Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione delle violenze subite da alcuni ragazzini anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte della Santa Sede

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione degli abusi sessuali compiuti su alcuni ragazzini da don Mauro Inzoli anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte del Vaticano. Inzoli, ridotto allo stato laicale nel 2017, sta scontando dal 7 aprile 2018 nel carcere di Bollate la pena a 4 anni e 7 mesi dopo la conferma in Cassazione della sentenza d’appello.

    Prima il muro di gomma opposto da Chiesa e Comunione e Liberazione e poi dal Vaticano stesso. E così decine di ragazzini di dodici o tredici anni molestati o abusati da don Mauro Inzoli, sacerdote e capo spirituale di cl, non avranno mai giustizia. Perché i loro casi si erano già prescritti ancora prima che iniziasse l’inchiesta che poi ha portato, il 29 giugno del 2016, a una condanna a soli quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori grazie allo sconto di pena previsto dal rito abbreviato. Poi addirittura ridotti di due mesi in Appello e confermata in Cassazione, il 14 marzo 2018.

    Il gup Letizia Platè, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, ricorda come i genitori di alcune vittime si fossero rivolte fiduciose alle autorità ecclesiastiche già alla fine degli anni Novanta. Ma è solo nel 2014 (al termine di un procedimento ecclesiastico iniziato tra il 2009 e il 2010) che don Mauro, detto don Mercedes a causa del suo amore per le auto di lusso, finisce sotto inchiesta per gli appuntamenti che dava agli studenti del Liceo linguistico Shakespeare di Cremona o a quelli che frequentavano la chiesa Santissima Trinità. Incontri che dovevano essere momenti per consigli di vita e che invece si trasformavano in baci, carezze e toccamenti. Don Inzoli, negli anni, ha «approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali e anche nel corso del sacramento della Confessione». Otto gli episodi di violenza sessuale contestati e per cui l’allora procuratore di Cremona Roberto Di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione: il sacerdote ha risarcito cinque vittime con la somma di 25 mila euro a testa. Anche se i casi, in parte prescritti, di cui si sono occupati gli investigatori sono, a detta dei giudici, «venticinque-trenta».

    Gli abusi, per cui si è andati a processo, sono stati commessi tra il 2005 e il 2008 non solo nell’ufficio del religioso ma anche nei luoghi di villeggiatura durante le vacanze estive. Tutti minorenni vittime di una «forte sottomissione psicologica». Contro don Inzoli era già intervenuta la Santa Sede, sotto Benedetto XVI, punendolo con la riduzione allo stato laicale. Francesco, in seguito, aveva ammorbidito la sanzione e invitato il prete a condurre una vita di «preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza» per poi ridurlo nuovamente allo stato laicale nel giugno del 2017.

    L’inchiesta penale era partita dopo gli esposti, tra gli altri, presentati dal sindaco di Crema e di Franco Bordo, parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà, nel giugno 2014, solo dopo la pubblicazione sul sito della curia cremasca della decisione della Santa Sede. Prima su questa brutta storia di pedofilia c’erano state solo famiglie cui era stato garantito che si sarebbe fatto qualcosa, ma che hanno atteso invano.

    Gli inquirenti sono riusciti a identificare solo alcune vittime perché il Vaticano ha sempre negato la rogatoria: con quella richiesta la procura aveva invocato di poter conoscere atti inerenti i casi di abusi sui minori, ma la risposta era che vigeva il segreto. Quello che don Inzoli – fotografato nel gennaio del 2015, quando, già sotto inchiesta, è tra le prime file al convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione Lombardia – ha fatto prima, non potrà mai più essere perseguito. «Nonostante la Santa Sede non si sia prodigata nella consegna degli atti, sono contento che si sia giunti all’accertamento della verità. Se ci fosse stata più collaborazione, avremmo potuto sentire anche qualcun altro e in questo modo nelle testimonianze ci sarebbe stata una maggiore diversificazione» aveva detto il Pubblico Ministero. Un muro descritto anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado: «La prima fase delle indagini compendiata in atti appare primariamente volta all’individuazione di eventuali ipotesi di reati e relative vittime di abusi sessuali […] i cui nominativi non sono mai stati comunicati dalle autorità ecclesiali nemmeno a seguito della rogatoria internazionale promossa dal pm […] In tale contesto» prosegue il giudice «veniva individuato un consistente numero di persone che riferivano di essere state vittime di attenzioni di ordine sessuale da parte di don Inzoli, quando erano ancora minorenni o da poco avevano raggiunto la maggiore età, per i cui fatti non era possibile promuovere l’azione penale per mancanza delle condizioni di procedibilità in assenza di tempestiva querela o per i quali era già decorso il termine prescrizionale».

    Grazie a questi ritardi il prete, considerato «una specie di idolo meritevole di venerazione», ha potuto invadere la vita e l’intimità di molti. Un’invasione descritta da una delle vittime così: «Sono stato trattato proprio come un oggetto e mi ero sentito praticamente violentato». Vergogna, imbarazzo, disgusto i sentimenti delle vittime durante gli incontri che poi venivano giustificati dal prete citando passi biblici o episodi della tradizione ebraica come l’inesistente “battesimo dei testicoli”. «Alla vastità dell’azione commessa corrisponde anche un danno nelle giovani vittime su larga scala» chiosa il giudice. Tanto che fra le vittime del prete di cl c’è anche chi poi si è suicidato.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/17/preti-pedofili-cosi-il-muro-di-gomma-del-vaticano-fece-prescrivere-abusi-compiuti-da-don-mauro-inzoli/5622416/?fbclid=IwAR2YNCoUVBELbwa7CwOAuUxOr5Xp1GvlKD-VsPi-APHH61Kyt7cBRUMwEL4

  • Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    I fatti risalgono al 2015 quando il 32enne violentò un ragazzino di 15 anni

    E’ stato condannato a tre anni di reclusione l’educatore 32enne dell’oratorio di Arese accusato di aver abusato sessualmente di un 15enne nel 2015. L’uomo ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con il giovane ma ha sempre contestato la violenza ma la Suprema corte, nelle carte processuali, ha scritto che “Il reato di violenza sessuale si è effettivamente consumato tanto sotto il profilo dell’induzione, quanto sotto quello della costrizione. Il rapporto avviene in un contesto di fragilità e di crisi di identità sessuale del minore”.

    L’educatore dovrà scontare un anno di reclusione e successivamente potrà chiedere l’ammissione ai servizi sociali, ma solo dopo aver dimostrato di aver seguito le cure del caso.

    Ragazzino violentato: i fatti

    Tutto era accaduto nel 2015 quando il giovane frequentava assiduamente l’oratorio dei Salesiani. La violenza si consumò in primavera: il giovane, in un momento di confusione personale, si rivolse all’educatore per avere un consiglio su alcuni temi legati sessualità. Una mattina l’animatore approfittò del fatto che il ragazzino fosse rimasto a casa da scuola per una indisposizione e andò a trovarlo a casa sua in assenza dei genitori.

