Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    VDP – «LEI NON SEMBRAVA MORTA»

    L’Europeo, aprile 2001

    Domenico Scali fu il primo poliziotto a entrare nella stanza in cui giacevano ormai privi di vita i corpi di Anna Fallarino, Camillo Casati Stampa e Massimo Minorenti. Quella domenica di agosto Scali, funzionario della Squadra Mobile della Questura di Roma (che poi per un anno, nel ’73, avrebbe comandato, prima di essere nominato questore), era impegnato in un “pattuglione”.

    «Arrivò la segnalazione che in via Puccini c’erano alcuni morti» racconta Scali, oggi in pensione. «Con un collega mi precipitai sul posto. Non avevo nessuna idea di quello che mi stava aspettando. Entrai nel palazzo, al numero 9 della via, accolto dalla servitù. I domestici erano letteralmente ammutoliti e per oltre un’ora, dopo che avevano avvertito gli spari, erano restati in un’incomprensibile attesa. Mi spiegarono poi, quando li interrogai, che avevano ubbidito a un ordine del marchese che aveva esplicitamente chiesto di non essere disturbato per nessun motivo, e loro non disubbidivano mai al marchese. Di fronte a me c’era un grande scalone di marmo. Tutto il posto trasudava importanza, ricchezza, nobiltà.

    «Salimmo in fretta le scale e arrivammo di fronte alla porta del salotto. Aprii e avvertii subito, chissà perché, il bisogno di guardare a destra. Il primo corpo che vidi fu quello di Anna Fallarino. Mi sembrò ancora viva. Era seduta sul divano con le gambe incrociate sopra uno sgabello. Aveva le mani in grembo e il volto sereno. La nota stonata era una macchia scura di sangue, sulla camicetta. Vicino a lei, accanto al divano, c’era il giovane Minorenti. Giaceva mezzo raggomitolato per terra, con indosso una maglietta leggera e dei pantaloni, seminascosto da un tavolino con cui aveva tentato a quanto pare un’estrema difesa nei confronti del marchese armato di fucile. Il tavolino era mezzo scheggiato dal colpo che aveva raggiunto il giovane. Avanzai e vidi anche il terzo corpo, quello del marchese. Non era un bello spettacolo, con la testa mezzo sfigurata dal colpo di fucile. L’arma, un Browning calibro 12 da caccia, giaceva abbandonata su una poltrona. Il marchese doveva aver usato quella poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento. Poi aveva fatto fuoco. Il suo corpo era finito dietro la poltrona, sui quadri alla parete era schizzata la sua materia cerebrale. In quella stanza non c’era altro. Espletate le prime indagini, passai la mano ai colleghi dell’Omicidi e tornai a occuparmi del pattuglione in cui ero impegnato fin dal mattino. Le foto compromettenti, che destarono tanto scandalo, furono trovate successivamente in un altra stanza del palazzo durante le indagini dell’Omicidi. Ma io quel giorno vidi solo una bella donna che sembrava non essersi accorta di nulla…»

    ——————

    <<Io c’ero>>

    Tratto da “Il trangolo maledetto”
    di Vincenzo Cerami
    (Il Messaggero)

    • Silicone. Roba finta e gommosa, insomma, una protesi. Era questo il segreto di quel seno opulento ma saldo, prepotente, sorprendente per i suoi quarant’anni suonati, che Annamaria Fallarino esibiva con impertinente ostentazione nelle fotografie scattate da suo marito. Avevano avuto una parte non secondaria, quelle istantanee, nel clamore suscitato dal delitto Casati e nell’attenzione un po’ morbosa con la quale l’Italia che si affacciava agli anni Settanta aveva seguito gli sviluppi della vicenda. Indiscrezioni e ipotesi alimentavano ogni giorno cronache che stigmatizzavano lo scandalo, ma non evitavano di metterne in risalto gli aspetti più erotici con compiacenze da voyeur. Eppure, questa faccenda della marchesa al silicone non era mai stata rivelata. Sarebbe stata un’altra notizia sorprendente, in quegli anni in cui alle Dellera e alle Parietti non era ancora spuntato ciò che poi avrebbero provveduto a farsi gonfiare artificialmente. Chissà quando si era fatta operare, dove, da chi. In America, probabilmente. E in Italia, comunque, la marchesa doveva essere stata certamente tra le prime a ricorrere a quel tipo di intervento. Un’antesignana, insomma. Ma a tenere nascosta quella notizia, con un ammirevole senso di riservatezza e di rispetto, era stato colui che l’aveva scoperta: Valerio Gianfrancesco, allora capo della sezione Omicidi della Squadra Mobile e successivamente capo di gabinetto della Criminalpol, dirigente e infine vicedirettore, con il grado di questore, dell’Istituto superiore di polizia. In pensione dall’agosto dello scorso anno, Valerio Gianfrancesco, che è un napoletano sorridente e schivo, con due occhi mobili e vivacissimi, non ha perduto quel suo atteggiamento prudente e riservato nei confronti delle indagini, anche se si tratta di fatti che risalgono ormai a un quarto di secolo fa. Una maledizione per il cronista, a dirla con franchezza, che deve cercare di afferrare allusioni e interpretare silenzi. Ma capire si fa capire, l’ex-capo della Omicidi, eccome. E tira fuori dal cilindro dei suoi ricordi un’altra sorpresa: non è affatto vero, come si era sempre scritto e letto, che i giochi erotici a tre dei marchesi Casati avvenissero solo con amanti occasionali scelti fuori dal loro giro, il bagnino sulla spiaggia o il pescatore, il ragazzo di borgata o il soldato in libera uscita agganciato davanti alla caserma. Rapporti veloci e senza conseguenze, questo sì, con partner che spesso non conoscevano neppure l’identità dell’uomo che offriva tanto generosamente la propria moglie. Limitandosi a guardare e pagando la prestazione, per di più. Come nel caso del militare che aveva abboccato all’esca della bella marchesa nuda tra le dune: «Anna è stata magnifica», aveva poi scritto Camillo Casati nel suo diario, dove annotava con dovizia di particolari le acrobazie sessuali della moglie, che lui si accontentava di ammirare e di fotografare. «Incontrato un militare sulla spiaggia di Fiumicino. Ottimo quel soldato. Date trentamila lire: ben spese». Ma nel famoso diario di pelle verde c’erano anche i nomi di personaggi molto noti del mondo dello spettacolo. E dunque non è verosimile che proprio nessuno sospettasse nulla, nel loro ambiente, del vizietto dei due marchesi: perché non certo quello dello spettacolo è il mondo più adatto per custodire dei segreti. Quali attori erano diventati interpreti dei personaggi che animavano le fantasie erotiche di Camillino, quali erano i nomi custoditi nel suo diario? Questo sì che è un segreto. Perché il vecchio poliziotto è disposto a parlare delle tette della marchesa, ma non a farsi scucire un solo indizio sui nomi dei suoi amanti.

    Dottor Gianfrancesco, ma com’è che si era accorto di questa faccenda del silicone?

    «Vede, quella sera, appena giunse la segnalazione in questura, ci precipitammo in quello splendido attico dei Parioli. Senza poter supporre le cause dell’accaduto, naturalmente. Io anzi, a giudicare dai nomi, dalla zona e dal lusso dell’abitazione, c’ero arrivato pensando piuttosto a un tentativo di rapina o magari di sequestro finiti tragicamente. Fui il primo a entrare nello studio e a vedere quello spettacolo orrendo: lei riversa su una poltrona con lo sguardo incredulo, il marchese sul pavimento accanto al suo fucile e il ragazzo, Minorenti, contorto dietro un tavolino rovesciato. Non c’era tanto sangue, tolto quel particolare macabro dell’orecchio del marchese che pencolava dalla cornice di un quadro, dove l’aveva scagliato e appiccicato un proiettile. Ma alla donna sporgeva un seno dall’abito che era stato squarciato da uno dei colpi, e dalla ferita sul seno usciva una sostanza bianca e densa, che non riuscivo a capire cosa fosse. Così chiamai subito il medico legale, che era un vecchio amico, per farglielo notare. «Non ti preoccupare» mi disse lui con un ghigno, «è solo silicone». Io ero incredulo, era la prima volta che vedevo una cosa del genere».

