Il ragazzo aveva solo 8 anni quando fu abusato per la prima volta. Era il 1996, a Ceprano, nel frusinate, e a violare la sua infanzia fu un prete, don Gianni Bekiaris. Il suo caso ora arriva sugli schermi grazie ad un documentario-denuncia della Bbc. “E’ un caso tra le decine e decine che ci sono. Riconosciuto colpevole, ma archiviato in sede penale perché il reato era prescritto, questo prete continua a stare nelle parrocchie”, denuncia Francesco Zanardi, presidente de La Rete L’Abuso. La sanzione canonica inflitta al sacerdote abusatore, che ha pagato alla vittima un risarcimento di oltre centomila euro, è quella di non avere incarichi pastorali con i ragazzi. Ma il sacerdote, oggi 60enne, continua a celebrare Messa. E alle celebrazioni ci sono chierichetti e bambini del catechismo sulle panche dei fedeli perché “non è che puoi cacciare i ragazzi dalle parrocchie”, commenta Zanardi, che oggi tutela le vittime con la sua associazione e che ha anche lui un passato di abusi subiti.
Il vescovo di Frosinone, mons. Ambrogio Spreafico, ha dichiarato alla Bbc di essersi attenuto alle procedure stabilite dalla Congregazione per la Dottrina della fede: “Hanno deciso in questo modo, non dipendeva da me”. Spreafico d’altronde fu la persona che avviò il processo canonico dopo che la vittima riuscì a denunciare. Un percorso lungo e doloroso che lo aveva portato anche a drogarsi e a tentare il suicidio.
Il presidente de La Rete L’Abuso definisce don Bekiaris come “uno psicopatico. Nel documentario ride: uno che ha stuprato bambini ride senza provare vergogna. Come fai a metterlo in circolazione?”. Zanardi accusa non solo lui ma anche chi “con delle scusanti” (per esempio celebra Messa “perché non ci sono altri sacerdoti”) fa in modo che questi preti possano svolgere normalmente il loro ministero. “Loro sono peggio degli stessi pedofili perché se lasciano che entrino in contatto con i minori praticamente li mettono in un pericolo annunciato”.
Zanardi si dice “disgustato” anche dalla testimonianza di Ermes Luparia nello stesso documentario: è lo psicoterapeuta e diacono che cura in una clinica i preti abusatori. “Dice: qui i preti pedofili si sentono accolti. Senza rivolgere un pensiero alle vittime. E’ una cosa che fa star male”. “Un altro caso riguarda G.B., vittima di un prete polacco nella zona di Isernia. Anche in questo caso il reato è prescritto e non solo non ha avuto giustizia ma è stato querelato per diffamazione, noi lo stiamo assistendo. Pensare che quel prete, oltre ad abusarlo, lo faceva dormire con i suoi cani”, riferisce il Presidente de La Rete L’Abuso.
Tutto questo mentre un altro prete riconosciuto autore di abusi, il francese Tony Anatrella, nonostante sia stato sospeso ‘a divinis’, è arrivato qualche giorno fa in Vaticano per partecipare ad un simposio sul sacerdozio. (ANSA).
(ANSA) – ROMA, 15 FEB – I sopravvissuti italiani agli abusi sessuali del clero hanno presentato martedì la loro campagna per l’Italia per vedere il tipo di inchieste che hanno scoperto abusi e insabbiamenti massicci in tutto il mondo.
Il comitato di sopravvissuti, chiamato #ItalyChurchToo, ha lanciato la campagna “Beyond The Great Silence”, affermando che gli abusi dei sacerdoti italiani sono enormemente sottostimati e le autorità hanno ripetutamente ignorato le suppliche delle vittime e nascosto casi o spostato i responsabili altrove.
«Chiediamo che la Conferenza episcopale italiana (CEI) incarichi al più presto una commissione indipendente di un’indagine sugli abusi nella Chiesa, chiediamo che sia un’indagine con figure professionali, con qualità e quantità di metodi, aprendo gli archivi di tutte le diocesi e di tutti i monasteri, un’indagine incentrata esclusivamente sull’abuso e affrontando il nesso critico della mancanza di terzi nei centri di ascolto istituiti a livello diocesano”, ha affermato il gruppo.
Hanno anche chiesto che le vittime ricevano un risarcimento per i crimini commessi contro di loro.
La madre di una vittima, Cristina Balestrini, ha accusato la Chiesa cattolica di stare al fianco dei preti predatori e non delle vittime, dicendo che “la Chiesa è il corpo a cui si sono rivolte tutte le vittime di pedofilia ma i tribunali canonici non tutelano le vittime e in nei tribunali civili la Chiesa difende il sacerdote, è dall’altra parte rispetto alla vittima, e questo lo abbiamo sperimentato personalmente; è terribile».
