Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La pedofilia all’interno della Chiesa non è più un segreto, neppure per la Chiesa stessa

    La pedofilia all’interno della Chiesa non è più un segreto, neppure per la Chiesa stessa

    Non è un buon periodo per la reputazione della Chiesa Cattolica: da quando, quattro mesi fa, la Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Eglise (CIASE) ha scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora, divulgando la famosa inchiesta relativa agli abusi di minori all’interno della chiesa francese, simili attività di investigazione hanno iniziato a prendere piede in tutta Europa.

    L’indagine condotta dal CIASE ha fatto discutere soprattutto per le sue proporzioni: secondo la commissione, dal 1950 al 2020, centinaia di migliaia di bambini avrebbero subito sistematicamente molestie da parte di diverse personalità legate al mondo ecclesiastico – non soltanto religiose, come i preti, ma anche laiche, come insegnanti di religione e educatori.

    Dopo la Francia è stato il turno della Spagna, dove a muoversi non è stata una commissione indipendente, ma la principale testata nazionale: il quotidiano El Pais ha infatti condotto una personale “operazione Spotlight”, redigendo un rapporto di 385 pagine su 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose accusati di abusi su minori, frutto di un’indagine giornalistica che si è dipanata nell’arco di tre anni (il fascicolo è stato consegnato prima alla Conferenza Episcopale spagnola e, successivamente, direttamente a Papa Francesco, mentre il pontefice era in visita in Grecia). 

    Anche i cittadini tedeschi hanno voluto approfondire la questione delle molestie: il 20 gennaio, la pubblicazione di un rapporto realizzato dallo studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl per conto della Chiesa Cattolica sugli abusi da parte del clero nell’arcidiocesi tedesca di Monaco e Frisinga – un tempo coordinata da Ratzinger – ha denunciato almeno 497 vittime di violenza sessuale tra il 1945 e il 2019; il 60% dei ragazzi colpiti aveva tra gli otto e i 14 anni.

    Il dossier ha costretto lo stesso Ratzinger – accusato di non aver preso provvedimenti nei confronti degli autori degli abusi in almeno 4 occasioni, tra il 1977 e il 1982 – a fare pubblica ammenda in una lettera ufficiale diffusa dal Vaticano, in cui l’ex pontefice ha scritto che «Posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono».

    I precedenti europei hanno influenzato anche l’Italia, dove i tempi sembrano finalmente maturi per aprire un dibattito serio attorno a un tema così delicato:  la Chiesa italiana ha annunciato di voler provare a realizzare un’inchiesta interna sugli abusi sessuali commessi dai preti negli ultimi settant’anni. A svelarlo è stato Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa, secondo cui la decisione definitiva dovrebbe essere palesata a maggio; le gerarchie cattoliche, però, sono divise sull’opportunità di avviare un’attività investigativa così profonda – c’è chi sostiene che non serva o che dovrebbe essere affidata a una commissione esterna e non direttamente a organismi della Chiesa, come accaduto in Francia e in Spagna.

    Per fortuna, anche al di fuori dei recinti del Vaticano la volontà di vederci chiaro è ben presente: il 15 febbraio, un cartello composto da varie associazioni lancerà infatti il progetto #ItalyChurchToo, il cui lancio è stato anticipato da un hashtag parecchio condiviso sui social. L’animatore dell’iniziativa è Francesco Zanardi, coordinatore di “Rete L’Abuso”, un network di supporto e sensibilizzazione sui casi di pedofilia all’interno delle parrocchie che, dalla sua fondazione a oggi, ha raccolto 1400 segnalazioni, la maggior parte delle quali non sfociate in denunce perché troppo risalenti nel tempo. 

    Anche secondo Zanardi, l’organismo che eventualmente sarà incaricato di coordinare le indagini dovrà essere, necessariamente, extra-clericale; a sua detta «La soluzione non può arrivare dalla Chiesa perché ha dimostrato in casi eclatanti di voler insabbiare e perché, se anche questa Commissione fosse perfetta nessuno le crederebbe per una mancanza di credibilità ormai troppo radicata». 

