Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Così ho denunciato quel sacerdote”, parla la madre dei ragazzini abusati

    “Così ho denunciato quel sacerdote”, parla la madre dei ragazzini abusati

    Dopo l’arresto dell’ex parroco di via Perpignano. Le vittime della violenza: “Vogliamo solo dimenticare”. La mamma: “Ho fatto tutto da sola, nessuno mi ha aiutato”

    di ROMINA MARCECA

    Nei loro occhi c’è ancora la sofferenza per quegli abusi impossibile da cancellare. “Non ci fidiamo più di nessuno, prima non era così. Ma dopo quello che è accaduto abbiamo cambiato atteggiamento”, dice il più grande dei due fratelli vittime di don Roberto Elice, l’ex parroco della chiesa di via Perpignano arrestato per abusi sessuali. Sono trascorsi due anni dalla denuncia della madre alla polizia ma la notizia dell’arresto sparata dai giornali con i particolari di quanto accaduto nel 2014 ha fatto ripiombare nell’incubo i due ragazzini. “È stato brutto leggere tutto quello che è stato scritto, quei particolari. Vogliamo solo dimenticare e cercare di vivere per quanto è possibile nella normalità. Certo, non è tutto come prima, sarebbe assurdo negarlo”. Sulla soglia di casa non appare la madre, che si trova fuori città. I due fratelli la chiamano al cellulare.

    A denunciare il parroco della chiesa Maria Santissima Assunta di via Perpignano, infatti, è stata, “in solitudine”, la mamma dei due ragazzini. Un terzo caso è stato scoperto poi dagli investigatori della squadra mobile di Rodolfo Ruperti. “Ho fatto tutto da sola per il bene dei miei figli, dovevo salvaguardarli. Non mi ha aiutata nessuno. Ci eravamo fidati. Adesso tutto cambia ma questo non significa che i miei figli non frequenteranno più la chiesa “.
    La madre dei due fratelli, che all’epoca dei fatti avevano 13 e 15 anni, aveva conosciuto don Elice durante un pellegrinaggio a Medjugorje nell’agosto del 2013. In quel viaggio la signora era sola. “Mi sento posseduta dal male, da Satana”, avrebbe confidato la donna al parroco di via Perpignano. Da quel momento inizia un rapporto speciale.

    Don Elice accompagna la donna a una seduta da un esorcista. Carpisce la sua fiducia, viene visto come un salvatore e la frequentazione anche tra i figli della donna, divorziata, e il prete si fa sempre più assidua. “Era un punto di riferimento “, ha spiegato la donna alla polizia. E, infatti, don Elice spesso veniva invitato a pranzo o a cena a casa della famiglia, non si tirava indietro quando si accorgeva di alcuni periodi critici. E se c’era bisogno di un aiuto economico, don Elice non lo negava e spesso portava doni ai ragazzini diventati parte integrante della comunità di via Perpignano.

    Tutto cambia nell’aprile del 2014. Al ritorno da un altro pellegrinaggio a Medjugorje, stavolta con i figli. I fratelli cambiano atteggiamento. Iniziano ad avere lo sguardo triste, si estraniano, non vogliono più frequentare don Roberto. Le domande da parte della madre iniziano a farsi più pressanti. Arriva la confessione e poi la denuncia nell’ottobre del 2014. “Sono stata contattata dalla Curia – racconta la donna – qualche settimana dopo che il prete è andato a Roma. Non commento la scelta della Curia di non denunciare alla polizia. A me interessa che a svelare tutto sia stata io per tutelare i miei figli. Abbiamo già sofferto abbastanza, ora lasciateci in pace”.

    La famiglia ha cambiato casa da un anno. In chiesa i fedeli hanno fatto di tutto per ritornare alla normalità dopo le rivelazioni su don Elice. Solo un parrocchiano ha ammesso al cronista che qualche “voce strana” sul parroco girava dal giorno in cui ha annunciato la sua partenza per Roma. Per il resto è stato

    un coro di “è impossibile che abbia fatto questo”. È forse per questo che alla domanda se qualcuno in chiesa ha aiutato la donna, la mamma dei fratelli glissa e passa avanti. Di certo non vuole lanciare alcun appello alle madri della parrocchia per spingerle a denunciare eventuali altri episodi di violenza sui bambini. “No. Non ho nulla da dire alle mamme. Ognuno si occupi dei suoi figli come ho fatto io”.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/02/05/news/_cosi_ho_denunciato_quel_sacerdote_parla_la_madre_dei_ragazzini_abusati-132801766/

  • Le Iene e i testimoni di Geova che non denunciano l’abuso sessuale su un bambino

    Le Iene e i testimoni di Geova che non denunciano l’abuso sessuale su un bambino

    Il caso raccontato da Luigi Pelazza

    Un presunto abuso sessuale subito da un bambino all’interno di una congregazione di testimoni di Geova viene tenuto nascosto e non denunciato alle autorità giudiziarie (nemmeno dai genitori del minore). È il caso raccontato ieri dalla trasmissione di Italiauno Le Iene in un servizio firmato dall’inviato Luigi Pelazza, che riporta il racconto di uno degli associati, espulso per aver provato a rivelare l’accaduto.

    TESTIMONI DI GEOVA, LE CONFESSIONI DEGLI ASSOCIATI AGLI ‘ANZIANI’

    Il servizio si apre con l’intervista ad una psicologa del Cesap, associazione di medici e psicologi che da dieci anni studia il comportamento, le regole e il plagio che subiscono i testimoni di Geova. La dottoressa Lorita Tinelli racconta: «Hanno un gruppo di circa dieci uomini al comando che hanno il potere di determinare le scelte di vita di oltre 5 milioni di persone in tutte il mondo. Possiamo parlare di manipolazione mentale: è possibile indurre delle persone attraverso un periodo di indottrinamento d concetti , pensieri ed ideologie, a pensarla diversamente da come la pensava prima. Ci sono dei modi di fare che determinano il modo di fare dell’intero gruppo».

    Le Iene mostrano le immagini registrate da una telecamera nascosta in una saletta di una congregazione di un comitato giudiziario, una sorte di tribunale interno dove gli anziani della setta giudicano i comportamenti degli adepti nella loro vita quotidiana. Nel filmato vengono mostrate le confessioni di una ragazza e un ragazzo: i due giovani (poi espulsi dalla congregazione) raccontano nei dettagli a due giudici che non conoscono, e alla presenza di un loro genitore, il rapporto intimo avuto con un partner. I giudici – dimostra il video – devono sapere tutto ciò che accade di una famiglia, anche le cose più intime. «Nell’ambito di questi gruppi con regole rigide, viene meno il rapporto tra genitori e figli, quello autentico, perché viene mediato dalle direttive del gruppo. Si comanda, si gestisce e si dirige la vita del singolo individuo», è la spiegazione della dottoressa Tinelli. «La persona allontanata non può avere più contatti cone le persone che sono dentro».

