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  • In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

    In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

    Scuse tardive

    Dublino, agosto 2018. Per la prima volta papa Francesco si scusa pubblicamente per le atrocità commesse dai sacerdoti della Chiesa cattolica irlandese. Erano attesi 500 mila fedeli, se ne presentano solo 130 mila. Quarant’anni prima, per Giovanni Paolo secondo, erano un milione.

    L’Irlanda è il quinto paese europeo per numero di fedeli cattolici. La Chiesa è parte integrante della cultura del paese, e ne pervade anche i luoghi di potere. Storicamente gli irlandesi hanno riposto la loro fiducia e le loro scelte politiche nelle mani di quest’onnipotente istituzione. Ma a partire dal 2002 un susseguirsi di rapporti e inchieste mette in luce oltre 15 mila casi di abusi sessuali commessi da membri del clero fra gli anni Settanta e Novanta. Casi non recenti, quindi, eppure le scuse di papa Francesco non arrivano prima del 2018. Troppo tardi per molti. La sua è una visita che rimane controversa, gli irlandesi si sentono traditi.

    I Sopravvissuti

    Di fronte alle centinaia di suicidi provocati dalle violenze, coloro che sono riusciti a convivere con il trauma sono stati soprannominati “i Sopravvissuti”. Martin Gallagher è uno di loro. Ha subito abusi sessuali a 12 anni da Eugene Green, un sacerdote della parrocchia di Donegal, nel nord-ovest dell’Irlanda. Insieme a lui incontriamo Martin Ridge, ex ispettore di polizia, il primo ad aver raccolto la sua testimonianza.

    “Quando eravamo giovani e subivamo gli abusi – ricorda Gallagher – non c’era nessuno con cui potessimo parlare, di cui ci potessimo fidare. Di sicuro non i preti. Si sarebbero messi a ridere e ci avrebbero accusati di mentire. Non potevamo dirlo ai nostri genitori, perché sarebbero dovuti andare dal prete, che avrebbe fatto la stessa cosa. Non potevamo dirlo alle guardie, perché guardie, preti e insegnanti erano grandi amici fra di loro e si sostenevano a vicenda. Eravamo soli. Martin è arrivato e ha cominciato a indagare su Eugene Greene, e questo ha aperto un nuovo capitolo nella nostra vita, perché ci ha liberato almeno di tutta la pressione, l’ansia, la depressione, tutti i sentimenti negativi che ci eravamo tenuti dentro per anni. Il semplice fatto di parlare con Martin, sapere che finalmente qualcuno mi avrebbe aiutato, fin dal primo giorno mi ha tolto un enorme carico dalle spalle”.

    Nel 2008 Martin Ridge pubblica “Breaking the Silence”, un libro che ripercorre l’indagine da lui condotta sugli abusi commessi da Eugene Green fra gli anni Sessanta e Novanta. Ridge accusa la chiesa di aver scelto deliberatamente di non fare nulla per mettere fine agli abusi, nonostante le numerose denunce presentate nel corso degli anni contro il sacerdote. L’ex poliziotto è grato dell’esperienza fatta: “Sono contento di essere stato accanto a loro – afferma -, perché anche loro mi hanno educato, e stanno educando la società. Queste persone sono degli esperti, perché sanno di che cosa stanno parlando. Martin non ha bisogno della mia gratitudine, ma io gli sono molto grato, come lo è la gente per Martin e per le persone come lui. Grazie al cielo sta rimettendo in sesto la sua vita. E non è facile. Abbiamo tutti delle brutte giornate, e allora possiamo tornare a sentire quella paura e quel disprezzo. Dobbiamo fare attenzione, perché anche la rabbia può distruggerci. Ma forse è un bene aggrapparvisi in parte per rendersi conto di che cosa sta accadendo. Vorrei dire grazie a Martin e ripeterglielo mille volte”.

    “Era considerato un problema del prete, non del bambino”

    Quello di Martin non è un caso isolato. Sono migliaia i bambini che sarebbero stati vittime di abusi sessuali commessi per diversi decenni in Irlanda, il paese più colpito in Europa. In Belgio, Germania e Francia le denunce dal 2010 si contano a centinaia.

    La maggior parte delle vittime ha presentato denuncia a Dublino, la diocesi più grande del paese. Fra il 1975 e il 2004 dodici sacerdoti si sarebbero resi colpevoli di due terzi dei fatti denunciati nella capitale. Per lottare contro quelle che chiama “derive”, la diocesi ha istituito nel 2002 il servizio di protezione Child Safeguarding, accanto a un’agenzia gestita dallo Stato. Andrew Fagan, direttore e coordinatore di Child Safeguarding dal 2010, racconta: “Quando si è saputo che dei sacerdoti avevano commesso abusi su bambini, questo è stato inteso come un problema per il sacerdote, non come un problema per il bambino, o per altri bambini. E per molto tempo non è che la diocesi e le autorità non abbiano fatto nulla, hanno fatto delle cose, che però avevano tutte a che fare con il cercare di ‘guarire’ il prete e rimandarlo al suo posto, non si concentravano sui bambini, non davano la priorità alla sicurezza dei bambini. Anche se molte cose sono cambiate, non sono sicuro che sia cambiata la percezione. Penso che molti pensino ancora che sia un po’ rischioso permettere ai propri figli di partecipare alle attività della chiesa, quindi direi che molti genitori hanno deciso di prendere le distanze dalla chiesa”.

    Frank Reburn è un sacerdote della parrocchia di Glasnevin, situata nel nord della capitale. Come tutti i sacerdoti in Irlanda, ha dovuto passare un test psicologico prima di iniziare a esercitare in parrocchia. Frank ci descrive le direttive della diocesi sulla protezione dei bambini: “Negli incontri con i genitori, in preparazione dei bambini per un sacramento, per esempio la cresima o la comunione, spieghiamo ai genitori che attuiamo una politica di protezione dei bambini qui nella nostra parrocchia. Non lasciamo mai un adulto solo con un bambino, soprattutto qui, nella nostra parrocchia, nella nostra sacrestia, nessun adulto resta solo con un bambino. Quando ci sono bambini nei locali ci assicuriamo che se ne prenda cura qualcuno che è autorizzato dalle forze dell’ordine e che è stato formato. Inoltre, se vengono dei sacerdoti in visita, chiunque arrivi nella sacrestia deve firmare all’ingresso. E chiediamo anche ai genitori o a chi ha la responsabilità dei bambini di non lasciarli andare da soli in bagno. Devono restare nello spazio pubblico e assicurarsi che il bambino stia bene. È stato un capitolo orribile della storia della chiesa e delle nostre vite, un capitolo davvero orribile. Quindi sono estremamente motivato, e farò tutto ciò che è in mio potere per essere sicuro che a nessun bambino sia fatto del male in questa chiesa”.

    “Per me era normale, ci ero abituato”

    Se la Chiesa è costretta oggi a far penitenza, è anche grazie ad alcune rivelazioni clamorose. Come quella fatta da Darren McGavin, oggi quarantottenne, un altro sopravvissuto. Il suo aggressore, Tony Walsh, è attualmente in carcere per aver commesso stupri su più di 200 minori nel sobborgo di Ballyfermot, dove Darren è cresciuto in un contesto familiare violento. ​”Quando avevo sette anni e andavo a quella scuola, diventò parroco, è allora che prese l’abito talare – ricorda -. Era anche un sosia di Elvis Presley e partecipava a uno spettacolo che si chiamava ‘The All Priest Show’ che girava per il paese nelle sale, nei locali, e venivano pagati! Quindi tutti pensavano che fosse in gambissima, straordinario. E quando parlava dal pulpito del Signore Gesù Cristo, diceva: ‘Gesù è mio amico, io vi salverò’. Andò a casa mia e disse ai miei genitori che conosceva il loro sporco segreto: ‘So che stai picchiando quel bambino e tua moglie’. Quindi ora i miei genitori, anche se erano adulti, erano vulnerabili, e il sacerdote ce li aveva in tasca, perché conosceva il loro vergognoso segreto. Allora il sacerdote suggerì: ‘Porto via vostro figlio da quest’ambiente, perché gli avete fatto del male, si ribella e voi lo picchiate ancora di più, non sapete come gestirlo. Se viene con me posso insegnargli l’amore e può assistermi alla messa del mattino. Lo porteremo in bei posti, e voi respirerete un po”. Per una madre di cinque figli che danno fuori di matto, il marito che era raramente presente, e quando c’era la riempiva di botte, era l’ideale, pensava che il suo bambino fosse al sicuro. Ma che cosa pensereste se vi dicessi che quel ragazzino veniva legato su un tavolino da caffè? E mentre mi veniva detto che brucerò all’inferno per l’eternità, venivo stuprato con una candela accesa”.​

    A 11 anni, Darren vede un documentario sulla pedofilia. È allora che si rende conto che la sua relazione con il sacerdote non ha nulla di normale. Comincia allora a vedere una psichiatra infantile. La sua sola paura a quel punto è che durante il processo il giudice non creda alla sua testimonianza. Racconta: “La signora mi diede una bambola e mi disse: ‘Puoi farmi vedere che cosa è successo?’ E io risposi: ‘Vuole che infili il mio pene dentro la bambola davanti a lei?’. E lei: ‘Cosa?’. E io: ‘Be’, mi ha detto di farle vedere, allora vuole che strappi la bambola e la cavalchi?’ Lei continuò: ‘No, fammi solo vedere’. E io dissi: ‘Non capisco, mi dice di farlo, ma mi ha detto che è sbagliato. Perché vuole che faccia qualcosa che è sbagliato?’. Allora ammisero: ‘Ha senso, non ci è mai capitato prima’. Allora suggerii che io mi limitassi a raccontare quello che era accaduto. E mentre lo facevo, continuavo a passar loro fazzoletti, io che avevo dodici anni, e a chiedere: ‘Va tutto bene?’, perché li avevo traumatizzati. Per me era normale, perché ci ero abituato”.

    Il muro di gomma del Vaticano

    ​Oggi Darren è psicologo, e può così aiutare altre vittime. Lui stesso è sopravvissuto a cinque tentativi di suicidio, e fa parte del 10 per cento di vittime che hanno avuto il coraggio di rivolgersi alle autorità. Nel 2014, in un’intervista a Repubblica, papa Francesco disse che il numero di colpevoli in seno alla Chiesa era stimato intorno al 2 per cento, vescovi e cardinali compresi. Una cifra che però non coincide con quelle emerse nell’inchiesta condotta dal team giornalistico Spotlight del Boston Globe, in cui Richard Sipe, psichiatra e sacerdote in pensione, valuta il numero di preti pedofili al 6 per cento. Secondo Sipe un prete pedofilo abusa di 250 bambini in tutta la sua vita. Se così fosse, in Irlanda 280 sacerdoti avrebbero abusato di 70 mila vittime, e nell’intero continente europeo circa 11.200 clericali avrebbero approfittato di oltre 2 milioni e 800 mila vittime. E queste sarebbero le cifre che la Chiesa avrebbe cercato di insabbiare.

    Colm O’Gorman, un altro sopravvissuto, oggi direttore della sezione irlandese di Amnesty International, lotta ogni giorno per cercare di riparare i danni.​ “Il modo in cui si è comportata la Chiesa, l’ipocrisia e la corruzione in seno alla chiesa sono venute alla luce e questo ha portato gli irlandesi a respingere l’autorità morale della Chiesa. Ha portato alla fine del predominio politico della Chiesa cattolica qui in Irlanda. Per decenni il Vaticano ci ha chiamati bugiardi, ha detto che mentivamo, che ci inventavamo le cose, che era un complotto anti-cattolico, che non c’era nessun insabbiamento. E adesso il papa dice che l’insabbiamento c’è stato e noi dobbiamo pensare che è meraviglioso perché ammette la verità? Ma è il minimo!”, insorge.

    Anche Marie Collins è una dei Sopravvissuti, e ha creato una fondazione per aiutare i bambini che hanno subito abusi via internet o tecnologie mobili. Nel 2014 ha integrato la commissione creata dal pontefice per proteggere i minori e combattere gli abusi sessuali. Ma tre anni dopo si è dimessa, stanca di continuare a rimbalzare contro il muro di gomma del Vaticano, dice: “La commissione era composta di esperti esterni alla Chiesa, esperti in protezione dei minori provenienti da ogni settore e riuniti per consigliare il papa, per portare competenze dentro la Chiesa dall’esterno. E io accettai l’incarico perché, se la Chiesa era sincera nella sua volontà di cambiamento, pensai che fosse mio dovere contribuire. Ma dopo un paio d’anni mi resi conto che c’era un’enorme resistenza al cambiamento in Vaticano. Boicottavano il lavoro della commissione. Opponevano resistenza al lavoro della commissione. Noi elaboravamo raccomandazioni, il papa le approvava, ma poi non venivano messe in pratica. La Curia, il governo della chiesa, vedeva noi della commissione come persone esterne che interferivano nei suoi affari interni. L’importanza della protezione dei bambini era completamente ignorata, era più una questione di politica”.

    La decisione di Papa Francesco di parlare pubblicamente degli scandali mostra comunque che c’è un desiderio di maggiore trasparenza in seno al Vaticano. Ora denunce e testimonianze sugli abusi sessuali vengono trasferiti alle autorità civili, e la Chiesa deve rispettarne le decisioni.

    La Chiesa, un’istituzione in crisi in Irlanda

    Nel 2015 gli irlandesi hanno votato sì al referendum sul matrimonio gay e nel 2018 è stato revocato l’ottavo emendamento della costituzione per poter autorizzare il diritto all’aborto. Un paese all’80 per cento composto di cattolici ha votato a favore di due riforme che violano apertamente i dettami della Chiesa. La società irlandese resta legata alla sua cultura cattolica, ma ha preso le distanze dalla Chiesa in quanto istituzione. Una tendenza visibile in tutta Europa, l’unico continente dove la popolazione cattolica è diminuita negli ultimi anni.​ Lo stato d’animo di molti cattolici irlandesi è ben riassunto nelle parole di Marie Collins: “Conservo la mia fede, sì, conservo la mia fede e il mio credo. Ma l’istituzione della Chiesa ormai non significa più molto per me. Ho davvero perso ogni fiducia nell’istituzione ecclesiastica. Ho ancora un rapporto con Dio e prego ancora, e mi considero ancora cattolica”.

