Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: famiglie

  • Il suicidio dei genitori di Chiara era una tragedia annunciata: avevano già venduto casa e farmacia

    Il suicidio dei genitori di Chiara era una tragedia annunciata: avevano già venduto casa e farmacia

    Alessandro Giacoletto e sua moglie Cristina Masera si sono tolti la vita a causa di un dolore insostenibile: il suicidio della loro unica figlia, Chiara, avvenuto due anni fa dopo gravi abusi. La mattina del 9 dicembre Alessandro aveva inviato un messaggio alla sorella Carla per annunciare il gesto. Nonostante i soccorsi, Cristina è morta il 17 dicembre e Alessandro il 23. La coppia, chiusa nel dolore, aveva venduto casa e farmacia, donando tutto a una causa benefica. Familiari e vicini ricordano il loro carattere dolce e il forte impegno sociale, mentre si chiede maggiore sostegno per famiglie colpite da traumi simili.


    L’annuncio sul telefonino

    Era la mattina di lunedì 9 dicembre quando sua madre, Carla, aveva ricevuto un messaggio sul telefonino. Poche righe nelle quali suo fratello annunciava il suicidio. Carla abita anche lei in frazione Pasta di Rivalta. È uscita di casa di corsa diretta verso la villa del fratello, una costruzione su due piani, con giardino in via Pascoli 31.


    La scoperta della tragedia

    Quando è arrivata, la tragedia era già compiuta. Alessandro e sua moglie Cristina Masera erano in auto, privi di sensi. Carla ha chiamato il 118 e i carabinieri, ma i soccorsi si sono rivelati inutili. Dopo un primo tentativo di rianimazione, Cristina è stata trasportata con l’elicottero del 118 alle Molinette di Torino, mentre Alessandro è stato portato in ambulanza al San Luigi di Orbassano. Sono morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra: Cristina il 17 dicembre, Alessandro lunedì 23.


    Una tragedia annunciata

    La coppia non aveva mai superato la perdita dell’unica figlia, Chiara, che si era tolta la vita due anni fa dopo aver subito gravi abusi. Il peso di quella tragedia era diventato insostenibile, tanto da spingerli a un gesto estremo.


    Lo sapevamo che sarebbe successo

    «Lo sapevamo che prima o poi sarebbe successo», dice adesso una vicina la cui casa si affaccia proprio sull’ingresso della villa che fu di Alessandro e Cristina. «Qualche mese fa avevano venduto quella casa lì davanti. E pure la farmacia di Orbassano, doveva lavorava lei, la San Giovanni». La figlia era già mancata da qualche mese. Raccontarono che i soldi li avevano donati a un’organizzazione benefica per i bambini africani. Poi si erano chiusi nel loro dolore, lasciando il mondo fuori. Pochi amici. I parenti che sapevano tutto. I pettegolezzi in paese.

    La farmacia

    La farmacia San Giuseppe, nel giorno di Santo Stefano è chiusa. Alle 10 del mattino, una cliente abituale, Alessandra D. parla di Cristina con delicatezza e rispetto: «Era donna di una dolcezza infinita. Preparatissima nel suo lavoro. Le dirò di più: era sempre disposta ad ascoltare i problemi dei clienti». Ma il suicidio di Chiara? «L’aveva distrutta. A Orbassano sapevamo tutti l’inferno che stava attraversando: Non se ne parlava, ovviamente. Ma si vedeva che soffriva. Che non era più lei».


    Aiutare le famiglie

    Di suo marito, invece parla Michele Colaci, che è il presidente di Confapi Salute: «Alessandro era riservato, ma aveva un cuore grande così». E aggiunge: «Mi piacerebbe che le istituzioni, tutte, nessuna esclusa, aiutassero le famiglie che vivono traumi come questo. Che le sostenessero e le aiutassero con percorsi di sostegno». E Francesco Bona (direttore Hospice Terapia Antalgica e Cure Palliative di Candiolo) aggiunge: «Ci siamo conosciuti 25 anni fa. Io ero anestesista a Candiolo e lui che era medico di famiglia e otorinolaringoiatra, veniva ad assistere agli interventi. Era uno che non si tirava mai indietro. Era inserito nel tessuto sociale cittadino, aveva fatto parte dei Lions e accompagnava i malati a Lourdes. Quando sono diventato direttore dell’Hospice, mi aveva inviato alcuni suoi pazienti». Si era mai confidato con lei su quanto accaduto alla figlia? «Assolutamente no. E non credo si sia mai lasciato andare con qualcuno».

    Poi la notizia del duplice tentativo di suicidio. In frazione Pasta ne parlavano tutti. E tutti sapevano le ragioni: la morte di Chiara, che si era tolta la vita due anni fa.

    https://www.lastampa.it/torino/2024/12/27/news/alessandro_giacoletto_cristina_masera_rivalta_suicidio-14907554/

  • Un prete viene arrestato per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne

    Un prete viene arrestato per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne

    I Mossos d’Esquadra hanno arrestato un parroco nel quartiere Horta-Guinardó di Barcellona per aver toccato due giovani, uno dei quali minorenne . Il contatto con i due giovani è avvenuto circa due settimane fa, secondo la denuncia presentata da entrambe le famiglie ai Mossos d’Esquadra.