    E di casi così clamorosi, in tanti anni di Squadra Mobile, ne aveva visti altri? «Clamoroso? Veramente, per noi come polizia, la vicenda Casati non fu un caso clamoroso. Lo sarebbe stato se ci fosse stata un’indagine da fare per accertare i fatti, per chiarire le modalità, per identificare l’assassino. Ma in quel caso era tutto così semplice… Noi ci trovammo davanti a una situazione di fatto, un duplice omicidio seguito dal suicidio dell’assassino. Una volta chiarito l’accaduto con l’autorità giudiziaria e con il perito legale che intervenne sul posto, il nostro lavoro fu concluso».

    Ma lei non si pose delle domande, non si chiese quale molla era scattata nella testa del marchese?

    «Certo, logico che davanti a un omicidio l’investigatore si chieda il perché. Proprio come fa la gente. Io non posso mai dimenticare un cronista che c’era allora a Roma, Michele Ragusa, che poi ebbe una crisi mistica, si convertì e adesso è un religioso, ha addirittura creato un ordine che sta a Soriano del Cimino. Beh, lui davanti a un omicidio si chiedeva sempre: ma perché è successo? Per quale motivo? E voleva cercare di penetrare le cause vere, recondite, che avevano fatto scattare nel cervello dell’assassino l’impulso di uccidere. Ecco, anche l’investigatore, anche il poliziotto si chiede il perché. Anche noi ce lo siamo posto; ma da un punto di vista di polizia giudiziaria, il caso era già risolto. Il marchese aveva ucciso moglie e amante della moglie, poi si era tolto la vita a sua volta».

    E lei se la diede subito una spiegazione del perché del delitto?

    «Sì, una volta ascoltato il personale di servizio e identificato il giovane Minorenti, fu facile capire il movente. Penso che il marchese Casati si fosse reso conto che quella di sua moglie con un ragazzo tanto più giovane non era la solita avventura, che c’era qualcosa di più. Così esplose la sua gelosia. Poi, certo, un ruolo importante nel clamore suscitato dal delitto lo giocò la stampa: che dato il nome dei protagonisti della vicenda, non dico che la montò, ma ne parlò molto a lungo. Però ripeto: come indagine, per noi poliziotti, è importante il caso che richiede un’investigazione. Il delitto Casati fu clamoroso, per la gente, anzi morboso, soprattutto a causa delle fotografie della marchesa nuda che saltarono fuori, e poi per via del diario…».

    Le trovò lei le fotografie? È vero che erano tutte Polaroid, a sviluppo istantaneo, e che erano almeno millecinquecento, come scrissero i giornali dell’epoca?

    «Sì, le trovai chiuse in un cassetto della scrivania dello studio, dove avvenne il delitto. Quelle che vidi io erano solo una parte, ma complessivamente non erano così numerose: sono state riportate parecchie esagerazioni in merito a quella vicenda».

    Tra le foto, ce n’erano comunque di molto più esplicite di quelle pubblicate dai quotidiani. Gli eredi di Annamaria Fallarino chiesero e ottennero il sequestro di una pubblicazione oscena intitolata “II diario della marchesa”, con i primi piani dei suoi genitali. Si ricamò sul fatto che lei era angosciata dalle eccessive dimensione di certi particolari anatomici, che invece eccitavano molto il marchese e i suoi partner. E, scrisse qualcuno sulla base di chissà quali informazioni, anche “le” sue partner.

    «Io, veramente, di fotografie della marchesa con altre donne non ricordo di averne viste. Ma come ho detto, ne trovai solo alcune. E in quei primi momenti la mia attenzione maggiore era per i tre cadaveri, il mio compito era di chiarire cosa era accaduto in quella stanza».

    Dottor Gianfrancesco, cosa fece lei appena si trovò davanti ai cadaveri? Succede anche nella realtà come nei film americani, dove il detective non tocca nulla e se deve spostare qualcosa lo fa usando una penna, o magari un fazzoletto?

    «Sì, è vero, non sì tocca assolutamente nulla, il buon investigatore lascia tutto come sta. E poi con minuzia, ma sempre senza spostare niente, fa il sopralluogo. La prima cosa importante di un’indagine è il sopralluogo».

    E dopo arrivarono la scientifica, il medico legale, il magistrato?

    «No, in genere la scientifica arriva insieme a noi, entra e fotografa tutto. Ma senza toccare niente finché non arriva il magistrato e dà l’autorizzazione al proseguimento delle indagini, quindi si raccolgono i vari reperti. Per non inquinare le tracce, bisogna evitare al massimo che sul posto del delitto vada gente inutile».

    Quel giorno, nel pomeriggio, aveva già raggiunto l’attico di via Puccini la giovane Anna Maria Casati, nata dal primo matrimonio del marchese e sua unica erede. Il padre, che stava aspettando nello studio la moglie e Massimo Minorenti, le fece dire dal personale di servizio che non poteva vederla, e lei andò via. Tornò in serata, dopo il fattaccio?

    «Sì, arrivò quella sera stessa. E ricordo perfettamente che quella ragazza, nonostante fosse sconvolta da avvenimenti tanto drammatici, mi fece una buonissima impressione. Era calma, controllata, molto riservata».

    Nei giorni successivi al delitto, fra le più svariate ipotesi riportate dai giornali, ci fu anche quella di un tentativo di estorsione da parte del Minorenti, che avrebbe scatenato la furia del marchese Casati. Successivamente, però, questa ipotesi fu scartata. Si accertò solamente che il giovane, nei giorni in cui i due amanti stavano per affittare un appartamentino con il consenso apparente del marito di lei, avrebbe voluto che gli fosse intestato un autosalone. O che sarebbe stata lei, la marchesa, a chiedere al marito di intestarglielo.

    «Sì, ricordo abbastanza bene questa ipotesi. E anche altre, che però non entrarono nelle nostre indagini. Una volta chiarite modalità e tempi del delitto, ogni particolare accertato successivamente veniva riferito al magistrato, toccava a lui svilupparli e approfondirli».

    Un altro risvolto polemico riguardò gli aspetti ereditari dell’immenso patrimonio della famiglia Casati: se il marchese fosse deceduto anche solo un istante prima della moglie, questa ne sarebbe diventata teoricamente l’erede, quindi i parenti di lei avrebbero avuto diritto a una parte di quella fortuna. Invece poi fu stabilito che morì prima la donna, e che dunque l’intera eredità andava alla figlia del marchese. Ma come fu possibile accertarlo?

    «Lo accertò il medico legale, anche se non credo che esistano metodi scientifici per stabilire il momento della morte con tanta precisione. In ogni modo, in quel caso bastava il buon senso, per presumere cosa era successo: Casati prima scaricò il fucile contro la moglie e contro Massimo Minorenti; e il colpo che uccise lei fu quasi a bruciapelo, probabilmente la fulminò sull’istante. Poi solo dopo averli uccisi, ricaricò l’arma per togliersi a sua volta la vita».

    L’Italia del 1970 era più ingenua e più puritana di quella di oggi. Bastava un nudo a suscitare scalpore. È per questo motivo, secondo lei, che il delitto Casati sollevò tanta curiosità?