    L’altro grande limite, per Zanardi, è che nel contesto italiano la denuncia di casi di pedofilia può avvenire solo su querela di parte – ossia, può essere avanzata sto dalla vittima o dal genitore quando la vittima è minorenne. Per Zanardi «Qui si gioca tutto: bisogna che il legislatore dia questa possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Basterebbe solo questo per una svolta».

    Inoltre, nell’intervista concessa all’Agi, il promotore di #ItalyChurchToo ha auspicato l’abolizione della prescrizione per casi così delicati,  perché il tempo di maturazione di questo tipo di reato è molto dilatato e «richiede di solito un’elaborazione lunghissima».

    Dei segnali importanti che, seppur con qualche decennio di ritardo, dimostrano che il muro di omertà sui casi di pedofilia interni al clero si sta finalmente sgretolando.

  • Papa Francesco da Fazio, le critiche della stampa estera: «Nessuna domanda su abusi sessuali e scandali» – L’intervista

    Papa Francesco da Fazio, le critiche della stampa estera: «Nessuna domanda su abusi sessuali e scandali» – L’intervista

    Apprezzata dai più in Italia ma criticata da buona parte della stampa estera. L’intervista di Papa Francesco rilasciata a Che tempo che fa, programma di Rai 3 condotto da Fabio Fazio, è stata un evento storico e il successo in termini di ascolti lo testimonia: 8,7 milioni di spettatori sintonizzati su Bergoglio e il 32% di share. Un’ora di colloquio nel corso della quale è stata toccata una moltitudine di temi (migranti, guerre, Covid, crisi climatica, aggressività sociale, solo per citarne alcuni) ma in cui è pesata l’assenza, palese, di altre questioni cruciali. «I grandi media italiani restano uno spazio sicuro per il Vaticano» è l’opinione di Jason Horowitz, giornalista del New York Times che, tra le altre cose, copre anche il Vaticano. «Un’ora di intervista e nessuna domanda sugli scandali legati agli abusi sessuali nella Chiesa» è invece l’osservazione critica mossa dal reporter di stampa estera Alvise Armellini. Un problema che, nella visione di quest’ultimo, affonda le sue radici in un fattore culturale dell’opinione pubblica italiana. Quarantuno anni, giornalista freelance dall’Italia e dal Vaticano per diversi media internazionali, tra cui il Telegraph e il Financial Times, Armellini ha risposto alle domande di Open sulla prima intervista di un pontefice alla tv italiana.

    «Ho un po’ l’idea che si sia stati più realisti del re, o più cattolici del Papa. Nel senso che è un tema su cui Bergoglio si è espresso parecchie volte, è stato anche intervistato a questo proposito da diversi colleghi in altri Paesi. Quindi penso che se gli fosse stata fatta la domanda, lui avrebbe risposto. Magari non volentieri, ma sarebbe stato pronto a rispondere. Mi è sembrato un peccato non dargli l’opportunità di parlare di questo tema molto importante e di cosa sta facendo la Chiesa, anche sotto suo impulso. Il Vaticano si sta impegnando sulla questione, dunque non credo che ci sia stata una volontà di omertà. Non lo voglio credere».

    Quali domande non sono state fatte e invece si dovevano fare?

    «Colleghi della stampa estera hanno commentato sotto il mio tweet menzionando questioni come il matrimonio dei preti, il sacerdozio femminile, l’aborto, il ddl Zan. Tutti temi interessanti su cui si interrogano cattolici e no a livello mondiale. Io mi sarei concentrato sul tema degli abusi perché mi sembra proprio un grande rimosso nel dibattito pubblico italiano, oltre che nell’intervista».

    Un’occasione sprecata?

    «Sì, sarebbe stato bello sentire parlare di questi temi in quella che è stata un’intervista storica sulla tv di Stato italiana. Il fatto che non sia accaduto mi fa riflettere su una cosa a cui penso da un po’…».

