Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

    Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

    Chi violenta un minore non “offende” solo la castità (come dice il catechismo) ma compie un vero e proprio “delitto”.

    di David Gabrielli

    La questione della pedofilia del clero cattolico rimbalza, da qualche tempo, sulle prime pagine dei giornali, ed è tema di libri di successo. Essa – la violenza sessuale su bambini e adolescenti (seppure per questi si dovrebbe parlare di efebofilia) – non è affatto una “esclusiva” del clero; avviene soprattutto in famiglia, o col “turismo sessuale” in paesi esotici, praticata da gente che svolge le professioni più variegate e, di norma, è coperta da un’insuperabile omertà. Tristissimo fenomeno sul quale di solito si tace.

    Venendo poi al clero, la pedofilia non è “caratteristica” di quello cattolico, perché tocca egualmente ecclesiastici di altre confessioni. In ambito cattolico, infine, la quantificazione del fenomeno varia da paese a paese. Grosso modo, si può prendere come punto di riferimento quanto nel 2009 affermava il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una piccola minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.

    Da qui il clamore suscitato da casi come quelli della diocesi di Boston, rigorosamente descritti dal film Spotlight: per l’opinione pubblica cattolica statunitense, che in generale ha un’alta stima del prete, è stato uno shock apprendere che un sacerdote (parroco o educatore), al quale dai genitori con fiducia totale era stato affidato un ragazzo/a, ha compiuto su questi/a violenza sessuale. Il cardinale arcivescovo, Bernard F. Law (dimessosi nel 2002), era a conoscenza del “vizietto” di alcuni preti pedofili ma, invece di denunciarli, li aveva spostati da una parrocchia all’altra, ove essi avevano seguitato a violentare adolescenti. E la Santa Sede, alla quale infine dalle diocesi arrivavano le segnalazioni? Fin quasi alla fine del secolo scorso, i casi di preti pedofili erano trattati con riserbo massimo: l’urgenza, però, non era quella di difendere le vittime, ma di coprire lo scandalo perché il “buon nome” della Chiesa non fosse macchiato.

    Tuttavia, l’eco suscitata, soprattutto in Nordamerica, da alcuni casi, e dai risarcimenti milionari che alcune diocesi hanno dovuto sborsare per cause portate in tribunale, ha costretto il Vaticano a cambiar rotta: e da Giovanni Paolo II in poi la questione è stata affrontata di petto, sia pure non senza ritardi e contraddizioni. «Tolleranza zero per i preti pedofili»: questo, ora, il principio che guida l’azione vaticana, per estirpare un comportamento malefico che Francesco ha definito «mostruosità assoluta e orrendo peccato».

    E, per il passato, un colpo di spugna? Così è accaduto in molti paesi; ma vi sono eccezioni. Le Conferenze episcopali del Canada (e, qui, anche la Chiesa anglicana), dell’Irlanda, della Francia e della Svizzera hanno fatto un pubblico “mea culpa”, seppure non sempre con adeguata franchezza. I vescovi d’Oltralpe hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi della pedofilia del clero, composta di magistrati, psicologi e familiari delle vittime. E, in Svizzera, il 5 dicembre nella basilica di Valère (Sion) i vescovi hanno organizzato una giornata di penitenza in espiazione «degli abusi sessuali [dei preti], del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime»; e, per indennizzare i reati “prescritti”, hanno istituito un fondo di cinquecentomila franchi.

    E in Italia? Qui la Conferenza episcopale sembra partire dal presupposto che «da noi non è come altrove», ipotesi minimalista smentita da molti fatti. Per smuovere tale imbarazzante status quo il movimento riformista cattolico “Noi siamo Chiesa” ha suggerito ai vescovi: 1) l’istituzione di una Commissione come quella pensata dai francesi, e una “giornata nazionale di penitenza”; 2) una riflessione autocritica sul passato, e il riconoscimento che sono insufficienti le “Linee guida” stabilite dalla Cei nel 2012 e ’14; 3) l’impegno di denunciare alla magistratura i fatti sicuri.

    Stella polare per la Cei non può essere semplicemente il Catechismo cattolico, che definisce lo “stupro” su minori una “offesa contro la castità” (n. 2356); deve essere il Codice italiano, per il quale la violenza sessuale su minori è un “delitto” contro la persona.

    Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

  • Il cardinale Müller: “Tolleranza zero sui preti pedofili, i vescovi li obblighino ad autodenunciarsi”

    Il cardinale Müller: “Tolleranza zero sui preti pedofili, i vescovi li obblighino ad autodenunciarsi”

    La linea del capo della Congregazione per la dottrina della fede: “La Chiesa non copre gli abusi. Può essere capitato in alcuni casi per ingenuità ma mai sistematicamente”

    CITTÀ DEL VATICANO – Nelle stanze dell’ex Sant’Uffizio ci accoglie l’attuale prefetto della Dottrina della Fede, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller. Smentisce la vulgata che lo vuole guardiano “a destra” delle aperture “a sinistra” di Francesco. E, insieme, accetta di parlare – in occasione dell’uscita del suo libro “Indagine sulla speranza”, Cantagalli – delle sfide della Chiesa. Fra queste l’annoso problema della pedofilia nel clero: “La Chiesa, a differenza di tante altre istituzioni, sta davvero lavorando per la tolleranza zero. La strada è chiara a tutti: se un vescovo viene a sapere con certezza morale del verificarsi di alcuni casi di abuso su minori nella sua diocesi, deve dire alle vittime o ai genitori delle vittime di denunciare all’autorità competente quanto accaduto e, insieme, deve obbligare l’accusato ad auto denunciarsi”.

    I casi di abusi sessuali su minori purtroppo non mancano, anche in Italia.
    “L’Italia non è diversa dagli altri Paesi e pertanto non condivido la visione che propongono coloro che mostrano un Paese dove il clero abusa e i vescovi coprono. Non è così, nonostante casi dolorosi si siano verificati anche qui. Non dimentichiamo che in Italia, come negli altri Paesi, ci sono tanti buoni sacerdoti – e sono la maggioranza – che dedicano la loro vita per il bene dei fedeli”.