    Nel frattempo l’Irlanda ha cominciato a cercare di curare le ferite lasciate da decenni di abusi e a proteggere meglio i bambini, senza aspettare che sia la Chiesa a risolvere il problema. Un’importante lezione per altri paesi, come l’Australia, la Francia, la Polonia o gli Stati Uniti, dove gli scandali cominciano a emergere.

    https://it.euronews.com/2020/11/27/in-irlanda-il-purgatorio-della-chiesa-dopo-gli-scandali-di-pedofilia

  • Olanda, l’imboscata al buio: la gang di ragazzini uccide il «pedofilo»

    Olanda, l’imboscata al buio: la gang di ragazzini uccide il «pedofilo»

    Crescono i gruppi online di persone che cercano i molestatori per metterli alla berlina sui social o tender loro un agguato. Da luglio ad oggi ci sono stati almeno 250 episodi

    Proteggere i bambini dai predatori. In Olanda proliferano i gruppi online di persone che vanno a caccia di pedofili, a volte per metterli alla berlina sui social ma sempre più spesso per punirli a suon di botte. A fine ottobre c’è scappato il morto. Un insegnante in pensione di 73 anni, Jan Kruitwagen, è stato avvicinato in una chat gay e attirato ad un appuntamento al buio in un parco di Arnhem dove un gruppo di ragazzi lo ha picchiato selvaggiamente. L’uomo è morto qualche ora dopo. Lo scorso weekend nella provincia di Zeeland un presunto molestatore è stato assalito dal alcuni giovani ed è finito in ospedale mentre un altro uomo è costretto a nascondersi dopo che la sua foto è stata pubblicata sui social. Da luglio ad oggi ci sono stati almeno 250 episodi del genere tanto che la polizia olandese ha lanciato un appello alla popolazione: «Fermatevi, smettetela di provocare, di fare gli investigatori, così non ci aiutate» ha detto Oscar Dros, a capo della divisione regionale dell’Est. E il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus, ha invitato i cittadini a rivolgersi alle autorità se si sospetta un abuso ed evitare gli incontri di persona.

    Su Facebook proliferano i gruppi sul tema, alcuni, come «Pedohunters NL» e «pedophiles unmasked», contano migliaia di follower, in maggioranza giovani, attirati dall’idea di far parte di una comunità ristretta che agisce per il «bene comune». Il coronavirus ha moltiplicato le persone che passano il tempo online in cerca di qualcosa da fare e magari vengono attirati nella rete delle teorie cospirazioniste come quella di QAnon. Per l’omicidio dell’insegnante ad Arnhem sono stati fermati sette adolescenti, soltanto uno di loro ha più di 18 anni, due sono in stato di arresto. L’avvocato di un quindicenne ha detto ai media locali che «l’idea di dare la caccia ai pedofili è nata dalla noia in questi tempi di pandemia».

    Ad Arnhem il 7 novembre gli amici, i vicini di casa e molti ex studenti di Kruitwagen si sono ritrovati in strada per una commemorazione: hanno deposto fiori e acceso candele nel luogo del pestaggio. Il sindaco Ahmed Marcouch ha parlato di «un crimine orribile». L’uomo non aveva precedenti di abusi sessuali anche se aveva accettato di avere un incontro con un minorenne il giorno in cui è morto. «Questo comportamento da vigilantes è inutile – ha spiegato ancora Dros – perché le prove che questi cittadini pensano di avere sono molto spesso insufficienti o inesatte». Secondo Arda Gerken, direttrice di un’associazione contro gli abusi sui bambini online, il rischio è che i presunti molestatori si nascondano e non possano più essere monitorati dalle autorità: «Il modo migliore per impedire a un pedofilo di commettere un crimine è tenerlo dentro i social dove può essere guardato e conosciuto».

    Ma il fenomeno non è diffuso solo in Olanda. Nel Regno Unito la polizia parla di 100 episodi a settimana connessi all’attività degli Ocaag, i gruppi online contro i molestatori molto diffusi nel Paese. Lo scorso luglio la Corte Suprema di Glasgow, in Scozia, ha respinto il ricorso di Mark Sutherland. condannato per pedofilia grazie alle prove raccolte online da Groom Resistance Scotland. Lui invocava il rispetto della privacy stabilito dell’articolo 8 della Convenzione Europea sui diritti umani. «L’interesse dei bambini ha la priorità su quelli di un molestatore» hanno stabilito i giudici all’unanimità. Quello che va evitata nel modo più assoluto è la giustizia fai da te. «Gli attivisti sono invitati a passare il materiale alla polizia non appena ne vengono a conoscenza» raccomanda la polizia scozzese.

    https://www.corriere.it/esteri/20_novembre_20/olanda-dilaga-la-caccia-pedofilo-ucciso-uomo-polizia-fermatevi-a00e0156-2b5f-11eb-9939-58d0486c3785.shtml

  • Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino, è morto d’infarto a 89 anni. Il suo caso è uno dei tanti dello scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti del quotidiano avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero. L’intera vicenda è raccontata nel film “Spotlight”, premio Oscar nel 2015. Shanley era in libertà da tre anni, dopo aver passato solo 12 anni in carcere.

    È morto d’infarto a 89 anni Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino di sei anni negli anni ’80.  Il suo caso è solo uno dei tanti che costituiscono lo scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel gennaio del 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti investigativi del quotidiano (il team Spotlight) avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero, in primis dal cardinale Bernard Francis Law. L’intera vicenda è raccontata nel film “Il caso Spotlight”, premio Oscar nel 2015.

    Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Paul Shanley era stato accusato di violenza sessuale da un giovane, oggi 27enne, che aveva raccontato gli incontri avuti da bambino con il prete. I fatti risalgono al 1983, quando Shanley era conosciuto e apprezzato per il suo ruolo di “prete di strada” che aiutava giovani delle periferie in difficoltà. Era solito chiamare la sua giovane vittima fuori dalle lezioni di catechismo per quelli che definiva “doveri speciali”.

    Alla richiesta della procura di una condanna all’ergastolo, il giudice che si occupava del processo Shanley ha replicato con una pena molto più limitata: dai 12 a 15 anni di reclusione.  L’ex sacerdote, che era stato spretato dal Vaticano nel 2004 a seguito delle accuse, è stato infine rilasciato nel 2017. La sua scarcerazione ha scatenato accese proteste da parte di alcune delle vittime coinvolte nel “caso Spotlight” e delle loro famiglie.
    La polizia di Ware, la città del Massachusetts dove Shanley aveva vissuto gli ultimi tre anni di libertà, ha confermato la sua morte.

    https://www.fanpage.it/esteri/usa-morto-il-primo-prete-pedofilo-implicato-nello-scandalo-spotlight-di-boston/

  • Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    40435 PARIGI-ADISTA. Dopo l’affare Preynat, che ha sconvolto la diocesi di Lione, un altro caso di pedofilia seriale si è aperto in Francia. La vittima che lo ha portato alla luce si chiama Christophe Renaudin, ha 54 anni, oggi fa il musicista e il clown, ed è la prima volta che si squarcia il velo di una serie di casi di pedofilia consumatisi all’interno del movimento dei Focolari in Francia. Christophe è stato abusato da un laico consacrato, e da quando ha sporto denuncia, nel 1994, altre tre persone hanno testimoniato contro l’uomo, ma almeno una trentina sono le vittime, tra ragazzi e bambini oggi in età matura, per ammissione dei Focolari stessi. Il “lupo” si chiama Jean-Michel Merlin e oggi ha 80 anni. Nel movimento dei Focolari ha passato la sua vita, dagli anni ‘60 fino al 2016, quando ne è stato cacciato. Renaudin, ascoltato all’inizio dell’anno dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa, incaricata dalla Conferenza episcopale francese, la Ciase, si sta battendo perché una commissione esterna indaghi sulla reale portata del fenomeno abusi all’interno del movimento. Nel frattempo, a occuparsi attivamente del fenomeno è il giornale francese Les Jours, (16/10) che ha persino attivato una casella mail per chiunque volesse offrire, nella massima riservatezza, la propria testimonianza (temoignage@lesjours.fr).

    L’ex ingegnere colto e magnetico

    Renaudin era un preadolescente che studiava in un collegio della Vandea quando, racconta Les Jours, alla fine degli anni ‘70 il direttore propose alla sua famiglia di portarlo agli incontri dei Focolari, attivi in Francia dagli anni ‘50 dove ora contano 2.000 membri e 15.000 simpatizzanti. Christophe e i suoi due fratelli, dunque, trascorreranno i fine settimana nella comunità focolarina, dove avviene l’incontro con Merlin, un uomo sulla quarantina, ex ingegnere brillante e colto che ha preso i voti e dirige la casa editrice del movimento, ma è anche responsabile dei giovani adulti (con una mezza dozzina dei quali convive in una comunità a Châtillon, nella regione parigina). Anche la famiglia di Renaudin, di modeste risorse, è stregata dal suo carisma e lo accoglie in casa: l’ex ingegnere insegna ai ragazzi il suo lavoro di editore, fa conoscere loro il cinema d’autore. Ma con il tempo l’entusiasmo viene meno, le frequentazioni si diradano e su Merlin, in famiglia, piomba il silenzio, finché, all’inizio degli anni ‘90, Christophe esplode. Quando aveva tra i 14 e i 16 anni, Merlin entrava nella sua camera da letto, costringendolo a baci, masturbazioni, tentativi di fellatio, per poi, alla fine, pregare per il perdono. «Non potevo chiedere aiuto – racconta Christophe nella testimonianza resa su Les Jours – perché Merlin sapeva come farlo in modo che non potessimo agire. Aveva avuto cura in anticipo di ottenere la fiducia e la simpatia delle famiglie». Anche i suoi fratelli e un amico sono sottoposti alle stesse violenze. Il giornale francese ha cercato invano di ottenere da Merlin un commento alle accuse mosse contro di lui.

    Nel 1993, a 27 anni, Renaudin chiede a Merlin un incontro, che avviene in un caffè a Parigi: l’uomo tace e chiede perdono. Non solo a lui, anche ai suoi genitori, in una lettera: «Vorrei che la pace del Natale entrasse e cambiasse ognuno dei nostri cuori», scrive. «So che il crocifisso può dare a ciascuno di noi la sua pace». Ma è poco dopo che, di fronte a un programma televisivo in cui una vittima di incesto offre la propria testimonianza e in cui si parla di termini di prescrizione, il giovane decide di sporgere denuncia per violenza sessuale e tentato stupro su un minore di età inferiore ai 15 anni, per mano di persona con autorità morale. Dal canto loro i fratelli e l’amico testimoniano sotto giuramento agli investigatori della brigata per la protezione dei minori di Parigi. Il predatore, sotto custodia, confessa i suoi atti negando però il tentativo di fellatio, considerato stupro e quindi diverso reato. La prescrizione, a quell’epoca, era tuttavia di soli tre anni, per cui il caso si conclude con un non luogo a procedere confermato in appello. La questione dello stupro viene liquidata con il fatto che l’aggressore si era fermato dopo il rifiuto del ragazzo. Tuttavia, la questione prosegue a livello civile con la condanna a un risarcimento, nel 1998, di 50mila franchi a Renaudin, pari a circa 10mila euro di oggi. Ma alla fine del procedimento, Christophe sente che c’è qualcosa di incompiuto e la lunga terapia psichiatrica per tentare di superare il trauma non riesce a rimetterlo in piedi.

    È solo nel 2015 che la vittima viene a sapere che il predatore è ancora membro dei Focolari (dai quali verrà escluso un anno dopo). Christophe va avanti. Ed è così che, il 22 ottobre scorso, sotto la pressione delle vittime, la leadership francese dei Focolari, i due co-responsabili per la Francia, Christiane-Marie Goffinet e Bernard Bréchet, dà le dimissioni, dopo aver annunciato di rivelare un bilancio provvisorio delle vittime, dopo decenni di silenzio.

    È un vero terremoto nei Focolari francesi, e non solo. In un comunicato pubblicato il 22 ottobre scorso, la presidente mondiale del movimento, Maria Voce, facendo riferimento all’inchiesta di Les Jours, esprime «Immenso dolore e incondizionata collaborazione del Movimento affinché venga fatta piena luce» e annuncia l’intenzione di istituire «un organo d’indagine indipendente dopo un incontro con alcune vittime di un ex-membro consacrato dei Focolari». «Di fronte a questo immenso dolore – afferma la presidente – siamo convinti che l’unica strada da percorrere sia quella di offrire alle vittime pieno ascolto e riconoscimento dei danni subiti. Per questo, l’organo indipendente che si sta istituendo condurrà un’indagine straordinaria raccogliendo ulteriori testimonianze e scavando sulle omissioni e le omertà. Anche il Co-presidente Jesús Morán ha stigmatizzato gli abusi compiuti dal laico consacrato, «cosi?come il silenzio o la mancata iniziativa mantenuti per anni da parte di diversi responsabili».

    Ma molti sapevano

    E fin qui tutto corretto, se non fosse che, secondo le informazioni raccolte da Les Jours, in realtà la leadership focolarina era a conoscenza delle accuse contro «Jean-Michel M». fin dalla fine degli anni ‘70, motivo per il quale la decisione di cacciarlo dal movimento 35 anni dopo non può che apparire evidentemente tardiva.

    Nel 2015, Renaudin riceve infatti la chiamata di Maxime Fouanon, 70 anni, focolarino dagli anni ‘70, il quale, venuto a conoscenza della sua storia, lo informa del fatto che il predatore continua indisturbato la sua attività in seno al movimento. Egli stesso vittima di abusi per mano di un prete, Fouanon scopre che nel movimento esiste «un’autentica omertà». «Ho cominciato a parlarne ai responsabili intorno a me», racconta a Les Jours, «ma non mi credevano».

    Le due vittime uniscono le loro forze: i dirigenti non potevano non essere al corrente, dal momento che Merlin era stato anche in custodia cautelare, durante il processo del 1994. «Posso dirvi – sostiene ora Bréchet – che i “focolarini” non hanno saputo nulla, a parte probabilmente qualcuno vicino alla gerarchia, a cui è stato chiesto di tacere»; gerarchia che non poteva non rendersi conto che non si trattava di fatti isolati dal momento che altri tre ragazzi avevano testimoniato contro il laico consacrato. Le misure contro quest’ultimo si sarebbero limitate, secondo una prassi quanto mai comune in questi casi, al suo allontanamento da incarichi che lo ponessero a contatto con minori: tutto qui.