    Quale?

    «In generale, questi temi in Italia hanno poca eco. I casi di preti pedofili o di preti coinvolti in scandali sessuali ci sono, come purtroppo accade in ogni Paese. Solo che da noi finiscono in trafiletti dei giornali, non ne parlano i politici, non ne parlano i talk show. Non è un tema che attrae l’opinione pubblica. Magari esce una notizia un giorno, ma non c’è nessun seguito il giorno dopo. Proprio la settimana scorsa, per esempio, è uscita la notizia di Don Euro, il sacerdote che raccoglieva i soldi dei suoi parrocchiani per poi spenderli con escort in festini a luci rosse. Mentre in Italia i quotidiani ne hanno reso conto in un trafiletto, il Guardian ci ha fatto una storia. All’estero c’è un’attenzione diversa per questi temi».

    L’intervistatore avrebbe potuto osare di più?

    «Al posto di Fazio avrebbe potuto esserci chiunque altro. Probabilmente, qualsiasi altro intervistatore italiano si sarebbe comportato allo stesso modo. Per la ragione che dicevamo: c’è poca sensibilità sul tema in Italia».

    Quindi è anche un problema culturale dell’opinione pubblica italiana?

    «Io credo che puoi permetterti di non affrontare il tema perché non è poi così caldo in Italia. Se fosse stata una questione sulla bocca di tutti allora sarebbe stato impossibile sfilarsi. Ma in Italia non si parla mai in maniera sistemica degli abusi sessuali: si privilegiano i singoli casi invece di affrontare il problema di governance della Chiesa, di come queste cose siano successe, di chi e perché ha permesso che potessero succedere e come comportarsi perché non avvengano più».

    Il suo collega del New York Times Jason Horowitz ha scritto su Twitter che i media italiani sono uno «spazio sicuro per il Vaticano»: è d’accordo?

    «Sì. Il Vaticano in Italia, come è comprensibile, ha un livello di copertura molto superiore rispetto ad altri Paesi europei che sono più laici, anche per ragioni geografiche e storiche: è forse per questo che la copertura dei temi vaticani in Italia è più rispettosa che altrove. Tuttavia io non credo che esistano temi che non si possono affrontare con il Papa, che il Vaticano censuri o impedisca domande. In fondo il Papa parla molto liberamente ai media, come succede nelle conferenze stampa in volo quando è in viaggio all’estero. In quelle occasioni le domande non sono concordate con l’ufficio stampa. E in diverse occasioni il Papa ha affrontato questioni spinose, sia negli Angelus, sia in altre interviste. Ne ricordo una alla tv spagnola, un paio di anni fa, in cui non ebbe timore di parlare di temi delicati come abusi e aborto».

    Qualche polemica anche sul fatto che l’intervista non fosse in diretta – come era stata venduta – ma registrata dopo le 17. Sui social gira la foto dell’orologio del Papa che segna le 17.30.

    «Non mi sembra dirimente. Mi ero interrogato sul tema, come tanti altri colleghi, e il dubbio mi era venuto per il fatto che il Papa va a letto molto presto. Su questo non mi sento di fare alcuna critica. Avrà avuto le sue ragioni».

    https://www.open.online/2022/02/07/papa-francesco-stampa-estera-alvise-armellini-intervista/

  • 360 casi registrati dalla Rete L’ABUSO in soli 15 anni – La magistratura italiana prenda esempio dalla Spagna

    360 casi registrati dalla Rete L’ABUSO in soli 15 anni – La magistratura italiana prenda esempio dalla Spagna

    Un clamoroso esempio del fallimento della giustizia italiana, già noto e chiaramente espresso dal Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, che nel 2019, riguardo le molteplici denunce esprimeva; “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.”

