Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: frate

  • Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    28 aprile, 11:48

    (ANSA) – ENNA, 28 APR – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore. La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. Il tribunale di Enna aveva gia’ condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. (ANSA).

    www.ansa.it/web/notizie/regioni/sic…_896778986.html

    PEDOFILIA: ABUSI SU UN DISABILE IN COMUNITA’, 6 ANNI A SACERDOTE

    Condividi

    Invia ad un Amico
    Stampa
    RiduciIngrandisci Dimensione del testo

    11:30 28 APR 2011

    (AGI) – Enna, 28 apr. – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a 6 anni di reclusione per il sacerdote accusato di avere abusato di un minore ospite di una struttura di accoglienza. Il religioso, Giovanni Butera, 44 anni, originario di Menfi (Agrigento), e’ stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni portatore di handicap. Le violenze sarebbero avvenute nel “Villaggio del Fanciullo” di Pergusa, vicino a Enna, dove la vittima era ospite e dove padre Butera appartenente all’ordine dei frati minori, prestava la sua opera di educatore. Confermate le pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, di quella legale per la durata della pena e dell’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. La condanna del Tribunale di Enna era stata superiore anche alla richiesta del Pubblico ministero che per il sacerdote aveva sollecitato una pena a 4 anni di reclusione. Il frate era stato assolto “perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un secondo ragazzo, per la totale mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. La vicenda risale a 14 anni fa.

    http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/2…nni_a_sacerdote

    I fatti risalgono a 15 anni fa
    0 commenti
    Abusi su minore disabile,
    sacerdote condannato a 6 anni
    di Redazione
    pedofilia4

    28 aprile 2011 – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore.

    La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori.

    Il tribunale di Enna aveva già condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perchè il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane.

  • SVIZZERA “Il pedofilo non deve trovare rifugio nel confessionale”

    SVIZZERA “Il pedofilo non deve trovare rifugio nel confessionale”

    Notizia del 12/01/2011

    Sta facendo discutere l’iniziativa parlamentare lanciata da Carlo Sommaruga. Il consigliere nazionale socialista chiede l’abolizione del segreto confessionale degli ecclesiastici in materia di reati sessuali su minori. La reazione di Padre Callisto Caldelari: “Idea fuori di testa”

    BERNA – “Un prete che riceve una confessione da parte di un pedofilo, deve denunciare i fatti alla polizia. Basta col segreto”. Lo chiede il consigliere nazionale socialista Carlo Sommaruga con l’iniziativa parlamentare presentata a metà dicembre a Berna. Una modifica del Codice penale che spazzerebbe via il segreto professionale e confessionale degli ecclesiastici in materia di reati sessuali nei confronti di minori. La proposta sta suscitando le reazioni più disparate, sia per la schiettezza utilizzata da Sommaruga, sia per le contraddizioni che la stessa iniziativa contiene.

    Carlo Sommaruga, lei presenta questa iniziativa parlamentare includendo solo i reati sessuali nei confronti dei minori. Non sarebbe stato meglio allora includere tutti i reati gravi, come ad esempio l’omicidio e lo stupro?
    “Ma sono soprattutto i reati sessuali su minori a scivolare nel silenzio e nell’omertà. Per fare davvero giustizia e per fare in modo che le vittime abbiano un risarcimento questo silenzio bisogna romperlo. È in questo contesto che si inserisce la mia iniziativa parlamentare”.

    Di questo passo andrebbe ridiscusso anche il segreto professionale di avvocati e medici?
    “No. L’avvocato è un ausiliario di giustizia. Con la sua attività permette di difendere la vittima come l’autore. È consultato nell’ottica dell’azione giudiziaria. I medici hanno il compito di consigliare e di prendere a carico gli autori di abusi sessuali con un trattamento psicologico o psichiatrico. Infatti sappiamo che la maggior parte degli autori di reati hanno una personalità affettiva turbata e i loro comportamenti possono essere ‘corretti’ con un trattamento medico mirato. L’intervento di un religioso, invece, non evita la recidiva e non contribuisce al funzionamento della giustizia”.

    La sua, viste le considerazioni, sembra sempre più una proposta anticlericale. Soprattutto nei confronti dei cattolici. Sbaglio?
    “Sì, sbaglia. Perché si sa benissimo che in passato ci sono stati abusi sessuali da parte di religiosi oppure religiosi che hanno contribuito a nascondere i fatti. È una triste realtà. E comunque la mia iniziativa coinvolge tutti gli ecclesiastici, non solo i cattolici. Anche se, indubbiamente, visti i fatti emersi nell’ultimo anno, i cattolici sono fortemente coinvolti. A mio avviso la Chiesa in Svizzera non ha svolto un lavoro completo di introspezione, di riconoscimento pubblico degli errori, di scuse collettive e individuali, come è stato fatto in Irlanda, negli Stati Uniti o come si sta facendo in Germania. Io, comunque, ho deciso di lanciare questa iniziativa dopo essere venuto a conoscenza del grave occultamento di fatti tra i testimoni di Geova”.

    Quali saranno ora le prossime tappe?
    “L’iniziativa seguirà le tappe ordinarie. Sarà trattata in commissione e poi dal Consiglio nazionale. Spero che chi solitamente si scaglia sistematicamente contro gli autori degli abusi, spesso con proposte altamente repressive, stavolta colga l’opportunità”.

