Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    Manuela D’Alessandro – AGI – Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘sanzionato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per abusi su una donna disabile.

    Don Maurizio conferma che il fratello vive in parrocchia

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete  aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa  – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato solo di recente ai carabinieri una violenza sessuale subita da don Maurizio nel 2015”.

     L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Sì, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio. “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”.

    In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato di avere presentato  opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato.  L’udienza deve ancora essere fissata. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    Le proteste dei parrocchiani

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare…”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera –  don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-05-31/storia-preti-fratelli-accusati-abusi-messi-stessa-parrocchia-16930884/

  • SPAGNA – Navarra riconoscerà le vittime degli abusi nella Chiesa già prescritti

    SPAGNA – Navarra riconoscerà le vittime degli abusi nella Chiesa già prescritti

    Navarra promulgherà una legge per riconoscere come tali le vittime della pederastia nella Chiesa cattolica, chiarire i crimini commessi dai membri di questa istituzione nella comunità e “contribuire a una memoria collettiva, democratica e critica” sul problema. La bozza della norma, a cui questo giornale ha avuto accesso, prevede la creazione di una “commissione di riconoscimento” composta da esperti che valuterà, durante sei anni di lavoro, le istanze di persone che affermano di aver subito abusi da parte del clero .e vogliono beneficiare della legge. La norma, pioniera in Spagna, considererà per la prima volta colpite molte vittime, poiché la maggior parte di coloro che hanno denunciato il loro caso negli ultimi anni non sono legalmente riconosciute come tali, poiché il reato è prescritto.

    Non è il primo passo che la Giunta provinciale compie su questo tema: nel 2019 è stata la prima istituzione pubblica a commissionare un’indagine indipendente che fornirebbe una radiografia dei casi di pederastia nella regione. In sei mesi sono stati trovati 31 abusatori e 58 vittime. I tre partiti che fanno parte del Governo Provinciale (PSN, Geroa Bai e Podemos), Izquierda-Ezkerra (coalizione di IU e Batzarre) ed EH Bildu hanno collaborato alla creazione del progetto, anche se non si sa ancora chi registrerà il documento e quando. L’Esecutivo afferma che Navarra Suma (Unione del popolo, dei cittadini e del Partito popolare navarrese) è a conoscenza di questa iniziativa, ma non ha ancora rilasciato una dichiarazione. “Al momento le parti stanno definendo sia le questioni tecniche che quelle relative alla nomina dei membri della commissione”, afferma un portavoce del Dipartimento per le politiche migratorie e la giustizia. In ogni caso, la maggioranza dei partiti al parlamento navarrese è favorevole alla sua approvazione, afferma questa fonte.

    Il documento sottolinea che l’obiettivo di questo nuovo regolamento sarà quello di “documentare con il massimo rigore, veridicità e coerenza” ogni caso, “promuovere il riconoscimento istituzionale e sociale delle vittime, favorendone la visibilità e la soddisfazione personale” e intraprendere l’opera del il più rapidamente possibile per evitare “procedure formali che allungano o ostacolano inutilmente” il processo. “La dichiarazione della persona colpita comporterà il diritto al riconoscimento pubblico della condizione di vittima. Questo riconoscimento pubblico deve essere combinato con il diritto della vittima, quando espressamente richiesto, di preservare la propria privacy”, aggiunge il testo.

    Jesús Zudaire è grato per questa iniziativa, che definisce “pionieristica”. Dopo anni di terapia psicologica, ha denunciato nel 2019 il sacerdote José San Julián Luna, fondatore e direttore della scuola diocesana El Puy di Estella (Navarra), per avergli abusato negli anni Settanta nel centro. Ma non accadde nulla: il caso fu prescritto e l’arcivescovado di Pamplona, ​​dice, disattese. “Ecco perché questa è una legge onnicomprensiva e molto progressista, che non ci guarisce, ma ci allevia molte delle sofferenze che abbiamo subito. Per noi è molto importante che istituzionalmente siamo chiamati vittime di abusi e che siamo inseriti nella memoria storica, soprattutto per chi di noi ha denunciato e la legge non ci permette di continuare, perché il reato ha prescritto o gli autori hanno morto”, spiega. Zudaire,

    “E’ un esempio di cui Madrid dovrebbe prendere atto”, aggiunge Zudaire, riferendosi alle due indagini avviate in Spagna finora quest’anno, quella che sarà condotta dal Mediatore (ancora nessuna notizia di come sarà articolato) e quello commissionato dai vescovi alla ditta Cremades & Calvo-Sotelo, e che la maggioranza delle vittime ritiene che «non sarà imparziale ». La collaborazione della Chiesa in entrambe le indagini sarà essenziale per conoscere la dimensione del problema, così come nella commissione del diritto forense.

    Per questo il Ministro per le Politiche dell’Immigrazione e la Giustizia del Governo della Navarra, Eduardo Santos, ha inviato l’11 febbraio un messaggio alla gerarchia ecclesiale perché non percepisse queste iniziative come un attacco: «Non è un problema di Chiesa cattolica, ma nella Chiesa cattolica. E, quindi, il dialogo deve essere fluido e costante”. Il disegno di legge stabilisce che il Governo Provinciale si offra come ponte tra le vittime ei loro aggressori oi rappresentanti della Chiesa per realizzare incontri, simili a quelli che esistono tra le vittime del terrorismo ei prigionieri dell’ETA. “L’obiettivo è fornire strumenti per ottenere giustizia riparativa”, afferma un portavoce.

    Una squadra indipendente che non riceverà uno stipendio

    La commissione che valuterà le domande di riconoscimento, sottolinea la bozza, “agirà con autonomia e piena indipendenza” per svolgere il proprio lavoro “con obiettività, professionalità, integrità, imparzialità e riservatezza”. Deve inoltre astenersi dall’”intervenire in ogni caso oggetto di indagine penale” e non può “indicare responsabilità penali” all’imputato. Sarà composto da quattro esperti del campo storico-giuridico e psicologico, due rappresentanti della Chiesa cattolica di Navarra (nominata dall’Arcivescovado di Pamplona e Tudela) e due rappresentanti delle associazioni delle vittime. Il presidente sarà eletto tra i membri a maggioranza semplice. Non percepiranno uno stipendio per il loro lavoro, anche se avranno diritto a delle indennità coloro che non appartengono all’Amministrazione.

    Il team si riunirà almeno una volta ogni tre mesi e preparerà un rapporto annuale con i risultati delle proprie indagini: numero di richieste presentate, caratteristiche dei dati raccolti ed eventuali dati che “aiutano ad avere una conoscenza completa e reale di quanto accaduto” . Inoltre, dopo sei anni di lavoro, la commissione pubblicherà uno studio finale con tutti i risultati ottenuti.

    Concentración de la Asociación de Víctimas de Abusos en la Iglesia en Navarra
    EUROPA PRESS
    (Foto de ARCHIVO)
    18/1/2020

    Per richiedere il riconoscimento come vittima, gli interessati devono presentare domanda al Crime Victims Assistance Office, l’agenzia preposta all’assistenza alle vittime di reati violenti e sessuali. Dispone di un team di psicologi, assistenti sociali e specialisti legali e amministrativi che, dall’approvazione di questa legge, accoglierà e intervisterà in via confidenziale anche le persone colpite da pederastia. Oltre all’assistenza diretta, l’organizzazione ha aperto due canali di contatto: il numero di telefono 848 42 33 76 e l’e-mail ofidel@navarra.es .

    La richiesta deve contenere una descrizione il più possibile dettagliata dei fatti e può essere corredata da documenti e relazioni che forniscono prove. L’ufficio lo trasferirà alla commissione di riconoscimento. Questa, se lo riterrà opportuno, potrà ascoltare la vittima e chiedere interviste ai testimoni ea quelle persone «che, o per conoscenza diretta dei fatti o per esperienza in materia, potrebbero fornire informazioni». La commissione può richiedere atti ad altre pubbliche amministrazioni, enti o enti privati, sempre nei limiti previsti dalla normativa. Infine, è necessario trasferire la proposta corrispondente al Dipartimento di Giustizia. Ed entro tre mesi, informerà l’interessato se la sua richiesta è stata accolta o respinta.