    TESTIMONI DI GEOVA, ABUSO SU MINORE NON DENUNCIATO: LE TESTIMONIANZE

    Poi la storia di presunti abusi. Alle telecamere delle Iene Riccardo, uno degli ‘anziani’ di una congregazione, racconta di essere stato allontanato dopo aver provato a denunciare un caso di abusi sessuali su minori. «Non volevano che li dencunciassi all’autorità giudiziaria», dice. «Durante una serata goliardica con gli associati – continua – un soggetto riesce ad isolarsi con il bambino e ad avere un rapporto orale in macchina. Si avvicina la madre e lo scopre con le braghe tirate giù, genitali fuori e il bambino che piangeva». Il racconto viene anche confermato da una registrazione telefonica tra la moglie di Riccardo e un altro associato, in cui i due parlano dell’accaduto e in cui l’interlocutore ricorda l’impossibilità di denunciarsi tra associati, anche in presenza di un reato grave come l’abuso sessuale.

    TESTIMONI DI GEOVA, ABUSO SU MINORE NON DENUNCIATO: IL NO COMMENT

    Ma è possibile che un genitore sia plagiato al punto di non fare denuncia? «Sì, perché le regole interne sono forti», dice Riccardo. «Dico soltato che mio fratello non ha abusato di nessuno», è la riposta della sorella del ragazzo che avrebbe compiuto l’abuso. «Eravamo soliti stare in villa da noi… è capitato che mio fratello stava facendo pipì nel bosco. Il bambino ha visto mio fratello fare pipì e ha pensato a male. […] Mio fratello poi è entrato in macchina e si è sistemato i pantaloni. […] Il bambino ha fatto: ‘Lo sai che ho visto quello del mio papà’. Fatto sta che mio fratello si è spaventato e ha detto: ‘Non dire niente a mamma’». E i genitori del bambino? «Questa cosa è falsa», risponde il papà. L’uomo poi si allontana dalle telecamere, allunga il passo, scortato da altri associati alla congregazione. Nessun commento sul caso nemmeno dagli altri adepti.

    http://www.giornalettismo.com/archives/2003976/iene-testimoni-di-geova-abuso-sessuale-bambino/

     

  • La sospensione “a divinis”? Una cessazione di servizio, un periodo di scelta e maturazione concordata con il vescovo di Saluzzo

    La sospensione “a divinis”? Una cessazione di servizio, un periodo di scelta e maturazione concordata con il vescovo di Saluzzo

    Sofferenza per una “notizia” apparsa oggi sul giornale ma che il suo ormai ex luogo di missione conosceva da mesi.

    Discussione, che non guasta mai. Ma anche sofferenza, che invece non va bene.

    Sono principalmente questi i sentimenti che hanno accompagnato, dal momento della sua pubblicazione avvenuta questa mattina, il nostro articolo sul prete del saluzzese sospeso “a divinis” (Sospeso “a divinis”: mano dura del vescovo di Saluzzo con un giovane sacerdote della Diocesi), che gli vieta di fatto di amministrare tutti i sacramenti, compresa ovviamente la celebrazione della Santa Messa e la Confessione.

    Anche sui social – dove di norma non esistono le mezze misure – sono apparsi i più disparati commenti. Ciascuno dei nostri lettori, e non soltanto quelli, sulla vicenda si sarà fatto le opinioni che più ritiene giuste e suffragate da una propria convinzione interna.

    Ma comunque la si intenda o la si pensi, bisognerebbe comunque sempre partire dal presupposto che prevede il rispetto per la persona prim’ancora che per il ruolo da questa rivestita.

    Detto questo crediamo siano necessarie alcune puntualizzazioni.

    La prima è quella che riguarda la collocazione temporale di questa storia. Che, ci dicono, vada fatta risalire all’autunno scorso, se non addirittura alla primavera antecedente.

    La seconda è quella che la sospensione “a divinis” non è una forma di punizione, ma va letta come una cessazione di servizio, un periodo di scelta e maturazione personale che lo stesso  sacerdote ha concordato con il vescovo di Saluzzo Giuseppe Guerrini

    La terza è invece che don Marco Tallone, attualmente impegnato nella Vicaria della Valle Po a seguire i giovani, non è più – oggi – in alcun modo destinato a sostituire il prete sospeso, il cui posto è stato invece già stato “coperto”.

    Il sacerdote sospeso non rilascia dichiarazioni ufficiali, ma di lui sappiamo che continua ad operare con don Luigi Ciotti al fianco dei fratelli più poveri e disagiati, insieme con tanti altri ex sacerdoti.

    Tutti impegnati a reinventarsi un futuro. Come lui.

    http://www.targatocn.it/2016/01/13/leggi-notizia/argomenti/saluzzese/articolo/la-sospensione-a-divinis-una-cessazione-di-servizio-un-periodo-di-scelta-e-maturazione-conco.html

  • Tutte le incredibili fesserie dell’arcivescovo di Ferrara, NegriDalla pedofilia, ai gay, all’islam, ai giovani che giocano in piazza, alla Madonna contro Bergoglio

    Tutte le incredibili fesserie dell’arcivescovo di Ferrara, NegriDalla pedofilia, ai gay, all’islam, ai giovani che giocano in piazza, alla Madonna contro Bergoglio

    Ecco le esternazioni pubbliche del vescovo di Ferrara e Comacchio monsignor Luigi Negri contenute nel dossier che l’associazione ferrarese “Pluralismo e dissenso” invierà entro la metà di dicembre a papa Francesco nonché al cardinale Angelo Bagnasco presidente della Cei e a monsignor Nunzio Galantino, che della Conferenza episcopale è segretario generale, accompagnate da una lettera in cui si esprime “il profondo disagio dei sottoscrittori”.
    Chi è interessato può leggere l’appello sul sito di Pluralismo e Dissenso [vai]

    Questo è il dossier prodotto.

    Postribolo a cielo aperto

    29/06/2013 – Fonte: http://www.estense.com/?p=312081
    “Non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono un postribolo a cielo aperto”. […] Il discorso di Negri si concentra subito sulle serate universitarie e sul divertimento dei mercoledì sera: “è inutile prendersela con chi non capisce le questioni economiche quando la generazione adulta, e addirittura le istituzioni, consentono a centinaia o migliaia di giovani di bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga. Stanno a vedere e, al massimo, intervengono per ridurre le conseguenze negative sul piano dell’estetica della piazza o della vita della città. Certamente non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono un postribolo a cielo aperto”.

    05/07/2013 – Fonte: http://www.estense.com/?p=313135
    Dopo il “postribolo” il vescovo di Ferrara, nel giustificare il termine usato, rincara la dose. E descrive orge e scene di empietà davanti al duomo. In un’intervista al Carlino Luigi Negri racconta di visioni da sabbah delle streghe proprio sotto le sue finestre: “persone intente in atti di promiscuità. Ho visto scene di sesso tra due ragazzi e un gruppo, evidentemente ubriaco, coinvolto in atteggiamenti orgiastici. Io non ho mai visto un postribolo. Ma l’idea era quella”.[…] il vescovo garantisce di esser stato testimone di tutto ciò mentre tornava a casa alle 3 di notte. E tra i rimedi proposti, se le amministrazioni locali non metteranno freno alla “movida” ferrarese (che tra l’altro non ha mai dato adito a episodi rilevanti da codice penale), come extrema ratio pensa già alla recinzione della parte antistante l’ingresso del Duomo.

