Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il prete ormai è un “mostro”: mai più da solo con bimbi

    Il prete ormai è un “mostro”: mai più da solo con bimbi

    di Andrea Zambrano

    Bannati, nel linguaggio social friendly. Più letteralmente “banditi”. Sono i preti della diocesi di Montreal in Canada che da settembre non potranno più avvicinarsi da soli ai bambini. Con loro ci dovrà sempre essere un testimone perché il rischio di incorrere in accuse di molestie o di pedofilia è troppo elevato in un Paese che negli ultimi anni ha visto uscire allo scoperto diversi casi accertati di abusi su minori da parte di religiosi.

    La decisione è stata annunciata dal rettore del seminario di Montreal François Sarrazin e non mancherà di suscitare reazioni indignate. A tutti i sacerdoti e a chiunque, educatori o catechisti gravitino attorno alle parrocchie con ruoli di responsabilità, sarà fatto divieto di intrattenersi da soli con bambini o con altri soggetti vulnerabili. E’ il sunto di un progetto pilota che coinvolgerà a partire da settembre una decina di parrocchie del centro di Montreal per poi estendersi a tutta la diocesi della provincia Canadese.

    Lo rivela una comunicazione ufficiale della diocesi che è stata ripresa dai giornali locali. L’obiettivo è quello di creare una “rete di sicurezza” per tutti: bambini, pastori ed educatori. Un’iniziativa drastica, figlia di una caccia al mostro che ha dato i suoi frutti, soprattutto a colpi di cause milionarie. Il rettore del seminario lo ha spiegato in modo molto lineare: «Immaginate se si è da soli in una stanza e un bambino ti accusa di essere stato molestato, come potrete reagire? Che sia vero o no, è necessario un testimone. Per questo serve prudenza».

    La notizia ha visto i commenti comunque insoddisfatti di Carlo Tarini, portavoce di un’associazione di vittime di preti che ha definito le nuove regole «carenti e in ritardo».

    Se da un lato la decisione va incontro alla necessità della Chiesa canadese di proteggersi contro azioni legali derivanti da scandali di abusi su minori, in quello che potrebbe essere classificato come un nuovo business con la Chiesa a fare la parte del pollo da spennare, dall’altro è evidente che di fronte a una Chiesa sotto controllo, a risentirne sarà non solo la figura del sacerdote, ma la stessa trasmissione della fede.

    Come potranno avvenire le confessioni o la direzione spirituale con i più piccoli se i sacerdoti dovranno tutelarsi con la presenza di un testimone? E quale autorevolezza potrà avere una Chiesa che rinuncia dal punto di vista educativo a far valere la sua unicità e la sua probità morale? Nella decisione del vescovo di Montreal c’è tutta la paura di essere sotto scacco del mondo. Perché, è vero: gli scandali ci sono stati, ma invece di affrontare di petto la situazione, si è preferito rinchiudersi a riccio e giocare sostanzialmente in difesa.

    Eppure la storia della Chiesa è ricca di esempi di pastori che hanno amato i fanciulli educandoli al bene e alla fede. Immaginate che cosa sarebbe successo se un provvedimento del genere avesse toccato San Giovanni Bosco?

    Il risultato di questo provvedimento sarà quello di proseguire sempre più nella diffidenza verso i sacerdoti, alimentando il pregiudizio che tutti i preti sono a rischio pedofilia, dunque personaggi da tenere sotto controllo. Quando sappiamo bene che i casi di abusi, dolorosi e orribili certo, ma, lo dicono le ricerche sociologiche, in percentuale inferiori a quelli che accadono in altre organizzazioni a contatto con i bambini, toccano l’intangibile e protetta sfera dell’omosessualità nel clero.

    A quando le telecamere nei confessionali? A quando il Grande Fratello sul sagrato? Nella decisione della diocesi di Montreal, tanto per citare Gramsci, c’è più pessimismo della ragione che ottimismo della volontà, ma anche tanta poca fiducia nei propri sacerdoti. E soprattutto tanto sconforto pastorale e paura del mondo e della propria identità. Quasi che anche il vescovo si vergognasse di quel Gesù Cristo che disse «lasciate che i bambini vengano a me». Non si trova nel Vangelo l’aggiunta «ma procuratemi un testimone».

