Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Montù Beccaria, accuse di pedofilia e il don sparisce

    Montù Beccaria, accuse di pedofilia e il don sparisce

    Montò Beccaria (Pavia), 18 marzo 2018 – Scomparso da alcuni giorni, probabilmente tornato in provincia di Napoli. Si tratta di don Silverio Mura, prete napoletano, fino al 7 marzo in servizio alla parrocchia di Montù Beccaria, al centro di un presunto caso di pedofilia, riemerso nei giorni scorsi dopo che il Vaticano ha deciso di riaprire un’inchiesta che era stata chiusa solo due anni fa.

    Una brutta pagina, se confermata, di abusi avvenuti a Ponticelli, in provincia di Napoli, ben 27 anni fa. Il primo episodio, essendo stato denunciato solo nel 2010, è caduto in prescrizione, ma dopo l’inchiesta delle Iene sono emersi altri due possibili casi di violenze. La presunta prima vittima che, oggi, ha 40 anni (e ne aveva 13 quando avrebbe subìto gli abusi) ha scritto anche al Papa ed avrebbe avviato una causa per un sostanzioso risarcimento.

    Ma come è arrivato in Oltrepo Pavese don Silverio, dove esercitava diverse funzioni compresa quella di catechista? È successo poco più di un anno fa. A Montù Beccaria da una decina di anni c’è una comunità parrocchiale che comprende altri Comuni collinari ed è retta dalla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione che ha sede a Visciano, nel Napoletano, a Nola ed anche in Veneto. L’attuale Superiore Generale della Congregazione, padre Egidio Pittiglio, fino al 2014 è stato il parroco di Montù ed ora la stessa funzione è esercitata da padre Simone Baggio. La Congregazione avrebbe chiesto alla Diocesi di Nola un aiuto per la comunità montuese e qui è stato spedito don Silverio.

    «Nessuno sapeva nulla del suo passato e quando sono stato informato della trasmissione delle Iene – dichiara il sindaco Amedeo Quaroni – mi sono premurato subito di avere notizie, ma don Silverio aveva già lasciato il paese. Posso dire che qui si è sempre comportato bene, forse un po’ riservato ma a Natale aveva partecipato al pranzo degli anziani. Alcune mamme dopo il servizio televisivo hanno chiesto informazioni sul suo conto, ma non c’è stata alcuna lamentela o segnalazione particolare».

    Insomma, una parentesi forse casuale di clamore mediatico. Don Silverio Mura dopo che nel 2010 era esploso il caso era stato spostato da Ponticelli a Pollena, altra parrocchia del Napoletano, poi aveva continuato nell’insegnamento all’Istituto Alberghiero «Russo» di Cicciano almeno fino al 2013. L’attività di insegnante sarebbe cessata del tutto nel 2015. Forse con il suo trasferimento a 800 chilometri di distanza, fra i vigneti dell’Oltrepo, si sperava di spegnere le polemiche e l’attenzione dell’opinione pubblica. Non a caso, a «Chi l’ha visto?», il Vescovo di Nola aveva dichiarato: «È in convento, senza contatti con il pubblico».

  • In Perù la Chiesa è travolta dallo scandalo “pedofilia” ma Bergoglio fa finta di niente

    In Perù la Chiesa è travolta dallo scandalo “pedofilia” ma Bergoglio fa finta di niente

    Gli aveva detto di spogliarsi e poi ha afferrato la videocamera. Non era la prima richiesta inusuale di Luis Fernando Figari, il leader e fondatore della maggiore associazione cattolica peruviana. Figari aveva chiesto ad Oscar Osterling e altri due ragazzini di seguirlo nella sua stanza perché era “la guida spirituale”. Accadeva due decadi fa. «Se lui ti chiedeva di fare qualcosa, lo facevi e basta», dice oggi Osterling, che non è più un bambino, ma ha 44 anni. «Oggi, 20 anni dopo, capisco che a molti è stato chiesto di spogliarsi», dice Oscar.

    Di questa storia ne hanno parlato diffusamente i giornali internazionali, com il Guardian o il New York Times.