    Patrick Mancini

    Foto d’archivio Keystone
    Padre Callisto: “Ma i preti fanno il possibile per spingere verso l’autodenuncia”

    “È un’idea fuori di testa, che dimostra anche una certa ignoranza in materia”. Padre Callisto Caldelari non le manda a dire a Carlo Sommaurga. Per il frate della parrocchia del Sacro Cuore di Bellinzona non c’è alcun bisogno di toccare il segreto confessionale e professionale degli ecclesiastici: “Perché un prete che riceve la confessione di un reato grave ha già il dovere di fare di tutto per convincere l’autore del reato a costituirsi. Addirittura, in caso di rifiuto, può arrivare a negargli l’assoluzione dai peccati”. Poi Padre Callisto cita un’esperienza personale. “Una volta – racconta – è arrivato da me un uomo che mi ha confessato di avere abusato della figlia della sua compagna. Io l’ho esortato ad autodenunciarsi, spiegandogli che visto il suo pentimento avrebbe anche avuto qualche sconto di pena. Lui ha accettato. L’ho accompagnato io, di persona, dal procuratore”. E nel caso di religiosi che commettono reati di pedofilia? Padre Callisto non ha dubbi: “I vescovi devono esortare il prete ad autodenunciarsi alle autorità. È successo anche in Ticino, in passato”. Infine, una riflessione sul valore della confessione: “La confessione è finalizzata alla conversione e al cambiamento di vita. Se non c’è un segreto, uno rischia di non convertirsi più. Non bisogna, infine, dimenticare che una proposta come quella di Sommaruga dovrebbe passare perlomeno anche dal Vaticano, non solo da Palazzo federale”.

    http://www.tio.ch/aa_pagine_comuni/articol…to=1&idtipo=290

  • Violenza sessuale: abusò di 2 ragazze, prete patteggia

    Violenza sessuale: abusò di 2 ragazze, prete patteggia

    Don Duilio Testa è un prete molto noto nella Marsica. 80 anni, originario di Castellafiume, ha patteggiato un anno e 40 giorni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di due ragazze.

    La decisione del Giudice del Tribunale di Avezzano, formalizzata nei giorni scorsi, è stata confermata ieri, seppur con disagio, da fonti vicine alla Curia Diocesana dei Marsi. Il sacerdote da quanto si è saputo sarebbe stato immediatamente sospeso dalle sue funzioni.

    Don Duilio è conosciuto soprattutto a Trasacco dove fu trasferito nel 2004 dall’allora vescovo Lucio Renna, da Castellafiume, per sostituire padre Emilio, l’unico frate francescano rimasto nella Chiesa della Madonna del Perpetuo soccorso, al centro di una violenta protesta dei fedeli che occuparono il luogo sacro per diversi mesi contro il trasferimento dello stesso frate.

    Secondo l’accusa Testa avrebbe costretto due giovani ragazze del posto a subire le sue avances nella canonica della Chiesa.

    Le indagini, che si sono protratte per diversi mesi, hanno permesso di accertare, anche con registrazioni, l’effettiva veridicità delle accuse.

    A seguito dell’avvio del procedimento, il sacerdote, assistito dal suo avvocato di fiducia, ha optato per il patteggiamento. Due anni fa il sacerdote arrivò sulle pagine di cronaca nazionale anche per la sua decisione di celebrare messa in una sala giochi e cercare così di rompere l’apatia degli adolescenti che disertano la chiesa. Don Duilio ha trascorso anche 33 anni nell’Alto Congo come missionario.

    09/11/2010 9.35

  • AVEZZANO: PRETE PATTEGGIA VIOLENZA SESSUALE A STRANIERA

    AVEZZANO: PRETE PATTEGGIA VIOLENZA SESSUALE A STRANIERA

    AVEZZANO – Sacerdote sospeso dalla Diocesi di Avezzano (L’Aquila) dopo aver patteggiato un anno e 40 giorni di reclusione per violenza sessuale.

    Si tratta di don Duilio Testa, 80 anni, originario di San Vincenzo Valle Roveto (L’Aquila) e parroco nella basilica dei Santi Cesidio e Rufino a Trasacco (L’Aquila).

    Secondo l’accusa, il prete, arrivato nel Comune del Fucino da diversi anni dopo un lungo periodo di attività missionaria in Africa, avrebbe costretto una giovane straniera a subire “particolari” attenzioni.

    I fatti oggetto dell’accusa sarebbero avvenuti nella canonica della chiesa di Trasacco e tra le prove che avrebbero incastrato il parroco ci sarebbero delle registrazioni.

    Il sacerdote marsicano è stato immediatamente sospeso dal suo incarico su disposizione della diocesi di Avezzano. L’anziano sacerdote è stato per 33 anni nell’Alto Congo come missionario dove si occupava di ben 298 villaggi.

    Don Duilio era già finito nel ciclone mediatico quando nel 2004 arrivò a Trasacco. In quegli anni ci fu l’allontanamento da parte dell’allora vescovo Lucio Renna dell’unico frate rimasto a custodia della Chiesa di Maria Santissima del perpetuo soccorso, padre Emidio.

    A don Duilio, allora parroco di Castellafiume, toccò trasferirsi in un paese mobilitato da mesi con una chiesa presidiata da forze di polizia e sorvegliata dai fedeli che non volevano rinunciare ai frati.

    Alla fine, però, l’anziano prete riuscì a farsi ben volere e fu accettato dalla popolazione.

