Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    È morto Giorgio Mazzoccato, ex parrocco di Arpi Nova e Castelluccio dei Sauri condannato a 6 anni e mezzo per molestie sessuali (il pm chiese 7 anni, ndr) nei confronti di alcuni ragazzini che all’epoca dei fatti (tra il 1989 e il 1996) avevano dai 7 ai 12 anni. Mazzoccato scontò la condanna in un convento di Deliceto. Domani pomeriggio, 22 marzo 2016, si terranno i funerali nella Cattedrale di Foggia. Negli ultimi mesi la Chiesa ha aperto spiragli interessanti riguardo alle questioni legate allapedofilia.

    Lo dimostra il funerale di Jozef Wesolowski, morto ad agosto 2015, mentre era ancora in corso un processo contro di lui per presunti abusi su minorenni e pedopornografia. Il funerale è avvenuto nella cappella del Governatorato vaticano, con rituale laico, senza omelia ma con un lungo momento di silenzio durato una decina di minuti. Un segno di rispetto per le vittime innocenti. La salma di Wesolowski ha poi lasciato il Vaticano per fare ritorno a Cracovia, città d’origine dell’ex vescovo. “Preghiamo per il nostro fratello Jozef, perché il Signore lo liberi dalle tenebre”, si era limitato a dire il celebrante, monsignor Krajewsi, elemosiniere diPapa Francesco. Ma, come detto, nessuna omelia, solo un silenzio imbarazzato. Che la Chiesa stia tentando un nuovo approccio al tema ce lo conferma anche un sacerdote: “Il funerale non va mai negato, ma serve rispetto verso le vittime”. Discorso simile per i suicidi: “La psicologia ci viene incontro. Nessuno può sapere cosa c’era nella mente di quella persona poco prima di togliersi la vita e i parroci non dovrebbero rifiutarsi di celebrare un funerale a chi decide di farla finita”.

    Cosa combinò Mazzoccato: i fatti

    Mazzoccato, in una recente mappa sui preti pedofili tracciata in Italia, risulta essere uno dei tre sacerdoti condannati in provincia di Foggia. Con lui ci sono don Nicolangelo Rossi (Foggia) e don Manfredi Salvatore (Siponto, Manfredonia), entrambi condannati a circa due anni di reclusione con sentenza definitiva. Il caso più grave, però, è proprio quello con protagonista don Mazzoccato, deceduto nelle ultime ore.

    A tre settimane dall’omicidio di Nadia Roccia, a fine anni ’90 Castelluccio dei Sauri tornò sotto i riflettori per le molestie in confessionale avvenute tra il 1989 e il 1996 ad Arpi Nova. Il parroco disse “facciamo in fretta che ho da celebrare messa”, quando vide la funzionaria e l’ispettrice di polizia davanti alla sua abitazione. Pensò che volessero fargli ancora domande su Nadia e sulle due amiche che la uccisero (Annamaria Botticelli e Mariena Sica), notizia della quale preferiva non parlare, tanto da non concedere nemmeno un’omelia al funerale. Davano fastidio quelle due poliziotte a don Giorgio Mazzoccato, parroco dai lunghi capelli grigi che gli scendevano sulle spalle, l’anello al mignolo e la fiammante moto con la quale si faceva notare in giro.

    Ma le due agenti erano lì per un’altra inchiesta: violenza sessuale su bambini. Il parroco era accusato di aver abusato di una decina di ragazzini che andavano da lui in chiesa, che si inginocchiavano nel confessionale o lo seguivano in sagrestia, o magari andavano entusiasti alle gite che il prete organizzava spesso, come pure le partite di pallone. Al momento dell’arresto si rivolse a uno dei tre ragazzi albanesi che ospitava in casa e si raccomandò: “Ricordati di dar da mangiare alle papere. E non dimenticarti di innaffiare l’orto”. Poi alle agenti disse: “Andiamo pure”:

    Quel giorno fu accompagnato in questura, poi lo portarono in carcere. I fatti avvennero ad Arpinova, borgata vicino Foggia, dove lui fu parroco fino al ’96. Gli inquirenti iniziarono ad indagare quando da una procura della Lombardia, dove era in corso un’ampia indagine su violenze ai danni di minorenni, fu inviato un fascicolo dedicato al sacerdote. Il suo nome era venuto fuori lì. La polizia lavorò senza partire da una denuncia, ma poi di ragazzini che riferirono dei loro rapporti con don Giorgio ne sono venuti fuori dieci, e la testimonianza di ognuno sarebbe andata ad incastrarsi perfettamente con quelle degli altri, fino a mettere insieme un quadro di accuse che gli investigatori definirono molto solido. Il prete approfittò spesso dei bambini che frequentavano la parrocchia di Arpinova. In confessionale li avrebbe spinti a parlare di masturbazione o comunque di sesso, e poi ne avrebbe abusato: in sagrestia, nella sua casa, una volta anche senza uscire dal confessionale.

    “E’ un avvenimento doloroso che turba la nostra comunità cristiana, ma siamo sempre fiduciosi nell’operato della magistratura”. Così parlò l’allora arcivescovo di Foggia e Bovino, monsignor Giuseppe Casale. “Siamo tutti profondamente addolorati. È un sacerdote che ha sempre svolto il suo ministero con zelo e carità, in modo che definirei ineccepibile”.