    Insieme ai manifesti con il suo volto e la scritta “unidos por la esperanza”, uniti per la speranza, su tutti i muri, incollati per onorare la sua visita, il pontefice trova questo tipo di storie, ma il papa non le ascolterà. Il papa ha chiesto perdono per gli abusi e quello che i peruviani si chiedono, mentre visita il loro Paese, è perché, – se vuole essere davvero severo contro questi crimini – , poi “protegge” un colpevole, uno che li ha commessi? (nb. Quando un papa chiede ‘perdono’ corrisponde a una assoluzione della Chiesa dai “peccati” commessi dai suoi sacerdoti. Sta parlando come capo della Chiesa non come capo di Stato. La richiesta di perdono è rivolta a Dio, di cui il papa è portavoce: l’abuso è un peccato, un’offesa a Dio, un delitto contro la morale non un crimine contro bambini inermi. Se fosse una assunzione di responsabilità – da capo di Stato – diverrebbe invece un atto ‘politico’ che come naturale conseguenza comporterebbe l’impegno di risarcire materialmente le vittime e di (far) arrestare i colpevoli, ndr)

    Il colpevole è Figari, che ha abusato psicologicamente e fisicamente di decine e decine di ragazzini peruviani. Quando nel 2010 hanno cominciato ad investigare sui suoi crimini, è stato mandato a Roma. I giudici peruviani che si occupano del caso vorrebbero che fosse estradato, Figari rinnega le accuse, il Vaticano non ha commentato all’inizio la richiesta d’arresto, gli ha detto di non tornare in Perù e di pagare i conti e le spese della sua organizzazione, tutta costituita da uomini: la Sodalitium christianae citae. Un sodalizio, appunto.

    Greg Burke, portavoce Vaticano, ha detto: «La direttiva di non ritorno in Perù è stata data per bloccare i contatti tra Figari e Sodalitium, il Vaticano non si opporrà agli sforzi peruviani per arrestare Figari». Ora l’organizzazione, per volere del papa stesso, è sotto sorveglianza del Vaticano, ma nessun accenno è stato fatto nei riguardi delle vittime. «Questa decisione non tiene certo conto di noi, le vittime» ha detto uno dei bambini di allora, oggi adulto, che ha preferito rimanere anonimo e che è stato violentato quando aveva solo 15 anni. È dal 1975 che Figari agiva senza che nessuno lo fermasse o lo denunciasse: oggi l’hanno fatto in 19, che allora erano minori, e altri 17, che erano già adulti. Nelle loro denunce si legge che «Figari diceva alle vittime che gli atti indecenti erano parte del suo potere mistico, esercizi di yoga, tecniche per generare energia».

    È proprio così «che opera la Chiesa, li riporta a “casa” e non ci sono conseguenze» dice Peter Sauders, una vittima degli abusi, che si è dimessa dalla commissione della Santa sede per la tutela dei minori. Oggi i giudici peruviani hanno capito che Figari gestiva «un’organizzazione criminale che predava giovani uomini». Figari, che ha ormai 70 anni, non commenta per ordine del Vaticano. Il suo avvocato Armando Lengua Balbi ha dichiarato però che se tornerà in Perù «le persone lo linceranno».

    Figari ha fondato Sodalitium negli anni 70: un’organizzazione conservatrice che funzionava per l’obbedienza incondizionata richiesta, disciplina, la promessa di una vita basata sul “si” a prescindere. Uno dei suoi slogan era “uno spirito indipendente vuol dire la morte della nostra comunità” e costringeva i ragazzi a cantare il saluto al sole, l’inno della falange spagnola fascista. Era vietato uscire senza permesso, ricordano le vittime, era “come un monastero”. Figari è rimasto fino al 2010 a capo dell’organizzazione, perché solo oggi i ragazzi, dal 1978, – quando le prime vittime hanno cominciato a denunciare -, sono stati creduti.

    Figari in Perù ha fatto quello che ha fatto Fernando Karadima in Cile, altro Paese visitato dal papa, dove è stato accolto dalle urla di protesta. Sui cartelloni stretti dai pugni delle donne fuori dalla chiesa di Osorno c’era scritto “renuncia”, perché vogliono le dimissioni dell’arcivescovo Juan Barros. Nominato da Bergoglio, Barros – che nel 2006 officiò i funerali di Pinochet – è un ex seminarista di padre Karadima, e ha lavorato al suo fianco per oltre 25 anni. Secondo numerose vittime fa parte della schiera di vescovi che hanno nascosto i preti pedofili e che invece di essere denunciati sono stati promossi e hanno ricevuto incarichi prestigiosi, che gli hanno assicurato ancora maggiore potere.

    Fernando Karadima in Cile, come Figari in Perù, ha stuprato decine di bambini, seminaristi che studiavano proprio insieme a Barros. L’ultima volta che un papa è stato in Cile è stato nel 1987, 31 anni fa. Oggi, 2018, le vittime degli abusi di Cile e Perù chiedono che li si ascolti durante la visita in Sud America e hanno tentato di ottenere un incontro. Ancora una volta dalla Chiesa il silenzio è stata l’unica risposta.

    https://left.it/2018/01/19/in-peru-la-chiesa-e-travolta-dallo-scandalo-pedofilia-ma-bergoglio-fa-finta-di-niente/

  • Papa Francesco e il caos nella gestione degli abusi nella chiesa cilena (video)

    Papa Francesco e il caos nella gestione degli abusi nella chiesa cilena (video)

    Papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Cile non perde occasione per manifestare«dolore e vergogna» per lo scandalo degli abusi su minori da parte del clero. Nel primo giorno, davanti alle autorità del Paese, Francesco ha chiesto perdono assicurando il massimo impegno della Chiesa perché tutto ciò non si ripeta.