    Non ritiene che se la Chiesa obbligasse sempre a denunciare tanti casi non si verificherebbero?
    “I sacerdoti sono cittadini come tutti e in questo senso se commettono dei crimini devono rispondere davanti alle autorità civili e penali. Inoltre, le autorità religiose devono svolgere i loro processi canonici che possono arrivare come massima pena alle dimissioni dallo stato clericale. Gli abusi sessuali sui bambini sono dei delitti, dei crimini, e insieme anche dei peccati gravi. E quando un vescovo o un sacerdote viene a sapere di questi abusi deve dire alle vittime di andare a denunciare e anche all’accusato di presentarsi alla polizia perché è questa l’unica strada per evitare che i casi si ripetano. La Chiesa, ad ogni modo, non copre nulla. In alcuni casi può essere capitato per ingenuità, ma non sistematicamente. Quasi tutte le conferenze episcopali hanno scritto delle linee guida in merito. Certo, va detto che ordinare un prete con problemi di quel tipo può sempre essere possibile, perché, per quanto ci si impegni nel discernimento, non si può sempre leggere esattamente nella coscienza di un candidato se questi non si mostra sincero e disponibile; non sono pochi gli esperti, poi, che sostengono che spesso il predatore si accorge di essere tale soltanto nel momento in cui commette il crimine. Questo per dire che non è sempre facile prevenire sia per le autorità civili sia per quelle religiose. Fra l’altro, mentre spesso la prescrizione assolve chi ha commesso crimini all’interno del proprio Paese, la Chiesa è una delle poche istituzioni che invece non ammette sconti su questi crimini. Anche dopo anni possono arrivare sentenze dure”.

    Francesco ha nella curia romana degli oppositori?
    “Tutti i cardinali hanno studiato teologia, tutti conoscono la dottrina del papato e dell’episcopato. Siamo sacerdoti competenti che conoscono bene la missione del Papa, la sua importanza per tutti. Viviamo una collegialità affettiva ed effettiva con Francesco. Purtroppo alcuni media notano di più le legittime diversità di opinione e non la grande armonia. Il Papa è il 266esimo successore di Pietro, e ognuno, lui compreso, ha una sua storia. Questa individualità è la forma nella quale ognuno compie la sua missione. Francesco ha la particolarità di venire da un continente non europeo. Questa sua differenza è preziosa per noi”.
    Soprattutto sul web non manca chi contrappone i suoi interventi sulla dottrina a quanto dice il Papa… “Sono piccole fazioni di destra e di sinistra che litigano fra di loro usando me e il Papa. Sono posizioni ideologiche che non condivido in nulla. Fra l’altro, fra non molto, uscirà proprio un mio libro sul Papa e sul papato… Tutti serviamo l’opera del Papa. Lavoriamo insieme per servire la sua missione”.

    Pensa che sulla comunione ai divorziati risposati Francesco chieda un passo nuovo?
    “Abbiamo il messaggio di Gesù e la Bibbia che dicono parole chiare sul fondamento del matrimonio nella volontà salvifica di Dio. Le condizioni sociologiche cambiano ma occorre anche tenere presente che vi sono diverse antropologie che non accettano la nostra, fondata nella Parola di Dio. Occorre annunciare il Vangelo senza tradirlo. Francesco vuole far sentire la vicinanza del Buon Pastore al popolo di Dio con la predicazione e la testimonianza della vita cristiana”.

    Cosa significa vivere la misericordia?
    “Dio non è un freddo legislatore, ma un Dio presente, vicino. Già nell’Antico Testamento Dio ha dimostrato la sua vicinanza verso il suo popolo liberandolo dalla schiavitù e donandogli latte e miele. Gesù era misericordioso verso i bisognosi, i malati… Vivere la misericordia è vivere il Vangelo nella sua interezza”.

    C’è il rischio che insistere sull’amore porti in secondo piano il fatto che la verità per i credenti ha un nome, Gesù Cristo?
    “Non c’è contraddizione. Dio è creatore di tutti gli uomini e ama tutti. Ognuno però ha una sua identità e va rispettata. Gesù non viene messo in secondo piano, anzi insistendo sull’amore, è la lingua stessa di Gesù che viene parlata. Recentemente Francesco ha incontrato i rappresentanti di altre culture. A loro ha detto: “Anche se non parliamo la stessa lingua possiamo capirci perché parliamo la lingua dello Spirito Santo che è l’amore””.

     http://www.repubblica.it/vaticano/2017/02/26/news/il_cardinale_mu_ller_tolleranza_zero_sui_preti_pedofili_i_vescovi_li_obblighino_ad_autodenunciarsi_-159271395/
  • Pedofilia: “Tutti nella Chiesa vogliono la tolleranza zero. Le divergenze sono se dimettere o no dallo stato clericale chi abusa”

    Pedofilia: “Tutti nella Chiesa vogliono la tolleranza zero. Le divergenze sono se dimettere o no dallo stato clericale chi abusa”

    Parla Hans Zollner, gesuita, direttore del Centro per la protezione dell’infanzia attivo già da qualche anno presso l’Università Gregoriana, e membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori istituita da papa Francesco

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO. Il clero e la pedofila, un problema ancora non risolto, se è vero che il sette per cento dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. E se continuano, anche in Italia, i casi di preti pedofili spostati di diocesi in diocesi, e a cui di fatto viene permesso di perpetrare i propri crimini senza sosta.

    Ne parliamo con monsignor Hans Zollner, gesuita, preside dell’Istituto di psicologia dell’Università Gregoriana, direttore del Centro per la protezione dell’infanzia attivo già da qualche anno presso lo stesso ateneo, e membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori istituita da papa Francesco.

    Cosa pensa delle notizie provenienti dall’Australia?
    Sono stato in Australia nell’estate scorsa e ho parlato con molte persone che lavorano nella Chiesa per la prevenzione di abusi. Erano molto turbati perché già allora si aspettava la pubblicazione di questo rapporto e si prospettavano queste cifre. Sono cifre che stupiscono perché assai superiori a quanto risulta finora per altri Paesi. Se sono confermate, sono orrende.