  • La difesa dei gesuiti: “Mancano testimoni, un errore di persona”

    La difesa dei gesuiti: “Mancano testimoni, un errore di persona”

    Impossibile parlare con padre Bongiovanni. Per lui prendono le difese i gesuiti dell’Aloisiuanum

    PADOVA. Impossibile parlare con padre Secondo Bongiovanni. «Non c’è, è fuori Padova – rispondono all’Istituto Aloisianum – E non sappiamo quando rientrerà». I confratelli lo difendono con una nota diramata sul sito della Compagnia di Gesù e firmata da padre Gianfranco Matarazzo, delegato per i casi di abuso sui minori: «… Un ragazzo di 12 anni ha denunciato di essere stato vittima di alcuni atti osceni e frasi di contenuto sessuale… Il fatto, come da lui dichiarato, è avvenuto senza alcun contatto fisico e in assenza di testimoni. Il minorenne… ha identificato il molestatore in Secondo Bongiovanni che ha sempre sostenuto di essere estraneo alla vicenda e di trattarsi di un caso di errore di persona. Egli ha tenuto informati i Superiori sullo sviluppo della situazione – si legge – Ci aspettavamo un esito diverso del processo, soprattutto per le modalità equivoche con cui è avvenuto il riconoscimento. Rispettando la sentenza e mantenendo le misure cautelative predisposte… confermiamo la nostra fiducia nella magistratura, ma restiamo convinti dell’estraneità di padre Bongiovanni…».

    Un pensiero va alla vittima: «Portiamo nella preghiera il ragazzo e la sua famiglia, così come il nostro confratello…». Poi la Compagnia conferma di voler assumersi ogni eventuale responsabilità con l’impegno «alla massima trasparenza e collaborazione nei confronti delle persone coinvolte e degli organi della giustizia civile». Infine una nota della Diocesi di Padova per precisare che il prete in questione «non appartiene al clero padovano… Pertanto il suo diretto superiore non è il vescovo di Padova, inoltre non svolge il ministero né ha compiti pastorali nelle parrocchie locali».

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2010/10/26/news/la-difesa-dei-gesuiti-mancano-testimoni-un-errore-di-persona-1.1209738

  • «Molestie sessuali»: sospeso  il sacerdote smascherato in tivù

    «Molestie sessuali»: sospeso il sacerdote smascherato in tivù

    Il caso al santuario di Caravaggio

    Un’immagine del servizio trasmesso dalle “Iene” CARAVAGGIO (Bergamo) — «Queste cose non si fanno…» dice un anziano sacerdote percorrendo di fretta il chiostro del santuario di Caravaggio. E non specifica se si riferisce al suo collega, sospeso dal vescovo per aver compiuto un approccio omosessuale su un ragazzo o se invece al servizio del programma tv «Le Iene» che ha immortalato e trasmesso l’episodio.

    Ma un fatto è certo: uno dei preti del santuario di Caravaggio, tra i luoghi di devozione più frequentati di tutta la Lombardia, è stato sospeso da monsignor Dante Lafranconi, vescovo di Cremona, curia a cui fa capo Caravaggio.
    Si tratta al momento di una sospensione «cautelare», vale a dire che il sacerdote, un cinquantenne originario di Masano (Bergamo) è stato allontanato dalla sede e affidato a una comunità dove comincerà un percorso di recupero.

    Le autorità ecclesiastiche, anche sulla scorta delle polemiche che da settimane accompagnano la questione pedofilia e dei moniti arrivati dal Papa in persona, sono intervenute in prima battuta e senza esitazioni, senza attendere che la giustizia ordinaria compisse qualunque passo: ai carabinieri di Treviglio, infatti, non è stata depositata alcuna denuncia a carico del sacerdote al centro dello scandalo.

    Il filmato che ha dato il via alla vicenda è andato in onda su Italia 1 il 7 aprile scorso. Il servizio comincia con il racconto di un ragazzo (ripreso di spalle e con la voce camuffata) il quale si dichiara omosessuale, riferisce di essersi rivolto a un sacerdote per avere conforto spirituale dopo una delusione amorosa e di averne ottenuto in tutta risposta delle esplicite molestie.

    A questo punto scatta il «trappolone»: «Italia 1» invia un giovane attore con una telecamera nascosta dallo stesso sacerdote con il compito di fare da esca. «Provo attrazione per ragazzi del mio stesso sesso e sono turbato…» racconta il giovane. Dopo alcune battute iniziali il religioso, ignaro di essere ripreso, dichiara a sua volta le sue inclinazioni sessuali e invita il giovane a abbracciarlo, a sedergli in grembo, a baciarlo, ad accarezzargli i genitali. «Ma per la Chiesa questo è peccato…» prova a difendersi l’attore, che si è dichiarato diciassettenne. «Ma il signore ci perdonerà…» ribatte la vittima della candid camera.

    Per tutto il filmato il volto del sacerdote non viene mai mostrato, anche la sua voce viene falsata. Ma di fatto a Caravaggio e dintorni qualcuno riconosce il protagonista e il luogo in cui avvengono le riprese (per inciso, l’interno di un ufficio). La curia avvia delle verifiche, convoca il prete e decide di adottare il provvedimento di sospensione. Don Gino Assensi, rettore del santuario di Caravaggio, (ieri assente) ha confermato la vicenda nei suoi aspetti essenziali, compreso l’allontanamento del religioso.