    Poi ha incontrato in forma privata alcune vittime, sempre martedì 16 gennaio, dopo il pranzo, nella sede della nunziatura apostolica di Santiago del Cile. Il direttore della Sala stampa Greg Burke ha dichiarato che le vittimi presenti «hanno potuto raccontare a Francesco le loro sofferenze e lui le ha ascoltate, ha pregato e ha pianto con loro».

    Ebbene, con una puntualità sorprendente, proprio mentre il Papa è in Cile e affronta il tema degli abusi, arriva la pubblicazione di una lettera, firmata Francesco, da parte della Associeted press. Questa lettera, come rilevato dal vaticanista Sandro Magister, offre qualche perplessità rispetto al modo in cui il Papa avrebbe affrontato la questione.

    La piaga degli abusi ha attraversato la chiesa cilena soprattutto per il caso di padre Fernando Karadima, che nel 2011 è stato riconosciuto colpevole di abusi su minori dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Oggi ottantasettenne, Karadima è stato per molto tempo parroco a Santiago, educatore di molti sacerdoti, alcuni dei quali divenuti vescovi. Proprio tre vescovi, considerati “figli spirituali” di padre Karadima erano sotto osservazione dalla Santa sede, a causa di denunce nei loro confronti: i tre avrebbero assistito e coperto le malefatte di Karadima.

    La lettera pubblicata dalla Associeted press riguarda proprio la gestione della vicenda di questi tre vescovi e risale al 31 gennaio 2015. In questa lettera il Papa, per una questione non chiara e comunque non sufficiente per comprendere la scelta, sembra annullare lo stato di rinuncia che aveva prima richiesto al vescovo Juan Barros, tant’è che lo stesso Francesco lo promuoverà poi vescovo di Osorno sollevando un mare di proteste.

    Sbuca poi anche un video che risale al maggio 2015, pubblicato on line nell’ottobre di quello stesso anno, in cui il Papa, a margine di un’udienza in piazza San Pietro, si trattiene con un ex portavoce della conferenza episcopale cilena, Jaime Coiro. Questa la traduzione delle parole di Francesco in quel video, a proposito della situazione della Chiesa cilena:

    «È una Chiesa che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio. Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.

    Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh? non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario…  Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, chiasso, che cercano di calunniare…».

    Di seguito il video in lingua spagnola:

    http://lanuovabq.it/it/papa-francesco-e-il-caos-nella-gestione-degli-abusi-nella-chiesa-cilena

  • COLOMBIA: Polemica per la difesa dell’Arcidiocesi di Cali in caso di abuso su minori

    COLOMBIA: Polemica per la difesa dell’Arcidiocesi di Cali in caso di abuso su minori

    (CNN Español) – La difesa della Chiesa cattolica in un caso di abuso sessuale su minori da parte di un sacerdote ha generato indignazione, poichè secondo un documento che è circolato sui media e del quale CNN è venuta a conoscenza, gli avvocati della Chiesa assicurano che i genitori delle vittime sono i colpevoli dell’aggressione ai figli.

    Nel 2012, un giudice di Cali — città al sud occidente del paese— ha ritenuto responsabile il sacerdote William de Jesús Mazo Pérez di violenza carnale e abusi contro tre minori di 10, 11 e 12 anni e lo ha condannato a 33 anni di prigione, secondo un documento della Corte al quale ha avuto accesso la CNN. La condanna è stata ratificata in prima e seconda istanza.

    L’accusato rima nel carcere di Villahermosa di Cali, secondo la Procura.

    In accordo con la Procura, il sacerdote —che lavorava nella chiesa La Candelaria, in un quartiere di classe medio bassa— ha abusato dei bambini nell’anno 2009 e “ha dato loro denaro e regali per far sì che non raccontassero quanto successo ai loro famigliari”.

    Le vittime hanno seguito un processo penale per esigere una riparazione integrale, secondo quanto ha raccontato alla CNN  Spagnola l’avvocato Elmer Montaña. Però la polemica è cominciata alla fine di gennaio quando la Chiesa ha presentato un documento davanti al tribunale di Cali nel quale dà la colpa alle vittime per quanto successo.