    In Italia in questi giorni si torna a parlare di diversi casi di pedofilia nel clero. Spesso si viene a conoscenza del fatto che i vescovi locali hanno coperto. Perché questo?
    Non ho studiato in modo approfondito i casi dell’Italia e quindi non posso dare un giudizio su di essi. Tuttavia, in generale, in molti Paesi i Superiori hanno coperto, molto spesso per due ragioni: uno, perché volevano evitare uno scandalo pubblico (senza pensare che comunque prima o poi sarebbe venuto fuori) e, due, perché credevano più nelle dichiarazioni degli abusatori oppure nelle promesse degli abusatori (senza prevedere che avrebbero potuto abusare nuovamente) che nelle accuse delle vittime e non comprendevano la profondità del loro trauma spirituale, fisico e psichico.

    Non ritiene che se la Chiesa nei suoi vertici dicesse una parola chiara sull’obbligo di denuncia (garantendo la privacy) molti abusi non avverrebbero?
    Se si tratta di un abuso attuale è molto chiaro: si deve intervenire il più presto possibile e nel modo meno rischioso per il giovane abusato. Se parliamo di abuso che è stato commesso anni e decenni fa la situazione è più complessa. Il parlamento tedesco qualche anno fa ha respinto la proposta di una legge per introdurre l’obbligo di denuncia per alcuni gruppi professionali – con la motivazione che questo obbligo porterebbe molte vittime di non aprirsi mai per paura di re-traumatizzazione e la difficoltà legale di provare le circostanze in modo contundente di un passato lontano nel tempo, ma molto vicino nell’esperienza delle persone. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha chiarito anni fa che – per quanto riguarda l’ambito dello Stato in cui uno vive – ogni cattolico deve seguire la legge in materia (che varia molto di Stato in Stato, a volte di Regione in Regione) e che – per quanto riguarda l’ambito del diritto canonico – ogni Superiore è tenuto a condurre una investigazione previa per accertare i fatti e, conseguentemente, inviare il materiala alla Congregazione per poter iniziare un processo canonico, che non sostituisce il processo penale e/o civile statale. Qui la citazione della Lettera Circolare della Congregazione del 11 maggio 201:  “Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze.  In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche.” In questo momento mi trovo a Bogotá per incontri con i Vescovi e Superiori Religiosi e per conferenze su questo tema. In Colombia – al contrario con l’Italia e la stragrande maggioranza dei paesi del mondo – dal 2007 tutti i cittadini sono obbligati a denunciare. Eppure nel solo anno 2015 sono state registrate 18.191 denunce, di cui il 91 per cento è un abuso commesso nel contesto familiare – quindi la sola introduzione di una nuova legge purtroppo non cambia gli atteggiamenti e non toglie il male.

    Ritiene che la tolleranza zero di Ratzinger e Francesco abbia degli oppositori?
    Non vedo un’opposizione se si intende per tolleranza zero che un sacerdote abusatore non torna mai più al ministero. Se invece parliamo della dimissione dallo stato clericale, sì, penso che siano opinioni diverse.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2017/02/15/news/pedofilia_tutti_nella_chiesa_vogliono_la_tolleranza_zero_le_divergenze_sono_se_dimettere_o_no_dallo_stato_clericale_chi_a-158356169/

  • “Le scuse non ci bastano. E la Chiesa non ha punito 130 sacerdoti pedofili”

    “Le scuse non ci bastano. E la Chiesa non ha punito 130 sacerdoti pedofili”

    Il presidente di Rete Abuso: “I vescovi devono avere l’obbligo di denunciare i casi di abusi”

    di 

    Le parole, seppure forti, non bastano. «Purtroppo mancano i fatti, manca la concretezza.

    Chiediamo al Papa di ordinare ai suoi vescovi di denunciare i crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti, cosicché intervenga la giustizia». È duro il commento di Francesco Zanardi, abusato da un sacerdote quando era ragazzino e ora presidente della Rete l’Abuso, associazione che assiste le vittime dei preti pedofili. Un appello che arriva all’indomani del discorso del Papa pubblicato nel libro-testimonianza di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di sacerdoti, in cui Francesco ha chiesto «perdono per i preti pedofili» e ha assicurato: «Saremo severissimi».

    Cosa pensa dell’intervento di Bergoglio?

    «Frasi inoppugnabili. Ma non ci bastano. Purtroppo mancano i fatti. C’è molta sfiducia. Abbiamo scritto tante volte al Papa, sia come singole vittime che come associazione, ma non abbiamo mai ricevuto risposte. Il 29 gennaio abbiamo inviato un video-appello chiedendo un intervento deciso e concreto al Pontefice, ma non c’è alcun dialogo. Non riceviamo risposte e questo non fa altro che aumentare il dolore delle vittime».

    Cosa vi aspettate da Bergoglio? Cosa dovrebbe fare?

    «Una cosa sola, ma un atto concreto forte: ordinare ai vescovi di denunciare i crimini alle autorità giudiziarie di ciascun Paese. E che i vescovi attuino queste disposizioni. Sono 15 anni che non ci si sposta da questa situazione».

    Ma dipende dalle singole conferenze episcopali?

    «Certamente, ma il Papa come massimo esponente della Santa Sede potrebbe dare questa indicazione. In Italia, al momento, non c’è l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi. Ma su questo è intervenuta anche la Commissione Onu per i diritti dei minori, denunciando le politiche del Vaticano che ha permesso a religiosi di abusare sessualmente di decine di migliaia di bambini e ragazzi. Lo Stato non legifera, ma il Vaticano se ne approfitta. Non c’è nessuna apertura, e l’obbligo di denuncia dei vescovi li responsabilizzerebbe».

    Bergoglio ha creato una commissione ad hoc per trattare il fenomeno della pedofilia nella chiesa.

    «Peter Sanders, uno dei componenti, se n’è andato sbattendo la porta. Il motivo? La Commissione non sta facendo nulla, non esiste un provvedimento concreto a sostegno delle vittime. Non c’è nemmeno assistenza psicologica, oltre al tentativo di fermare gli abusatori».

    La situazione è cambiata con Papa Francesco?