    Le immagini mandate in onda da «Italia 1», come detto, hanno un’ambientazione molto generica, sono avare di dettagli. Ma la trappola è scattata quasi a colpo sicuro e con altrettanta certezza gli abitanti della zona hanno individuato il sacerdote. È un dettaglio che lascia intendere che le «voci» sull’omosessualità del prete in questione si rincorressero da tempo e che il «colpo» delle «Iene» abbia avuto l’effetto di rendere pubblico un fatto da tempo notorio.

    Claudio Del Frate
    13 giugno 2010(ultima modifica: 14 giugno 2010)

    http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_13/del-frate-molestie-sacerdote_5db84b40-76cf-11df-9f61-00144f02aabe.shtml

  • IL GESUITA BENEFATTORE – Clodoveo Piazza

    IL GESUITA BENEFATTORE – Clodoveo Piazza

    IL GESUITA BENEFATTORE – Clodoveo Piazza è un gesuita italiano che gestiva un ricovero per i senzatetto per bambini di strada e ha lavorato in Brasile per 30 anni. Nel 2005 ha ricevuto 600mila dollari dalla Banca per lo sviluppo nazionale del Brasile per istituire quattro impianti nella città nordorientale di Salvador.Lo scorso agosto, i pubblici ministeri hanno detto che almeno otto ragazzi e giovani si erano presentati a dire che erano stati abusati da piazza oppure di aver visto ragazzi stranieri ausati sessualmente. polizia brasiliana sta tentando di arrestarlo, ma Piazza ora lavora in Mozambico, secondo un periodico cattolico no profit, e la chiesa è giunta alla sua difesa.”I gesuiti italiani esprimono la loro solidarietà con il fratello e il padre Piazza“, recita una nota sul suo sito Web. Il gruppo aggiunge che “la calunnia contro i missionari sta diventando un gioco sempre più popolare“. I pubblici ministeri brasiliani dicono che Piazza, un brasiliano naturalizzato, ha rifiutato di rispondere alle accuse di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei bambini. Intervistato a Maputo, in Mozambico, questa settimana, Piazza ha detto le accuse contro di lui sono false e sono parte di una campagna per ricattarlo partita da “ambienti politici” brasiliano che non identifica. Ha detto che era stato prosciolto dalle accuse per due volte in Brasile, e che non vi è alcuna prova contro di lui. Ma i PM brasiliani ribadiscono che non c’è stato nessun proscioglimento e il suo caso è ancora aperto.

    http://www.giornalettismo.com/archives/59318/preti-pedofili-pezzotti-chiesa/

  • Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon
    Padre Cantalamessa, il frate che ha accostato lo scandalo pedofilia all’antisemitismo, è tra i supporter di un gruppo accusato di violenze sui minori.
    di Giovanni Maria Bellu

    Il processo è in corso a Bari. Gli imputati sono undici, accusati di reati quali associazione a delinquere, truffa, violenza privata, maltrattamento di minori. Il decreto che dispone il giudizio di Vito Carlo Moccia, inventore del metodo Arkeon, e presidente dell’associazione “Sacred Path”, è un repertorio di violenze psicologiche atroci. La più perfida consisteva nel fare credere agli adepti di aver subito nell’infanzia una violenza sessuale. Per questo si resta di stucco quando, nel leggere l’enorme materiale di documentazione sul “caso Arkeon”, si scopre che il più autorevole sostenitore di questa organizzazione è stato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, il frate cappuccino che lo scorso 2 aprile, parlando in presenza di Benedetto XVI, ha scatenato uno scandalo planetario paragonando la campagna di stampa sulla pedofilia nella Chiesa con «gli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo».

    È una storia complicata che si sviluppa in un lungo arco di tempo. Conviene, dunque, andare con ordine. Fondata da Vito Carlo Moccia nel 1999, l’associazione “Sacred Path” (cioè “il sentiero sacro”) nel Duemila, con l’invenzione del metodo Arkeon, assume la natura che l’ha portata in tribunale. Ma in quei primi anni opera con discrezione, aumentando proseliti e profitti attraverso un discreto passaparola. Ha anche una buona stampa. La popolarità televisiva arriva l’11 settembre del 2004. E quel giorno che il nome di padre Raniero Cantalamessa compare per la prima volta accanto a quello di Vito Carlo Moccia. Il predicatore dedica una puntata della sua rubrica televisiva “A sua immagine, le ragioni della speranza”, che va in onda tutti i pomeriggi del sabato su RaiUno, al metodo Arkeon e conduce un’intervista encomiastica a Moccia sul rapporto padre-figlio.

    Ancora del lato oscuro di Arkeon non si è parlato. Cantalamessa, dunque, potrebbe essere ignaro di tutto. Deve infatti passare un altro anno e mezzo prima che lo scandalo esploda. Il 20 gennaio del 2006, Maurizio Costanzo ospita nel suo “Tutte le mattine”, che va in onda su Canale5, la psicologa Lorita Tinelli, presidente del Cesap (Centro studi sugli abusi psicologici) e due ex adepti di Arkeon: un “maestro” e una “allieva”. La denuncia dei metodi di Moccia è precisa e circostanziata: le accuse che sono alla base del processo in corso a Bari per la prima volta diventano pubbliche. Ma Padre Cantalamessa non cambia idea. Al contrario. Un mese dopo a Milano, nella chiesa di S. Eustorgio, celebra una messa alla quale assistono Vito Carlo Moccia e centinaia di suoi discepoli. La cosa colpisce e sorprende quelli che già nutrono molti dubbi sulla vera natura di “Sacred path”. Perché il presentarsi come associazione non solo tollerata ma addirittura approvata dalla Chiesa è uno degli argomenti più forti di una campagna di proselitismo sempre più intensa: il numero degli adepti arriverà a sfiorare la ragguardevole cifra di ventimila.