    Il giovane e il conforto del prete

    Il 15enne abusato raccontò il fatto al prete che tuttavia cercò di persuadere il giovane della “normalità” di quanto fosse accaduto e lo invitò a partecipare ad altri incontri a sfondo sessuale. Il sacerdote, imputato per adescamento di minore e pornografia minorile (reato derubricato a possesso di materiale pedopornografico) aveva già patteggiato una pena a un anno e cinque mesi.

    http://www.milanotoday.it/cronaca/arese-stupro-animatore-oratorio.html

  • Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Di Ferruccio Sansa – Tratto da il Fatto Q del 1-12-19

    Certi segreti alla fine emergono. Inesorabilmente. A settembre, all’associazione Rete L’Abuso – guidata da Francesco Zanardi, sempre in prima fila contro gli abusi sessuali dei sacerdoti – arriva una lettera anonima.

    Vi comunichiamo che in questi giorni, nel caldo dell’estate, il prete don… è stato sollevato dall’incarico di parroco della chiesa di Albaro – dove era stato cappellano Bagnasco – per sospetti abusi sui giovani. Tanti giovani e tanto famiglie sono state distrutte nella loro crescita. Ora il prete è sotto processo ecclesiastico, ma la Chiesa lo nasconde.

    Così Sherlock ha cominciato la ricerca di don X. Vana. Perfino quando ha chiesto di parlare con l’attuale parroco di Albaro per un’importante questione privata: “Il don è stato male”. Possiamo contattarlo? “No”. Restava una strada. Zanardi si è recato ad Albaro, si è presentato come “vittima di molestie” (vittima lo è davvero, seppure non in questo caso), e ha chiesto di parlare con il parroco. Sempre la stessa risposta: “Non c’è”. Ma alla fine Zanardi riesce a parlare con un sacrestano. Un colloquio a bassa voce, gli occhi che cercano intorno se qualcuno può sentire: “Ah… è una vittima anche lei… io non voglio sapere di queste faccende.. ma lei è di questa parrocchia, o di quella di Levante?”.

    Poche parole, ma bastano per sollevare il coperchio, indicare una pista da seguire: c’è Albaro, ma c’è anche un’altra chiesa, in un borgo di pescatori a est di Genova. Albaro non è un quartiere qualunque. Qui vive la borghesia ricca genovese, professionisti, industriali e armatori. Tutti racchiusi in una manciata di strade e incroci, tra palazzi signorili e ville settecentesche nascoste oltre alti cancelli e siepi impenetrabili. Albaro conservatrice e cattolica anche quanto Genova era rossa. E la chiesa di don X ne è un simbolo: qui la domenica incontri molti nomi della Genova che conta. Qui per anni ha vissuto don Angelo Bagnasco. Era cappellano, anche se già occupava posti di rilievo nella Curia genovese. Finché nel 1998 fu nominato vescovo di Pesaro, poi arcivescovo militare, infine cardinale di Genova e presidente della Cei. Ma, proprio in questa chiesa di Albaro che gli è tanto cara, il percorso dell’attuale cardinale ha incrociato quello di don X: quando nel 1998 Bagnasco lasciava la parrocchia per assumere l’incarico di vescovo, don X diventava parroco.

    Tra i vicoli del paese della Riviera, appena pronunci quel nome, la coperta del passato si solleva. E i ragazzi di allora cominciano a raccontare. “Se me lo ricordo? Quell’uomo, quegli anni, mi hanno scavato nella carne”, racconta Luigi, nome di fantasia. Oggi è un professionista affermato, ha una famiglia, ma quella pagina della sua vita non è riuscito a chiuderla: “Il don insegnava in una scuola superiore. Era un trascinatore, un uomo dai modi… avvolgenti… sapeva fare gruppo”, racconta Luigi e, senza che se ne accorga, la mani iniziano a tremargli. “Intorno alla parrocchia giravano oltre 150 ragazzi, in un paese di 4mila anime”. Eccola, una di quelle chiese liguri con la facciata color ocra, le barche di pescatori sul sagrato. “Chiese di Liguria come navi disposte a essere varate”, diceva il poeta Vincenzo Cardarelli. Ma in quella chiesa, accanto all’altare della Madonna della Guardia, succedeva anche altro.

    “All’inizio abbiamo vissuto momenti belli, ma con gli anni l’atmosfera è diventata pesante. Quando ti trovavi da solo col don, lui di veniva vicino… Ti accarezzava”. Luigi si ferma un attimo, poi si lascia andare: “Una volta ricordo che mi ha detto: “Mi fai vedere in mezzo alle gambe…” M non mi faccia dire altro, non me la sento”. Luigi chiude gli occhi. Era riuscito a dire “no”. “C’è gente che ne è uscita devastata. Il don si era creato un gruppo di fedelissimi, gli oblati. Stava sempre con loro”. È Arturo a riferire altri dettagli: “Mi ricordo la confessione. Spesso ci portava in campagna, voleva che ci confessassimo così, da soli con lui nei prati. E dopo… ci chiedeva di abbandonarci, di lasciarci andare”. Arturo improvvisamente si chiude: “Nessuno deve sapere. Non ce la farei”. È la stessa risposta che arriva da altri ragazzi di allora. “Non si può capire… Non avevo detto niente ai miei genitori. Poi sono riuscito a sposarmi, ma ho il terrore che mia moglie e i miei figli lo sappiano”.

    Raggiungiamo don X al telefono.

    • No, non c’è mai stata nessuna inchiesta sul mio conto.
    • Ce lo ha confermato un vescovo.
    • Io non ne son niente.
    • E i ragazzi che affermano di aver subito da lei approcci sessuali?
    • Non… non credo che possano dire una cosa simile.
    • Scusi padre, “sì” o “no”?
    • Giuro che non ho mai desiderato una cosa simile.
    • E i minori?
    • Questo assolutamente no, il solo pensiero mi fa orrore. Vi prego, abbiate cura per le persone: per me, ma anche per quei ragazzi che mi accusano… provo dolore per loro.

    Eppure la bugna, come dicono qui, è scoppiata diverse volte. Siamo all’inizio degli anni ’90. In paese se ne parla, frasi smozzicate, allusioni. Don X, non si sa il motivo, viene trasferito in una parrocchia vicina, un paese sui primi crinali. Una manciata di case, nemmeno duecento abitanti, quasi tutti contadini. Ma il patto di affetto, di fedeltà tra don X e i suoi ragazzi non cede. Finché, intorno al 1996, nel gruppo arrivano due nuovi educatori che presentano una denuncia alle gerarchie ecclesiastiche. E la Curia si muove. Vengono sentiti i ragazzi che frequentano la parrocchia: “Fui convocato anch’io – racconta Luigi – ci fu un’indagine condotta da Tanasini. Io fui ascoltato da Guido Marini”.