    Nel documento firmato a nome dell’Arcidiocesi di Cali dall’avvocato Walther Collazos, al quale abbiamo avuto accesso, si dice che i responsabili del danno ai minori furono le vittime indirette (genitori, nonni, zii) poiché “sono venuti meno al loro dovere di protezione, vigilanza, comunicazione e protezione … di alcuni bambini di 10 e 13 anni, che in nessuna circostanza potrebbero decidere, risolvere, determinare il corso e divenire della loro vita e libertà sessuale”.

    Tenendo presente quanto sopra, si determina in questa maniera che la causa del danno è attribuibile in maniera esclusiva alle vittime indirette sono venuti meno al loro dovere di protezione, vigilanza, comunicazione e protezione … di alcuni bambini di 10 e 13 anni, che sotto nessuna circostanza potrebbero decidere, risolvere, determinare il corso e divenire della loro vita e libertà sessuale; esponendoli al rischio; non essendo a conoscenza del dovere di attenzione che gli corrispondeva. In altre parole, la causa efficiente del danno è la condotta negligente adottata dalla stessa vittima indiretta (genitori, nonni, zii), i quali per imposizione, non solo costituzionali come è stato citato, ma morale e di costume, erano chiamati a stare lì per custodire il bene più prezioso … i bambini. Il codice civile determina nell’articolo 2348: “RESPONSABILITA’ DEI GENITORI DI FRONTE AI DANNI OCCASIONATI DAI LORO FIGLI MINORI: I genitori saranno sempre responsabili del danno causato per le colpe o i delitti commessi dai loro figli minori, e che notoriamente provengono da cattiva educazione o di abitudini viziose che gli hanno lasciato acquisire”.

    (Brano del documento dell’avvocato della Chiesa di Cali nel processo contro il sacerdote Mazo Pérez per abuso sessuale di minori)

    Il documento cita un artícolo del Codice Civile nel quale si responsabilizzano i genitori ” del danno causato dai loro figli minori”, come se i bambini avessero commesso una mancanza.

    “Quando le vittime hanno conosciuto questo documento si sono indignati moltissimo. Poiché ovviamente questo ha generato un enorme rifiuto nelle famiglie dei bambini abusati che già sono adolescenti maggiorenni e loro, dopo avere conosciuto questo documento lo hanno reso pubblico per denunciare la posizione della chiesa che loro considerano offensiva e umiliante”, ha aggiunto l’avvocato Montaña.

    La Chiesa si difende

    L’avvocato dell’arcidiocesi di Cali, Walter Collazos, ha ratificato la posizione della Chiesa in una conferenza stampa il 13 di febbraio e disse che i delitti non sono responsabilità di questa istituzione poichè sono stati svolti di notte.

    “[I delitti] non sono stati commessi in orari istituzionali nè in prestazione di servizi. Mazo non era in funzioni pastorali”, ha detto Collazos davanti ai giornalisti, citato dal quotidiano El País di Cali.

    CNN ha comunicato con l’Arcidiocesi di Cali per ottenere una dichiarazione su questo tema, ma una funzionaria di questa istituzione ha detto che monsignor Monsalve non sta dando dichiarazioni per il momento, poiché già ha dato dichiarazioni in altri media.

    In un comunicato della Conferenza Episcopale Colombiana, la Chiesa spiega che il documento in cui “si suppone”  che accusino le famiglie delle vittime, “riflette la posizione di questa giurisdizione in termini giuridici ed è in questi termini che l’avvocato cita il codice civile che parla della responsabilità dei genitori in questi casi”.

    In questo comunicato la Chiesa cita l’appoggio che hanno espresso alcuni movimenti social a monsignor Darío de Jesús Monsalve e citano un documento in cui queste organizzazioni dicono che la polemica intorno all’ex sacerdote cerca di “minimizzare gli animi del compito pastorale per la pace in Colombia”.

    L’Arcidiocesi ha invitato i colombiani a esprimere il loro appoggio attraverso l’hashtag  #CreoEnMonseñor. (#CredoNelMonsignore).

    http://cnnespanol.cnn.com/2017/02/15/polemica-abuso-sexual-de-ninos-por-parte-de-un-sacerdote-cali/

  • Pedofilia, processo al sacerdote  La prima grana per mons. Giuliani

    Pedofilia, processo al sacerdote La prima grana per mons. Giuliani

    Il neo-vescovo alle prese con il processo al sacerdote accusato di pedofilia

    LELLO VECCHIARINO

    luceraL’ultima volta che gli hanno preso a fischiare le orecchie, è stato per un caso di omonimia. Quand’era sacerdote in quel di Nola, un prete col suo stesso nome e cognome – don Giuseppe Giuliano – fu arrestato: per usura ed estorsione. Il reprobo si trovava in un paesino in provincia di Benevento, ad abitare una villa con arredi lussuosi, evidentemente acquistati con i proventi illeciti – così accertò la Guardia di Finanza – derivanti dalle estorsioni perpetrate ai danni di extracomunitari cui dava in locazione alcuni dei suoi numerosi appartamenti. Una squallida vicenda che dovette turbare non poco l’animo di quel mite sacerdote che di lì a qualche anno sarebbe diventato vescovo della diocesi Lucera-Troia. Soltanto un caso di omonimia. Nient’altro.