    L’Unità è in grado di raccontare quale fu il comportamento di padre Cantalamessa quando alcune persone si rivolsero a lui per segnalargli specifiche tragedie familiari prodotte dal metodo Arkeon. L’autenticità di questi documenti – che aiutano a ricostruire quale retroterra culturale e anche spirituale ci sia dietro la clamorosa gaffe su pedofilia e antisemitismo – è certificata. Sono stati, infatti, prodotti dai legali di Vito Carlo Moccia a sostegno di un atto di citazione contro il Centro studi sugli abusi psicologici. In sostanza Moccia, per difendersi, ha chiamato in causa – e difficilmente può averlo fatto senza esserne stato autorizzato – il predicatore della Casa pontificia. «Reverendo Padre», comincia così la lettera di un “musicista e studioso cattolico” di Rovereto (abbiamo i nomi degli autori di tutte le missive citate, ma li omettiamo per evidenti ragioni di discrezione, nda), il quale segnala a Cantalamessa il caso di una sua conoscente madre di un ragazzo che «da qualche tempo frequenta il movimento». «È preoccupata – scrive – perché il figlio «crede ciecamente ai poteri di Moccia, è aggressivo, ha abbandonato la fede e la parrocchia, sostiene la non divinità di Cristo e la sua equiparabilità ai vari profeti e santoni della storia. Sostiene, e qui sta il problema, che il movimento e il Moccia sono “benedetti” da lei padre Cantalamessa che di recente avrebbe celebrato una Santa messa con i diaconi di S. Eustorgio in Milano con il gruppo condividendone gli intenti». Quindi l’autore della lettera chiede al predicatore della Casa pontificia «il giusto consiglio da dare a quella mamma che da poco ha perso il marito e che, da buona cristiana, vorrebbe aiutare il figlio a recuperare la Verità e la Vita». La risposta arriva poco più di due settimane dopo, il 24 marzo 2006.

    È una difesa accorata di Moccia e dei suoi metodi. C’è solo una vaghissima, e reticente, presa di distanze; «Non ho celebrato la messa per loro. Hanno chiesto di partecipare a una messa da me celebrata per la parrocchia di S. Eustorgio e sono stati accolti da me e dal parroco. Erano in 400 e hanno edificato tutti: molti si sono confessati e moltissimi hanno fatto la comunione». È vero. Cantalamessa, però, non dice che l’incontro con Moccia si protrasse oltre la celebrazione, proseguì nella sacrestia. Forse non sapeva, né immaginava, che quei momenti erano stati filmati e trasferiti in un Cd promozionale poi diffuso da “Sacred path”.

    Il successivo capoverso della lettera è significativo per le analogie che presenta con gli argomenti utilizzati da chi, all’interno della Chiesa, vorrebbe negare il problema della pedofilia. È la tesi del “caso singolo”. «Il campo in cui opera Vito – scrive Cantalamessa chiamando confidenzialmente per nome il capo di Arkeon – è delicato e non meraviglia che ogni tanto ci sia qualcuno che, per motivi umani spesso complessi e talvolta inconfessati, sparga sul suo conto le voci più allarmanti, giudicando da un caso singolo tutto il complesso dell’opera». Ma la vera sorpresa è alla fine: il predicatore della Casa pontificia non si limita a difendere il capo di “Sacred path” ma si premura di informarlo della denuncia che gli è stata confidenzialmente rivolta. In calce alla lettera c’è, infatti, una nota manoscritta: «Caro Vito, ti invio una lettera che ho ricevuto e la mia risposta, perché, penso, è giusto che sia informato. Con affetto ti abbraccio e ti benedico. P. Raniero».

    Qualche tempo dopo, a Cantalamessa giunge un’altra segnalazione allarmata. A inviargliela, il 5 aprile del 2006, è una signora di Magenta: «Molto reverendo padre, mi rivolgo a lei per chiederle aiuto. Una mia cara amica è disperata perché i suoi due figli, entrambi laureati e coniugati, con le loro rispettive famiglia hanno da tempo aderito ad una organizzazione che ha completamente stravolto in senso negativo la loro mente, il loro comportamento e il loro modo di vivere. Essi dicono di dover obbedire ad un certo “maestro”, fondatore e capo, rifiutano i contatti con la loro madre, non le lasciano avvicinare i nipoti. Seguono riti strani e pericolosi … L’organizzazione si chiama Arkeon».

