Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

    Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

    SI INTENSIFICANO i venti di tempesta nel cielo della curia di Napoli.
    Con una serie di articoli prudenti e documentati i cronisti del Mattino hanno raccontato le vicende dei “festini gay” nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e in un appartamento del centro storico organizzati dal parroco don Mario D’Orlando con la partecipazione di altri preti e di giovani le cui prestazioni sessuali venivano remunerate con poche decine di euro.
    L’elenco delle accuse è contenuto in un dossier anonimo inviato nei primi giorni di gennaio all’abitazione del vescovo ausiliare Lucio Lemmo, braccio destro del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, ed è diventato improvvisamente d’attualità il 18 febbraio grazie a due pagine del Mattino, con richiamo in prima, firmate dalla cronista Maria Chiara Aulisio. Utilizzando una tecnica sperimentata, Sepe ha provato a ignorare la vicenda, poi il 21 febbraio, dopo quattro giorni di cannonate giornalistiche con corsivi tranchant (“Il

    Mario D’Orlando (*)
    silenzio che non aiuta”), è stato obbligato a prendere posizione annunciando di avere sospeso il parroco di Pizzofalcone. Da osservare che nella nota Sepe non fa il nome del sacerdote e non spiega perché l’ha sospeso; comunica soltanto che il caso è stato affidato al tribunale ecclesiastico e se ne dovrà occupare Erasmo Napolitano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico regionale. Ma luce certamente maggiore arriverà dal lavoro della magistratura che ha aperto un’inchiesta per accertare l’eventuale coinvolgimento di minori nei festini organizzati da sacerdoti delle parrocchie del Napoletano.
    Problemi seri quindi per Crescenzio Sepe, ma problemi ancora più seri stanno per arrivare dal caso di Diego Esposito (nome di fantasia) violentato a tredici anni da Silverio Mura, il suo insegnante di religione, che dal 2010, quando è stato male e ha raccontato per la prima volta la storia di quattro anni di violenze, prova inutilmente ad avere ascolto da parte dei vertici della chiesa napoletana. Nel 2011 chiede un incontro a Sepe e viene dirottato sul vescovo ausiliare Lucio Lemmo, poi il silenzio.
    Tre anni dopo si rivolge a papa Francesco e nel giro di qualche mese la curia arcivescovile di largo Donnaregina è costretta ad avviare un’indagine affidata a padre Luigi Ortagli. Nel maggio 2016 Esposito accetta di sottoporsi a una visita psichiatrica affidata a un medico nominato dalla diocesi e si fa accompagnare da Alfonso Rossi, lo psichiatra che lo assiste da anni. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile
    Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare al ragazzo il carico delle responsabilità delle violenze subite”.
    Intanto nel giugno del 2016 papa Francesco scrive la lettera apostolica ‘Come una madre amorevole’, diventata legge canonica nello scorso settembre, che
    prevede la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti e di fatto favorisce la definizione di un giusto risarcimento per le vittime. L’11 ottobre Esposito, assistito dalla Rete L’Abuso, l’associazione delle vittime dei preti pedofili, e dai suoi legali, scrive al papa ed è la prima denuncia che arriva dopo la lettera apostolica.
    La storia di Diego Esposito ritorna all’attenzione dell’opinione pubblica il 6 febbraio con una pagina di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli su Repubblica alla quale la curia replica: dopo l’attività istruttoria la “Congregazione per la dottrina della fede riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale”. Il caso è chiuso.
    Ma Sepe si sbaglia. Il 10 febbraio l’avvocato Carlo Grezio, civilista collegato alla Rete L’Abuso, presieduta sin dalla fondazione, nel 2009, dall’elettricista savonese Francesco Zanardi, ha presentato al tribunale civile di Napoli una richiesta di risarcimento danni di oltre un milione di euro nei confronti di Silverio Mura, dell’arcidiocesi di Napoli, di Crescenzio Sepe e del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca.
    Al di là delle decisioni della magistratura, civile e penale, sulle questioni dei festini gay nelle parrocchie e della pedofilia dei sacerdoti della sua arcidiocesi il cardinale di Napoli sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza.Vuole esibire i muscoli e non è in linea con la pietas di papa Bergoglio. Dovrebbe dimettersi.
    Il 13 febbraio Repubblica apre la prima pagina con la prefazione firmata dal papa al libro ‘La perdono, padre’ di Daniel Pittet che racconta la sua drammatica esperienza di vittima di un prete pedofilo. Il titolo è: “Come può un prete causare tanto male?”. Queste parole sono una citazione della prefazione che continua: “Come può avere consacrato la sua vita
    per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato ‘un sacrificio diabolico’ che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.
    Sepe è distante anni luce dalle parole di papa Francesco e a Diego Esposito che chiede innanzitutto comprensione e solidarietà risponde con durezza e ‘violenza’ inaccettabili. Esemplare è il comunicato con cui la curia replica all’articolo di Repubblica del 6 febbraio.
    Abbiamo visto che il cardinale nell’annunciare la sospensione del sacerdote coinvolto nei festini gay nella chiesa di Pizzofalcone si guarda bene da farne il nome. Invece nelle trentatré righe della nota di risposta all’articolo di Repubblica cita Diego Esposito otto volte con nome e cognome.
    Non c’è pietas e non c’è neanche conoscenza delle leggi della Repubblica italiana. “Le norme sulla privacy – ricorda l’avvocato Gianfranco Iannone che assiste la ‘Rete L’Abuso’ e Diego Esposto – vietano la diffusione di dati sensibili; in particolare gli articoli 167 e successivi del decreto legislativo 196 del 2003 considerano reato la pubblicazione del nome di vittime di abusi sessuali. Nei primi giorni di marzo presenteremo in procura un esposto contro la curia di Napoli”.