    «Io direi di no, penserei che furono piuttosto la notorietà dei personaggi, la loro vita certamente particolare, l’ambiente in cui il delitto avvenne a produrre un’eco così vasta. E poi quelle fotografie, naturalmente, e il contesto in cui erano state fatte, e le loro finalità: perché se una donna si apparta su una spiaggia isolata e prende il sole nuda, beh, sono fatti suoi. Ma se poi qualcuno la ritrae in pose porno o quantomeno osé e queste foto vengono utilizzate per suscitare un interesse preciso, allora la faccenda cambia aspetto. Io penso che anche al giorno d’oggi una vicenda del genere se i personaggi coinvolti fossero altrettanto noti e se risvolti e retroscena fossero simili, susciterebbe nella gente un interesse identico a quello di allora».

    Il sole nuda sulla spiaggia, dice lei. Ma le foto scattate da Camillo Casati a sua moglie non erano fatte tutte solo sulle spiagge…

    «Quelle che trovai allora io nello studio, sì. E ripeto, se non fosse poi venuta fuori tutta la faccenda dei loro rapporti sessuali a tre, neppure in quel periodo avrebbero fatto tanto scalpore le fotografie della marchesa nuda. Fu solo dopo, una volta pubblicate dalla stampa le rivelazioni del diario verde, che quelle istantanee acquistarono tutta un’altra dimensione».

    Del diario di pelle verde si seppe fin dal giorno successivo al delitto. Fu lei a trovarlo?

    «Sì, lo vidi la sera stessa del delitto, durante il sopralluogo. Si trovava sulla scrivania dello studio dove avvenne il delitto. Un diario grande come una cartellina portadocumenti, con la copertina di pelle verde, scritto a mano dal Casati con una grafia chiara. Una scoperta importante, il diario: perché la sua lettura, insieme al ritrovamento delle fotografie, ci permise di ricostruire subito gli antefatti e quindi di avere una spiegazione di ciò che era accaduto. Ma era anche una scoperta delicata, da gestire con grande riservatezza, per i nomi che conteneva e per i dettagli di certi resoconti, assai più scabrosi delle poche frasi che erano state pubblicate all’epoca dai giornali».

    Conserva ancora qualche ricordo preciso?

    «Sì, eccome, ma non lo posso dire. Non l’ho mai voluto fare: non solo per la riservatezza dell’indagine, ma anche per pietà verso quella gente finita com’era finita. E poi per tutelare la privacy delle persone indicate nel diario che fino a prova contraria, anche avendo avuto uno o più rapporti sessuali con la marchesa, non avevano commesso alcun reato».

    Ci vuol poco a capire che sarebbe inutile insistere: sono trascorsi ormai ventiquattro anni dal giorno del delitto, ma il tempo e la pensione non bastano ad allentare i sentimenti rigorosi di rispetto e di riservatezza di questo vecchio poliziotto che ha insegnato a interi stuoli di giovani funzionari, all’Istituto di polizia, il senso del dovere di un lavoro difficile. Dice solo, Valerio Gianfrancesco, che comparivano i nomi di personaggi famosi, di attori noti, tra i partner della “marchesa al silicone” (chissà se almeno loro lo sapevano, se se ne rendevano conto, visto che il modo e l’occasione non gli mancavano) e del marchese guardone. E aggiunge che c’erano resoconti assai più scabrosi di quelli pubblicati, che pure non erano poca cosa: a cominciare dai giorni immediatamente successivi al matrimonio, durante il viaggio di nozze, quando Camillino scrive sul suo diario di aver spinto un cameriere dell’albergo nella doccia della moglie, e che lei ha capito subito, è stata al gioco, e che lui si è divertito tanto. Contento lui… Ma è vero che era sempre e soltanto il marchese a scegliere i partner della moglie, com’era stato scritto all’epoca? Si capiva questo aspetto delloro rapporto, dalle annotazioni sul diario?

    «No, e anzi non credo proprio che fosse solo lui a scegliere e imporre regole e amanti, lei stava perfettamente al gioco».

    Tutti, però, descrivevano Anna Fallarino prima del matrimonio con Camillo Casati come una ragazza di provincia acqua e sapone, timorata e quasi schiva… Il suo primo fidanzato, un giovane macellaio che lei aveva conosciuto appena giunta a Roma, ha raccontato che tutte le sere alle 21 doveva riaccompagnarla a casa, e ha fatto capire che non c’era verso di toccarla con un dito. Avrebbe voluto sposarla, se proprio i genitori di lui non si fossero opposti. «Per motivi loro», ha precisato senza aggiungere altro, rimanendo nel vago. E questo sembra l’unico campanello d’allarme, l’unica nota stonata nella biografia della giovane donna, chissà che cosa pensavano di lei i suoi mancati suoceri. Più o meno le stesse cose del fidanzato ha riferito sul suo conto il suo primo marito, l’industriale Giuseppe Drommi. «Prego tanto la Madonnina che ci faccia sposare presto», gli scriveva lei. Com’è possibile che si sia trasformata all’improvviso in un mostro del sesso? Oppure erano solo apparenza gli atteggiamenti di prima?

    «Dal diario, per la verità, non si capisce bene se fosse stato il Casati a portarla su quella strada. Lui si limitava ad appuntare degli incontri, e a descrivere come si erano svolti».

    Dottor Gianfrancesco, che fine ha fatto quel diario, una volta conclusa l’indagine, visto che non si trattava di un corpo di reato?

    «Intanto, dal momento in cui io lo trovai e lo lessi, quei diario non rimase nelle mie mani nemmeno un’ora. Lo presi io materialmente, lo portai nel mio ufficio giusto il tempo di sigillarlo, e lo diedi al magistrato. Per non correre rischi, per evitare che potessero dire un domani, di qualsiasi indiscrezione, “uscita di lì”. Poi, probabilmente il magistrato lo ha consegnato ai familiari, agli eredi, una volta archiviato il caso».

    In simili storie di sesso e di sangue, entra spesso anche la droga. Un ingrediente quasi sempre presente in orge, festini, triangoli, come se questi fossero irrealizzabili senza cocaina o almeno senza spinelli… Nel caso del delitto Casati, invece, le cronache dell’epoca non hanno mai accennato a nulla del genere. Lei sospetti non ne ebbe, allora?

    «Non credo, almeno per quanto mi ricordi. In ogni caso, quella splendida casa che si affacciava su Villa Borghese, fu perquisita da cima a fondo. E di stupefacenti non fu trovata proprio alcuna traccia. No, non erano né la cocaina né altri stupefacenti a spingere i Casati verso i loro triangoli erotici».

    Di droga ne circolava già molta in quegli anni, a Roma?

    «Come no. Anzi, ricordo perfettamente che del primo episodio di spaccio di stupefacenti a Roma mi ero occupato proprio io: sarò stato il 1964 o il ’65 e io allora stavo alla Squadra Mobile. Ci stava anche Ferdinando Masone, che oggi è questore di Roma, e che venne alla Mobile quando io già ero là da qualche tempo. Fu un caso clamoroso, per l’epoca: erano due inglesi, che spacciavano marijuana a piazza Vittorio. La vendevano in un camper parcheggiato nella piazza. Furono i primi due arresti per spaccio, e i giornali diedero grande risalto a questo avvenimento».

    Niente droga ma solo follia, insomma, nel delitto Casati. E lei si rese conto fin dall’inizio di trovarsi di fronte alle tre vittime di un dramma della gelosia?