    Il comportamento di padre Cantalamessa è sbalorditivo. Nella documentazione non c’è, come ci si aspetterebbe, la sua risposta. C’è invece (datata 19 aprile 2006) una lettera, scritta dalla stessa città, di un signore che poi è il marito dell’amica disperata della signora di Magenta. Questo signore, al pari dei due figli, ha aderito ad Arkeon o, almeno, ce l’ha in grande simpatia. E fa riferimento al contenuto della lettera inviata a Cantalamessa dall’amica della moglie. Come è potuto succedere? L’unica spiegazione è che anche questa volta Moccia sia stato informato e che abbia chiesto all’adepto di Magenta di scrivere qualcosa di rassicurante all’autorevole sponsor cattolico. [

    Nel giugno del 2006 viene avviata l’inchiesta giudiziaria. E a ottobre di quello stesso anno, il “caso Arkeon”, come ormai si chiama, riesplode sugli schermi. Questa volta in una puntata di “Mi manda Rai 3” dove sono presenti gli accusatori (tra i quali la psicologa Lorita Tinelli) e il leader degli accusati, Vito Carlo Moccia. C’è anche un ragazzo che racconta di essere stato obbligato a chiedere l’elemosina con appeso al collo un cartello con su scritto «sono schizofrenico». Sua madre in seguito racconterà di aver segnalato il dramma del figlio a padre Cantalamessa fin dal 2004, dopo aver assistito sgomenta all’intervista di Moccia nella rubrica del predicatore, e di non aver mai avuto risposta. L’immagine dell’associazione ne esce a pezzi davanti all’opinione pubblica. Ma, ancora una volta non davanti al predicatore della Casa pontificia. Ecco come risponde a una lettera inviatagli qualche giorno dopo da un’aderente al Cesap: «Ho visto la trasmissione e mi ha dato l’impressione di un penoso linciaggio. Agli accusati non è stato permesso di terminare una sola frase. C’è stato, mi sembra di capire, un caso di un operatore che ha effettivamente abusato della propria posizione che, però, è stato per questo sospeso (…) Non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio. Chi si sognerebbe di voler mettere fuori legge la Chiesa cattolica o l’associazione degli psichiatri perché qualche loro membro ha abusato del suo ufficio?».

    Due mesi dopo, il 30 dicembre 2006, si verifica l’evento televisivo più importante. E anche più significativo rispetto ai rapporti tra Cantalamessa e “Sacred path”. Nella settimanale puntata della sua rubrica, il predicatore pontificio manda in onda la registrazione di un’intervista. Nello schermo appare una giovane coppia con un bambino di circa tre anni tenuto in braccio dal padre. Il padre dice di chiamarsi Luca, afferma di «essere stato» omosessuale e di essere «guarito» grazie ad Arkeon. Curiosamente, nel presentare il filmato, Cantalamessa non nomina l’organizzazione ma la definisce semplicemente «gruppo di sostegno». Né, naturalmente, dice chi ha realizzato il filmato, né di chi è la voce fuori campo che pone a Luca domande sul suo percorso. Eppure lo conosce benissimo: è, infatti, Vito Carlo Moccia.

    La puntata non passa inosservata. E non solo perché, in seguito, molti riconosceranno in quel Luca il «Luca era gay» della canzone di Povia. Interviene il garante della privacy che rivolge alla Rai e al conduttore un ammonimento per aver violato le regole deontologiche che tutelano i minori. Il bambino di Luca non solo era perfettamente riconoscibile ma, osserva il garante, ha dovuto assistere a un’intervista che riguardava «anche aspetti estremamente delicati relativi a vissuti dolorosi di uno dei genitori: gli abusi sessuali subiti da parte di un familiare». Se potevano esserci ancora dei dubbi sulla gravità e sulla serietà delle accuse a “Sacred path”, essi vengono a cadere il 10 ottobre del 2007 quando a Moccia e agli altri dirigenti vengono notificati gli avvisi di garanzia. La notizia fa clamore e la tv torna ad occuparsene.

    Questa volta è Striscia la notizia che scopre e manda in onda spezzoni dell’intervista-spot a Moccia andata in onda nel 2004. L’effetto è sconvolgente per il contrasto tra la figura del predicatore e i fatti raccontati dai testimoni. Cantalamessa è costretto a intervenire. È una presa di distanze imbarazzata e tardiva, come le scuse alla comunità ebraiche dopo la gaffe sull’antisemitismo. Scrive il predicatore: «Personalmente io non sono venuto a conoscenza di nessun abuso, che altrimenti sarei stato il primo a denunciare e condannare». È falso. Padre Raniero Cantalamessa fu informato dei comportamenti di “Sacred path” sicuramente nelle due lettere che abbiamo riportato. Non solo non fece alcuna denuncia ma, come abbiamo visto, informò il capo dell’organizzazione. Proprio come quei prelati che, davanti alle denunce di casi di pedofilia, non si rivolsero alla magistratura ma alle autorità ecclesiastiche gerarchicamente superiori.
    09 aprile 2010

  • “Quel frate ha strappato via la mia innocenza”. Storia di un abuso

    “Quel frate ha strappato via la mia innocenza”. Storia di un abuso

    Notizia del 09/04/2010 – 11:29
    “Quel frate ha strappato via la mia innocenza”. Storia di un abuso

    Una 60enne ticinese racconta la molestia, il dolore e le incomprensioni del passato e del presente

    INTERVISTA – Come fu per Pandora, i tempi oggi sono maturi ed aperto il vaso stanno emergendo tutti i mali del mondo. Persino da quelli che universalmente erano considerati gli ultimi baluardi di interezza, appigli di un’umanità sul baratro, tolto il velo di Maya, arrivano ignominie, crimini e meschinità.

    La Chiesa Cattolica è oggi nell’occhio di un ciclone che indiscriminatamente sta mettendo a nudo una triste realtà, quella degli abusi sessuali sui minori da parte di ecclesiastici provenienti dalle più disparate zone del mondo. Il sondaggio proposto la scorsa settimana da Tio, seppur con nessun intento statistico, fotografa uno spaccato preoccupante anche nel suo bacino d’utenza, il Ticino, con una percentuale quasi del 20% di lettori che hanno subìto o conoscono qualcuno che ha subìto molestie da parte di un prete.