    17/09/2013 – Fonte: http://www.estense.com/?p=328604
    Il postribolo? “Nei giorni in cui ho fatto quelle affermazioni mi è apparso in sogno mio padre e mi ha chiesto ‘ma ne valeva la pena di fare tutto questo casino?’ La risposta è sì, ne valeva la pena”. È lo strascico onirico di Luigi Negri che lo ha accompagnato i giorni successivi alle famose esternazioni sulla movida ferrarese.

    Vietato suonare Bach in chiesa

    22/07/2013 – Fonte: http://www.estense.com/?p=317040
    La Curia di Ferrara-Comacchio interviene nuovamente nella vita cittadina, questa volta in quella di Codigoro, dando parere negativo allo svolgimento del concerto “Solo Bach”, eseguito dal violinista serbo Jovan Kolundzjia, all’interno della chiesa dell’abbazia di Pomposa. Il motivo: non si tratta di musica liturgica e, dunque, niente concerto dentro l’edificio sacro. “Erano già stati distribuiti i volantini con il programma e invece è arrivato il parere negativo della Curia – spiega Cesare Bornazzini, regista (principalmente di cortometraggi), già collaboratore di Pupi Avati e, soprattutto, profondo conoscitore del complesso di Pomposa, curatore di un documentario e di un sito internet dedicato all’abbazia -. La cosa mi ha sorpreso perché proprio con Bach ci sono stati illustri precedenti di concerti all’interno di una chiesa, se non sbaglio anche un concerto eseguito da Uto Ughi”. Ma non solo, come ricorda ancora Bornazzini, “a Pomposa è probabilmente nato e ha operato il Guido Monaco (conosciuto anche come Guido d’Arezzo, ndr) che fu l’inventore dei nomi delle note musicali, dunque non c’è nessun altra chiesa se non quella di Pomposa che potrebbe essere soggetta ad una eventuale eccezione sulla musica non liturgica”.

    Sul caso di Erik Zattoni

    17/10/2013 – Fonte: http://www.estense.com/?p=335670
    Anche papa Ratzinger avrebbe dovuto sapere. Così come sapeva il predecessore di monsignor Luigi Negri, l’allora vescovo di Ferrara, Paolo Rabitti. Lo stesso Negri, nonostante affermi di essersi “responsabilmente e debitamente informato a seguito dell’incursione subita da “Le iene””, in realtà era stato già informato il 13 aprile tramite lettera della Congregazione della dottrina per la fede, a firma dell’arcivescovo Luis F. Ladaria. Informati, insomma, di quella storia emersa ora grazie al racconto del figlio di una madre stuprata a 14 anni e messa incinta dal prete del paese. È una storia sbagliata, di quelle, per dirla con le parole di De Andrè, “da dimenticare”. Ma Erik Zattoni e sua madre, violentata nel 1980 da un prete all’epoca 54enne, non ce l’hanno proprio fatta a dimenticare. Erik cerca giustizia per lei, per se stesso, per quel padre vestito di nero che ha riconosciuto la paternità solo dopo essere stato messo con le spalle al muro dal test del dna. Una storia che Erik ha svelato alle telecamere delle Iene decidendo di renderla pubblica, raccontandola anche alla Rete Nazionale L’Abuso, una onlus nata dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili che hanno formato una rete di supporto alla quale le stesse vittime possono rivolgersi.

    Dal comunicato ufficiale dell’ufficio stampa diocesano pubblicato il giorno 17/10/2013:
    “[…] Visto che comunque pare che sia una questione di cronologia e di tempi, e che è accusato di essere responsabile di cose accadute oltre trent’anni fa, l’Arcivescovo ci tiene a precisare, al fine di evitare spiacevoli equivoci in futuro, che non ha avuto nessuna parte nella dichiarazione della prima guerra mondiale e neppure della seconda e certamente non si è inteso con il presidente americano per lo sgancio della bomba atomica sul Giappone.”
    Ufficio Stampa Diocesano

    Opinioni o discriminazioni?

    13/07/2014 – Fonte: http://www.estense.com/?p=397547
    Un rimprovero diretto a Comune, Provincia, le istituzioni che – insieme a Università e associazioni – hanno manifestato la propria contrarietà alla manifestazione delle Sentinelle in Piedi. […] E dopo la premessa sulla necessità del pluralismo arriva l’attacco: “Non è consentito a nessuno, meno che mai alle Istituzioni Pubbliche – afferma Negri, richiamando in tutta evidenza Comune e Provincia ma anche l’Università di Ferrara che avevano formalmente preso le distanze dall’iniziativa delle Sentinelle in Piedi – di assumere il compito di discriminare tra forme culturali, sociali e religiose, approvandone alcune, magari quelle che sono in linea con l’ideologia di coloro che guidano le Istituzioni stesse, piuttosto che altre, ingenerando così una disparità di considerazione e di trattamento tra le varie realtà presenti nella società. Tutte le forme di vita, di cultura, di espressione sociale, di intervento politico, debbono avere, in uno Stato democratico, gli stessi diritti e perciò debbono anche sottoporsi agli stessi doveri. Nessuno può discriminare!”.

    Sulla Shoah

    21/08/2014 – Fonte: http://www.estense.com/?p=404170
    La cacciata e la persecuzione dei cristiani in Iraq come quella degli ebrei sotto il nazismo. […] A questo punto il vescovo azzarda un paragone che a molti potrà sembrare quantomeno azzardato: “Non si capisce perché alcune cose (sic) vengano chiamate Shoah e per queste non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”.

    I grillini e la messa

    10/06/2014 – Fonte: http://www.estense.com/?p=466067
    “Cosa ci vengono a fare i grillini a messa? – si chiede provocatoriamente Negri -. A chi non crede nella Trinità e pensa che tutto si possa costruire con le proprie mani, compreso la salvezza… beh, ne tragga le conseguenze”

    Scalfari

    3/11/2014 – Fonte: http://www.estense.com/?p=418783
    Al contrario, secondo l’Arcivescovo, “l’uomo di cultura è a contatto con un’alterità, non con oggetti. La realtà è una presenza, che l’uomo non può pensare di possedere ma in cui entra con il senso del proprio limite. La conoscenza dunque è un incontro: il Papa ha detto una cosa importante perdendo l’occasione di farla sapere a tutti – ha bacchettato – visto che l’ha detta a Scalfari, che non merita gli si dicano cose intelligenti. Il Papa ha detto che la realtà è un incontro in cui la personalità si arricchisce, ed immagine di questo incontro è l’amore tra uomo e donna. La natura dunque è segno di Dio, come lo è l’uomo: dovunque il guardo giro, immenso Dio, ti vedo, scriveva Pietro Metastasio”.