    «Beh, non ci volle molto. C’era anche il biglietto lasciato dal Casati, scritto sul foglietto di un calendario, con una donna nuda anche quello… Lui aveva capito che tra sua moglie e il ragazzo era nato del tenero. Altrimenti, se si fosse trattato di un amante occasionale, come tanti altri, il marchese non avrebbe avuto motivo né intenzione di vendicarsi. Evidentemente, invece, tra la Fallarino e il Minorenti si erano instaurati rapporti affettivi. Il marchese voleva solo rapporti veloci, che iniziavano e terminavano al massimo entro una settimana. Ecco perché il suo diario conteneva una lunga sfilza di nomi e di storie. Lui era un anormale, a suo modo era molto possessivo, non poteva accettare l’idea che lei si innamorasse di un altro uomo. Tutto, con gli altri, doveva fermarsi al sesso. E quando aveva capito che invece la stava perdendo…».

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  • Cirò Marina, don Giovanni Marino a processo: “Violentò e fece prostituire un ragazzino”

    Cirò Marina, don Giovanni Marino a processo: “Violentò e fece prostituire un ragazzino”

    Don Giovanni Marino, ex parroco di Cirò Marina (Crotone), è stato rinviato a giudizio con l’accusa di prostituzione minorile, tentata estorsione, rapina e violenza privata. Secondo i magistrati, il prete avrebbe costretto un ragazzino di 16 anni, con un ritardo cognitivo, a prostituirsi. Poi, temendo di essere scoperto, ha fatto minacciare di morte sia l’adolescente che la sua famiglia tanto da costringerli a lasciare la Calabria.

    Don Giovanni Marino andrà a processo con l’accusa di prostituzione minorile, tentata estorsione, rapina e violenza privata. Il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Catanzaro, Antonio Battaglia, ha chiesto il rinvio a giudizio del sacerdote di 56 anni, all’epoca dei fatti parroco della chiesa di Sant’Antonio di Padova a Cirò Marina, cittadina in provincia di Crotone. Il Gup ha anche riconosciuto l’aggravante di aver commesso il fatto su un minorenne affetto da un lieve ritardo mentale e nella qualità di ministro di culto. Secondo i magistrati, infatti, don Giovanni avrebbe costretto un ragazzino di 16 anni, con un leggero ritardo cognitivo, a prostituirsi. Non solo, per non essere scoperto avrebbe prima cercato di comprare con del denaro il silenzio dell’adolescente e poi fatto minacciare di morte la vittima e la sua famiglia tanto da costringerli a lasciare la Calabria.

    I presunti abusi sessuali risalgono a maggio 2013 e sarebbero avvenuti all’interno dei locali destinati all’alloggio dei sacerdoti. Stando all’ipotesi accusatoria, il prete avrebbe approfittato dello stato di povertà del 16enne per costringerlo a un rapporto orale in cambio vestiti, denaro e un telefono cellulare. Don Giovanni, però, non sapeva che il ragazzino avrebbe utilizzato proprio quel telefono per registrare i loro incontri sessuali. Per il sacerdote, quindi, quel filmato era una prova da eliminare a tutti i costi. Secondo la procura, Padre Marino in due occasioni ha offerto alla vittima del denaro per rientrare in possesso del video che lo incastrava. Prima cinquecento e poi settemila euro, le somme con cui il prete avrebbe tentato di far scomparire le immagini che lo vedevano consumare un rapporto sessuale con il minorenne.

    Di fronte al rifiuto dell’adolescente di consegnare il video, il sacerdote sarebbe passato prima alle minacce verbali e poi anche a quelle fisiche. Su mandato di don Marino, continua l’accusa dei magistrati di Catanzaro, una persona con il volto travisato da un casco di motociclista avrebbe puntato una pistola in bocca al ragazzino minacciandolo di morte. Quest’uomo, ancora ignoto, dopo aver afferrato il cellulare dalla tasca della vittima, lo ha buttato violentemente a terra, pensando così di eliminare anche il file video. Inutilmente però, perché il 16enne aveva salvato in precedenza il filmato nella memoria del telefono. Don Giovanni Marino dovrà rispondere anche di violenza privata perché avrebbe assoldato alcune persone che, secondo la procura, hanno picchiato il compagno della madre del ragazzino per costringerlo a consegnarli il cellulare. Dopo l’aggressione avvenuta in casa del 16enne, l’intera famiglia ha deciso di allontanarsi da Cirò Marina, fuggendo prima a Napoli, poi a Gela, ad Isola Capo Rizzuto e a Roma. La prima udienza del processo a don Giovanni è prevista per il prossimo 9 settembre davanti ai giudici del Tribunale collegiale di Catanzaro.

    https://www.fanpage.it/attualita/ciro-marina-don-giovanni-marino-a-processo-violento-e-fece-prostituire-un-ragazzino/

  • La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    Riceviamo e pubblichiamo

    Ecc. Rev.ma,

                Ho esitato molto prima di inviarle questa lettera in quanto nuovo presule di Treviso  da settimane insediato nella nuova diocesi. Avrà mille cose da fare, incontri da presiedere, persone da incontrare e mani di stringere.

                Ma visto che è proprio all’inizio del suo mandato episcopale è giusto che si aggiungano anche queste mie parole e che sia messo al corrente di alcune cose che magari altri non le hanno detto o non hanno ancora  il coraggio di dirgliele.

    Sulla scia del summit che si è svolto nei mesi scorsi in vaticano (o meglio nel luogo dove alberga Satana) sul grande tema della pedofilia e leggendo in questi mesi il libro di F. Martel “Sodoma” e alla luce delle tante testimonianze che ho ascoltato in questi ultimi anni di vittime di abusi da parte della gerarchia ecclesiastica, ho trovato anch’io la forza dopo più di 28 anni di denunciare gli abusi sessuali, le umiliazioni e le gravi vessazioni che ho subito durante l’anno di seminario che ho frequentato negli anni 1990-91 (in Comunità Vocazionale).

    La mia vicenda è simile a quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo. All’età di 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto,  a 15 anni l’animatore nella mia parrocchia di Galliera Veneta e  a frequentare i gruppi di AC in patronato.

    A 18 anni ho iniziato a frequentare il Gruppo Diaspora (il gruppo di orientamento vocazionale per giovani) perché sentivo in me una sorta di chiamata a diventare prete e l’anno successivo, finita la maturità, sono entrato in comunità vocazionale dove ho conosciuto molti preti, sia della comunità vocazionale, del seminario minore e maggiore.

    Ero un ragazzo normale, pieno di vita e di sogni, come tutti i ragazzi di quell’età. Volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione.

    Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno intero non ho avuto la forza di andarmene e di denunciare quello che mi era successo, anche perché erano anni in cui ancora non si potevano denunciare e parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti.

    Una sera, addirittura, stanco e sfinito di essere maltrattato e abusato sessualmente e non solo, sono letteralmente  fuggito dal seminario vagando per la città di Treviso tutto solo e  in balia dei miei dolori, delle mie angosce e delle mie atroci sofferenze e pregno delle mie ferite lancinanti che sanguinavano.

    Ricordo, dopo aver camminato per un’ora piangendo, di essermi seduto sfinito in una panchina e poi di aver deciso (quasi come un flash) di suonare alla porta dell’episcopio: volevo parlare con l’allora vicario generale mons. Angelo Daniel (arciprete di Galliera Veneta dal 1974 al 1989) ed oggi vescovo emerito di Chioggia (a cui non ho inviato questa lettera perché so che le sue condizioni di salute sono molto precarie), con il quale avevo una grande confidenza ed era stato per anni il mio padre spirituale.

    Ricordo sempre quella sera di marzo, venne ad aprire la porta il suo predecessore, il Vescovo Magnani, il quale stupefatto e con quello sguardo sicuro e schivo che sempre lo ha caratterizzato,   mi chiese  cosa volessi. Io non gli risposi nemmeno, lo scansai e salì in fretta quelle scale cercando di parlare con don Angelo, il quale mi accolse da padre con un abbraccio e mi chiese che cosa avessi e per quale motivo lo stessi cercando e per quale motivo stessi piangendo in modo così copioso.