    A., 60enne ticinese, una donna come tante.
    “Sono figlia unica, padre impiegato in ferrovia, madre casalinga molto religiosa severissima e poco incline a manifestazioni d’affetto (e di questo ne ho sofferto molto). Eravamo una famiglia normale, con una piccola casa di proprietà e, pur non essendo ricchi, devo dire che non mi è mai mancato nulla. A quei tempi era un obbligo frequentare la chiesa, come lo era la confessione e presenziare alle messe. Ero una di quelle ragazze che, alla fine dei ‘50, portavano ancora le calze corte o al ginocchio e, per quanto concerne l’educazione sessuale, erano completamente digiune. Ricordo quando, avevo circa 11 anni, per aver avuto il mio primo ciclo, mi misi a piangere, non sapendo nemmeno cosa fosse. Quando, presa dalla paura, mi rivolsi a mia madre mi disse: “è una cosa che succede a tutte le donne”. A quel tempo si frequentava la chiesa assiduamente, specialmente le prime sere di maggio perché, con la scusa del rosario, si poteva stare in compagnia a giocare sul piazzale fino a tardi, senza venir rimproverati. Per queste ragioni i frati li conoscevamo tutti. Certe volte suonavamo il campanello per farci dare delle caramelle di mele che preparavano loro stessi. Ce n’era poi uno, barba lunga e fisico possente, ci veniva spesso incontro per scambiare due chiacchiere, chiederci della scuola e altro. Non ricordo quanti anni avesse, a 13 anni, i “grandi” li consideravo dei vecchi. Ora, ripensandoci, penso che potesse avere dai 40 ai 50 anni”.

    Il frate. L’abuso.
    “Accadde un primo venerdì del mese, dopo la scuola. Era primavera, indossavo una giacca rosa, mia madre mi ordinò di andare a confessarmi, e fu ciò che feci. Arrivata in chiesa suonai la campanella per chiedere se ci fosse un frate a disposizione e si presentò lui. Andammo nel confessionale. Il frate volle quindi mettermi sulle sue ginocchia e cominciò a rivolgermi le domande di rito, cioè a quelle che ero abituata, sulla scuola, la famiglia, eccetera. Ad un certo punto mi chiese se mi toccavo. Non sapendo cosa intendesse chiesi spiegazioni – non avevo mai sentito nominare la masturbazione, non sapevo cosa fosse – e allora lui pensò bene di farmi vedere come funzionava e iniziò a togliermi le mutandine. Ero frastornata, impaurita. Il peggio arrivò poi, quando sollevò il saio e mi prese la mano mettendola sul suo pene. A quel punto mi misi a singhiozzare, mi divincolai con tutte le forze e scappai via, lasciando nel confessionale le mie mutandine”.

    L’innocenza strappata.
    “Non ritornai subito a casa, ma andai dai miei zii che abitavano nelle vicinanze della chiesa, dicendo loro che non mi sentivo bene, e, con una scusa, impedendogli di avvisare mia madre. Da allora quella chiesa io non l’ho mai più frequentata e, tantomeno, mi sono più confessata. Ero una ragazzina ingenua, che credeva che si rimanesse incinta con un bacio. Questa ingenuità me l’hanno portata via, come un soffio di vento porta via una piccola foglia. Non potrò mai dimenticare. Non posso dire se questo individuo abbia abusato di altri bambini o ragazzi, anche perché, a quei tempi, chi parlava di questi argomenti? Quale fosse il suo nome e dove sia andato a finire non lo so, ricordo solo che in quella chiesa c’era un continuo cambiamento di frati. Oggi come oggi credo non sia più in vita”.

    Un segno indelebile.
    “Come mi ha segnata l’abuso? Oggi non credo più nella Chiesa, nella religione e diffido degli uomini in generale ma, quel che è peggio, ha rovinato la mia vita intima. Il sesso, per me, è sempre stato un problema. Non ne ho mai parlato prima, perché non avrei saputo a chi dirlo, come dirlo, né come spiegarmi, quasi avendo paura che mi si dicesse che, in fondo era colpa mia. D’altronde mia madre me lo diceva sempre: “le ragazze devono rimanere al loro posto”. Era diverso, nessuno parlava mai di pedofilia”.

    Il peso dell’incomprensione.
    “L’unica persona a cui l’ho detto è stato mio marito ma, visto che secondo lui non avevo subìto una violenza vera e propria, cioè uno stupro, mi ha sempre consigliato di cancellare il ricordo e vivere nel presente. Sinceramente? Di aiuto non ne ho avuto da nessuno anche perché non ho potuto e, poi, voluto cercarlo. A chi ha subìto cosa voglio dire? Parlate, confidatevi e fate giustizia, solo così si può trovare la pace o, almeno, la tranquillità”.

    A. si chiude nel suo dolore. Il magone le stringe la gola e rimane in silenzio. Sul fondo del vaso resta la speranza, l’ultima a morire.