    Ai giornali dell’epoca, una donna che preferì non rivelare il suo nome, disse che la casa di Mazzoccato eraun viavai di bambini della parrocchia che andavano lì a giocare perchè c’erano flipper e biliardini. Ma quando il tempo era bello, sacerdote e bambini andavano in campagna, per il ritiro spirituale. Un’abitudine che il parroco aveva anche ad Arpinova, dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.

    La condanna

    Nel gennaio del 2000 don Giorgio Mazzocato (classe ’37), originario della provincia di Treviso ed ex-parroco di Castelluccio dei Sauri, venne condannato a sei anni e mezzo di reclusione per molestie sessuali nei confronti di alcuni minorenni di sesso maschile che all’epoca dei fatti avevano dai 7 ai 12 anni. Scontò interamente la sua pena in un convento di Deliceto, fino al 2007. Nel sito web della diocesi Foggia-Bovino risulta tuttora incaricato nella Casa del Clero di via De Prospero a Foggia.

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

  • “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    -Gea Ceccarelli– “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?”
    “Non ho la vocazione, e poi bisogna studiare per essere preti. Sì, sono gay”
    “Non è un problema lo studio, devi solo dormire con il tuo vescovo”.

    Inizia con questa proposta, S.M., sedicente vescovo 37enne di una Chiesa “non riconosciuta dallo Stato”, “cattolica-apostolica non romana”. Una chiesa, scrive lui stesso, “autocefala” che “perde preti” e che, proprio per questo, necessita di trovare nuovi sacerdoti. Magari proprio sui social network come Facebook, dove il suo profilo si caratterizza per il gran numero di “like” a pagine religiose, ma non solo: tra un mi piace a Radio Maria, uno a Gesù, un altro a qualche chiesa, ecco che spuntano appartenenze a gruppi inequivocabili: “Pornografia gay”,  “Gay giovani”, “Naturismo gay bisex” e altri, sino un inquietante: “Gay 12-18 anni”.

    Articolotre.com ha avuto modo di prender visione di chat tra il “vescovo” in questione e un ragazzo  a cui è stato proposto di partecipare al progetto religioso, attraverso la proposta, appunto, di ordinarlo sacerdote, a fronte dei continui abbandoni dei seguaci.

    Alle reticenze del ragazzo, che si dichiara troppo “libero” per scegliere la vita religiosa, S.M. offre le proprie rassicurazioni: “E’ una benedizione, l’amore”, chiarisce, spiegando che il vescovo, quale si definisce, può far sesso con lui e con tutti gli altri preti. E che, se il ragazzo vuole, può intrecciare relazioni anche con i confratelli.

    I toni della conversazione sono espliciti e non lasciano ampio spazio a dubbi, seppur costellati, di tanto in tanto, da un “ti amo” e qualche cuore. Il vescovo, convinto di aver ottenuto la fiducia del ragazzo, si spinge oltre: gli chiede ospitalità in casa per “un po’ di giorni”, dal 16 al 30 marzo. I biglietti, a sorpresa, sarebbero a carico del giovane. Il quale dovrebbe anche, se vuole diventare veramente prete, dormire con lui.

    “Dormo con te, sc…. Io sono molto focoso”, è un passaggio della conversazione, che precede la richiesta di farsi urinare addosso dal giovane, “perché sarà bello”. “Sarà bello fare tante cose”, rincara “dimmi che lo farai”, “dimmi che ti fidi di me”, “ti voglio bene, promettimi che non mi lascerai come prete”.

    Il ragazzo accetta e assicura di fare i biglietti per pagargli il viaggio, durante il quale, assicura il vescovo, lo ordinerà a prete. Con l’occasione, infila anche il proprio numero di Postpay: “Vuoi che faccia come con Padre A.?” “Cioè?” “Mi ha mandato i soldi e io ho comprato tutto e portato tutto (i paramenti, ndr). Ti do il postpay, vado a comprarti tutto”. La cifra richiesta? 1300-1600 euro: “Ce la fai a mandarli per oggi?”

    L’insistenza per il pagamento caratterizza quasi tutti i successivi messaggi, assieme quella di ricevere una ricarica telefonica. “Mi ami? Alle cinque vai in posta”; “La fai anche a me? (la ricarica, ndr)”

    Per quanto riguarda gli addii in seno alla “chiesa” da parte dei vari preti, il vescovo sostiene che sono dei traditori, che lo vogliono abbandonare perché “troppo scrupolosi” e, alla domanda “Ma con i preti che se ne vogliono andare, sei andato a letto?”, rivela: “Già fatto”. Almeno con uno, di cui cita il nome, Padre C.

    “Cosa ti ha fatto?”
    “Tutto”
    “Cioè?”

    “Poco. Mi ha fatto un pom…”

    Padre C. è di Vigevano. E’ presidente di una onlus di volontariato. Vicinissimo agli ambienti della Lega Nord,  per la quale si è anche candidato alle comunali, Articolotre ha avuto modo di visionare fotografie che lo ritraggono abbracciato a esponenti di primo piano, del Carroccio. Mario Borghezio, Luca Zaia, Roberto Castelli, ma anche il segretario Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Roberto Maroni. Non mancano scatti con Letizia Moratti e Magdi Allam, alternati a fotografie in cui compare con gli abiti talari e immaginette sacre. Alcune, invece, meno “politicizzate”, lo ritraggono proprio con il “vescovo” S.M.