    Parole forti, riferite proprio a quanto emergeva in particolare dalle nostre denunce. Non solo la latitanza dello Stato, ma anche quella della magistratura, aggravata dal fatto che questa, non solo fosse molto reticente nel procedere, ma non esercitasse in alcun modo il suo potere, l’autonomia che questa ha. A prescindere dall’interesse del Governo, il quale, sempre in quella sede, ricevette diverse raccomandazioni oggi un tutt’uno con i silenzi della Giustizia. (paragrafo 21)

    L’iniziativa della magistratura spagnola è un atto dovuto a fronte dei 250 casi emersi in 70 anni, da accertare e approfondire, ma tali da stimolarne l’interesse.

    I silenzi decennali di quella italiana invece, segno che questa ha rinunciato (almeno per quanto riguarda il clero) alla propria autonomia e ancor peggio, all’importanza dell’Istituzione che rappresenta e del ruolo, tale da avere anche in Italia l’autonomia di intervento, a prescindere dalla politica, anzi, proprio quando questa è assente, come nel caso italiano.

    La punta dell’iceberg italiana, ignorata ma ben documentata sul nostro portale e che in un paese normale come la Spagna avrebbe stimolato come è accaduto un’indagine, in Italia invece pare proprio di no. l’Associazione ha i dati e ben volentieri li consegnerebbe ai magistrati, ma non li vogliono.

    Eppure in soli 15 anni (non 70 come in Spagna) contiamo ben 320 sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia, circa 160 condannati in via definitiva, circa 60 inediti e custoditi nei nostri archivi, se pur documentati, improcedibili perché le attuali leggi, in Italia hanno vuoti tali da impedire la procedibilità di indagini, persino preventive.

    Stiamo assistendo ovunque a governi che mettono a riparo i cittadini, indagano con commissioni d’inchiesta che rivelano dati impressionanti per l’opinione pubblica, un po’ meno per chi tecnico e li aveva già ben chiari da anni e aspettava solo divenissero ufficiali.

    In Italia invece bisognerà attendere le prossime vittime, sperando denuncino e anche loro non siano improcedibili per prescrizione o altro.

    F.

  • Spagna, lo scrittore Palomas denuncia: «Un uomo di chiesa mi ha violentato quando avevo 9 anni»

    Spagna, lo scrittore Palomas denuncia: «Un uomo di chiesa mi ha violentato quando avevo 9 anni»

    «Sono stato molestato, abusato e violentato. Ho attraversato tutte e tre le fasi». La confessione del noto scrittore Alejandro Palomas alla radio Cadena Ser è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Spagna. Una storia che fa discutere, perchè il personaggio è molto noto e perchè gli abusi sarebbe stato compiuto da un uomo di chiesa, suo maestro elementare. Inoltre, la denuncia dello scrittore è solo una delle tante arrivate recentemente a carico dei religiosi di varie scuole, tutte appartenenti all’ordine di La Salle (conosciuto in italia come congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane).

    Palomas, vincitore del premio letterario Nadal nel 2018 per il suo romanzo “Un amor” ha appena compiuto 54 anni e ha da poco perso la madre. Dopo una vita passata a nascondere il dolore ha deciso di rompere il silenzio e dare voce a tante altre vittime, che come lui, nello stesso periodo subirono violenza.

    I fatti denunciati dallo scrittore sarebbero avvenuti tra il 1975 e il 1976, nella scuola della congregazione Fratelli de La Salle a Premiá de Mar, vicino Barcellona. L’orco, secondo il racconto dello scrittore, era il suo maestro elementare, un uomo di chiesa: «Mi ammalavo spesso e a volte mi portava a casa», ha detto a La voz de Galicia «la prima volta è successo in macchina. Ricordo che ha iniziato a toccarsi dopo avermi toccato, mentre ero disteso nel sedile posteriore con la febbre». Lo scrittore non ha fatto il nome del presunto aggressore, limitandosi a definirlo ‘Fratello L.’. Secondo l’agenzia di stampa Efe, l’orco è ancora vivo: ha 91 anni e vive in un centro della stessa congregazione in Catalogna.