    È qui che si incrociano tre figure di primo piano della Curia, non soltanto genovese. Tanasini, che proprio in quel periodo viene nominato vescovo, è da sempre molto apprezzato a San Lorenzo, il duomo di Genova. Gli furono affiancati due giovani sacerdoti dal brillante avvenire. C’era Nicolò Anselmi, un sacerdote noto tra i ragazzi genovesi: prima l’impegno con gli scout, poi l’insegnamento di religione nei licei più in vista della città, quindi la Pastorale Giovanile. Anselmi, a 54 anni, nel 2015, diventa vescovo ausiliario di Bagnasco. Con lui c’era anche Guido Marini – nato nel 1965 e ordinato nel 1989 – che, già dagli esordi, come segretario del cardinale Giovanni Canestri, era parso destinato a fare strada. “Un uomo alto, sottile. Sempre gentile, umano. Certo un conservatore, molto attento alla liturgia”, senti dire tra le navate di San Lorenzo, la cattedrale che Marini frequenta da molti anni come cerimoniere dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone. È all’epoca di Benedetto XVI che Marini approda in Vaticano. Oggi è il cerimoniere di Bergoglio, accanto al quale spesso lo vedete mentre celebrano messa. “Non è un uomo di Francesco, ma il papa se lo è trovato lì”, raccontano in Vaticano.

    Tanasini, Anselmi e Marini condussero l’inchiesta. E furono incontri dolorosi. Frasi smozzicate. Alla fine don X con molta discrezione venne trasferito in una parrocchia più importante, proprio quella di Albaro dove si ritrovano gruppi di giovani e scout. Don X divenne il sacerdote della Genova che conta. Interpellato dalle tv, quando in città arriva in visita il Papa.

    Sulle cronache finisce soltanto nel luglio 2008, quando Repubblica titola: “Genova, senzatetto in parrocchia. Il prete lo vuole cacciare”. Già, perché sotto i portici davanti alla chiesa in quegli anni capitava di trovare un clochard con quattro cani. E la line di don X e dei suoi fedeli divide la città e la diocesi. “Nessuno di noi è mai riuscito a convincerlo a vivere in una casa, perché diceva che non voleva lasciare in cani”. Ma subito era arrivata la stilettata della Comunità di San Benedetto, allora guidata da don Andrea Gallo: “Evidentemente ad Albaro è più importante il decoro”.

    Una storia piccola, forse, che però dipinge le due anime della chiesa di Genova. Da sempre divisa tra le gerarchie e i preti di strada, chiesa bianca e rossa. Qui sono stati cardinali Giuseppe Siri, più volte entrato in Conclave come papa, uscito sempre cardinale. Poi, in tempi più recenti, Tarcisio Bertone, che diventò segretario di Stato, e infine Angelo Bagnasco, per anni presidente della Cei. Ma sotto la Lanterna sono nate anche figure di preti contestatori come Gallo e, oggi, Paolo Farinella.

    Ad Albaro nessuno era a conoscenza delle vicende che avevano accompagnato il trasferimento burrascoso di don X. “Molestie? Di che cosa sta parlando?”, sgrana gli occhi Matilde che sta portando il figlio adolescente all’incontro con gli amici. “Non ne so niente”, ammette uno dei responsabili degli scout di Genova Levante. Nessuna voce, almeno pubblica, sul comportamento di don X con i ragazzi della parrocchia. Qualcosa, però, è successo negli ultimi mesi. Così sarebbe stata avviata una nuova commissione d’inchiesta. Lo confermano alcuni dei ragazzi che già negli anni ’90 erano sfilati dolorosamente in Curia: “Ci hanno chiamato di nuovo cin sentiamo presi in giro”, sussurra un ex ragazzo di don X. Stavolta presenterete una denuncia alla autorità giudiziaria? “No, perché la questione è stata affrontata nelle sedi appropriate”. E quali? “La Chiesa. Hanno subito trasferito il sacerdote in un’altra regione”.

    Nessuna denuncia è stata presentata alle autorità di polizia o alla Procura. Don X non è mai stato condannato, né indagato. Per la giustizia italiana non esiste.

    Ferruccio Sansa IL FATTO QUOTIDIANO del 1-12-19

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  • GENOVA, QUEL PRETE DEVE SPARIRE

    GENOVA, QUEL PRETE DEVE SPARIRE

    Storia di don X. Uno scandalo celato che oggi riemerge. Un sacerdote accusato di molestie su ragazzi, mai denunciato. Il silenzio della Curia del cardinal Bagnasco. E un vescovo che dopo vent’anni ammette…

    “Sono addolorato… per non aver dato credito alle parole di quei ragazzi che denunciavano di aver subito attenzioni da un sacerdote. Erano gli anni Novanta e non c’era la cultura, non ci si rendeva conto. Soltanto dopo abbiamo capito e… sono arrivate le direttive di papa Francesco. Oggi non succederebbe più, tutto è cambiato”. Parla il vescovo di Chiavari Alberto Tanasini, uno degli uomini più stimati della chiesa ligure. Quando questa storia comincia, a metà degli anni Novanta, era monsignore e vicario della diocesi di Genova. Sulla sua scrivania arrivò il fascicolo che conteneva la denuncia di un gruppo di educatori e ragazzi di un borgo della Riviera del Levante genovese. Raccontavano di comportamenti “non appropriati” da parte del parroco. Fu aperto un fascicolo. “Lo seguii io, con Nicolò Anselmi (oggi vescovo ausiliario del cardinale Angelo Bagnasco)”. A Sherlock risulta che in Curia furono convocati gli educatori e i ragazzi. Audizioni piene di dolore. Ad ascoltare anche monsignor Guido Marini, oggi maestro delle celebrazioni liturgiche pontifice. E cosa fu deciso? “Il parroco fu trasferito nella chiesa di Albaro, a Genova. Ma non per quello, fu un normale avvicendamento”.

    Ora lo scandalo dimenticato si è riaperto, più di vent’anni dopo. Ci furono anche altri episodi segnalati? “Non lo so. So che i ragazzi di allora ci hanno ripensato. Hanno chiesto che la questione fosse affrontata di nuovo, hanno portato prove. E il cardinal Bagnasco ha deciso di allontanare subito il prete”. Parliamo anche di minori? “Eh… temo di sì. Ho avuto questa sensazione dal racconto della platea dei ragazzi coinvolti”. Il vescovo Tanasini parla a bassa voce, ma senza reticenze: “Stiamo facendo i passi necessari. È cambiato tutto in questi anni. Ma… ammetto… ci sono stati degli errori. Sono addolorato per non aver dato credito alle parole di quei ragazzi”.

    Nessuno a Genova seppe dello scandalo. Il tempo sembrava aver cancellato ogni cosa, ma nei ragazzi di allora la ferita è ancora viva. Lacerante. Alcuni di loro ormai sono mariti, padri di famiglia, sono riusciti a ricostruirsi una vita. Altri no: “Abbiamo avuto l’esistenza segnata”. Così, come racconta Tanasini, qualcuno ha deciso di tornare in Curia per portare nuovi elementi, chiedere giustizia. Una storia che comincia dall’ultimo capitolo, nel luglio scorso. Quando il pentolone rimasto chiuso per decenni si scoperchia.

    “Il parroco è sparito, all’improvviso. Nessuno sa dove sia andato”. È accaduto un giorno di mezza estate, quando Genova era schiacciata dal caldo, semivuota; figurarsi se ci si accorgeva di un prete che lascia la sua parrocchia. Però stavolta c’era qualcosa di strano, un addio precipitoso che ricordava altre fughe. Altre storie. Scandali di cui si sente sussurrare quella parola: “Sesso”. Poi la fessura viene rapidamente richiusa, invocando il “rispetto”. Si cerca di dimenticare. Non stavolta, però. Perché qualcuno ha cominciato a riferire di “rapporti non appropriati”. A raccontare di ragazzi – “almeno una decina”, sostiene chi c’era – che hanno visto la loro vita cambiare per sempre.