    Questi, dopo aver assicurato di aver “fatto qualcosa con Padre C.” e aver richiesto una simile prestazione al suo giovane interlocutore, gli chiede di inviargli delle foto. Il ragazzo spedisce scatti del proprio volto e del proprio addome. Il religioso vuole di più. “Mandamene una tu, così capisco che genere di foto vuoi”, glissa il ragazzo. Lo scatto che riceve è quello di un membro eretto.

    Il religioso spiega inoltre di esser stato “fatto vescovo” da due Monsignori cattolici, e che avrebbe, a dimostrazione, “celebret e certificati di ordinazione”. Ciononostante, sul profilo Facebook, dichiara di lavorare all’interno della Chiesa Ortodossa Italiana.

    Proprio dal suo profilo Facebook emergono aspetti controversi. Andando indietro nel tempo, infatti, saltano fuori post e commenti anomali, per un religioso, tra cui link dai contenuti erotici, da lui stesso condivisi, in cui viene definito “un fottuto finocchio”. “Portami tua sorella e vedi se lo sono”, è la replica del “vescovo”. A contraddirlo, un adolescente commentatore: “Ma se l’hai appena detto tu in chat, che sei gay”.

    Dello stesso periodo è il tentativo di smentire le voci sulla sua omosessualità: “Per tutte le cose infami dette contro me, non ascoltate ciò che dicono. Vi dico la verità, non li conosco neanche”, scrive sul proprio account il religioso. Anche in questo caso interviene un ragazzo molto giovane, a commentare: “Ma sei malato te; ti ha pestato 1 ragazzo tra i 13-14 anni”.

    Il quadro pubblico che ne emerge è quantomeno imbarazzante; un aspetto che stride con l’ultima richiesta che il “vescovo” presenta in chat al “futuro prete”: “Non dire niente di noi: sai, sono riservato, io…”

    http://www.articolotre.com/2016/03/una-storiaccia-di-sedicenti-vescovi-e-aspiranti-preti/

  • Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    PESCARA. Un monastero metropolitano, a Roma, su una collinetta davanti alla chiesa della Santa Maria del Divino Amore, in cui riscoprire la propria vocazione che vacilla. L’Oasi di Elim è un consultorio per i preti in crisi di coscienza. È qui che don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012, deve restare per i prossimi 5 anni. Lo dispone la sentenza di condanna del tribunale ecclesiastico. Il parroco è all’obbligo di dimora «per una vita di preghiera e di penitenza» in questo casale da 12 stanze singole con letto, scrivania, libreria e possibilità di usare il computer e una cucina in comune con gli altri ospiti. Ed è qui che don Vito, assistito da due sacerdoti e uno psicologo, segue «un cammino» non volontario ma obbligatorio e cioè un percorso psicoterapeutico imposto dalla sentenza. Nell’Oasi di Elim – secondo la Bibbia, Elim è il posto in cui gli israeliti trovarono l’acqua salata che poi Mosè fece diventare dolce – c’è anche una cappella interna, ma don Vito non può celebrare messa: per i prossimi tre anni di sospensione dal ministero sacerdotale, la sentenza gli «concede» solo la possibilità della concelebrazione o della messa quotidiana senza il popolo.

    Il centro romano, spiegano i documenti pubblici della struttura, è «un’opera Salvatoriana per il sostegno psicologico al clero e alla vita consacrata»: «È un luogo in cui un sacerdote e un consacrato può vivere un tempo significativo di revisione della propria vocazione». Lo stesso documento spiega cosa accade all’interno dell’Oasi di Elim: «Fondamentale è l’esperienza di una vera fraternità sacerdotale tra i due sacerdoti coadiutori e gli altri confratelli. Uno stile che abbraccia tutti gli ambiti della vita comunitaria da quello spirituale a quello della gestione della casa». Il percorso psicologico è quotidiano: «Vi è la possibilità di vivere un cammino psicoterapeutico con persone di altissima professionalità, rispettose della vita sacerdotale. Un’equipe che attraverso un contratto “a più mani” aiuta il sacerdote e il consacrato a ritrovare se stesso e a verificare la propria vocazione. Il cammino, costruito attorno alla singola persona, esige un tempo iniziale di inserimento e poi un periodo congruo perché il percorso sia efficace. Al termine, in pieno accordo con gli ordinari e superiori, il consacrato sarà gradualmente reinserito nella vita ministeriale e pastorale». (p.l.)

  • Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti martedì 15 marzo i pubblici ministeri dello stato americano della Pennsylvania hanno accusato tre frati francescani di aver favorito abusi contro decine di bambini. Secondo i pubblici ministeri nonostante i tre accusati fossero a conoscenza delle accuse contro il frate Stephen Baker su presunti abusi sessuali risalenti agli anni Ottanta, i tre uomini avrebbero continuato ad assegnare a Baker incarichi che prevedessero contatto con dei bambini fino al 2010. Quando le accuse nei suoi confronti diventarono pubbliche nel 2013, Baker si suicidò all’età di 62 anni nel monastero dove viveva.