    Renaudin e Fouanon, dunque, si rivolgono al responsabile per l’Europa occidentale, Henri- Louis Roche. Costui rivela che il consacrato pedofilo era stato oggetto di accuse da parte di quattro persone già prima del caso di Renaudin, alla fine degli anni ‘70, ma che nessuno si era sognato di denunciarlo: «Ho il massimo disgusto per gli atti di pedofilia ma non posso, per quanto riguarda fatti presunti o immaginati, in nessun caso comprovati, che lasciare Jean-Michel alla sua coscienza e ai suoi confessori», conclude Roche nella sua risposta alle due vittime. Le quali, a quel punto, consapevoli del muro di omertà, informano l’allora responsabile del Consiglio episcopale per i movimenti e le associazioni, mons. Michel Pansard, vescovo di Évry-Corbeil-Essonnes, l’unico che li ascolta e agisce. Interessa il Vaticano, il Pontificio Consiglio per i laici, che nel 2016 esige dalla cupola focolarina che il predatore venga allontanato dal movimento.

    Le solite giustificazioni all’omertà

    Dopo decenni di immobilismo e segretezza, durante i quali Jean-Michel Merlin ha goduto della protezione della gerarchia focolarina – forse anche di quella della fondatrice e prima presidente Chiara Lubich – il movimento si è insomma adattato alla tolleranza zero richiesta da papa Francesco, ma l’atteggiamento imperante è quello di ricondurre l’omertà e la copertura al clima e al contesto dell’epoca, in cui, come afferma Bréchet, «non si era coscienti della pericolosità di questi atti». Ma il silenzio è durato fino a molti anni dopo, quando ormai quella consapevolezza era più che consolidata: «Lo riconosco», ammette l’ex responsabile territoriale; «Col senno di poi, ci si rende conto che non siamo stati all’altezza. Dobbiamo umilmente riconoscere che abbiamo fallito nella nostra missione educativa. C’è la constatazione dolorosa di un nostro fallimento».

    Totale libertà di movimento

    Fallimento che, osserva Les Jours, è tanto più gigantesco se si pensa che nemmeno la misura minimale dell’allontanamento del predatore seriale dai giovani fu realizzata: Jean- Michel Merlin continuò a viaggiare per il mondo per conto del movimento, indisturbato, soprattutto all’inizio degli anni 2000, senza essere monitorato da nessuno. Senza dire che, tra il 1998 e il 2016, sono arrivate altre accuse contro di lui. Nel 2015, le due vittime hanno incontrato Bréchet, Roche e lo stesso Jean-Michel Merlin, il quale ha confessato l’esistenza di altre vittime: «Ha detto che ce n’erano otto – ricorda Renaudin – ma si aveva l’impressione che avesse tirato un numero a caso, che avrebbe potuto dirne un altro». Comunque, dopo l’espulsione del 2016, lentamente la cappa di silenzio pare creparsi lentamente: il numero delle vittime note sale, e nel novembre 2019 la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa ne cita 25, ma anche in quel caso nessuna iniziativa viene intrapresa, accusa Renaudin, per identificarle tutte. Fino allo scorso 25 settembre, quando i Focolarini, in una mail inviata a centinaia di membri, citano le molteplici accuse contro l’abusatore: siamo arrivati a una trentina. È solo la punta dell’iceberg, secondo la responsabile della Commissione ad hoc del movimento nata nel 2012, Marie-Anne Guillet. Ed è da capire quanti dei casi siano ormai caduti in prescrizione; forse tutti tranne uno, quello di un trentenne che però, al momento, non intende sporgere denuncia. Domani, chissà. Certo è che nel 2017 la Procura della Repubblica, a cui si sono rivolti Renaudin e Fouanon, non era ancora stata interessata dal movimento. Ora si attende la creazione della Commissione indipendente, lontana dalle logiche e dai condizionamenti del movimento.

    Nel frattempo, la leadership cerca di correre ai ripari. In una lettera ai membri del movimento datata 25 settembre – indirizzata solo agli abbonati al Servizio di Informazione dei Focolarini francesi e in un secondo tempo fatta girare nel web – e firmata da Bréchet e da Christiane-Marie Goffinet, viene data notizia di un incontro svoltosi pochi giorni prima a cui hanno partecipato tre vittime di Merlin, tre accompagnatori e, per l’appunto, la leadership territoriale focolarina, oltre al co-presidente Jesús Morán. Nella lettera si fa il punto sulla situazione, e si dà il nome completo di Merlin (che invece non compariva integralmente né sull’inchiesta di Les Jours né nel comunicato ufficiale dei focolarini del 22 ottobre), citando la sua condanna e la sua esclusione dal Movimento; quantificando il numero delle vittime; ammettendo che non vi è certezza sul fatto che non ve ne siano altre e sollecitando a testimoniare, anche in forma anonima, alla CIASE o all’AVREF (Associazione di aiuto alle vittime delle derive dei movimenti religiosi in Europa e alle loro famiglie), e fornendo tutte le coordinate perché chi sia stato in contatto con Merlin possa collaborare. Si chiede dunque ai membri di diffondere il più possibile il contenuto della lettera per collaborare alla ricerca di altri eventuali casi: «È un passo che desideriamo fare e che le vittime attendono e richiedono».

    https://www.adista.it/articolo/64395

  • Roma – abusi in parrocchia su 4 bambine, accusato il fratello del parroco

    Roma – abusi in parrocchia su 4 bambine, accusato il fratello del parroco

    Ha abusato di 4 bambine in parrocchia. Di questo è certa la procura di Roma, pronta a chiudere le indagini nei confronti del fratello di un sacerdote con una pesante accusa di atti sessuali con minorenni. Le piccole vittime sono state ascoltate e la versione sembra chiara, coerente e credibile.

    L’uomo era un factotum a cui il prete affidava una serie di compiti, compreso quello di monitorare alcuni incontri con i piccoli. Una sorta di educatore insomma. I bambini partecipanti avevano tutti intorno agli 11 anni e si ritrovavano nella chiesa di Sant’Agostino Vescovo nel X Municipio. Questo fino al luglio del 2019. Ad accorgersi che qualche cosa non andava è stato il padre di una bambina. Il campanello di allarme è stato un cambiamento di umore della figlia. Prima estroversa, vivace e all’improvviso chiusa in se stessa. Inoltre la piccola andava con piacere agli incontri organizzati con i coetanei in parrocchia, salvo poi senza una ragionevole motivazione cambiare idea e non volerci più andare.

    Roma, abusi in parrocchia su 4 bambine: accusato il fratello del parroco

  • Caserta, abusò di parrocchiana 13enne: sacerdote condannato a 9 anni

    Caserta, abusò di parrocchiana 13enne: sacerdote condannato a 9 anni

    Condanna a nove anni per don Michele Mottola, il sacerdote napoletano arrestato per abusi sessuali su una bambina di tredici anni a Trentola Ducenta, nel casertano. La sentenza, emessa quest’oggi dal tribunale di Napoli Nord, gip Vera Iaselli, accoglie in toto il complesso quadro accusatorio messo insieme dalla procura diretta da Francesco Greco. Il verdetto è frutto della denuncia della vittima che, in un primo momento, non fu creduta neanche dai familiari.

    Successivamente, la bimba registrò di nascosto gli incontri col prete con un telefonino. Mottola confessò poi dinanzi al vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. La Diocesi provvide ad informare la Procura di quanto accaduto. Di qui l’indagine lampo sfociata nella condanna di oggi. La richiesta del pm, Paolo Martinelli, era stata di  9 anni e 6 mesi. Il tribunale ha anche riconosciuto alla parte lesa un risarcimento danni a carico dell’imputato.

    https://www.ilmattino.it/caserta/prete_pedofilo_caserta_trentola_ducento_13enne_sacerdote_condannato_a_9_anni-5482831.html

  • Cassazione: «Mandare foto hard a minorenni su Whatsapp è violenza sessuale»

    Cassazione: «Mandare foto hard a minorenni su Whatsapp è violenza sessuale»

    Inviare foto hard ad un minore è violenza sessuale. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione respingendo il ricorso degli avocati di un uomo indagato per avere inviato messaggi e foto esplicite ad una ragazza minorenne invitandola a fare altrettanto sotto la minaccia di divulgare in pubblico le chat. Nel ricorso la difesa del 32enne aveva precisato che «in assenza di incontri con la persona offesa o di induzione a pratiche sessuali» di fatto sarebbe difettato «l’atto sessuale» e dunque la relativa accusa di violenza sessuale.

    Inizialmente il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato la custodia cautelare in carcere disposta dal gip, ma la difesa del ragazzo aveva fatto ricorso in Cassazione. La loro tesi verteva sulla non contestabilità del reato di violenza sessuale: il difensore sosteneva infatti che non essendo avvenuto alcun incontro tra i due, mancava il vero e proprio atto sessuale.

     Secondo la difesa, «la condotta tenuta dall’indagato non ha intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi».

    Il Tribunale del Riesame però aveva già sottolineato -osserva la Cassazione- che «la violenza sessuale risultava ben integrata , pur in assenza di contatto fisico, quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare il proprio istinto sessuale». Inoltre, spiegano gli Ermellini, il Riesame «ha ravvisato i gravi indizi di colpevolezza del reato contestato nell’induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico le chat». Il tribunale del Riesame di Milano infatti aveva confermato la custodia in carcere disposta dal gip per l’indagato, e la difesa, quindi, si era rivolta alla Cassazione sostenendo che, in assenza dell’atto sessuale, non fosse contestabile il reato di violenza sessuale. Per gli avvocati era da escludersi anche il ‘child grooming’, ovvero l’adescamento di un minore via web attraverso una sorta di circonvenzione per vincere resistenze psicologiche. Motivazioni quelle della difesa respinte dalla Cassazione che ha ritenuto la decisione del Riesame «solida e ben motivata». Gli Ermellini hanno anche ritenuto giusta la custodia in carcere dell’indagato – ora ai domiciliari – perchè recidivo avendo adottato stessi atteggiamenti con altre minori («dimostrando di non sapere controllare le proprie pulsioni») e perchè «lavorando all’estero non sarebbe rientrato per consegnarsi alle forze dell’ordine.

    https://www.ilmessaggero.it/italia/whatsapp_sentenza_cassazione_mandare_foto_hot_minorenni_chat_violenza_sessuale_ultime_notizie-5450347.html?fbclid=IwAR3fHnNfUb_KqFs2Pyq1TAsRJSRs6e42tQOEWKoEVqfGzmV64TFnC52s3do

  • Abusi, nuove accuse contro l’ex cardinale McCarrick. La Santa Sede lavora al report sul caso

    Abusi, nuove accuse contro l’ex cardinale McCarrick. La Santa Sede lavora al report sul caso

    Un uomo anonimo accusa l’ex arcivescovo di Washington, spretato dal Papa per abusi, di averlo molestato da minorenne nella casa al mare in New Jersey

    CITTÀ DEL VATICANO. Anziano, sporporato e poi spretato, ritirato a vita privata in un monastero nel Kansas, su Theodore McCarrick, l’ex arcivescovo di Washington, piovono dagli Usa nuove accuse di abusi sessuali a danno di giovani uomini. Nel New Jersey un uomo dalle generalità anonime ha citato McCarrick e altri cinque ecclesiastici in una causa per violenze subite da lui e altri ragazzi quando erano poco più che quattordicenni, durante appuntamenti nella casa al mare di Sea Grit, nel New Jersey, nei primi anni Ottanta (1982-83).

    Di questi incontri in cui sembra che l’allora arcivescovo si facesse accompagnare da giovani e seminaristi per poi molestarli, si era parlato già due anni fa, nel 2018, allo scoppio dello scandalo McCarrick che, insieme al Report Pennysilvania, ha rotto ogni equilibrio nella Chiesa statunitense. Anzi, già dai tempi del New Jersey circolavano voci di atteggiamenti poco convenienti del prelato nei confronti di ragazzi più giovani durante le gite al mare, ma presto furono bollate come chiacchiere.

    Ora, mentre McCarrick con i suoi 90 anni e una salute cagionevole vive gli ultimi suoi anni, vengono riproposte come nuove rivelazioni da uno degli avvocati dell’anonimo querelante. Si chiama Jeff Anderson ed ha organizzato una conferenza stampa su Zoom per illustrare questa causa che rivelerebbe «un’ampia e brillante attenzione su cinquant’anni di criminale predazione sessuale da parte del cardinale Theodore McCarrick», «celata dal potere papale».

    Nelle trenta pagine consegnate alla Corte Superiore del New Jersey, sono riportati diversi dettagli delle violenze avvenute alla dimora al Sea Girt, definita un «sex ring». Sono nominate anche le ex diocesi di McCarrick di Metuchen e Newark, così come le parrocchie e le scuole in cui operavano i sacerdoti che avrebbero abusato del ragazzo. Si tratta di padre Anthony Nardino, fratel Andrew Thomas Hewitt, padre Gerald Ruane, padre Michael Walters e padre John Laferrera. Il nome di questi ultimi tre era già inserito in una lista di «sex offenders» dell’Arcidiocesi di Newark, dopo accuse ritenute «credibili» da parte di diverse vittime. Walters e Laferrera sono stati rimossi dal ministero, Ruane è morto nel 2016.

    Da quanto riferito da media statunitensi, sembra che la vittima – citata come Doe 14 – sia stata presentata a McCarrick da fratel Hewitt, preside della Essex Catholic Boys’ School, per risolvere una questione di tasse scolastiche che il ragazzo non riusciva a sostenere. McCarrick, allora vescovo di Metuchen, gli avrebbe chiesto di accompagnarlo in un weekend fuori porta al mare.

    Lì, secondo quanto ha riferito l’avvocato Jeff Anderson, il giovane avrebbe trovato un «gruppo di seminaristi e altri sacerdoti» che obbediva al vescovo, il quale organizzava le sistemazioni nelle camere da letto e sceglieva tra ragazzi, preti e seminaristi chi avrebbe dovuto dormire con lui. Una volta è toccato anche a Doe 14. «Di notte, con l’aiuto di altri, McCarrick si infilava nel letto di questo ragazzo e lo aggrediva sessualmente, sussurrandogli: “Va tutto bene”», ha dichiarato il legale in conferenza stampa.