    E mai avrebbe potuto immaginare il nuovo presule (che ha da subito destato simpatia nella gente, tanto che non è mancato chi ha esclamato, confuso tra la folla: «Somiglia a papa Roncalli!») insediatosi a Lucera il 4 febbraio scorso, che altro squallore si sarebbe presentato ai suoi occhi, quando la telefonata di un giornalista gli ha svelato i capitoli di un brutto episodio verificatosi nella sua nuova diocesi quando a dirigerla era il suo predecessore, Domenico Cornacchia, poi trasferito a Molfetta, presso la stessa diocesi che fu di quel sant’uomo di don Tonino Bello. Al nuovo vescovo Giuseppe Giuliano hanno raccontato che in due paesini del Monti dauni – Pietra Montecorvino e Casalnuovo Monterotaro – qualche anno fa di inenarrabili turpitudini si era macchiato tale don Gianni Trotta, sacerdote della diocesi Lucera-Troia. Una storia che ora è tornata alla ribalta della cronaca perché nei giorni scorsi un’udienza del processo, che vede imputato Trotta, si è tenuta davanti a Gup di Bari.

    E’ la storia dell’Orco in clergyman, che si aggirava per quei paesini. Sacerdote di Santa Romana Chiesa, poi ridotto allo stato laicale perché macchiatosi di reati commessi altrove: insomma, svestito dell’abito talare, perché la magistratura lo aveva accusato di aver abusato di bambini tra i dieci e undici anni di età. In quei giorni maledetti Pietra Montecorvino – un paese di 2500 anime – era avvolta da una foschia di rumori, voci, sospetti e silenzi. Tanto silenzio.

    Il silenzio che si fa buio e paura, perché soltanto il pensare all’Orco fa tremare. Il silenzio di un perbenismo che non ha certezze, se non il timore dello scandalo pubblico, in questi paesi tascabili che hanno generato il villaggio globale, dove tutti sanno tutto di tutti. E in quei giorni maledetti tutti tacevano, forse per la mitezza di non voler credere, forse perché avere l’Orco in casa, incontrarlo al bar, vederlo sul campetto di calcio fa paura. Ma l’Orco è Orco, e non è come quello delle favole; mentre in quella favola paesana non c’era e non poteva esserci un lieto fine. Anche se anni prima avevano visto don Gianni (appartenente all’Ordine degli Orionini) dire messa in quelle stesse chiese dove anni prima avevano celebrato più che degni sacerdoti come don Paolo Stizzi e don Peppino Di Ruberto: parroci custoditi nella memoria non soltanto paesana. Eppure, in quei giorni maledetti, i giorni di don Gianni, quasi un nuovo microcosmo si era sovrapposto alla tranquillità del paese; un minimondo crudele e primordiale, ma viscido e fragile, come fragile era l’innocenza di quei bambini che l’Orco con la tonaca aveva violato.

    Orrore. Il materiale pedopornografico trovato in casa Trotta dagli agenti della Polizia di Stato e dai carabinieri ha turbato finanche gli animi di chi stava eseguendo la perquisizione; eppure, è gente abituata a vedere certe cose. Ma quei filmati, quelle immagini raccontavano una storia che a volerla leggere nell’ordinanza di custodia cautelare fa accapponare la pelle. L’ex sacerdote è accusato di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico e adescamento di minori. Episodi che risalgono al 2014 e ancor prima. Dopo essere stato ridotto allo stato laicale, continuava a spacciarsi per sacerdote e si faceva chiamare dai bambini e dai genitori ancora “don Gianni”. Nell’udienza preliminare, tenuta in questi giorni davanti al al Gup del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo,  l’imputato, che oggi ha 56 anni, ha chiesto ed ottenuto di essere processato con il rito abbreviato. E si comincerà il 14 marzo prossimo. Giovanni Trotta, che era già stato condannato in primo grado a otto anni di carcere per violenza sessuale su un bambino di undici anni, è ora accusato di altri nove casi di abusi su altrettanti minorenni tra i 12 e i 13 anni che facevano parte dello stesso gruppo di giovani calciatori del primo ragazzino. E sì, perché, dopo essere stato spretato Trotta diceva in giro di essere in attesa di trasferimento ad altra destinazione, magari in una Missione in Africa, e intanto aveva ricoperto il ruolo di allenatore della locale squadra giovanile di calcio. Anche da lì fu allontanato per «Comportamenti contrari all’etica». Cosa era accaduto, di preciso? Nessuno dice di sapere, ma intanto il muro del silenzio aveva mostrato le prime crepe: i genitori di un bambino di undici anni avevano saputo e denunciato. Ora puntano il dito contro chi dirigeva la Chiesa locale: «Se avessero denunciato, loro, le malefatte dell’ex prete, altri abusi si sarebbero evitati». Il vescovo dell’epoca, Domenico Cornacchia, non vuol parlare con i giornalisti, ma si sa che dall’ex Sant’Uffizio aveva ricevuto l’ordine di non divulgare notizie sul «caso Trotta» per evitare uno scandalo. E poi fa sapere che di quel presbitero non era responsabile e che avrebbero dovuto pensarci i suoi superiori della congregazione di Don Orione.