    La decisione di parlare pubblicamente dei fatti è arrivata a seguito della scoperta che anche altre persone della stessa scuola avevano denunciato: «Vorrei che il mio messaggio arrivasse a tutti gli uomini che in quegli anni soffrirono, perchè so che molti non saranno in grado di parlarne, a causa di questa idea della mascolinità. Gli abusi ti segnano in un modo particolare. Voglio dire a tutti questi uomini che non sono colpevoli, non siamo colpevoli». Palomas ha chiesto un incontro al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha accettato. «Grazie per il tuo coraggio», gli ha scritto via Twitter il premier. «Ci vediamo molto presto».

    Quello di Palomas non è un caso isolato. Decine di ex studenti hanno denunciato di aver subito abusi negli anni ’70 dai maestri di diverse scuole in tutta la Spagna, tutte appartenenti all’ordine di La Salle. Il quotidiano spagnolo El Pais ha redatto un report che raccoglie 251 accuse a 19 scuole della congregazione. L’ordine religioso però, a quanto riporta la tesata spagnola, attualmente si rifiuta di aprire indagini e processi canonici per punire i colpevoli, contravvenendo alle indicazioni del Vaticano e di Papa Francesco.

    https://www.ilmessaggero.it/mondo/spagna_scrittore_alejandro_palomas_denuncia_violenza_sessuale_chiesa-6466148.html

  • Come il pesce, l’indagine vaticana in Spagna puzza dalla testa

    Come il pesce, l’indagine vaticana in Spagna puzza dalla testa

    Come il pesce – di Francesco Zanardi – Il quotidiano spagnolo EL PAIS annuncia che attraverso il suo corrispondente Daniel Verdù, ha consegnato nelle mani del papa una sorta di dossier “Spotlight spagnolo” di 385 pagine, che dettagliano 251 casi riferiti al periodo tra il 1943 e il 2018. Un arco temporale importante, ma che proprio per questo fa sorgere alcune perplessità, sopratutto sui silenzi della Spagna e del suo Governo, che come quello italiano – controcorrente al resto d’Europa – “delega” le indagini anziché alla magistratura o agli organi competenti e super partes dello Stato , a chi invece per anni li ha insabbiati e che oggi, probabilmente per paura di un secondo esito CIASE, con tutti i conflitti d’interesse del caso, corre ai ripari trasformandosi forse per spirito natalizio, da carnefice in improbabile buon samaritano.

    La critica della Rete L’ABUSO vuole essere costruttiva e per nulla un attacco alla lodevole iniziativa, non si può però non chiedersi perché consegnare queste informazioni al Vaticano, che molto probabilmente le ha già in gran parte nei suoi archivi, e perché non al Governo, chiedendo di istituire una commissione indipendente che faccia chiarezza ?

    D’altra parte 250 casi in più di 70 anni sono il segno che si è toccata appena la punta dell’iceberg e c’è parecchio di più da indagare.

    Basta pensare che nella sola Australia risultarono responsabili di abusi sui minori lo stesso numero di sacerdoti, 250, ma l’Australia ha anche un organico di soli 3.100 preti, mentre la Spagna ne ha all’incirca 25.000, ben 3000 in più della Francia. La metà di quelli in organico nella sola penisola italiana, che a differenza dei 250 documentati in Spagna in settanta anni, qui in soli quindici, ne conta più di trecento, di cui ben 160 condannati in via definitiva dallo Stato. Casi di cui però la stampa italiana non parla. Una pandemia, sia nella sua unicità che nei silenzi di CEI e Vaticano.

    È la stessa coerenza dei dati sistematicamente emersi dalle commissioni di inchiesta indipendenti in tutto il mondo a dire che quel dato lodevole ma insufficiente, va indagato ulteriormente, ovvero approfondito seriamente e non da una istituzione non credibile e colma di conflitti di interesse come la chiesa. Anche per sua stessa tutela!

    Purtroppo riteniamo disastroso qualora questa indagine di natura giornalistica, se pur lodevole, non si evolvesse in direzione di una indagine governativa, limitandone così la risposta della chiesa spagnola al solo dato emerso giornalisticamente e non dagli inquirenti o dalle informazioni a loro fornite dalle gerarchie, ma da quel poco che malgrado lo sforzo, la stampa ha potuto acquisire.