    (*) Da www.laprimapagina.it

  • Pacifico, indagini su un arcivescovo accusato di abusi su minori  Il Vaticano invia il cardinale Burke

    Pacifico, indagini su un arcivescovo accusato di abusi su minori Il Vaticano invia il cardinale Burke

    Il porporato americano guiderà le indagini di un tribunale nell’arcipelago delle Marianne. Dovrà raccogliere testimonianze e documenti per la Congregazione

    CITTÀ DEL VATICANO Il Vaticano ha spedito il cardinale americano Raymond Burke, capofila degli oppositori a Francesco, su un’isola del Pacifico, nell’arcipelago delle Marianne. Nessun esilio né ritorsione contro il porporato ultraconservatore che si proponeva di «correggere» la dottrina del Papa, comunque. Il fatto è che il cardinale, ha spiegato ieri la Santa Sede, era stato scelto il 5 ottobre come presidente di un «tribunale di prima istanza» della Congregazione per la Dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, per indagare un caso di abusi su minori che vede accusato l’arcivescovo di Guam Anthony Apuron, 71 anni. Del tribunale fanno parte altri quattro giudici, tutti vescovi. È stato il quotidiano locale Pacific Daily News a informare ieri che il cardinale era arrivato sull’isola per raccogliere la deposizione di un ex chierichetto, prevista oggi.

    Deposizioni

    I fatti risalirebbero agli Anni Settanta: l’arcivescovo Apuron è inseguito da quattro diverse accuse – tre uomini, tutti ex chierichetti, e la madre di un quarto, morto nel frattempo – e per parte sua si dice innocente. Francesco, in ottobre, ha nominato il vescovo Michael J. Byrnes come «coadiutore» della diocesi di Agana, con pieni poteri. Il «tribunale di prima istanza» presieduto da Burke dovrà raccogliere testimonianze e documentazione da trasmettere alla Congregazione. Ancora non si sa, si spiega Oltretevere, quanto tempo dovrà restare il cardinale, fino al 2014 prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica e poi trasferito all’incarico meno prestigioso di «patrono» dell’Ordine di Malta.

    http://www.corriere.it/cronache/17_febbraio_15/pacifico-indagini-un-arcivescovo-accusato-abusi-minori-vaticano-invia-cardinale-burke-6d33119a-f3b9-11e6-92b7-e122e5d79b5c.shtml

  • “Le scuse non ci bastano. E la Chiesa non ha punito 130 sacerdoti pedofili”

    “Le scuse non ci bastano. E la Chiesa non ha punito 130 sacerdoti pedofili”

    Il presidente di Rete Abuso: “I vescovi devono avere l’obbligo di denunciare i casi di abusi”

    di 

    Le parole, seppure forti, non bastano. «Purtroppo mancano i fatti, manca la concretezza.

    Chiediamo al Papa di ordinare ai suoi vescovi di denunciare i crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti, cosicché intervenga la giustizia». È duro il commento di Francesco Zanardi, abusato da un sacerdote quando era ragazzino e ora presidente della Rete l’Abuso, associazione che assiste le vittime dei preti pedofili. Un appello che arriva all’indomani del discorso del Papa pubblicato nel libro-testimonianza di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di sacerdoti, in cui Francesco ha chiesto «perdono per i preti pedofili» e ha assicurato: «Saremo severissimi».

    Cosa pensa dell’intervento di Bergoglio?

    «Frasi inoppugnabili. Ma non ci bastano. Purtroppo mancano i fatti. C’è molta sfiducia. Abbiamo scritto tante volte al Papa, sia come singole vittime che come associazione, ma non abbiamo mai ricevuto risposte. Il 29 gennaio abbiamo inviato un video-appello chiedendo un intervento deciso e concreto al Pontefice, ma non c’è alcun dialogo. Non riceviamo risposte e questo non fa altro che aumentare il dolore delle vittime».

    Cosa vi aspettate da Bergoglio? Cosa dovrebbe fare?

    «Una cosa sola, ma un atto concreto forte: ordinare ai vescovi di denunciare i crimini alle autorità giudiziarie di ciascun Paese. E che i vescovi attuino queste disposizioni. Sono 15 anni che non ci si sposta da questa situazione».

    Ma dipende dalle singole conferenze episcopali?

    «Certamente, ma il Papa come massimo esponente della Santa Sede potrebbe dare questa indicazione. In Italia, al momento, non c’è l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi. Ma su questo è intervenuta anche la Commissione Onu per i diritti dei minori, denunciando le politiche del Vaticano che ha permesso a religiosi di abusare sessualmente di decine di migliaia di bambini e ragazzi. Lo Stato non legifera, ma il Vaticano se ne approfitta. Non c’è nessuna apertura, e l’obbligo di denuncia dei vescovi li responsabilizzerebbe».