    Nonostante avessi gli occhi gonfi di lacrime non ebbi il coraggio di raccontargli la verità. Gli dissi una bugia, che ero stanco, che volevo uscire dal seminario. Lui cercò di capire, ma io non gli detti il tempo di farlo.

    Lo ringraziai per il tempo che mi aveva dedicato, l’allora segretario del vescovo Magnani e oggi suo Vicario Generale, mons. Adriano Cevolotto, mi chiese se volevo almeno un bicchiere d’acqua, ma rifiutai.

    Me ne andai, scesi quelle scale con tanta rabbia dentro per non essere riuscito a raccontare nulla.

    Al rientro in seminario trovai le porte chiuse a chiave e per tutta la notte dormii nella mia macchina fino alla mattina quando furono riaperte le porte e potei rientrare  e andai subito a farmi una doccia.

    Quella mattina non partecipai né alla messa, né mi feci vedere a colazione  e a lezione, ma rimasi per tutta la giornata in camera a piangere e a farmi mille domande su quanto stavo vivendo.

    Ho continuato, quindi, a resistere fino a giugno quando comunicai la decisione di uscire definitivamente dal seminario. Fu per me grande una liberazione: ricordo venne mia madre ad aiutarmi a portare a casa le mie cose, ma un prete vigliacco (un vero e proprio verme strisciante) non permise alla donna che mi ha donato la vita di salire al piano superiore perché, sempre secondo quel prete maledetto, il piano superiore era un luogo privato al quale potevano accedere solo i seminaristi. Io gli detti una spinta e lo minacciai che se non avesse acconsentito a far salire mia madre, avrei chiamato immediatamente mons. Daniel, il Vescovo Magnani e i carabinieri.

    A quel punto lo vidi sparire  e mia mamma, la donna che amo più della mia stessa vita, è salita e assieme con una gioia immensa preparammo le valigie. La abbracciai forte, era più di un anno che non sentivo un vero abbraccio, il vero Amore venirmi incontro. Ero felicissimo perché sapevo che stava finendo quell’incubo, che erano gli ultimi minuti in cui io avrei visto quelle maledette stanze dell’orrore.

    Per più di 28 anni ho cercato di andare avanti, di dimenticare, di guardare oltre a quello che mi era successo, mi sono subito iscritto alla facoltà di filosofia a Padova dove dopo cinque anni mi sono brillantemente laureato.

    Ma nulla è mai stato come prima dopo quell’ anno vissuto in quel terrificante posto. Mai potrò dimenticare quei terribili e nefandi pomeriggi a fare “direzione spirituale” all’interno della camera del verme strisciante: ma Eccellenza – chiedo a lei-  si può fare direzione spirituale in camera? E perché non in uno studio come tutti gli altri preti?

    Il trauma esce ancora oggi, mi attanaglia  con qualsiasi cosa che può essere un ricordo, un sogno, una parola.

    Quando venivo e vengo a Treviso sto tutt’oggi ancora male, evito di passare per quelle vie e guardare quegli edifici, troppo grande è il dolore.

    Nulla, ripeto, dopo quello che mi è successo è più come prima e in questi giorni, mi creda, non ho più lacrime pensando   a quei terribili momenti vissuti.

    Ho pensato più volte anche di farla finita per porre fine ai ricordi dolorosi, poi per fortuna la svolta e la rinascita.

    Sono partito per un anno di volontariato nel 2010 con una grande ONG ad Haiti e lì, all’interno della missione umanitaria, ho conosciuto un medico francese stupendo che mi aiutato  e che mi ha dato la forza di ripartire. Oggi questo medico, da 9 anni, è il mio marito e compagno di vita ed è grazie a lui se ho trovato la forza di scriverle affinché lei sappia  che anche all’interno della diocesi da lei governata, vi sono dei preti pedofili che ogni mattina celebrano la messa e fanno la comunione come se niente fosse.

    Io sono stato spesso  (e continuo ancor oggi nonostante siano passati più 28 anni) ad essere minacciato di morte da questi preti infami che hanno abusato sessualmente di me e che ancora oggi mi scrivono o mi fanno arrivare dei messaggi da altri preti o uomini di curia  “Se parli, sei morto”.

    I reati e i crimini che hanno commesso questi criminali sono andati ovviamente in prescrizione, ma in prescrizione non andranno mai il mio dolore, le mie lacrime,  i miei traumi subiti. E se Papi, Cardinali, Vescovi archiviano (o meglio insabbiano ), Dio non archivia!!

    L’anno scorso ho chiesto lo sbattezzo che mi è stato concesso perché io non credo più  nell’esistenza di Dio. Dio è solamente un’invenzione dell’uomo e della gerarchia ecclesiastica per compiere  questi abominevoli crimini. Perché, Vescovo Tomasi, se Dio esistesse non avrebbe permesso a me e ad altre decine di migliaia di minorenni e giovani di vivere un dolore simile e continuare fino ad oggi a perpetuare crimini così efferati permettendo che altri ragazzi innocenti in tutto il mondo  provassero e provino quello che ho provato io.

    Non credo, ovviamente, nemmeno più in questa chiesa che mi ha profondamente e irrimediabilmente deluso, ferito e umiliato, che mi ha piagato corpo, mente e anima, quella chiesa a cui io ho dato tanto fino la mia stessa vita e tutto ciò che di bello avevo dentro me stesso. Volutamente non ho inviato questa mio scritto all’Arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzucato, altro suo precedessore che ha Treviso ha combinato solo veri e propri disastri finché la lungimiranza dei due suoi confratelli emeriti (Mons. Magnani e Mons. Daniel) non sono partiti per Roma  e spiegando alla Santa Sede con grande saggezza e verità cosa stava succedendo a Treviso, subito dopo poche settimane si sono visti gli effetti positivi di quella visita in Vaticano e in pieno luglio è arrivato il decreto di nomina di Mazzocato a Udine (io sinceramente l’avrei mandato ancora più in là, magari in Slovenia in una sperduta diocesi in mezzo ai boschi e alle foreste). Si pensi che, quando l’amministrazione comunale guidata dal Sindaco Manildo ha installato le telecamere di vigilanza nei punti più importanti della città, un telecamera è stata piazzata anche in Piazza Duomo. A.B.M. ha subito telefonato al Sindaco dicendo che non era opportuna una telecamera in piazza Duomo e che non gradiva che fosse registrato e ripreso chi entrava e usciva dall’episcopio. Per forza, li ho visti io con i miei occhi ragazzi più che ventenni uscire dalla porta del Palazzo Vescovile alle 3 di notte. Erano andati a fare direzione spirituale, ci teneva (e ci tiene ancora) molto l’Arcivescovo alle vocazioni…….

    Io oggi provo una grandissima felicità a non fare più parte della chiesa cattolica composta da preti vigliacchi, vescovi e cardinali approfittatori, ladri, disonesti, pedofili, falsi, criminali.

    Nonostante ciò mi sono sentito in dovere di scriverle e di raccontarle (risparmiandole e tralasciando appositamente dettagli raccapriccianti sulla mia vicenda) quello che a me è successo e a metterla in guardia (se mi permette) sul fatto che anche la diocesi di Treviso ha all’interno del suo presbiterio, dei preti pedofili maledetti e infami.

    Non cerco consolazione, commiserazione e compassione, ho già chi mi ama, chi ogni giorno quando riaffiorano alla mente certi pensieri,  sa con amore come asciugare le lacrime che copiose scendono e rigano le mie guance e sa asciugarle accarezzandomi e asciugandomi il viso con le proprie mani donandomi tutto l’amore possibile.