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-prete-ormai-e-un-mostro-mai-piu-da-solo-con-bimbi-16597.htm#.V3A4hCZejNU.facebook

  • «Don Andrè? Ne parlai con il vescovo»

    «Don Andrè? Ne parlai con il vescovo»

    di Teresa Di Rocco

    LANCIANO. «Vivevamo una realtà che solo dopo mi sono reso conto non essere “normale”. Ho cominciato ad avere dubbi dopo il ritiro spirituale con flagellazione a Vigolo nel 2009, poi quando continuava a imporre le sue volontà sulle nostre vite. Mi diceva che il mio angelo custode gli aveva detto in visione che dovevo diventare un prete. C’erano troppi obblighi. Sono uscito dalla Legio dopo l’aggressione che don Andrè ha subito nel 2011». È la testimonianza di L.G., 32 anni, nel processo ad Andrè Luiz Facchini, ex parroco di Sant’Agostino accusato di violenza privata aggravata, lesioni personali, violazione di domicilio, ingiurie, minacce e molestie telefoniche perché avrebbe «fatto credere ai giovani della Legio Sacrorum Cordium, associazione da lui fondata, di avere un filo diretto con la Madonna e gli angeli custodi che tramite lui inviavano disposizioni su come gestire la loro vita». Avrebbe fatto subire ai ragazzi penitenze di tipo corporale quando questi “violavano” le regole che lui imponeva. Al prete, che è anche parte offesa per le lesioni ricevute da due fratelli (M.R., 35 anni, e S.R., 31), nei mesi scorsi è stato vietato di celebrare messa ad Umuarama, in Brasile, dove si è rifugiato dal 2012 quando è scattata l’inchiesta a Lanciano.

    Nella nuova udienza del processo, ieri, a testimoniare è stato L.G., uno dei fondatori della Legio. Un racconto freddo e distaccato, come a far capire che quanto accaduto apparteneva ad un passato che ha voluto e dovuto rimuovere. «C’erano regole da seguire», racconta al giudice, «pregare, confessarsi, la castità per chi non era sposato, messe da seguire, e se non le rispettavi non potevi far parte della Legio. I rimproveri di don Andrè erano all’ordine del giorno, come le umiliazioni che provava chi non rispettava le regole nei confronti degli altri non perché Don Andrè ci offendesse». Poi c’erano le penitenze da fare, come strisciare in ginocchio sul pavimento della chiesa, baciarlo, inginocchiarsi con le nocche delle mani rivolte sul pavimento e pregare. «Dopo la preghiera di guarigione che si faceva una volta al mese», riprende il 32enne, «c’erano le penitenze da fare. Don Andrè non ci obbligava, diceva però che erano gesti graditi a Dio, ai santi e alla Madonna. Non le imponeva ma era implicito l’obbligo, perché se non le facevi eri emarginato». Si è arrivati anche alle frustate. «Ci siamo sottoposti alla flagellazione nel 2009 durante un ritiro a Vigolo (Bergamo, ndc)», spiega L.G., «era un ritiro spirituale e don Andrè ci disse di fare una penitenza corporale per salvare le anime del purgatorio. Tre frustate con il rosario sulla schiena nuda per ogni anima da salvare. Io ricevetti sei frustate, pregai per due anime. Il dolore lo ricordo ancora e ricordo che non mi sono offerto: ero stato spinto a farlo». Per il ragazzo il sacerdote era un manipolatore. Con la scusa delle visioni degli angeli diceva agli adepti cosa fare. «A me aveva detto che dovevo fare il prete», continua L.G., «che glielo avevano detto gli angeli e che se non l’avessi fatto non avrei compiuto la volontà di Dio, che il diavolo si sarebbe impossessato di me. Si è opposto al fatto che avessi una ragazza, che oggi è mia moglie». A differenza di altri L.G. si è anche rivolto alla Curia e al vescovo per denunciare tutta la situazione. «Era il capo della chiesa frentana, doveva agire, rimuovere il prete», dice in aula il giovane. La Curia è stata tirata in ballo nel processo per una eventuale responsabilità civile nella vicenda, sull’assunto che è il vescovo a nominare i sacerdoti -quindi anche don Andrè- a valutare la loro idoneità all’incarico e a vigilare sulla loro condotta. La prossima udienza è fissata al 17 novembre.

