo sperare che altre organizzazioni educative seguano la Chiesa in questa lotta, nella quale è all’avanguardia. La pedofilia è un crimine mostruoso e anche un peccato grave. Ricordiamo le parole di Gesù ai bambini e la sua condanna a quelli che fanno loro del male».

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_marzo_04/curia-contro-papa-cliche-pedofilia-chiesa-compatta-be8a0456-012c-11e7-b3e3-afa0190eaef5.shtml#

  • Don Antonio Provolo sarà Venerabile. Papa Francesco lo ha autorizzato

    Don Antonio Provolo sarà Venerabile. Papa Francesco lo ha autorizzato

    Purtroppo il suo nome ultimamente viene associato agli scandali sulla pedofilia all’interno dei suoi istituti, ma questi non cancellano quanto di buono fatto dal sacerdote vissuto all’inizio dell’800

    Purtroppo ultimamente il suo nome è accostato ad attività tutt’altro che venerabili, ma lo scandalo pedofilia scoppiato di recente all’Istituto Provolo di Mendoza in Argentina e che anni prima aveva riguardato anche l’istituto veronese non può oscurare quanto di buono fatto in vita da don Antonio Provolo.

    Il sacerdote veronese vissuto tra il 1801 e il 1842 è stato un pioniere dell’educazione ai bambini sordomuti e le sue virtù saranno presto riconosciute dalla Chiesa. Come riferito dal Sir (Servizio di informazione religiosa), Papa Francesco ieri, 27 febbraio, ha parlato con il prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, il cardinale Angelo Amato. Il pontefice ha dato l’autorizzazione per promulgare i decreti con cui sarà riconosciuto un nuovo beato e sette nuovi venerabili servi di Dio. E tra questi venerabili figura proprio don Antonio Provolo.

    http://www.veronasera.it/cronaca/don-antonio-provolo-venerabile-28-febbraio-2017.html

     

  • Il tribunale per rimuovere i vescovi negligenti non è mai esistito. Il cardinale Muller “era solo un progetto”

    Il tribunale per rimuovere i vescovi negligenti non è mai esistito. Il cardinale Muller “era solo un progetto”

    Faceva parte del progetto di tolleranza zero di papa Francesco e se ne parlò ovunque come se dovesse essere la soluzione rivoluzionaria per stroncare i vescovi insabbiatori, ed invece si scopre che non è mai esistito e che non si farà.

    Tra i tanti, fu uno dei motivi che portarono Marie Collins a lasciare la commissione anti pedofilia istituita da papa Francesco, un tribunale che da subito la Rete L’ABUSO ritenne superfluo in quanto era sufficiente oltre che molto più semplice, inserire per i vescovi l’obbligo della denuncia, possibilmente all’autorità giudiziaria del paese dove i crimini erano avvenuti.

    La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata da papa Francesco e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi “legali” non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito.

    Si è trattato di un progetto, ma dopo un dialogo intenso fra vari Dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero si è concluso che per affrontare eventuali negligenze delittuose dei vescovi abbiamo già la competenza del Dicastero per i Vescovi, gli strumenti e i mezzi giuridici. Inoltre il Santo Padre può sempre affidare un caso speciale alla Congregazione.

    Detto tra noi, credo che forse la Santa Sede si sia resa conto che istituire un tribunale per punire i vescovi insabbiatori, dati alla mano li avrebbe decimati.

    L’Ufficio di Presidenza

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  • Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Una delle vittime racconta che anni dopo gli abusi ebbe un colloquio con il suo carnefice, il sacerdote psicanalista Tony Anatrella, “per sapere come spiegava che vi fossero stati dei rapporti sessuali nell’ambito di una terapia”. “Lui – ricostruisce l’ex allievo del Seminario della Missione di Francia – cerca di intellettualizzare o di filosofeggiare sui termini, e di spiegarmi che non si può parlare di ‘rapporti sessuali’ e mi cita il nome di un terapista americano ai cui lavori si appoggia. Allora gli chiedo se è così che cura di solito le persone che vanno da lui. Mi dice che sono stato l’unico. Gli chiedo allora che cosa mi ha fatto meritare questa terapia così particolare. Mi risponde: ‘perché è lei che me l’ha chiesta’. Ed aggiunge: ‘forse mi sono sbagliato’. Anche se è una risposta che non è da terapista, mi ci è voluto molto tempo per capire che no, non l’avevo chiesta io”.

    C’è anche questa storia negli atti del tribunale supremo della Segnatura Apostolica, massimo organo giudiziario della Santa Sede, che ha affidato ai giudici ecclesiastici di Tolosa il compito di processare il sacerdote psicanalista francese.