    Lunedì scorso i pubblici ministeri hanno annunciato che i tre uomini a cui era affidata la supervisione di Baker – i frati Anthony M. Criscitelli, 61 anni, Robert J. D’Aversa, 69, e Giles A. Schinelli, 73 – sono stati accusati di associazione a delinquere e di aver messo in pericolo l’incolumità di minori.
    «Queste persone sapevano che nella loro organizzazione c’era un uomo che abusava dei bambini. Ma hanno continuato ad affidargli incarichi in cui aveva moltissime possibilità di molestare dei bambini», ha dichiarato la procuratrice generale della Pennsylvania Kathleen Kane, «Il loro silenzio ha arrecato dolore e sofferenza smisurati a tantissime vittime. Questi uomini hanno finto di non vedere quello che veniva fatto a dei bambini innocenti che avrebbero dovuto proteggere». L’ufficio di Kane ha condotto anche un’indagine all’interno della diocesi di Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, che questo mese ha portato a un rapporto incriminante del gran giurì. Il rapporto elenca dettagliatamente i presunti abusi commessi da 35 preti americani negli anni Cinquanta, senza però suggerire accuse formali contro nessuno di loro: la maggior parte dei preti citati nel rapporto sono morti, e in alcuni casi sono già scattati i termini per la prescrizione. Ma quando il gran giurì si è concentrato sul distretto amministrativo di Hollidaysburg in Pennsylvania, e in particolare sui frati francescani del terzo ordine regolare della provincia ecclesiastica dell’Immacolata Concezione, ha valutato che ci fossero gli estremi per accusare tre uomini che ricoprivano l’incarico di padri provinciali all’interno dell’organizzazione, che stando ai pubblici ministeri avevano il compito di decidere a che zona assegnare ogni frate. Criscitelli, D’Aversa e Schinelli furono quindi le persone che assegnarono a Baker gli incarichi che il frate sfruttò per molestare per anni dei minori.

    Secondo Marci Hamilton, una ricercatrice di diritto costituzionale della Yeshiva University e importante avvocato che si è occupata di casi di abusi sessuali su minori, la decisione della Procuratrice generale della Pennsylvania di accusare i supervisori di un presunto molestatore è un caso raro: «Stiamo assistendo a un graduale miglioramento nel modo in cui i pubblici ministeri considerano e gestiscono casi come questo. È un messaggio di sostegno concreto non solo per le vittime di Baker, ma anche per tutte le persone che hanno subito abusi negli Stati Uniti». Stando a Hamilton, negli Stati Uniti dei supervisori della Chiesa cattolica sono stati accusati di aver messo in pericolo dei bambini in soltanto altre tre occasioni. Il primo caso, sempre in Pennsylvania, portò all’arresto di un prete di Philadelphia nel 2012, e secondo Hamilton ha creato un precedente importante: «Il supervisore non deve necessariamente entrare in contatto diretto con i bambini per essere ritenuto responsabile della loro incolumità». Hamilton ha anche sottolineato che le recenti accuse sono le prime di questo genere a essere mosse contro un ordine religioso: ordini come quello dei francescani sono famosi per la loro segretezza, ma l’omogeneità nell’organizzazione dei monasteri a livello mondiale potrebbe aiutare i pubblici ministeri anche al di fuori degli Stati Uniti ad avviare procedimenti simili a quello della Pennsylvania. «È un fatto rivoluzionario: un pubblico ministero non aveva mai accusato un ordine di preti in passato», ha detto Hamilton.

    L’ordine francescano americano ha diffuso un comunicato sulla vicenda:

    Siamo profondamente rattristati dalla notizia diffusa oggi dall’ufficio della Pennsylvania della Procuratrice generale. Con compassione verso le vittime e le loro famiglie, e anche per la famiglia cattolica e l’intera comunità, la Provincia e la sua guida religiosa hanno collaborato con l’ufficio della procuratrice generale per l’intera durata dell’indagine, nella speranza di poter far luce su eventi che la stessa Provincia fatica a comprendere.

    La Provincia porge le sue più sincere scuse alle vittime e alle comunità colpite, invitando la comunità a unirsi alle sue preghiere per la guarigione e la comprensione, e per tutti i preti e i fratelli che onorano la propria vocazione e la Chiesa.

    Secondo il Pittsburgh Post-Gazette, prima della morte di Baker l’ordine francescano aveva raggiunto un accordo nell’ambito di una causa intentata da 11 persone che sostenevano di aver subito abusi da Baker negli anni Ottanta e Novanta, quando il frate lavorava in una scuola in Ohio. Successivamente altri 25 studenti della Bishop McCort Catholic High School di Johnstown in Pennsylvania – dove Baker aveva insegnato dal 1992 al 2000 – dissero di aver subito abusi da Baker. Secondo il gran giurì oggi oltre 80 studenti della scuola hanno dichiarato di aver subito abusi da Baker. Stando ai pubblici ministeri Baker faceva da allenatore di atletica agli studenti, nonostante non avesse la formazione per farlo. Baker poi toccava i genitali dei ragazzi e li penetrava con le dita.