    Le crociate, movimento di fede

    7/11/2014 – Fonte: http://www.estense.com/?p=420133
    Una linea che l’arcivescovo Negri accoglie con lode, tornando a rafforzare una definizione di crociata come “movimento di fede, impeto gratuito e missionario”, estranea quindi a cause economiche e politiche. Gli applausi della sala testimoniano come sia condivisa l’esegesi dell’arcivescovo, che a più riprese si dice “grato alle crociate” e descrive quale “civiltà che ha maturato la propria identità e che non può chiudersi nel particolarismo” quella che si rese protagonista della riconquista dei luoghi del Cristianesimo. E a qualsivoglia interpretazione ideologica, Negri risponde: “Non dobbiamo giustificare nessuno, la fede dei crociati si è espressa nella violenza, ma non l’ha mai generata, una fede che è Una, e aveva bisogno del Corpo, di Gerusalemme”. [Le crociate] “hanno permesso la sopravvivenza del continente che – così interviene Negri – ha visto rallentata e rimandata l’invasione turca che ci avrebbe altrimenti consegnato alla storia un’altra Italia”. Le crociate devono dunque intendersi come “opere di libertà”, un insegnamento, sottolinea ancora l’arcivescovo, che “il medioevo ci ha consegnato: soltanto sotto un’unica fede si possono articolare pluralità, quelle invocate oggi sono falsificate da una base relativistica, così la mentalità laicista porterà all’autodistruzione dell’Europa”.

    Sull’Islam

    12/01/2015 – Fonte: http://www.estense.com/?p=432292
    “Alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico – afferma Negri – ci si deve opporre con nettezza”. […] “Per la conoscenza che ho delle grandi religioni occidentali e asiatiche – afferma il vescovo -, la violenza non è nelle teorie ma è un fatto comportamentale. Più facilmente, come ha mostrato il ‘900, è l’ideologia condita da ateismo a produrre violenza. Fatta questa precisazione, l’unica religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica è l’Islam.

    Sull’accoglienza dei migranti

    25/04/2015 – Fonte: http://www.estense.com/?p=455628
    La diocesi di Ferrara prende le distanze dalle recenti dichiarazioni sull’accoglienza dei migranti rilasciate da don Domenico Bedin. E lo fa, assieme al vescovo Luigi Negri, sottolineando “con forza che [loro] non hanno alcuna parte nelle dichiarazioni rilasciate da don Domenico Bedin, riguardo alle possibili politiche migratorie sul territorio ferrarese, poiché non sono di loro specifica competenza”. Una presa di distanza che fa riflettere, se si tiene presente che anche Papa Francesco sul tema dell’immigrazione lascia trasparire costantemente le proprie idee e solo pochi giorni fa, in seguito all’ennesima tragedia nel Mediterraneo, ha ringraziato l’Italia per “l’impegno che sta profondendo per accogliere i numerosi migranti che, a rischio della vita, chiedono accoglienza”, parlando dei rifugiati come di “fratelli nostri che cercano una vita migliore: affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime della guerra” e chiedendo più supporto da parte dell’Europa poiché “è evidente che le proporzioni del fenomeno richiedono un coinvolgimento molto più ampio. Non dobbiamo stancarci nel sollecitare un impegno più esteso”. Un pensiero che, nel contesto locale, vede proprio Don Bedin in prima linea: ieri il parroco è intervenuto sulla Nuova Ferrara lanciando un appello per l’accoglienza dei flussi migratori nel territorio, affrontando il tema sia da un punto di vista etico – il dovere di assistere i rifugiati – che dal lato pratico, cioè parlando dei possibili progetti di formazione professionale e di coinvolgimento sociale per i nuovi arrivati. “Avevo semplicemente intenzione – spiega il parroco ad Estense.com – di spiegare che al di là dell’emergenza attuale, accogliere gli immigrati in maniera intelligente può diventare un’occasione per la nostra provincia. Un arricchimento sia giovanile che professionale”. Concetti di cui avevamo discusso con il ‘don’ durante una recente visita alle sue associazioni, quando aveva tratteggiato chiaramente i confini tra accoglienza ‘attiva’ e ‘passiva’. Idee che non sembrano molto apprezzate nella diocesi ferrarese, che nel comunicato che riportiamo integralmente afferma di non voler affrontare il tema delle politiche sull’immigrazione poiché non di competenza della Chiesa: “L’Arcivescovo Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri e la Diocesi di Ferrara Comacchio sottolineano con forza che non hanno alcuna parte nelle dichiarazioni rilasciate sulla stampa locale di oggi da don Domenico Bedin, riguardo alle possibili politiche migratorie sul territorio ferrarese, poiché non sono di loro specifica competenza. Precisano altresì che non intendono rispondere di alcuna dichiarazione rilasciata fuori o all’insaputa dell’Ufficio Stampa Diocesano. L’Arcivescovo e la Diocesi inoltre, in perfetta coerenza con quanto realizzato finora, ribadiscono la loro piena disponibilità ad una proficua collaborazione con le autorità competenti per tutte le necessità sociali, incluse le politiche migratorie”. Bedin nel frattempo cerca di non alzare i toni ed evita attentamente di entrare in polemiche vere o presunte: “Non ho nessuna intenzione di replicare, volevo solo intervenire sul tema dell’accoglienza e mi pare di aver detto concetti molto laici, che non coinvolgono assolutamente l’autorità ecclesiastica. Avendo in gestione una comunità di accoglienza, ho espresso un’opinione personale e sociale, che da quanto mi risulta non è diversa da quella della Chiesa”.

    Sugli omosessuali

    18/08/2015 – Fonte: http://www.estense.com/?p=478486
    Ora che l’omosessualità sta ottenendo un riconoscimento sociale pensano di essere il meglio del meglio. Ma fino a poco tempo fa l’omosessualità era considerata un’anomalia”. “E quindi?”, chiede l’intervistatrice di fronte alla inconsueta argomentazione ‘storica’. “Quindi dovrebbero ricordarlo”.

    Tutto il mondo è in mano al demonio

    15/11/2015 – Fonte: http://www.estense.com/?p=494931
    “Devo dire la verità: tutto il mondo è in mano al demonio”, ha confessato l’arcivescovo Luigi Negri dal pulpito del duomo dove ha officiato ieri mattina i funerali di Pierluigi Tartari, rapinato nella sua casa in via Ricciardelli ad Aguscello il 9 settembre scorso e barbaramente ucciso da tre uomini provenienti dall’est Europa, ora assicurati alla giustizia e in attesa di processo.