    Un governo pionieristico nella lotta alla pederastia

    La Giunta provinciale è stata anche la prima istituzione pubblica a commissionare, nel 2019, un’indagine per conoscere il problema della pederastia in Navarra. I risultati, raccolti e pubblicati a febbraio dall’Università Pubblica di Navarra (UPNA), portano il numero a 31 abusatori e 58 vittime. Il documento raccoglie abusi sessuali e stupri commessi dal 1948 al 1990, che hanno coinvolto l’arcivescovado di Pamplona e Tudela, una dozzina di ordini religiosi e altri 17 centri e istituzioni. Le vittime avevano tra i cinque ei 17 anni. A suo tempo sono stati denunciati otto presunti pederasti, ma l’unico provvedimento adottato è stato il loro trasferimento dal centro. Né l’arcivescovado né gli ordini coinvolti hanno voluto collaborare alle indagini.
    Una delle conclusioni del rapporto è che in Navarra “la teoria dell’iceberg si realizza” dopo aver individuato “una piccola parte delle vittime del totale esistente”. La ricerca in Navarra non è stata un processo semplice. Almeno quattro dei membri dell’associazione delle vittime affermano di aver ricevuto lettere di minaccia anonime.
    La Giunta provinciale e le associazioni delle vittime, invece, insieme all’UPNA, hanno organizzato nel febbraio 2020 il primo congresso accademico in Spagna sulla pederastia nella Chiesa. La giornata, con conferenze di vittime e specialisti di diverse discipline – nessun membro della Chiesa ha partecipato – è servita da base per un libro finanziato dal Dipartimento di Giustizia.

    https://elpais.com/sociedad/2022-04-25/navarra-reconocera-a-las-victimas-de-abusos-en-la-iglesia-ya-prescritos.html?ssm=TW_CC

  • L’Italia inadempiente denunciata per la seconda volta all’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite

    L’Italia inadempiente denunciata per la seconda volta all’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite

    Un fascicolo che fa impallidire e documentato dalle indagini della Giustizia italiana, quello sulle omissioni del Governo in violazione dela Convenzione per la tutela dei diritti dell’infanzia, depositato sul tavolo del Comitato delle Nazioni Unite lo scorso febbraio, di cui diamo notizia oggi e nel quale Rete L’ABUSO chiede attraverso una Petizione, l’avvio di una procedura di infrazione sulla base del terzo Protocollo addizionale OPIC, sottoscritto dall’Italia nel 2016.

    L’Italia risulta recidiva di fronte al Comitato ONU e non ha mai dato seguito alle raccomandazioni che seguirono la prima denuncia della Rete L’ABUSO del 2019, il Comitato rispose; 21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile,

    il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.

    Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    Un quadro oggi aggravato nel contesto europeo dalle reticenze continuate del Governo italiano, l’unico inadempiente. che non accenna un intervento e neppure l’ipotesi di avviare una discussione.

    Tra i casi portati a campione dello scenario italiano quello di Enna, esemplare nell’attualità del totale fallimento delle norme canoniche, che hanno visto rigettare dalla stessa CDF la denuncia del caso e che oggi vedono la stessa CEI non intervenire (secondo Motu proprio Vos estis lux mundi) nei confronti del vescovo Gisana che da quanto emerge dalle sue stesse parole nelle intercettazioni della Procura, insabbiò il caso.

    Altri due casi a corredo delle gravi lacune italiane, di cui ci riserviamo i particolari in quanto ci sono denunce e si presume anche indagini in corso.

    Una descrizione drammatica della situazione italiana, ampiamente documentata e che va oltre il solo clero, sulla quale si attende la pronuncia dell’Ufficio ONU di Ginevra.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2022/04/22/preti-pedofili-il-gioco-della-cei-mentre-il-governo-italiano-cala-le-braghe/

  • Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web – Paula Merelo, laica, insegnante di scuola secondaria e membro dell’Equipe Pedagogica Provinciale dei Clarettiani, ha appena scritto un libro che sta facendo colpo. “Adulti violati nella Chiesa” si riferisce a un tipo di abuso di cui si parla poco: quelli in cui una persona della Chiesa, di solito un chierico, ma non sempre, abusa di un’altra persona maggiorenne usando la sua posizione di potere e la sua spiritualità ascendente. Raramente vengono denunciate e raramente le vittime vengono ascoltate e credute . 

    Di cosa si parla quando si parla di adulti vulnerabili nella Chiesa? Chi sono le vittime? 

    Una vittima adulta è una persona maggiorenne, che aveva già almeno 18 anni quando si sono verificati gli eventi. Essendo relazioni tra adulti, si presume che ci sia consenso e, quindi, non vi sia abuso. Ma essere maggiorenne non implica il consenso. L’abuso si verifica perché c’è un’asimmetria nelle relazioni,come accade con un medico, un capo, l’insegnante o il terapeuta. Le relazioni asimmetriche non sono cattive di per sé, ma non siamo su un piano di parità, quindi chi è in una posizione di potere ha la responsabilità di prendersi cura dell’altro. All’interno della Chiesa non dovrebbero esserci casi di abuso, ma purtroppo capita molte volte, ad esempio, con il parroco, i superiori delle comunità religiose, i formatori, i catechisti e, cosa ancora più grave, con il direttore spirituale. Questa persona è usata per me come riferimento a Dio e come aiuto per il mio cammino spirituale e quella persona, che è responsabile del mantenimento della relazione di cura, se supera qualsiasi altra linea, sta abusando, a causa di quella situazione iniziale di disuguaglianza. Non si parla sempre di aggressività fisica, ma di una relazione in cui,

    Parlo nel titolo di “adulti vulnerabili” in risposta al Codice di Diritto Canonico che fa riferimento agli “adulti vulnerabili” come persone che soffrono di problemi fisici o psichici che li equiparano ai minori e solo in questi casi vengono riconosciuti abusi.  Non possiamo pensare che gli abusi avvengano perché la vittima ha una caratteristica che facilita o incoraggia l’aggressione. In effetti, siamo tutti adulti vulnerabili. L’aggressione si verifica perché c’è un aggressore che prende la decisione di attaccare. Quindi c’è un adulto vulnerabile.

    In questi casi c’è sempre un abuso di coscienza, spirituale, di potere. Tutti gli abusi sessuali sono preceduti da questi altri abusi. Ecco perché, per me, l’attuale Commissione d’inchiesta sulla Chiesa è insufficiente, perché si concentrerà solo sui minori e sugli abusi sessuali. Purtroppo, nonostante si parli poco di questi casi, l’abuso di adulti è molto più frequente di quello di minori. Ci sono autori che suggeriscono che i casi di abuso su adulti quando le vittime sono uomini sono doppi, mentre possono essere fino a quattro volte più frequenti quando le vittime sono donne.

    La prima cosa che sorprende è sapere che molti degli abusatori sono di riconosciuto prestigio come compagni spirituali…

    A volte sono persone molto prestigiose, non solo come compagni spirituali, ma anche come relatori, insegnanti, persone carismatiche, con grandi capacità sociali. E di solito si aggiunge un certo narcisismo. Ciò rende più facile che l’asimmetria diventi più acuta e, maggiore è l’asimmetria, maggiore è il rischio che possa essere abusato. Ci sono caratteristiche che si ripetono nella figura dell’aggressore: il loro prestigio sociale, che dà loro grande sicurezza e rafforza il loro orgoglio, la loro arroganza. E c’è il narcisismo, che è la centralità del sé. Gli altri cessano di essere fine a se stessi e diventano un mezzo per soddisfare i propri desideri e bisogni, in un processo che si sviluppa lentamente.

    Come funziona quel meccanismo di abuso?

    Generalmente si inizia con un processo di corteggiamento o, come è noto nel mondo anglosassone, di “grooming”, per generare, a poco a poco, un rapporto di dipendenza, che sarà favorito se la persona sta attraversando un brutto momento o un momento particolarmente delicato. L’abusante si presenta come l’unico compagno in quel momento delicato, l’unico che la comprende, e si genera una grande dipendenza affettiva. La vittima vive innanzitutto nello smarrimento, in un groviglio emotivo, nella mescolanza di quell’accompagnamento spirituale con il rapporto sessuale in cui è coinvolto anche Dio ed è difficile per lui riconoscere che qualcuno di cui si fida e da cui si aspetta solo cure può essere danneggiandola L’aggressore spesso la incolpa, “guarda cosa mi hai fatto fare”, e si sente in colpa di fronte a quella persona di riferimento. Inoltre, la paura gioca molte volte,La smentita finale della vittima, il “non voglio questo”, non è immediata, è difficile uscire da quella realtà di dipendenza, segretezza e colpa.

    Quanti casi vengono segnalati e perché molti non vengono segnalati?

    Non è noto quanti casi siano segnalati. Non ci sono quasi dati di prevalenza nei casi di abuso, per questo ho fatto un sondaggio con i miei mezzi e alla fine ho ottenuto 300 risposte. Tra i risultati, la prima cosa che spicca è che il tredici per cento ha dichiarato di essere a conoscenza di casi di abuso di adulti nella Chiesa. Di questi casi, le vittime erano per lo più donne e gli autori, principalmente religiosi. Questi dati vengono a rafforzare altri studi che parlano del fatto che, mentre nei casi di abusi sui minori le vittime sono per lo più bambini, tra gli adulti le vittime sono fondamentalmente donne. Si ritiene generalmente che il 90% degli abusi sessuali nella società non venga denunciato, a causa del tabù sessuale e della vergogna che comporta per le vittime.Nella Chiesa si aggiunge un altro fattore, ovvero che quando le vittime vengono a denunciare, in genere, sono state ignorate o nuovamente vittimizzate, assumendo il consenso: «voi siete adulti, sapevate quello che stavate facendo». Cioè se riesci ad ascoltarlo. C’è anche una grande mancanza di conoscenza del diritto canonico tra le persone che dovrebbero occuparsi di questi casi. E inoltre, l’interpretazione della legge è stata favorevole all’autore e all’ente. Il “la verità ti renderà libero” non ha preso piede, pensano di difendere l’istituzione contro una persona che ha già vissuto l’inferno; Ci sono state persone che si sono suicidate per questo problema.