    Bergoglio ha creato una commissione ad hoc per trattare il fenomeno della pedofilia nella chiesa.

    «Peter Sanders, uno dei componenti, se n’è andato sbattendo la porta. Il motivo? La Commissione non sta facendo nulla, non esiste un provvedimento concreto a sostegno delle vittime. Non c’è nemmeno assistenza psicologica, oltre al tentativo di fermare gli abusatori».

    La situazione è cambiata con Papa Francesco?

    «Niente affatto. Non è stato processato alcun vescovo. Solo per citarne alcuni, ricordo mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona, pesantemente ammonito dall’autorità giudiziaria; se l’è cavata con la prescrizione; poi il cardinale Calcagno, che ha coperto diversi casi di preti pedofili, attualmente all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ndr) e il cardinale Pell, accusato di pedofilia in Australia e ancora ministro delle finanze vaticane».

    Quanti casi vi vengono segnalati?

    «La Rete l’Abuso è nata nel 2009. Siamo circa 620 vittime; negli ultimi 15 anni, solamente in Italia, circa 130 preti sono stati condannati in terzo grado e altri 150 indagati. Non è un problema da poco. Ma la chiesa non ne ha rimosso nemmeno uno».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/scuse-non-ci-bastano-e-chiesa-non-ha-punito-130-sacerdoti-1364304.html

  • Mauro Leonardi su La7 – La pedofilia nella Chiesa (Bianco e Nero – 13 febbraio 2017)

    Mauro Leonardi su La7 – La pedofilia nella Chiesa (Bianco e Nero – 13 febbraio 2017)

    Ieri è andata in onda la 2ª puntata di Bianco&Nero, nuovo programma di cronaca italiana di La7. Nel corso di ogni trasmissione si toccano svariati temi con ospiti diversi a seconda dell’argomento affrontato. Io sono stato invitato a partecipare come ospite per il dibattito su preti e pedofilia nella Chiesa, in particolare sulle difficoltà di comunicazione tra autorità ecclesiastiche e autorità civili.

    Lo spunto nasceva dal caso di Gianni Trotta, sacerdote dimesso dallo stato clericale per pedofilia, non denunciato in quella occasione e ora condannato per lo stesso reato compiuto tra gli spogliatoi della squadra di calcio che allenava. Nel mio intervento – sommerso dal dolore e dalla pena – ho cercato di sottolineare la forte conversione che Papa Francesco, sulla scia di Papa Benedetto, sta chiedendo alla Chiesa a proposito di preti pedofili, di chiarire che la volontà del Papa è che si esponga denuncia, e di condannare la confusione tra pedofilia ed omosessualità che è emersa in un documentario.

    Il cardinale Sean Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Papa Francesco il 22 marzo 2014, ha rilasciato insieme agli altri 16 membri dell’organismo la seguente dichiarazione, che riguarda l’obbligo di segnalare sospetti abusi sessuali alle autorità civili: “Come Papa Francesco ha così chiaramente affermato: ‘I crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più.

    Garantisco la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti’ (27 settembre 2015). Noi, il presidente e gli altri membri della Commissione, desideriamo affermare che i nostri obblighi ai sensi del diritto civile devono essere rispettati, certamente, ma anche al di là di tali vincoli, abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”.

  • “Distinto, colto”… e pedofilo. Il caso di “don Gianni” fa discutere la nazione

    “Distinto, colto”… e pedofilo. Il caso di “don Gianni” fa discutere la nazione

    È approdato su La7 il caso di Giovanni Trotta, ex parroco dei Monti Dauni (Pietramontecorvino e Casalnuovo Monterotaro) condannato a 8 anni per violenza sessuale verso un 11enne. Durante la trasmissione “Bianco e Nero” incentrata sulle cronache italiane, conduttore e ospiti hanno cercato di rispondere alla domanda: “Chi ha coperto don Giovanni?”. Eh già, perchè è emersa solo pochi giorni fa la notizia della mancata denuncia da parte della Chiesa che nel 2012 si limitò a togliere l’abito talare al 56enne non divulgando i motivi del suo allontanamento “per evitare scandalo” scrisse la Congregazione per la Dottrina della fede, l’ex Santo Uffizio, nel provvedimento di dimissione dello stato clericale. Peccato però che sottacendo l’informazione, l’uomo sia tornato a colpire. Infatti, nonostante una condanna già in capo a “don Gianni”, l’ex parroco sarà nuovamente processato per presunti altri 9 casi di abusi. Nell’udienza preliminare del 7 febbraio scorso dinanzi al gup del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo, l’imputato ha chiesto ed ottenuto di essere processato con il rito abbreviato. Trotta è ancora accusato di abusi su minorenni tra i 12 e i 13 anni che facevano parte dello stesso gruppo di giovani calciatori del primo ragazzino.

    “Bianco e Nero” ha strappato una battuta a Raimondo Giallella, sindaco di Pietramontecorvino: “Chi è stato in silenzio è complice – ha detto il primo cittadino -. Ora attendiamo che le indagini facciano piena luce”.