    «Niente affatto. Non è stato processato alcun vescovo. Solo per citarne alcuni, ricordo mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona, pesantemente ammonito dall’autorità giudiziaria; se l’è cavata con la prescrizione; poi il cardinale Calcagno, che ha coperto diversi casi di preti pedofili, attualmente all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ndr) e il cardinale Pell, accusato di pedofilia in Australia e ancora ministro delle finanze vaticane».

    Quanti casi vi vengono segnalati?

    «La Rete l’Abuso è nata nel 2009. Siamo circa 620 vittime; negli ultimi 15 anni, solamente in Italia, circa 130 preti sono stati condannati in terzo grado e altri 150 indagati. Non è un problema da poco. Ma la chiesa non ne ha rimosso nemmeno uno».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/scuse-non-ci-bastano-e-chiesa-non-ha-punito-130-sacerdoti-1364304.html

  • I vescovi svizzeri e il mea culpa per la pedofilia, la Chiesa a vari livelli è stata complice

    I vescovi svizzeri e il mea culpa per la pedofilia, la Chiesa a vari livelli è stata complice

    Città del Vaticano Le colpe di cui si è macchiata la Chiesa sugli abusi sessuali comprendono diversi livelli: “l’atto criminoso, il silenzio complice, l’assenza di aiuto alle vittime stuprate”. In pratica una catena di delitti, dal più grave, quello commesso dal prete orco, fino al comportamento pilatesco del vescovo che per non creare scandalo nella diocesi ha spesso spostato il parroco da una parrocchia all’altra.

    Perchè è così che in passato venivano gestiti i casi di abusi. Il mea culpa stavolta arriva dai vescovi svizzeri che hanno appena chiuso una giornata di riflessione su come le comunità cattoliche in passato hanno affrontato la piaga della pedofilia. Fino a qualche decennio fa era proibito persino nominare apertamente il tema tabù della pedofilia per non suscitare scandalo e infangare il buon nome della diocesi, preferendo dunque coprire i misfatti con il silenzio . “A differenti livelli noi ci sentiamo responsabili e grati alle vittime per averci aperto gli occhi” hanno sottoscritto i vescovi svizzeri.

    La cerimonia svizzera testimonia il cammino che in questi ultimi dieci anni ha fatto la Chiesa per punire i colpevoli. Benedetto XVI e Papa Francesco hanno inasprito le pene del codice di diritto canonico, usato la mano dura per castigare i responsabili dei crimini, condannato anche i vescovi omertosi, cosa che prima non si faceva. Anzi. Una lettera (resa pubblica agli inizi degli anni Duemila), scritta dall’allora cardinale della Congregazione per il Clero Castrillon Hoyos esprimeva compiacimento verso un vescovo francese che aveva evitato lo scandalo pubblico di un prete pedofilo, invece che denunciarlo e punirlo. Insomma la tolleranza zero è arrivata solo dopo. Un cammino che non è stato semplice per via di tante resistenze interne.

    Ultimamente ha anche portato alla istituzione di una Commissione internazionale per la protezione dei minori guidata da padre Hans Zoellner, un gesuita tedesco che da anni si batte per diffondere un protocollo di intervento armonico tra le diverse conferenze episcopali. Proprio in questi giorni il Vaticano ha annunciato l’avvio di un sito www.protectionofminors.va in cui viene esposto il lavoro svolto e gli obiettivi da raggiungere.

    “Nella nostra epoca è emersa palese una grande colpa a carico della Chiesa, così come delle sue diocesi e comunità. Questa colpa ha delle radici ben precise, individuabili in certe strutture e certi modi di comportamento e di pensiero” ha spiegato ieri il vescovo svizzero Morerod. Le nuove regole che sono state introdotte, frutto degli interventi dei pontificati di Ratzinger e di Papa Francesco, hanno cambiato le prospettive in molti paesi dando maggiore credibilità alla immagine della Chiesa.

    In Svizzera, per esempio, è stato istituito un fondo per gli indennizzi e le statistiche sugli abusi sono state rese pubbliche, aggiornate di anno in anno cose che, invece, manca totalmente in Italia dove è praticamente impossibile ancora avere dei dati dalla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vescovi_svizzera_pedofilia_vaticano_chiesa_abusi_francesco-2124982.html

  • Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    La Rete L’ABUSO Onlus che rappresenta, tutela e supporta legalmente dal 2009 le vittime italiane di preti pedofili, ha chiesto di poter entrare a fare parte dell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO ha inoltrato lo scorso 17 settembre formale richiesta all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità. Il 26 settembre l’ufficio competente ci fa sapere che la richiesta è stata inoltrata al ministro delle Riforme con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi.

    Si tratta di una richiesta legittima. L’inserimento di Rete L’ABUSO andrebbe a completare il quadro generale dell’osservatorio che al momento comprende Terres des Hommes, Telefono Azzurro, Save the Children, che si occupano di pedofilia nel suo complesso in un quadro internazionale, e la Onlus Meter che si occupa nello specifico di pedo-pornografia online.

    Con l’inserimento nell’Osservatorio della Onlus Rete L’ABUSO, che rappresenta in Italia le vittime della pedofilia clericale, non solo si completerebbe il quadro sul contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità, ma si potrebbe finalmente fare tesoro delle testimonianze di migliaia di cittadini italiani rimasti vittime.

    Il fenomeno della pedofilia clericale si inserisce in quello complessivo con delle sue specifiche caratteristiche come è emerso in Europa tra il 2009 e il 2010 dalle conclusioni di grandi inchieste governative e/o miste Stato/Chiesa in Irlanda, Germania, Inghilterra, Olanda, Belgio solo per citarne alcune. Tuttavia in Italia, dove peraltro risiede il più alto numero di ecclesiastici al mondo, governo, parlamento e Conferenza episcopale non hanno mai ritenuto necessario seguire l’esempio di questi Paesi, avviando una indagine su scala nazionale per mappare, “censire” e monitorare una casistica per nulla irrilevante.

    Al punto che paradossalmente la Rete L’ABUSO Onlus è oggi l’unica fonte che è in grado di offrire una visione complessiva del fenomeno italiano, sulla base di un costante e capillare lavoro di rassegna stampa e di raccolta di denunce e testimonianze.