    Nei pochi casi in cui la persona ha trovato la forza di recarsi presso un vescovato o dal Superiore responsabile di una congregazione, trova che il corporativismo è spaventoso e non viene ascoltato. Questo è vittimizzante, straziante. Se ciò viene segnalato, non sono sorpreso che le vittime non vengano a denunciare. Cosa stiamo facendo con queste persone? Le vittime si rivolgono ai media perché non sappiamo come accoglierle e ascoltarle a casa, anche nel caso dei minori. E mi tolgo il cappello perché molte delle vittime continuano a sentirsi parte della Chiesa. Ma tutti abbiamo una responsabilità nei loro confronti. C’è chi guarda dall’altra parte, chi raccomanda il silenzio, chi rimprovera “già sapevi, eri più grande”. Ma tutti abbiamo la responsabilità di ascoltare, accogliere e non ferire.

    Perché non si crede alle vittime ? 

    Ci sono quelli per i quali questo è troppo grande, è difficile guardare in faccia tanta sofferenza, è più facile negarlo. In un ambiente clericale, inoltre, si tende a credere al prete: come sarà questo, che è un prete così buono, che predica così bene… Molte persone sono arrabbiate con lui, è così atroce che si tirano fuori le palle, si pensa che sia qualcosa del passato, o si ricorre all’argomento che fuori dalla Chiesa accade di più. C’è anche quella di salvaguardare l’immagine della Chiesa. Ma, come dice Francesco, preferisco una Chiesa ferita e macchiata andando incontro a una Chiesa immacolata, senza macchiarsi e senza rispondere alle realtà del mondo. Non c’è macchia più grande che proteggere coloro che commettono questi atti atroci. La risposta della Chiesa dovrebbe essere coraggiosa e riconoscere ciò che c’è. Credo che quanto si sta facendo in merito agli abusi (protocolli,Ma ciò che non può accadere in alcun modo è il trattamento attuale delle vittime per la sofferenza che provoca e perché la cultura dell’occultamento favorisce e alimenta il ripetersi di questi eventi . Spesso l’imputato viene separato o allontanato per un certo tempo, ma non si prendono misure drastiche e nascondendo i fatti si favorisce la loro ripetizione.

    Affermi che il nome degli aggressori deve essere pubblicato, cosa che oggi non si fa…

    Non si tratta di aprire il telegiornale con il nome di un aggressore, ma di farlo conoscere nelle congregazioni e nell’ambiente in cui si sono verificati i fatti. È una forma di giustizia con la vittima, è convalidare la sua testimonianza, da un lato, ed è anche un modo per proteggerci: questa persona può essere un insegnante meraviglioso, ma devi proteggerti da lui e hai conoscere nell’ambiente in cui si muove. C’è chi parla di seconde possibilità e di misericordia, ma la misericordia non va confusa con la giustizia. Quando qualcuno ruba, c’è un processo e lui va in prigione e sconta la pena. Quindi, se si è pentito, preoccupiamoci che possa riavere la sua vita. IlIl percorso con gli aggressori non può essere avviato senza che questi riconoscano pienamente quanto accaduto e la loro responsabilità. Bisogna riconoscere la gravità e la profondità delle sofferenze provocate e da lì, se ciò accade, si potrebbe pensare anche di accompagnare gli aggressori.Il nome degli aggressori deve essere noto per giustizia e per precauzione. Ed è responsabilità delle istituzioni farlo, non gettare quel peso sulle vittime. Ci sono vittime che, dopo la loro denuncia pubblica, hanno subito ricadute nei loro processi. Quindi non è giusto che, oltre a tutto quello che hanno vissuto, debbano essere loro stessi costretti a esporsi per rendere pubblico il nome degli aggressori. In altri paesi ci sono elenchi pubblici di sacerdoti e persone su cui sono state accertate denunce – la stragrande maggioranza lo sono – e si dice cosa sia successo a quella persona e dove si trovi. Ci sono carceri ecclesiali, luoghi remoti, lontani dalla vita pastorale pubblica. In Spagna non è così. Nel caso della vittima di cui presento la testimonianza nel libro, la congregazione dell’abusante non vuole presentare pubblicamente il suo nome,

    Ma, dici, dobbiamo nascondere il nome della vittima…

    La vittima ne ha abbastanza di quanto accaduto, non dovrebbe vergognarsi, ma spesso il peso del tabù e del pregiudizio sociale ricade su di lei, oltre al proprio senso di colpa e vergogna per quanto accaduto. E inoltre, con i nostri commenti attacchiamo facilmente qualcuno che sta già vivendo atroci sofferenze, dalle quali ciascuno guarisce come meglio può. Inoltre c’è un maschilismo ambientale e le vittime sono per lo più donne. Vorrei che potessimo creare degli spazi nella Chiesa dove le vittime potessero parlare senza paura, perché ci sensibilizzerebbero, ci insegnerebbero e ci avvicinassero a quel Gesù che è sempre stato con le vittime. Per questo affermo che le vittime stanno aiutando la Chiesa.Vogliono aiutare la Chiesa anche se a volte sono trattati come demoni che vogliono danneggiare l’immagine della Chiesa e aggredirla. E ci aiuterebbero molto di più se li ascoltassimo davvero, con il cuore.

    Dobbiamo guardare alla cultura interna della Chiesa come causa di questo maltrattamento della vittima dopo gli eventi?

    Sì, fondamentalmente al clericalismo e all’occultamento. Lo stesso papa Francesco attacca il clericalismo: i ministri sono scelti da Dio, e fanno parte non di un circolo di servi, come dovrebbero essere, ma di un circolo di eletti, che si proteggono e si esaltano a vicenda. Ci sono anche molti laici dipendenti che si aspettano riconoscimento e guida dal clero come se fosse chiaramente la parola di Dio. E c’è una tendenza a proteggersi a vicenda, che sono -come capiscono- le persone importanti nella Chiesa, che li porta a coprire questi casi di abusi, a spazzare via. Forse non si rendono conto che in questo modo stanno danneggiando tutti quegli altri sacerdoti, la stragrande maggioranza, che sono brave persone.

    Se un vescovo o un superiore nasconde l’accaduto e protegge l’aggressore, sta trasmettendo alla popolazione il messaggio che tale comportamento è normale o, quantomeno, tollerato e, quindi, resta il sospetto che possa continuare a verificarsi.

    Come racconta una vittima, il superiore permette che quella persona che mi ha aggredito con le mani e mi ha ferito nel profondo, continui a consacrare con quelle stesse mani. Quando non c’è stato alcun riconoscimento dei fatti, è abbastanza grave rimuoverli dal ministero pastorale. Tuttavia, nascondendolo, si perpetua all’interno della Chiesa una struttura di male, una struttura di peccato che genera e permette che questo peccato si perpetui. Lo stesso Hans Zollner, sj, afferma che, in molte occasioni, il peccato è strutturale perché si trova nelle strutture e nei processi stessi. E questo è molto più grave e più difficile che combattere un singolo peccatore. Ecco perché abbiamo tutti una responsabilità nel trattamento che diamo alla questione e nell’attenzione alle vittime.

    Nel libro critichi l’approccio alla materia che si fa nel diritto canonico per essere centrato sull’aggressore…

    Il Codice di diritto canonico non è preparato ad affrontare questi casi, nonostante alcuni progressi. I processi sono molto oscuri. E come è possibile che le denunce siano mediate dalla stessa istituzione dell’aggressore? Si va dall’Ispettore a denunciare ea volte si decide che l’istruttore del caso è un compagno di comunità dell’aggressore. Che neutralità è? La vittima non è nemmeno parte del processo,riceve informazioni solo su sua insistenza e, se è fortunata, la buona volontà di qualcuno, ma il diritto canonico non la riconosce come parte processuale. Il processo canonico si concentra sugli aggressori e soprattutto sulla violazione delle norme all’interno del sacramento della riconciliazione, dove la Dottrina della Fede ha potere nei casi degli adulti. Sembra che ci sia più preoccupazione che il sacerdote salti le norme sacramentali, ad esempio dando l’assoluzione a un “amante”, perché è un delitto contro la sacralità dei sacramenti, ma la centralità della vittima, lesa nella sacralità, è non riconosciuto della sua persona.

    Ci sono stati dei miglioramenti nel Codice, ora è possibile perseguire i laici, i catechisti, le persone consacrate, ecc., e non solo i sacerdoti, e il concetto di adulto vulnerabile è stato ampliato, ma è ancora insufficiente. Il Codice di Diritto Canonico dovrebbe essere più chiaro e risonante nell’opzione preferenziale per le vittime, come è chiaro nel vangelo.

    Cosa manca nella Chiesa per un approccio sufficiente a questo terribile problema? 

    Si stanno compiendo dei passi, ma, come indica Zollner nella prefazione al mio libro, la Chiesa è come una grande nave che fa fatica a cambiare rotta, anche se quando cambia rotta colpisce molte persone. Quello che serve è che i tentativi di Francesco di cambiare le cose diventino davvero un cambiamento culturale all’interno della Chiesa. Dobbiamo continuare il cambiamento verso un Codice più chiaro, verso il riconoscimento e l’ascolto delle vittime;dobbiamo conoscere e ascoltare il loro dolore, e non farli sentire in colpa, cosa che li spinge fuori dalla Chiesa. Occorre che si sappia la verità di quanto accaduto, e per cercare di ripararlo – è un danno che forse non si rimargina mai del tutto – anche con un risarcimento. Le vittime non vengono a chiedere soldi, ma molte fanno terapie costose, altre hanno dovuto lasciare il lavoro, servono anche soldi. E i processi devono essere trasparenti. In breve, giustizia e riparazione.