  • Padre Fedele a Iacchité: “Prete pedofilo dovrebbe andare nel mare con una macina da mulino al collo”

    Padre Fedele a Iacchité: “Prete pedofilo dovrebbe andare nel mare con una macina da mulino al collo”

    Lui è il francescano che ha subito dieci anni di gogna mediatica prima di essere dichiarato innocente in un processo pieno di contraddizioni per un presunto abuso sessuale ai danni di una suora risultata poi una teste inattendibile, Iacchité è la redazione on line cosentina le cui pagine, un mese fa, furono oscurate preventivamente dalla Procura di Cosenza perché le notizie in esso contenute avrebbero provocato una grave forma di ansia al sindaco della città bruzia, Mario Occhiuto. E qualche giorno l’ex capo ultras del Cosenza Calcio ha affidato un lungo sfogo alle pagine del direttore Gabriele Carchidi per esprimere il disappunto per l’accostamento della sua storia processuale a quello della segretezza mantenuta sul nome del prete indagato in città per presunti reati di pedofilia ai danni di un ragazzino. Ma la sua non vuole essere una difesa personale, piuttosto una presa di posizione e dura condanna contro il fenomeno della pedofilia e di chi continua a coprirlo. Una voce fuori dal coro, quella di Padre Fedele, come sempre fuori dai canoni, che proprio per la sua propensione di farsi beffa di convenzioni e poteri forti, potrebbe essere stato catapultato ingiustamente in un processo di cui alcuni colleghi giornalisti hanno scritto che fosse montato ad arte al fine di screditarlo.

    Ecco, integralmente, il testo della lettera pubblicata sul sito www.iacchite.com:

    “Caro direttore, le chiedo un po’ di spazio per alcune precisazioni e riflessioni sui recenti scandali della Chiesa universale e locale.

    Un collega “giornalista” (la parola è virgolettata per ovvi motivi, intelligenti pauca) oggi mi ha accomunato ad altri ecclesiastici che si sono macchiati di gravi peccati e ricchezza sfrenata.

    Sono stanco di leggere, dopo dieci anni di calvario mediatico, durante i quali ho ricevuto pesanti insulti e grandi ingiustizie, molta sporcizia e quanto altro sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

    Nell’ultima sentenza del Tribunale di Catanzaro per il famoso complotto a mio danno, è scritto: “il fatto non sussiste, la suora è inattendibile, ecc.”. Ed allora perché accostarmi a Luberto Alfredo, ricco, opulento, ladro e approfittatore dei poveri malati, al mercante del tempio per la vendita di arredi sacri dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore, alla borsa del santuario di San Francesco di Paola abusando delle offerte dei fedeli, al prete pedofilo di San Giacomo d’Acri e all’attuale scandalo del prete pedofilo di cui non si pubblica il nome forse perché è in programma la sua promozione a vescovo?

    Sono indignato e amareggiato.

    Mi sto preparando a sorella morte. Ieri ho compiuto 78 anni ed ancora alcuni “giornalisti”, forse per riempire pagine di giornali, avvicinano l’innocente frate a questi delinquenti che Papa Francesco ogni giorno condanna.

    Permettetemi di aprire un francescano sipario, non per superbia e vanagloria, ma per la storia.

    Forse non sapete che sono uno dei sacerdoti più poveri del mondo (cfr. atto notarile del notaio Lanzillotta Stefania). Sono in lista per donare un rene da vivo ed ho in programma la realizzazione di una seconda Oasi per bambini disabili.

    Tralascio gli aiuti ai bambini africani ammalati ed affamati, che aiuto con la collaborazione degli ultrà del Cosenza Calcio.

    Se non volete pubblicare il positivo, non buttate ancora sporcizia sul mio viso e sofferenza nel mio cuore.

    Dopo la mia morte dispenso questi inqualificabili “giornalisti” a scrivere di me. Com’è strana e crudele questa vita giornalistica!

    Ripeto, sono stato buttato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, messo in carcere e poi agli arresti domiciliari, abbandonato dalla Chiesa locale fino ad oggi, dal mio Ordine e da molti confratelli diocesani, mentre questo prete pedofilo che dovrebbe andare nel profondo del mare con una macina da mulino al collo come vuole Cristo, viene “secretato” dalla magistratura e dalla Chiesa locale.

    Fortunatamente Papa Francesco tuona, rimprovera e scomunica preti e vescovi che coprono i pedofili. Condanna i vescovi affaristi che predicano bene e razzolano male.

    Seguo l’Innocente Maestro Divino, Cristo (“Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”), e questo meraviglioso Papa che ha il coraggio di dire la verità chiamando i vescovi affaristi e faraoni.

    Altro ed altri sono spazzatura…”

    Padre Fedele Bisceglia

  • Lapo Elkann, la rivelazione: “A 13 anni ho subito abusi sessuali in collegio”

    Lapo Elkann, la rivelazione: “A 13 anni ho subito abusi sessuali in collegio”

    Poi il momento arriva: “Per dire la verità, per smetterla di nascondere le cose, per affrontare quel che mi è successo ed essere onesto, con me stesso e gli altri”. Da 36 anni, con relativa fantasia,Lapo Elkann è declinato sempre con la stessa nota. Alternativamente raccontato come l’erede inconcludente , l’eterna promessa, il ragazzo selvaggio perso nell’apparenza, l’esteta annegato negli amori di frontiera, negli errori e nei vizi. “Oggi sono schiavo solo delle sigarette” dice. E mentre aggredisce un pacchetto di Marlboro, libera i silenzi rimasti chiusi a chiave. Li tira fuori senza filtro, una boccata dopo l’altra, e in una nuvola di fumo, vestito di velluto arancione, scherza: “Quando Torino è così grigia bisogna fregarla con il colore”.

    Lapo affronta le curve della memoria senza freni. Va veloce. Si schianta spesso. Riparte sempre. Guarda nello specchietto retrovisore del passato e vede l’infanzia, la dislessia, i traumi mai svelati prima, le incomprensioni e i sensi di colpa. Li osserva con la malinconica consapevolezza del sopravvissuto. Sotto le luci del neon, parla per quattro ore. Soffre, ride, si cerca dentro.

    Tortura il volto tra le mani e non smette di rievocare neanche quando in una vaschetta di alluminio, arriva una milanese da divorare al ritmo di un’intensa seduta di autoanalisi. Sull’epopea mediatica che ne segue ogni passo riverberandone un’immagine alterata, ha le idee chiare: “In Italia l’eccentricità non è ben accetta perché non sei incasellabile in una scatola. E io di essere messo in una scatola non ho voglia. Credo di averne il diritto. Io non sono solo una persona leggera, un imprenditore, il nipote diGianni Agnelli o il figlio di Margherita. Sono tantissime altre cose. Ho le mie sfaccettature e i miei difetti, ma forse la mia fortuna è che i miei difetti sono stati resi pubblici costringendomi ad affrontarli. Uno sforzo che mi ha reso più umano. Più libero. Sono a un punto della mia vita in cui ho deciso di essere coerente al cento per cento”. Nell’ufficio torinese, circondato dai coetanei che lavorano alla creazione dei suoi occhiali dal nome sciovinista: “Italia independent”, diffusione planetaria e quotazione borsistica da decine di milioni di euro, brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che galleggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il Gay Pride e neri in stile Batman per il volto di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”. Lapo si muove tra le stanze e ci vede benissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata e una divisa verde.

    Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Soldato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non sono stato perfetto neanche durante la leva. Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo, come diceva Totò”.

    La leva finì in commedia?
    Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale. Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che soddisfazione.

    Perché?
    Così non ero tra i raccomandati. Però i commilitoni mi vedevano lo stesso come un marziano. Un volontario di carriera mi provocava. Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche questo”. Allora mi sono incazzato .