     
  • Palermo, “abusi su due fratellini”: condanna a sei anni e quattro mesi per don Elice

    Palermo, “abusi su due fratellini”: condanna a sei anni e quattro mesi per don Elice

    PALERMO. Sei anni e quattro mesi per don Roberto Elice, l’ex sacerdote palermitano accusato di aver abusato di due fratelli di 13 e 15 anni. Arriva la condanna, come riportato nelle pagine del Giornale di Sicilia oggi in edicola, per Elice che era stato arrestato dalla polizia nel mese di febbraio mentre si trovava a Roma, dopo oltre un anno di indagini.

    I ragazzini hanno raccontato che tutto sarebbe cominciato durante un pellegrinaggio a Medjugorje. Il sacerdote, parroco nella chiesa di Maria Santissima Assunta, si offrì di pagare il viaggio ai due fratelli. Le molestie sarebbero poi continuate anche al ritorno in città.

    A scoprire degli abusi fu la madre dei due fratelliniche lo denunciò nel 2014, dopo essere riuscita a farlo confessare in chat. A quel punto, la donna andò dagli investigatori raccontando le confidenze raccolte dai figli. Don Roberto li avrebbe molestati sessualmente più volte. Le indagini hanno poi permesso di individuare un’altra vittima. Agli atti anche una conversazione, via chat, tra il sacerdote e una parrocchiana nella quale il prete confessava quanto aveva fatto in un momento di debolezza, durante un pellegrinaggio.

    Dopo essere finito il manette, il prete confessò tutto. “Mi sono autodenunciato alla Curia a novembre del 2014”, ha detto al gip. La Curia, dopo la confessione, ha trasferito il prete a Roma in una struttura per sacerdoti con problemi, l’ha sospeso a divinis e ha avviato un procedimento penale canonico a suo carico.

    http://palermo.gds.it/2016/06/11/palermo-abusi-su-due-fratellini-condanna-a-sei-anni-per-don-elice_524436/

  • SAVONA: presunta “circonvenzione di incapace” aperto un fascicolo su don Antonio Ferri

    SAVONA: presunta “circonvenzione di incapace” aperto un fascicolo su don Antonio Ferri

    La Procura della Repubblica di Savona ha aperto un fascicolo sul Vicario Generale della Diocesi di Savona, Don Antonio Ferri.

    Il Sacerdote era stato querelato, nel settembre scorso, sotto mandato del figlio della presunta vittima, dalla Rete L’ABUSO per le ipotesi di reato di falso e circonvenzione di incapace.

    Nel dicembre del 2013 (proprio durante l’ennesimo scandalo sulle accuse di pedofilia rivolte al sacerdote Pietro Pinetto) don Ferri, aspettando che Roberto Nicolick figlio della presunta vittima e attivista della Rete L’ABUSO lasciasse la sua abitazione, accompagnato da un altro sacerdote identificato come il Cancelliere della Diocesi di Savona, si recavano a casa della mamma di Nicolick alla quale facevano firmare un documento non ben precisato e di cui non lasceranno copia.

    Uscendo, i due sacerdoti avevano raccomandato alla donna ultra novantenne, di non parlare con il figlio Roberto di quella loro visita. Poche ore dopo l’anziana donna realizza che quello che gli avevano fatto firmare avrebbe potuto infangare la memoria del figlio Alessandro, deceduto anni prima e che in punto di morte aveva spiegato il perché da ragazzino era fuggito dal seminario, accusando il sacerdote Pietro Pinetto di presunte molestie.

    Recentemente, a seguito delle polemiche sollevate dai parrocchiani della chiesa di S. Francesco da Paola, i quali non hanno gradito molto il trasferimento presso la struttura religiosa di don Pietro Pinetto, viene rievocata pubblicamente da don Danilo Grillo, con modi sprezzanti e offensivi nei confronti del Fratello di Roberto Nicolick, Alessandro, l’esistenza di quel documento fatto firmare alla donna nel 2013.

    Don Danilo Grillo infatti, nel tentativo di rassicurare i parrocchiani riferì in maniera decisamente disonesta, che le accuse nei confronti del sacerdote Pietro Pinetto erano false e prive di qualunque fondamento. Don Grillo racconta durante un incontro pubblico con i parrocchiani, che ben tre delle quattro vittime avrebbero ritrattato le dichiarazioni fatte all’autorità giudiziaria, per quanto concerne invece la quarta vittima, riferisce in modo dispregiativo e sminuente, che costui, non solo era un tossico per altro deceduto,  ma che addirittura la madre avrebbe smentito l’attendibilità del figlio.