    Benvenuti all’Inferno, e proprio nell’anno giubilare della Misericordia.

    Al nuovo vescovo, monsignor Giuseppe Giuliano, toccherà anche ricucire gli strappi prodotti nella Chiesa locale, come se non bastasse il cahier de doleance dove sono appuntati il «caso Telecattolica e i tre processi che coinvolgono anche un sacerdote», i conti economici delle Congreghe e l’abusata pratica delle lettere anonime consolidatasi sotto la gestione di Cornacchia. Il nuovo vescovo, che per la gente ha stampato in faccia la bonomia di Papa Giovanni XXIII si mostra rattristato per la vicenda del prete pedofilo, e chissà, forse gli sarà affiorato alla mente un passo del “discorso alla luna” di Papa Roncalli, pronunciato quando il futuro parroco di Nola aveva undici anni: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza».

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/foggia/859177/pedofilia-processo-al-sacerdote-la-prima-grana-per-mons-giuliani.html

  • Abusava di minori in un albergo di Falcade, prete condannato a quattro anni e nove mesi

    Abusava di minori in un albergo di Falcade, prete condannato a quattro anni e nove mesi

    I ragazzi subivano le violenze durante la vacanze estive in Agordino. Due i casi contestati dalla procura di Cremona

    FALCADE. Baciati, toccati e palpeggiati, anche in un albergo di Falcade. Le giovani vittime di don Mauro Inzoli venivano abusate durante le vacanze estive in montagna. Mentre d’inverno gli stessi o altri ragazzi, che frequentavano la parrocchia di Cremona, potevano subire il medesimo trattamento a Grosseto, in Maremma o a Rimini, sulla riviera romagnola. Il prete 66enne, leader riconosciuto di Comunione e Liberazione nella città del Torrazzo, fondatore del Banco alimentare, rettore del liceo linguistico Shakespeare e parroco della Santissima Trinità, è stato condannato nel giugno scorso con rito abbreviato a quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su cinque ragazzi: il più piccolo dei quali di 12 anni e il più grande di 16 al momento in cui sono avvenuti i fatti. Alle vittime il sacerdote aveva già risarcito i danni: 25 mila euro a testa. Nelle motivazioni della sentenza, diffuse in questi giorni, sono elencati i tanti episodi di cui il sacerdote era accusato, compresi quelli avvenuti a Falcade.
    Il procuratore Di Martino del tribunale di Cremona aveva chiesto per il prete la condanna a sei anni e, nella sua richiesta, aveva tenuto conto dello sconto di un terzo di pena previsto per il rito alternativo e dell’attenuante relativa ai risarcimenti. Con la misura cautelare del divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati da minori. Il procuratore non è entrato nel merito degli abusi sessuali. Ha solo osservato che «ci sono alcuni particolari terribili». E aveva ricordato il ritardo con cui sono state presentate le denunce dai genitori, spiegando che «il timore di queste persone a denunciare questi fatti, ha ritardato l’emersione degli stessi».
    C’è stato un «grande imbarazzo da parte delle vittime a denunciare questi fatti a chiunque, non dico all’autorità giudiziaria. Ma le famiglie ci hanno creduto poco, i vescovi non parliamone, perché non si pensava che questo personaggio potesse essere l’autore di questi fatti evidenziati con grave ritardo».
    «Leggendo le testimonianze tuttora si avverta una fatica e un imbarazzo da parte dei ragazzi». Anche perché «le stesse vittime si rendevano conto di aver messo a loro volta in imbarazzo le famiglie, al cui interno in alcuni casi sono nate delle contrapposizioni. Si è creata tutta una serie di situazioni che non ha facilitato la cosa, comunque, meglio tardi che mai».
    Che gli abusi sessuali si fossero svolti anche in Agordino, è emerso soltanto alla lettura delle motivazioni. I fatti sarebbero essenzialmente due, avvenuti nella camera d’albergo del prete. Il giudice per le udienze preliminari Platè spiega che gli abusi sono andati avanti per anni, «approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia riposta in lui nei momenti di confidenza delle proprie personali e anche nel corso del sacramento della confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso, così confondendo ulteriormente i giovani».
    Tra i ragazzi e il prete, si creava una sorta di «forte sottomissione psicologica». Il gup parla di «una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», che sono stati abusati fin dagli anni Novanta, soprattutto a Cremona, in questi casi i fatti sono prescritti e non hanno più alcuna rilevanza penale». Uno dei ragazzi in vacanza a Falcade ha raccontato che era finito in ospedale per la frattura di un braccio. Don Inzoli insistette parecchio per accompagnarlo in bagno per sbrigare un bisogno fisiologico e qui ne approfittò per toccarlo.
    Della vicenda di don Inzoli si è occupato anche Papa Bergoglio, che ha obbligato «don mercedes» (per via della sua passione per la bella vita) a ritirarsi a vita privata. «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza». (g.s.)