    E che è successo?
    Sarò anche buono e non sono cinico, ma so come difendermi. Sono uscito dalla mensa ed è finita a botte. Non dico che ho fatto bene, i pugni non sono mai una soluzione, ma da quel giorno mi hanno rispettato tutti. Non ero più solo il cognome o la mezza calza senza coraggio, ma Lapo. Il Capitano Valle però non era d’accordo e mi diede qualche giorno di camera di consegna. Ho avuto sfiga, tifava per il Toro.

    Che disse?
    “Elkann, dove credi di essere?”. Gli spiegai che poteva punirmi. Ma se provocato ancora, pur essendo un non violento, l’avrei rifatto. Accetto tutto, non gli insulti alla mia famiglia.

    LA FAMIGLIA

    Eredità pesante sin da bambino?
    Da piccolo non capivo che cosa avevamo di così speciale. Anche perché io volevo fare il negoziante. Vedevo i miei amici francesi, ebrei sefarditi, con le loro botteghe, sempre pieni di contanti. Si potevano comprare i vestiti e mille altre cose. Io mi vendevo gli stivali da cow boy in lucertola e il giubbotto dell’Avirex per comprarmi il motorino. Volevo essere come loro, che invece mi guardavano stupiti e mi dicevano: “Ma che vuoi? Tu hai le fabbriche”.

    Non doveva essere male crescere tra cavallini rampanti e autografi di Platini.
    Il mio film preferito era Big. Vedi Tom Hanks da bambino circondato da macchinine. Io avevo proprio la fissa. Andavo da mio nonno e gli chiedevo: “Scusa, se tu fai le macchine perché non posso avere le mini-macchine anch’io?”. Quando ci hanno regalato il go kart, a Villar Perosa, è stato un sogno. Giravamo da mattina a sera. Le estati più belle, disinvolte e libere della mia vita. C’erano mio fratello e i cugini a cui di notte mettevo il dentifricio nelle orecchie. Invece mia sorella Ginevra era diversissima: lei bruna, io biondo. Ci scambiavano per fidanzati. Ce la ridevamo.

    LE FERITE

    Eravate tutti a scuola insieme?
    No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero molto più bravo a parlare che a scrivere. Dunque i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico, e io, che ero il secondo di otto, sono stato spedito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come una vera e propria punizione.

    Come mai?
    Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto cose dolorose che poi mi hanno creato grosse difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è accaduto, li ho subiti. Altre persone che hanno vissuto cose simili non sono riuscite ad affrontarle. Il mio migliore amico, che era in collegio con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi ha passato quello che ho passato io. Parlare è giusto, ma facendo qualcosa di utile, di positivo.

    Che impatto hanno avuto queste esperienze nella tua vita?
    Tu puoi essere una persona solare e positiva, ma certe cose, quelle cose, riescono a conficcarti il male dentro. Però io non mi considero una vittima, le vittime sono altre.

    Come si affronta un trauma simile?
    Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso, anche vedere cose che non avevo voglia di vedere. Non nasconderle più. Non nascondermi. Ho dovuto essere sincero con me stesso e con gli altri. Anche perché quando si ammazza il tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa? Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche quando è morto mio zio Edoardo.

    Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
    A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Giovannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto una vita estremamente travagliata. Certe cose dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora meglio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che avremmo dovuto fare tutti di più.

    L’AVVOCATO

    Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è stato più facile che esserne il figlio.
    Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli non poteva essere una passeggiata di salute. Sono sicuro che non sia stato semplice averlo come padre. Perché il nonno te lo puoi godere, ma un genitore ti deve educare. Da giovane volevo somigliare a mio nonno. Era il mio esempio, il mio modello. Pensavo esistesse solo lui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più nessuna voglia di essere come lui, il che non vuol dire che non lo rispetti. Però io sono diverso.

    Pensi di avere più cose in comune con tua nonna, donna Marella?
    Non faccio mai confronti. I paragoni sono pericolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere che mia nonna è bella ed elegante, ma preferisco dire che è una donna forte e veramente buona. Una persona che mi è stata vicina nei momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei c’era. Con grande generosità. Buona com’era anche la madre di mio padre, nonna Carla che hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso la gioia di vivere.

    Si parla da anni della rottura con Margherita Agnelli.
    Non è vero che non parlo con mia madre. Nei rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con fratelli, amici, cugini e anche con i genitori. Non sono fiero di certe cose che ho detto su di lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei limiti, non ho mai preteso di essere perfetto. Ho avuto momenti di grande insicurezza e sofferenza personale e professionale che mi hanno portato a essere duro, freddo e, a volte, verbalmente violento. Poi io e mia madre ci siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti riguarda solo noi, non lo condivido con i giornali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel quale di certe cose non si parla e non si discute, il rapporto è costruttivo. E auspico che con il tempo migliori. Parto sempre dal presupposto che se c’è buona volontà da entrambe le parti, le cose possano prendere una buona piega. Anche perché so che per me è basilare.

    LE DONNE

    Per arrivare a cosa?
    Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un domani voglio costruire una famiglia tutta mia so che il rapporto con mia madre è fondamentale per avere una relazione sana con le donne, per non nutrire uno spirito vendicativo, o cattivo nei confronti delle donne in generale.

    Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
    Una volta pensavo che sarei stato ricco solo dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Oggi credo che la vera ricchezza non dipenda da quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come stai interiormente. E io ho ancora tanta strada davanti. Per me farcela significa conquistare una vita normale e creare la mia famiglia, avere dei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.

    È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
    Certo che è vero. Sempre che la moglie sia d’accordo. Come esistono Asia e India, perché Italia non va bene?

    L’ITALIA

    Sei innamorato di un Paese che va sempre peggio.
    Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma anche i segnali positivi. Guardate questo Papa, è fantastico, umano, moderno. E anche se il Vaticano non è in Italia, la sua influenza si sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è sconfitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non espresso.

    Per esempio?
    Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bisogna guardare ai problemi strutturali. Abbiamo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti, per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna perché sta peggio di noi – puoi passare la giornata a girare i duty free senza annoiarti. A Fiumicino un’esperienza come quella raccontata nel film The Terminal me la risparmio volentieri.

    E del declino di Berlusconi cosa pensi?
    Non sono paraculo né finto, e a differenza di molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo lavoro aveva creato slancio e pensavo potesse replicare lo stesso schema in politica. Poi molto di quel che era stato promesso non è stato fatto e io non l’ho votato più. Come imprenditore e italiano il mio scopo non è dimenticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre prima si fa un applauso, poi si prepara il plotone di esecuzione. Troppo comodo.

    La sua epoca è davvero finita?
    È una domanda complessa. Berlusconi non è solo un individuo. È un sistema: un modo di pensare, comportarsi, comunicare. Ha compiuto errori, come tanti altri, ma sarei stato felice se avesse fatto di più. Per me non è mai stata questione di destra o di sinistra. Non faccio il radical chic, né fingo di essere comunista o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e inimitabile, ma io sono diverso.

    Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
    Possono fare un buon lavoro e anagraficamente, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato lo show down nel Pdl, ho cercato il numero di Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi coglioni”, gli ho detto.