    Abusi sessuali durante la terapia equiparati a violenze sui minori

    E per una volta la Chiesa Cattolica si è trovata d’accordo con le grandi scuole di psicanalisi: il codice di diritto canonico infatti equipara gli abusi sessuali su chi non è in grado di difendersi a quelli sui minori, classificandoli entrambi come “delicta graviora”. Anche per le teorie psicanalitiche “il passaggio all’azione sessuale da parte di un analista, è considerato alla stregua di un atto di pedofilia”, dal momento che “la posizione del terapeuta è di tipo parentale, per la regressione indotta dal trattamento e l’instaurazione del transfert”.

    Padre Tony Anatrella sotto processo

    Padre Anatrella è stato consultore fino allo scorso 31 dicembre del Pontificio Consiglio per la famiglia. Le accuse di abusi sessuali provengono da “diverse vittime” violate nel corso di sedute psicoterapeutiche, uscite allo scoperto dopo l’appello del cardinale di Parigi (diocesi nella quale è incardinato Anatrella): “chi sa parli”.

    La notizia dell’apertura del procedimento dunque era attesa: da dieci anni circolavano dossier sulle “strane terapie” praticate dal personaggio. Ma i documenti sui suoi abusi non hanno impedito al sacerdote, oggi 75enne, di affermarsi nel mondo cattolico come uno “tra i massimi studiosi mondiali del ‘rischio gender’, autore di numerosi saggi sul tema”.

    Personaggio controverso ma anche esperto affermato

    Proprio ad Anatrella era stato affidato, ad esempio, il commento che ha corredato il (contestato) Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica sulla non ammissione dei gay al sacerdozio, pubblicato il 29 novembre 2005 con l’esplicita autorizzazione di Benedetto XVI che lo aveva richiesto.

    A febbraio dell’anno scorso, poi, monsignor Anatrella era finito sui giornali perché ad un corso di aggiornamento per nuovi vescovi, aveva affermato che per la Chiesa l’obbligo di denuncia non esiste. “Per il Vaticano, i vescovi cattolici non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini”, ha riassunto il quotidiano britannico The Guardian. Ad Anatrella replicò il cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che in una nota a nome dell’organismo voluto da Francesco affermò che vige invece la “responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili”.

    Le denunce presentate all’arcidiocesi di Parigi

    “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi sul suo sito internet – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”. “Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato le persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016.

    “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella, che ha 75 anni, ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”.

    Il processo presso il tribunale ecclesiastico di Tolosa

    “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica, istituzione della Santa Sede attualmente presieduta dal cardinale francese Dominique Mamberti, di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Così alla fine di gennaio il dossier è approdato al Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”.

    http://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/2017/03/03/news/storia_del_prete_analista_che_abusava_dei_pazienti_e_messo_daccordo_vaticano_e_psicanalisi_-1546592/

  • Pedofilia, parlano le vittime australiane: “Noi sopravvissuti agli abusi, ma tanti non ce l’hanno fatta”

    Pedofilia, parlano le vittime australiane: “Noi sopravvissuti agli abusi, ma tanti non ce l’hanno fatta”

    David Ridsdale, 49 anni, nipote di Gerald Ridsdale, il prete pedofilo che non ha risparmiato nemmeno un familiare. Abusato dallo zio dagli 11 ai 15 anni, oggi è il portavoce del gruppo di vittime ed è uno di quelli che hanno fatto scoppiare il caso Ridsdale, nel 1993.  “Vedo qui il cardinale Pell – dice David- ma io lo conoscevo come George, che viveva con mio zio e un altro prete. Nel 1993 ho fatto una cosa molto dolorosa, ho chiamato tutti gli amici di famiglia anche George Pell che era l’aricvescovo ausiliario di Melbourne in quel periodo e gli ho chiesto aiuto, se mi potevano aiutare a trovare medici e psicologi per uscire dal dolore che avevo per quello che mi avevano fatto e Pell mi ha chiesto, come poteva farmi stare tranquillo. Allora ho chiamato la polizia e ho denunciato tutto e ho scoperto che avevano già una inchiesta in corso”. Nel 2001 è esploso il caso di Boston con il Boston Globe e il Papa è intervenuto dicendo che era una cosa che riguardava i preti americani. “Quando dici che sei di Ballarat la prima domanda che ti fanno è a che scuola andavi? Perché c’erano molte scuole coinvolte”, continua Paul. “Io ho provato a uccidermi varie volte. Molti miei compagni si sono suicidati, solo in classe mia, sei persone”. Più che la verità chiedono aiuto: “La nostra città è sotto shock noi vogliamo che il Vaticano si prenda la responsabilità, smetta di coprire queste gli abusi e aiuti i sopravvissuti a riprendersi perché ci vogliono lunghe cure per riprendersi e non è giusto che debba pagarle lo Stato e non la Chiesa” di GERALDINE SCHWARZ 
    http://www.repubblica.it/vaticano/2016/03/02/foto/pedofilia_parlano_le_vittime_australiane-134609505/#1