    Angelo Delle Donne, invece, dirigente della squadra di calcio per la quale “don Gianni” aveva lavorato, ha lasciato tutti perplessi con le sue dichiarazioni: “Una persona distinta e colta. Un amico. Certo non lo posso giustificare, assolutamente ma l’amicizia è un’altra cosa”. Inutili i tentativi di contattare l’avvocato da parte della trasmissione. Il legale di Trotta ha insistito sulla presunzione di innocenza del suo assistito evitando altre domande: “È possibile che l’avvocato di un uomo ridotto allo stato laicale e ritratto in foto hard con dei bambini possa invocare la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio?” il quesito posto dal programma di La7 in chiusura di servizio.

    Ricordiamo, infine, che la Congregazione, all’epoca guidata dal cardinale Joseph Levada, impose al vescovo che “la nuova condizione di sacerdote dimesso non doveva provocare scandalo nei fedeli. Tuttavia – aggiunse – se sussiste il pericolo di abuso per i minori l’Ordinario può divulgare il fatto”. Silenzio, quindi. In pochi in paese sapevano, in realtà, che Trotta non era più un prete. “Al funerale del padre aveva il collarino ecclesiastico” raccontano oggi. “Frequentava la chiesa, ci aveva detto che era in attesa di una nuova destinazione”. Cominciò così ad allenare la squadra giovanile. I ragazzini furono bombardati dalle sue avance eppure nessuno denunciò. Poi la dirigenza della squadra lo allontanò per “motivi etici”, senza avvisare la polizia che arriverà qualche giorno dopo su delega della pm di Bari, Filoni. È a quel punto che si aprì uno scenario definito “agghiacciante” dagli inquirenti.

    http://www.immediato.net/2017/02/14/distinto-colto-e-pedofilo-il-caso-di-don-gianni-fa-discutere-la-nazione/

  • Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    L’avvocato Thomas Doyle ha affermato che nel 1985 Wojtyla inviò un vescovo negli Stati Uniti con l’obiettivo di coprire vari sacerdoti abusatori di minori. Ratzinger e Bergoglio hanno seguito i suoi passi.

    Daniel Satur @saturnetroc

    Secondo alcune agenzie internazionali come EFE o Deutsche Welle nelle ultime ore è stata prodotta in Australia una “notizia”. L’avvocato statunitense Thomas Doyle, specializzato in diritto canonico, ha confermato che il papa “Giovanni Paolo II conosceva la copertura di abusi sessuali” e che, lontano dall’agire per combatterlo, lo ha convalidato.

    L’affermazione di Doyle si è prodotta nella cornice delle udienze che sta portando avanti una commissione che ha avuto impulso dal governo australiano che investiga sui casi di abusi sessuali contro minori commessi nelle istituzioni pubbliche, sportive e religiose di questo paese.

    Tuttavia, a questa livello della partita, affermare che il Vaticano ha coperto e copre, sistematicamente, tutti i membri (con o senza sottana) della chiesa cattolica che violentano bambine e bambini non è per niente una novità. In ogni caso, ciò che è interessante dell’affermazione di Doyle è che lui parla della sua propria esperienza personale con Karol Wojtyla, il papa che ha governato l’istituzione tra il 1978 ed il 2005.

    Il problema e la “soluzione”

    Nel contesto delle udienze in Australia, Doyle ha ricordato che nel 1985 il Vaticano ha ricevuto varie informazioni sugli abusi sessuali commessi dai preti su minori d’età in, almeno, quattro diocesi degli Stati Uniti. E che una di queste informative è stata elaborata da lui stesso, in qualità di avvocato specializzato in diritto canonico (la legge interna per la quale si regge la chiesa cattolica).

    Il letterato statunitense disse che in quel momento chiese al Vaticano di inviare un vescovo in Luisiana per far sì che potessero abbordare i casi di pedofilia denunciati. Tanto l’informativa come la richiesta furono inviati da lui al cardinale di Filadelfia John Krol, il quale lo ha portato personalmente a Roma e lo ha consegnato al papa.

    Giovanni Paolo II ha designato allora il vescovo AJ Quinn come responsabile di intervenire nell’argomento. Ma secondo Doyle, Quinn “è risultato essere parte del problema, non della soluzione, perché si è dedicato a cercare la maniera nella quale potessero continuare con la copertura”.

    Come si è detto, a questo livello non è per nulla una novità che il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche di tutto il pianeta si sono specializzate per secoli nell’orchestrare ogni tipo di manovre per tacitare quante violenze a minori sono state prodotte tra le mura di conventi, parrocchie e collegi, con la conseguenze copertura ed impunità degli aguzzini.

    In ogni caso la cataratta di notizie che durante gli ultimi anni si succedono senza fermarsi non portano alla luce niente di nuovo rispetto alle condotte ecclesiastiche se non che parlano del coraggio di migliaia e migliaia di vittime che si sono animate a rompere i patti di segretezza ed hanno denunciato con nomi e cognomi coloro che hanno oltraggiato le loro infanzie. Vittime che, nella loro gran maggioranza, hanno potuto parlare essendo già adulti e non senza attraversare lunghi processi di autoriconoscimento come tali.

    Ciò che è inevitabile, è chiaro, è che con ogni nuova testimonianza sorgevano nuovi dati che permettono comporre il puzzle di metodologie, discorsi e trame simboliche, che si mettono in pratica per consumare cotanta impunità e permettere che gli abusi e violenze si continuino a riprodurre per i secoli dei secoli.