    Negli ultimi 15 anni sono più di 230 i sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia clericale, tra denunce, condanne e condanne in via definitiva. Un numero del genere può sembrare esiguo per giustificare un’inchiesta ma non lo è affatto. Basterebbe osservare il crimine ponendosi dalla parte delle vittime, certe e potenziali. Il profilo criminale di un pedofilo è molto simile a quello di un serial killer: non si ferma finché non viene messo in condizioni di non nuocere. Ci sono preti pedofili che negli Stati Uniti hanno confessato oltre 100 stupri, alcuni anche 200. Molti di questi sacerdoti erano stati spostati e reintegrati in altre parrocchie dai loro vescovi dopo la raccolta delle denunce. Alcuni di loro hanno anche reiterato i crimini tuttavia non sono mai stati rimossi dallo stato clericale. In Italia, la Conferenza episcopale ha stabilito che per i vescovi non c’è alcun obbligo di denunciare i casi di cui viene a conoscenza, creando una situazione di potenziale rischio che altre conferenze episcopali hanno invece saggiamente evitato mettendosi a disposizione delle autorità laiche competenti. Anche per provare a cambiare questo inaccettabile stato di cose c’è bisogno di Rete L’Abuso nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Lione, il cardinale troppo misericordioso con il prete abusatore

    Lione, il cardinale troppo misericordioso con il prete abusatore

    Le storie, nel loro orrore, rivelano sofferenze tenute nascoste per decenni. “Quel prete creava intorno a se una piccola corte… mi baciava sulla bocca… Ogni sabato, alle riunioni, dovevamo fuggire le sue attenzioni… Durante un pellegrinaggio a Fatima ha tentato di stuprarmi in tenda… Molti genitori non ci credevano e ci dicevano di non parlare così di un prete… Io sono stato abusato…  era un personaggio autoritario e carismatico”. Seduto nell’ufficio di una piccola impresa edile di Lione, ascolto il giovane imprenditore François Devaux, trentasettenne, Alexandre Hezez-Dussot, operatore finanziario quarantasettenne, Bertrand Virieux, cardiologo quarantaquattrenne.

    Una minuscola pattuglia degli abusi di massa, di cui è responsabile il prete Bernard Preynat per lunghi anni guida riverita di scout cattolici. Ben sessantasette sono le vittime di questo predatore negli anni dal 1979 al 1991, che ancora nel 2015 esercitava tranquillamente il suo ministero sacerdotale nella diocesi di Lione. Come se niente fosse accaduto. Quando i tre hanno scoperto l’ampiezza degli abusi, hanno fondato l’associazione La Parole liberée (La Parola liberata) e hanno chiesto invano di essere ricevuti dal Papa.

    Scrivo sul taccuino la cifra: 67. Perché bisogna immaginarsele in fila una dopo l’altra, a riempire una stanza, le vittime adolescenti di quelle che papa Francesco ha chiamato una volta le “messe nere” degli abusi, vittime mai risarcite, mai raggiunte dalla notizia che il colpevole era stato punito. Anche François, Alexandre e Bertrand non potevano credere alla sistematicità di questi abusi, finché lo scandalo quest’anno non è scoppiato a Lione ed è diventato materia di discussione in tutta la Francia.

    Realizzare una riforma radicale – come quella di superare la pratica secolare degli insabbiamenti, portare alla luce gli abusi, punire in maniera esemplare gli stupratori e mettere finalmente al centro le vittime come chiedeva Benedetto XVI già nel 2010 – è un’opera che non può essere compiuta soltanto in Vaticano. Quando si tratta di cambiare mentalità e prassi delle gerarchie ecclesiastiche nei cinque continenti i papi sono molto meno sovrani di quanto si creda.

    Francesco si è impegnato sin dalla sua elezione. Già nel luglio 2013 ha inasprito nel codice penale vaticano le sanzioni contro laviolenza sessuale e il possesso di materiale pedopornografico. Nel 2015 ha creato una sezione giudiziaria speciale presso la Congregazione per la Dottrina delle fede, dove si possono denunciare per “abuso d’ufficio” i vescovi negligenti nel perseguire violenze sessuali nelle proprie diocesi. Per guidare la sezione Francesco ha istituito un Segretario aggiunto della Congregazione, incaricato di occuparsi unicamente della questione. Infine, poco più di un mese fa il papa ha stabilito le procedure per rimuovere i vescovi, che non si sono attivati per colpire gli abusi e per loro negligenza abbiano causato un “grave danno ad altri”.

    Insomma, la cornice giuridica per perseguire in ogni modo i colpevoli di abusi e i vescovi, che non intervengono tempestivamente, c’è tutta. Ma fare le leggi è solo il primo passo. Serve che nell’ambito delle diocesi e soprattutto delle conferenze episcopali – nello spirito di decentramento perseguito dal pontefice – si metta in atto una politica rigorosa di attuazione delle norme.

    Il caso scoppiato nella diocesi di Lione è particolarmenteilluminante. I crimini del prete Preynat sono stati commessi prima dell’insediamento dell’attuale vescovo, il cardinale Philippe Barbarin arrivato in diocesi nel 2002. Ma fin dall’inizio la vicenda ha lo stigma del classico insabbiamento. Il suo predecessore cardinale Albert Decourtray, allertato da alcuni genitori, allontana Preynat dalla sua parrocchia promettendo che non avrà più a che fare con adolescenti. Di fatto Preynat finisce in una zona di campagna, naturalmente a contatto con dei giovani. “Ancora nel 2014 – racconta Alexandre Hezez-Dussot – Preynat stava con bambini: era attivo come cappellano della scuola Saint Marc a Cour la Ville e lavorava nel patronato St.Claire di una colonia estiva a Coteau. Ne ho informato personalmente il cardinale Barbarin”.