    I pubblici ministeri hanno sottolineato come i preti avessero avuto diverse opportunità per fermare Baker: Schinelli aveva fatto sottoporre Baker a una perizia psicologica che aveva evidenziato che non sarebbe dovuto stare a contatto con i bambini, ma successivamente Schinelli assegnò Baker alla Bishop McCort. D’Aversa ritenne fondata un’accusa per abusi sessuali contro Baker e lo rimosse dalla scuola, per poi affidargli la gestione di alcuni rifugi notturni per ragazzi in giro per gli Stati Uniti e, nel 2008, assegnarlo al St. Aloysius College, dove il gran giurì ha scoperto che Baker abusò di tre minori. Sempre secondo i pubblici ministeri, infine, Criscitelli permise a Baker di lavorare in un centro commerciale, ancora una volta intorno a dei bambini.

    http://www.ilpost.it/2016/03/16/pedofilia-pennsylvania/

  • Vicenza, prete accusato di abusi «La Curia risarcisca le vittime»

    Vicenza, prete accusato di abusi «La Curia risarcisca le vittime»

    La decisione del tribunale scatterà in caso di condanna definitiva di un sacerdote che avrebbe molestato due ragazze. «Vale il legame tra dipendente e datore di lavoro»

    di Claudio Del Frate

    Se un prete commette abusi sessuali a rispondere del risarcimento del danno a favore della vittima deve essere anche la diocesi a cui il religioso appartiene: il principio è contenuto in un provvedimento adottato dal tribunale di Vicenza che sta esaminando un caso di violenza sessuale secondo l’accusa commesso da un sacerdote ai danni di due ragazze minorenni. I giudici non hanno ancora condannato la Curia a pagare un indennizzo: la sanzione scatterà invece se l’imputato verrà condannato. Le motivazioni su cui i magistrati hanno fondato la loro decisione non sono ancora note , verranno depositate solo tra qualche giorno. Ma nel frattempo è stato stabilito un precedente importante.

    Chiesti 100mila euro

    Il processo all’interno del quale è scaturita la decisione riguarda un sacerdote di 81 anni, don Gianni Baccega, all’epoca dei fatti in servizio a Sant’Antonio del Pasubio, nel Vicentino. Don Gianni era stato denunciato nel 2013 dai genitori , suoi amici di famiglia, di due ragazze di 13 e 15 anni che avevano raccontato di essere state oggetto di qualche carezza un po’ troppo audace da parte del sacerdote; i fatti si sarebbero svolti tra il 2007 e il 2008, prima della denuncia ai carabinieri le giovani si erano rivolte anche ai servizi sociali. Don Gianni ha affrontato il processo proclamandosi innocente. Al processo, ancora lontano dalla sentenza, la famiglia delle ragazze si è costituita parte civile, chiedendo a don Baccega un risarcimento del danno pari a 100mila euro. L’imputato difficilmente dispone di quella somma ed ecco dunque che la richiesta è stata estesa dagli avvocati anche alla diocesi di Vicenza.

    «Lo dice il codice civile»

    All’ultima udienza del processo quella richiesta è stata accolta dal tribunale, dunque in caso di condanna anche i beni della Curia potranno servire a pagare la somma. In attesa che il collegio depositi le motivazioni della decisione, per capire quale sia la logica che ha guidato la decisione possono fare testo gli argomento illustrati in udienza dai difensori delle parti lese, gli avvocati Antonella Bonazzo, Michele Spina e Giovanni Bogoni. «Ci siamo richiamati all’articolo del codice civile — spiega l’avvocato Bonazzo — che in fatto di responsabilità lega il dipendente e il datore di lavoro: anche quest’ultimo deve rispondere del comportamento del primo. Noi riteniamo che la logica vada applicata anche al vescovo e ai suoi sacerdoti, nei casi di abusi sessuali». Insomma, la diocesi dovrebbe esercitare una qualche forma di controllo sui suoi ministri del culto, per evitare denunce. «Non conosciamo la situazione economica dell’imputato — prosegue l’avvocato — ma vogliamo sia stabilito un principio di diritto».

    Negli Usa è la norma

    In Italia le gerarchie ecclesiastiche non sono mai state chiamate a rispondere direttamente dei reati commessi dai preti, principio che invece è già consolidato in altri paesi ad esempio negli Stati Uniti dove i caso di pedofilia nel mondo della Chiesa hanno fatto esplodere un vasto scandalo. Secondo un rapporto presentato nel 2014 dal Vaticano i casi accertati di abusi su minori commessi da sacerdoti sono 3.420, commessi a partire dagli anni ‘50. Solo in anni molto recenti, però, la Chiesa ha preso provvedimenti decisi per reprimere il fenomeno. Nei suoi anni di pontificato, papa Benedetto XVI aveva sospeso 384 sacerdoti.

    http://www.corriere.it/cronache/16_marzo_15/vicenza-prete-accusato-abusi-la-curia-risarcisca-vittime-28d6cffa-eac3-11e5-bfc8-b05a661f1950.shtml

  • Nessuna alternativa: stato laicale per i preti abusatori

    Nessuna alternativa: stato laicale per i preti abusatori

    I preti pedofili “sono un pericolo sociale, dunque la Chiesa non può esimersi dal compiere i passi necessari”. Lo afferma padre Giuseppe Crea, missionario comboniano e psicoterapeuta, in un’intervista al Servizio Informazione Religiosa della Cei. Anche se le nuove norme impongono la riduzione allo stato laicale, ci sono sacerdoti condannati per abusi dai tribunali civili, che chiedono di poter restare preti, come se tale condizione fosse necessaria alla loro salvezza, mentre è vero esattamente il contrario. “Il vescovo – spiega padre Crea – continua a essere capace di discernere quale sia la volonta’ di Dio. Non e’ soltanto questione di mannaia, ma di intravedere il progetto di salvezza per un individuo profondamente malato. Molte volte queste persone si sono rifugiate nella Chiesa. Capire che se ne devono andare, significa rispondere al progetto di Dio”.