    La scuola di Francesco

    Scandali come quelle delle sedi argentine dell’Istituto Provolo, messo in luce alla fine dell’anno scorso, con i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho alla testa di decine di abusi sessuali a bambine e bambini sordi, lontani da “sorprendere” e “fare notizia”, servono per affondare un poco di più nel fango dell’ipocrisia, la pateticità e l’ignominia coloro che si riempiono la bocca (e i portafogli) parlando di morale e amore al prossimo.

    In questo sito si è già specificato il ruolo di Francesco nelle trame di copertura ai preti pedofili del Provolo. Anche del suo amico, l’arcivescovo di La Plata Héctor Aguer, il quale ha avuto nella sua orbita vari dei denunciati della sede che l’istituto ha nella capitale bonaerense.

    Le recenti dichiarazioni dell’avvocato Thomas Doyle in Australia non fanno altro che confermare che Bergoglio, al di là delle sue diatribe e rapporti aggiornati, è un degno discepolo dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger.

    In un articolo intitolato “I papi e la pedofilia”, pubblicato tre anni fa nel sito La Excepción, è stato detto con precisione che “il papa Giovanni Paolo II ed il suo  cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, Joseph Ratzinger ‘imposero l’obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, eccetera, per far sì che non arrivasse alle autorità civili niente di ciò che aveva a che vedere con casi di pedofilia ecclesiastica’.

    Li si menziona anche un  motu proprio (documento papale) dello stesso Wojtyla, secondo il quale si ordina ai membri della chiesa di avvisare, prima che altri,  la Congregazione per la Dottrina della Fede se vengono a conoscenza “con una certa verosomiglianza, di un delitto riservato, dopo avere realizzato un’indagine preliminare”.

    L’articolo de La Excepción cita a sua volta un lavoro pubblicato dal filosofo Paolo Flores d’Arcais nel quotidiano El País in aprile del 2010, intitolato “Il Vaticano e la pedofilia”. Lì l’autore spiega che, con queste precise direttive, “papa e prefetto informati di tutto (di più, essendo gli unici a sapere tutto) sono, esclusivamente, chi ha la prima e l’ultima parola a proposito dei procedimenti che si devono seguire. La “pena” massima (quasi mai inflitta) non va mai al di là della riduzione in stato laico del sacerdote. In generale, il castigo si limita a trasferire il sacerdote da una parrocchia ad un’altra. Dove, ovviamente, reitererà il suo delitto. “Pena” esclusivamente canonica, in ogni caso. Non si deve effettuare alcuna denuncia davanti alle autorità civili”.

    In questa maniera, conclude Flores d’Arcais, Giovanni Paolo II y Benedetto XVI “hanno preteso ed imposto che i crimini di pedofilia fossero trattati esclusivamente come peccati, invece che come delitti, o al massimo come “delitti di Diritto Canonico”.

    Senza penitenza

    La testimonianza dell’avvocato Thomas Doyle apporta dati che servono per comprendere cosa fa o cosa non fa la gerarchia cattolica negli assunti di abusi sessuali ecclesiastici contro minori d’età. Lo fa anche la commissione che oggi sta indagando sul tema in Australia. Per esempio, si sa già che tra il 1980 ed il 2015 circa 4.500 persone, come minimo, hanno denunciato in questo paese casi di abusi sessuali a minori da parte di quasi duemila preti, laici o monache.

    Ma mentre migliaia e migliaia di vittime continuano a parlare, denunciando e rompendo il silenzio, la chiesa di Bergoglio continua con la sua sostenuta morale senza nemmeno prendere le misure minime per far sì che la pedofilia ecclesiastica smetta di riprodursi.

    Per caso, nessun gerarca cattolico denuncia davanti alla giustizia civile le sue  “pecore smarrite”.

    E molto meno si aprono i fetidi archivi dei tribunali canonici, custoditi a sette mandate, che getterebbero un’importante luce su infinità di casi che le sottane con potere pretendono condannare al silenzio e alla dimenticanza.

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://www.laizquierdadiario.com/Juan-Pablo-II-otro-papa-que-banco-a-muerte-a-los-curas-pedofilos

  • Noi accusiamo lei cardinale Sepe. Ci quereli o si dimetta – Lettera aperta

    Noi accusiamo lei cardinale Sepe. Ci quereli o si dimetta – Lettera aperta

    Quanto sta accadendo a Napoli riguardo al caso del nostro assistito Diego Esposito, malgrado il sottoscritto presiedendo una associazione di vittime sia abituato a sentirne e vederne di tutti i colori, mi ha lasciato particolarmente scosso soprattutto nel vedere quanto i vertici della chiesa napoletana diretta dal cardinale Sepe siano in totale contraddizione con quelle che sono le linee teoriche di tolleranza zero e sostegno alle vittime proposte dalla santa Sede.

    In una nota stampa a firma di p. Luigi Ortaglio diramata ieri (6-2-2017) dalla Diocesi di Napoli, si legge già nel titolo e a caratteri cubitali il nome e il cognome del nostro assistito, violandone gravemente la privacy nonché le disposizioni di legge vigenti relative alla tutela dell’identità delle vittime di abusi sessuali. Un gesto che ha messo in difficoltà notevole il nostro assistito e i suoi familiari, soprattutto i figli minori.