    Dici che il libro è “analogicamente interattivo”…

    Alla fine del libro ho lasciato un link al sondaggio che ho utilizzato per ottenere i dati che offro nel libro, al quale invito i credenti che si sentono vicini alla Chiesa, come mi sento io stesso, a rispondere. Nel mio studio, ci sono il tredici per cento delle persone che affermano di essere a conoscenza di casi di abusi su adulti nella Chiesa. Sarebbe bello avere più dati su questa realtà dolorosa e messa a tacere. Più risposte, più peso possono avere i risultati. E voglio sottolineare il fatto che le risposte delle persone che conoscono i casi sono importanti quanto quelle che non hanno mai incontrato nessuno che abbia subito abusi. La domanda iniziale è “Conosci qualcuno che, da adulto, ha subito abusi sessuali all’interno della Chiesa?” ed è per questo che sia il sì che il no sono preziosi. Questo è il link:https://forms.gle/Laxyh3N3mR1gNxx47 .

    E c’è anche un indirizzo email, adultvulnerados@gmail.com , a cui puoi rivolgerti e che apro in esclusiva. La vittima la cui scioccante testimonianza è presentata nel libro non perde la speranza che appaiano altre vittime dello stesso abusatore, e questa è una possibilità di contatto indiretto con lei.

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web

    https://alandar.org/portada-destacado/todo-abuso-sexual-en-la-iglesia-viene-precedido-de-un-abuso-de-poder-y-de-un-abuso-espiritual-y-de-conciencia-%EF%BF%BC/

  • Un numero crescente di sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del personale religioso si fa avanti in America Latina

    Un numero crescente di sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del personale religioso si fa avanti in America Latina

    Sono trascorsi due decenni da quando negli Stati Uniti sono stati denunciati per la prima volta abusi sui minori nella Chiesa cattolica. Da allora scandali simili sono scoppiati in Nord America, Oceania e, più recentemente, in Europa.

    Ora, un numero crescente di sopravvissuti dall’America Latina, patria della più grande popolazione cattolica del mondo, si fa avanti e intraprende azioni legali contro vescovi e sacerdoti cattolici.

    Uno di loro è Eneas Espinoza, un attivista cileno di 49 anni.

    Aveva 5 anni quando iniziò a frequentare una scuola cattolica gestita dai Fratelli Maristi a Santiago, la capitale del Cile. Poco dopo, ha detto che uno dei sacerdoti di nome Adolfo Fuentes Corral lo aveva molestato. Questo è stato il primo di una serie di abusi che sono continuati nel corso di tre anni, fino a quando Fuentes Corral è stato trasferito in un’altra scuola in un’altra città.

    “Ero così confuso”, ha detto. “Perché questi sacerdoti erano visti come persone rispettate, potenti, persino divine all’interno della mia famiglia. Non sembravano abusatori tradizionali”, ha detto.

    Espinoza non ha condiviso la sua esperienza con nessuno in quel momento e ha continuato a frequentare la scuola per altri sette anni. Ma tre anni dopo, fu di nuovo abusato sessualmente da un altro sacerdote di nome Cristian Precht.

    Ci sono voluti quattro decenni a Espinoza per farsi avanti e raccontare la sua storia.

    “È stato quando ho saputo che sarei stato il papà di un bambino. Questo [mi ha colpito] e sapevo che non potevo più contenere questo segreto.

    Espinoza ha affermato che il tabù di parlare contro gli abusi sessuali sui minori, soprattutto se coinvolge la chiesa, è un’enorme barriera per i sopravvissuti in America Latina.

    “Mia madre lavorava come volontaria per i fratelli Maristi”, ha detto. “Quindi, continuavo a sentire il nome dell’aggressore a casa, anche dopo aver finito la scuola, chiamava mia madre e mi mandava i saluti”.

    Espinoza ha fondato il Cile’s Survivors Network per sostenere altri che hanno subito abusi sessuali su minori da parte di istituzioni cilene, inclusa la Chiesa cattolica.

    I membri di questo gruppo hanno incontrato Papa Francesco nel 2018 quando ha visitato il Paese. Il Papa argentino si è scusato con le vittime e ha promesso un’indagine formale, ma finora nessuno è stato ritenuto responsabile.

    Espinoza ha detto che i suoi aggressori sono tutti liberi.

    Cristian Pretch è stato espulso dalla chiesa dal Papa nel 2018, ma non è stato perseguito. Adolfo Fuentes Corral ha continuato ad essere un prete cattolico e alla fine è stato trasferito in Perù, ha detto.

    Secondo Victor Sande, coordinatore della campagna del Child Rights International Network nel Regno Unito, il trasferimento di un prete in una città o paese diverso è stata una pratica comune utilizzata dalla Chiesa cattolica per nascondere questo tipo di crimine. Il gruppo ha pubblicato un rapporto che documenta oltre 1.000 casi di abusi sessuali da parte del personale in 19 paesi dell’America Latina.

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    È difficile stimare l’entità degli abusi del personale in America Latina, secondo Sande, perché molti casi non vengono denunciati. Ha detto che ci sono enormi barriere affinché i sopravvissuti in America Latina si facciano avanti e trovino giustizia.

    “La separazione tra la Chiesa e lo Stato non esiste così tanto in America Latina”, ha detto. “Quindi, le decisioni del governo potrebbero essere influenzate dal non voler creare alcuna tensione tra la Chiesa e lo Stato”.

    Sande ha affermato che un altro grande ostacolo per le vittime di abusi sessuali infantili nell’accesso alla giustizia in America Latina sono i termini di prescrizione per questo tipo di reati. In Venezuela, l’abuso deve essere denunciato entro 10 anni.

    Questo è stato un problema per José Leonardo Araujo, 33 anni.

    È tra i primi sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Venezuela a parlare pubblicamente della sua esperienza. Dopo aver affrontato per anni una grave depressione, si è finalmente sentito emotivamente pronto ad intraprendere un’azione legale, 17 anni dopo l’abuso. Il tempo era scaduto per lui per chiedere giustizia.

    L’aggressore di Araujo non è stato ritenuto responsabile ed è stato trasferito in Messico dove, ha detto, ha continuato ad abusare sessualmente di altre persone.

    Araujo ha affermato che in Venezuela non c’è abbastanza sostegno per le vittime di abusi sessuali su minori.

    “Tutto quello che ho trovato è stata un’organizzazione che aiuta le vittime di violenza domestica, ma non era esattamente il mio caso, quindi mi sentivo come se non fossi abbastanza in forma”, ha detto.

    Spera che più vittime si mobilitino e si facciano avanti.

    “In Venezuela, le persone hanno dovuto affrontare altri problemi urgenti come la carenza di cibo, l’iperinflazione e la repressione politica”, ha affermato. “Quindi, le conversazioni su abusi sessuali o violenza domestica non sono state una priorità per i politici”.

    Araujo si è infine trasferito in Messico, uno dei pochi paesi in cui le autorità stanno finalmente discutendo se una prescrizione debba continuare ad applicarsi ai casi di abusi sessuali su minori.

    È in contatto con altre vittime dello stesso aguzzino e tutte sperano di trovare giustizia. Ma con così tanti ostacoli, alcuni sono scettici sul fatto che gli abusi sessuali del clero in America Latina saranno mai perseguiti.

    “Qualcosa che accade spesso è che la chiesa annuncerà la propria commissione d’inchiesta”, ha detto Sande, il coordinatore della campagna. “Questa è probabilmente una tattica per distogliere l’attenzione dalle richieste di un governo o di uno studio legale. Ed è anche un modo per mantenere il controllo della discussione e dei fatti”.

    Per Sande, i media internazionali potrebbero essere determinanti nell’esporre la verità, perché aiutano a influenzare la copertura nazionale in diversi paesi.

    “Spesso ci sono testate giornalistiche in America Latina, che per qualsiasi motivo, che sia [una] mancanza di risorse o non vogliano sfidare la chiesa, non indagheranno in modo approfondito sui casi di abusi del clero”.

    Il mese scorso, il quotidiano spagnolo El Pais ha annunciato la prima indagine in assoluto su denunce di abusi all’interno della Chiesa cattolica in America Latina.

    Ha creato un indirizzo e-mail per i sopravvissuti per inviare le loro richieste. Finora, stanno scavando in più di 1.000 accuse.

    L’incentivo sta dando qualche speranza ai sopravvissuti come Eneas Espinoza, che pensano che l’America Latina potrebbe diventare la prossima regione a livello globale ad essere testimone di rivelazioni di massa di abusi sessuali da parte del clero.