    Già, il cardinale Barbarin. Mentre guida la diocesi, non si ha notizia di nessun crimine commesso da Preynat. Il prete gli ha promesso che il passato gli fa schifo ed è una pagina chiusa. Ma il cardinale non lo ha denunciato all’autorità giudiziaria come la legge francese espressamente esige. Sulla data relativa al momento in cui sarebbe venuto a conoscenza dei reati di Preynat (naturalmente tutti prescritti tranne quattro), Barbarin è stato contraddittorio. Prima ha affermato di averlo saputo solo nel 2014, poi ha dichiarato che era successo nel 2007 (e in tal caso potrebbe cadere in prescrizione la sua mancata denuncia). In ogni caso i suoi critici si domandano perché abbia atteso soltanto il 2015 – dopo un intervento del Vaticano, a cui si era rivolta una delle vittime – per allontanare il prete predatore da ogni incarico. Perché tra i tanti controsensi della vicenda c’è anche che Preynat era stato nominato a capo di un decanato e a far parte del Centro di formazione dei laici della diocesi di Lione (Sedif).

    A maggio il Papa ha dichiarato al giornale cattolico francese la Croixche Barbarin aveva preso le “misure necessarie” e lo aveva definito una personalità “coraggiosa, creativa, missionaria”. Ma dinanzi alla conferenza episcopale francese restano tre interrogativi pesanti: 1.Può un cardinale violare la legge? 2. Non è un pessimo precedente lasciare in attività sulla parola chi ha commesso abusi su minori, sapendo che quasi sempre sono criminali seriali? 3. Mettere tutto nel dimenticatoio, non è un modo di denegare giustizia alle vittime?

    Giugno scorso il cardinale Barbarin è stato interrogato per dieci ore dalla polizia di Lione per potenziale “messa in pericolo della vita altrui”. La vicenda continua.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/24/lione-il-cardinale-troppo-misericordioso-con-il-prete-abusatore/2928637/

  • Francia, nuove norme dei vescovi contro la pedofilia

    Francia, nuove norme dei vescovi contro la pedofilia

    Dopo la bufera sul caso Barbarin la Conferenza episcopale annuncia l’istituzione di uffici diocesani e di un sito internet per il dialogo con le vittime di abusi commessi da sacerdoti, insieme a una commissione indipendente nazionale per la valutazione delle accuse. Impegno anche a riaprire i casi del passato.

    GIORGIO BERNARDELLI

    In una Francia scossa dalle accuse delle vittime al cardinale Philippe Barbarin per i casi dei sacerdoti della diocesi di Lione dal cui passato sono riemerse gravissime accuse di pedofilia, la Conferenza episcopale francese ha varato una serie di nuove misure contro la piaga degli abusi sessuali nei confronti di minori commessi da sacerdoti. Decise dal Consiglio permanente dei vescovi, le nuove iniziative sono state annunciate oggi in una conferenza stampa dal presidente mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia.

    I vescovi francesi premettono di aver espresso già nel 2000 una «condanna assoluta» per gli atti di pedofilia, che se commessi da un sacerdote rappresentano «un doppio tradimento». Sostengono che «oggi queste vicende tragiche riguardano pochi preti, ma che anche un solo episodio è comunque troppo». Chiedono inoltre espressamente ai sacerdoti resisi responsabili di questi atti di «autodenunciarsi all’autorità giudiziaria».

    In questo quadro il Consiglio permanente afferma la «priorità dell’accoglienza e dell’ascolto delle vittime e il suo impegno a collaborare con la giustizia»; e proprio a tradurre meglio in pratica questi obiettivi mirano le nuove decisioni. La più significativa è l’istituzione a livello diocesano – o almeno in ciascuna delle Province ecclesiastiche – di «un luogo dove le vittime possano essere accolte, ascoltate e accompagnate». A questa struttura capillare di centri d’ascolto verrà affiancato un sito internet promosso dalla Conferenza episcopale: dedicato esclusivamente all’accoglienza delle vittime, conterrà tutte le indicazioni sulle realtà da contattare. Fin da subito è stato attivato a questo scopo l’indirizzo mail paroledevictimes@cef.fr.

    Le nuove strutture non si occuperanno solo del presente, ma anche dei casi passati, finiti al centro delle polemiche a Lione. «Nella storia delle diocesi – si legge nella nota dei vescovi francesi – restano situazioni particolari, anche vecchie, sulle quali è necessario fare luce. Ci impegniamo a svolgere quest’opera come lo stiamo facendo nei casi portati a nostra conoscenza, in particolare dalle vittime».

    Seguendo una strada già percorsa da altre conferenze episcopali, viene annunciata poi la costituzione di una Commissione nazionale di esperti indipendenti, presieduta da un laico qualificato e composta da ex magistrati, medici, psicologi, genitori. Suo compito sarà quello di consigliare i vescovi nella valutazione dei casi di preti accusati di aver atti riprovevoli. Questa commissione entrerà in carica entro l’estate 2016.

    Il Consiglio permanente dei vescovi francesi si impegna, infine, a proseguire l’opera di prevenzione della pedofilia tra gli educatori, gli animatori, i preti, gli insegnanti i seminaristi. Anche su questo verrà creato un sito internet ad hoc, insieme a un vademecum per i vescovi su tutte le procedure da seguire.

    Le decisioni annunciate da mons. Pontier sono state accolte con freddezza da La Parole Libérée l’associazione di vittime che da Lione ha fatto riesplodere lo scandalo pedofilia in Francia. «Sono belle dichiarazioni di intenti che abbiamo già sentito altre volte – ha replicato il fondatore Bertrand Virieux -. È appena il minimo sindacale. Ci aspettavamo, piuttosto, misure forti: tolleranza zero anziché un semplice indirizzo mail e dei centri d’ascolto».

    http://www.lastampa.it/2016/04/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/francia-nuove-norme-dei-vescovi-contro-la-pedofilia-dJ59svB6sMGwZeRzOQ6dTJ/pagina.html

  • Pedofilia, Bagnasco: “Vescovi italiani tra i primi nel rigore”. Ma la Cei (sbugiardata dal Papa) respinse l’obbligo di denuncia

    Pedofilia, Bagnasco: “Vescovi italiani tra i primi nel rigore”. Ma la Cei (sbugiardata dal Papa) respinse l’obbligo di denuncia

    “Com’è noto, i vescovi italiani sono stati tra i primi a mettere in essere con rigore le indicazioni della Santa Sede in ordine all’accertamento degli addebiti e all’erogazione delle pene”. Così il presidente della Conferenza episcopale italiana. Ma l’organo da lui guidato varò un documento di contrasto difendendo il diritto a scegliere se denunciare o meno. Una posizione sbugiardata recentemente dal Vaticano. Nella prolusione dal Consiglio, nuova condanna della stepchild adoption.