    Secondo padre Crea, “la Chiesa continua a essere madre, anche quando decide che non c’è più posto per loro”.

    Autore di numerose pubblicazioni, padre Crea ha recentemente dato alle stampe il volume “Tonache ferite” per le Edizioni Dehoniane: “La Chiesa ha le strutture per garantire la prevenzione e l’accompagnamento delle persone in difficoltà. Le comunità sono luogo eletto di formazione. Non bisogna dimenticarlo, soprattutto quando i confratelli stanno male”.

    Alla domanda del Sir “Quanti sono i consacrati in difficoltà? Qual è l’incidenza rispetto alla popolazione?”, padre Crea ha risposto: “Le percentuali sono minime, la stragrande maggioranza di sacerdoti e religiosi non rientra in queste dinamiche disfunzionali”. Alcune forme di disagio, però, sono caratteristiche della vita religiosa: “Soprattutto quelle a livello relazionale. Gli affetti sbilanciati portano a essere troppo centrati su se stessi o sugli altri. I religiosi possono faticare a riconoscere la propria identità. La capacità di una sana dedizione agli altri – precisa padre Crea -,permette invece di ricaricarsi ed essere equilibrati nella comunità”. D’altra parte, le cattive modalità relazionali verso l’esterno si ripercuotono anche all’interno della comunità: “Talvolta si può cadere in una dipendenza dagli altri membri o in manifestazioni di grande aggressività. Quel che non si trova dentro, lo si va a cercare fuori. E viceversa”.  Questo vale anche per i sacerdoti diocesani, che se sperimentano difficoltà nel presbiterio possono isolarsi e soffrire la vita pastorale.

    Selezione dei seminaristi e direzione spirituale. “Occhi aperti sulle ammissioni nei seminari”, come ha chiesto Papa Francesco denunciando il rischio che la carenza di vocazioni porti ad abbassare il livello di guardia. “Più che di un rischio – sottolinea padre Crea – parlerei di un dato di realtà. La mancanza di persone con cui discernere, alimenta l’incertezza. Se i candidati sono pochi prima di dire no a una persona ci si pensa centinaia di volte”. Talvolta, poi, la cura del malessere psicologico non è affidata a un esperto del settore ma demandata al direttore spirituale: “Quante volte ho sentito dire: ‘Speriamo che Dio intervenga, speriamo che possa stringere i denti e andare avanti…’. Così si rimanda soltanto l’escalation. Le categorie spiritualizzanti fanno parte della malattia e sono talmente insidiose che possono apparire una risorsa salvifica, nascondendo il malessere che invece provocano nell’individuo e nell’istituzione”. Ma per padre Crea, “spiritualizzare il problema significa dilazionarlo nel tempo. Nelle nostre comunità siamo pieni di queste situazioni. La direzione spirituale è fondamentale ma dobbiamo essere vigili perché non diventi l’espediente per spostare l’attenzione altrove”.

  • Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Era nudo. Era davanti a Gesù crocefisso. Dietro di lui un’ombra che lo sovrastava. Una voce che rassicurava quel piccolo undicenne che tratteneva le lacrime. «Non avere paura, sono le mani di Dio», gli diceva il frate mentre accarezzava il suo corpicino. Un caso, uno delle centinaia quello di Mario. Che a lezione di catechismo, in un monastero della Toscana, ha perduto la propria innocenza. Molto è cambiato nella Chiesa italiana, da quando papa Ratzinger condannò duramente la pedofilia nella lettera pubblica ai cattolici di Irlanda che nel 2010 invertì definitivamente la rotta prima che giungesse irreparabile lo schianto. Ma molto c’è ancora da fare. La prova è nell’incertezza dei numeri, che sembrano ancora velati da quella stessa «riservatezza», che ha scagliato la Chiesa in un vortice di accuse e di scandali.

    «Oportet ut veniant scandala», dice Marco nel Vangelo. Che tradotto vuol dire: è bene che gli scandali scoppino. Eppure tentare di conoscere le dimensioni del fenomeno italiano, è assai complicato. Innanzitutto perché in Italia non esiste a oggi uno studio ufficiale che renda conto di quanti siano gli abusi su minori consumati in ambienti religiosi. E poi perché tra casi denunciati e casi segnalati, c’è un ampio discrimine. Basti pensare che nel 2010, il Telefono Azzurro raccolse 105 segnalazioni di abusi su minori che nel 3-4 per cento dei casi aveva visto come protagonista un religioso. Segnalazioni che tuttavia non hanno trovato riscontro in sede giudiziaria. A spiegare il discrimine, non è solo la reticenza delle vittime. Ma anche la cornice delle regole.A livello globale, sono state 3420 le denunce che la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto tra il 2004 e il 2013. Di queste, ben 401 facevano riferimento a fatti accaduti nel 2013. Denunce spesso incanalate nell’alveo canonico, e cioè in un ambito non sempre comunicante con quello dell’autorità giudiziaria che conferisce ai casi e ai reati evidenza pubblica.Secondo quanto previsto dalla legge italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero».