    http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2016/11/26/news/prete-abusava-di-minori-in-un-albergo-1.14468371

  • Vittima di prete pedofilo annuncia sciopero della fame a oltranza

    Vittima di prete pedofilo annuncia sciopero della fame a oltranza

    NAPOLI – «Basta essere presi in giro, ora voglio i fatti» dice alla Rete l’Abuso Onlus Diego, napoletano, vittima di pedofilia. «Dopo 6 anni di attesa che sono pesati come un macigno sulla sua vita, quella della moglie e i suoi 2 figli – è la nota dell’associazione – Diego ha deciso di intraprendere una clamorosa protesta, lo sciopero della fame ad oltranza. Diego è tra le altre cose l’unica delle vittime della Rete L’Abuso ad aver ricevuto una risposta scritta dal Vaticano, nella quale gli si prometteva di intervenire, ma dopo più di 2 anni, dopo l’assordante silenzio della Diocesi di Napoli che per ora si è limitata a nascondere il prete – riferisce la Rete sul suo sito – Diego non ce la fa più». «Le vittime chiedono giustizia e vedere impunito il proprio carnefice non è giustizia, ma un’ulteriore violenza», commenta. Con una breve nota inviata da Diego alla Segreteria di Stato Vaticana, alla Diocesi di Napoli, al cardinale Sepe e al vescovo Lemmo, annuncia che se entro 7 giorni non vedrà alcuna iniziativa concreta inizierà la sua civile protesta.

    La storia è stata raccontata anche dal quotidiano La Repubblica. Diego, quarant’anni, accusa il suo ex insegnante di religione di aver abusato di lui quando ne aveva undici. Il Santo Padre risponde imponendo alla diocesi di Napoli di indagare mentre la città si prepara ad accogliere il Pontefice in visita pastorale. E’ all’inizio del marzo 2014 che Diego decide di scrivere a Papa Francesco per raccontare la sua storia accusando la Curia di aver ignorato per quattro anni le sue denunce. «Tre settimane dopo aver mandato la lettera al Papa, nella casella della posta, ho trovato una busta che portava l’indirizzo della segreteria di Stato Vaticana» racconta. La missiva, datata 26 marzo 2014 firmata da monsignor Angelo Becciu, recita: «Pregiatissimo Signore, con recente lettera ella ha indirizzato al Santo Padre espressioni di ossequio e devozione, confidandoGli in pari tempo una particolare situazione. Sua Santità ringrazia per il premuroso pensiero e per i sentimenti di fiducia manifestati e mentre invoca su di lei la materna devozione della Vergine Maria, chiede di pregare per Lui e di cuore impartisce la Benedizione Apostolica». La lettera informa inoltre che quanto comunicato «è stato portato all’attenzione del Dicastero competente».

    Il 14 novembre successivo, Diego riceve una mail dalla cancelleria della Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre «per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede a carico di (…)». A raccogliere in via ufficiale le sue dichiarazioni, come primo atto dell’indagine, ci sono il vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e il vice cancelliere della Curia partenopea. «Durante l’udienza il vicario mi ha spiegato che il Papa, tramite la Congregazione, ha chiesto alla diocesi di fare accertamenti» spiega Diego.