    Di qui la decisione da parte della Rete L’ABUSO e del figlio della presunta vittima di denunciare il fatto e di ottenere copia di quel documento fatto firmare all’anziana.

    Nelle scorse settimane la donna era stata ascoltata dagli uomini della Polizia Giudiziaria che, data l’età, si erano recati presso la sua abitazione evitando così il disagio di doversi recare in procura.

    Non resta che constatare la continua e recidiva malafede della diocesi savonese e delle sue gerarchie, sempre sprezzanti e inconcludenti nei confronti delle vittime, ma paterne e protettive nei confronti dei pedofili.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Il diavolo nel convento di padre Pio: ‘Così i frati mi hanno molestata sessualmente’

    Il diavolo nel convento di padre Pio: ‘Così i frati mi hanno molestata sessualmente’

    Una donna che lavorava nel monastero del Santo di Pietrelcina denuncia: «I frati hanno abusato di me». E produce registrazioni e sms pornografici. La procura avvia un’inchiesta

    DI LIRIO ABBATE

    Il sesso si mischia alla violenza e alle ritorsioni nel convento più famoso nel mondo religioso, quello in cui ha vissuto padre Pio a San Giovanni Rotondo. Centinaia di conversazioni telefoniche tracciano la triste storia di alcuni religiosi accusati di avere abusato e molestato una ragazza che lavorava nel convento, come raccontiamo sull’Espresso in edicola venerdì 10 giugno.

    Sono telefonate registrate ed sms a luci rosse scritti dai frati che svelano il lato oscuro di un mondo in cui vivono alcuni di loro, tenuto segreto e nascosto ai fedeli. È il modo con il quale viene sottomessa una povera ragazza attraverso tentativi di violenza sessuale e molestie, pena il licenziamento in caso di rifiuto.

    ESPRESSO+ LEGGI L’INCHIESTA INTREGRALE

    Fatti che si sono svolti per lungo tempo a San Giovanni Rotondo. Storie incise sui nastri audio o scritte nei messaggi di cui “l’Espresso” ha preso visione. La vittima degli abusi è Anna Verde, oggi ha 40 anni. Ha avuto il coraggio di dire basta ai soprusi e alle molestie, denunciando prima alla polizia di Foggia e poi ai carabinieri della sezione della procura della Repubblica. Le sue accuse, oltre alle registrazioni, non sembrano campate in aria perché sono state confermate davanti agli investigatori anche da tre frati che hanno vissuto, in periodi diversi, nel convento di San Giovanni Rotondo, ed hanno visto e sentito ciò che Anna Verde ha denunciato. Per i tre frati, però, solo per aver parlato delle molestie e difeso Anna, accusando alcuni confratelli, è arrivata la punizione “religiosa”. Sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari da parte dei loro superiori dell’ordine dei frati minori cappuccini. E per questo allontanati dalla sede in cui si trovavano e trasferiti in altre province per un periodo che a loro non è stato comunicato.

    Di fatto sono in esilio, e non possono parlare con estranei. Insomma, i loro superiori li hanno messi in punizione solo perché hanno collaborato e denunciato fatti orribili che si sarebbero verificati fra le mura del convento di padre Pio.

    I frati accusati da Anna, fra le tante telefonate e la valanga di messaggi le scrivevano: «Vorrei essere un neo per trovarmi nei posti più insensati, vorrei essere una crema di bellezza, per massaggiarti, vorrei essere un indumento per stare sempre addosso a te, ma ora vivo solo nell’immaginario e per questo mi accontento!». Ma c’era pure chi si sbilanciava su temi più caldi: «Anna vorrei leccarti (…) per me non è un problema la notte mi (…) pensando la tua (…)».

    La donna per questi fatti ha denunciato un laico che lavora nel convento e alcuni frati, che adesso sono stati trasferiti dalla struttura religiosa. Per il laico, accusato di molestie e violenza sessuale, c’è già un processo che si svolge davanti ai giudici del tribunale di Foggia, e Anna Verde è costituita parte civile con l’avvocatessa Alessandra Guarini. Per i frati, dopo diverse sollecitazioni fatte dalla difesa della donna alla procura a svolgere indagini, è stato aperto un fascicolo dopo oltre ventiquattro mesi dalla denuncia e in questo caso i pm di Foggia non hanno contestato alcun reato di abuso sessuale, ma solo “maltrattamenti sul luogo di lavoro”. Le molestie denunciate non sono state prese in considerazione.