Ha anche detto che dal punto di vista psicologico le vittime sono state “respinte” dalla Chiesa, “e questo lo viviamo con grande dolore”.
Ha detto che il loro attuale parroco, “dopo tutto quello che abbiamo passato, ci ha detto ‘non sputare nel piatto da cui mangi’”. Il figlio di un prete predatore mai punito, Erik Zattoni, ha dichiarato: “Sono figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi, mia madre ha subito abusi sessuali all’età di 14 anni, e la prima volta si è rivolta a un vescovo per denunciarlo le è stato detto: ‘Non dire a nessuno quello che è successo, altrimenti sarebbe uno scandalo per tutta la Chiesa’, e poi è stata minacciata di sfratto, cosa che è successa a tutta la famiglia alcuni anni dopo.
“Abbiamo ripreso la nostra battaglia nel 2010 ma abbiamo ritrovato lo stesso muro: in 30 anni ci sono stati tre papi e lo stesso Ratzinger (Benedetto XVI) sapeva cosa era successo, ma nonostante questo quel sacerdote non è mai stato spretato o allontanato dal contatto con i fedeli. Insomma, non è stato fatto nulla, non so che altro bisogna fare per far allontanare questi delinquenti, ho anche chiesto un incontro con il papa e lui ha rifiutato”.
Papa Benedetto emerito è stato recentemente accusato di aver coperto quattro casi di abuso quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.
Ha detto che c’era stata una “colpa gravissima” ma ha negato la responsabilità personale. (ANSA).
A Piazzapulita, su La7, questa sera – giovedì 10 febbraio – è intervenuto il giornalista di Domani, Emiliano Fittipaldi, per parlare di pedofilia nella Chiesa. Il quotidiano, infatti, nell’edizione dell’11 febbraio pubblicherà una lettera scritta dal cardinal Ladaria, “nome poco conosciuto, il numero 3 o 4 della Chiesa – ha detto Fittipaldi – E’ il prefetto della congregazione della dottrina della fede, che deve gestire i casi di pedofilia all’interno dei procedimenti canonici che vengono aperti”. La lettera in questione risale al 2015, ed è indirizzata all’ex Vescovo di Lione, Barbarin. “E’ una risposta a una richiesta di Barbarin: lui ha un grosso problema, segreto. Ha un prete, Preynat, un orco seriale, che è stato condannato l’anno scorso dopo che ha confessato di aver violentato tutti i weekend 3 o 4 bambini degli scout”, prosegue il giornalista di Domani.
Ma nel 2015 lo sapevano in pochi. “Lo sapevano Barbarin e Ladaria – spiega Fittipaldi – Il Vescovo di Lione chiede cosa fare a Ladaria”, che dice: “Eminenza, questa congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso del prete della vostra diocesi che le avete sottoposto, Bernard Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando lo scandalo pubblico, fermo restando che, a queste condizioni, non può essergli affidato un altro ministero pastorale che includa il possibile contatto con dei minori. Vi raccomando inoltre di prendere adeguate misure per la cura pastorale delle vittime. La prego di accettare, eminenza, l’espressione dei miei sentimenti devoti in Cristo“, si legge nella lettera.
Fittipaldi spiega il vescovo avrebbe dovuto denunciare i fatti alla polizia. “La questione chiave è etica:Ladaria nel 2012 in Italia scrive la stessa cosa per un decreto su un prete italiano, don Trotta, un orco seriale, che viene in qualche modo spretato perché beccato a commettere atti impuri con un minore– prosegue il giornalista di Domani – Ladaria manda una lettera a Lucera, un comune in provincia di Foggia, utilizzando le stesse parole che utilizzerà tre anni dopo. Ma nessuno a Foggia sapeva che don Trotta fosse un orco seriale, e don Trotta diventa allenatore di una squadra di calcio giovanile e nel 2014 e 2015 violenta 10 bambini: oggi è stato condannato a 20 anni. Probabilmente, se le autorità religiose e vaticane avessero denunciato ciò che sapevano, avrebbero evitato queste violenze“.
Città del Vaticano – Il caso di un prete americano trasferito in Italia – a Bolzano – tre anni fa, dopo che aveva avuto rapporti sessuali con un ragazzino minorenne sta sconvolgendo l’Alto Adige. Ad avere autorizzato il passaggio definitivo era stata la Congregazione della Fede non ravvedendo impedimenti canonici e avendo configurato quella vicenda in un abuso di potere da parte del sacerdote e non non tanto in un abuso sessuale, poiché tra il prete e il diciassettenne vi sarebbe stato un legame consensuale. Per questo non venne mai aperta una indagine previa.