    L’Huffington Post Italia in primavera titolava ‘Elkann vota Grillo’.
    Impossibile, ero in America, non avrei potuto neanche volendo. Ma non l’avrei votato comunque.

    Nella stessa intervista si riferisce di un tuo duro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani per un piatto di lenticchie”.
    Impossibile anche questo. Non ho mai parlato male di Renzi. Mi pare uno che si comporta nello stesso modo che abbia davanti un cameriere o il presidente della Repubblica. Un atteggiamento che mi piace. Troppo facile giocare a fare il duro con chi lavora per te, meno semplice farlo con chi ha più capacità, intelligenza o palle di te.

    Guarda che ti invita a pranzo.
    All’epoca del mio incidente di percorso Renzi mi scrisse una lettera estremamente gentile e umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando penso ai politici separati dalla realtà, appartati in comode salette e circondati da guardie del corpo, penso a gente come lui.

    ZITTI E MUTI

    Un altro uomo di potere che critica spesso gli Agnelli è Diego della Valle.
    Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della Valle che ho incrociato spesso, non ho mai risposto nel merito. Un po’ perché credo che quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione mio fratello. Un po’ perché non sono un tuttologo e su certi temi, mi astengo. Come imprenditore Della Valle ha fatto un gran cammino, ma non basta trasformare un’aziendina in un’aziendona per far di te uno che può parlar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa soltanto con la mia famiglia, ma anche e in maniera poco graziosa, con Giorgio Armani. Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Castello Sforzesco come lui aveva fatto con il Colosseo.

    Armani cosa ha risposto?
    Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio Armani e allora zitti e muti perché Armani è uno che si è fatto da solo, è un esempio di distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle 7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro per il mondo al massimo livello. Detto questo, non ho nessuna animosità né nessuna polemica da rialimentare con Della Valle. Spero capisca che è inutile perder tempo e che oggi il Paese non ha bisogno di conflitti interni né di piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori interessati ai Cda delle banche e dei giornali, ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia di far parte né oggi né domani. In generale, se devo confrontarmi con gente con cui non vado d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bisogno di pubblicità e se posso averne meno, sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero, ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha di proprietà.

    LA FIAT

    Della Valle se la prende con la Fiat che delocalizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
    Prima di lui la Fiat era un’azienda europea, oggi è mondiale. Marchionne non aveva molte opzioni. L’alternativa era tra vivere e morire. Penso abbia scelto bene. E vedo la delocalizzazione come una forma di internazionalizzazione . Ma parlo da azionista, in Fiat non lavoro più dal 2005, quando mi dimisi.

    Prima di quello scandalo legato alle tue dipendenze si parlava di te come futuro presidente della Ferrari. È un sogno che coltivi ancora?
    A Maranello vado circa cinque giorni al mese, ho un contratto di consulenza. Le macchine sono il mio primo amore, una vera passione. Ma il lavoro che faccio ora con “Italia Independent” non è un gioco. Ci sono famiglie che dipendono da me, prospettive, orizzonti che, al momento, nel mondo dell’auto non ci sono.

    La prima esperienza nelle aziende di famiglia è stata però alla Piaggio di Pontedera, sotto falso nome.
    Io ero il terzo in linea di montaggio, linea 2 amortizzatore-cavalletto in un contesto molto comunista e iper incazzoso. C’era un operaio che si vestiva come mio nonno. Si metteva l’orologio sulla camicia. Era il figo della linea di montaggio, io non volevo farmi scoprire, ero discreto e mi vestivo con le canotte da Renegade, quelle con l’aquila. Questo mi prendeva da parte e diceva ad alta voce: “Oh, sei vestito come uno sfigato! Un po’ di stile”. Stetti due mesi, dormivo in una pensioncina al centro di Pontedera, ma non ci prendiamo per il culo. La gavetta è un’altra cosa e due mesi non sono niente. Quello in fabbrica è un lavoro durissimo, dalla monotonia straziante, per cui provo profondo rispetto.

    Ti hanno scoperto?
    Ebbi un gran culo. Il giorno in cui ho smesso alla Piaggio sono andato a vedere la Juve allo stadio. Mi videro in tv, ma lo stage era già finito. Peccato, perché a Pontedera ero pazzo di un’operaia, che era veramente bella. Ma mi frenai e mi dissi: “Non ti permettere neanche di pensarlo, sarebbe una cosa da stronzo”.

    È vero che, a Capri, rubasti un Taxi al grido di “la Fiat è mia”?
    Ma vi pare che avrei mai detto “La Fiat è mia”? Il “Lei non sa chi sono io” non mi appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti. A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli, c’era stato il compleanno di un amico. Scherzai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri. La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la storia per fare pubblicità all’isola, ma non successe niente. Veramente niente.

    Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
    Arrivai in Fiat in un momento drammatico. L’azienda aveva perso il proprio padre e inventare comunicazione senza soldi e ringiovanire un marchio senza prodotto partendo dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricreare empatia attorno a un marchio che vende auto ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa inaugurammo l’Open Space. Una questione di trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai lavoratori.

    LA DIPENDENZA

    Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato risalire dallo sprofondo?
    Lento, sofferto, complesso. Difficilissimo come tutte le scalate per raggiungere il bello. Sono servite fatica e sofferenza.

    E adesso ti senti in salvo?
    Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa pace interiore perché a quella definitiva – e chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto il mio miglior amico, ho visto gente morire, ho perso una donna che amavo molto e un lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho avuto l’immensa fortuna di potermi giocare una seconda occasione. Ma il mio passato alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con Italia Indipendent non è stato tutto rose e fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai vissuto quello che ho vissuto io certo non ti fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se penso alla competizione, penso a Ray-Ban. Con i nostri occhiali arriveremo o siamo già arrivati in Europa, America, Giappone ed Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello che era la Swatch negli anni Ottanta.

    LA RISALITA

    Si dice che il primo a convincerti a uscire di casa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger.
    So cosa dicono di lui. Che è una persona senza etica, un figlio di puttana per quello che fece in Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato moltissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.

    Cos ’hai imparato da lui?
    Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chiedi di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete perché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva non remano solo contro di me. Per la passione che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.

    Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
    Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione che si possa emergere senza sotterfugi. Con la bontà: essere buoni non è qualità né un difetto. Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che essere furbi fosse un valore, io rivendico il valore della bontà. Ci sono quelli che mi criticheranno sempre e quelli a cui non piacerò mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza, magari sbagliando, ma a modo mio.

    Da Il Fatto Quotidiano del 18 ottobre 2013

  • Il prete che paga un minorenne per farlo prostituire

    Il prete che paga un minorenne per farlo prostituire

    Nove anni e 8 mesi di reclusione per Davide Mordino, ex parroco della basilica di San Calogero, a Sciacca (Ag), accusato di aver abusato sessualmente di ragazzi dai 14 ai 18 anni ed arrestato nel 2012. L’ex sacerdote, 44 anni, di Palermo, era presente in aula. Mordino è stato condannato anche al risarcimento di 12 mila euro per 2 dei 3 minori che si sono costituiti parte civile. 15 anni e 100 mila euro di multa era stata la richiesta avanzata dal pm Alessia Sinatra.