    L’uomo, conosciuto come Jordi, è stato denunciato qualche giorno fa dalla famiglia di un minore legato alla parrocchia . A quel punto, secondo fonti investigative raccolte da El País , il giudice che si è occupato del caso ha aperto il procedimento. Tuttavia, pochi giorni dopo, mentre le indagini della polizia erano ancora in corso, gli agenti hanno ricevuto una seconda denuncia contro lo stesso sacerdote, sempre per atti sessuali, da parte di un altro giovane. In quel momento la polizia decide di arrestarlo.

    Come riferisce un comunicato dell’Arcivescovado di Barcellona, ​​è stato nella notte di venerdì 15 novembre che si è venuta a conoscenza dei primi casi di abusi . Il racconto dell’istituto religioso assicura che il parroco chiamò proprio in quel momento i Mosso per fare una prima apparizione. I fatti hanno portato anche alla denuncia presentata la mattina successiva dalla madre del minore ai Mosso.

    Il giorno dopo, al mattino, il minore e sua madre sono stati accolti dall’Arcivescovado, dove hanno denunciato i fatti ed è stato aperto un fascicolo, avviando le relative indagini . Nel pomeriggio, intorno alle 16, è arrivata la versione del sacerdote, che differisce da quella del denunciante. Di fronte a questa contraddizione, con l’obiettivo prioritario di tutelare la possibile vittima, oltre a mantenere il rispetto della presunzione di innocenza, l’Arcivescovado ha sospeso provvisoriamente il sacerdote, vietandogli di celebrare qualsiasi messa o evento pubblico, in attesa delle indagini dei Mosso .

    L’arcivescovado era già a conoscenza di una denuncia contro di lui

    Questa dichiarazione dell’Arcivescovado arriva dopo che El País ha riferito che esistono prove di un possibile caso di abuso sessuale presumibilmente perpetrato dallo stesso sacerdote della parrocchia di Mare de Déu de Montserrat su un giovane nel 2022. Come spiegato da Omella , il giovane l’uomo ha segnalato il sacerdote due anni fa e ha ricontattato il cardinale nel settembre 2024 e lo ha indirizzato al Servizio di Assistenza alle Vittime (SAVA) dell’arcivescovado per “incoraggiarlo a presentare una denuncia formale”.

    https://herculesdiario.es/nacional/un-sacerdote-es-detenido-por-tocamientos-a-dos-jovenes-uno-de-ellos-menor-de-edad/

  • Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta

    Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta

    Un recente inchiesta andata in onda sui canali dell’emittente americana CBS News – ma originata dal libro ‘II prezzo degli innocenti‘ scritto da Maria Laurino, che per prima ha portato alla luce questa complessa vicenda – ha reso noto il (fortunatamente ormai desueto) ‘Programma Orfani’ che fu avviato dal Vaticano a cavallo tra gli anni ’50 e ’70 per rendersi mediatore di un vasto programma di adozioni negli USA di bambini rimasti senza famiglia in Italia e in tutta Europa: questo almeno sulla carta, perché il libro e l’inchiesta dimostrano che la realtà dietro al Programma Orfani era ben diversa disegnando i contorni di una vera e propria macchina avviata al fine quasi esclusivamente lucrativo.

    Facendo un passetto indietro, è importate tornare innanzitutto con la mente agli anni ’50 in cui l’influenza della Chiesa sulla società italiana era ancora tale da generare non pochi imbarazzi nelle donne e nelle famiglie quando un bambino veniva concepito al di fuori del matrimonio: non a caso in tutto il territorio italiano furono aperti dal Vaticano centinaia di istituti religiosi pensati appositamente per accogliere e crescere i piccoli nati nel peccato; ed è proprio qui si inserisce il progetto che vide tra i suoi artefici monsignor Andrew Landi.

    Grazie a questo sistema, il Vaticano riuscì ad invire negli States qualcosa come 3.500 (falsi) orfani, nel frattempo adottati in modo del tutto inconsapevole da migliaia di famiglie cattoliche americane; il tutto con pagamenti che secondo l’inchiesta di Luarino arrivano anche a valere più di 400 dollari a bambino, che oggi sarebbero a pari a più di 4mila dollari, tanto che Landi arrivò anche a promuovere una vera e propria caccia ai nati da genitori non sposati in tutte le campagne e province italiane.

    Dal conto suo Landi ha sempre rivendicato il buon cuore dietro alla sua opera, pensata per dare un futuro sereno agli ‘orfani‘ italiani; mentre la CBS ha voluto vederci ancor più chiaro, inviando una lettera personalmente a Papa Francesco per chiedergli – come recentemente fatto in terra olandese – di scusarsi a nome dell’intero clero con le 3mila famiglie coinvolte, chiedendogli di cooperare (dove possibile) per riportare alla luce quei legami familiari forzatamente spezzati.