    Verrebbe sconvolto persino lo stesso ruolo dei media, che hanno dovere di informare, fare inchieste giornalistiche, ma in questo caso sostituirebbero l’organo giudicante, a ulteriore danno per le vittime, che mai potranno portare in un’aula giudiziaria articoli di giornale, per quanto veritieri e dettagliati.

    F.

  • Prete sotto falso nome, ora andrà a processo

    Prete sotto falso nome, ora andrà a processo

    È stato rinviato a giudizio don Silverio Mura, il sacerdote, originario di Ponticelli (Napoli), con l’accusa di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero a Montù Beccaria, per circa un anno e mezzo, tra ottobre 2016 e marzo 2018. Il fatto aveva scatenato la protesta di un gruppo di residenti del paese quando riconobbero il prete da loro conosciuto come don Saverio Aversano in un servizio della trasmissione “Le Iene” sui casi di presunti abusi sessuali da parte dei sacerdoti.

    l’ESPOSTO

    Dalle accuse di molestie don Mura è stato assolto in primo grado e in appello dal tribunale ecclesiastico, ma il 28 ottobre si aprirà al tribunale di Pavia il processo per il reato previsto dall’articolo 494 del codice penale, cioè la sostituzione di persona, in questo caso l’uso del nome falso. Il processo fa seguito all’esposto che, nell’aprile 2019, avevano presentato alla procura di Pavia i volontari della rete “L’Abuso”, che segue i casi di pedofilia tra i preti, integrando la denuncia con una relazione della criminologa Luisa D’Aniello sul profilo del sacerdote.

    La notizia del rinvio a giudizio per la falsa identità è arrivata dopo che, a marzo e luglio del 2019, prima il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano e poi la diocesi di Napoli avevano assolto il sacerdote in primo grado e in appello dall’accusa di abusi sessuali nei confronti di due minori a Napoli; da quel momento il sacerdote era tornato a celebrare messa nel suo paese di origine, dopo che era stato sospeso per un anno.

    Il caso di don Mura aveva tenuto banco in Oltrepo nella primavera del 2018, quando un gruppo di mamme di Montù, vedendo per caso in televisione il servizio della trasmissione “Le Iene”, avevano riconosciuto in uno dei preti accusati ( su cui papa Francesco aveva riaperto il caso) quello che era da oltre un anno nel paese oltrepadano, con il nome di don Saverio Aversano.

    Immediatamente è scattata una mobilitazione delle mamme con la richiesta di chiarimenti alla parrocchia e alla diocesi, visto che don Mura insegnava anche catechismo ai bambini delle elementari. Dopo un mese dalla scoperta, però, il sacerdote aveva lasciato Montù facendo perdere le sue tracce. Durante questo periodo si era così scoperto che il prete campano aveva preso il cognome della madre, morta nel 2016, ed era arrivato a Montù come aiuto pastorale dalla diocesi di Nola, che fin dall’inizio del Novecento ha sempre avuto legami con la diocesi di Tortona.

    LETTERA AL PAPA

    Le mamme avevano anche scritto a papa Francesco chiedendo che facesse luce sulla vicenda. Fin dall’inizio, comunque, il Comune, la parrocchia e la diocesi di Tortona hanno sempre ribadito di non aver mai saputo nulla del passato del sacerdote napoletano.

    «Un prete che dal Sud viene trasferito al Nord con un nome fasullo non può che alimentare sospetti», commenta Francesco Zanardi, presidente e fondatore della rete “L’Abuso” che martedì ha ricevuto nella sede della sua associazione la citazione in qualità di testimoni e consulenti tecnici nel processo a don Mura. —

    Oliviero Maggi

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2021/06/03/news/prete-sotto-falso-nome-ora-andra-a-processo-1.40349179

  • Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa di Potenza in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

    Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa di Potenza in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

    Ieri, alla vigilia dell’anniversario del ritrovamento del corpo di Elisa Claps (avvenuto il 17 marzo 2010), rinvenuto nella sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità a Potenza, una notizia ha sconvolto la famiglia Claps e la località potentina.