    Secondo la difesa non sarebbe stato fatto su questo punto alcun approfondimento investigativo. Per i magistrati non ci sono questi reati. Non solo, per i maltrattamenti per i quali i frati sono ancora indagati, la procura chiede l’archiviazione, perché la notizia di reato è infondata. A questa richiesta Anna Verde si è opposta e il gip del tribunale dovrà fissare una nuova udienza per discutere questa scelta della procura.

    Leggi l’inchiesta integrale sull’Espresso in edicola venerdì 10 giugno e online su Espresso+

  • Sesso con un minore di 14 anni adescato su FB: a processo un sacerdote di Potenza

    Sesso con un minore di 14 anni adescato su FB: a processo un sacerdote di Potenza

    L’inchiesta della Procura del di Potenza sull’adescamento di minori, attraverso i social network, poi pagati per consumare atti sessuali, ha portato al rinvio a giudizio anche di un sacerdote, il 49enne Antonio Calderaro, già finito agli arresti domiciliari (e poi sospeso ‘a divinis’ dal vescovo della Diocesi potentina di Tursi-Lagonegro) il 21 aprile 2015. La prima udienza – sono stati rinviati a giudizio anche Rizwan Muhammad, Giancarmelo Varasano e Vincenzo Casanova – si terrà a Matera il prossimo 13 luglio. Per altri quattro indagati – Gino Montinari, Tommaso Tullo, Umberto Sorrentino e Attilio Dalessandro – giudicati con il rito abbreviato, sono state disposte pene comprese tra i due anni e due mesi e due anni e otto mesi, e sono state riconosciute le attenuanti generiche.

    Stando agli accertamenti delle forze dell’ordine (i carabinieri della compagnia di Policoro, Matera) gli incontri sessuali sarebbero avvenuti nei pressi dei lidi di Rotondella e Nova Siri (Matera), sulla costa ionica lucana, fra il 2012 e il 2013. Gli investigatori hanno stabilito che in almeno un’occasione il minore coinvolto aveva meno di 14 anni: le indagini sono scattate proprio in seguito alla denuncia della sorella maggiorenne della presunta vittima, insospettita e preoccupata dagli incontri del fratello con persone adulte conosciute sui social network. Per quanto riguardata il sacerdote, immediatamente dopo l’esecuzione delle misure cautelari, il vescovo della diocesi di don Calderaro – parroco della chiesa di San Giuseppe a San Costantino di Rivello (Potenza) – aveva deciso lo sospensione dell’uomo di chiesa, esonerandolo anche dalle funzioni e da ogni altra attività sacerdotale.

    www.fanpage.it/sesso-con-un-minore-di-14-anni-adescato-su-fb-a-processo-un-sacerdote-di-potenza/

  • ”Mi eccita farlo in canonica”

    ”Mi eccita farlo in canonica”

    “E’ stato bello questa estate fare l’amore con te, vorrei abbracciarti ancora”.

    E’ questo uno dei tanti messaggi che don Antonio Calderaro, l’ex parroco della chiesa di San Giuseppe a San Costantino di Rivello agli arresti domiciliari da quasi un anno, ha inviato ad un minorenne di Nova Siri dapprima adescato su internet e poi incontrato in due occasioni per consumarvi rapporti sessuali nell’estate del 2013.

    A leggere quei messaggi, però, non era l’adolescente, bensì la sorella maggiore che, fingendosi il fratello, a Natale 2013 ha chattato per alcuni giorni con il sacerdote per capire davvero cosa fosse accaduto nei mesi precedenti e ricostruire la natura degli incontri.

    http://www.nuovadelsud.it/primo-piano/9316-%C2%94mi-eccita-farlo-in-canonica%C2%94.html

  • Rocca di Papa, «Così le suore torturavano i miei bimbi», drammatico confronto tra la madre e le religiose

    Rocca di Papa, «Così le suore torturavano i miei bimbi», drammatico confronto tra la madre e le religiose