    “Ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari; insieme ribadiamo la condanna dei colpevoli, mentre cresce la preoccupazione per lo scandalo delle anime”. Risponde così il cardinale Angelo Bagnasco alle recenti critiche sulla gestione dei casi di abuso sessuale dei preti sui minori. “Com’è noto, – ha precisato il porporato nella prolusione della sessione primaverile del Consiglio permanente della Cei, eccezionalmente svoltosi a Genova – i vescovi italiani sono stati tra i primi a mettere in essere con rigore le indicazioni della Santa Sede in ordine all’accertamento degli addebiti e all’erogazione delle pene, e hanno rafforzato le strutture di recupero nonché i criteri di prevenzione. Fermo restando tutto questo, riconosciamo e condividiamo la generosità del nostro clero, che si spende ogni giorno accanto a tutti e a ciascuno con disinteresse e trasparenza”. E in un altro passaggio Bagnasco ha aggiunto: “Qualche ombra, che a volte dolorosamente si constata, non deve oscurare né screditarel’operato limpido e generoso di moltissimi operatori, sacerdoti, consacrati e laici, che servono con gratuità e sacrificio di energie, tempo, denaro”.

    Una difesa d’ufficio, quella del presidente della Conferenza episcopale italiana che ha assicurato “leale obbedienza” al Papa, che non coincide affatto con quanto affermano le linee guida della Cei sul contrasto della pedofilia che non prevedono l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Una posizione totalmente opposta a quella ribadita più volte da Francesco e dalla Santa Sede, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede, sia della Pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Bergoglio. Proprio quest’ultimo organismo ha attaccato recentemente le conferenze episcopali, Chiesa italiana in primis, precisando che “abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”.

    Il testo della Cei, bocciato dal Vaticano una prima volta proprio su questo punto e poi emendato senza recepire la modifica che era stata chiesta, afferma, invece, che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida“. Lo stesso Bagnasco aveva affermato che “quello della Cei non è un no alla denuncia alla magistratura civile, ma un’attenzione verso le vittime e risponde a ciò che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli. Per noi l’obbligo morale è ben più forte dell’obbligo giuridico, e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime”. Sulla vicenda Bergoglio è sempre stato molto chiaro: “I vescovi che spostano i preti pedofili è meglio che si dimettano“.

    “ACCANIMENTO CONTRO I CRISTIANI” – Nella sua prolusione Bagnasco ha puntato nuovamente il dito contro “il brutale accanimento contro la fede cristiana”, ricordando la recente uccisione in Yemen di quattro suore di madre Teresa di Calcutta, insieme ad altre dieci persone. Al centro della riflessione del presidente della Cei “il tragico esodo di migranti e rifugiati”. “Dall’inizio del 2015 – ha sottolineato il porporato – sono morte 4.200 persone, di cui 330 bambini solo nel Mar Egeo! Che spettacolo dà di sé l’Europa?”. Con un omaggio all’Italia che “ha mostrato da subito generosità e prontezza, pur dentro a situazioni talmente inedite che nessuna Nazione sembra essere capace di affrontare senza rifugiarsi nei soliti slogan irreali”. Mentre in Germania cresce il consenso per la destra populista e anti immigrati, Bagnasco ha ricordato che “nelle nostre comunità sono circa 45mila gli immigrati accolti” aggiungendo “che l’indifferenza globale è qualcosa che grida vendetta al cospetto di Dio”.

    STEPCHILD, “DERIVA INDIVIDUALISTA” – Nuovo appello in favore della famiglia“tesoro da non indebolire e disperdere con omologazioni infondate, trattando nello stesso modo realtà diverse. Da una parte – per il presidente della Cei – si rivendicano le differenze sul piano culturale e, dall’altra, le si negano sul piano normativo, creando di fatto delle situazioni paramatrimoniali”. Parole altrettanto nette sulle adozioni e la gravidanza surrogata: “La deriva individualista, radicale e liberista, non intende fermarsi: mentre riaffermiamo con tantissima gente che avere dei figli è un desiderio bello e legittimo, così è diritto dei bambini non diventare oggetto di diritto per nessuno, poiché non sono cose da produrre. Tanto più che certi cosiddetti diritti risultano essere solo per i ricchi alle spalle dei più poveri, specialmente delle donne e dei loro corpi. Così, fa parte di un umanesimo umano il fatto che l’amore non giustifica tutto, che i bambini hanno diritto a un padre e una madre, come anche recentemente il Tribunale dell’Aia ha affermato”.

    OMICIDIO VARANI: “CULTURA DELLO SBALLO” – Infine, una riflessione sul “raccapricciante delitto” di Luca Varani: “Siamo preoccupati che non si sia aperto un serio, corale dibattito pubblico; che si continui a mostrare colpevole superficialità o vile rassegnazione di fronte alla cultura dello ‘sballo’ con droghe, alcool, azzardo, fino al disprezzo totale della vita propria e altrui”.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/14/pedofilia-bagnasco-vescovi-italiani-tra-i-primi-nel-rigore-ma-la-cei-sbugiardata-dal-papa-respinse-lobbligo-di-denuncia/2545168/

     

  • Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Diverse e importanti le norme emanate dagli ultimi due Pontefici per fermare il fenomeno pedofilia. Il problema della denuncia dei responsabili alle autorità civili, le resistenze interne, il timore per il «buon nome della Chiesa». Le indicazioni chiare di Ratzinger e Bergoglio.

    FRANCESCO PELOSO – CITTÀ DEL VATICANO

    Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa è tornato d’attualità negli ultimi mesi. Nuovi casi di certo sono venuti alla luce in varie parti del mondo; poi c’è stata la testimonianza del cardinal George Pell, «ministro delle finanze vaticano», davanti alla Royal commission australiana, per eventuali responsabilità nell’aver coperto episodi del passato. Si tratta di elementi diversi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sul tema. Ma naturalmente anche la pellicola «Spotlight», vincitrice dell’oscar come miglior film, ha dato il suo contributo. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla piaga pedofilia nella diocesi americana, da quel «big bang» che scosse l’opinione pubblica, presero il via migliaia di denunce in tutti gli Stati Uniti, la vicenda portò inoltre alle dimissioni del cardinale Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston. Casi di pedofilia da parte del clero, del resto, sono emersi in temi recenti – a livello giudiziario – anche in Italia.