    Orfani italiani inviati negli USA/ Così Vaticano strappò 3mila bambini dalle braccia delle madri: l’inchiesta

  • Abusi su una minorenne durante un incontro parrocchiale: sacrestano sotto accusa

    Abusi su una minorenne durante un incontro parrocchiale: sacrestano sotto accusa

    Avrebbe abusato di una ragazzina che all’epoca dei fatti era minorenni e frequentava la sua parrocchia. Sotto accusa un sacrestano della diocesi di Latina per il quale, a conclusione delle indagini, la procura ha chiesto il processo.

    La notizia è stata pubblicata sull’edizione odierna del Messaggero e verificata dalla redaizone di Latina Today. Da quanto si apprende la denuncia è stata presentata dalla famiglia della ragazza poco più di un anno fa, ma i fatti sono relativi ad alcuni anni prima quando la giovane era appunto ancora minorenne. L’episodio sarebbe avvenuto durante una cena parrocchiale in cui erano riunite diverse famiglie che partecipavano alle attività della parrocchia.

    Durante l’incontro il sacrestano avrebbe abusato della ragazzina toccandola in un modo in cui non avrebbe dovuto. Dopo la denuncia è scattata un’attività investigativa e la Diocesi ha provveduto ad allontanare il sacrestano oggetto di indagini. Ora la procura di Latina ha chiuso le indagini e chiesto che l’indagato sia rinviato a giudizio.

    https://www.latinatoday.it/cronaca/latina-abusi-sessuali-sacrestano.html

  • Roma, suora-badante molestata dal figlio della sua assistita, la madre superiore le ordina di ritornare in quella casa. Lei lascia i voti

    Roma, suora-badante molestata dal figlio della sua assistita, la madre superiore le ordina di ritornare in quella casa. Lei lascia i voti

    Una suora nigeriana ha denunciato per violenza sessuale il figlio dell’anziana per cui lavorava come badante. Il 38enne romano, è accusato di essersi presentato in camera della suora nudo, chiedendo di avere rapporti con lei. La religiosa si è subito allontanata dalla casa in cui lavorava e ha raccontato tutto alla congregazione a cui faceva parte. Ricevendo però dalla madre superiore una risposta inaspettata: ritorna in quella casa. Così, spaventata, è andata dalla polizia a denunciare sia l’uomo per violenza sessuale che la congregazione religiosa per sfruttamento. Lui è a processo, la posizione della congregazione invece è stata archiviata. La suora, nel frattempo, ha lasciato i voti e ha un figlio, avuto da un altro uomo..

    LA VIOLENZA
    Suor Caterina (nome di fantasia, ndr), era arrivata dalla Nigeria in Italia per aderire a una congregazione religiosa dei Castelli romani, tramite la quale lavorava poi in alcune Rsa o come badante per diverse famiglie romane. Così, a inizio gennaio del 2020 era andata a lavorare in zona Tuscolana per assistere una signora anziana. Una sera, dopo aver messo a dormire la donna, mentre era ancora seduta sul suo letto, il figlio 38enne era entrato nudo nella stanza, facendole delle avances e chiedendole di avere un rapporto. La religiosa, sconvolta, era subito uscita dalla stanza e aveva poi lasciato l’appartamento. Sotto choc aveva cercato supporto dalla madre superiora della congrega, raccontandole l’accaduto, ma – come ha poi spiegato agli inquirenti – quest’ultima le avrebbe detto di tornare a lavorare in quella casa.

    LA DENUNCIA
    La prima denuncia dell’ormai ex suora risale al mese di ottobre 2020 quando si era appena allontanata dall’istituto religioso. La donna denunciò alla polizia di essere vittima di sfruttamento del lavoro da parte della congregazione, facendo il nome della madre superiora ma anche delle altre suore. Quindi partirono le indagini della squadra mobile, che vennero poi riferite al tribunale di Velletri per competenza territoriale – la congregazione si trovava infatti ai Castelli. Gli inquirenti avevano accertato la data del suo arrivo a Roma e il suo trasferimento ai Castelli. Dall’analisi dei tabulati era emerso che era libera di girare e svolgeva diverse attività lavorative anche in alcune rsa. Procedimento questo che è stato archiviato.

    A fine dicembre del 2020 la suora era tornata in commissariato per sporgere di nuovo denuncia, aggiungendo di essere stata vittima di violenza sessuale, nell’ultima famiglia in cui aveva lavorato, dove doveva assistere tutti i giorni tutto il giorno una signora molto anziana. Tramite le analisi dei tabulati telefonici gli inquirenti hanno confermato la presenza della vittima in quella casa dal mese di gennaio al mese di luglio del 2020 e sono risaliti all’identità del figlio dell’anziana, accusato dalla suora di violenza sessuale.
    L’uomo si trova ora a processo davanti alla prima sezione penale di piazzale Clodio mentre la vittima ha lasciato i voti e vive con il figlio a pochi passi dalla Capitale.