    In forza di ciò, le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici elaborate dalla Cei nel 2012 non impongono dunque ai vescovi l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. E la situazione italiana? Tra il 2002 e il 2012 sono emersi in Italia 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti, che si sono tradotti in 77 denunce ai magistrati, 22 condanne in primo grado e 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 12 archiviazioni, e 5 assoluzioni.Tutto ciò a fronte di 20mila episodi di pedofilia all’anno che secondo il presidente de «La Caramella buona on lus», Roberto Mirabile, si verificano nel nostro Paese a opera di religiosi e non religiosi che mediamente danno luogo a mille processi per reati sessuali ogni 12 mesi. Secondo quanto riferito da monsignor Mariano Crociata nel 2010 «un centinaio di casi sono stati rilevati dal punto di vista dei procedimenti canonici nel corso dell’ultimo decennio».

    Cifre che circoscrivono la responsabilità dei reati commessi da religiosi al 2 per cento del totale. Secondo la Rete L’Abuso, associazione nata da un gruppo di vittime di preti pedofili, sono 65 i sacerdoti attualmente indagati in Italia, in attesa di giudizio o di sentenza definitiva. Tra questi alcuni sono a piede libero, o hanno soltanto obbligo di dimora. Altri, viste le aggravanti, sono custoditi in carcere. Un esempio su tutti il caso di don Dino, prete di Fiumicino finito in cella perché era in possesso di 1686 file ritraenti minori di 18 anni. Gli inquirenti hanno ritrovato nella sua casa un memoriale («frutto di fantasia», si difende il don), che racconterebbe 50 anni di abusi su minori, dal titolo piuttosto esplicito: «Vi ho amato tutti e mai vi scorderò: Cinquant’anni di sesso 1956-2006».

    Altri preti sono stati indirizzati in comunità di recupero nelle more di nuove valutazioni da parte della Congregazione per la dottrina della fede o del giudizio del tribunale. Alcuni di loro sono ospiti di due centri gestiti dalla congregazione dei Padri Venturini, villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento, e affidati alle cure di un terapeuta religioso, padre Franco Fornari. Villa Iride, in particolare, rappresenta per i legali di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali un’importante alternativa in caso di arresti domiciliari per i loro clienti. In questo centro, dal maggio del 2012 è recluso don Marco Mangiacasale, accusato di violenza sessuale a danno di alcuni adolescenti quando era parroco di San Giuliano di Como, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione.

    Secondo Rete L’Abuso, sono 117 i sacerdoti che dal 2000 a oggi sono stati condannati in via definitiva o hanno confessato reati sessuali e molestie a danno di minori. Numeri certamente striminziti, rispetto alla portata del fenomeno. «Occorre che gli scandali avvengano», dice San Marco nel Vangelo, «ma guai a colui che li produce». L’ammonimento del Nazareno, dopo duemila anni, ha il suono di una profezia incompiuta.

    Martedì 1 Marzo 2016, 11:42
    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_scandalo_italiano_117_sacerdoti_condannati_le_violenze-1582840.html
  • Pedofilia, definitiva la condanna per ex frate di Pantelleria

    Pedofilia, definitiva la condanna per ex frate di Pantelleria

    La Corte di Cassazione ha posto il suo sigillo sulla sentenza con cui, il 2 marzo 2015, la Corte d’appello di Palermo aveva confermato la condanna a 9 anni di carcere emessa nel 2014 dal Tribunale di Marsala per un ex frate originario di Pantelleria, il 39enne Biagio Alberto Almanza, accusato di violenza sessuale su un minore.

    Accusa con la quale Almanza era stato posto agli arresti domiciliari dalla Squadra mobile di Trapani nel novembre 2012. A chiedere il provvedimento, accordato dal gip Francesco Parrinello, fu il pm Giulia D’Alessandro. La misura restrittiva gli fu notificata in un convento in provincia dell’Aquila, dove l’uomo aveva cercato di isolarsi dal mondo dopo una vecchia condanna per pedofilìa, ormai definitiva, subìta a Milano.

    Davanti al Tribunale di Marsala, ad Almanza è stata contestata la violenza sessuale su un ragazzo di 12 anni, figlio di una coppia di Pantelleria con la quale aveva stretto un rapporto d’amicizia. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’imputato avrebbe più volte abusato del ragazzino in momenti in cui era rimasto da solo con lui. I fatti contestati risalgono al 2008. Prima che prendesse i voti. Anche se, a quanto pare, per carpire la fiducia dei genitori della vittima, si fingesse già frate.

    A svolgere le indagini è stata la Squadra mobile di Trapani, che si attivò nel 2011, dopo una segnalazione di “Telefono Azzurro” (numero 19696). La notizia criminis, “veniva riscontrata – spiegò la polizia – dall’attività di indagine espletata in cui emergeva fortemente lo stato di malessere e sofferenza in cui versava il giovane, vittima incolpevole di quanto patito”.