    «Per i miei bambini è stata una tortura, per sette anni hanno vissuto all’inferno, erano terrorizzati». Comincia così il drammatico racconto di Stefania D’Acunto e ricorda in aula gli anni che i suoi due figli, un maschio e una femmina, hanno vissuto sotto la tutela dello stato. Tolti alla madre quando avevano, rispettivamente 6 e 2 anni, i due piccoli sono stati affidati alla casa famiglia delle suore Carmelitane di Rocca di Papa. Ed è dopo l’ingresso dei due piccoli in quella struttura che è iniziato l’inferno di Stefania e dei suoi figli: «I bambini negli orari di visita mi si aggrappavano e non mi lasciavano andare via- racconta Stefania dal banco dei testimoni nel corso del processo che si svolge a Velletri – ho iniziato a notare su mio figlio dei lividi. Una volta era evidente che aveva ricevuto un colpo in testa, mi dissero che i bambini quando giocano si fanno male». La situazione è andata peggiorando: occhi neri, un polso rotto, graffi e una volta 40 punti di sutura perché qualcuno aveva spinto il bambino contro una porta a vetri. Stefania non sa cosa fare, chiede di parlare con le suore, con gli operatori, con i servizi sociali. E alla fine partono le denunce. «Mia figlia a 3 anni è caduta dal letto a castello, sul fatto ha indagato la polizia di Frascati». Il figlio, terrorizzato dalle minacce, non aveva il coraggio di dire nulla alla madre. «Finalmente- ricorda Stefania – uno degli operatori mi ha detto cosa accadeva. La notte e nei fine settimana i bambini rimanevano da soli con le suore che per farli star tranquilli usavano i ragazzi più grandi. E questi li minacciavano, e li picchiavano tutto sotto il completo disinteresse di chi invece doveva accudirli».
     
    I MALTRATTAMENTI
    Per Stefania è stata una lotta, far rispettare delle semplici prescrizioni mediche, o farli vestire in modo adeguato: «D’inverno capitava che avessero vestiti troppo leggeri per il clima e una volta mio figlio, avrà avuto sui 7 anni, aveva al piede scarpe di misura 44». I fratelli sono a casa da un anno e il maschio, che ha 15 anni soffre di disturbi del sonno, ha crisi di panico e problemi a relazionarsi con chiunque. Lui e la sorellina di 11 anni sono seguiti da due terapeuti. «Sono autonomi, hanno imparato presto a doversela vedere da soli – conclude Stefania – ma a livello emotivo sono bloccati ad anni fa. Vorrei che le tre suore sudamericane, Lorena Nely Sorto Henriquez, Virginia e Amparo Guardado Pena, spiegassero gli occhi neri, i graffi e i lividi che ho visto sui miei figli e su gli altri bambini»
    http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/suore_torturavano_bimbi_rocca_papa-1742428.html

  • SUORA PRO NOBIS – TORTURAVA E PICCHIAVA I BIMBI ALL’ASILO

    SUORA PRO NOBIS – TORTURAVA E PICCHIAVA I BIMBI ALL’ASILO

    UNA RELIGIOSA INDIANA CONDANNATA A 5 ANNI DI GALERA – LA DENUNCIA DEI GENITORI DOPO AVER SENTITO I FIGLI PARLARE DI CATTIVERIE E “ATTENZIONI MORBOSE E NON GRADITE”…

    Una religiosa indiana di 40 anni vessava due gemelli di 5 anni nell’asilo di via Bravetta: li teneva rinchiusi per ore nella “scatola di Houdini”, una cassapanca di legno che veniva sfruttata come strumento di tortura. Le violenze sono proseguite per mesi…

    Li teneva rinchiusi per ore nella “scatola di Houdini”, una cassapanca di legno che, invece di essere utilizzata per riporre i giocattoli, veniva sfruttata come strumento di tortura. A differenza dell’ illusionista francese, le piccole vittime intrappolate da lì dentro non riuscivano mai a fuggire. Per due gemellini di 5 anni non c’ era alcuna magia tra le mura del loro asilo di via Bravetta, zona Gianicolense. Sono stati sottoposti a violenze fisiche e continue vessazioni psicologiche.

    La “aguzzina” è una suora quarantenne, originaria dell’ India ed ex insegnante nella scuola materna “Maria Santissima Mediatrice”. Ora, oltre a essere stata allontanata dall’ istituto e sospesa dall’ incarico, è stata anche condannata a 5 anni di reclusione per maltrattamenti su minori.