    Non cerco nemmeno una sua risposta, sappia però che se verrò chiamato a portare la mia testimonianza, dovrò raccontare tutto quello che ho raccontato a lei in questa mia lettera aggiungendo però altri  particolari meno gradevoli, ma estremamente veri.

    La informo, inoltre, che ho deciso di dare alla stampa locale e nazionale  il contenuto di tale lettera e di fare i due nomi pubblicamente dei due sacerdoti pedofili che ho avuto l’orrore di conoscere: ora sono due parroci (don Paolo Carnio a San Donà di Piave e don Livio Buso a San Martino di Lupari), negli anni 90/91 erano rispettivamente il responsabile della Comunità Vocazionale e l’altro assistente della stessa. Ho dato, inoltre, mandato ai miei legali di comunicare i nomi dei due criminali alla Procura della Repubblica competente.

    Spero solo questo mio scritto possa illuminarla sulla necessità, come vescovo ordinario pro tempore della diocesi di Treviso, di vigilare costantemente  e di denunciare con determinazione e franchezza eventuali altri abusi di cui verrà o sarà già venuto a conoscenza.

    La ringrazio di avermi letto, le auguro un buon lavoro all’inizio di questa sua nuova e prima missione da Vescovo e la saluto cordialmente.

    Galliera Veneta, 16 dicembre 2019

                                                                                                                          Gianbruno Prof. Cecchin

  • Setta del diavolo-vampiro: almeno 7 vittime in tutta Italia

    Setta del diavolo-vampiro: almeno 7 vittime in tutta Italia

    Il “fondatore”, un 23enne russo residente in Toscana, l’aveva chiamata Congrega del diavolo-vampiro. Nulla di goliardico, purtroppo. Al momento ci sono, infatti, sette vittime accertate. Ma possono essere la punta dell’iceberg.

    Ecco i nuovi sviluppi nell’inchiesta della Dda fiorentina e della squadra anti sette della questura di Firenze sulla congrega del  diavolo-vampiro. La presunta setta satanica – con base nella provincia di Prato – era guidata da un ragazzo russo di 23 anni. Secondo le accuse, si praticavano rituali esoterici e abusi sessuali anche su minori.

    Nuovi sviluppi in Toscana

    Oltre alle 4 vittime individuate durante i primi accertamenti, culminati con le perquisizioni della scorsa settimana, altre tre persone si sono presentate negli uffici della questura di Firenze, riferisce “La Repubblica”, per denunciare abusi e ricatti psicologici: testimonianze drammatiche, durante le quali le vittime si sono mostrate terrorizzate per le possibili ritorsioni del giovane leader (al momento l’unico indagato con le accuse di riduzione in schiavitù e violenza sessuale) e degli altri membri della setta. In attesa di raccogliere nuove testimonianze – una ventina le persone che hanno preso contatto con la questura negli ultimi giorni – la squadra mobile è ora al lavoro per cercare riscontri alle nuove accuse.

    Il diavolo-vampiro trovava le vittime sul web

    Secondo quanto emerso il cittadino russo, studente universitario, agganciava i potenziali adepti sui social network. Li suggestionava convincendoli di essere dei prescelti e li legava a sé con un patto di totale obbedienza, ricorrendo a trucchi di magia per persuaderli dei propri poteri o a messinscene come fingere di farsi uccidere da due complici per poi resuscitare. Durante i rituali, scrive nel decreto di perquisizione il sostituto procuratore della Dda fiorentina Angela Pietroiusti, dava morsi sulle braccia delle vittime “causando dolori persistenti e cicatrici”.

    Dietro il diavolo-vampiro uno stupratore

    Si presentava come un diavolo-vampiro. Diceva di morderli per “aumentare le loro potenzialità e per riattivare l’essenza di lupo mannaro e vampiro delle loro vite precedenti”. Con la scusa di recuperare i ricordi delle vite passate, faceva inalare incensi e cristalli. In quasi in tutte le occasioni gli incontri terminavano con il rituale dello “sblocco sessuale”. Un pretesto con cui ragazzi anche minorenni venivano spinti ad avere rapporti omosessuali.

    Setta del diavolo-vampiro: almeno 7 vittime in tutta Italia

  • Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    Vittime del Provolo al Papa: «Sapevi e non hai agito»

    «Sapevi e non hai agito»: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti.

    Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un «incontro pubblico» con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno «prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede».

    Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. «Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore», riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/vittime-del-provolo-al-papa-sapevi-e-non-hai-agito-1.7940731

  • Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    Le vittime di pedofilia dell’Istituto Provolo accusano Papa Francesco

    “Sapevi e non hai agito”: è la durissima accusa al Papa dalle vittime di abusi da parte del clero partiti dall’Istituto Provolo, struttura per i bambini sordomuti. Le vittime, sostenute dalla rete Eca (End Clergy Abuse) saranno la prossima settimana a Roma e a Ginevra per denunciare i fatti ma anche con la richiesta (inviata il 5 febbraio) di un “incontro pubblico” con Papa Francesco, esattamente ad un anno dal Summit sulla questione della pedofilia che si tenne in Vaticano.

    Le vittime di pedofilia accusano Papa Francesco

    La questione degli abusi al Provolo parte dall’istituto di Verona ma poi ha avuto anche gravissimi casi in Argentina, nella provincia di Mendoza, dove è in corso un processo. Le iniziative dell’Eca cominceranno lunedì 17 febbraio con una conferenza stampa a Roma, nella sede della stampa estera, ma gli appelli nel corso della settimana saranno rivolti anche all’Onu a Ginevra e alle strutture vaticane che si occupano di lotta alla pedofilia, come la Congregazione per la Dottrina della Fede. Le vittime sopravvissute agli abusi saranno dunque a Roma il 20-22 febbraio, dopo tre giorni di incontri con i funzionari delle Nazioni Unite a Ginevra, dove presenteranno “prove dei loro casi di abuso di violazioni dei diritti umani da parte del Papa e della Santa Sede”. Il caso Provolo conta alcuni arresti – ricorda Ecoglobal – a fine 2016, innanzitutto quelli di padre Nicola Corradi e di padre Horacio Corbacho. Nel recente processo in Argentina contro i due sacerdoti e un impiegato laico, più di 20 vittime sorde hanno testimoniato di essere state aggredite sessualmente e maltrattate fisicamente all’Istituto, alcune già all’età di cinque anni. “Questo mese, altri nove presunti autori di reato e dovrebbero essere processati, tra cui due suore”, riferisce la rete anti-abusi.

    https://www.nextquotidiano.it/le-vittime-di-pedofilia-accusano-papa-francesco/

  • Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Papa Francesco sarà denunciato alle Nazioni Unite per aver nascosto il caso Próvolo

    Per Máximo Paz, per ANRed – Le derivazioni dei casi enfatici verificatisi a Mendoza dai molteplici attacchi sessuali di preti su bambini sordi all’Istituto Cattolico Antonio Próvolo di Luján de Cuyo continuano il loro percorso di denuncia. Dopo che nel novembre dello scorso anno il reclamo ha raggiunto una marcata condanna nei confronti degli autori di abusi, le vittime, insieme ai loro avvocati, riveleranno all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) un documento contro il Vaticano che descriverà in dettaglio le accuse di azioni di occultamento nel processo di giudizio.

    Gli avvocati Sergio Salinas e Lucas Lecour – membri dell’Associazione Xumek, una comunità dedicata alla promozione e alla difesa dei diritti dei bambini – e quattro vittime dirette, su invito di Ending Clergy Abuse (ECA), una ONG dedicata all’argomento degli abusi sessuali perpetrati da religiosi in tutto il mondo, sarà la delegazione che presenterà il mese prossimo presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera, un rapporto in cui Papa Francesco e la Chiesa cattolica saranno accusati di aver coperto gli atti criminali e la mancanza di collaborazione nel già storico processo noto come “Caso Provolo”. Denunce attraverso la relazione saranno formulate specificamente in seno al Comitato contro la tortura e al Comitato sui diritti dell’infanzia dell’organizzazione internazionale.