    SECONDO GLI AGENTI – Secondo gli agenti, il prete adescava le sue giovani vittime con la scusa di fargli fare un ‘test sulla sensibilità corporea’, cui seguivano diverse prestazioni sessuali, pagate singolarmente tra 50 e 300 euro. Stando a quanto riferito dalla polizia, inoltre, il sacerdote faceva sottoscrivere un modulo falso facendo credere ai ragazzi desiderosi di entrare nel mondo dello spettacolo di essere in grado di farli partecipare al programma televisivo ‘Amici’ di Maria De Filippi. Il religioso è stato rinchiuso nel carcere palermitano dell’Ucciardone.

    Scandalo che ricorda gli abusi avvenuti nel coro diretto dal fratello del Papa in Germania a Ratisbona. Episodio ricordato da Maurizio Di Bona (theHand) in “Ereticomix: 100 vignette eretiche di theHand” disponibile su Amazon.it.

    Ecco la vignetta:

  • Violenza sessuale in sagrestia, frate 85enne sarà processato

    Violenza sessuale in sagrestia, frate 85enne sarà processato

    Il gup di Firenze Alessandro Moneti ha rinviato a giudizio un frate 85enne di un convento nel Fiorentino per una violenza sessuale che avrebbe consumato in sagrestia, dopo una messa, ai danni di una fedele di 28 anni. Secondo la denuncia presentata ai carabinieri dalla giovane donna nel settembre 2013, e i racconti resi alla polizia giudiziaria, lei stessa era andata a chiedere una benedizione dopo aver subito un incidente stradale il giorno precedente: non era rimasta ferita ma comunque era sotto choc, in particolare per una forte discussione avuta con l’automobilista dell’altra vettura con cui si era scontrata. Ancora scossa, aveva deciso di andare a messa e di aspettare alla fine il frate, che la ricevette nella sagrestia. Qui, sempre secondo il racconto della donna, il religioso, dopo averle fatto il segno della croce e averle chiuso un occhio con le mani, l’avrebbe sottoposta a violenza aiutato da uno sconosciuto – per ora non identificato – che l’avrebbe trattenuta alle spalle. Tornata a casa, non avrebbe detto nulla ai familiari. Ma il giorno dopo andò in ospedale a farsi visitare e poi si recò anche dal medico curante. Successive indagini della procura hanno ricostruito i fatti e poi condotto all’udienza preliminare per chiedere il processo del religioso. “Ci riserviamo di sviluppare indagini difensive e di chiedere una perizia psichiatrica per la donna – ha detto l’avvocato Paolo Ghetti, difensore del frate – Al momento ci sono tre racconti che riteniamo diversi, tra querela presentata ai carabinieri della stazione, sommarie informazioni rese alla pg e incidente probatorio. Ravvisiamo elementi contradditori e lacunosi, e, per certi tratti, irreali”. Secondo quanto appreso nella denuncia la 28enne ha anche chiesto un risarcimento di un milione di euro perché non più in grado, dopo quel fatto, di frequentare luoghi di culto. Il processo comincerà l’8 gennaio 2016 davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Firenze. Fonte: ANSA

    http://www.gonews.it/2015/09/17/violenza-sessuale-in-sagrestia-frate-85enne-sara-processato/

  • Don Zappella fa il nome della vittima e chiama i suoi sostenitori in Uruguay . Vescovo Borghetti come intende tutelare le vittime?

    Don Zappella fa il nome della vittima e chiama i suoi sostenitori in Uruguay . Vescovo Borghetti come intende tutelare le vittime?

    Rivolgendosi ai suoi sostenitori in Uruguay don Zappella dal suo profilo facebook  fa il nome della vittima. Lo fa nonostante il divieto di pubblicare elementi che permettano di riconoscere le vittime dei reati sessuali (743 bis c. pen) . Lo fa mentre la vittima è appena tornata in Uruguay. Insomma don Zappella cerca di fare terra bruciata intorno alla vittima.

    Lo fa mentre il vescovo Borghetti lo elogia come “persona buona e generosa” e non emette nessun provvedimento. Proprio quel vescovo chiamato da papa Francesco a mettere ordine in una diocesi squassata dagli scandali. Intanto minaccia tempesta contro il sacerdote che avrebbe aiutato la vittima a denunciare, dimostrando ben poco spirito di fratellanza verso i suoi colleghi.

    Quantomeno sorprendenti sono le dichiarazioni di don Zappella sull’età della vittima. Perché se si volesse credergli, aggraverebbero ancora di più i fatti, perché commessi su persona di età ancora più giovane.

    Ma perché don Zappella queste dichiarazioni le fa oggi, sulla stampa, invece che nelle sedi proprie, con denunce? Sarebbe l’occasione per capire cosa effettivamente sa don Zappella e come ha potuto far entrare in Italia la vittima per ospitarla ad Albenga.

    Dalla diocesi quindi ci aspettiamo comportamenti coerenti coi suoi poteri autoritativi e disciplinari verso i sacerdoti. Senza tener conto dei doveri pastorali che hanno i vescovi verso i fedeli e l’opinione pubblica.

    L’ufficio di Presidenza

  • Abusa di una 13enne che voleva diventare suora: condannato sacerdote

    Abusa di una 13enne che voleva diventare suora: condannato sacerdote

    PALERMO – Abusi sessuali su una tredicenne che aveva la vocazione per diventare suora e frequentava assiduamente la parrocchia di Aliminusa nel Palermitano.

    Con questa accusa è stato condannato il sacerdote Paolino Marchese, 50 anni, a sei anni dal Gup di Termini Imerese, Sabina Raimondo. Atti sessuali con una minorenne e violenza sono i reati di cui è stato riconosciuto colpevole il prete – come scrive il Giornale di Sicilia – che dovrà pure risarcire il danno alla vittima, costituita parte civile, così come i familiari, rappresentati dagli avvocati Paolo Grillo e Domenico Dolce: la ragazza, oggi maggiorenne, avrà una provvisionale di 150 mila euro, i genitori e i fratelli di 30 mila.

    Marchese è agli arresti domiciliari da febbraio e ha optato per il rito abbreviato, che dà diritto a uno sconto di pena di un terzo. La vicenda era emersa cinque mesi fa, con l’ arresto di don Paolino, seguito alla deposizione della ragazza e alle indagini dei carabinieri. Denuncia che era arrivata anni dopo che i fatti si erano verificati. Gli investigatori avevano così piazzato microspie e registrato telefonate, ascoltando anche alcune amiche e conoscenti della ragazza. Il prete imputato ha escluso tutti gli addebiti, sostenendo di essere estraneo alle contestazioni. Ha detto di non avere soggiogato psicologicamente la ragazzina e di non averne abusato. Adesso farà appello.

    http://www.ilmattino.it/PRIMOPIANO/CRONACA/abusi_sessuali_13enne_condannato_acerdote_paolino_marchese/notizie/1458351.shtml