    Nella causa si sostiene che McCarrick, dal 1970 al 1990, avrebbe abusato di almeno sette minorenni. È a motivo di queste azioni criminose che Papa Francesco, una volta comprovate le accuse, ha prima rimosso McCarrick dal Collegio cardinalizio nel luglio 2018 per poi dimetterlo dallo stato clericale nel febbraio 2019, imponendogli una vita in solitudine e preghiera che attualmente l’ex porporato conduce nel convento di St. Fidelis Friary a Victoria, in Kansas.

    La vicenda McCarrick era stata al centro del memorandum del luglio 2018 dell’ex nunzio negli Usa, Carlo Maria Viganò, il quale, in un’operazione preparata a tavolino insieme a correnti conservatrici italiane e statunitensi da sempre in opposizione al pontificato di Francesco, ha usato lo scandalo del cardinale di Washington come un grimaldello per accusare il Papa regnante di mala gestione dei casi di abusi e chiederne le dimissioni.

    Sempre sulla vicenda McCarrick dovrebbe essere pubblicata nei prossimi mesi una lunga e dettagliata indagine della Segreteria di Stato. Si tratta dell’inchiesta, stilata sulla base di documentazione e testimonianze interne, che il Papa stesso aveva promesso di rendere pubblica. Annunciato nel 2018 il dossier ha subito finora vari rimandi nella pubblicazione.

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Sabato 8 gennaio 1927
    Nasce il marchese Camillo Casati Stampa
    • Nasce a Roma il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Figlio di secondo letto di Camillo e Anna Ewing Cockrell, americana e figlia di senatore. Il padre, separato da Luisa Casati, (la marchesa che fu amante di D’Annunzio, anche nota per l’abitudine di andare in giro con ghepardi al guinzaglio e pitoni vivi al collo) lo riconosce ma presto se ne disinteressa. Non gli starà mai vicino.
    • Da bambino Camillo detto Camillino, molto viziato e solito ad eccessi improvvisi di collera, durante i ricevimenti organizzati dalla madre per raccogliere fondi di beneficenza, appena può mette le mani nel piatto dei soldi per ficcarseli in tasca o si intrufola sotto i tavoli per alzare le gonne alle signore e pizzicare le gambe ai loro mariti. Da ragazzo prende a calci i camerieri che non fanno ciò che lui comanda: una volta le dà di santa ragione a un poveraccio che lo sveglia troppo presto (la servitù ne trae una poesiola: «È accaduto un bel mattino, che il marchese di Soncino dà la sveglia in senso lato a qualcun che lo ha svegliato»). La madre, dalle idee moderne, convinta che i figli per non diventare rammolliti debbano crescere da soli, prima lo affida al personale addetto alla sua educazione e poi lo manda a studiare in un collegio in Svizzera.
    • Si appassiona ben presto alla caccia («Quando vedo una possibile preda volante, camminante, saltellante o strisciante difficilmente mi trattengo da spararle. So di essere facile alle collere e penso che uccidere gli animali rappresenti un buon canale di sfogo per me»), all’ornitologia («Più di tutti mi piacciono i falchi pellegrini. Passo le ore ha guardarne il volo e le picchiate velocissime in verticale quando avvistano una preda. Mi piacciono perché sono grandi cacciatori come me»), all’enigmistica e alle corse dei cavalli.

    Martedì 19 marzo 1929
    Nasce Anna Fallarino
    • Nasce ad Amorosi (Benevento) Anna Fallarino, figlia di Ernesto, impiegato alle poste, e di Amelia, casalinga con diploma da maestra, di origini calabresi e famiglia benestante. Quando Anna ha tre anni la madre scappa con un amante, abbandonando il tetto coniugale. Anna viene affidata ad una zia paterna che ha già due bambine mentre Velia, la sorella più piccola, va a stare da altri parenti.

    Martedì 19 marzo 1929
    L’infanzia di Anna Fallarino
    • L’infanzia di Anna non è felice. A scuola va male e cresce circondata dall’invidia delle cugine («Mi snobbavano, non mi facevano giocare con loro e la mattina prima di andare a scuola dovevo rassettare la casa») e di una sorellastra che la madre ha avuto da un amante napoletano. Nonostante ciò in paese è considerata una ragazza di buona famiglia, bella ed educata. Il suo solo difetto sembra essere il timbro di voce, molto alto (quando è eccitata o agitata non riesce a regolarlo).

    1943
    I primi amori di Anna Fallarino
    • A quattordici anni il primo fidanzatino («solo abbracci e baci umidicci e salivosi»), a sedici il secondo («Il mio corpo cominciò a svegliarsi, sentivo qualcosa di speciale nel cuore, nella testa e in quel posticino basso. E mentre pensavo a qualche giovane che mi andava a sangue mi accorsi che se mi sfioravo lì mi deliziava»). Poi ci fu Marcello, un muratore di vent’anni («Mi faceva impazzire, mi sbatteva contro la porta e me lo infilava tra le cosce. Il mascalzoncello ci ha provato a metterlo dentro ma non ci è mai riuscito»).

    1946
    Anna si trasferisce a Roma
    • Anna Fallarino decide di interrompere gli studi e di lasciare casa della zia. Si trasferisce a Roma in via Milano 43 interno 5, a casa dello zio Mario, sottufficiale di Polizia. Per non pesare sul bilancio familiare si mette a fare la commessa in un negozio d’abbigliamento. Trasforma gli straccetti usati dalle amiche in vestitini e si disegna a penna sulle gambe la riga posteriore delle calze per fingere di indossarle. Così riesce a farsi notare e inizia a fare la modella prima per le Sorelle Fontana, poi per altre case di moda. In più, tenta di fare la comparsa a Cinecittà. Sogna di diventare famosa e ricca.
    • Anna, pelle olivastra, compatta, liscia e levigata, spalle diritte, fronte spaziosa, sopracciglia arcuate, ciglia finte, zigomi pronunciati, naso dritto, capelli castani lunghi e folti, bocca grande, labbra piene, denti bianchissimi, seno abbondante, glutei tondi, alti e sodi, attira gli sguardi ammirati e vogliosi degli uomini senza fare nulla.

    1946
    Storielle romane
    • Appena arrivata a Roma conosce il vicino Remo Lorenzoni, garzone nella macelleria del padre (in via del Lavatore, vicino alla fontana di Trevi) che abita all’interno 4 di via Milano: «Voleva fare sul serio, ma non era cosa. Primo la sua famiglia non mi aveva presa in simpatia poi io aspiravo ad un uomo più colto, più raffinato e di un altro livello di classe sociale». L’innocenza la perde con un «pancione fedifrago» che le ha promesso film con Marlon Brando e sfilate di Cardin: «Con lui e poi con altri che non mi aggradavano chiudevo forte gli occhi e fingevo di essere un’altra».

    1949
    Camillo Casati sposa Letizia Izzo
    • Il marchese Camillo Casati sposa Letizia Izzo, ex ballerina di avanspettacolo, più nota con il nome di Lydia Holt. Abitano a palazzo Barberini a Roma.
    • Anna Fallarino fa la comparsa nel film Totò Tarzan, la particina gliela procura un amico fonico di Cinecittà. Indossa una ghirlanda di fiori tra i capelli e un reggiseno troppo largo con un grappoletto di quattro banane attaccato alla sommità della coppa destra. Totò: «Come ti chiami?». Lei: «Ranocchia». E lui: «Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino». La carriera cinematografica di Anna Fallarino finisce qui.
    • Alla festa di un’amica a Roma, Anna conosce Peppino Drommi, padrone di una piccola industria alimentare. Si innamorano. Lui, un giovane bruno, alto ed elegante, subito la riempie di regali tra cui un anello di brillanti, la presenta in famiglia e chiede al padre di lei il permesso per il fidanzamento ufficiale. Facoltoso, mondano, stimato nella Roma che conta, porta Anna alle feste più belle.

    1950
    Le nozze di Anna Fallarinoo e Peppino Drommi
    • Anna Fallarino e Peppino Drommi si sposano. L’amore l’hanno fatto già prima del matrimonio: «Ero innamorata. Una sera, da fidanzati, venne a cena da me, poi ci stendemmo sul divano e lui baciandomi con la bocca che sapeva di fragola mi tolse camicetta, reggiseno, gonna e mutandine». Poi la gran delusione: Peppino soffriva di eiaculazione precoce. «Rimasi come una scema (…) e capii che avevo bisogno di essere appagata dal sesso. Peppino, in ogni caso, non era un egoista, provava a resistere più che poteva e se non ce la faceva mi soddisfaceva in altri modi. Si dava un gran da fare»

    Martedì 22 maggio 1951
    Nasce Annamaria Casati
    • Nasce a Roma Annamaria, figlia di Camillo Casati Stampa di Soncino e Letizia Izzo.

    1955
    Camillo Casati incontra Anna Fallarino
    • Peppino, caro amico di Camillo Casati Stampa, viene invitato a palazzo Barberini. Peppino porta la moglie. Il marchese se ne innamora.

    Sabato 4 giugno 1955
    Villa San Martino, Arcore
    • Muore lo zio di Camillo, Alessandro Casati Stampa: «Lo zio, al quale devo la maggior parte delle mie ricchezze, m’ha lasciato ogni suo bene perché l’ho convinto che credevo nella religione e nella libertà del suo amico Benedetto Croce». Tra i suoi beni lo zio gli ha lasciato Villa San Martino ad Arcore. Costruita nel XVI secolo, fino al Quattrocento era un monastero che accoglieva le suore benedettine. Nel Settecento il conte Giulini la fece ristrutturare per farne una residenza che divenne dei Casati a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta con Camillo Casati nell’Ottocento, per passare poi alla fine di quel secolo al ramo Casati Stampa di Soncino.

    1958
    Le avances di Porfirio Rubirosa
    • In un viaggio in Costa Azzurra, dopo aver mangiato ostriche e bevuto Kyr Royale, Peppino Drommi e Camillino Casati decidono di andare al Pirata di Cap Martin con le rispettive mogli. Lì incontrano Porfirio Rubirosa che cinge la spalla di Anna con il suo braccio e, noncurante delle occhiatacce lanciate dalla moglie Odile, dal marito di lei Peppino (noto per le sue scenate di gelosia) e da Camillino, le sfiora ripetutamente il seno con la mano. Racconta Anna: «Peppino, fuori dai gangheri, prima gli chiede educatamente di togliere la mano dalla mia spalla, poi, dato che il figuro non gli dava retta, gli dà una violenta spintonata e incominciano a picchiarsi». A dar man forte a Peppino ci pensa Camillo. «Tavoli, sedie all’aria, bicchieri, piatti e bottiglie rotte. Tutta quella gazzara per me!». Quella stessa sera stringe amicizia con Letizia Izzo, la moglie del marchese.
    La corte di Camillo Casati ad Anna Fallarino
    • Camillo inizia a fare la corte ad Anna, lei ne è lusingata ma finge indifferenza («Non volevo essere un’amante qualunque»). Letizia se ne accorge e chiude ogni rapporto con lei.

    1958
    La festa galeotta
    • Una sera durante una festa Peppino alza il gomito e dopo una scenata di gelosia se ne va lasciando Anna sola. Camillo la conforta, la stringe a se mentre ballano Unforgettable («significa indimenticabile, come tu sei stata per me da quando ti ho vista la prima volta»). Letizia, seduta in disparte, li guarda con le lacrime agli occhi. Finita la festa Camillo mette su un taxi la moglie e le dice che fra loro è finita.

    La prima notte di Camillino e Anna
    • Anna e Camillino trascorrono la notte in un albergo di lusso. Fanno l’amore e poi ordinano champagne. Poi fanno l’amore di nuovo, questa volta davanti al cameriere del room service: «Camillo ha preteso che rimanesse in piedi davanti a noi col tovagliolo sul braccio in attesa dell’ordine di stappare la bottiglia. Poi lo ha toccato sulla patta per sentire l’effetto che gli avevamo fatto. Dopo averlo invitato a bere un calice gli ha dato una mancia spropositata. Ci siamo posseduti selvaggiamente e ripetutamente per tutta la notte. La mattina dopo io con la lingua escoriata e il basso ventre bruciante sono tornata a casa mia. Era deserta. Sul comodino un biglietto di Peppino: si dichiarava pronto a concedermi la separazione e a mantenermi per un certo periodo purché me ne andassi al più presto». Prende poche cose e si trasferisce da un’amica.

    La convivenza di Camillo e Anna
    • Qualche settimana dopo Anna va a vivere con Camillo a palazzo Barberini. Nell’appartamento affianco vive la madre («Mi pare che tu sia la donna adatta ad un uomo come mio figlio, vedo che hai classe e so che ti farai, sono sicura che l’incontentabile e pretenzioso Camillo con te smetterà di cercare… come dicono i romani? Maria per Roma»). Camillo ha già avviato la separazione da Letizia (le passerà seicento milioni di liquidazione, una casa di tredici stanze, alimenti per Annamaria, una rendita e una casa per la sorella.

    Martedì 27 gennaio 1959
    Un divorzio costato un miliardo
    • Dopo aver sborsato più di un miliardo di lire in bustarelle per vescovi, cardinali e alti prelati del Vaticano, Camillo ottiene l’annullamento dalla Sacra Rota del suo matrimonio con Letizia Izzo.

    Venerdì 24 aprile 1959
    La Sacra Rota annulla il matrimonio di Anna e Peppino
    • Anche Anna Fallarino si separa ufficialmente da Peppino Drommi con l’annullamento dalla Sacra Rota.