    Sebbene tale strumento di imputazione sia in istanze preparatorie, le accuse nei confronti della Chiesa per insufficiente collaborazione nel famoso caso scoppiato a Mendoza è stata una costante che ha formato un cardine durante il processo giudiziario, che ha finito per condannare il sacerdote Nicola Corradi, il sacerdote Horacio Hugo Corbacho e il giardiniere Armando Ramón Gómez, rispettivamente a 44, 45 e 18 anni di prigione. Ancora di più: dopo la sentenza dello scorso novembre, il commissario apostolico Alberto Bochatey ha pubblicato una dichiarazione intitolata “Se un membro soffre, tutti soffrono con lui”, dove cerca di negare la denuncia e di rendere conto, a modo suo, dell’effettiva collaborazione del chiostro cattolico, messo alle strette per le accuse contro di lui. Tale pubblicazione non è stata sufficiente per l’accusa che ha affrontato la causa chiamando a deporre Dante Simón – un inviato speciale di Papa Bergoglio per agire come informatore e amministratore dello scandaloso processo – partendo da una denuncia, in cui l’inviato è stato accusato di aver ostacolato il percorso probatorio, ostruzione alla giustizia, disobbedienza e falsa testimonianza.

    In tal senso, si osserva che sebbene il processo penale abbia trovato la sua condanna in prima istanza, resta da sapere cosa si determinerà nei processi che saranno condotti nella giurisdizione civile, dove verrà stabilito il corrispettivo risarcimento economico per le vittime. Il procedimento civile è contro l’Opera di San José, il nome legale dell’Istituto Próvolo e, in solido, l’Arcivescovo potrebbe essere responsabile. In quella zona procedurale, in cui è posta in gioco l’aspetto monetario, oltre alla punizione, la Chiesa, come determinata dalla difesa degli abusi sessuali, passa anche a verdetti contorti basati sui loro interessi materiali. Senza andare oltre, all’inizio del mese in corso, un avvocato patrocinante – anche un membro dell’organizzazione di appartenenza di Salinas e Lecour -, mandò una lettera a Bergoglio stesso per denunciare la Chiesa sul suo atteggiamento nei confronti di ciò che ora si sviluppa attraverso la giurisdizione civile. Lì dice: «Solo pochi giorni fa e dopo che il tribunale penale ha condannato gli accusati per gli eventi accaduti, in una dimostrazione esemplare di attivismo giudiziario, una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo in modo che le vittime abbiano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora una Camera civile ha convocato le parti per cercare di raggiungere un accordo affinché le vittime ottengano un risarcimento. Tutti i tentativi non hanno avuto successo, da allora il dialogo con la controparte è stato come negoziare con una compagnia di assicurazioni. La priorità della controparte era compensare sempre al minor costo possibile. Va chiarito che con meno della metà del denaro ricevuto dall’Associazione per la vendita della proprietà in cui ha lavorato, è sufficiente a risarcire le vittime (in riferimento a dove ha lavorato l’Istituto Próvolo, che è stato chiuso e venduto). Bochatey, ipocritamente, fa dichiarazioni pubbliche di solidarietà con le persone colpite ma, privatamente, protegge meschino la tasca di un ordine i cui membri hanno abusato sessualmente di persone sordomute a Verona, La Plata e Mendoza.»

    Le denunce in Europa si svolgeranno tra il 14 e il 22 febbraio. La delegazione, a nome di tutti gli abusati, terrà incontri con numerose entità internazionali e ONG, al fine di rendere visibile il caso pilota in Argentina a livello internazionale, che ha completamente svelato le azioni dei sacerdoti in relazione ai crimini sessuali verso minori e vulnerabili.

    Va aggiunto che l’Onu quest’anno valuterà il Vaticano – come Stato – in relazione alle sue prestazioni in conformità con i regolamenti che emergono dalla Convenzione contro la tortura e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, con l’antecedente negativo nella ultime decisioni dell’organizzazione internazionale prese nel 2014 , dove si è concluso che “la Santa Sede ha violato la Convenzione nei casi in cui è stata denunciata di abuso e ignorato le accuse, e che, per quanto ne sappiamo, è accaduto almeno cinquanta volte”, ha affermato il relatore del caso dalla commissione contro la tortura, Felice Gaer.

    Il tour includerà anche un passaggio attraverso l’Italia, dove incontreranno le vittime che hanno subito gli stessi attacchi, abusi e crimini a Verona. Come atto conclusivo, il gruppo delegato ha richiesto una visita a Roma a Papa Francesco, oltre ad altre autorità ecclesiastiche, al fine di presentare di persona il problema trasformato in un paradigma sull’abuso sessuale religioso.

    Il silenzio in risposta alla richiesta di incontri, fino ad oggi, da parte dello Stato della Chiesa cattolica e del suo leader, l’ex cardinale di Buenos Aires Jorge Bergoglio, ora Papa Francesco, è totale. Appare solo l’eco delle ultime notizie conosciute del mondo religioso: i 50 rosari benedetti dal più alto funzionario vaticano dato a militari condannati per crimini contro l’umanità. Rete L’ABUSO

    (traduzione con Google)

  • Padova, sacerdote cacciato: non ha rispettato celibato. Lui: “Faccio l’elenco dei preti pedofili, gay o che hanno fatto abortire le loro donne”

    Padova, sacerdote cacciato: non ha rispettato celibato. Lui: “Faccio l’elenco dei preti pedofili, gay o che hanno fatto abortire le loro donne”

    Don Marino Ruggero, ormai ex parroco di Albignasego, era già noto per le sue posizioni politiche, i provini al Grande Fratello e le parole contro i rom. Il suo trasferimento, però, è stato ordinato per altri motivi. E sul Gazzettino il presule ha deciso di sfogarsi, minacciando di creare uno scandalo nella diocesi del capoluogo euganeo

    Altro che accuse di essere un prete leghista. O preoccupazione per alcune prese di posizione sul tema dei migranti e della legittima difesa. Oppure per la partecipazione alle selezioni del Grande Fratello. È soltanto una vicenda di mancato rispetto dell’osservanza del celibato all’origine del trasferimento di don Marino Ruggero dalla parrocchia di San Lorenzo in Roncon di Albignasego, in provincia di Padova. Lo ha annunciato la curia, probabilmente indispettita dalle interviste concesse dall’ex parroco. Ma questo, anziché sopire il caso, rischia di ampliarlo. Perché don Marino reagisce a sua volta minacciando rivelazioni su preti pedofili o su aborti suggeriti da sacerdoti ad alcune donne che avevano messo incinta. Una bufera che imbarazza la diocesi e il vescovo Claudio Cipolla.

    Partiamo dalla struttura ecclesiastica. “Si comunica che in data 13 gennaio 2020 è iniziato, su mandato del vescovo di Padova, il processo canonico nei confronti di don Marino Ruggero, presso il Tribunale ecclesiastico diocesano”. Insomma, il parroco è sul banco degli imputati. “A don Marino, alla luce di precise accuse avvalorate da prove, vengono contestati comportamenti non consoni allo stato clericale, inerenti agli impegni derivanti dall’obbligo del celibato per i preti”. Trovano così conferma le voci che circolavano ad Albignasego su frequentazioni personali del sacerdote, ma che l’interessato aveva respinto. La Curia confuta alcune dichiarazioni del prete che avevano alimentato il sospetto di una persecuzione immotivata. “Don Marino Ruggero – contrariamente a quanto finora egli stesso ha dichiarato pubblicamente – era a piena conoscenza dell’ambito delle accuse a lui rivolte, che hanno portato il vescovo a disporre un’indagine previa e successivamente al fermo invito a dimettersi spontaneamente, proprio per dargli la possibilità di difendersi nelle sedi adeguate (tribunale ecclesiastico), dalle accuse che gli sono state rivolte”.