Tre anni fa padre Thimoty Meehan, legionario di Cristo, di nazionalità americana, fu così autorizzato ad entrare a far parte della diocesi di Bolzano, e il vescovo, Ivo Muser, senza avvertire né i parroci e nemmeno la Commissione diocesana per gli abusi istituita nel 2010, lo mise a lavorare in una parrocchia a contatto con dei ragazzi nonostante il fascicolo pesante che lo accompagnava.
Solo quando, nell’estate scorsa, questo caso è affiorato pubblicamente prima negli Stati Uniti e successivamente a Bolzano, attraverso alcuni articoli del Dolomiten e di Neue Südtiroler Tageszeitung, il vescovo Ivo Muser è intervenuto sollevando il prete americano dall’incarico in parrocchia. Ora l’accusa alla Chiesa è di aver coperto questo sacerdote e non essere stata trasparente.
In questi giorni Muser ha ammesso l’errore in una intervista alla Rai di Bolzano spiegando di avere agito solo dopo aver chiesto alla Congregazione per la Dottrina della Fede un parere. Dal punto di vista canonico il sacerdote poteva essere incaricato a svolgere incarichi tra la gente e in parrocchia. «Il mio errore fondamentale è che non ho consultato il comitato per la protezione dei minori e non ho nemmeno informato le parrocchie responsabili» ha detto Muser.
Nel frattempo a Bolzano il caso è finito in politica ed è partita una mozione intitolata «Il coraggio di fare i conti con gli abusi sessuali su minori e adulti bisognosi di protezione nella chiesa e nelle istituzioni pubbliche dell’Alto Adige». Alla base di questa mozione c’è lo choc che ha provocato il recente rapporto sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco presentato pochi giorni fa e che ha investito persino l’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Il comitato per la tutela dei minori di Bolzano da quando è stato istituito nel 2010 ha segnalato finora 100 casi di violenze.
ludovica eugenio – BERLINO-ADISTA. Joseph Ratzinger, con la correzione, il 24 gennaio, della sua testimonianza resa durante l’indagine sugli abusi a Monaco dello studio legale WSW,sembra aver seguito il parere espresso il 22 gennaio, in un’intervista all’agenzia cattolica tedesca KNA, da p. Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori sin dalla sua creazione e presidente dell’Istituto di Antropologia: Studi Interdisciplinari sulla Dignità e la Cura della persona umana della Pontificia Università Gregoriana di Roma. «Dovrebbe fare una dichiarazione semplice e personale», aveva auspicato Zollner; «In essa, potrebbe dire “Non ricordo di aver preso parte all’incontro in questione. Se c’ero, ho sbagliato e mi scuso. Anche se gli psicologi in quel momento hanno dato una valutazione diversa di quei casi, io avrei dovuto dedicare maggiore attenzione alla questione. Mi scuso per questo”».
La dichiarazione tardiva di Ratzinger, tuttavia, è piuttosto carente dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, in quanto attribuisce a un errore redazionale la sua originaria affermazione di estraneità al famoso incontro dell’ordinariato del 1980 in cui si decise il trasferimento a Monaco da Essen del prete pedofilo Peter H., già condannato.
Nell’intervista, Zollner, che è stato interrogato dallo studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl durante la preparazione del rapporto, afferma di aver offerto la sua valutazione «sulla base delle conclusioni teoriche degli esperti». «Ciò che rende così prezioso questo ultimo rapporto – ha osservato – è il suo approccio globale. Perché non si occupa solo degli aspetti legali, ma misura anche ciò che è accaduto contro l’immagine di sé della Chiesa». Non solo ma dimostra «che un rapporto di esperti assegnato e finanziato dalla Chiesa può benissimo essere indipendente. Le questioni sono affrontate in modo chiaro e la metodologia ha funzionato: non solo i documenti sono stati valutati, ma anche le vittime sono state incluse e i testimoni contemporanei interrogati».
Quanto alla memoria di 82 pagine consegnata da Ratzinger e allegata agli atti dell’indagine, «mi ha sorpreso – afferma il gesuita – che si limitasse solo agli aspetti giuridici, testimoniali e canonici. Manca la consapevolezza che vi fosse coinvolto anche il lato umano e la percezione esterna. Lo si può vedere nell’esempio del prete che si masturba davanti a ragazze minorenni: siccome non c’è stato alcun contatto fisico, non costituisce un abuso, secondo la dichiarazione firmata da Benedetto. Per inciso, ho sentito esprimere grande stupore in Vaticano per il fatto che questa affermazione non sia stata concordata con altre parti».