    “È passata una macchina, e il don è salito con una valigia”, racconta Teresa, mentre sorseggia un caffè al bar, davanti alla chiesa di Albaro. Il prete lo chiameremo “don X” (ogni dettaglio è noto a Sherlock, ma abbiamo deciso di ometter anche i nomi delle parrocchie interessate per proteggere le vittime). E poi? “Niente, sparito nel nulla. Dopo vent’anni che era con noi… da fedele, ci sono rimasta male”. “Forse era per via del diabete”, azzarda Giorgia, che vende i suoi fiori nel chiosco accanto alla chiesa di Albaro, i Parioli di Genova. “Perché il nostro parroco non era vecchio… sessantasei anni… ma non stava tanto bene”. Walter, il portinaio del palazzo signorile che si affaccia su questa chiesa moderna e anonima, allarga le braccia: “Dicono che sia a Roma, che avesse bisogno di un periodo di riposo”. Una malattia, un esaurimento, chissà.

    Dopo qualche giorno, ecco comparire il nuovo parroco. Ha preso a celebrare messa, a ricevere i fedeli: coe se nulla fosse accaduto.

    Certi segreti alla fine emergono. Inesorabilmente. A settembre, all’associazione Rete L’Abuso – guidata da Francesco Zanardi, sempre in prima fila contro gli abusi sessuali dei sacerdoti – arriva una lettera anonima.

    Vi comunichiamo che in questi giorni, nel caldo dell’estate, il prete don… è stato sollevato dall’incarico di parroco della chiesa di Albaro – dove era stato cappellano Bagnasco – per sospetti abusi sui giovani. Tanti giovani e tanto famiglie sono state distrutte nella loro crescita. Ora il prete è sotto processo ecclesiastico, ma la Chiesa lo nasconde.

    Così Sherlock ha cominciato la ricerca di don X. Vana. Perfino quando ha chiesto di parlare con l’attuale parroco di Albaro per un’importante questione privata: “Il don è stato male”. Possiamo contattarlo? “No”. Restava una strada. Zanardi si è recato ad Albaro, si è presentato come “vittima di molestie” (vittima lo è davvero, seppure non in questo caso), e ha chiesto di parlare con il parroco. Sempre la stessa risposta: “Non c’è”. Ma alla fine Zanardi riesce a parlare con un sacrestano. Un colloquio a bassa voce, gli occhi che cercano intorno se qualcuno può sentire: “Ah… è una vittima anche lei… io non voglio sapere di queste faccende.. ma lei è di questa parrocchia, o di quella di Levante?”.

    Poche parole, ma bastano per sollevare il coperchio, indicare una pista da seguire: c’è Albaro, ma c’è anche un’altra chiesa, in un borgo di pescatori a est di Genova. Albaro non è un quartiere qualunque. Qui vive la borghesia ricca genovese, professionisti, industriali e armatori. Tutti racchiusi in una manciata di strade e incroci, tra palazzi signorili e ville settecentesche nascoste oltre alti cancelli e siepi impenetrabili. Albaro conservatrice e cattolica anche quanto Genova era rossa. E la chiesa di don X ne è un simbolo: qui la domenica incontri molti nomi della Genova che conta. Qui per anni ha vissuto don Angelo Bagnasco. Era cappellano, anche se già occupava posti di rilievo nella Curia genovese. Finché nel 1998 fu nominato vescovo di Pesaro, poi arcivescovo militare, infine cardinale di Genova e presidente della Cei. Ma, proprio in questa chiesa di Albaro che gli è tanto cara, il percorso dell’attuale cardinale ha incrociato quello di don X: quando nel 1998 Bagnasco lasciava la parrocchia per assumere l’incarico di vescovo, don X diventava parroco.

    Tra i vicoli del paese della Riviera, appena pronunci quel nome, la coperta del passato si solleva. E i ragazzi di allora cominciano a raccontare. “Se me lo ricordo? Quell’uomo, quegli anni, mi hanno scavato nella carne”, racconta Luigi, nome di fantasia. Oggi è un professionista affermato, ha una famiglia, ma quella pagina della sua vita non è riuscito a chiuderla: “Il don insegnava in una scuola superiore. Era un trascinatore, un uomo dai modi… avvolgenti… sapeva fare gruppo”, racconta Luigi e, senza che se ne accorga, la mani iniziano a tremargli. “Intorno alla parrocchia giravano oltre 150 ragazzi, in un paese di 4mila anime”. Eccola, una di quelle chiese liguri con la facciata color ocra, le barche di pescatori sul sagrato. “Chiese di Liguria come navi disposte a essere varate”, diceva il poeta Vincenzo Cardarelli. Ma in quella chiesa, accanto all’altare della Madonna della Guardia, succedeva anche altro.

    “All’inizio abbiamo vissuto momenti belli, ma con gli anni l’atmosfera è diventata pesante. Quando ti trovavi da solo col don, lui di veniva vicino… Ti accarezzava”. Luigi si ferma un attimo, poi si lascia andare: “Una volta ricordo che mi ha detto: “Mi fai vedere in mezzo alle gambe…” M non mi faccia dire altro, non me la sento”. Luigi chiude gli occhi. Era riuscito a dire “no”. “C’è gente che ne è uscita devastata. Il don si era creato un gruppo di fedelissimi, gli oblati. Stava sempre con loro”. È Arturo a riferire altri dettagli: “Mi ricordo la confessione. Spesso ci portava in campagna, voleva che ci confessassimo così, da soli con lui nei prati. E dopo… ci chiedeva di abbandonarci, di lasciarci andare”. Arturo improvvisamente si chiude: “Nessuno deve sapere. Non ce la farei”. È la stessa risposta che arriva da altri ragazzi di allora. “Non si può capire… Non avevo detto niente ai miei genitori. Poi sono riuscito a sposarmi, ma ho il terrore che mia moglie e i miei figli lo sappiano”.

    Raggiungiamo don X al telefono.

    • No, non c’è mai stata nessuna inchiesta sul mio conto.
    • Ce lo ha confermato un vescovo.
    • Io non ne son niente.
    • E i ragazzi che affermano di aver subito da lei approcci sessuali?
    • Non… non credo che possano dire una cosa simile.
    • Scusi padre, “sì” o “no”?
    • Giuro che non ho mai desiderato una cosa simile.
    • E i minori?
    • Questo assolutamente no, il solo pensiero mi fa orrore. Vi prego, abbiate cura per le persone: per me, ma anche per quei ragazzi che mi accusano… provo dolore per loro.

    Eppure la bugna, come dicono qui, è scoppiata diverse volte. Siamo all’inizio degli anni ’90. In paese se ne parla, frasi smozzicate, allusioni. Don X, non si sa il motivo, viene trasferito in una parrocchia vicina, un paese sui primi crinali. Una manciata di case, nemmeno duecento abitanti, quasi tutti contadini. Ma il patto di affetto, di fedeltà tra don X e i suoi ragazzi non cede. Finché, intorno al 1996, nel gruppo arrivano due nuovi educatori che presentano una denuncia alle gerarchie ecclesiastiche. E la Curia si muove. Vengono sentiti i ragazzi che frequentano la parrocchia: “Fui convocato anch’io – racconta Luigi – ci fu un’indagine condotta da Tanasini. Io fui ascoltato da Guido Marini”.