    Ad accorgersi del malessere del ragazzino fu la madre, con la quale questi, poi, si confidò. Nel processo, i genitori si sono costituiti parte civile. Ad assisterli è stato l’avvocato Guglielmo Ivan Gerardi. La Corte d’appello aveva confermato anche la condanna al pagamento di una risarcimento danni in favore della parte civile di 40 mila euro.

    http://www.tp24.it/2016/02/23/cronaca/pedofilia-definitiva-la-condanna-per-ex-frate-di-pantelleria/98213

  • Solza, arrestato don Diego Rota: sesso con minori, le intercettazioni

    Solza, arrestato don Diego Rota: sesso con minori, le intercettazioni

    Stupore, sgomento e profondo dolore. Confidiamo nella giustizia, vogliamo che tutto il cuore che la verità si affermi”. Questa la nota con cui la curia bergamasca ha replicato alla notizia dell’arresto di Diego Rota, giovane parroco – ha 45 anni – di Solza, piccolo Comune di meno di 2000 abitato che si trova nell’Isola, ad una quindicina di chilometri dal capoluogo.Don Diego tale più non è: immediatamente sospeso dal suo ruolo, ancora mercoledì. Ora in manette, accusato di sesso a pagamento con minorenni: come i suoi ‘colleghi’ di indagine, rischia fino a 6 anni di reclusione. Avrebbe partecipato a sette incontri, con due diversi ragazzi: li pagava 20 euro alla volta, fino alle decisione di regalar loro un cellulare.

    Si faceva chiamare Marco, per non destare sospetti, ovviamente non indossava mai il suo abito talare: la location prediletta per gli incontri sarebbe stata il cimitero di Seriate. Gli inquirenti hanno reso note alcune intercettazioni: ai due giovanissimi don Rota avrebbe regalato una coppia di smartphone, da 399 euro l’uno.

    I due ‘pezzi’ pregiati andavano ripagati però un po’ alla volta, in natura. “Per quante volte ancora lo dobbiamo fare gratis?”, chiedevano i ragazzi al prete. “In tutto sono 20 volte, ne abbiamo ancora 15. Ma se fai il bravo, e non mi bidoni come fai sempre, allora potrei scontartene qualcuna”. Venne quasi aggredito dal fratello di una delle due vittime.

    Li pagava 20 euro alla volta, li raggiungeva sempre a bordo di un potente Suv. Ora è agli arresti domiciliari, sostituito in parrocchia da un ‘commissario’ inviato dalla curia. Classe 1970, Diego Rota era arrivato a Solza nella metà del 2012. Prima di allora è stato parroco a San Pietro e San Gallo, e membro del consiglio presbiteriale diocesano di Bergamo.

    http://www.bresciatoday.it/cronaca/diego-rota-parroco-solza-minorenni-intercettazioni.html
  • Frate abusa di un chierichetto di 10 anni, l’intero Ordine dei Carmelitani rischia il processo

    Frate abusa di un chierichetto di 10 anni, l’intero Ordine dei Carmelitani rischia il processo

    di Filippo Bernardi – Un bambino di nemmeno 10 anni abusato dal frate che avrebbe dovuto prendersi cura di lui. Incontri di sesso descritti in modo preciso e scioccante in una serie di lettere spuntate da un libro dimenticato. Quindi la denuncia, tre anni dopo le violenze, e l’intero Ordine dei Carmelitani che potrebbe essere chiamato a risarcire il bambino diventato ormai adolescente.

    L’ennesima storia di abusi su un minore da parte di un religioso arriva da Pietrasanta, nel cuore dell’alta Versilia. I fatti risalgono all’estate del 2011, quando il bambino e la madre rimasta vedova e senza soldi, vivono ospiti in un convento di suore. E’ nella parrocchia attigua al convento che Luca (il nome è di fantasia), comincia a frequentare quel frate di origini indiane, gentile e disponibile, che lo invita spesso a cena dopo il catechismo. Luca fa anche il chierichetto, i due sono in contatto ogni giorno e quella strana amicizia tra un bambino di quarta elementare e un uomo di circa 45 anni va avanti per un po’.

    Poi il religioso viene trasferito: prima in India, poi in Sicilia. E’ solo nel 2014 che la madre di Luca, rassettando la cameretta del figlio, per caso, si ritrova tra le mani quelle lettere scivolate a terra dalle pagine di un libro. Leggerle è una doccia fredda: il bambino vi si rivolge al frate, ricordando incontri intimi, baci e rapporti sessuali con un linguaggio impensabile per la sua giovanissima età. Sono resoconti scioccanti che la donna porta immediatamente alla polizia, dando il via a un’inchiesta giudiziaria della Procura di Lucca che il 9 febbraio è giunta all’udienza preliminare.

    Il pm Antonio Mariotti ha chiesto il rinvio a giudizio del frate, ma il Gup Silvia Mugnaini ha disposto una seconda udienza per il prossimo 7 giugno. Uno slittamento che tuttavia è motivato da una decisione che rappresenta un unicum: il Gup, infatti, ha accolto la richiesta avanzata dai legali della famiglia di Luca (gli avvocati Debora Ianniello e Cristiano Baroni) di citare come responsabile civile la Curia Generalizia dei Carmelitani di Roma al quale appartiene il frate che ha sempre negato ogni accusa.

    L’Ordine dei Carmelitani, insomma, rischia di finire a processo insieme al proprio frate per non aver esercitato il dovuto controllo sul religioso (in questo caso affidandogli un compito inadatto alla sua indole). Da quando è scoppiato lo scandalo, i Carmelitani hanno avviato un loro procedimento interno di cui però non si hanno notizie, salvo che avrebbero inibito il prete da molte funzioni, nonché dall’avere contatti con minorenni.

    http://m.ilmessaggero.it/primopiano/articolo-1542747.html