    “È la punta dell’iceberg”, ha detto.

    https://theworld.org/stories/2022-04-25/growing-number-clerical-sexual-abuse-survivors-are-coming-forward-latin-america

  • Condannato in Argentina per abusi il vescovo amico di Papa Francesco, lo fece trasferire in Vaticano

    Condannato in Argentina per abusi il vescovo amico di Papa Francesco, lo fece trasferire in Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – La notizia è arrivata in Vaticano come un fulmine a ciel sereno. Una gran brutta notizia per Papa Francesco. Il vescovo argentino suo amico, Gustavo Zanchetta – che aveva accolto a Santa Marta nel 2017 creando per lui un ufficio all’Apsa – è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Il reato è l’abuso sessuale continuato e aggravato a danni di due ex seminaristi. La detenzione è scattata immediata, hanno sentenziato i giudici della Camera II del Tribunale di Oráno, in Argentina, María Laura Toledo Zamora, Raul Fernando López e Hector Fabian Fayos. I giudici hanno anche deciso che Zanchetta vanga registrato nella Banca Dati Genetici.

    Il procuratore ha parlato di sottomissione psicologica e di manipolazione da parte di Zanchetta sui seminaristi, costretti a raccontargli informazioni intime. Ha fatto riferimento al fatto che la difesa del vescovo voleva usare che uno dei denuncianti era stato abusato da bambino.  La parte più difficile delle arringhe è stata per la difesa di Gustavo Zanchetta, con circa il 90% delle testimonianze che accusavano l’ex vescovo di abuso di potere e abusi sessuali.

    Il prelato argentino, fatto vescovo da Papa Francesco, ha guidato la diocesi di Orano dal 2013 al 2017 quando fu raggiunto da alcune denunce, anche se ufficialmente ha lasciato la diocesi per ragioni di salute. Papa Francesco per aiutarlo non esitò a farlo arrivare in Vaticano, garantendogli l’immunità e creandogli un posto in curia ad hoc. “In dubio pro reo” ha sempre ripetuto il pontefice, anche in una intervista a Valentina Alazraki di Televisa, («dopo la denuncia alla nunziatura (…) l’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia»). E’ forse il caso di abusi e cattiva condotta più scomodo e imbarazzante che esiste in curia, proprio per i legami evidenti con il pontefice.

    Resta ancora da chiarire quando effettivamente sono arrivate le prime accuse di abusi contro Zanchetta alla alla nunziatura a Buenos Aires. Un particolare non indifferente che ha dato adito a molte speculazioni perchè Zanchetta è stato nominato vescovo nel 2013 proprio da Papa Francesco.

    Formalmente il caso è esploso nel 2015 quando le autorità ecclesiastiche argentine ricevettero una serie di denunce, tra cui alcuni imbarazzanti selfie sul telefonino di Zanchetta con immagini piuttosto esplicite, immagini che riguardavano giovani uomini con i quali sarebbe stato in stretto contatto. A quel punto sono emersi altri particolari, tra cui le lamentele da parte di alcuni sacerdoti di Orano che sostenevano di avere avvertito anni prima la nunziatura della cattiva condotta sessuale di Zanchetta, oltre che del suo comportamento eccessivamente autoritario.

    Il Vaticano finora ha sempre smentito di avere ricevuto denunce anteriori alla nomina a vescovo di Zanchetta; un particolare importante perchè vorrebbe dire che le procedure interne di indagine sulla moralità dei candidati all’episcopato o sono state ignorate o non hanno funzionato. Papa Francesco nel corso di questi anni, durante una intervista, ha ammesso di essere stato a conoscenza di immagini pornografiche sul telefonino del suo amico, aggiungendo che in ogni caso valeva per tutti la presunzione di innocenza e che bisognava aspettare il processo. «In dubbio pro reo».

    Formalmente il Vaticano ha riconosciuto le accuse di abusi sessuali contro il vescovo nel gennaio 2019, e poi Francesco ha autorizzato la Congregazione per la dottrina della fede ad aprire un processo canonico, anche se nel frattempo Zanchetta è tornato al lavoro in Vaticano all’inizio del 2020. Solo di recente ha terminato il suo lavoro all’Apsa.

    L’episcopato argentino, dopo la condanna di Zanchetta, ha rilasciato una dichiarazione in cui si impegna a rinnovare «il compito urgente di sradicare gli abusi» dalla Chiesa. Il testo firmato da monsignor Oscar Ojea, presidente della conferenza episcopale, manifesta vicinanza alle vittime e chiede perdono.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/argentina_gustavo_zanchetta_abusi_vescovo_amico_papa_francesco_vaticano_insabbiare_orano-6542547.html

  • Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    IACOPO SCARAMUZZI

    ROMA. Un’inchiesta sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica non può che essere indipendente e dovrebbe focalizzare la propria attenzione sulle sole aggressioni avvenute in ambito ecclesiale. Teologa, suora domenicana, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) dal 2016, rieletta in questa posizione per un secondo mandato di quattro anni nel 2021, Veronique Margron, 64 anni, è uno dei volti più in vista del cattolicesimo d’Oltralpe. Insieme al vescovo di Reims monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese, ha promosso l’inchiesta della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che, presieduta dal giudice Jean-Marc Sauvé, ha recentemente pubblicato un rapporto-choc sulle aggressioni sessuali avvenute nella Chiesa francese dal 1950 ad oggi. Un tema, quello degli abusi, che suor Margron ha trattato a fondo nel libro «Un moment de verité» (Albin Michel, 2019), ma che aveva affrontato già prima di scegliere la vita religiosa, quando, fresca di studi di psicologia, ha lavorato come educatrice con i giovani delinquenti. In questa intervista spiega la genesi della commissione francese, la presa di consapevolezza del problema nell’opinione pubblica, e il contributo che la Chiesa sta dando alla società in generale nel tutelare le vittime di abusi che avvengono anche al di fuori della Chiesa.

    «Sono teologa moralista e ho passato la mia vita a insegnare cose per così dire complicate, questioni relative alla vita, alla morte, alla sofferenza, questioni legate a situazioni umane difficili, e alcuni studenti dei miei corsi, o alcune persone che assistevano a una mia conferenza, alla fine mi avvicinavano e si confidavano con me, per parlarmi di questioni come l’infertilità, l’omosessualità, a volte un incesto subito in famiglia, una aggressione sessuale subita da un prete, da un religioso, ma anche al di fuori della Chiesa, ad esempio da un medico. Sono oltre venti anni che ricevo vittime di abusi, vite sconvolte, se non frantumate. All’inizio non vedevo alcun carattere sistemico negli abusi sessuali nella Chiesa: ascoltare una vittima di incesto in famiglia o una vittima di un prete per me era lo stesso, in entrambi i casi c’era un aggressore, c’era un microcosmo che aveva soffocato la vittima, la famiglia o la parrocchia. Le cose sono cambiate qualche mese dopo che sono stata eletta nel 2016 alla presidenza della Corref. Qualche mese dopo ho ricevuto molte testimonianze di vittime di religiosi e di preti. È difficile dire perché ho ricevuto tutte queste testimonianze: probabilmente perché nell’ambito cattolico quando si trattava di questo ambito ero piuttosto conosciuta come teologa. Inoltre come presidente dei religiosi e delle religiose di Francia quando le vittime scrivevano al loro superiore per denunciare un abuso indirizzavano anche a me il messaggio per conoscenza. Così è cominciato. E piuttosto velocemente, nel giro di sei mesi, nell’estate del 2017 ho cominciato a sentire che si trattava di qualcosa che superava il singolo problema individuale. Che c’era una complicità, una viltà, che circondava l’autore di questi abusi… Nello stesso periodo c’è stato tutto il lavoro svolto dalla associazione La parole liberée a Lione («La parola liberata» è l’associazione di vittime che ha scoperchiato gli abusi seriali compiuti in un arco di diversi decenni da padre Bernard Preynat a danno degli scout e dei minorenni che frequentavano la sua parrocchia, ndr). C’è stata per così dire una convergenza tra il mio ascolto personale delle vittime, i dossier che ricevevo, e gli scandali gravi che emergevano grazie alle vittime che si organizzavano. Questo mi ha portato nel corso dell’anno 2017 ad avere consapevolezza che eravamo dentro un problema di sistema, sebbene non so se allora lo avrei già definito così, dinanzi ad uno scandalo istituzionale. Da lì è nata la riflessione. Come è possibile che un uomo abbia potuto abusare per decenni e decenni, 20, 30, 40 anni, restando in responsabilità come prete? Non è possibile che lo abbia fatto da solo, senza la complicità o la codardia di altri, non è possibile senza che ci sia un problema istituzionale che rende possibile l’impunità».

    Alla fine che risposta si è data a questi interrogativi?

    «Ci sono più fattori. C’è il carisma del prete, la sua personalità: a volte si tratta di grandi seduttori e manipolatori che sanno perfettamente avere una facciata molto presentabile. Questo si aggiunge all’immagine generale del prete, anche in un paese (marcato dalla laicità, ndr) come la Francia, una sacralizzazione della posizione del prete visto come qualcuno che in nessun modo può far male ai bambini o alle persone vulnerabili. E c’è una grande debolezza delle istituzioni, perché queste situazioni mostrano che i vescovi e i superiori sono stati o complici attivi, ossia sapendo quel che succedeva hanno lasciato il prete libero di agire, non hanno creduto alle accuse che emergevano, o hanno spostato il prete che ha continuato altrove ad abusare, oppure, in altre circostanze, non hanno voluto vedere, per paura dello scandalo che ciò comportava per la Chiesa, per codardia, per incompetenza, per accecamento… in alcuni casi perché i preti abusatori erano delle “vedette” della loro congregazione, capaci di portare tanti giovani, personalità carismatiche circondate di studenti, e metterli in causa voleva dire rinunciare a questo successo di seguito: oso sperare che questi calcoli non siano stati coscienti, ma sono reali. C’è una protezione dell’istituzione che in tutti questi decenni nella stragrande maggioranza dei casi ha prevalso sulla protezione delle persone, delle vittime, e di altre vittime potenziali. A causa di un fallimento dell’istituzione anziché cinque vittime ce ne sono state 50. Ci sono preti o religiosi per i quali non si arriva neppure a fare una stima esatta del numero delle vittime, oltre 100, 150, non si sa e non si saprà mai, perché hanno commesso le loro malefatte su un amplissimo arco di anni. E questo è stato possibile perché l’istituzione è stata complice, attivamente o passivamente».