Ora, dopo la pubblicazione del rapporto, «va lentamente riconquistata la fiducia di chi è stato danneggiato, possibilmente ampliando l’ufficio di un difensore civico, che è più di un interlocutore diocesano. Bisogna andare nelle comunità e nelle famiglie dove ci sono state, e ci sono tuttora, irritazione e divisioni. Per creare un clima in cui le ferite possano rimarginarsi».
Quanto ai responsabili ecclesiastici indicati come responsabili nel Rapporto, secondo Zollner «ognuno individualmente dovrebbe assumere una posizione concreta, percepibile e comprensibile e segnalare che ha capito. L’avvocato (Marion) Westpfahl ha detto una cosa che ho notato anche nelle mie discussioni con i teologi: i rappresentanti della Chiesa danno l’impressione di non credere al potere del sacramento della riconciliazione – la confessione – quando si occupano dei peccati e dei fallimenti di chi è in posizione di responsabilità. Esame di coscienza – in questo caso: la perizia – confessione, pentimento e atto di riparazione: tutto questo, secondo l’insegnamento cattolico classico, è una condizione per il perdono. Questo vale per i singoli, ma anche per le diocesi e le Conferenze episcopali».
Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).
Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».
Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):
Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot. «Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».
Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.
Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.
Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].
La presentazione ufficiale di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
21 marzo 2017
Regia di Martin Boudot
Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.
L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.
La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.
In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.
La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.
Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.
Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.
Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.
Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).
Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.
Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.
Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.
Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.
Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.
Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.
Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.
Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.
Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.
Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.
Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.
Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.
Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.
Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.
Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.
Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.
Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.
Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.
Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.
Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.
Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.
Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.
Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».
In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.
Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.
Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.
Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.
Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.
Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.
Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.
Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.
La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.
Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.
Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.
Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.
Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.
“Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.
Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.
Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.
Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.
Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.
Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.
Appelli, riforme e nuove leggi, ma a che punto è la Chiesa cattolica nel contrasto della pedofilia del suo clero? La domanda diventa sempre più pressante dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali sui minori commessi dai preti in Francia e Germania. Cifre spaventose che hanno scalfito perfino Benedetto XVI, accusato di quattro casi di negligenza quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1981. Proprio sulla scrivania di Ratzinger, chiamato dopo il breve episcopato bavarese da san Giovanni Paolo II in Vaticano come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono arrivati per decenni i dossier mondiali della pedofilia. Una pentola difficilissima, se non impossibile da scoperchiare durante gli anni del pontificato wojtyliano, nonostante la storica denuncia di Ratzinger sulla “sporcizia nella Chiesa” riferita proprio alla piaga degli abusi. Divenuto Papa, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale.
Law – A dire il vero qualcosa si era iniziato a muovere negli ultimi anni del lungo regno di Karol Wojtyla. Nel 2002, ovvero tre anni prima della morte del Papa polacco, l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, fu letteralmente travolto da un’accurata inchiesta del The Boston Globe. Inchiesta che vinse il Premio Pulitzer nel 2003 e che fu poi oggetto del film Il caso Spotlight vincitore del Premio Oscar nel 2016. Un lavoro che ebbe, tra l’altro, il merito di sfondare il muro di gomma dell’omertà sulla pedofilia nella Chiesa cattolica con lobby potentissime che rendevano quasi impossibile la ricostruzione degli abusi. Law, che guidava l’arcidiocesi di Boston dal 1984, fu smascherato per aver coperto per decenni centinaia di casi di pedofilia, occultando le denunce delle vittime e spostando gli abusatori di parrocchia in parrocchia. Ma fu semplicemente trasferito a Roma da Wojtyla con l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Incarico che mantenne fino al compimento degli 80 anni come previsto dalle norme canoniche. Nessun processo e nessuna sanzione. Nel conclave del 2005 entrò regolarmente nella Cappella Sistina per votare il successore del Papa polacco.
Maciel – Altrettanto inquietante è la vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado. Un prete messicano morto con tutti gli onori nel 2008, che aveva il merito di aver fondato una delle congregazioni religiose maschili con il maggior numero di vocazioni al mondo e che, invece, si era macchiato di crimini inenarrabili, costantemente coperti dai vertici della Curia romana. Le denunce arrivavano, ma venivano puntualmente occultate. Lo stesso cardinale Ratzinger, nel ruolo di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, aveva provato ad agire contro Maciel, scontrandosi, però, contro il muro di altre figure apicali della Santa Sede. Un uomo potentissimo e con una disponibilità economica talmente alta da assicurarsi l’omertà del Vaticano. Alla sua morte il suo patrimonio personale segreto fu stimato intorno ai trenta milioni di dollari. Maciel aveva abusato dei suoi seminaristi, coperto centinaia di casi di pedofilia all’interno dei Legionari di Cristo, avuto diverse donne che gli avevano dato alcuni figli e assunto numerose identità false. Uno scenario satanico più che l’immagine perfetta del fondatore di una congregazione religiosa. Eppure per decenni, nonostante tutto, il ritratto a dir poco edulcorato, per usare un eufemismo, del santo sacerdote aveva prevalso sulla realtà criminale.