    I fatti già denunciati a Le inchieste di Repubblica nel 2013, iniziano a maggio del 1987. Diego frequenta la seconda media. Alla fine dell’anno scolastico riceve un invito a casa dal suo insegnante di religione e vice parroco. Quel pomeriggio, racconta, subisce le prime pesanti avances da parte del prete. Le violenze dureranno per anni, finché un giorno il ragazzo, ormai diciassettenne, trova la forza di porvi fine. Molti anni dopo una mattina, mentre è al lavoro, ha un violento attacco di panico che lo fa temere per la sua vita. Portato d’urgenza in ospedale confessa tutto a sua madre e quindi alla moglie. Al primo ricovero ne seguono numerosi altri. Nel 2010 presenta una formale denuncia alla stazione dei carabinieri di Ponticelli in provincia di Napoli e scopre che il reato ipotizzato è caduto in prescrizione, allora contatta la diocesi: «Il cardinale Sepe è stato il primo a cui io e mia mamma abbiamo scritto nel maggio 2010 senza avere alcuna risposta. In seguito ci siamo rivolti al vescovo ausiliare che dopo un anno di tentavi andati a vuoto, ha acconsentito a ricevermi. Davanti a lui firmai una denuncia che, a detta del vicario giudiziale, è sparita».

    Dal 2010 al 2013 il presunto colpevole ha continuato a fare l’insegnante di religione e il parroco. Poi viene allontanato, ma, grazie la Rete L’Abuso, l’associazione di vittime di pedofilia, scopre l’ex parroco di Pollena Trocchia (diocesi di Napoli) ad insegnare religione nell’istituto alberghiero Russo di Cicciano (diocesi di Nola) anche nell’anno scolastico 2012-2013.

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/sociale/16_gennaio_12/vittima-prete-pedofilo-annuncia-sciopero-fame-oltranza-a8c5e79c-b953-11e5-b75a-169ae49dadd0.shtml?refresh_ce-cp

  • Trafuga 242 ostie consacrate per comporre la parola “pedofilia”: scandalo in Spagna

    Trafuga 242 ostie consacrate per comporre la parola “pedofilia”: scandalo in Spagna

    A Pamplona un giovane artista ha realizzato la sua “opera d’arte” dopo aver portato via decine di particole durante riti religiosi.

    Scandalo in Spagna per una esposizione “artistica” composta da 242 ostie consacrate e successivamente trafugate, messe a terra in modo da comporre la parola “pedofilia”. Sono decine di migliaia i cittadini infuriati per il lavoro dell’artista ventisettenne Abel Azcona, il quale ha confermato di aver trafugato le ostie nel corso di altrettante messe tra Pamplona e Madrid. La mostra che ha proposto al suo interno la discussa opera si chiama “Desenterrados” e sarà visibile nella città navarra fino a metà gennaio. Tra l’altro, la mostra è ospitata in locali concessi in uso dalla diocesi di Pamplona al Comune, che ha patrocinato l’iniziativa.

    Mentre la politica si è subito divisa tra chi difendeva i valori religiosi dei cristiani e chi sosteneva che avesse priorità la libertà di espressione di un artista, Abel Azcona è stato denunciato dall’Associazione Spagnola degli Avvocati Cattolici. Il codice penale iberico, infatti, sanziona con una pena tra gli otto ed i dodici mesi di reclusione le offese “ai sentimenti di una confessione religiosa” tramite dileggio “dei suoi dogma, credenze, riti e cerimonie.” Azcona ha spiegato, invece, di non aver compiuto nulla di particolarmente strano: “Ho deciso di mettermele in tasca e di uscire dalla chiesa. E’ tutto legale, me le hanno consegnate in mano.”

    Alla fine, nelle scorse ore, un cittadino ha deciso di porre da solo fine alla profanazione, visto che le autorità civili non si erano mosse, essendo troppo impegnati gli esponenti istituzionali a discutere tra di loro, mentre il sindaco di Pamplona cercava una mediazione politica per risolvere la faccenda, impegnandosi anche a cercare di convincere l’artista a ritirare il suo lavoro. Un uomo, dunque, Si è recato nel luogo dove si tiene la mostra e ha prelevato da terra le ostie una ad una, riponendole gelosamente in un contenitore, che è stato poi consegnato al parroco della vicina chiesa di Cristo Re di Pamplona, in modo da far conservare le ostie consacrate in un tabernacolo. Sono rimaste in bella vista all’interno dell’esposizione, però, alcuni grandi foto che ritraggono “l’opera d’arte” smantellata.

    continua su: http://www.fanpage.it/trafuga-242-ostie-consacrate-per-comporre-la-parola-pedofilia-scandalo-in-spagna/

  • Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino.

    E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza. Diego l’ha ritrovata a 25 anni, otto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori. È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.

    «La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla Procura consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Innsieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto dieci pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.

    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    Francesca Lagatta

  • PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino. E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza.

    Diego l’ha ritrovata a 35 anni, diciotto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori.

    È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.«La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla curia consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima, qualche tempo prima, ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe in persona.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Insieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva telematica. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto due pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.


    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    http://www.francescalagatta.it/pedofilia-lagghiacciante-storia-di-diego-esposito-una-delle-vittime-di-don-silverio-mura/