    Oltre all’aspetto qualitativo, l’aspetto quantitativo l’ha sorpresa? Il numero di vittime che ha scoperto l’ha sorpresa?

    «Decisamente. Nei quasi tre anni della Ciase, dai primi lavori fino a oggi, penso di aver ricevuto più di 150 vittime. Ci sono settimane che questa questione occupa l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo: non faccio quasi altro che ricevere le vittime, cercare di far avanzare la questione, contattare le autorità, che siano vescovi o superiori religiosi»

    Oltre alla responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, non crede che ci sia anche una responsabilità dei fedeli? Non crede che gli abusi prosperano anche quando è diffusa l’idea, magari in buona fede, che «il prete non si può criticare», e se un sacerdote si comporta in modo sospetto ci si limita a dire «è un po’ strano…», senza però fare altro?

    «Quello che lei dice è molto ben raccontato dal film Grâce à Dieu di François Ozon (la pellicola del 2019 racconta la vicenda di padre Preynat a Lione scoperchiata dall’associazione La parole liberée, ndr). I genitori dei bambini che sono vittima del sacerdote, salvo una coppia, persone di un ambiente sociale molto borghese del centro di Lione, sono completamente presi nel sistema, ritengono che il prete non possa che voler il bene del bambino, che non si possa criticare il prete. Quando Alexandre decide di denunciare (il protagonista del film: da adulto un giorno scopre per caso che il prete che lo ha abusato quando era un bambino sta ancora lavorando con i giovani, e decide di agire, ndr), la madre, una signora di buona famiglia che solitamente usa un linguaggio di un certo livello, esplode con un linguaggio che non è il suo: “Smettila di romperci le palle con queste vecchie storie!”: la cosa non può rientrare nel suo schema mentale. Non si può criticare il prete perché c’è qualcosa che è dell’ordine del sacro, dell’intoccabile… una concezione che oggi sicuramente è meno diffusa in Francia, ma che lo è stato a lungo, e lo è ancora in certi ambienti».

    Lei ha notato che tutti i genitori, «tranne una coppia», non vedono gli abusi di padre Preynat. La denuncia avviene spesso, in queste vicende, da qualcuno fuori del coro. Un ambiente troppo omogeneo sembra incapace di vedere gli abusi. Anni fa un sacerdote pedofilo di Fiumicino venne denunciato dal suo vice-parroco, che era una personalità sui generis, ma probabilmente se non lo fosse stato non avrebbe rotto il sistema; lo stesso è avvenuto con l’inchiesta «spotlight» a Boston, a lanciarla è un nuovo direttore del Boston Globe che non faceva parte delle buone famiglie bostoniane…

    «Per denunciare, per vedere quello che va visto, per rendersi conto di qual è la realtà, bisogna essere sufficientemente al di fuori di un atteggiamento chiuso e autoreferenziale perché sono convinta che quando siamo “tra di noi” le cose più folli finiscono per sembrare normali. Gli psicologi lo spiegano chiaramente. È necessario un po’ di distanza, di sfasamento. Per fare il mio esempio, io sono parte del sistema, ci mancherebbe, faccio assolutamente parte della Chiesa, e al tempo stesso vengo da una cultura che non è quella ecclesiale, ho lavorato con giovani delinquenti, quando sono venuta a contatto con gli abusi nella Chiesa c’è stato qualcosa che mi ha colpito non dico più velocemente, ma che mi ha colpito con forza perché non poteva rientrare nel mio sistema… lavorando con giovani delinquenti in pericolo avevo visto molti bambini con storie di incesto, sono cose che frantumano le vite a lungo. Prima di creare la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa abbiamo riflettuto a lungo. L’idea è venuta parlando con alcuni amici magistrati, ci siamo domandati cosa bisognava fare per capire quale era la cosa migliore da fare, come affrontare qualcosa che intuivamo ma non sapevamo. E allora abbiamo riunito persone molto diverse, antropologi che hanno lavorato in campi rifugiati dell’Onu sui sistemi mafiosi che si creano in questi contesti, magistrati, c’era anche un generale dell’esercito, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: di fronte ad una crisi istituzionale di fiducia come hanno fatto le vostre istituzioni, o le istituzioni che avete studiato, a reagire? E tutti ci hanno risposto la stessa cosa: “L’unica possibilità è chiamare un’istanza terza, voi non potete fare la verità da soli, quale che siano la vostra buona volontà, la vostra competenza, la vostra onestà, semplicemente perché ci siete dentro!”. Ed è così che è nata l’idea di domandare, e far votare alle assemblee generali dei vescovi e dei religiosi, la creazione di una commissione indipendente (Ciase), nella convinzione che l’unico modo di uscirne, o meglio l’unico modo di fare verità sperando poi di uscirne, è chiamare una istanza terza, competente e neutra, che non ha rapporti particolari con la Chiesa, che non è contro la Chiesa né a favore, per servire la Chiesa, con i mezzi che potrà avere per cercare di fare il massimo della chiarezza possibile».

    Crede che un’inchiesta del genere dovrebbe limitarsi all’ambito della Chiesa o allargare la propria attenzione agli abusi avvenuti anche in altri ambienti, ad esempio la scuola la famiglia lo sport?

    «Penso che il grande merito dell’inchiesta che riguarda la sola Chiesa cattolica è dovuto al fatto che la situazione del prete o del religioso è molto particolare: si è preti o religiosi tutto il tempo, per tutta la vita, e non solo dalle 8 alle 18. Da questo punto di vista è molto diverso ad esempio da un’inchiesta nelle scuole, o nel mondo dello sport. Certo si può dire che bisognerebbe che tutti gli ambienti indaghino sugli abusi sessuali avvenuti al proprio interno. Ma la forza del rapporto della Ciase è che quello viene detto della Chiesa, delle forme di governo, dei malfunzionamenti, è specifico della Chiesa, e anche le questioni teologiche che si pongono non si sarebbero potute porre in un rapporto generale. Nel migliore dei casi con un rapporto che copra tutti gli ambiti di abuso si avrebbe la valutazione del numero delle vittime, si avrebbe una descrizione del trauma subito dalle vittime ma non si avrebbe null’altro, ad esempio nulla sull’analisi istituzionale che porta a questo disastro, perché non si può analizzare la scuola come si analizza la Chiesa. Ci possono essere delle analogie, una debolezza delle forme di governo ad esempio, ma sono problemi molto lontani l’uno dall’altro. A mio avviso domandare una inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale. Ci si fermerebbe alla dimensione quantitativa – quante vittime in questa istituzione quante vittime in un’altra istituzione, qui ci sono meno vittime allora è meno grave che altrove – e non si farebbe l’analisi istituzionale. Dopo la pubblicazione del rapporto della Ciase, le nostre due istituzioni, la conferenza dei religiosi e delle religiose e la conferenza episcopale, hanno nominato una quindicina di gruppi di lavoro sui temi specifici sollevati, la formazione nella vita religiosa, i contropoteri necessari, cos’è l’accompagnamento spirituale, la questione del segreto confessionale: questioni per definizione specifiche dell’istituzione religiosa, tutte cose che non avremmo potuto fare se l’inchiesta fosse stata svolta dallo Stato o dai poteri pubblici su un ampio ventaglio di ambienti».

    Secondo lei quali sono i punti istituzionali più importanti da rimettere in causa? Cosa deve cambiare la Chiesa?