    È qui che si incrociano tre figure di primo piano della Curia, non soltanto genovese. Tanasini, che proprio in quel periodo viene nominato vescovo, è da sempre molto apprezzato a San Lorenzo, il duomo di Genova. Gli furono affiancati due giovani sacerdoti dal brillante avvenire. C’era Nicolò Anselmi, un sacerdote noto tra i ragazzi genovesi: prima l’impegno con gli scout, poi l’insegnamento di religione nei licei più in vista della città, quindi la Pastorale Giovanile. Anselmi, a 54 anni, nel 2015, diventa vescovo ausiliario di Bagnasco. Con lui c’era anche Guido Marini – nato nel 1965 e ordinato nel 1989 – che, già dagli esordi, come segretario del cardinale Giovanni Canestri, era parso destinato a fare strada. “Un uomo alto, sottile. Sempre gentile, umano. Certo un conservatore, molto attento alla liturgia”, senti dire tra le navate di San Lorenzo, la cattedrale che Marini frequenta da molti anni come cerimoniere dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone. È all’epoca di Benedetto XVI che Marini approda in Vaticano. Oggi è il cerimoniere di Bergoglio, accanto al quale spesso lo vedete mentre celebrano messa. “Non è un uomo di Francesco, ma il papa se lo è trovato lì”, raccontano in Vaticano.

    Tanasini, Anselmi e Marini condussero l’inchiesta. E furono incontri dolorosi. Frasi smozzicate. Alla fine don X con molta discrezione venne trasferito in una parrocchia più importante, proprio quella di Albaro dove si ritrovano gruppi di giovani e scout. Don X divenne il sacerdote della Genova che conta. Interpellato dalle tv, quando in città arriva in visita il Papa.

    Sulle cronache finisce soltanto nel luglio 2008, quando Repubblica titola: “Genova, senzatetto in parrocchia. Il prete lo vuole cacciare”. Già, perché sotto i portici davanti alla chiesa in quegli anni capitava di trovare un clochard con quattro cani. E la line di don X e dei suoi fedeli divide la città e la diocesi. “Nessuno di noi è mai riuscito a convincerlo a vivere in una casa, perché diceva che non voleva lasciare in cani”. Ma subito era arrivata la stilettata della Comunità di San Benedetto, allora guidata da don Andrea Gallo: “Evidentemente ad Albaro è più importante il decoro”.

    Una storia piccola, forse, che però dipinge le due anime della chiesa di Genova. Da sempre divisa tra le gerarchie e i preti di strada, chiesa bianca e rossa. Qui sono stati cardinali Giuseppe Siri, più volte entrato in Conclave come papa, uscito sempre cardinale. Poi, in tempi più recenti, Tarcisio Bertone, che diventò segretario di Stato, e infine Angelo Bagnasco, per anni presidente della Cei. Ma sotto la Lanterna sono nate anche figure di preti contestatori come Gallo e, oggi, Paolo Farinella.

    Ad Albaro nessuno era a conoscenza delle vicende che avevano accompagnato il trasferimento burrascoso di don X. “Molestie? Di che cosa sta parlando?”, sgrana gli occhi Matilde che sta portando il figlio adolescente all’incontro con gli amici. “Non ne so niente”, ammette uno dei responsabili degli scout di Genova Levante. Nessuna voce, almeno pubblica, sul comportamento di don X con i ragazzi della parrocchia. Qualcosa, però, è successo negli ultimi mesi. Così sarebbe stata avviata una nuova commissione d’inchiesta. Lo confermano alcuni dei ragazzi che già negli anni ’90 erano sfilati dolorosamente in Curia: “Ci hanno chiamato di nuovo cin sentiamo presi in giro”, sussurra un ex ragazzo di don X. Stavolta presenterete una denuncia alla autorità giudiziaria? “No, perché la questione è stata affrontata nelle sedi appropriate”. E quali? “La Chiesa. Hanno subito trasferito il sacerdote in un’altra regione”.

    Nessuna denuncia è stata presentata alle autorità di polizia o alla Procura. Don X non è mai stato condannato, né indagato. Per la giustizia italiana non esiste.

    Per la Chiesa ligure sarebbe stato un altro duro colpo dopo tanti scandali. A cominciare dalla storia di don Riccardo Seppia, il sacerdote di Sestri Ponente finito sui giornali perché condannato per tentativi di atti sessuali e offerta di stupefacenti a minorenni. E poi gli scandali di pedofilia che hanno toccato la Curia savonese. C’è Albenga, refugium peccatorum di sacerdoti coinvolti in scandali sessuali, dove papa Francesco anni fa commissariò il vescovo e decimò il seminario (su 11 studenti, ben 7 furono convinti ad abbandonare).

    La chiesa ligure ha tremato più volte. Eppure c’era chi aveva cercato di metter in guardia la Curia.

    “Il guaio è che ci sono sacerdoti che hanno avuto la vita affettiva di un bambino. Anche per questo si sentono vicini ai più piccoli, trovano quasi naturale comunicare con loro”, sospira don Farinella. E racconta di quando, “negli anni ’70, avevamo organizzato un corso di formazione mirata per i sacerdoti, insieme con don Luciano Cian, un salesiano psicologo di formazione a Genova noto e apprezzato. Parteciparono decine di sacerdoti, c’era l’ansia di capire, di parlarne. Non potete immaginare cosa venisse fuori da quegli incontri… Ma il cardinale Siri stroncò la nostra iniziativa”.

    Sesso, ma anche polemiche  legate a una Chiesa che, da queste parti, ha avuto un ruolo di potere. Dalle operazioni immobiliari che si volevano compiere con beni della Chiesa a progetti di imprenditori vicini ad ambienti ecclesiastici, alle porte del monte di Portofino. Passando per il ruolo che la Chiesa ha avuto nella banca Carige, soprattutto ai tempi di Bertone (ma anche sotto Bagnasco suscitò polemiche quando la Regione Liguria – allora guidata dal centrosinistra – offrì alla Curia la poltrona che era riservata all’ente locale nella fondazione della banca).

    Intanto mancano le vocazioni. Due anni fa nessun nuovo allievo si è presentato per entrare in seminario. In una città di seicentomila persone. E adesso arriva la storia di don X. Rimasta chiusa nei corridoi della Curia. Restano i ricordi dei ragazzi questo paese di Riviera. Le loro parole: “Impotenza”, “terrore per le donne”, “disperazione”. Non c’entra niente, giurano gli interessati, se tra i giovani di qui tempi c’era chi, entrato nel gruppo con la fidanzata, ne è uscito “scoprendo di essere omosessuale”. E non ha nessun legame con questa vicenda la triste storia di un giovane tossicodipendente che in quegli anni era stato ospite di don X, che lo aveva accolto per aiutarlo, e che finì per impiccarsi in un vicolo.