    IL PRECEDENTE
    Appena un anno prima della denuncia di suor Caterina, era finito a processo, su richiesta della procura di Roma, un noto sacerdote che lavorava come psicoterapeuta nel mondo ecclesiale, accusato da una religiosa di violenza sessuale. «Nella veste di psicoterapeuta e nello stesso tempo di sacerdote – riportava il capo di imputazione – costringeva la sua suora, sua paziente, a compiere e subire atti sessuali» in diverse incontri tra il 2009 e il 2013».
    Federica Pozzi

    https://www.ilmessaggero.it/roma/tuscolana/suora_badante_molestata_figlio_lascia_i_voti_tuscolano_news-8399152.html

  • Quando un istituto per minori in Ticino era un “lager” con suore “aguzzine”

    Quando un istituto per minori in Ticino era un “lager” con suore “aguzzine”

    Oggi il von Mentlen di Bellinzona è un centro educativo moderno, dove gli ospiti minorenni – una cinquantina – godono di protezione e di supporto. Ma non è sempre stato così. Nel secolo scorso, chi è stato costretto a frequentarlo, lo descrive come un “lager” diretto da “suore aguzzine”.

    A decidere di illuminare quegli anni bui è un’indagine che l’istituto ha affidato all’Università di Ginevra: il risultato nasce da una dozzina di testimonianze raccolte dal ricercatore Marco Nardone e confluite nel libro “Bisogna portare alla luce queste sofferenze”, che verrà presentato giovedì.

    Era lo Stato a decidere chi internare

    Esiste dal 1911 il von Mentlen di Bellinzona, nato dalla volontà dell’omonima benefattrice Valeria e gestito dalle suore della congregazione cattolica della Santa Croce di Menzingen. Era lo Stato a decidere chi internare: figli ritenuti illegittimi, perché nati da donne sole, divorziate, da famiglie povere o perché di etnia nomade. Per la società erano colpe. E la colpa andava corretta.

    A scoprire il prezzo pagato per queste “colpe” è stato il ricercatore universitario Marco Nardone, che ha intervistato dodici persone, donne e uomini ultrasessantenni, ospiti dell’istituto per lo più negli anni Cinquanta. “L’educazione religiosa era molto rigida e severa. Le persone per descrivere la propria esperienza al von Mentlen parlano di prigione, di lager addirittura – racconta alla RSI lo studioso -. E parlano di disciplina militare”.

    “Ci punivano con l’acqua gelida”

    Per la prima volta queste pagine danno voce a chi aveva subito un collocamento coatto: fino agli anni Settanta, l’autorità cantonale imponeva l’internamento, incurante della volontà dei diretti interessati. “La parola d’ordine era ‘obbedisci!’”, racconta una testimone. “Mi ricordo che nei primi tempi che ero lì piangevo sempre e più piangevi più prendevi botte”, ricorda un altro internato. “Ci punivano con l’acqua gelida. Sotto la doccia o immergendoci nella vasca da bagno”. E ancora: “Mi è mancato enormemente l’affetto, le suore erano dure, rigide. Se non ubbidivi ti arrivavano le punizioni. Erano proprio delle aguzzine”.

    La priorità per le suore, dice Marco Nardone, “non era il benessere dei piccoli, ma la disciplina e l’ordine. Erano tanti bambini e poche suore, senza alcun tipo di formazione per questo lavoro. La violenza era proprio una strategia per gestire questa massa di bambini”.

    Sono stati i vertici del centro educativo a promuovere l’indagine sul loro passato. Per capire appunto se mai gli ospiti dell’istituzione religiosa subirono torti e ingiustizie. Undici anni fa il governo svizzero e poi anche quello ticinese avevano riabilitato, scusandosi, le persone vittime di collocamenti forzati. “Ci siamo resi conto – dice il direttore Vito Lo Russo – che non abbiamo veramente mai pensato a cosa succedeva al von Mentlen nel passato. Da lì ci siamo detti che non era possibile non andare a indagare le pratiche educative di quegli anni. Senza puntare necessariamente il dito contro qualcuno, ma per capire cosa succedeva a quel tempo”.

    Era stato un libro che parlava di soprusi al von Mentlen ad attirare l’attenzione della direzione. Un libro con la testimonianza di un ex internato – pubblicato cinque anni fa da Matteo Beltrami. S’intitola “Il mio nome era 125”. Cioè il numero di guardaroba di suo padre Pierre all’istituto.

    Pierre Beltrami ha avuto la forza di uscire allo scoperto. Gli altri 11 testimoni – intervistati da Marco Nardone no. Loro, uniti nel destino da una costante: la sofferenza per la violenza subita. Violenza fisica, psicologica e anche sessuale. “Avevamo sempre i pantaloni corti ed era freddo. D’inverno ci levavano i pantaloni e le mutande e ci mettevano sopra questi enormi caloriferi, a pieno regime, che ci ustionavano”, ricorda Beltrami. E ancora: “Abbiamo visto questo bambino affacciato alla finestra. Si chiamava Silvano, poteva avere 5 anni ed è caduto al suolo ed è morto. L’altra suora, quando ci hanno portati in aula, ha responsabilizzato noi perché lo abbiamo chiamato. Invece noi lo invitavamo a rientrare”.

    Tante vicende simili rimaste confinate fino ad oggi dentro le mura di un centro che come altri non era soggetto al controllo istituzionale. E il cui personale non aveva alcuna formazione adeguata.