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna e Camillo si sposano in chiesa
    • Dopo essersi già sposati in Svizzera (1959) e col rito civile (nel 1960), Anna Fallarino e il marchese Camillo Casati Stampa si uniscono in chiesa: «Ci tenevo tanto al matrimonio religioso per stare in pace con Gesù e con la Madonna, sai io sono tanto devota alla Madonnina di Pompei».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna Casati: «Quando uno ama tutto è lecito»
    • Anna Fallarino in Casati Stampa di Soncino vive ora nel lusso più sfrenato. Quasi ogni ora della giornata richiede un abito particolare, dalla vestaglia di seta alla mise cucita su misura per la serata. I coniugi frequentano i Ruspoli, i Torlonia, gli Odescalchi, i Lancillotti. Hanno diverse case (un attico in via Puccini a Roma, palazzo Soncino a Milano e altri beni a Cinisello Balsamo, Usmate, Muggiò, Nova Milanese, Trezzano sul naviglio, Gaggiano, Bareggio), un castello a Cusago, la settecentesca villa di Arcore (3.700 metri quadri con una pinacoteca che annovera quadri di Tintoretto e del Tiepolo e una biblioteca di oltre diecimila volumi), una scuderia a Tor di Valle (per lui che ama i cavalli e le corse), barche. D’estate si spostano dall’isola di Zannone a L’île du Levant (nota spiaggia nudista) con puntatine in Corsica o a Porto Rotondo per far da anfitrioni a Aga Khan o a Donà delle Rose. Lei cede a tutte le fantasie sessuali del marito: «Quando uno ama tutto è lecito e diventa più gradevole».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    «All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore»
    • La marchesa a proposito del marito: «Non so come fa a non stancarsi, vorrebbe che io facessi continuamente l’amore e non solo con lui, anzi quasi mai con lui! All’inizio quando mi parlava di certe libertà sessuali e di rapporti promiscui, credevo che lo facesse per eccitarsi o per incuriosirmi. All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore. Peccato che è durato poco».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    I marchesi abitano al 9 di via Puccini
    • L’appartamento dei marchesi, affacciato su villa Borghese, occupa il terzo e il quarto piano della palazzina. Al terzo piano ci sono l’ingresso, le camere da letto dei marchesi, i bagni, una sala da gioco, un salotto soggiorno e una camera degli ospiti. Al quarto gli alloggi della servitù, la sala da pranzo, il salone per gli ospiti, meglio conosciuto come il salone degli uccelli per via dei trecento volatili impagliati (tra i quali anche dei fenicotteri) e della rastrelliera di fucili.

    agosto 1961
    Maria Teresa, la cugina quindicenne, confidente della marchesa
    • Nell’estate del 1961 Maria Teresa Fiumanò, cugina quindicenne di secondo grado di Anna, trascorre l’estate in compagnia dei marchesi. Il padre, Ninì Fiumanò, è un funzionario di polizia postale ed è molto legato ad Anna e Camillo. Non potendo confidare al cugino i suoi segreti Anna decide di sfogarsi con la figlia quindicenne di lui e le racconta tutta la sua vita dai primi baci salivosi con i ragazzi di scuola ai gusti sessuali o alle doti del marchese: «A parte i Santi in paradiso non ho che te con cui sfogarmi. Ma so che terrai tutto per te. Sei molto matura».

    agosto 1961
    La regia dei festini
    • Sull’isola di Zannone il marchese oltre ad andare a caccia è solito organizzare festini proibiti. «Grovigli di corpi nudi sdraiati sugli scogli si contorcevano in pose plurime davanti all’obiettivo del marchese, che, con l’appendice svettante verso l’alto, fotografa da tutte le angolazioni i copulanti e impartisce loro istruzioni precise sul da farsi come un regista» (Maria Teresa Fiumanò, che appostata dietro uno scoglio, ha visto tutto). La protagonista assoluta naturalmente è Anna che si dà a tutti i convenuti eseguendo accuratamente ogni ordine del marito, ansimando e muovendosi a comando. Spesso lui le promette: «Se sarai brava dopo ti possiederò io e vedrai come godremo».

    agosto 1961
    Anna Casati non riesce ad avere figli
    • Anna rimane incinta ma dopo soli due mesi abortisce spontaneamente. I due ci provano e ci riprovano. Lei si sottopone a molte cure: interi mesi di riposo, consulti all’estero, farmaci. Ma ogni gravidanza non dura più di due mesi («Ci provavo io a trattenerlo in grembo ma è inutile quando sento qualche crampetto comincio a perdere sangue e so che è la fine di un’altra mia speranza»). Ai nomi ci pensava sempre: se fosse stato un maschio lo avrebbe chiamato come gli antenati di Camill Gabrio, Eriberto («che fa tanto fine») o anche Cristiano («ma mi fa pensare a un guerriero martire»). Per un femmina aveva scelto: Giada, Verde o Selvaggia.
    • La figlia di Camillo, Annamaria, è una bambina viziata, appassionata di caccia, che vive con la madre (fino alla morte di Letizia per cancro). Molto legata al padre, con Anna è un po’ dura ma più cresce più i rapporti migliorano.

    1965
    Camillo paga gli uomini per far sesso con la moglie
    • Sulla spiaggia di Coccia di Morto o su quella di Ostia il marchese seleziona alcuni passanti, preferibilmente avieri, burini o soldatini con bei corpi muscolosi e gli dà dalle trenta alle cinquantamila lire per possedere la moglie, a cielo aperto o nella loro cabina al Gambrinus, mentre lui fotografa e gode della gioia di lei.
    • Dal diario del marchese: «Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l’amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anche io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena». «Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. È stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire». «Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalle pelle con la lingua».
    • Anna Fallarino alla cugina Maria Teresa Fiumanò: «Per amor di mio marito ho imparato ad andare a cavallo, camminare tra i boschi e nelle riserve di caccia, ma quando si tratta di sparare a povere creaturelle innocenti sparo in aria o sui tronchi d’albero, faccio finta di essere incapace di tenere in mano un fucile e sparo in aria».

    maggio 1967
    L’iniziazione della marchesina
    • Il marchese Camillo e la moglie Anna chiedono a Maria Teresa di accompagnare Annamaria a Madrid: la giovane si è innamorata e il padre vuole a tutti i costi che la figlia abbia la sua iniziazione amorosa, però ha timore a mandarla da sola. In Spagna non si vedono quasi mai, una va per musei l’altra segue la movida, tuttavia raggiungono un’ottima intesa.

    1968
    L’altra Anna
    • Camillo conosce un’attricetta olandese, una certa Isolde, che somiglia molto alla moglie. Le fa tingere i capelli, le fa modificare il viso con una plastica facciale: la rende un clone della marchesa. Ogni tanto vuole avere due Anne con cui sollazzarsi.

    gennaio 1970
    L’incontro con Massimo Minorenti
    • Durante una festa di beneficenza nei primi giorni del nuovo anno, la marchesa conosce un Massimo Minorenti, 25 anni, giovane, bello e squattrinato. Subito lo presenta al marito ed iniziano un ménage à trois. Massimo Minorenti, studente di Scienze politiche fuori corso (non ha mai dato un esame), è figlio di un funzionario in pensione della Gescal (Istituto per le case dei lavoratori). Pariolino, fascista, ha un fisico atletico, capelli biondi spioventi che gli incorniciano il volto (Camillino lo chiama: «Il capellone»). Trascorre le sue giornate a oziare e le notti da un night all’altro, da un flirt all’atro (tra i suoi amori annovera la soubrette Lola Falana), gli piace l’azzardo («Sono nato per vincere»). Ha una fidanzata jugoslava, Zorika Milosevic, 30 anni, anche lei senza troppi quattrini che però vive in un elegante superattico tra il Flaminio e Ponte Milvio (è assai nota nei locali notturni di via Veneto).

    febbraio 1970
    L’amore clandestino di Anna Casati e Massimo Minorenti
    • Anna e Massimo ogni tanto s’incontrano di nascosto dal marchese in un albergo (in viale Liegi) o in casa di un amico di lui. Lei cerca l’intimità di un rapporto a due, lui la corteggia, le manda dei fiori, le regala il disco di Modugno La lontananza così che quando non si vedono lei possa pensarlo ma soprattutto vuole i soldi. Lei apprezza la dolcezza e l’ironia di questo ragazzino che definisce lei stessa: «spassoso». Certo gli dà dei soldi e altri glieli dà Camillo per le sue prestazioni sessuali ma con lui Anna torna ragazzina.

    febbraio 1970
    Anna Casati Stampa, pioniera della chirurgia plastica
    • In una clinica romana Anna Casati Stampa, 40 anni, si sottopone, per volere di Camillo, ad una mastoplastica e a una addominoplastica riduttiva. L’inserimento delle protesi al silicone riesce perfettamente mentre per la seconda rimane, molto visibile, la cicatrice.

    Sabato 28 marzo 1970
    Anna Casati: «La mia vita è un inferno»
    • Anna fa la sua convalescenza a Zannone. Si annoia e scrive a Massimo: «Sono molto triste. Di solito amo quest’isola, ma quest’anno la odio. Il peggio è che non posso farci nulla, mi auguro con il tempo di calmarmi, ma per ora la mia vita è un inferno. Penso che un tuo scritto mi renderebbe felice. Se puoi scrivi la busta a macchina e come mittente metti Sartoria Botti, Corso Italia 21, Roma. Ora debbo lasciarti. Camillo sta rientrando. Ti abbraccio forte. La tua Anna».

    giugno 1970
    Anna Casati: «Camillo vuole troppo. Mi sento una mignotta»
    • Anna si riprende finalmente dall’operazione anche se è molto turbata dalla cicatrice sul basso ventre che è rimasta visibile. Se non migliorerà fra un anno il chirurgo ci rimetterà le mani. Riprende a frequentare Massimo, Camillo si ingelosisce anche perché Anna cerca da tempo di fargli capire che di questa vita non ne può più. Lei scrive in una lettera: «Prima il nostro era un allegro e singolare passatempo che lui proponeva al quale io dovevo partecipare e capitava ogni tanto. Ora, invece, lo devo accontentare due o tre volte la settimana. (…) Mi pare di essere diventata la peggio delle mignotte. (…) Mi fa passare le pene dell’inferno ma io lo amo ancora».

    giugno 1970
    La lettera di Camillo per il cugino Ninì
    • Camillo scrive una lettera a Ninì Fiumanò, cugino di Anna, nella quale lo prega di parlare con lei. Lo informa che «la bella Anna ha perso la tresibonda per il giovane Massimo», lo prega di farla ragionare quanto prima e lo invita a controllare la fedina penale del ragazzo.

    Martedì 7 luglio 1970
    Camillo Casati: «La più grande delusione della mia vita»
    • Camillino sente che Anna si sta allontanando sempre di più. Si isola. È scorbutica e si ribella ai suoi voleri. Il 7 luglio annota sul suo diario: «La più grande delusione della mia vita. Vorrei essere morto e sepolto, che schifo, piccineria, voltastomaco, quello che mi ha fatto Anna. Pensavo che fossimo l’unica coppia legata veramente, e invece…».

    agosto 1970
    Massimo Minorenti, l’ometto mancato
    • Sull’isola di Zannone ricominciano i festini estivi, tra gli invitati anche Massimo. Durante un’orgia Camillino lo tratta malamente: «Massimo, ma come ti muovi. Balordo. Non ti attizza mia moglie? Eppure ti piace quando nessuno vi guarda. Ometto mancato. Ora ti faccio vedere io come si fa». In una crisi di gelosia, lo strattona via, e lo rimpiazza con un certo Mariano. Poi prima di mandarlo via possiede la moglie e la fa ansimare forte per essere sicuro che «il capellone» l’abbia sentita.

    agosto 1970
    La promessa di Minorenti e il ricatto della Fallarino
    • Anna non ce la fa più. Vuole uscire da questa situazione infernale. Ha creato un piano per ricattare Camillo con Massimo Minorenti, che le ha promesso di aiutarla in cambio di denaro. Alla cugina Maria Teresa scrive (lettera aperta post-mortem): «Ho soldi, ville, pellicce, gioielli e le invidie degli altri ma non sono la ricchezza e la nobiltà, come mi pensavo, che donano la felicità. Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Massimo è stato uno dei tanti e il gioco è bello quando dura poco. Lui si è messo in testa di aprire un autosalone con due amici (Cesare Marangoni e Aurelio Facchini). Per cui lui verrà da me con mio marito (alla fine del mese) quando andrò a parlargli. Non sarà nemmeno necessario che Massimo apra bocca. Basterà la sua presenza a intimorire Camillo. Lui ha partecipato a tutte le porcherie che Camillo mi ha fatto subire negli anni. Sarò io a ricattarlo e a farmi dare parecchi soldi. Se Camillo lo vorrà io resterò con lui perché lo amo ancora ma voglio liberarmi delle sue perversioni».

    agosto 1970
    La lettera di Anna alla cugina
    • Nello stesso periodo sull’isola c’è anche la cugina e confidente di Anna, Maria Teresa Fiumanò. Le due non riescono a farsi le loro confidenze, causa i molti ospiti, e Maria Teresa se ne va. Poco prima di salpare Anna le corre incontro e le consegna una lettera: «Non ho modo di comunicare con te a voce, non c’è tempo. Non mi è rimasta altra possibilità che scriverti. Promettimi però che leggerai questa lettera solo quando sarà necessario, quando e se succederà qualcosa. Mi fido di te».

    Mercoledì 19 agosto 1970
    Le centomila lire della marchesa
    • Massimo Minorenti ha trascorso la notte con i marchesi. Camillo lo vuol pagare ma questa volta è la moglie a dare i soldi al ragazzo. Centomila lire. Camillo Casati è sconvolto, conosce troppo bene il gioco per non sapere il senso dell’improvviso gesto della moglie. Esce di casa e ne rimane lontano per alcune ore; quando torna non saluta il maggiordomo che era andato ad aprirgli la porta, un atteggiamento inconsueto per lui: è burbero ma educato.

    Venerdì 21 agosto 1970
    Dal diario del marchese
    • «Sono a terra, spossato moralmente e ancor più fisicamente» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Domenica 23 agosto 1970
    Camillino: «Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio»
    • «Anna mi è completamente caduta, ma la malattia che ho per lei mi lega. Non riesco a dormire, vorrei tanto. Ma coma faccio quando lei mi dice: “Tengo la linea del telefono finché non dormo”, e poi fa una telefonata, ne riceve un’altra, ne fa un’altra, e non mi dice nulla, e io nel salotto a struggermi? Perché è così perfida? Io non sopporto più questa situazione. Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio».

    Lunedì 24 agosto 1970
    Dal diario del marchese/2
    • «Io sto letteralmente morendo internamente e ho perso tutto…» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Mercoledì 26 agosto 1970
    Dal diario del marchese/3
    • «A Fiumicino nudissimi. Anna bella spaparanzata. Dopo un aviere nuovo… tutto divino».