Eletto Papa, Benedetto XVI volle una radicale purificazione dei Legionari e ammise le colpe: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”. Proprio i suoi seguaci, una volta venuta alla luce la triste verità, fecero un mea culpa per i reati commessi dal loro fondatore: “Vogliamo esprimere il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali”.
McCarrick – Uno scenario simile a quello che avveniva negli Stati Uniti dove, nonostante le gravissime accuse di pedofilia, nel 2000 l’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick fu promosso arcivescovo di Washington e l’anno successivo ricevette la porpora da san Giovanni Paolo II. Anche in questa vicenda le coperture e la rete di omertà tra gli Usa e il Vaticano avevano nascosto una realtà terrificante. Francesco ha voluto far luce con un’inchiesta che, per la prima volta, ha svelato le numerose complicità di cui McCarrick godeva presso i vertici della Santa Sede. Complicità che, però, non hanno impedito a Bergoglio, una volta appurata la condotta criminosa dell’ex porporato, di ridurlo allo stato laicale. Un provvedimento radicale mai preso prima. Ciò che è inquietante nella vicenda di McCarrick è che la promozione, prima alla guida della prestigiosa sede di Washington e poi alla porpora, avvenne nonostante le denunce dei suoi crimini di pedofilia.
Pell – Diverso è il caso del cardinale australiano George Pell, travolto da un lungo processo per abusi nel suo Paese, che lo ha costretto a lasciare frettolosamente il ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione e costretto a 13 mesi di carcere in isolamento, è stato poi assolto con formula piena ed è ritornato a Roma. “Il mio processo – commentò Pell uscendo dal carcere – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. Aggiungendo che “l’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”.
Benedetto XVI – Per anni l’ordine della Santa Sede era quello di insabbiare la pedofilia. Lo ammise lo stesso Benedetto XVI: “Perché in passato non si è reagito allo stesso modo di oggi? Anche la stampa prima non ha dato rilievo a queste cose, la coscienza a quel tempo era diversa. Sappiamo che le stesse vittime provavano grande vergogna e all’inizio non sempre vogliono essere messe subito sotto la luce dei riflettori. Molte sono state in grado di raccontare quello che era loro accaduto soltanto dopo decenni”. E aggiunse: “Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti. È necessaria quindi vigilanza da parte della Chiesa, che punisca chi ha mancato e soprattutto che lo escluda da qualsiasi altra possibilità di entrare in contatto con dei bambini”.
Francesco – Il suo successore ha fatto molti passi avanti nella tolleranza zero della pedofilia del clero. Norme severissime non solo per i colpevoli, ma anche per coloro che insabbiano gli abusi. Provvedimenti a molti indigesti all’interno della Chiesa perché mettono i vescovi con le spalle al muro davanti alle loro responsabilità e alle loro omertà, ma resi necessari da una piaga decisamente devastante all’interno del cattolicesimo. Nel febbraio 2019 Bergoglio convocò in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in un inedito summit sulla pedofilia del clero. Il Papa volle che a parlare fossero anche alcune vittime. Da quell’evento sono scaturiti provvedimenti concreti, come l’abolizione del segreto pontificio per gli abusi. Ma i passi da compiere sono ancora tanti. Nell’ultima assemblea generale straordinaria della Cei, nel novembre 2021, il vescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, che è anche presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, aveva proposto un’indagine sulla pedofilia del clero anche in Italia. La stragrande maggioranza dell’episcopato italiano si è subito opposta con il timore di uno tsunami ingestibile e richieste risarcitorie impossibili da sostenere. L’ennesimo muro che fa ben comprendere quanto l’omertà sulla pedofilia nella Chiesa sia ancora difficile da far crollare.
AGI – Sarà pubblicato giovedì 20 gennaio il rapporto sugli abusi commessi dal clero in Germania, nella diocesi di Monaco di Baviera, in un periodo molto vasto dal 1945 al 2019.
Un dossier choc che la stessa arcidiocesi tedesca, che l’ha commissionato, definisce “una pietra miliare nell’ulteriore processo di gestione degli abusi sessuali nell’arcidiocesi”.