    Diego Esposito, un uomo che fino ad oggi non si è voluto sottrarre a questa battaglia di civiltà, ma che desiderava come è sempre avvenuto, che il suo vero nome non fosse reso noto. (Circostanza di cui se ne sta occupando per la parte penale l’avvocato Gianfranco Iannone (Napoli) il quale nelle prossime ore depositerà per nostro mandato formale querela).

    Nel comunicato stampa della Diocesi si legge che “il sacerdote don Silverio Mura, ascoltato dal Vicario Generale già nel 2010 “fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato da Diego Esposito”.

    Questa prima affermazione solleva una serie più che legittima di domande.

    -Dato che il sacerdote si dichiara innocente e che quindi sarebbe stato diffamato e calunniato dalla vittima e dalla Rete L’ABUSO , che per tutti questi hanno pubblicato la sua foto e il suo nome (vedi ricerca Google), perché non ha denunciato questi gravi fatti a danno della sua onorabilità alle autorità civili ?

    -La stessa cosa vale per la Diocesi di Napoli e per il Cardinale Sepe, anch’essi danneggiati dalla nostra campagna mediatica di denuncia.

    -Perché nel video registrato di nascosto dalla vittima, dove don Silverio viene accusato direttamente da chi subì quelle molestie, il sacerdote non si difende negando le accuse, anzi invita la vittima a pregare con lui e a non rivolgersi ai medici?

    Nel comunicato si legge ancora di un periodo sabbatico chiesto dal sacerdote, ma sfuggono i motivi e soprattutto manca la data.

    Di certo sappiamo che malgrado Diego Esposito avesse denunciato don Silverio per la prima volta alla Diocesi nel 2010, questa si è limitata rimuovere il sacerdote solamente dalla parrocchia, ma malgrado le pesanti accuse gli ha comunque permesso di continuare ad insegnare religione in mezzo ad adolescenti come se nulla fosse.

    Nel 2012 infatti don Silverio presta ancora servizio presso l’Istituto Alberghiero C. Russo di Cicciano, dove risulta nell’organico e dal quale fu rimosso solo dopo la pubblica denuncia della Rete L’ABUSO.  Ma l’anno successivo prestò ancora servizio, questa volta presso un’altra scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla.

    Inoltre diversamente da quanto afferma p. Ortagli il nostro assistito si sottopose alla perizia psichiatrica il 26 aprile del 2016. Era accompagnato dal suo medico, il dott. Alfonso Rossi.

    Quest’ultimo fu costretto a sottrarre il suo assistito da un successivo incontro a causa del clima intollerabile che il medico stesso definì fuori da qualunque parametro civile e pesantemente traumatico per la vittima, la quale ebbe un conseguente crollo psicologico e fu costretta all’ennesimo ricovero ospedaliero.

    Lo stesso padre Ortagli che oggi nega nel comunicato della diocesi la consistenza delle accuse rivolte a don Silverio, confermò in un audio registrato dalla vittima, che il sacerdote era affidato ad una delle comunità che si occupano dei sacerdoti con problemi di questo tipo. Successivamente venne segnalato in quella di Città di Castello (PG).

    Non possiamo ancora non notare che secondo quanto scrive p. Ortagli il procedimento canonico si è concluso nel 2016 – data e mese ignoti – ma la domanda è perché se il processo era stato archiviato nel 2016 nessuno lo ha mai comunicato a Diego?

    E perché prima monsignor Angelo Becciu nel febbraio 2016, poi monsignor Gennaro Acampa nel gennaio 2017 dichiarano che il caso è ancora aperto?

    In qualità di legale rappresentante della Rete L’ABUSO, in quanto vittima che ha subito sulla propria pelle non solo le violenze sessuali di un sacerdote, ma anche l’ostracismo del clero dopo aver denunciato mio carnefice, provo vergogna per l’ atteggiamento della diocesi di Napoli nei confronti di Diego Esposito.

    Insieme alla vittima Diego Esposito esigiamo serietà e coerenza dopo quel comunicato e chiediamo di essere immediatamente querelati dalla curia di Napoli in quanto, stando alle dichiarazioni di Ortagli, mentiremmo sui fatti.

    Malgrado sul caso di Diego Esposito sia maturata la prescrizione ricordiamo alla curia di Napoli che Silverio Mura, al fine di difendere la sua onorabilità ha il diritto di chiedere all’Autorità Giudiziaria la rinuncia alla prescrizione, dando il via ad una indagine e dimostrare così la sua innocenza.

    Rendiamo in fine noto che l’avvocato della rete L’ABUSO, Carlo Grezio (Napoli) che si occupa della parte civile, depositerà nei prossimi giorni una richiesta danni di 1 milione di € più l’indennizzo ai familiari, per i danni subiti dal nostro assistito, Diego Esposito.

    L’Ufficio Legale della Rete L’ABUSO si riserva altre eventuali azioni nei confronti della diocesi di Napoli.

  • Prete di San Giuseppe abusò di ragazzino a Pollena: la Curia lo “assolve”

    Prete di San Giuseppe abusò di ragazzino a Pollena: la Curia lo “assolve”

    Sul caso di presunti abusi sessuali subiti da A.R. da parte del reverendo S.M. che da qualche anno vive a San Giuseppe Vesuviano «non sono emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale». Lo spiega la Cancelleria della Curia arcivescovile di Napoli in una nota sul caso sollevato da A.R., che in una lettera inviata al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, denuncia il cardinale Crescenzio Sepe «per la grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio».