    Il vescovo Salvatore Ligorio ha infatti comunicato che la chiesa, dopo un imponente lavoro di ristrutturazione, sarà riaperta al pubblico ed ai fedeli, verosimilmente nel 2022. L’annuncio ha scatenato l’ira della famiglia Claps, ed in particolare di Gildo Claps (fratello di Elisa) che racconta di come questa riapertura andrebbe a violare la memoria della sorella ed a contrastare le volontà di tutta la comunità.

    Elisa Claps, la scomparsa e la morte: chi è Danilo Restivo

    Il 12 settembre 1993 la 16enne Elisa Claps si recava in chiesa, alla Santissima Trinità, per partecipare alla messa. Non sarebbe più tornata: la famiglia non avrebbe più rivisto la ragazza, apparentemente svanita nel nulla, di cui denunciò subito la scomparsa. Si aprì un indagine di omicidio ed i sospetti caddero dal primo momento su Danilo Restivo, un giovane amico della ragazza, individuato tramite alcune testimonianze come l’ultima persona ad aver incontrato Elisa. Restivo è stato successivamente condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Elisa.

    Il nuovo, grande shock per la famiglia sarebbe però arrivato nel 2010, il 17 marzo, quando il cadavere di Elisa fu ritrovato nel sottotetto della Chiesa. La famiglia da subito si dimostrò scettica riguardo al ritrovamento, dichiarando che con ogni probabilità c’era chi sapeva da anni che il cadavere di Elisa si trovava lì. In particolare, come riportato nel 2014 su Rete l’Abuso, Gildo Claps aveva dichiarato di sospettare un coinvolgimento di Don Pierluigi Vignola, cappellano della questura che avrebbe sostituito il parroco della Santissima Trinità, Don Mimì Sabia, asserendo che alcune informazioni di Vignola fossero discordanti e contrastanti con i fatti.

    Oggi, a 11 anni dal ritrovamento del corpo, per il Vescovo di Potenza sembra sia il momento di voltare pagina e dare nuova vita alla chiesa. Come riporta Ansa, queste sarebbero state le parole del Vescovo: “La ripresa dei lavori nella chiesa della Santissima Trinità è frutto del parere concorde dei vescovi lucani, che hanno sostenuto con convinzione la scelta di dare la precedenza a questo intervento.

    Quando i lavori saranno completati la chiesa parrocchiale della Santissima Trinità sarà riaperta al culto nel quadro della riorganizzazione pastorale prevista per il centro storico di Potenza”.

    Riguardo all’infelice combinazione di date con cui viene diffusa la notizia, Ligorio dice: “Si tratta di una coincidenza non voluta ma che tuttavia assume un certo significato, in particolare di speranza per la Chiesa diocesana, per la città e per la mamma della cara Elisa con la quale ho avuto contatti assicurandole la mia vicinanza nella preghiera e informandola dell’evoluzione del progetto”.

    Gildo Claps: “Scelta di pessimo gusto”

    Quest’ultima affermazione ha scatenato l’ira di Gildo Claps, che invece, tramite comunicato stampa di risposta, avrebbe dichiarato: “Ritengo una scelta di pessimo gusto riportare la telefonata tra il vescovo Ligorio e mia madre in cui si lascia intendere che la famiglia abbia espresso piena condivisone nella scelta di riaprire la chiesa al culto al termine dei lavori”.

    Gildo Claps ha anche aggiunto che la famiglia avrebbe il sostegno della comunità nel non volere la chiesa riaperta: “Abbiamo già ricevuto tantissime attestazioni di solidarietà da parte della comunità potentina.

     La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre. Non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose”.