In rassegna quindi la gestione dei vari arcivescovi che si sono susseguiti alla guida della diocesi, tra questi anche Joseph Ratzinger, dal 1977 al 1982.
Ma il report riguarderà anche i ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e Reinhard Marx.
Proprio il cardinale Marx l’anno scorso presentò le sue dimissioni a Papa Francesco (che le rifiutò) proprio riguardo alla “catastrofe” degli abusi sessuali compiuti da uomini di Chiesa nei decenni scorsi in Germania.
L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha organizzato una conferenza stampa per il 27 gennaio per commentare il report.
Il dossier è stato commissionato dall’arcidiocesi allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl nel febbraio 2020 e dovrebbe anche indicare se i responsabili hanno soddisfatto i requisiti legali e le linee guida della Conferenza episcopale tedesca e se hanno agito in modo appropriato nel trattare casi sospetti e possibili autori.
Nel dicembre 2010 l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga è stata la prima diocesi tedesca a pubblicare un primo report. Ora però, sottolinea, si sono aggiunte nuove denunce.
E con la pubblicazione del nuovo dossier sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco, nasce un nuovo centro di contatto e consulenza per le vittime.
Psicologi e psicoterapeuti, con molti anni di esperienza nei servizi di consulenza dell’arcidiocesi, alcuni dei quali specializzati sulle questioni relative agli abusi sessuali, saranno disponibili dal lunedì al sabato nelle prime due settimane dopo la pubblicazione, a partire dal 20 gennaio, dalle ore 9 alle ore 20.
La pubblicazione del dossier dovrebbe far luce sull’operato di Joseph Ratzinger, negli anni in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga.
Il settimanale tedesco Die Zeit in questi giorni ha accusato il Papa emerito di aver coperto le azioni di Peter H., prete pedofilo che ha abusato, tra il 1973 e il 1996 di 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni, in veste di cappellano e di parroco.
Le accuse a Ratzinger riguardano anche gli anni in cui era prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (1982-2005), organismo vaticano che si occupa proprio di casi di delicta graviora.
Die Zeit scrive di un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco datato 2016. Padre Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga.
Ma il suo agire non fu fermato. Anzi, secondo il settimanale tedesco nel 1980, Peter H. venne trasferito dalla diocesi di Essen a Monaco.
Il decreto della diocesi menziona direttamente il Papa emerito spiegando che, sebbene conoscesse la storia del sacerdote che aveva commesso le violenze, “lo accettò e lo insediò nella propria arcidiocesi”.
Monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto, ha risposto però alle accuse di Die Zeit facendo sapere che la ricostruzione del settimanale è errata.
“L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. nell’arcidiocesi di Monaco, è falsa”, ha affermato monsignor Gaenswein.
Il vescovado di Bilbao ha preso le distanze dalla linea della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), che ha criticato il rapporto EL PAÍS con 251 casi di pedofilia per una presunta mancanza di rigore che “rende difficile trarre conclusioni che possano essere utilizzate per una possibile indagine ”, E in tono molto diverso questo martedì ha valorizzato il lavoro svolto da questo giornale. “Riconosciamo il lavoro svolto dal quotidiano EL PAÍS nel suo Rapporto sui casi di abuso sui minori nella Chiesa spagnola ” , ha dichiarato in una nota . “Evidenziamo in particolare lo sforzo compiuto dalle vittime che si lamentano. Condividiamo la ricerca del chiarimento di ogni caso di abuso che possa essersi verificato e che, senza dubbio, avrà come frutto la conoscenza dila verità, con un’attenzione particolare ai bisogni delle vittime e alla non ripetizione di eventi come quelli denunciati”.
In questo senso il Vescovo di Bilbao, Joseba Segura, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e invita chiunque a denunciare nella sua mail possibili abusi in passato sui minori: “Ricordiamo la determinazione della diocesi, in linea con quanto contenuto nel Vangelo e costantemente citato dal Santo Padre Francesco, per conoscere, seguendo le norme vigenti, la verità dei casi che potrebbero essersi verificati, assistere le vittime e sradicare ogni tipo di abuso nella Chiesa”. Sono casi come quello di Leonor García, che ha denunciato in EL PAÍS abusi nel sanatorio di Santa Marina de Bilbao negli anni ’70. È una delle lamentele contenute nel rapporto.
In un clima di scontro tra le diverse sensibilità della Chiesa spagnola, la diocesi di Bilbao è una delle poche che finora ha reagito pubblicamente all’inchiesta aperta dopo la consegna del dossier . Questo giornale ha inviato il suo studio al Papa il 2 dicembre e al presidente della Cee, il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, il 10 dicembre. EL PAÍS si è messo a disposizione delle autorità ecclesiastiche per facilitare il contatto con i denuncianti degli abusi e affinché in questo modo possano essere ascoltati e curati, ma la risposta finora è caotica e disomogenea. Ogni ordine e diocesi va per conto proprio, con modalità diverse e gradi diversi di volontà e trasparenza.