    L’inchiesta dell’Università di Ginevra rientra fra le ricostruzioni storiche finanziate dal Fondo nazionale di ricerca. Il dipartimento di sociologia si è focalizzato sugli istituti religiosi di Vallese e Ticino. Sulle ingiustizie inflitte, le modalità di assistenza, la lesione dei diritti fondamentali dei bambini, ritenuti degli oggetti fino agli anni Cinquanta.

    https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/quando-il-von-mentlen-era-un-lager-con-suore-aguzzine/87666912

  • Verso l’Oscar docu su abusi dei preti sui bambini nativi indiani

    Verso l’Oscar docu su abusi dei preti sui bambini nativi indiani

    C’è una storia poco nota, almeno in Italia, e che punta dritto all’Oscar di quest’anno per il miglior documentario avendo tutte le carte tematiche e di qualità cinematografica.

    Ha già fatto breccia al Sundance dove ha vinto per la migliore regia e ora smuove le coscienze in sedi istituzionali come il Senato americano che gli ha dedicato una proiezione speciale.

    Presentato da National Geographic si vedrà su Disney+ entro l’anno e in anteprima proiezione speciale alla Festa del cinema di Roma il 22 ottobre. E’ Sugarcane, il film di Julian Brave NoiseCat ed Emily Kassie, che racconta emozionando una storia di abusi lunga quattro generazioni nella missione cattolica di Saint Joseph, vicino Williams Lake in British Columbia, Canada.

        E’ una storia simbolo di razzismo bianco, dell’annientamento culturale dei nativi americani, a colpi di indottrinamento, divieti di tradizioni e linguaggio e sottomissioni fisiche con la cifra religiosa, cattolica, e le violenze sessuali dei sacerdoti sui bambini e le bambine che vivevano lì strappati alle famiglie per ‘educarli’. Abusi sessuali con in più il raccapriccio delle gravidanze con i feti buttati nell’inceneritore per sbarazzarsi del problema.
    Papa Bergoglio in Vaticano ha ricevuto alcuni testimoni e si è scusato ed è anche andato in “pellegrinaggio di penitenza” (parole sue) nel luglio del 2022 in quei luoghi ma ai capi delle comunita’ autoctone First Nations non basta perchè quello che sta venendo fuori di un’epoca di Chiesa colonialista e complicità governative mette i brividi.

        Ma Sugarcane è anche un film nel film. “Da reporter per The New Yorker e New York Times ho affrontato vari temi – ha detto all’ANSA a Roma il co-regista Julian Brave Noisecat – e quando la collega di giornalismo investigativo Emily Kassie mi ha proposto di realizzare un documentario sui nativi indiani in Canada ho accettato senza sapere che il film sarebbe diventato per me qualcosa di molto personale”.

        Sugarcane, prodotto dal giovane candidato all’Oscar Kellen Quinn, segue con il ritmo dell’inchiesta una sorta di auto-indagine che dal 2021 con tenacia stanno portando avanti alcuni sopravvissuti, mettendo insieme dolorose testimonianza, scavi (per trovare fosse comuni di bambini), foto, reperti, tutto quello che la stessa comunità dei nativi indiani riesce a tirare fuori per documentare che le voci su questi fatti sono verità nascoste. Uomini e donne tenaci che non vogliono dimenticare quello accaduto a loro stessi e ai loro familiari e proprio durante questa indagine è emerso che il 64enne padre di Julian che per tutta la vita ha vissuto una dipendenza dall’alcol (come moltissimi nativi) e ha avuto un rapporto assente con lui, è figlio dell’abuso di un prete con una bambina, sopravvisse all’inceneritore della missione per caso e fu adottato da una famiglia insieme ad altri 10 nativi, sette dei quali si suicidarono. “Mai mi ero interessato a quello che il mio paese aveva fatto ai suoi primi abitanti e via via che si lavorava a questo film via via emergevano pezzi della mia famiglia. La mission dove nacque mio padre Ed Archie è stata scelta su 139 presenti sul territorio. E’ stato uno choc. Ho cercato mio padre, sono tornato con lui su quei luoghi e quello che era stato scoperto ha avuto la sua devastante conferma. C’è un potere e una responsabilità in chi testimonia e in chi documenta e Sugarcane è importante perchè a queste persone che hanno vissuto la vita senza rispetto, diciamo loro che sono importanti, che al mondo importa di loro”. C’è una “sofferenza che ha bisogno di giustizia” ha dettoe ancora Julian, “Chiesa e governo canadese continuano a rifiutare di aprire gli archivi e tutto viene portato avanti dalla comunità”, ha aggiunto il regista. C’è Charlene Belleau, abusata da bimba, che da 30 anni si batte con forza, c’è Rick che da capo della comunità ha guidato la piccola delegazione in Vaticano ed a lui, morto nel frattempo, è dedicato il film, c’è il tenerissimo anziano MacGrath, il cui Dna ha confermato che per metà è di sangue nativo, per metà scozzese (figlio dell’abuso di un reverendo) che a Roma ha avuto il coraggio di andare dai missionari oblati di Maria Immacolata a chiedere ‘perchè?’.