    Venerdì 28 agosto 1970
    Massimo Minorenti tra le braccia di Zorika
    • Massimo Minorenti trascorre la notte da Zorika, la sua ex-fidanzata jugoslava («credo che Massimo intendesse riprendere con me una relazione che avevamo interrotto qualche tempo prima, forse proprio quando nella sua vita apparve la marchesa»). Insieme progettano un fine settimana a Porto Santo Stefano (Argentario). A lei la marchesa non piace («Con Massimo la chiamiamo “La vecchia”») e vuole allontanarlo da quella situazione. Massimo invece spera che lasciando Roma riesca a svincolarsi dalla promessa fatta ad Anna Casati. La tensione non gli fa chiudere occhio e passa la notte steso sul letto, abbracciato all’ex.

    Sabato 29 agosto 1970
    Camillo Casati va a caccia dai Marzotto
    • Camillo prende un aereo e va a Venezia. Raggiunge il suo amico Vittorio Marzotto a Valdagno per una battuta di caccia.

    Sabato 29 agosto 1970
    Massimo Minorenti raggiunge Anna Casati
    • Alle prime ore del mattino Massimo prende finalmente sonno, Zorika lo lascia dormire e se ne va dal parrucchiere ma al suo ritorno Massimo non c’è più. Appena si è svegliato ha raggiunto Anna in via Puccini.

    Sabato 29 agosto 1970
    A cena con la marchesa
    • Nel pomeriggio in via Puccini arrivano anche due amici di Massimo, Cesare Marangoni e Aurelio Facchini (quelli con cui Massimo vuole aprire l’autosalone). I quattro cenano nell’attico dei marchesi.

    Sabato 29 agosto 1970
    Le minacce del marchese Casati
    • Nel pomeriggio Anna Casati telefona al marchese dai Marzotto ma lui ancora non è arrivato. Appena lo informano la richiama ma stavolta è lei a non rispondergli. Alle 20.10 mentre il marchese è a cena riceve la telefonata della moglie. Dopo qualche minuto di conversazione il marchese le dice: «Non ti sembra di affrettare troppo le cose? Non ti sembra di essere precipitosa?». Verso le 22.45, i coniugi Marzotto vanno a dormire e il marchese rimane in compagnia del giovane Gaetano, che ha 17 anni. Camillo chiede di poter parlare ancora con Roma e lo fa tre volte. Nell’ultima, il colloquio è tempestoso. Gaetano Marzotto racconta poi al padre di avere ascoltato involontariamente una parte della telefonata: «No. No… Non precipitare le cose… Se è così fra noi tutto è finito, ma tu allora devi uscire subito di casa e lui deve mantenersi… Venite a casa mia domani, alle 18.30 e sistemeremo tutto. Se invece le cose non dovessero sistemarsi, io lo rovino, magari lo ammazzo… A te, comunque, non succederà nulla; stai tranquilla». Sempre nel corso di questa telefonata, il marchese Casati chiede alla moglie di parlare direttamente con Massimo Minorenti. Il giovane va all’apparecchio e Camillo rabbioso gli grida: «Vigliacco, marchettaro». [Lizio Zanotti, Sta. 11/9/1970] Alle due di notte, dopo l’ultima telefonata del marchese, Anna e Massimo, spaventati dalle minacce, lasciano via Puccini e vanno a casa di Cesare Marangoni in via Ripense 4. Non dorme nessuno. Anna si abbrutisce di caffè e tra una sigaretta e l’altra, ripete in continuazione: «Camillo non minaccia mai a vuoto».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo abbatte 183 anatre in poche ore
    • Camillo si alza molto presto e inizia a sparare: abbatte 183 anatre. Pranza con i Marzotto, sembra molto tranquillo e subito dopo chiede di essere riaccompagnato a Venezia per prendere l’aereo del pomeriggio: «Tornerò per la prossima battuta di caccia. Verrò con Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Casati chiede aiuto al cugino Ninì
    • Alle 11 del mattino Anna telefona al cugino Ninì Fiumanò (ora vicequestore dirigente responsabile della Polizia postale di Napoli) che si trova a Roma con la famiglia per chiedergli di accompagnarla a casa, in via Puccini, con Massimo Minorenti. Lui si rifiuta di accompagnarla: non vuole interferire nella loro relazione ma le sconsiglia caldamente di recarsi dal marito con il ragazzo.

    Domenica 30 agosto 1970
    La lettera d’addio per Massimo Minorenti
    • Anna consegna ad Aurelio Facchini un biglietto da dare a Massimo dopo l’incontro con Camillo. Vuole chiudere definitivamente la loro relazione: «Ti scrivo mentre non so se il mio amore esiste ancora. Per me, tu non sei stato una semplice avventura. Cerca di rifarti una nuova vita. La tua Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo arriva a casa
    • Camillo è tornato a casa con un taxi da Fiumicino. Sono le 18 circa. Si toglie gli abiti sportivi e indossa la vestaglia da camera e le pantofole in pelle. Beve una spremuta di pompelmo, siede in poltrona e legge una lettera che Anna gli ha fatto recapitare da un cameriere: «Mio caro, perdonami se ho sbagliato, ma ti prometto che chiuderò con Massimo e torneremo amici come prima» (la lettera però non sarà mai ritrovata).

    Domenica 30 agosto 1970
    Annamaria torna dalle vacanze
    • Alle 18.40 Annamaria chiede di essere ricevuta dal padre, è appena tornata dalle vacanze, ma lui le manda a dire da un cameriere che sta aspettando gente. La figlia gli telefona («All’inizio è stato anche brusco, si è raddolcito quando io ho insistito per sapere cosa avesse. Mi ha chiesto allora come stavo, quando ero tornata dalle vacanze, se Vittoria e Livia Lancellotti erano con me. Ci siamo salutati come sempre, affettuosamente, d’accordo che sarei venuta a Palo e ci saremmo incontrati in serata o l’indomani mattina») e se ne torna a Palo Laziale dove era ospite dai Lancellotti.

    • Alle 19 Anna e Massimo arrivano in via Puccini su una Fiat 500 di uno degli amici di Massimo mentre Cesare Marangoni e Aurelio Facchini li seguono col Rover 3000 dei marchesi fin sotto al portone.
    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Fallarino e Massimo Minorenti incontrano Camillo

    • Verso le 19.15 Anna e Massimo entrano nel salotto. Camillo li ha fatti aspettare. Ha tirato fuori dalla rastrelliera un fucile da caccia e lo carica con cinque cartucce per cinghiale (probabilmente per intimorire i due) e ha dato l’ordine ad Adriano, il cameriere, di non essere disturbato per nessun motivo. I camerieri rispettano religiosamente gli ordini del marchese, lo temono molto. Sa come essere generoso ma se qualcosa va storto rischiano il posto di lavoro e alcune ossa rotte.
    Domenica 30 agosto 1970
    Omicidio-suicidio

    • Il marchese, in un raptus di follia dovuto alla gelosia e al rancore covato negli ultimi mesi, carica il suo Browning calibro 12 da caccia e abbatte la moglie con tre colpi, l’amante con due e poi si suicida.
    Domenica 30 agosto 1970
    «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito»

    • Più tardi i camerieri di via Puccini chiamano Velia, la sorella di Anna che si trova nella villa di Rocca di Papa. Sono preoccupati dalle grida disperate provenienti dal salotto: «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito».

    Domenica 30 agosto 1970
    La scena del delitto
    • Alle 21.30 Velia Fallarino in Spanò entra nel salotto di via Puccini 9 con Adriano, il cameriere e Cesare Marangoni che aspettava giù al portone. C’è sangue dappertutto: sui tendaggi di broccato, sui mobili di Luigi XV, sulle poltrone papaline. La sorella è seduta su di una poltrona, con le gambe fasciate da un paio di pantaloni, accavallate e poggiate su uno sgabello. È stata colpita al braccio, alla gola e al seno. Dallo squarcio sul torace si intravedono le protesi di silicone che si era fatta inserire qualche mese prima. Massimo Minorenti, colpito alla schiena e alla nuca, giace mezzo raggomitolato a braccia conserte in una pozza di sangue dietro il tavolinetto. Indossa una camicia fantasia su dei pantaloni in pelle. È morto con un occhio spalancato. Il marchese è riverso sulla schiena dietro una poltrona, il capo dilaniato, vicino a lui il suo Browning calibro 12. Sul muro retrostante pezzi di materia cerebrale, sul quadro il suo orecchio. È probabile che si sia servito della poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento.

    Domenica 30 agosto 1970
    Tutti al 9 di via Puccini
    • Velia fa chiamare la Croce Rossa e la Polizia. Appena saputa la tragedia il cugino Ninì torna a Roma e va direttamente in via Puccini. Nel salotto trova una folla di gente, cronisti, fotografi, camerieri, parenti di Anna, amici di Massimo, poliziotti, vicini di casa. Anche Annamaria torna di corsa a Roma, ma non ha il coraggio di entrare nel salone (tuttavia sarà lei a fare il riconoscimento ufficiale dei tre cadaveri).
    • Alle 22 irrompono nel salotto il vicecapo della squadra mobile Ferrante, i funzionari della omicidi Gianfrancesco, Maini e Scali e il magistrato di turno Scorza.

    Domenica 30 agosto 1970
    La Fallarino leggeva Baudelaire
    • Annamaria entra nello studio, tra le grandi vetrine bianchissime, piene di bacheche, i libri della sua matrigna sono pochissimi. Uno è I fiori del male rimasto aperto su questi versi: «Poiché s’era già spento il lume tutto in giro – il focolare solo la stanza rischiarava – qualora esso guizzava un ardente sospiro – inondava di sangue quella sua pelle d’ambra».

    Domenica 30 agosto 1970
    Il diario verde del marchese Casati
    • Durante la perquisizione dello scrittoio di Camillo vengono ritrovati il diario con la copertina verde del marchese nel quale lui appuntava ogni giorno gli incontri promiscui, i suoi pensieri, le sue fantasie e più di 1.500 foto di Anna nuda o in gonna di pelle con le gambe divaricate con fruste e catene, e un calendario di donnine sul retro del quale il marchese ha scritto: «Muoio perché non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare» (il calendario è scomparso).

    Lunedì 31 agosto 1970
    L’Italia si scandalizza
    • Tutti i giornali gridano allo scandalo. Il Messaggero titola: «Il marchese Casati Stampa uccide moglie e amico, poi si spara in faccia». Nell’occhiello: «Il dramma della gelosia». Quotidiani e riviste maschili titolano: «Il diario del marchese»; «Le foto proibite della marchesa»; «I turpi festini dei nobili degenerati»; «Camillo Casati di Soncino uccide la moglie, l’amante della moglie e si uccide»; pubblicano le immagini della marchesa nuda. Molti degli amanti pagati da Camillino si fanno avanti raccontando le loro avventure, o pubblicando alcuni carteggi in cambio di qualche soldo. [Leggi la lettera di Camillo Casati ad una coppia di scambisti e la lettera scritta dal marchese (con il nome della moglie) alla rivista Men]

    • Remo Lorenzoni, il macellaio romano che era stato uno dei primi amori di Anna appena arrivata dalla provincia: «Siamo stati fidanzati tre anni. Avremmo dovuto sposarci – ricorda – non se ne fece più niente. Non riesco a credere che sia finita così. I giornali parlano tutti di orge, perversioni, di cose strane che avrebbe fatto con il marchese. Io la ricordo come era allora: una ragazza semplice, capace di badare a se stessa. Io posso ricordarla solo in questo modo, e voglio dirlo a tutti, adesso che ognuno parla di lei come l’ultima delle donne. Anna non sarebbe mai diventata così – conclude l’ex fidanzato – se qualcuno non l’avesse traviata».

    • Un allegato al Corriere d’Italia: «Il vero Diario della Marchesa Anna Casati Fallarino», corredato di 212 pagine e di 150 foto, sia in bianco e nero che a colori. In copertina c’è un puzzle fotografico (formato cm 15×24, brossurato). Al centro un ovale con lei ancora una volta nuda, con occhiali e cappellone con nastro. Poi degli spicchi a corona intorno alla foto principale: lei nuda in cravatta, un’altra di lei, ovviamente anche qui nuda, inquadrata dal basso mentre si sorregge il seno con l’avambraccio e i capelli al vento. Poi un ennesimo mezzobusto della serie nuda con cravatta e una foto in bianco e nero con Anna e Camillo in abito da sera ad un ricevimento. All’interno, dove l’editore si fa coraggio e pubblica le inquadrature genitali, una frontiera che allora era temeraria anche nelle riviste per soli adulti.

    • L’Osservatore Romano in un articolo di Raimondo Manzini: «Il tragico evento passionale che occupa le cronache di Roma con diffuse informazioni illustrative e figurative sulle tre vittime della strage e sui loro rapporti rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extra coniugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo. Non basta la dignità di una famiglia, il privilegio di un nome, l’eredità d’una tradizione a salvaguardare da diffuse e abominevoli esperienze: la ricchezza, anzi, può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze».