    E inevitabilmente l’attenzione è tornata su un tema specifico: ovvero su quali provvedimenti sono stati presi dalla Santa Sede per contrastare il fenomeno e in modo specifico quella strategia del cover up, cioè dell’insabbiamento o della copertura dei sacerdoti responsabili, che tanto discredito ha gettato sulla Chiesa provocando la delusione e l’allontanamento di moltissimi fedeli. In tal senso è stato giustamente ripetuto che sia Benedetto XVI, sia Francesco, hanno dato indicazioni inequivocabili alle chiese locali, ai vescovi e alle strutture vaticane, per porre fine a scelte di anteporre la tutela dell’istituzione rispetto alle salvaguardia dei minori in generale e delle vittime in particolare.

    Il problema della denuncia  

    Diversi sono stati gli interventi dei pontefici in questo campo; fra quelli più significativi ci fu la lettera inviata nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, per aiutarle a preparare le linee guida anti-pedofilia (nel 2010 erano state aggiornate le norme sui gravioribus delictis). È qui che si riscontra il principio della collaborazione con le autorità civili, cioè quell’elemento che doveva scardinare appunto la politica della segretezza e delle coperture. «L’abuso sessuale di minori – si legge nel testo – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile». «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi – si afferma ancora – tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    Da questo testo sono scaturite due linee interpretative: una in base alla quale se nell’ordinamento di un paese non è previsto obbligo di denuncia per il vescovo – è il caso dell’Italia, per esempio – questo non deve essere contemperato nelle linee guida di quella nazione. Un’altra lettura afferma invece che, più semplicemente, laddove il reato di abuso contro il minore è codificato, questo va comunicato alle autorità civili pur tenendo conto dei diritti dell’accusato. La lettera poi introduce diversi altri aspetti importanti nella gestione del fenomeno, fra cui una generale priorità data alle vittime come indicazione concreta e anche culturale. Vale infine la pena ricordare, sul punto specifico del rapporto con la magistratura, che di recente il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha parlato di «obbligo morale e civile» nella denuncia di episodi di abusi su minori.

    Tribunali e vittime  

    Da rilevare ancora che Benedetto XVI ha dato un altro esempio concreto incontrando varie volte le vittime degli abusi, cioè ha mostrato pubblicamente come ci si doveva comportare verso quanti erano stati colpiti. Francesco, da parte sua, ha celebrato a Santa Marta una Messa con un gruppo di vittime (2014); nell’omelia dice molte cose, ma qui interessa sottolineare un passaggio: «Chiedo perdono – affermò nella circostanza il Papa – anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio». Il peccato di omissione veniva precisato a dovere, e del resto di recente papa Francesco ha pure osservato che il vescovo responsabile di aver coperto un prete pedofilo dovrebbe dimettersi.

    Ancora un passo indietro: nel 2010 Papa Ratzinger si rivolgeva alla Chiesa irlandese colpita in modo clamoroso dallo scandalo (diverse inchieste governative avevano portato alla luce una realtà di abusi sconcertante e la stessa Santa Sede avviò una serie complessa di indagini), con una lettera dove si analizzava il fenomeno, Benedetto XVI disse fra l’altro: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». E ancora elencando le diverse cause all’origine della tragedia, Ratzinger sottolineava pure: «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Insomma il magistero degli ultimi due Pontefici è chiaro e si è avvalso di norme interne e di richiami alla Chiesa universale come a singoli episcopati.

    Nei primi tre anni di pontificato di papa Francesco è stata poi creata la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sotto la guida del cardinale O’Malley, della quale fanno parte anche alcune vittime; tuttavia di recente, una di questa, Peter Saunders, si è allontanato dall’organismo in questione polemicamente, giudicando ancora insufficiente l’impegno della Santa Sede per fronteggiare il fenomeno.

    Ostacoli alla trasparenza  

    D’altro canto anche dentro la Chiesa e perfino nella Curia romana, ci sono i sostenitori del cambiamento e della trasparenza e chi invece, fra motivazioni burocratiche, legislative o semplicemente perché teme una perdita di status del proprio ruolo, pone ostacoli o intralci all’attuazione di una politica severa in materia.

    Papa Francesco nel giugno scorso aveva annunciato, per esempio, la creazione di una sezione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i vescovi che non avevano dato seguito alle denunce o notizie di abusi commessi da un sacerdote (reato di abuso d’ufficio). L’iniziativa è completamente ferma a causa di ostacoli per lo più burocratici, come spiega un’accurata inchiesta dell’Associated Press. Nel luglio del 2013 inoltre, il Papa aggiornò il codice penale vaticano introducendo una serie di reati relativi alla pedofilia, fra questi venne punita in modo severo ogni forma di sfruttamento del minore a fini sessuali compreso l’utilizzo di materiale pedopornografico in qualsiasi formato, compreso il web e gli archivi digitali. Una fattispecie che sembrava fatta apposta per il caso dell’ex-nunzio polacco di Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, poi morto per cause naturali lo scorso settembre a ridosso del processo che lo vedeva imputato per questi reati proprio in Vaticano.

    Infine qualche numero sull’entità delle denunce che pervengono in Vaticano. In base a quanto riportato dall’agenzia Ansa dal 2004 al 2013 sono stati novecento i preti ridotti allo stato laicale, mentre le denunce arrivate in Vaticano si aggirano intorno alle 600 l’anno, con punte anche di ottocento casi. Naturalmente da questi dati sono esclusi i procedimenti giudiziari civili aperti nei vari paesi, mentre altre vicende continuano a emergere con risvolti inquietanti come è avvenuto di recente per la diocesi di Oaxaca, in Messico.

    Infine di carattere esorbitante sono le cifre sborsate dalla Chiesa, in particolare quella americana, per i risarcimenti dovuti alle vittime negli ultimi vent’anni.