        I numeri di questo orrore non sono definitivi, migliaia sono le vittime, un’intera comunità di nativi continua a vivere con questo fardello ma se il tempo della riconciliazione è solo iniziato, quello dell’orgoglio dell’accettazione che forse porterà i colori orange, i cappelli con le piume e i nativi sul palco di Hollywood la notte dell’Oscar il 2 marzo 2025 è arrivato.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2024/10/06/verso-loscar-docu-su-abusi-dei-preti-sui-bambini-nativi-indiani_8a7093a3-b431-4308-af1c-d1ab6dc8a74f.html

  • Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    42001 ROMA-ADISTA. Padre Sauro De Luca, gesuita, morto nel 2012 all’età di 85 anni, è stato accusato da almeno cinque donne di abusi sessuali, perpetrati in vari luoghi d’Italia quando erano minorenni. Il prete, infatti, dal 1967 al 1998 è stato il responsabile nazionale del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, ossia il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del papa, l’opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù «che accompagna bambini e ragazzi, dalla terza elementare fino alla fine del tempo universitario, lungo un cammino integrato di formazione umana e spirituale», come si legge sul comunicato inviato dall’attuale responsabile, p. Renato Colizzi. Non solo: p. De Luca è stato anche superiore dei gesuiti dell’Aquila e rettore del Collegio universitario d’Abruzzo tra il 1999 e il 2005, e ha seguito nella formazione spirituale gruppi di famiglie e guide Agesci. Un personaggio dipinto dalle cronache dell’epoca come dinamico ed entusiasta, caratterizzato da «un amore infinito verso i piccoli, grande senso missionario e cuore dilatato verso il mondo» (ilcentro.it, 8/6/12)

    I fatti, che sembrano affidati a tavolino a due testate come Avvenire e Repubblica il 25 settembre, con tanto di interviste rilasciate da p. Colizzi, che ha diffuso un comunicato su tutta la vicenda, si sarebbero verificati negli anni ‘90, quando le vittime avevano tra i 14 e i 16 anni, nel contesto di incontri spirituali personali, e in alcuni casi sarebbero durati a lungo. Mentre però tre di esse hanno deciso di denunciare lo scorso marzo, si scopre che le prime due vittime avevano già raccontato i fatti criminosi subìti nel 2010, 14 anni fa, quando sulla scia degli scandali di pedofilia in tutto il mondo i Gesuiti si dotarono di un responsabile per gli abusi e quando De Luca era ancora vivo: la cosa però restò tutta interna al Meg, venne risolta con discrezione, con un’indagine del delegato, la confessione dell’abusatore, misure restrittive e un trasferimento da Pescara a Gallarate dove, si legge nel comunicato, visse «da recluso» e morì due anni dopo.

    Ma lo stesso Colizzi è consapevole delle carenze nell’azione della Compagnia di Gesù, perché già negli anni Duemila le voci sugli abusi di p. De Luca erano circolate: «Siamo consapevoli che non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato», aggiunge su Avvenire. È evidente che le segnalazioni orali dell’epoca «sono state sottovalutate perché non ci risulta ad ora, da una prima indagine, che sia stato fatto qualcosa per appurare o capire meglio la vicenda». «A lungo, abbiamo risposto alle richieste di chi si palesava, mettendo, però, in primo piano, la tutela dell’istituzione. Questo istinto ci porta, a volte, anche inconsciamente, a minimizzare, ignorare, autoassolverci». Stavolta, almeno nelle intenzioni, c’è la “nuova” volontà di «essere noi a rivolgerci a eventuali vittime-sopravvissute di cui non sappiamo niente perché, con la loro testimonianza, quando e come vorranno darla, ci consentano di fare emergere la verità».

    «Voglio innanzitutto chiedere perdono alle vittime/sopravvissute e alle loro famiglie e dirvi che per noi del Centro Nazionale, che abbiamo la responsabilità del Movimento, è molto penoso prendere atto di tutto questo. Ci tocca profondamente il dolore di chi ha subito abusi e, anche se consapevoli che nulla basterà a rimarginare pienamente la ferita, ci sta a cuore fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per accogliere, ascoltare e assistere chi lo vorrà». È quanto si legge nel comunicato di Colizzi, diffuso sul sito dei gesuiti. «La sofferenza segnalata è per noi un appello urgente ad un “cammino di verità” sulla nostra storia e sulla nostra identità, senza il quale la nostra missione educativa oggi perderebbe di significato». Poiché, data l’estensione temporale e geografica del ministero di De Luca, si sospetta che possano esserci altre vittime, «come Centro Nazionale e, in accordo con il Provinciale dei gesuiti (p. Roberto Del Riccio, ndr) siamo quindi arrivati alla decisione di aprire una fase di ascolto di chiunque abbia qualcosa da dire in proposito, per conoscere se eventuali altri fatti si sono verificati nel passato, recente e no, del Movimento».