Da parte della Chiesa non c’è nessuna iniziativa per coordinare questo compito e la Cee non ha risposto alle domande al riguardo, per chiarirlo, per una settimana. È infine questo giornale a mediare per gestire il complesso compito di mettere in contatto più di 250 denuncianti con 70 entità diverse, poiché i casi riguardano 31 diocesi e 31 ordini, a loro volta suddivisi in province autonome. La maggior parte degli ordini ha già chiesto a EL PAÍS di comunicare con le vittime, ma solo quattro diocesi hanno scritto a questo giornale per richiederlo: Zamora, Barcellona, Bilbao e Orihuela-Alicante. Un quinto, Mondoñedo-Ferrol, lo ha fatto per segnalare un errore, poiché un caso attaccato alla sua diocesi apparteneva in realtà a quella di Santiago de Compostela.
In altri paesi la Chiesa o lo Stato hanno creato una commissione d’inchiesta indipendente che accentra il lavoro, ma in Spagna la CEE si rifiuta (a differenza di Francia o Germania) e anche le istituzioni si ignorano (contro Belgio, Irlanda o Australia, che ha istituito commissioni ufficiali). D’altra parte, la maggior parte delle vittime diffida della volontà della Chiesa di indagare sugli abusi e rimprovera la mancanza di trasparenza del processo. La stessa Cee ha ammesso in questi anni di aver ricevuto a malapena denunce, ma nel frattempo più di 600 persone hanno scritto alla mail di EL PAÍS. Dopo tre anni di lavoro, questo giornale ha pubblicato un centinaio di casi e ne ha raccolti altri 251 nel rapporto consegnato al Vaticano, davanti alle resistenze della Chiesa spagnola a indagare su di lui e perché in molti casi ha disobbedito allo stesso Papa. Pureha avviato l’unico caso contabile in Spagna , in assenza di dati ufficiali o ecclesiastici. In questo momento, sommando le denunce contenute nel dossier consegnato al Vaticano, si registrano almeno 602 casi – ognuno riferito a un imputato – e 1.237 vittime dagli anni Trenta.
Anche la Cee si è inizialmente disinteressata all’inchiesta e alle sue procedure , e ha spiegato il 20 dicembre che sarebbe stato il Vaticano a dirigere il processo, posizione che ha creato sorpresa nella Santa Sede. I vescovi spagnoli hanno persino chiesto al giornale stesso di inviare le informazioni sui loro casi alle diocesi e agli ordini coinvolti, anche se la Cee ha finalmente iniziato a farlo quella stessa settimana. La Conferenza spagnola dei religiosi (Confer), che raggruppa la maggior parte delle congregazioni spagnole, ha ricevuto i casi degli ordini e li ha inviati a tutti i superiori di ogni congregazione il 27 dicembre, come confermato dal suo segretario generale, José Miguel Zamora.
“Si tratta di una sfocatura nella vita delle congregazioni”
Gli ordini religiosi, che si sono occupati del 77% dei casi del rapporto, hanno subito aperto un’inchiesta nella maggior parte dei casi e hanno mostrato una disposizione iniziale diversa dalla Cee . “Non c’è dubbio che tutto questo è una macchia confusa nella vita delle congregazioni”, riconosce Zamora. “Credo che nelle manifestazioni che hanno fatto i superiori di ciascuna delle suddette congregazioni, la prima cosa, ovviamente, è chiedere perdono perché qualcosa che non hanno generato o iniziato è in qualche modo caduto su di loro. Le vittime vengono prima di tutto e devi cercare di metterti in contatto con loro. Non vogliamo mettere a tacere qualcosa che è un problema e per quanto possibile abbiamo cercato di dargli il tribunale il prima possibile”.
La maggior parte delle ordinanze ha chiesto a questo giornale di contattare le vittime, tuttavia, non hanno previsto di coordinare e centralizzare l’assistenza e l’aiuto ai denuncianti, come ammette Zamora: “In linea di principio, non abbiamo preso alcuna risoluzione per fare qualcosa che sia impostato. Dal momento che sappiamo che molte delle congregazioni hanno già iniziato a fare le proprie indagini e lavorare. Quando abbiamo parlato con la Conferenza Episcopale, ci hanno detto solo che ci stavano inviando le informazioni che avevano. Siamo in grado di camminare contemporaneamente con la Conferenza Episcopale senza alcun problema”.