    «Già il giorno in cui il rapporto ci è stato consegnato è stato chiaro che la Chiesa, peraltro non più di un’altra istituzione, non può essere giudice e parte in causa al tempo stesso: deve ricorrere a competenze esterne. Ci sono molte persone che ci vogliono aiutare in questo lavoro di verità, persone che non sono cattoliche o che lo sono ma non lo dicono ma che sono pronte ad aiutarci perché è una questione di sanità pubblica, una questione di verità. Penso che prima cercavamo solo al nostro interno. Ma per ogni questione – non certo per la risurrezione di Cristo! – ma per tutte le questioni etiche dobbiamo ricorrere sia alle competenze interne che alle competenze esterne. Questo è un primo cantiere. Seconda cosa, il ruolo della Chiesa nella società. Contrariamente a quel che si può pensare, nonostante il Concilio vaticano II la Chiesa ha continuato a vivere, almeno in parte, come una comunità chiusa che si doveva difendere dal mondo: magari senza dirlo, ma nella realtà c’è una sorta di muro tra la Chiesa e la società civile e dunque la seconda cosa da imparare è che abbiamo bisogno degli altri, a partire dalla giustizia civile per trattare quel che deve essere trattato, perché i crimini o i delitti non possono essere “trattati in famiglia”, e parlo degli incesti come delle aggressioni sessuali commessi da preti o religiosi. Bisogna integrare queste competenze e dare loro un vero potere, non si tratta solo di farsi consigliare ogni tanto da uno psichiatra o un magistrato ma integrarli nel nostro sistema di vigilanza e decisione. Un terzo cantiere riguarda l’ecclesiologia: il ruolo dei preti, ma più in generale la questione del rapporto con il potere: il potere nella Chiesa non può che essere detenuto dal clero? Bisogna essere prete, diacono o vescovo per detenere il potere? Davvero da un punto di vista teologico il rapporto col potere deve essere un rapporto clericale, in senso proprio? Io nella teologia non vedo nulla che lo indichi. Dare senso al ministero ordinato non vuol dire che esso debba detenere la totalità del potere di governo di una parrocchia o di una diocesi. Penso che tutto il resto ne discenda: una parte del disastro nel quale siamo viene appunto da quell’autoreferenzialità tra preti e vescovi, e rende necessario un vero lavoro sull’ecclesiologia. Ecclesiologia che riguarda anche il ruolo delle donne nelle istanze di governo, di insegnamento, di autorità, nei seminari e in altri luoghi».

    Quando è che l’opinione pubblica francese ha aperto gli occhi su questo problema?

    «Il film-documentario sulle religiose abusate trasmesso da Arte nel 2019, ”Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa”, è stato un vero detonatore tra i cattolici, che erano orripilati, ma ben al di là dei cattolici. Il numero di persone che hanno visto il documentario in diretta o a posteriori è stato molto alto, il film è stato visionato a lungo. Quel film è stato un vero innesco. Anche il film Grâce à Dieu di François Ozon è stato visto da molte persone ed ha partecipato alla presa di coscienza. E poi il lavoro della Ciase, ha fatto una grande opera di comunicazione nel corso dei due anni e mezzo di lavoro. Regolarmente il presidente Jean-Marc Sauvé è intervenuto sui giornali, alla radio, anche per fare appello alle testimonianze. Penso che ciò ha mostrato chiaramente sia che la Chiesa cattolica in Francia era in crisi grave, sia che c’erano persone impegnate a cercare di capire cosa era successo. Il rapporto finale ha avuto ampia eco giornalistica, io stessa nei venti giorni successivi sarò stata ospite di una ventina di trasmissioni. Dal mio punto di vista una parte almeno della società francese non solo ha ricevuto il rapporto per quel che è, senza metterne in dubbio il rigore, ma ha maturato la consapevolezza della crisi della Chiesa, della sua perdita fenomenale di credibilità, ma anche – cosa che colpisce – il rapporto non ha innescato alcun anticlericalismo: non abbiamo visto nessuna caricatura dei cattolici, al contrario, un certo numero di osservatori ha riconosciuto alla Chiesa cattolica il coraggio di aver creato una commissione, di lasciarla lavorare, di rendere pubblico tutto il rapporto, annessi compresi, e questo ha contribuito alla credibilità della Chiesa. Non c’è stato, lo ripeto, nessun sentimento anticlericale, e dire che in Francia a volte siamo campioni del mondo in questo atteggiamento!».

    Nel corso del suo impegno in questo ambito, all’inizio, o ancora adesso, le fanno l’obiezione che lei è troppo focalizzata sul tema degli abusi sessuali?

    «Sì, mi hanno fatto sempre questa obiezione. Un po’ meno al momento della pubblicazione perché i numeri sono stati così impressionanti che, per così dire, il rapporto della Ciase ha calmato molte persone. Ma obiezioni ce ne sono sempre state. Ma oggi per me nella Chiesa di Francia questo è il mio posto: non l’ho scelto, non ho scelto di diventare presidente della Corref e non ho deciso di esserlo in questo momento. Per me è responsabilità della mia generazione di dover andare fino in fondo, anche se non so dov’è il fondo, di fare il massimo possibile: per le persone vittime innanzitutto, per i loro cari, e per tentare di proporre o almeno suggerire le riforme, le riflessioni necessarie. Il mio posto è questo, e cerco di far comprendere che la questione delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica non è un dossier, un faldone che uno apre, lo tratta, e lo chiude: sono vite umane, un popolo di centinaia di migliaia di vite rotte, per alcuni distrutte, e sono state distrutte per colpa di membri della Chiesa! Quando uno cerca di fare qualcosa per i rifugiati, non è la causa del problema, in questo caso sì: del dolore di tutte queste vite la Chiesa e alcuni suoi membri sono interamente la causa. Sento che questo mi rende responsabile in modo infinito. E poi – non lo facciamo per questo ma vorrei sottolinearlo – penso che poiché la Chiesa è un’istituzione pubblica, visibile, può aiutare alcune vittime di incesto in famiglia, che non possono parlare perché l’ambiente famigliare è ancor più chiuso, parlare vuol dire far esplodere la propria famiglia, c’è un legame affettivo all’interno della famiglia che rende la cosa ancor più violenta. Il fatto che noi siamo impegnati voglio sperare che aiuti a dire parole che queste vittime non possono rendere pubblicamente. In Francia c’è una commissione nazionale sull’incesto e altre aggressioni sessuali ed è nata in parte – non solo – grazie alla Ciase. Il fatto che Jean-Marc Sauvé è intervento pubblicamente, che per realizzare il nostro studio è stata fatta un’indagine statistica sull’insieme della popolazione, tutto questo ha contribuito a spingere lo Stato a lanciare una commissione. Mi rendo conto che anche per queste persone che non sono vittime della Chiesa quel che cerchiamo di fare è importante. Per me queste sono risposte sufficienti alle obiezioni», conclude Veronique Margron: «Pensare che delle vittime oggi possano almeno sentire di essere finalmente prese sul serio, sapere di essere credute, che si fa almeno un po’ per riparare per quello che hanno subito, penso che sia una cosa enorme».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/02/26/news/suor_margron_un_indagine_sugli_abusi_nella_chiesa_non_puo_che_essere_indipendente-2863376/

  • In Francia inizia la “riparazione” delle vittime della pederastia nella Chiesa

    In Francia inizia la “riparazione” delle vittime della pederastia nella Chiesa

    Il meccanismo per “riparare” e risarcire le tante vittime di abusi sui minori all’interno della Chiesa cattolica in Francia è già in atto. Quattro mesi e mezzo dopo che una commissione indipendente stimava almeno 216.000 casi di pederastia commessi da religiosi francesi negli ultimi sette decenni, l’Agenzia nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (INIRR) , l’organismo creato dalla Conferenza episcopale di Francia (CEF) per accompagnare le vittime e determinare, se del caso, l’indennizzo cui hanno diritto, ha comunicato che sta già gestendo i primi casi.

    Nonostante la sua presentazione pubblica sia avvenuta giovedì in un evento a Parigi e l’intero team non sia ancora stato chiuso, circa 180 persone hanno già contattato l’INIRR nelle ultime settimane, quando era ancora in fase di costituzione, per chiedere un “risarcimento” per gli abusi sofferto, ha rivelato Marie Derain de Vaucresson , presidente di questa istituzione, finanziata dalla Conferenza episcopale ma che lavorerà in piena autonomia. L’istituto che guiderà il prossimo triennio, con mandato rinnovabile una sola volta, ha già diversi milioni di euro raccolti dalle diocesi per far fronte alla prevedibile compensazione economica.

    Tuttavia, il giurista veterano, specializzato in violenze sui minori e che era difensore civico per l’infanzia, ha sottolineato che il denaro non è la priorità della maggior parte di coloro che bussano alla sua porta. In effetti, “meno della metà” dei casi già presidiati, che dovrebbero moltiplicarsi in modo esponenziale nei prossimi mesi e anni, dà priorità alla questione finanziaria quando cerca un risarcimento per gli abusi subiti, ha assicurato. Molti chiedono a malapena “un euro simbolico” e quello che cercano è solo di poter parlare di ciò che hanno sofferto, sentire un pentimento o almeno confrontarsi con i loro aggressori o con i loro capi religiosi che all’epoca non volevano o sapevano ascoltare loro.

    “Il nostro compito è molto semplice: si tratta di ascoltare, riconoscere e riparare”, a cominciare da una domanda apparentemente semplice: “Cosa vuoi che facciamo per te?” De Vaucresson ha riassunto in una conferenza stampa a Parigi sul compito della tua squadra. Questo consisterà in una serie di “referenti del dialogo” ancora da specificare, persone che assisteranno individualmente ciascuna vittima per “dialogare e rispondere alle sue richieste”. I referenti, il cui numero dipenderà dal numero delle vittime che giungono all’INIRR, saranno reclutati tra giuristi, specialisti in psicologia e mediatori, tra gli altri.