    Davide Milo

    http://www.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=546083&IDSezione=1&idsito=1&idtipo=3

  • Il caso veronese – I RACCONTI A «MI MANDA RAI tRE». MONSIGNOR FASANI: VA FATTA CHIAREZZA

    Il caso veronese – I RACCONTI A «MI MANDA RAI tRE». MONSIGNOR FASANI: VA FATTA CHIAREZZA

    Il caso veronese – I RACCONTI A «MI MANDA RAI tRE». MONSIGNOR FASANI: VA FATTA CHIAREZZA

    VERONA — Un anno e due mesi. Dopo altri venticinque anni. «All’inizio è stato un fraintendimento. A botta calda abbiamo avuto delle perplessità, pensando alle questioni logistico- patrimoniali che erano state tirate in ballo. Poi abbiamo capito davvero». Monsignor Bruno Fasani, ieri sera a «Mi manda RaiTre», ha provato – durante la pubblicità – a stringere la mano alle tre persone che aveva davanti. Ma Alessandro, Gianni e Dario quel gesto non lo hanno accettato. «Vogliamo la giustizia», ha detto Dario con la sua voce roca, con le parole che non conoscono le consonanti. Perchè Alessandro, Gianni e Dario la loro voce non l’hanno mai ascoltata. E non la sanno modulare. Sono sordi, Alessandro, Gianni e Dario. E ieri sono andati in quella televisione che per loro altro non è che un contenitore di immagini. Ci hanno messo la faccia, Alessandro, Gianni e Dario, E non è poco per chi vive in una città che per certe faccende sa essere un paese, come Verona.

    Sono andati in tivù, loro tre. Tre dei 67 alunni dell’istituto per sordi Antonio Provolo che avrebbero subìto violenze sessuali di ogni genere, dagli anni Cinquanta fino al 1984, da parte di religiosi e laici che in quella struttura lavoravano e vivevano. Ci sono volute proprio quelle che don Fasani ieri sera ha definito più volte «questioni logistico-patrimoniali» per portare a galla quello che – se venisse provato – sarebbe il più imponente scandalo che ha coinvolto la Chiesa in Italia. Ha aperto, insolitamente, con una «copertina», la trasmissione di Andrea Vianello. Una «copertina » in cui si raccontava del caso «inquietante nella somiglianza » che in questi giorni sta scoppiando come un bubbone in America e che racconta sempre di abusi sessuali da parte di religiosi in un istituto per sordi. Ma quello del Provolo è un caso «madre». Quasi 40 anni di violenze, perpetrate da 25 dei 26 insegnanti dell’epoca. Alessandro, Dario e Gianni hanno ripetuto la storia che già avevano raccontato ai giornali, in particolare a L’Espresso che aveva sollevato il caso oltre un anno fa.

    I loro nomi erano già conosciuti. Alessandro Vantini, Dario Laiti, Gianni Bisoli. Adesso sono dei pensionati. I loro racconti sono brevi. E assolutamente crudi. «Sono diventato sordo a 8 anni – ha raccontato Gianni – A nove sono arrivato al Provolo e tre mesi dopo sono iniziate le violenze. Sono stato sodomizzato da don Arrigo, don Rino, don Alcide, don Nicola, don Giovanni, don Giuseppe, fratel Erminio…». Un rosario di una decina di nomi. E di quel «don Giuseppe» il cognome lo fece proprio il vescovo Zenti, in una conferenza stampa del 23 gennaio 2009. «Tirare in ballo il nome di un mio predecessore – disse allora – di monsignor Giuseppe Carraro, era una cosa che non si doveva fare». In realtà la fece lui. Ma i racconti fatti da Gianni su quel monsignore definito il «pupillo di Paolo VI» e per il quale è in corso una causa di beatificazione, sono ben diversi. «Mi ha sodomizzato e ha preteso dei giochi sessuali », ha detto ieri davanti alle telecamere. Gli stessi racconti pieni di miasmi fatti da Alessandro e Dario. «Una vergogna che non ha senso di esistere », l’ha definita Paolo Tessadri, il giornalista de L’Espresso che ha raccolto le testimonianze. Don Fasani ha provato a spiegare che la curia non è intervenuta prima perchè non conosceva i «nomi degli abusati nè degli abusanti». Eppure i nomi circolano da oltre un anno, anche sui giornali esteri. «La nostra unica preoccupazione – ha detto – è quella di acclarare la verità. E’ fondamentale fare chiarezza». Ma Alessandro, Gianni e Dario ieri sera hanno chiesto qualcosa di più. Per loro la chiarezza c’è già, chiedono giustizia. Chiedono che quei sette preti che ancora vivono al Provolo, che nel frattempo ha totalmente cambiato «gestione», vengano allontanati, anche se da anni non hanno più contatti con i ragazzi. «Non diamo – ha replicato don Fasani – per scontato che siano dei pedofili». Uno di loro, un «fratello», che fino allo scorso maggio viveva all’istituto, quegli abusi li aveva ammessi mesi fa. E don Fasani, come contraltare, ha provato una sorta di coupe de theatre, con il «pentimento» di uno di quei 15 sordi che aveva denunciato abusi. «Ho copiato una storia che mi era stata preparata », recita la deposizione portata dal portavoce della curia. La stessa deposizione in cui si conferma che «ci sono stati dei toccamenti».

    Lo stesso don Fasani che a un certo punto ha detto: «La situazione ci è sfuggita di mano a tutti quanti…». Dopo trent’anni e la bora dello scandalo che soffia sulla Chiesa, per Alessandro, Gianni e Dario non è comunque abbastanza.

    Angiola Petronio
    27 marzo 2010

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/27-marzo-2010/abusi-provolo-vogliamo-giustizia-rifiutano-mano-prete-curia-1602729062393.shtml