    L’impressione è che questa volta i gesuiti – a differenza di quanto avvenuto con il caso Rupnik – vogliano dare pubblicamente l’impressione di “fare le cose per bene”: hanno nominato «una delegata per questo “cammino di verità” nella persona della dott.ssa Grazia Villani» – definita «indipendente dalla Compagnia di Gesù e dal Movimento», ma con un curriculum interno al Vaticano, con più di 20 anni presso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita – la quale sarà coadiuvata dall’Associazione METER di don Fortunato Di Noto (anche lui personaggio istituzionale, presente anche nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo). Villani si dedicherà «all’ascolto di chiunque ritenga di aver subito, quando era minorenne, qualsiasi forma di abuso nel corso delle attività del MEG, oppure di chi sia a conoscenza di fatti simili». «Sarà nostra cura – prosegue Colizzi nel comunicato – garantire la riservatezza delle informazioni e delle testimonianze e, nello stesso tempo, assicurare che verranno prese le misure necessarie anche attraverso gli strumenti giuridici più adeguati. Inoltre, in questa fase di primo ascolto, si potrà individuare insieme alle vittime, anche il tipo di supporto opportuno che il Movimento potrebbe offrire». Poi, la delegata redigerà un report «che ci consentirà di rendere noti al Movimento, tutelando la riservatezza, gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza». Come è ovvio, si affronta anche il tema dei risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano», ha detto Colizzi a Repubblica.

    https://www.adista.it/articolo/72627

  • Abusi nel movimento eucaristico giovanile: le accuse contro padre Sauro De Luca

    Abusi nel movimento eucaristico giovanile: le accuse contro padre Sauro De Luca

    Le recenti rivelazioni riguardo abusi sessuali all’interno del Movimento Eucaristico Giovanile hanno scosso la comunità religiosa. Padre Renato Colizzi, attuale Responsabile Nazionale del MEG, ha comunicato di aver ricevuto segnalazioni concrete riguardo atti di abuso perpetrati da padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Queste accuse, che coinvolgono ragazze all’epoca minorenni, pongono interrogativi sul passato del movimento e sulla responsabilità dell’organizzazione nel proteggere i suoi membri.

    Le denunce di abuso

    Nella comunicazione ufficiale di padre Renato Colizzi, il tono è chiaro e gravoso. Le denunce riguardano atti di abuso sessuale su minori, risalenti a un periodo in cui padre Sauro De Luca, noto per la sua leadership dal 1967 al 1998, era una figura di riferimento sia spirituale che educativa per molti giovani. Le vittime avrebbero tra i 14 e i 16 anni quando si sono verificati gli abusi, evidenziando una dinamica di potere che solleva interrogativi sulla protezione dei giovani all’interno di contesti religiosi e educativi. Le testimonianze, che sono emerse solo recentemente, giungono in un momento di crescente attenzione pubblica verso i temi degli abusi sessuali, spingendo le istituzioni religiose a fare i conti con le proprie responsabilità.

    Padre Colizzi ha sottolineato l’importanza di considerare seriamente queste accuse e ha riconosciuto la necessità di affrontare il dolore di chi ha subito traumi così gravi. Questo riconoscimento del dolore altrui è un passo delicato ma necessario, evidenziando la responsabilità del MEG nel fornire supporto alle vittime.

    La risposta del movimento e la ricerca di verità

    In un passaggio cruciale della sua dichiarazione, padre Colizzi si è scusato in modo diretto con le vittime e le loro famiglie, evidenziando quanto sia difficile per il Centro Nazionale del MEG affrontare una realtà così dolorosa. Ha affermato che la sofferenza segnalata rappresenta un appello a un “cammino di verità“, in cui è essenziale esplorare e riconoscere la storia del MEG senza trascurare i tragici eventi accaduti. La sua intenzione di iniziare un processo di ascolto rappresenta un tentativo significativo per garantire che le voci delle vittime siano ascoltate e rispettate.

    Il Movimento ha quindi deciso di avviare una fase di ascolto per chiunque desideri condividere informazioni sui possibili abusi, passati e recenti, avvenuti nell’ambito delle sue attività. Questa iniziativa non solo seeks to uncover the truth but also aims at restoring trust within the community by promoting transparency and accountability.

    Iniziative per il supporto alle vittime

    A sostegno di questo “cammino di verità”, è stata nominata la dottoressa Grazia Villani come delegata per gestire il processo di ascolto. La sua presenza, assieme a specialisti dell’Associazione Meter, ha lo scopo di fornire un ambiente sicuro e di fiducia per chiunque desideri condividere la propria esperienza di abuso o informazioni su casi simili. La nomina di una figura indipendente è una strategia deliberata per garantire imparzialità e per rivolgersi in modo diretto alle vittime, facilitando la creazione di un dialogo aperto e sincero.

    La scelta di avvalersi dell’associazione Meter, riconosciuta per l’impegno nella tutela dei diritti dei minori, rappresenta un ulteriore passo verso la costruzione di una rete di supporto alle vittime. L’approccio del MEG mira a raccogliere testimonianze e informazioni, affinché possano emergere altri casi e affinché si possano prendere decisioni informate e responsabili in merito al futuro del Movimento e alla sua missione educativa.

    La comunità del MEG, storicamente basata su valori di accoglienza e rispetto, si trova ora a fronteggiare una crisi di fiducia che richiede discernimento, attenzione e una chiara volontà di perseguire la verità per il bene di tutti.