    Tutto dimenticato. Sepolto. Come ancora chiede qualcuno degli interessati. “Vi prego, non tirate fuori questa storia. Ci sono troppi ragazzi che sono riusciti a rimuovere. Se fossero chiamati a parlarne, sarebbe un dolore troppo grande. Lasciateli in pace. La verità, qualunque essa sia, non è sempre un bene”. Restano le parole del vescovo Tanasini: “Oggi non succederebbe più. Da Ratzinger e ora, ancora più con Bergoglio, ci sono commissioni diocesane formate da laici che indagano. Ma rimane in noi il profondo rammarico. All’epoca ci sembrava assurdo che fosse successa una cosa tanto orribile…”

    • Continua … prossime puntate: I prescritti, Chi sapeva?, Spotlight, Grazie a Dio, L’omoeresia, Un giro per il mondo

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/01/genova-quel-prete-deve-sparire/5588314/

  • “E’ tutto vero”. Don Michele confessa gli abusi e chiede scusa alla bimba, famiglia e Dio

    “E’ tutto vero”. Don Michele confessa gli abusi e chiede scusa alla bimba, famiglia e Dio

    Ha ammesso tutti gli addebiti che gli erano stati contestati ed ha ha chiesto scusa alla vittima, alla famiglia e a Dio per quello che ha fatto. Questo in sintesi l’esito dell’interrogatorio tenutosi stamattina nel carcere di Secondigliano nei confronti di don Michele Mottola, ex parroco di Trentola Ducenta, accusato di aver abusato  una bambina di 11 anni. Difeso dall’avvocato Antimo D’Alterio, don Michele Mottola è apparso molto provato nel corso dell’interrogatorio. Le poche parole che ha pronunciato sono state quelle di scuse e di ammissione delle accuse che gli sono state fatte. L’avvocato difensore ha chiesto la misura dei domiciliari per il prete, il quale resta al momento rinchiuso nella casa circondariale di di Secondigliano. Sarà il Riesame ad esprimersi.
    Nei giorni scorsi il caso di don Michele era testato affrontato da Le Iene, suscitando scalpore anche a a Qualiano dove il parroco è originario. Nei giorni scorsi prima dell’arresto, come riportato in anteprima da InterNapoli.it, un familiare della bimba vittima degli abusi avrebbe inseguito e spronato sull’asse mediano il parroco. Quest’ultimo, costrettosi a fermare, sarebbe testato aggredito a schiaffi e pugni. Don Michele sarebbe prestato salvato dal linciaggio grazie all’intervento di due motociclisti passati di lì per caso. Don Michele è dovuto ricorrere alle cure mediche ed ha denunciato l’aggressione subita ai carabinieri.

    La vicenda

    La ragazzina non voleva più che il prete la molestasse, così ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia raccogliendo elementi rilevanti che ha consegnato in Procura e che hanno portato all’arresto dell’uomo.

    Ha fatto tutto da sola la bimba  vittima dei presunti abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, poi sospeso dalla diocesi di Aversa.

    Nei suoi confronti è statore avviato un processo canonico tuttora in corso. “Lasciami stare, non mi devi più toccare”, è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; “è solo un gioco, non facciamo niente di male” sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi rahanno raccolto anche delle testimonianze.

    L’incidente probatorio

    Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo vittima e carnefice uno di fronte all’altro; la coraggiosa bambina ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tv ‘Le Iene’ perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

    Sono stati gli uomini del Commissariato di Aversa, coordinati dal dirigente Vincenzo Gallozzi, a notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli Nord. Don Michele Mottola era già stato allontanato dalla parrocchia  il 25 maggio scorso dal vescovo Spinillo, con un “Decreto di sospensione immediate” e nei suoi confronti era stato avviato anche il procedimento per sottoporlo al processo giudiziario canonico. La stessa curia di Aversa aveva segnalato I fatti  alla Procura perché accertasse anche le sue responsabilità dal punto di vista penale.

    La vicenda era stata segnalata al vescovo di Aversa da un gruppo di fedeli della parrocchia che avevano accompagnato  la mamma della ragazza presso gli uffici della Curia vescovile per raccontare i fatti. Il caso era già stato rilanciato il 3 novembre scorso nelle trasmissione televisiva delle Iene che avevano intervistato i genitori della ragazzina molestata.

    https://internapoli.it/don-michele-mottola-confessione/

  • Scandalo pedofilia, don Mottola vigilato speciale in cella

    Scandalo pedofilia, don Mottola vigilato speciale in cella

    «Se c’è stata una fuga di fedeli da questa parrocchia? Chi è intelligente comprende che in chiesa si viene per ascoltare la parola del Signore, non per il parroco. Sulle vicende del mio predecessore dico solo che la giustizia sta facendo il suo corso, noi andiamo avanti. Non si chiude una chiesa perché è stato arrestato il suo parroco». Infondono speranza le parole del nuovo sacerdote nominato dal vescovo Angelo Spinillo alla guida della parrocchia di San Giorgio Martire, a Trentola Ducenta. Giovane, animatore di feste improntate alla legalità, trascinatore di anime con fantasia e forza, don Giuseppe Marino, don «Peppe», come lo chiamano tutti, è la persona giusta al momento giusto. Originario di Carinaro, con servizio prestato a Roma e a Firenze, ora è in paese per dare impulso alle attività previste nell’anno pastorale. Alle sue spalle c’è un macigno. A trasportalo, don Michele Mottola, giunto in paese nel 2017, arrestato due giorni fa con l’accusa di essere un pedofilo. Ora è guardato a vista, in carcere. La sua vittima è – per la Procura – una bambina di 11 anni che ha avuto la lucidità di registrare gli incontri.

    L’OMELIA
    «Non farò accenno ai fatti accaduti, nell’omelia di questa domenica – continua don Peppe, raggiunto al telefono – guardiamo avanti, lasciamo lavorare la magistratura. Questa comunità ha bisogno di tranquillità. Celebrerò quattro messe e spiegherò la parola di Dio». Il nuovo parroco intende voltare pagina, anche se la ferita per tutti i fedeli è ancora aperta. Il protagonista della brutta pagina di violenza su minorenne, don Michele, ieri ha trascorso la notte in carcere, in un reparto della casa circondariale di Secondigliano prevista proprio per i detenuti accusati di reati su minorenni. Domani, alle nove e trenta, il giudice che ha firmato l’arresto si recherà in carcere per interrogarlo, alla presenza del suo avvocato, Antimo D’Alterio. L’ex parroco originario di Qualiano, sospeso dal vescovo Angelo Spinillo già a maggio, potrebbe però scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere.