    Per l’ accusa, avrebbe costretto i fratellini a subire vere e proprie cattiverie quotidiane. Punizioni ingiuste, continue sculacciate per fare rispettare le regole, ramanzine ripetute e urlate. Piccole crudeltà che per i due bimbi erano gigantesche, soprattutto perché protratte per mesi.

    LA DENUNCIA Come si legge nel capo d’ imputazione, firmato dalla pm Silvia Santucci, gli alunni avrebbero infatti sviluppato «una malattia nel corpo e nella mente consistita in disturbo postraumatico da stress».

    L’ inchiesta scatta nel giugno 2010. I genitori dei piccoli si presentano in Procura e sporgono denuncia. Sono allarmati e spaventati: quando i gemellini tornano a casa dopo aver frequentato l’ asilo, fanno racconti molto strani. Dicono che la suora li costringe a subire punizioni assurde, come quando li rinchiude per ore nel fondo di una cassapanca e si siede sul coperchio per evitare che si liberino.

    I bimbi raccontano anche tante altre cose, spesso ambigue. Il sospetto è che possano aver subìto abusi. Tanto che il pubblico ministero decide di indagare l’ insegnante non solo per maltrattamenti, ma anche per molestie sessuali in danno di soggetti minori.

    Le molestie in questione sarebbero addirittura aggravate, visto che, come si legge negli atti, la donna avrebbe approfittato della sua qualità di insegnante, sottoponendo a vessazioni gli alunni «mentre erano affidati per ragioni di cura ed educazione alla sua custodia». I piccoli, infatti, riferiscono di essere stati investiti da troppe attenzioni morbose e non gradite. Due anni dopo, la Procura ottiene il rinvio a giudizio della religiosa. Il gup ritiene valide entrambe le contestazioni.

    IL DIBATTIMENTO Secondo la ricostruzione iniziale degli inquirenti, non confermata durante il dibattimento, la suora «in tempi diversi e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di insegnante e abusando della stessa, costringeva i gemellini affidati alla sua custodia a subire ripetuti atti sessuali», come si legge nel capo d’ imputazione.

    Gli abusi sarebbero proseguiti per mesi. A fine processo, dopo aver ascoltato decine di testimonianze, il magistrato decide però di proporre l’ assoluzione della religiosa dall’ accusa di molestie: non è stato possibile provare la sua piena colpevolezza. Il pubblico ministero chiede invece che l’ imputata venga condannata a tre anni per i maltrattamenti.

    Durante la discussione ribadisce le contestazioni scritte negli atti: la donna, per mesi, avrebbe sottoposto i bimbi «a quotidiane violenze sia fisiche che psicologiche, mettendoli anche per punizione all’ interno della scatola di Houdini». Il giudice è più severo: dispone cinque anni di reclusione.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/suora-pro-nobis-torturava-picchiava-bimbi-all-asilo-religiosa-124420.htm

  • Assolto Don Giovanni? Fontana in festa?

    Assolto Don Giovanni? Fontana in festa?

    La sentenza è a Ischia! Aspetta solo di essere aperta!

    Don Giovanni Trofa sarebbe stato assolto. La sentenza che lo riguarda, dopo le accuse rivoltegli dai suoi ”fratelli” preti di Ischia, sarebbe già stata emessa. E’ questa la notizia che circola da un po’ di tempo. Secondo Michele D’Antonio a Fontana sono pronti a sparare “fuochi” per una settimana. Da diverse settimane eravamo a conoscenza di questa evenienza. Ora attendiamo gli sviluppi di questi rumors. Certo, prendiamo la notizia con il punto interrogativo e con tutte le cautele del caso, ma stiamo sintonizzati. Secondo qualche bene informato, sembra che al processo contro l’ex parroco di Serrara Fontana sia risultati assenti i grandi accusatori. Nessuno avrebbe puntato il dito. Sinceramente, come abbiamo sempre fatto, siamo dalla parte di Don Giovanni e speriamo che questi rumors siano tutti veri e fondati. Ma attendiamo gli eventi così come attendiamo anche per la sorte dell’altro prete accusato dai suoi “fratelli”, quel Don Nello Pascale dallo Schiappone anche lui allontanato dalla sua parrocchia.

    http://www.ildispariquotidiano.it/it/assolto%E2%80%88don-giovanni-fontana-in-festa/#.VvQaqvnhDIV