     

  • Nel libretto della messa del Papa c’era un canto scritto da un prete accusato di violenza sessuale

    Nel libretto della messa del Papa c’era un canto scritto da un prete accusato di violenza sessuale

    Un canto di Chiesa scritto da un prete autore di violenze sessuali inserito nella messa del Papa. Il viaggio di Francesco I in Belgio e Lussemburgo sta riservando non poche sorprese e motivi di imbarazzo al pontefice, seppur consapevole di una situazione delicata. Il brano, scritto da un prete molto noto nelle Fiandre e deceduto di recente, è stato eliminato all’ultimo secondo dal programma ufficiale, ma il caso la dice lunga su quanto la Chiesa belga sia immersa in scandali legati ad abusi sessuali, per troppo tempo coperti dai vertici ecclesiali. La canzone non sarà cantata in segno di rispetto verso le vittime, ha informato il portavoce della Conferenza episcopale, ma il vaso di Pandora della Chiesa cattolica (belga e non solo) appare più profondo che mai.

    Le insidie della visita del Papa in Belgio

    Dopo la visita in Lussemburgo, Papa Bergoglio è arrivato a Bruxelles in 27 settembre. Sarà impegnato tra eventi accademici, istituzionali e di natura ecclesiale. L’evento clou ufficiale sarà la messa da celebrare domenica 29 settembre nello stadio Re Baldovino della capitale europea. Il momento chiave ufficioso sarà invece l’incontro, i cui dettagli sono stati tenuti in gran segreto, con una quindicina di vittime degli abusi del clero. Esplosi negli anni duemila, gli scandali non hanno cessato di scuotere la popolazione belga. Un documentario trasmesso lo scorso anno dalla tv fiamminga ha acceso nuovamente i riflettori sulle vittime ma sopratutto sull’impunità di sacerdoti e suore. A questo si aggiungono le accuse contro le monache che per anni hanno sottratto bambini ai genitori per “venderli” a famiglie adottive.

    Il prete Schollaert responsabile di abusi sessuali

    Il prete e compositore del brano originariamente previsto nel programma della messa del Papa è Paul Schollaert, morto di recente. La personalità, molto nota nelle Fiandre dove le sue opere vengono suonate ogni domenica, è stato riconosciuto come l’autore di abusi sessuali. Schollaert era comparso davanti alla commissione parlamentare sugli abusi sessuali nella Chiesa, nota come “Commissione Halsberghe”.

    Secondo il vescovo di Hasselt, monsignor Patrick Hoogmartens, il caso si era chiuso nel 2002 sulla base di un accordo tra le parti coinvolte, con l’impegno a rispettare “discrezione”. Lo stesso vescovo ha deciso di non partecipare pubblicamente alle celebrazioni della visita del papa, dopo che su internet era stato diffuso un necrologio in cui elogiava l’autore della violenza sessuale. Non potendo contare sul migliore dei biglietti da visita, Hoogmartens si è fatto da parte.

    Il clero belga chiede aiuto a psicologi e avvocati

    Dopo che l’organizzazione della visita pontificia ha eliminato il brano, che era già stato stampato sul libretto della messa, è intervenuto l’arcivescovo Luc Terlinden a Radio 1 dell’emittente fiamminga VRT. “Il controllo sugli autori dei canti è un tema che dovremo esaminare attentamente, a partire da lunedì, dopo la visita del papa”, ha dichiarato monsignor Terlinden. “Questo rappresenta per noi una grande sfida, ma bisogna pensarci seriamente con l’aiuto di avvocati e psicologi. Dovremo collaborare con le autorità in futuro. In particolare, aspettiamo un osservatorio che monitori gli autori. Questa era una delle raccomandazioni formulate dalla commissione Dutroux quasi 30 anni fa”, ha messo in evidenza l’arcivescovo. Una dichiarazione che suona quantomeno tardiva.

    Le dure parole del primo ministro belga nei confronti del Papa

    Il tema delle violenze sessuali da parte del clero belga è stato al centro anche dell’incontro nella mattinata del 27 settembre tra Bergoglio e il re Filippo, che lo ha accolto nel castello di Laken insieme al primo ministro Alexander De Croo. Entrambi hanno pronunciato un discorso molto atteso. “Santissimo Padre, lei ha intrapreso azioni concrete per lottare contro questa abominevole violenza”, ha affermato il sovrano belga. “I bambini erano orribilmente feriti, segnati per tutta la vita. Lo stesso vale per le vittime delle adozioni forzate. C’è voluto così tanto tempo prima che le loro grida fossero ascoltate e riconosciute. C’è voluto così tanto tempo per cercare modi per ‘riparare’ l’irreparabile”, ha detto il re Filippo.

    De Croo da parte sua ha chiesto misure concrete da parte della Chiesa per riconquistare la fiducia compromessa. “Quando qualcosa va storto, non possiamo accettare un insabbiamento. Ciò danneggia il prezioso lavoro di tutti. Oggi le parole non bastano più. Servono misure concrete. Le vittime devono essere ascoltate. Devono essere al centro. Hanno diritto alla verità. Le atrocità devono essere riconosciute. E giustizia va fatta”, ha affermato il primo ministro. Un messaggio duro, che trasmette l’idea di non voler più soprassedere su errori ritenuti ormai inaccettabili.

    https://europa.today.it/attualita/canto-messa-papa-belgio-absui-sessuali.html