    Ciascun referente effettuerà un “ascolto individualizzato” della vittima, “senza giudicarla”, e cercherà di identificare con lei non solo gli abusi di cui è stata vittima, ma anche le “colpe e carenze della Chiesa e altre persone intorno a lei.” ”. Farà anche una valutazione delle “conseguenze a lungo termine sulla sua vita” di questi abusi, ha spiegato De Vaucresson. Con gli “eventi evocati, le conseguenze traumatiche, i bisogni e le pretese precedenti” della vittima, e sempre in coordinamento con la vittima, verrà redatto un verbale che potrà sfociare in una “richiesta di riconoscimento e riparazione” che a sua volta essere analizzato da un “collegio di esperti”. È un corpo permanente composto da 12 persone – medici, avvocati e persino magistrati – che vengono reclutate per la loro esperienza in campi come la salute,

    Il “collegio degli esperti” emetterà a sua volta una “decisione”, che può variare da una semplice “affermazione forte e simbolica che conferma ciò che la persona ha vissuto e le carenze, soprattutto dei membri della Chiesa” fino alla richiesta di una “riparazione finanziaria”. Le forme e gli importi dei risarcimenti sono ancora da definire, ha precisato De Vaucresson, anche se ha anticipato che si spera di iniziare a “soddisfare le richieste di riparazione finanziaria” (l’esperto preferisce non usare la parola risarcimento) nei prossimi mesi, in comunque “fino all’estate”.

    Non è l’INIRR che dovrebbe distribuire i soldi. Questa istituzione invierà le sue raccomandazioni al Fondo per l’aiuto e la lotta contro gli abusi sui minori (Selam, per il suo acronimo in francese), organismo creato lo scorso anno dalla Conferenza episcopale e che, a gennaio, ha annunciato di essere riuscito a raccogliere il primo 20 milioni di euro grazie alla vendita di beni immobili e investimenti di varie diocesi e vescovadi. Di questa prima voce, cinque milioni sono già stati destinati all’”accompagnamento finanziario” delle vittime come stabilito dall’INIRR e un altro milione alle “azioni di prevenzione e memoria”. Il Selam, creato come INIRR dalla Conferenza Episcopale, non potrà discutere a priori la cifra consigliata dagli esperti dell’istituto Vaucresson e questi, dal canto loro, non devono giustificare la cifra presentata davanti al fondo, ha spiegato il segretario generale ad interim dell’INIRR, Daniel Gacoin.

    Insieme all’INIRR ha già iniziato a lavorare un’altra istituzione indipendente, la Recognition and Reparation Commission (CRR), creata anch’essa a fine anno e in risposta al rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase, nel suo acronimo in francese) dalla Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) , che si occuperà delle richieste delle vittime della pederastia nelle congregazioni religiose. A differenza dell’INIRR, che stabilirà l’indennizzo a carico del fondo della Chiesa, il CRR deve negoziare un risarcimento finanziario con la congregazione colpita in ogni singolo caso.

    De Vaucresson ha riconosciuto che l’esistenza di due istituzioni simili “complica le cose per le vittime”, ma ha spiegato che questo formato è stato deciso per “questioni legali” su come concordare e distribuire i risarcimenti e garantisce che le due commissioni lavorino già a stretto contatto contatto e che è anche previsto un “portale comune” per accogliere le vittime prima di indirizzarle a una o un’altra istanza.

    https://elpais.com/sociedad/2022-02-24/comienza-en-francia-la-reparacion-de-las-victimas-de-pederastia-en-la-iglesia.html

  • AVVISO AZIONE – Lancio dell’invito all’azione dei sopravvissuti al G7 per porre fine alla violenza sessuale infantile

    AVVISO AZIONE – Lancio dell’invito all’azione dei sopravvissuti al G7 per porre fine alla violenza sessuale infantile

    Domani, giovedì 24 febbraio 2022, i leader del G7 si incontreranno in  un  vertice virtuale  come incontro di avvio per preparare il vertice principale del G7 il 26-28 giugno in Germania.
    La task force per la mobilitazione dei sopravvissuti del G7 ha approvato l’invito all’azione del G7 per porre fine alla violenza sessuale nell’infanzia ha approvato la scorsa settimana un invito all’azione del G7 dei sopravvissuti per porre fine alla violenza sessuale nell’infanzia e dozzine di organizzazioni e alleati di sopravvissuti si stanno unendo a questa campagna di advocacy.
    RICHIESTA DI AZIONE:
    Si prega di contattare gli sherpa del G7, i capi di Stato e i ministeri dei governi sono la nostra massima priorità oggi a causa della chiamata virtuale dei leader del G7 domani. Puoi trovare la presentazione con i dettagli degli sherpa G7 qui .   
    Se hai ulteriori informazioni/informazioni di contatto sugli sherpa G7, ti preghiamo di condividerle in modo che possiamo aggiornare la presentazione.
    PUNTI DI DISCORSO   per conversazioni o e-mail con gli sherpa del G7 qui .
    ELENCO OBIETTIVI G7  con una scheda per ogni paese G7 qui   Se hai ulteriori informazioni/informazioni di contatto, condividilo in modo che possiamo aggiornare il foglio di calcolo.
  • Al via il processo Zanchetta senza dossier vaticani

    Al via il processo Zanchetta senza dossier vaticani

    Zanchhetta è accusato di aver abusato sessualmente di due ex seminaristi, e sarà processato il 21 febbraio a Oran, la città dell’Argentina settentrionale dove è stato vescovo diocesano dal 2013 al 2017.

    Prima del processo, gli avvocati di Zanchetta hanno citato in giudizio i fascicoli del Vaticano sul processo canonico del vescovo del 2019 presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. Il processo in Argentina, originariamente previsto per l’inizio dell’ottobre 2021, era stato ritardato mentre il tribunale aspettava quei documenti, secondo il quotidiano locale El Tribuno , 

    Poiché non sono arrivati, il giudice del processo ha ordinato l’inizio del processo questo mese.  

    Mentre papa Francesco ha riconosciuto di aver autorizzato il processo CDF, il Vaticano non ha rilasciato dettagli sull’andamento del processo canonico, o se e quando si fosse concluso. Né la Santa Sede ha indicato che rilascerà al tribunale argentino i suoi fascicoli su Zanchetta. 

    Una politica vaticana del 2020 richiede che i vescovi diocesani collaborino con gli ordini giudiziari per i documenti della Chiesa, ma non è chiaro se il Vaticano si consideri vincolato dalla propria politica o accetterà la richiesta del tribunale argentino.

    Zanchetta, noto per essere un caro amico di papa Francesco, si è dimesso da Vescovo di Orano nel luglio 2017, lamentando problemi di salute. 

    È stato nominato vescovo dal papa nel 2013, poco dopo l’elezione di Francesco al soglio pontificio. Dopo le dimissioni di Zanchetta dalla diocesi di Orano, papa Francesco ha creato una nuova posizione di revisore dei conti presso l’APSA, il gestore patrimoniale sovrano del Vaticano, la banca di riserva del governo e l’ufficiale dei pagamenti. 

    Si dice che Zanchetta vivesse anche presso la Domus Sanctae Marta, l’hotel vaticano e casa di ritiro dove vive anche papa Francesco.

    Già nel 2015, le autorità della Chiesa argentina sono state allertate che Zanchetta aveva inviato “selfie” sessualmente espliciti sul suo cellulare e aveva ricevuto immagini “oscene” di giovani uomini in contatto sessuale. Le immagini sarebbero venute alla luce dopo essere state scoperte da un segretario dell’arcidiocesi. 

    Funzionari della Chiesa locale, inclusi i vicari diocesani e i sacerdoti anziani di Zanchetta, hanno affermato di aver presentato diverse denunce a Roma nel corso degli anni, anche attraverso la nunziatura apostolica in Argentina, descrivendo in dettaglio la cattiva condotta sessuale e finanziaria di Zanchetta. 

    Il Vaticano ha inizialmente contestato quando è venuto a conoscenza delle accuse contro Zanchetta, affermando ufficialmente di aver ricevuto per la prima volta segnalazioni di cattiva condotta nel 2018, anche se il clero locale ha affermato di aver avvertito il Vaticano della possibile cattiva condotta di Zanchetta nel 2015 e nel 2017. 

    Da parte sua, papa Francesco nel maggio 2019 ha affermato di essere a conoscenza di immagini inappropriate sul telefono di Zanchetta nel momento in cui il vescovo si è dimesso dall’incarico nel 2017.

    Il papa ha detto di aver inizialmente concesso a Zanchetta il beneficio del dubbio, dopo che il vescovo aveva affermato che il suo telefono era stato hackerato, da persone che volevano danneggiare l’immagine del papa.

    “Prima che gli chiedessi di dimettersi c’era stata un’accusa e l’ho fatto subito venire da me qui con la persona che lo accusava e spiegarlo”, ha detto il papa, confermando che dopo aver accettato le dimissioni di Zanchetta perché aveva perso la capacità di governare il clero della diocesi, mandò il vescovo per la valutazione psichiatrica in Spagna.

    Il Vaticano ha riconosciuto pubblicamente le accuse di abusi sessuali contro il vescovo nel gennaio 2019 e ha confermato che Francesco ha autorizzato la Congregazione per la Dottrina della Fede a indagare su Zanchetta e ad aprire un processo canonico formale. Non ci sono stati aggiornamenti pubblici da parte della congregazione sullo stato di avanzamento o conclusione di quel processo, ma Zanchetta è tornato al lavoro in Vaticano all’inizio del 2020, prima di partire di nuovo un anno dopo, quando è diventato chiaro che avrebbe dovuto affrontare un processo in Argentina.

    https://www.pillarcatholic.com/p/zanchetta-trial-to-begin-without?utm_source=url