    Nella lettera l’uomo racconta di essere stato abusato tra il 1986 e il 1992 dal suo insegnante di religione. Il cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio nella nota spiega che «nel 2010 la Curia di Napoli aveva ricevuto alcune lettere del signor A.B. e del suo psichiatra che denunciavano presunti abusi subiti dallo stesso dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte del reverendo S.M.

    Nonostante fino a quel momento il reverendo avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due parrocchie, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse». Il vicario generale, questa la ricostruzione della Cancelleria della Curia, «incontrò e ascoltò prima A.B., quindi il suo psichiatra, e infine lo stesso don S.M., il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato da A.B.». E, «nonostante nulla confermasse le accuse, si convenne insieme al reverendo sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi».

    Nel 2014 A.B., prima personalmente poi tramite il suo legale, aveva chiesto «di essere ancora una volta ascoltato dall’Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati». Nel frattempo «A.B., sostenuto dalla rete “L’Abuso”, si era rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi – prosegue la nota – con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una “investigatio previa”. Pertanto nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore e un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso».

    Inoltre, aggiunge la nota, «nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto al signor A.B. di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata a un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta “ricostruzione della memoria testimoniale”. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando». Quindi, conclude la nota, «trasmessi gli atti dell’attività istruttoria alla Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico del reverendo don S.M.».

    http://www.ilfattovesuviano.it/2017/02/prete-san-giuseppe-abuso-ragazzino-pollena-la-curia-lo-assolve/

  • Abusi, Ponticelli si divide sul sacerdote sotto accusa

    Abusi, Ponticelli si divide sul sacerdote sotto accusa

    «Tutti si fidavano di lui». «No, molti sapevano e ora tacciono»
    Francesco Lo Dico
    Le loro vite erano separate da duecento metri. Giusto cinque minuti a piedi, tra via delle Botteghelle e via Heminghway, nel cuore del rione Incis di Ponticelli. Ma allora, nella seconda metà degli anni 80, nessuno dei due poteva immaginare che tanta vicinanza li avrebbe scagliati in un abisso trent’anni dopo. Da un parte lui, padre S. il presunto carnefice. Dall’altra Diego, presunta vittima dei suoi abusi. Cinque anni di violenze, che Diego Esposito (nome di fantasia) avrebbe subito dal sacerdote tra 1’87
    e il 92, quando aveva appena undici anni. E che, denunciati a partire dal 2010 alla Curia di Napoli, sono rimasti dopo sei anni ancora inascoltati. Tanto che nell’esposto scritto al Papa lo scorso novembre, l’uomo ha accusato il cardinale Sepe di aver coperto il sacerdote. Un dolore profondo, quello di Diego, che ancora ieri ha provocato in lui un nuovo sussulto. Il comunicato emesso ieri dalla diocesi di Napoli in risposta alle sue accuse, ha riportato il suo nome autentico. Circostanza che ha spinto la rete L’Abuso, che da anni assiste Esposito nella sua battaglia, a chiedere alla Curia danni per un milione di euro.
    A Ponticelli, don S. lo ricordano in molti. «Era alto, snello, sempre in completo scuro», racconta Adriana, titolare della

    Pasticceria La Rocca. «Mi colpivano i suoi occhiali: una vistosa montatura dorata, tutta luccicante». Alla fine degli anni 80, insegnante di religione alla scuola media Borsi 2 di Ponticelli, padre S. amava circondarsi di giovani. «Era il mio professore di religione alle medie», racconta Michele, oggi poco più che quarantenne. «Tre di noi lo hanno avuto come insegnante. Siamo otto fratelli. Ma a noi non ha mai torto un capello, mai una parola di troppo». Michele ricorda che padre S. amava intrattenere gli studenti con un gioco. «Nominavamo a turno un qualunque Paese del mondo, e lui ci diceva qual era la Capitale. Un uomo coltissimo». Ma non tutti i quarantenni come Michele, del sacerdote custodiscono un bel ricordo. «Ero un suo chierichetto», sussurra un uomo che chiameremo Davide. Poi abbassa gli occhi, si porta il pugno alla bocca, e la sua rabbia erompe improvvisa: «Quel prete invitava i ragazzi a casa sua. È tutto vero quello che scrivono, è vero quello che ha fatto. Diego lo hanno fatto passare per pazzo. Ma io lo conosco da quand’era bambino. E se ora è pazzo c’è stato qualcuno che lo ha fatto impazzire».
    Anche nel piccolo bar a pochi passi dall’abitazione del prete, non sembra esserci grande sorpresa per la denuncia di abusi sessuali lanciata da Diego Esposito. «Qui lo sanno tutti che cosa è successo, ma molti fanno finta di non sapere», spiega una donna alla cassa sui 60 anni. Ma la sorella, qualche anno più grande di lei, interviene pronta. «Don S. era un amico di famiglia, quando Diego andava a casa sua a fare i compiti, i genitori si sentivano tranquilli. Erano altri tempi». In fondo erano duecento metri, da casa di Diego a quella del parroco. Padre S. ha continuato ad abitarci fino a120l5. Ma oggi, in quella casa al primo piano all’interno di un grande stabile, le finestre sono sbarrate. Sul citofono c’è ancora il suo cognome, ma non risponde nessuno. «Padre S. ci abitava con la sorella fino a poco tempo fa», spiega un vicino. «Ma ora è vuota, è stata venduta di recente». Nell’86, Don Ciro Cocozza, ponticellese doc, era il parroco di Santa Maria delle Grazie. Ma a sentire il nome di padre S., suo vice di allora, e delle gravi accuse che gli ha mosso Esposito, sembra scosso da un fremito. «È per me una grave ferita – dice mentre si prepara a dire messa a Maria Santissima della Neve ¬comprenderà che non posso aggiungere altro». Nei dintorni della piccola chiesa di Porchiano, il nome di don S.M. evoca emozioni contrastanti. «Una brava persona, aiutava tutti», ripetono in molti. Ma nelle stradine intorno a Santa Maria delle Grazie, il signor Giuseppe (nome di fantasia) si sporge dal suo cancelletto incuriosito. Ha una settantina d’anni, tra i capelli ancora un po’ di nero. Fa segno di avvicinare i con le dita, poi inizia a parlare. «Oltre a Diego, c’è stato un altro ragazzo. Don S. lo ha cresciuto come un figlio. Da grande gli ha anche trovato lavoro in ospedale. A quel giovane voleva bene. Era buono quel sacerdote, ma aveva quel difettuccio … », dice mentre si guarda intorno. Un altro presunto caso di abusi? «Quella di padre S. era una malattia .