    LE ACCUSE
    In contemporanea, si sta cercando di capire se quei comportamenti ambigui con bambine piccole, don Michele li avesse già avuti altrove, a Caivano, per esempio. Dopo l’allontanamento da Trentola Ducenta, don Michele ha trascorso tre mesi di clausura, nel convento dei frati francescani di Giugliano in Campania, per riflettere, pregare, ritrovarsi, pentirsi. Tre mesi di isolamento imposto dal vescovo Angelo Spinillo, un procedimento necessario come l’allontanamento dalla parrocchia di San Giorgio che, di fatto, ha anche disattivato il pericolo di reiterazione del reato, che ha messo il presunto prete pedofilo in condizioni di non poter nuocere ancora. E infatti, don Michele Mottola era tornato a Qualiano, sua città d’origine, solo da qualche settimana. Il tempo per farsi trovare dalle Iene, farsi mortificare per strada, negare all’inviata dello show Mediaset quelle accuse che, invece, davanti al vescovo Spinillo ha parzialmente confermato. Dalla fine di maggio, quando la Diocesi diede notizia dell’allontanamento fornendo ai media anche le generalità del prete, fino all’arresto di due giorni fa, sono passati cinque mesi. Troppi, secondo alcuni.

    https://www.ilmattino.it/caserta/preti_pedofili_don_mottola_vigilato_speciale_in_cella-4852726.html

  • Caserta, «Basta con i bacetti»: l’inferno della bimba di 11 anni vittima del prete-orco

    Caserta, «Basta con i bacetti»: l’inferno della bimba di 11 anni vittima del prete-orco

    «Ho avuto una fase di debolezza durante la quale, effettivamente, ho assunto comportamenti non consoni al rapporto che dovrebbe esserci tra un prete e una minore». La confessione di don Michele Mottola, l’equivalente di una prova regina, cade sulla scrivania del vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, il 24 maggio scorso. Pochi giorni dopo, quelle ammissioni, titubanti sì, ma gravissime, finiscono su un’altra scrivania, distante da quella del prelato poco più di un chilometro. Quella del procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco, che istruisce un fascicolo per abusi sessuali su minore e, in estate, interroga la vittima, in incidente probatorio. Acquisisce i file audio che la ragazzina registra durante i suoi incontri, proibitissimi, in parrocchia col prete. È il 24 settembre quando il pm Paolo Martinelli chiude la pratica e firma la richiesta d’arresto.

    Passeranno 43 giorni prima che il gip Antonino Santoro firmi la misura restrittiva per don Mottola, ritenendo la sua una «personalità deviata», e le prove raccolte dal pm «granitiche». Ravvisando, quindi, le esigenze cautelari, più in virtù del pericolo di reiterazione del reato che del rischio concreto di una fuga. Prove che, per la verità, raccoglie la stessa vittima, registrando di nascosto il prete mentre la molesta, mentre le chiede «bacetti e abbracci» e lei cerca di sottrarsi, con sussurri strozzati: «Basta… basta». Poi quell’ordine, «lavati i denti», dopo una serie di sinistri fruscii, che il sessantenne impartisce alla vittima, un ordine che evoca un mondo di sporche molestie che si sarebbero consumate nell’inconsapevole complicità di un’intera parrocchia, e della stessa famiglia della vittima che, quel prete, fino alla primavera scorsa, lo ospita a cena una volta a settimana e che, sempre prima di maggio, non vede niente di strano nei regali che Mottola fa alla ragazzina. Uno zaino, un computer.

    Tra i due si instaura un rapporto morboso, «come tra fidanzati» dice il prete. E gli adulti non se ne rendono conto. Un rapporto che poi Mottola definisce una «storiella» quando la ragazzina tenta di troncare, ma ha quasi paura di deluderlo e poi si rivolge, inutilmente, ai catechisti. Si confida anche con la madre che affronta il sacerdote e crede a lui, al parroco, anziché a sua figlia. La ragazzina è sola, affida a un diario il suo dramma. «Ma è sesso quello che facciamo io e don Michele?» si chiede. Pensieri che diventano lo scheletro delle 50 pagine di ordinanza spiccata dal gip Santoro. Insieme ai file audio, per ora non passati per alcuna perizia tecnica, e con la conferma delle denunce, avvenuta in incidente probatorio, a luglio, quando l’11enne ripercorre i mesi delle molestie, i vani tentativi di farsi aiutare dagli adulti, l’iniziativa di registrare quegli incontri segreti per i quali si sente colpevole, lei, che invece è la vittima.

    Tutto questo, per il gip, è sufficiente e tiene in piedi le esigenze cautelari nonostante i fatti risalgano a cinque mesi fa. Mottola è pericoloso, la sua è una «personalità deviata», tale da pensare di essere «fidanzato» con una bambina di undici anni. Per questo il gip firma l’arresto, nonostante la Diocesi abbia messo il sacerdote in condizione di non poter nuocere ancora, allontanandolo dalla parrocchia di San Giorgio Martire di Trentola Ducenta, dove sarebbero avvenuti i fatti, poi imponendogli l’isolamento in un convento di Giugliano. Mottola lasciato la «clausura» a fine ottobre e va a vivere dal fratello a Qualiano dove, ieri mattina, la polizia esegue una perquisizione prima di arrestarlo. Esce dal commissariato, bersagliato dai flash dei cronisti, che sono quasi le tre del pomeriggio. Sguardo fisso, poi si nasconde dietro una borsa. La volante parte in direzione Secondigliano, penitenziario in cui c’è un reparto riservato agli aggressori sessuali.

    È fissato per lunedì il faccia a faccia col gip. L’avvocato Antimo D’Alterio, difensore del sacerdote, ha fatto sapere che sin da maggio il suo assistito si è messo a disposizione della Procura che però non ha ritenuto di non interrogarlo. «Le esigenze cautelari, a cinque mesi dai fatti, sono discutibili, si sarebbe potuta applicare una misura meno afflittiva», dice il penalista che poi conferma l’esistenza delle parziali ammissioni rese al vescovo e chiarisce che «la gravità dei fatti contestati dai magistrati impone che se ne discuta solo nelle sedi opportune». Si va verso il processo, mentre continua il linciaggio mediatico e si apprende che, sette giorni fa, il papà della ragazzina insegue il prete mentre percorre l’Asse mediano e lo manda fuori strada con la macchina. Poi cerca di aggredirlo: lo salvano due motociclisti. È il terzo tentativo di giustizia fai da te, da maggio. Il padre della bimba insulta il sacerdote in pubblica piazza nelle settimane in cui vien fuori il fatto. Dopo il servizio de «Le Iene», domenica, sul web si organizza una spedizione punitiva. Da ieri Mottola è al sicuro. In carcere. Ed è il secondo prete della Diocesi di Aversa, dopo Michele Barone, l’esorcista amico delle veggenti di Medjugorje a finire dietro le sbarre.

    https://www.ilmessaggero.it/italia/caserta_prete_pedofilo_bambina_11_anni_news-4851578.html?fbclid=IwAR15kWb_V7F-mp3-TLw_1foem5SgG_UY7x6_hnWhzD74cKlcyLFQrh0EgRo

  • Violenta bimba di 11 anni, Don Michele inseguito e picchiato sull’asse mediano

    Violenta bimba di 11 anni, Don Michele inseguito e picchiato sull’asse mediano

    Sarebbe stato inseguito, speronato e picchiato sull’Asse Mediano già qualche giorno fa Don Michele Mottola, il parroco di Trentola Ducenta accusato di pedofilia. A rivelare il retroscena è il portale Internapoli.it.