    Lunedì 31 agosto 1970
    Il profilo del marchese secondo Servadio
    • Emilio Servadio (psicanalista e sessuologo, presidente del centro psicoanalitico di Roma) in un’intervista a Sandro Ottolenghi per l’Europeo: �«Quello che colpisce nel profilo psicologico del marchese Casati sono le sue deviazioni. (…) Per prima cosa c’è quello che si chiama voyerismo, cioè il desiderio di assistere, vedere, osservare. Ma anche di più. Quest’uomo non solo si compiaceva dei rapporti della moglie con altri uomini, ma li fotografava, li filmava, li esigeva e li promuoveva in ogni occasione. (…) C’è sempre una componente omosessuale. (…) �Senza rendersene conto, in poche parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna, (…) e l’incontro diventa veramente omosessuale. (…) Questi individui hanno anche una forte componente sado-masochista. In fondo, loro si pongono come vittime di una situazione, sono mariti traditi. (…) �Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare o picchiare, ma quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidente nel suo comportamento. (…)»

    Mercoledì 2 settembre 1970
    Gli abiti per la sepoltura dei marchesi
    • Annamaria sceglie gli abiti per la sepoltura. Per il padre uno spezzato: giacca scura e pantaloni chiari, cravatta colorata su camicia bianca. Anna invece è avvolta da un completo di velluto foderato di seta con ricami di perline e guarnizioni d’argento sulle maniche, tutto cosparso di pietre dure. Domani, a Muggiò, i funerali.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali dei marchesi Casati Stampa
    • Con una cerimonia semplice i corpi di Camillo Casati Stampa marchese di Soncino e della moglie Anna Fallarino sono stati inumati nella cappella mortuaria di famiglia al cimitero di Muggiò. Le due salme sono giunte nel piccolo centro della provincia poco dopo le 7.30, a bordo di due autofurgoni di un’impresa di pompe funebri di Roma. Alle 9.30 è arrivato don Luigi Gadda, il parroco della chiesa di San Pietro e Paolo a Muggiò, e la cerimonia ha avuto inizio. Poche le persone presenti. La figlia Annamaria, vestita di un golf nero sopra una gonna blu con borsa a tracolla, è entrata nel cimitero da un ingresso secondario per evitare fotografi e curiosi. In chiesa Gabrio Visconti di San Vito, che l’ha abbracciata. Accompagnata dal giovane, che le è sempre stato vicino per tutto il tempo che si è trattenuta nel cimitero, ha raggiunto il piccolo recinto che ospita le tombe di famiglia. Con lei c’era anche la sorella di Anna Fallarino, Velia, vestita a lutto con un soprabito nero, con la figlia maggiore (uniche rappresentati della famiglia della marchesa). Le bare, in noce massiccio, vengono trasportate con un carrello dalla chiesa fino al luogo della sepoltura, prima quella della donna, poi quella del marito, e vengono sistemate nella tomba dove si trova sepolto il padre del marchese. La prima a scendere nel loculo è quella del marchese, Annamaria ha lo sguardo fisso ma non tradisce alcuna emozione. Molto commosso appare invece il maggiordomo dei marchesi Casati Stampa, Adriano Boni. Il giovane ha seguito la cerimonia della sepoltura in silenzio, con gli occhi arrossati. Tumulate le salme, Annamaria Casati ha subito lasciato il cimitero, accompagnata da Gabrio Visconti di San Vito. La giovane ha percorso a passo svelto il breve tratto di sentiero che porta all’uscita secondaria ed è salita su di una 124 bianca targata Napoli (a bordo della quale si trovavano altre due giovani parenti e un uomo), che è partita alla volta di Arcore. Tra gli altri erano presenti Cesare Previti, un giovane avvocato, qualche amico della marchesina e tre donne del paese.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali di Minorenti
    • I funerali di Massimo Minorenti si sono svolti a Roma nella chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura. Veste un completo nero e una camicia molto accollata, tra le mani incrociate un rosario in legno. La bara dopo la funzione viene trasportata al Cimitero di Guidonia. Al Verano non ci sono più posti.

    Martedì 22 settembre 1970
    Il testamento del marchese Casati Stampa
    • Pubblicato il testamento del Marchese Casati Stampa di Soncino. Il documento autografo è firmato al 19 luglio 1961 e non è mai stato modificato. Il marchese nomina sua unica erede Anna Fallarino. Alla figlia Annamaria Casati lascia 100 milioni di lire e un’assicurazione sulla vita e alla madre l’uso degli appartamenti di palazzo Barberini vita natural durante. I periti devono quindi accertare che Anna abbia esalato l’ultimo respiro prima del marito, altrimenti la marchesina dovrà spartire il patrimonio con i Fallarino.

    Lunedì 9 agosto 1971
    La marchesina unica erede
    • I congiunti di Anna Fallarino non parteciperanno alla spartizione dell’eredità del marchese. L’inchiesta, finita con una sentenza di archiviazione, ha accertato che la marchesa spirò prima del marito. Ciò significa che il patrimonio dei Casati (stimato in 400 miliardi) va alla figlia di primo letto Annamaria, 19 anni. I congiunti della Fallarino avranno i cospicui beni personali della marchesa.
    Tratto da contributi di Vincenzo Cerami e Niní Fiumanò

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  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    VDP – “Cara bambina – perché tu sei ancora una bambina, e cerca di rimanerlo il più a lungo possibile -, in questi giorni e forse anche in quelli della vacanza precedente e tutte le volte che mi hai fatto visita a casa, soprattutto negli ultimi tempi, avrai avuto agio di renderti conto che non sono una donna soddisfatta come voglio far credere. Ho i soldi, le ville, le pellicce, i gioielli e le invidie degli altri ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobiltà, come pensavo, che donano la felicità… Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Camillo ha sempre cercato di convincermi del contrario. Mi dice che il suo amore per me aumenta e si sublima quando mi vede scopare con altri, uomini o donne che siano purché sia lui a sceglierli, e io sono stanca, stanca, stanca…”

    “Negli ultimi mesi le sue fisse di fare e di trasgredire sono aumentate come se fosse incalzato da un’irrefrenabile frenesia che lo costringe a correre e a farmi correre appresso alle sue fantasie. Adesso come non mai sono arrivata alla convinzione che lui non stia tanto bene con la testa, e che la sua situazione mentale stia peggiorando… È arrivato il momento di dire basta, ci vuole audacia, tanta audacia, lo so. Avevo già provato, qualche tempo fa, a dirgli che se non la smetteva intendevo lasciarlo, e lui mi ha risposto che me ne sarei dovuta andare via da casa sua nuda e cruda come mi avava presa. Io però non intendo ridiventare povera. Come si fa a vivere se non si possiede più niente?”

    “Pensa che ti ripensa ho elaborato un piano che non può fallire. Gli parlerò chiaramente e se i miei prossimi giorni si metteranno nel verso giusto, come mi auguro, continuerò a essere nobile e ricca. Nel caso si dovesse rifiutare di accontentarmi, lo ricatterò, lo minaccerò di rivelare le sue perversioni pubblicamente con il testimone che mi sono trovata e, se ci sarà bisogno, metterò di mezzo e in moto anche tuo padre, i carabinieri, la magistratura, tutto quanto mi sarà possibile. Se voglio, ho tantissime risorse a cui attingere per farmi valere, non posso dargliela vinta a quel prepotente. Certo è un peccato, io ancora lo amo, ma dopo le ultime cose che mi ha obbligato a fare prima che arrivassimo sull’isola e poi anche qui, ho capito di non sapere più che farmene di un amore così devastante e avvilente. Desidero solamente ridiventare libera da costrizioni e riconquistare la dignità che ho perso in questi anni.”

    “Ciao, spero di rincontrarti quando sarò diventata una donna migliore, credo di meritarmi qualcosa di più dalla vita”.
    Non fu gelosia, dunque. Fu un ricatto, una notte di fine agosto di quarant’anni fa, ad armare la mano del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una fra le più ricche e antiche famiglie della nobiltà milanese, contro la moglie, Anna Fallarino, e il giovane studente che allietava i loro amplessi, Massimo Minorenti, prima di uccidersi a sua volta con un colpo di fucile in bocca. Lo rivela in una biografia una bella signora dal parlare rapido e asciutto: Mariateresa Fiumanò.

    Vive a Roma con il marito e una bassotta, ha tre lauree nel cassetto (Medicina, Psichiatria forense, Criminologia clinica) e, soprattutto, un legame di parentela e di lontano affetto con Anna Casati Stampa, di cui frequentò, fino a qualche giorno prima della tragedia, le case (l’attico di Roma e Villa San Martino ad Arcore, oggi residenza del premier) e l’isola privata (Zannone, a nord di Ponza).

    Il libro ricostruisce la storia dei Casati e del loro scandaloso ménage a partire da una lunghissima lettera che la marchesa Casati consegnò alla cugina in una busta gialla, con la promessa di leggerla soltanto quando fosse successo «qualcosa di veramente importante». Due settimane dopo, il 30 agosto 1970, nel lussuoso attico romano di via Puccini, il marchese sparò alla moglie tre colpi di fucile, uccidendola al terzo. Con un altro colpo liquidò il ragazzo. Con l’ultimo si fece saltare le cervella. Dramma della gelosia, stabilirono gli investigatori, chiudendo in fretta una vicenda che aveva scatenato la morbosa curiosità dell’Italietta benpensante e guardona. Ma il libro di Mariateresa Fiumanò apre oggi scenari diversi.

    Perché ha aspettato quarant’anni, signora Fiumanò? «Perché l’impatto di quella storia su di me e sulla mia famiglia, sanamente borghese e imbevuta di regole e principi tradizionali, fu di una tale violenza che nessuno seppe reagire. Mio padre, vicequestore di polizia e capo della Buoncostume, che pure era affezionatissimo ad Anna, cercò di rimanerne fuori il più possibile.

    Mia madre visse per mesi con addosso l’angoscia di subire giudizi negativi, tanto che non uscì più di casa se non per andare in chiesa. Io, invece, dopo aver letto e riletto la lettera per un paio di mesi, tutti i giorni, fino a impararla a memoria, mi distaccai da Anna e da quello che era successo gettandomi anima e corpo negli ultimi esami di specialità. Soltanto molto tempo dopo, rielaborando la vicenda, capii che la mia apparente indifferenza era un rifiuto di quanto era accaduto».

    Si sentiva in colpa? «Sì. Anche perché Anna aveva pregato mio padre di accompagnarla all’incontro con Camillo e lui, in dubbio se andarci o no, mi aveva chiesto consiglio. Ma io, che per tenere fede alla promessa non avevo ancora letto la lettera, lo sconsigliai. Non potevo immaginare che sarebbe finita così. Per questo nel cuore mi è rimasto come uno strappo».

    Se aveva chiesto aiuto, Anna davvero aveva paura. «Non di essere uccisa: semmai di ridiventare povera. Era consapevole che stava per giocare la partita della vita e si sentiva come chi cammina senza rete su un filo. Il suo terrore era che Camillo la mandasse via senza una lira e senza titolo, come l’aveva presa. Una cosa cui lei non poteva nemmeno pensare: quel marito se l’era conquistato a caro prezzo e se lo voleva tenere. Per questo aveva architettato il ricatto con lo studente. E per la medesima ragione mi aveva consegnato la lettera: pensava potesse servirle in caso di separazione».

    E lei l’ha distrutta. «Non volevo che finisse nelle mani dei miei. A casa si parlava sottovoce, senza contatti fisici, neanche ci si baciava: sarebbe successo il finimondo se avessero saputo. Volevo, in qualche modo, proteggere Anna che già era stata oggetto di giudizi, chiacchiere e calunnie per troppo tempo. E continuava a esserlo anche dopo la morte».

    Come mai solo oggi ha deciso di renderla pubblica? «Perché la storia di Anna e Camillo è stata oggetto di ricostruzioni spesso irreali. Io ho avuto per loro dell’affetto: desideravo raccontare come erano realmente. Senza farne dei santi, perché non lo erano».

    E com’erano? «Belli, eleganti, ricchi, generosi. Una coppia affiatatissima, molto invidiata. La profonda intesa amorosa li aveva fatti decidere, di comune accordo e fin dall’inizio, di infrangere i canoni della morale borghese. “Certe volte, non posso mentire, mi è anche piaciuto, ma la faccenda è degenerata”, scriveva Anna, che non smise mai di amare il marito. E lui amava lei, alla follia, ma a modo suo.
    Non che lui fosse omosessuale o impotente, come poi raccontò qualcuno. Anzi, a detta di Anna, Camillo era “capace di fare l’amore per ore”. Gli piaceva infilare anche altre donne nel letto coniugale, e “passare senza sosta dall’una all’altra per notti intere”, anche se ciò che gli procurava maggior piacere era guardare la moglie con altri uomini».

    «Io sono felice, felice, felice», ripeteva Anna. Lo era davvero? «Non credo: non avrebbe avuto bisogno di buttare in faccia a tutti questa felicità. Penso si trattasse di una specie di mantra con cui cercava di convincere se stessa».
    Eppure, aveva realizzato i suoi sogni. «Ma lo scrive lei stessa: “Non sono la ricchezza e la nobiltà che danno la felicità”. Felicità, per lei, sarebbe stato un figlio: aveva fatto l’impossibile per averlo. Rimaneva incinta, si sottoponeva a mesi di assoluta immobilità ma poi, invariabilmente, non riusciva a portare a termine la gravidanza. Arrivò a proporre a una delle sue cameriere, che era rimasta incinta a 45 anni e aveva già tre figli, di cederle il bambino che aspettava. Si sarebbe fatta vedere con una pancia finta e avrebbe denunciato il bimbo come suo. Era pronta a sborsare qualsiasi cifra, ma la cameriera non ne volle sapere. Lei pianse tutte le sue lacrime senza riuscire a capire che esistono persone che non si lasciano comprare».

    La stampa favoleggiò a lungo dei festini di Zannone. Lei ci passò le vacanze: che cosa ricorda?
    «Ricordo un’isola dalla bellezza selvaggia, sulla quale nessuno poteva sbarcare senza permesso e dalla quale Camillo si divertiva a tenere lontani i curiosi sparando in acqua vicino ai gommoni che si avvicinavano troppo. All’inizio, a parte i parei trasparenti di Anna e gli ospiti che giravano nudi, a me parve tutto abbastanza “normale”. Fu in seguito, durante una passeggiata solitaria fra le rocce, che mi capitò di scoprire in uno spiazzo gli accoppiamenti a tre e a quattro degli ospiti, con Camillo che saltellava attorno a loro fotografandoli. Venni a sapere degli scambi di coppia, delle orge alla cocaina, delle pareti a specchio nella camera da letto di Anna e Camillo che consentivano di spiare le stanze confinanti… Decisi di partire immediatamente.

    Anna non mi chiese spiegazioni, disse che quello non era un posto adatto a me. Poi mi pregò, se avevo visto o sentito qualcosa di strano, di non riferirlo a nessuno. Lasciai l’isola e non ci misi più piede per cinque anni. Ci tornai nell’estate del ’70, dopo gli esami del quinto anno di Medicina: Anna mi supplicò di raggiungerla, voleva parlare con qualcuno che fosse in grado di capirla. Fra gli ospiti, c’era anche Massimo Minorenti. Partii da Zannone il 15 agosto.
    Salutandomi, Anna mi consegnò una grande busta gialla sigillata: “Quando leggerai, ti prego di non giudicarmi male, di non condannarmi e, soprattutto, di non farti influenzare da ciò che potranno dire e pensare gli altri. Ricordati che spesso le cose della vita sono diverse da quello che possono sembrare”. Mi salutò soffocandomi nel suo abbraccio: fu l’ultima volta che la vidi».