    Una volta che si scatena, guarire è impossibile», mormora d’un fiato.
    La moglie affiora come un’ombra dal portoncino di casa e tira il marito per un braccio. «Don S. era una brava persona – borbotta mentre agita le braccia. Se il Signore perdona, dobbiamo perdonare pure noi». La porta si richiude dietro di loro come uno schiaffo. A Ponticelli è calato il buio.

    Da Il Mattino

  • Foggia, don cacciato in gran segreto per abusi su minori diventa allenatore e ne violenta 11 baby calciatori

    Foggia, don cacciato in gran segreto per abusi su minori diventa allenatore e ne violenta 11 baby calciatori

    C’è una storia terribile a Foggia, fatta di silenzi e abusi, di un prete stupratore e pedofilo e delle giovani vite di bimbi spezzate senza pietà.

    È la vicenda che ha come orco Don Gianni.

    La storia di don Gianni
    Nel 2012, la Curia caccia in gran segreto Don Gianni Trotta per “essere colpevole di delitti con minori contro il sesto precetto del decalogo (non commettere adulterio)”, riducendolo così allo stato laicale, la pena più dura che può essere inflitta. Ma le prime denunce sono datate 2009: tre anni per arrivare a una scelta. Punito, ma non denunciato alla Procura. Un ordine del cardinale Joseph Levada, a capo della Congregazione, chiede che “la nuova condizione di sacerdote dimesso non dia candalo ai fedeli”. Quindi silenzio sulla punizione, nessuno deve sapere.

    Un ordine che è costato caro, non alla chiesa ma a dei bambini. Ora il prete si trova in carcere, condannato nell’ottobre del 2015 a otto anni di reclusione per violenza sessuale su un 11enne e per produzione di materiale pedo pornografico. Con le stesse accuse si appresta a tornare davanti al giudice per reati commessi ai danni di un’altra decina di bambini. Queste violenze si sono perpetrate dopo la pena inflitta dalla Chiesa, che ha mantenuto il segreto.

    L’arresto e la condanna
    Il 15 novembre del 2014 scatta una perquisizione grazie alla giovane sostituta procuratrice di Bari, Simona Filoni. In una denuncia infatti si legge: “C’è un signore che ha chieso a mia figlia di 11anni, su internet, le sue foto nuda”. Un investigatore dopo anni rivela su La Repubblica: “La cosa più orribile che mi era mai capitata di vedere. Filmati, dvd, foto, chat a ogni ora, solo con bambini, tutto conservato “nel soppalco a casa della madre 90enne”. I bambini nelle testimonianze lo chiamano tutti Don Gianni, l’allenatore della squadra del paese. Ebbene sì, perché dopo essere stato ridotto allo stato laicale è andato a fare il mister. E nessuno gli ha impedito di non farlo.

    E come mai? Trotta non è più prete dal 2012.

    Nessuno può saperlo, la chiesa ha “ordinato il silenzio”. Tant’è che in paese tutti lo credono ancora don: “Al funerale del padre aveva il collarino ecclesiastico”. E ancora: “Frequetava la chiesa, ci aveva detto che era in attesa di una nuova destinazione”. Sorge naturale una domanda: perché gli è stato consentito di frequentare i bambini nonostante i suoi precedenti? Dal punto di vista del diritto canonico, la sentenza della Congregazione è inattaccabile: la pena massima è stata inflitta e la legge italiana non può nulla, fanno ,notare i tecnici su La Repubblica.

    Quella squadra di bambini tempestata di avances poteva essere salvata se solo il vescovo dell’epoca, monsignor Domenico Cornacchia, lo avesse denunciato, impedendogli il ruolo di allenatore. Ovviamente Cornacchia scansa le accuse: “Ma io non sapevo nulla di Trotta”. E prosegue: “Non era un presbitero diocesano, avrebbero dovuto controllare il suo superiore generale e provinciale”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/foggia-don-cacciato-gran-segreto-abusi-su-minori-diventa-1360542.html