    L’aggressione

    Don Michele si trovava in auto, lungo l’asse mediano, circa sette giorni fa, quando sarebbe stato bloccato da un parente stretto della bimba di 11 anni vittima dei suoi presunti abusi sessuali. L’uomo l’avrebbe costretto a scendere dalla macchina e poi lo avrebbe aggredito a schiaffi e pugni. Ad evitare il peggio sarebbe stato l’intervento di due motociclisti di passaggio. I centauri, assistendo all’aggressione, avrebbero difeso il parroco e placato l’ira del familiare della bambina.

    Le cure mediche

    Successivamente all’aggressione fisica, Don Michele Mottola ha fatto ricorso alle cure mediche. Poi avrebbe denunciato anche l’episodio di cui è stato vittima ai carabinieri. I militari dell’Arma hanno avviato le indagini di rito per individuare l’aggressore. Ad ogni modo l’attenzione intorno al parroco di Trentola Ducenta, trasferito nell’Agro Aversano da Qualiano lo scorso maggio, resta altissima. Oggi per lui è scattato l’arresto. A inchiodarlo gli audio realizzati dalla vittima: una bimba di 11 anni che ha registrato gli incontri a sfondo sessuale tra i due.

    L’interrogatorio

    Sempre come anticipa Internapoli.it, lunedì prossimo il pubblico ministero interrogherà Don Michele presso il carcere di Secondigliano, in presenza del suo avvocato, il dottor Antimo d’Alterio. Determinante ai fini del suo arresto sarebbe stato anche l’incidente probatorio che ha messo l’uno di fronte l’altra il prete e la bambina. Durante di esso la piccola ha confermato gli abusi subiti mentre il parroco avrebbe respinto tutte le accuse.

    https://www.teleclubitalia.it/178156/violenta-bimba-di-11-anni-don-michele-inseguito-e-picchiato-sullasse-mediano/

  • Arrestato un prete pedofilo: la ragazzina registra audio con il telefono

    Arrestato un prete pedofilo: la ragazzina registra audio con il telefono

    Ha fatto tutto da sola la bimba vittima degli abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta

    Arrestato don Michele Mottola, ex parroco di Trentola Ducenta. L’accusa è quella di abuso nei confronti di una bambina di 11 anni.

    La ragazzina non voleva più che il prete la molestasse, così ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia raccogliendo elementi rilevanti che ha consegnato in Procura e che hanno portato all’arresto dell’uomo.

    Ha fatto tutto da sola la bimba  vittima degli abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, poi sospeso dalla diocesi di Aversa.

    Nei suoi confronti è stato avviato un processo canonico tuttora in corso. “Lasciami stare, non mi devi più toccare”, è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; “è solo un gioco, non facciamo niente di male” sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi hanno raccolto anche delle testimonianze.

    Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo vittima e carnefice uno di fronte all’altro; la coraggiosa bambina ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tv ‘Le Iene’ perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

    Sono stati gli uomini del Commissariato di Aversa, coordinati dal dirigente Vincenzo Gallozzi, a notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli Nord. Don Michele Mottola era già stato allontanato dalla parrocchia  il 25 maggio scorso dal vescovo Spinillo, con un “Decreto di sospensione immediate” e nei suoi confronti  era stato avviato anche il procedimento per sottoporlo al processo giudiziario canonico. La stessa curia di Aversa aveva segnalato I fatti  all Procura perché accertasse anche le sue responsabilità dal punto di vista penale.

    La vicenda era stata segnalata al vescovo di Aversa da un gruppo di fedeli della parrocchia che avevano accompagnato  la mamma della ragazza presso gli uffici della Curia vescovile per raccontare i fatti. Il caso era stato rilanciato il 3 novembre scorso nelle trasmissione televisiva delle Iene che avevano intervistato i genitori della ragazzina molestata.

    E stamattina per don Michele Mottola si sono aperte le porte del carcere.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/11/08/news/arrestato_un_prete_di_trentola_ducenta_con_l_accusa_di_pedofilia-240574805/

  • Prete pedofilo a Trentola Ducenta, i dettagli agghiaccianti: “vai in bagno a pulirti la bocca”

    Prete pedofilo a Trentola Ducenta, i dettagli agghiaccianti: “vai in bagno a pulirti la bocca”

    Emergono dettagli agghiaccianti dalla storia di abusi sessuali a opera di don Michele Mottola su una bambina di 11 anni di Trentola Ducenta

    Emergono dettagli agghiaccianti dalla storia di abusi sessuali a opera di don Michele Mottola su una bimba di 11 anni andata in onda ieri sera alle Le Iene. La storia del prete pedofilo ha sconvolto la comunità di Trentola Ducenta, nel Casertano.

    Le registrazioni agghiacciati prete pedofilo

    Le violenze, che si sarebbero protratte fino allo scorso febbraio, sarebbero iniziate quando la bambina ha all’incirca dieci anni e mezzo. Ignorata dagli adulti, fa un gesto maturo per la sua età: inizia a registrare gli incontri tra lei e il prete.

    In un incontro Don Michele le dice: “Io ti terrei dalla mattina alla sera qua se tua mamma fosse più consenziente. Lo sai che ti voglio bene, lo vuoi un bacino?”. La bimba cerca di fermarlo ma lui la rassicura: “Ma guarda che non c’è nessuno. Hai paura? Abbracciami, baciami”. Qualche giorno dopo la piccola torna nell’appartamento del prete, proprio sopra la parrocchia. E continua a registrare. 

    “Vai in bagno a lavarti i denti

    Nell’audio si possono sentire sospiri, silenzi, rotti improvvisamente dal lamento della bambina, che dice “basta, basta”. A un certo punto Don Michele le dice: “Prendi questa per asciugarti e vai in bagno a lavarti i denti”. Allude così a un presunto rapporto orale. Nel frattempo la parrocchiana con cui si era confidata la bimba, quando sente queste registrazioni, le dice di avvertire subito la mamma, ma la piccola è terrorizzata. E si rifiuta di raccontare il dolore che prova ai genitori e alla sorella.

    La bambina affronta Don Michele

    Passano altri due mesi, senza che nessuno le dia aiuto e poi, il 2 febbraio 2019, c’è un nuovo incontro, durante il quale la bambina decide di affrontare Don Michele. “Quelle cose che noi facciamo, gradirei non continuare”, gli dice ma lui liquida il tutto come “una storiella”, scaricando la colpa alla bambina. Passa altro tempo, la piccola è disperata e contatta il parroco, dicendogli che ha raccontato i rapporti che avevano.

    A quel punto don Michele convoca la madre della piccola e cerca di manipolare i fatti. Spiega alla donna, in presenza della bimba, che sua figlia non è altro che una bugiarda. “Tutti i bambini vengono vicino a me, mi danno un bacino e se ne vanno”. E rimprovera la bambina: “Le bugie le sai dire. Mi hai capito che le bugie le sai dire? Sei come i kamikaze islamici, buttano una bomba, uccidono la gente e se ne vanno”. Poi prova a spaventarla: “Il fango va a finire anche su quello che è la famiglia, su di te”. I parrocchiani con cui si era confidata la bambina decidono di affrontarlo. Nel frattempo  la madre della donna va dal vescovo e gli racconta quello che don Michele ha fatto a sua figlia. Resta, però, il dolore di una bimba, che a lungo non è stata creduta e che da sola ha dovuto allontanare il prete pedofilo da lei.