Tiziana Tavella – LA SICILIA – Oltre 300 preti in Italia sono stati coinvolti in indagini per pedofilia: il dieci percento circa sarebbe attivo (o lo sarebbe stato) in Sicilia, dove c’è anche una comunità che lavora al loro recupero. Degli oltre 300 sacerdoti indagati, la metà ha subito condanna definitiva e la proporzione si mantiene anche per la situazione siciliana.
A fare l’analisi ragionata di un fenomeno che resta ancora sommerso, nonostante l’aumento delle denunce da parte delle vittime degli abusi che chiedono con incrollabile coraggio e dignità che venga fatta giustizia , Francesco Zanardi, fondatore nel 2012 della “ Rete l’abuso – associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” che ha dato vita, tra le tante attività di sostegno e tutela delle vittime anche ad “ mappatura” online facilmente fruibile da tutti, dal sito dell’associazione, con nomi e foto dei preti indagati per reati sessuali o già condannati. E’ anche possibile consultare il database dell’associazione.
“ Purtroppo i casi sono molti di più di quelli che sembrano ad un primo impatto guardando la mappa – spiega Zanardi- realizzata per aiutare tutti a conoscere chi arriva in una comunità magari dopo un trasferimento e su cui non si sa assolutamente nulla all’esterno.
Per aiutare la fruizione della mappa che è in continuo aggiornamento abbiamo indicato in rosso tutti i casi di condanna in 3°grado, reo confessi o coloro che hanno patteggiato, di questi oltre una dozzina sono preti che sono stati attivi in Sicilia, mentre in giallo quelli in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla e sono più o meno della stessa consistenza numerica. Abbiamo anche inserito, contrassegnandoli in nero i casi di sacerdoti indagati all’estero e nascosti in Italia ed in blu le comunità di recupero per preti con problemi.”
La “Rete l’abuso” nasce dall’esperienza diretta di Francesco Zanardi, savonese, che subisce, negli anni ottanta, ad 11 anni le inaccettabili attenzioni di un sacerdote che segneranno la sua vita indirizzandola poi verso un cammino che lo porterà ad avere già incontrato oltre 1300 vittime di predatori sessuali in ambito ecclesiastico. La scorsa estate Zanardi è stato anche in Sicilia, dove sta seguendo tra gli altri anche il caso dell’ennese Don Giuseppe Rugolo venuto a galla dopo la denuncia di un giovane minorenne al momento dei fatti, per cui l’associazione è stata ammessa parte civile e la cui terza udienza si terrà a porte chiuse il 23 dicembre.
In Sicilia, terra dalla forte identità religiosa, negli ultimi mesi i casi di cronaca su pedofilia in ambito ecclesiastico sono aumentati. “ C’è un rischio protezione di questi preti che certamente può essere alimentato dal radicamento sociale dell’idea di fede e che nel meridione ha una struttura più solida. Questo complica l’emersione dei casi e rischia di esporre le vittime come paradossali colpevoli. Per la vittima diventa più complesso denunciare anche per il rischio isolamento e destabilizzazione della vittima all’interno della comunità, capovolgendo i ruoli di vittima e colpevole.
Non posso dimenticare, ad esempio, una fiaccolata a sostegno di un prete fatta passare dai fedeli sotto casa della bambina da lui abusata.” Quando ha iniziato il percorso della “Rete”, racconta Zanardi “era praticamente impossibile trovare ascolto per le vittime. Io stesso ho denunciato quando i fatti erano già prescritti, quando mi rendo conto di quanto questo trauma abbia travolto la mia vita. Ma pur essendo prescritto, ho fornito elementi utili a trovare vittime nuove, consentendo ugualmente di arrivare ad una condanna per il prete, sebbene lieve.”
Una denuncia che diventa un atto di rinascita e che porta ad una catena di incontri che portano anche a far nascere l’Eca che opera a livello internazionale e che porterà il tema ad essere dibattuto anche all’Onu. “ Sebbene sia un atto certamente importante quello di arrivare all’Onu, va però considerato il rovescio di questa medaglia. In Italia l’ascolto di queste vittime è ancora a livello bassissimo, nonostante i proclami che arrivano anche dal Vaticano, incluso il Motu proprio del Papa. Noi come rete accogliamo le vittime che si rivolgono a noi e diamo loro assistenza legale e cerchiamo anche di offrire ascolto con dei gruppi di auto aiuto. Non c’è soltanto contatto diretto con me, ma le vittime possono incontrarsi tra loro per scambiare le loro esperienze, scaricando così emozioni e vissuto consapevoli di essere compresi ed accettati.”