    Una doccia fredda ad Albignasego dove un migliaio di fedeli hanno già firmato una petizione per chiedere che il sacerdote torni ad essere il loro parroco. Anzi, in un primo tempo, dalla curia era venuto l’annuncio di un trasferimento temporaneo e non definitivo. Probabilmente si trattava di una forma di cautela, visto che il processo è solo iniziato. Al momento la parrocchia è retta da don Giovanni Brusegan, direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo, che fu mandato dal vescovo anche a San Lazzaro, a Padova, tre anni fa, quando ci fu lo scandalo di don Andrea Contin, il prete che organizzava incontri a luce rosse, perfino con annunci sui giornali.

    La reazione di don Marino, intervistato da Il Gazzettino rischia di attizzare ancor di più il caso. “Se loro si comportano in modo così grave e scorretto nei miei confronti, allora io sono vendicativo. Non mi aspettavo assolutamente quel comunicato. Lo reputo un comportamento fortemente scorretto da parte della Curia. Secondo me è opera del vicario generale, può essere che il vescovo non sapesse nemmeno di questo comunicato”. Ma il processo? “Io sapevo di alcune accuse, certo, ma non c’è ancora niente di accertato. Mi pare vergognoso scrivere certe accuse quando non si sa ancora se siano vere o meno. Questo la Curia non avrebbe dovuto farlo. È solo una delle tante accuse che mi vengono fatte, dall’essere leghista in poi. Ci sono stati i provini al Grande Fratello, le mie posizioni sui Rom, le comunioni a separati e divorziati. Evidentemente sono considerato un prete scomodo e i preti scomodi vogliono eliminarli”. Don Marino sfida la Curia. “Se questo è il metodo che usano, allora io inizio a fare l’elenco, con tanto di prove, di preti pedofili, gay o che hanno la donna che ha abortito, che sono a capo di grandi parrocchie della Diocesi di Padova. So bene chi sono e dove sono, ma i loro nomi non sono mai stati resi pubblici. Il trattamento deve essere uguale per tutti”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/14/padova-sacerdote-cacciato-non-ha-rispettato-celibato-lui-faccio-lelenco-dei-preti-pedofili-gay-o-che-hanno-fatto-abortire-le-loro-donne/5670134/

  • ABUSAVA DEI RAGAZZINI: CONFERMATA LA CONDANNA A OTTO ANNI PER DON PASCAL

    ABUSAVA DEI RAGAZZINI: CONFERMATA LA CONDANNA A OTTO ANNI PER DON PASCAL

    Il sacerdote 47enne di Nuraminis avrebbe utilizzato sonniferi per addormentare le vittime

    E’ stata confermata in Cassazione la condanna a otto anni per don Pascal Manca, il sacerdote 47enne di Nuraminis accusato di aver abusato di diversi ragazzini della sua parrocchia.

    Il religioso, che all’epoca dei fatti contestati aveva sede a Mandas, secondo le suore e i diaconi che vivevano con lui nella casa parrocchiale consumava enormi dosi di sonniferi. Dosi che, secondo gli specialisti interpellati, sarebbero incompatibili con l’uso personale. Per i giudici della Cassazione “Don Pascal mischiava i pesanti sedativi nelle bibite che poi offriva ai ragazzi convocati nella casa parrocchiale per segrete riunioni. Quando avevano sete per i minorenni non c’era mai acqua, ma soltanto bevande allungate a loro insaputa con sonnifero incolore e insapore”.

    Secondo quanto emerso, gli incontri erano organizzate dal parroco al di fuori degli orari del catechismo e “Una volta che riusciva ad addormentare i ragazzi, don Pascal approfittava di loro”. Prosegue la ricostruzione dei giudici: “nessun dubbio sulle dichiarazioni dei ragazzi vittime degli abusi, che sentiti separatamente e in diversi frangenti hanno sempre raccontato la stessa versione dei fatti, compresi i messaggi esplicitamente pornografici ricevuti da don Pascal col tentativo di indurli a compiere atti sessuali”.

    I legali del sacerdote Gianni Faa e Paolo Loria hanno difeso il proprio assistito sostenendo che don Pascal lasciava spesso incustoditi il telefono cellulare e il tablet e che uno dei messaggi presi a esame fosse partito mentre questi celebrava messa la notte di Natale. Per i giudici il fatto non sarebbe rilevante poiché “L’ex parroco di Mandas e Villamar era solito mandare messaggi a sfondo sessuale anche a numerosi adulti, era una sua pratica molto frequente”.

    Il Tribunale ha confermato il pagamento di oltre 200mila euro di provvisionale da versare alle vittime come anticipo rispetto ai risarcimenti già chiesti in sede civile.

    https://www.sardegnalive.net/news/in-sardegna/41765/abusava-dei-ragazzini-confermata-la-condanna-a-otto-anni-per-don-pascal

  • Sesso col ragazzino ad Arese, condanna definitiva per Paolo Malini

    Sesso col ragazzino ad Arese, condanna definitiva per Paolo Malini

    Sesso col ragazzino, la Cassazione respinge il ricorso

    Ricorso respinto e conferma di tre anni di detenzione per Paolo Malini,  l’educatore dell’oratorio di Arese accusato di aver abusato sessualmente di un 15enne. I fatti risalgono al 2015 e ora con la sentenza emessa dalla Cassazione è stata messa la parola fine a una triste vicenda che ha fatto parlare tutta Arese.

    Un giovane conosciuto in tutto il paese

    Trentadue anni, Paolo Malini, giovane molto conosciuto nella comunità cristiana aresina, ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con il giovane contestando però la violenza. “Il reato di violenza sessuale si è effettivamente consumato, tanto sotto il profilo dell’induzione, quanto sotto quello della costrizione. Il rapporto avviene in un contesto di fragilità e di crisi di identità sessuale del minore” – hanno scrittoi giudici della Cassazione.

    Il 15enne si era rivolto all’educatore per un confronto sui temi della sessualità

    All’epoca dei fatti il ragazzino abusato frequentava assiduamente l’oratorio don Bosco. In un momento di confusione personale si rivolse a Malini, componente del consiglio pastorale, per avere un confronto su temi della sessualità. Fu così che una mattina l’animatore approfittò di un’indisposizione che aveva tenuto il ragazzino lontano da scuola e andò a trovarlo a casa sua, in assenza dei genitori. E’ li che avvennero i fatti.

    Don Migliorini patteggiò per il reato di adescamento di minore e pornografia

    Il 15enne, una volta abusato, non trovò conforto nemmeno in don Nicolò Migliorini a cui si era rivolto, raccontando i fatti. Il prete, dopo aver cercato di persuadere il giovane della “normalità” di quanto successo, lo invitò a partecipare a incontri a sfondo sessuale a tre. Nel 2017 al processo Malini venne riconosciuto responsabile della violenza sessuale sul 15enne, confermata ora in Cassazione. Don Migliorini, imputato di adescamento di minore e pornografia minorile aveva già patteggiato un anno e cinque mesi.

    Famiglia risarcita con 230mila euro

    Assistita dagli avvocati Marcello Gentili e Nicola Brigida, la famiglia del ragazzo, vittima quattro anni fa degli abusi, ha ricevuto dall’ordine dei Salesiani un risarcimento di 230mila euro.

    https://settegiorni.it/cronaca/arese-sesso-col-ragazzino-condanna-definitiva-per-leducatore-delloratorio/