    Vincenzo Cerami – Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani – Einaudi, Torino 1997
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    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti
    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti. È possibile, sulla scorta di quanto sappiamo, inquadrare le loro personalità, compilare una specie di cartella clinica “a posteriori”?
    «È senz’altro possibile e, direi, abbastanza facile. Innanzitutto, vediamo la figura del marchese, prima di sua moglie: quello che colpisce, in questo personaggio, è la sua deviazione. Una volta si usava il termine di perversione, ma oggi in sessuologia questa definizione è stata abbandonata. Che cosa troviamo, allora, di “deviato” nel marchese Casati? Prima di ogni cosa, quello che si chiama “voyeurismo”, cioè il desiderio di assistere, di vedere, di osservare. L’accentuazione, in altre parole, di ciò che un celebre psicoanalista americano ha chiamato “spinta visiva”. È un fenomeno che ha origini molto lontane, perché sono i bambini che, a una certa età, sviluppano una certa curiosità che si risolve nel voler vedere, voler sapere, guardare. Se questa tendenza non viene superata nello sviluppo psicosessuale può rimanere come componente assai importante della sessualità di un individuo anagraficamente adulto, il quale avrà il morboso desiderio di vedere quello che, sul piano sessuale, fanno altre persone».

    Sembra, pero, che nel caso del marchese Casati si andasse più in là del semplice voyeurismo. Lo dimostrano i diari e le centinaia di fotografie, i film…
    «Evidentemente qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di più specifico, direi, e il discorso che dobbiamo fare è ancor più tipico, più “specialistico”. Quest’uomo, infatti, non solo si compiaceva nel sapere che altri uomini avevano rapporti intimi con la moglie, ma esigeva di assistere a questi rapporti, li fotografava, li filmava, partecipava e, quel che più conta, arrivava al punto di incoraggiarli e di promuoverli. Ora, qual è la struttura di questi casi, che sono senz’altro abbastanza eccezionali, ma non rarissimi? La risposta mi viene anche da un’esperienza diretta. Io stesso ho avuto, tra i miei clienti, una distintissima persona, un signore, il quale, se non arrivava agli estremi del marchese Casati, però in qualche modo promuoveva degli incontri della moglie con altri uomini. Non assisteva a questi incontri, ma sapeva più o meno quando avvenivano e, in fondo, si compiaceva nel pensare a quello che i due amanti potevano fare in quel momento».

    Che cosa ha ricavato, professar Servadio, da questa sua esperienza diretta?
    «Le constatazioni fatte, che si adattano benissimo al caso di cui parliamo, sono parecchie. Innanzitutto, in questi uomini c’è sempre una forte componente omosessuale, che può essere inconscia o qualche volta pressappoco cosciente: ho letto che il marchese Casati avrebbe fatto delle “avances” dirette al partner della moglie: è una ipotesi di cui non mi meraviglierei affatto. Ciò che comunque rimane piuttosto inconsapevole, in genere, è il fatto che, in casi come questo, la donna inconsciamente rappresenta una parte femminile del proprio Io. Senza rendersene conto, in altre parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopo di che, il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che rincontro diventa veramente un incontro omosessuale».

    Non si comprende, tuttavia, come si possa essere giunti all’omicidio, al suicidio.
    «Ci si deve chiedere, è giusto, come sia possibile che un uomo a un certo punto abbia avuto questa specie di “folgorazione” per cui prima andava tutto bene e, a un certo momento, la cosa non solo non va bene, ma addirittura lo sollecita a scatenare una sua furiosa aggressività, che si rivolge contro gli altri e poi contro se stesso. In effetti, oltre al comportamento omosessuale cui ho accennato, questi individui hanno una forte componente sado-masochistica. In fondo, in prima approssimazione, loro si pongono come vittime di una situazione: sono i mariti, o gli amici traditi nei cui riguardi la donna è infedele; e questo soddisfa la componente masochista che hanno in sé. C’è, in questi soggetti, un certo desiderio di passività masochistica che si manifesta spesso indirettamente: difatti Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare, picchiare o seviziare. Però quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidentissimo nel suo comportamento. Ma allora, ci si chiede, perché quest’uomo, ad un certo momento, si è ribellato ad una situazione che egli stesso aveva creato e di cui evidentemente godeva? La chiave dell’enigma (e per me la risoluzione del “caso”) sta in quest il masochista, contrariamente a quanto comunemente si crede, non è un individuo che si lascia maltrattare ad libitum, cioè secondo i desideri e i capricci dell’altra persona. Il masochista è sempre un regista, un programmatore di situazioni. Andiamo alle origini; Leopold von Sacher-Masoch, che ha dato il nome a questa perversione, scriveva alla sua donna, Wanda von Dunajew: “Verrò da te all’ora tale, tu sarai vestita con un paio di stivali alti e neri, avrai un frustino in mano e mi dirai: ‘Schiavo, inginocchiati, perché io sono la tua regina’”. Lo scriveva lui, dunque, dettava lui il programma; e se la partner, a un certo punto, si fosse dimenticata del suo ruolo e non gli avesse dato quelle tante frustate, Masoch si sarebbe ribellato in maniera terribile. Come fece, in effetti, quando tentò di strangolare sua moglie, trovata in una situazione che non era quella programmata».
    Casati come il “divin marchese”, dunque. E come von Sacher-Masoch.

    «Evidentemente sì. Il masochista, ripeto, è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea che ha tracciato per il suo godimento. […] Si fa seviziare, il masochista, ma ci deve essere sempre presente una parte del suo Io, quella che domina. Nel caso di cui si discute, ho l’impressione che il marchese Casati si sia trovato proprio di fronte alla sensazione di non dominare più la situazione, di vedere che era avvenuto qualche cosa che sfuggiva ai suoi programmi. A questo punto vi è stata un’inversione di direzione dei suoi impulsi aggressivi, che ha provocato quel che sappiamo». […]

    Professore, in questa vicenda, al di là dei “giochi a tre” e di altri fatti, ci sono particolari ai quali, forse, si potrebbe dare un’interpretazione precisa, nel quadro che stiamo completando. Il fatto, per esempio, che il marchese Casati abbia scattato migliaio di foto alla moglie, in pose scabrose, le abbia conservate e amasse mostrarle agli amici.
    «Nel filmare, nel fotografare, nel registrare, c’è una accentuazione e un consolidamento della parte voyeuristica, e questo mi sembra più che evidente. Ma, ancora, mi sembra che ci sia un desiderio accentuato di padroneggiare la situazione: sono io che reggo le fila, io che ingabbio questi “momenti” nella mia macchina fotografica o nella cinepresa, sono io che vi metto in posa. C’è, in ogni caso, un’affermazione, sia pure stravolta, del proprio Io. Il fatto, poi, di collezionare queste foto, di catalogarle addirittura, non mi sembra che si allontani poi di troppo dalla abbastanza comune mania di conservare fotografie pornografiche: è una forma di voyeurismo che sappiamo benissimo come oggi sia alimentata, direi sul piano internazionale. Non dimentichiamo mai, parlando di questa vicenda, che siamo di fronte a personalità chiaramente deviate».
    E il fatto, professore, che fosse il marito a procurare i partner per la moglie, ad avvicinarli e infine a combinare gli incontri?

    «E ancora, secondo me, un’accentuazione del momento omosessuale della personalità del Casati. Lui sceglieva, quindi lui valutava, anche dal punto di vista fisico-sessuale, questi personaggi. Casati, facendo questo, immaginava (o forse constatava) fino a che punto i partner erano tali da potergli procurare, una volta vicini alla moglie, la soddisfazione che andava cercando. Ancora un passo in più, e li avrebbe cercati per se stesso. Che cosa fa, in effetti, un omosessuale? Va sulla spiaggia di Tor Vaianica, per esempio, e avvicina un militare: come fece Casati […]».

    Il diario, professore. Tutte quelle annotazioni precise, scrupolose sino alla minuzia. E, insieme, gli aggettivi laudativi per la moglie, i commenti alle “prestazioni” di lei.
    «Per il diario, potrei dire in generale che si tratta di una forma di voyeurismo, ancora una volta. Rileggendo, tipi di questo genere si rimettono nella scena vissuta, la rivivono, provano ancora soddisfazione. Ma c’è anche la componente ossessiva del soggetto, e il tenere un diario preciso ne è chiara testimonianza. Lodare la moglie, poi, per quel che abbiamo già detto, non significava altro che lodare se stess il Casati era felice di potere proiettare la sua pane femminile in una donna che era molto bella, molto apprezzata e, per certi punti di vista, molto abile. Evidentemente da questo il Casati traeva una nuova forma di soddisfazione».

    Qualcuno, cercando un movente al fatto, ha parlato di gelosia. Si può accettare questa ipotesi, che cioè il marchese Casati, a un certo punto, temesse l’innamoramento della moglie per il ragazzo?
    «[…] A mio avviso, chiaramente non si può parlare di gelosia, nella fase finale di questa vicenda, ma soltanto dell’esplosione di aggressività di un individuo che, a un certo momento, si è trovato a non essere più il deus ex machina della situazione».

    Quindi anche quella annotazione lasciata sul diario, «Mi uccido perché non sopporto che non mi ami più», non e una affermazione di gelosia.
    «Direi proprio di no. Piuttosto potrebbe essere la constatazione di una nuova situazione tale da provocare la reazione aggressiva. D’altro canto non darei molto peso a questa annotazione così come alla lettera “di rinuncia” della moglie, o alla presunta lettera del ragazzo. Perché, in ogni caso, sono frasi scritte in momenti del tutto particolari, direi quasi anormali, e quindi non significative» […].

    Abbiamo la “cartella clinica” di Camillo Casati. È possibile fare altrettanto per la moglie?
    «È molto, molto più difficile. Possiamo dire però quest che ogni giorno constatiamo che certe donne appaiono più disponibili a deviazioni, più o meno rilevanti, che non l’uomo. Quando la donna ha varcato un certo limite, una certa soglia, praticamente è pronta a tutto. La questione è vedere quali possono essere le sue motivazioni profonde; nel caso delle prostitute, per esempio, le motivazioni le conosciam la loro degradazione, accettata, è compensata dal denaro che ottengono, per cui, da loro, il cliente può avere tutto. Ora, io non voglio assolutamente accostare la signora Fallarino Casati a questi esempi: ma evidentemente era una donna che aveva varcato molti limiti, e aveva imboccato molti binari. Mi sembra altrettanto evidente che la signora trovava il suo godimento, oltre che possibili vantaggi economico-sociali, nel lasciarsi strumentalizzare dal marito. Non c’è solo quest è dimostrato che nella donna la stessa componente masochistica o sadica è più facilmente rilevabile che non nell’uomo. Quindi può essere che lei ricavasse un piacere diretto dalle situazioni torbide, anormali, in cui veniva inserita dal marito. Prendiamo il farsi fotografare nuda, per esempio, o in pose lascive: fa parte di quella disposizione alla perversione che la donna ha più dell’uomo. E in fondo, guardiamo all’omosessualità: nell’uomo, avere delle chiare manifestazioni omosessuali è considerato notevole deviazione dalla norma; ma che una donna si sbaciucchi un po’ di più del normale con una sua amica è da tutti accettato come una cosa tollerabile. Il che vuol dire che la sessualità della donna è più diffusiva, meno centrata di quella dell’uomo. Ecco perché (e torniamo al caso della marchesa Casati) la donna è più facilmente strumentalizzabile in situazioni di questo genere, proprio per la sua stessa costituzione sessuale».

    Professore, L’Osservatore Romano ha scritto che «il tragico fatto passionale. .. rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extraconiugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo… la ricchezza può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze… la dimensione estensiva del “male oscuro”… in queste catastrofi si conferma l’assurdità delle diffuse concezioni mondane ed eversive intorno al sesso». Un episodio come quello avvenuto a Roma, nella villa dei Casati (e con tutto quello che c’è stato prima) è veramente sintomo, professore, di una morale, di un costume correnti?
    «Sono uno psicologo, uno psicoanalista e un sessuologo, ma non un sociologo, e la risposta m’è difficile. Comunque ritengo assai probabile che certi “giochi” abbiano larga diffusione. Il discorso, qui, si fa vasto, perché andiamo a parlare di rivoluzione sessuale e delle esagerazioni e delle distorsioni che ne sono fatte. Non c’è dubbio, però, che ci sia una forte tendenza ad abbattere anche gli ultimi giochi e le ultime oppressioni; ma non c’è dubbio, allo stesso tempo, che vi sia una vasta strumentalizzazione di tutto questo a fini molto chiaramente commerciali. Il “caso” Casati, tuttavia, è troppo particolare, troppo tipico, fa storia a sé. Casi di questo genere ve ne sono sempre stati e ve ne saranno sempre, perché esistono, sono esistite ed esisteranno le deviazioni sessuali. Di sadismo, di masochismo, di voyeurismo non si parla oggi per la prima volta, guardando al marchese Casati. Certo, ci troviamo di fronte a un caso notevole, ad alto potenziale, con una conclusione drammatica. Ma, per rifarci a un esempio che già ho ricordato, la moglie di von Sacher-Masoch avrebbe fatto la fine della marchesa Casati, se non fosse arrivato qualcuno in tempo. È un caso notevole, voglio dire, ma non è unico né irripetibile, ripercorre uno schema noto».

    Come dire che, date le premesse, la conclusione, quella tragica conclusione era logica, prevedibile.
    «Certamente sì. Si è trattato di una parabola che ha avuto le sue varie fasi. Date certe premesse di alta patologia, le premesse che conosciamo, la conclusione non poteva essere diversa da quella che è stata».
    E secondo lei, professore, i protagonisti di questa storia sapevano, andando a quell’incontro, la sera di domenica 30 agosto, che sarebbe avvenuto quel che è avvenuto?

    «Probabilmente sì». Perché il destino del torbido triangolo di villa Casati non era scritto nelle pagine del libro con la copertina di raso verde che “don Camillo” teneva sulla sua scrivania, davanti a una delle foto sexy di Anna. Non era neppure segnato nei messaggi che, in quelle ultime ore, il marchese, la moglie e l’amico si sono scambiati, concitatamente. Questa storia, prima ancora dei giornali di oggi, l’hanno scritta Leopold von Sacher-Masoch e Donatien-Alphonse-François de Sad: e sapevano benissimo come sarebbe andata a finire.

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