    Elisa Claps, sarà riaperta la chiesa in cui fu ritrovato il cadavere: la famiglia Claps reagisce con rabbia

  • Don Michele Barone scarcerato dopo 24 mesi: fu condannato a 12 anni di reclusione

    Don Michele Barone scarcerato dopo 24 mesi: fu condannato a 12 anni di reclusione

    È libero don Michele Barone, il prete ridotto allo stato laico dopo lo scandalo esorcismo e abusi di Casapesenna. Stamane l’ex sacerdote e confessore dei vip ha lasciato il carcere di Carinola, dove si trovava detenuto ed è stato sottoposto ai domiciliari fuori regione su disposizione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere che ha accolto l’istanza del collegio difensivo, avvocati Camillo Irace e Vincenzo Zuccaro.

    L’8 febbraio scorso, lo stesso tribunale ha condannato l’ex sacerdote a 12 anni di carcere per i maltrattamenti su una ragazzina di tredici anni ritenuta, sia da lui che dai  genitori, indemoniata e pertanto sottoposta a violenti esorcismi. Barone fu arrestato il 14 febbraio del 2018 e lascia quindi il carcere dopo poco più di due anni di detenzione.

    https://www.ilmattino.it/caserta/don_michele_barone_libero_dopo_24_mesi_fu_condannato_a_12_anni_di_carcere-5120966.html

  • L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’Opera giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto.

    D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini”

    L’Opus invita “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore, di nazionalità spagnola), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore gli usi misericordia”.

    04.01.2020 Jesus Bastante.

    Un’ammonizione formale. Questa è la “convinzione” che il prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, ha imposto al numerario Juan Pablo Bueno Montoya, ritenuto colpevole di “contatto inappropriato” nei confronti di un minorenne in un centro dell’Opus Dei (di cui era direttore) a Montevideo nel 1984, e “una situazione di molestie sessuali” per lo stesso giovane cinque anni dopo.

    In una nota inviata dall’Ufficio Stampa dell’Opera in Uruguay, l’Opus riporta i fatti “con dolore e tristezza”, nonché l’accusa di un prete, Enrique Doval, a cui il giovane ha comunicato l’accaduto e che “l’ha interpretato come una grave imprudenza, ma non come un crimine, quindi ha invitato la vittima alla discrezione e ha ammonito l’imputato, ma non ha promosso altre misure”. Anche il chierico è stato ammonito, ma non espulso dalla congregazione.

    L’inchiesta è iniziata un anno fa, dopo la denuncia nell’arcivescovado di Montevideo. “Leggendo formalmente la denuncia, Bueno Montoya – dal 1984 residente in Argentina – ha accettato la sua colpa e ha affermato di vergognarsi molto della sua azione, dando prova di pentimento nell’esprimere la sua volontà di chiedere perdono alla vittima – qualcosa che fino a quel momento aveva evitato per paura di causare più danni e di riparare tutto ciò che era possibile”, così recita la comunicazione dell’Opus.

    Non è un chierico e i crimini sono andati in prescrizione.

    La nota giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto. D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini.

    Cosa ha fatto l’Opera con l’abusatore?

    L’opus lo riassume in sei punti:

    • Lo ammonisce formalmente;
    • quando il denunciante lo riterrà opportuno, si scusi formalmente e sinceramente (cosa che ha fatto attraverso una lettera personale);
    • gli viene vietato di partecipare ad attività di formazione con minori di 30 anni;
    • non potrà tornare ad alcun compito di gestione o formazione nella Prelatura;
    • dovrà risiedere in case dove non avrà contatti con i giovani;
    • Gli viene consigliato di condurre una vita di preghiera e penitenza, implorando la misericordia di Dio.

    Per quanto riguarda il denunciante, l’Opera si impegna a offrire “accompagnamento pastorale e coprire le spese economiche dell’assistenza terapeutica professionale”.

    Infine, il prelato ordinò che il sacerdote insabbiatore “ricevesse un ammonimento formale per la sua omissione nella dovuta cura pastorale alla persona colpita a partire dalla comunicazione dell’evento del 1989″.

    La nota si conclude con l’invito “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore possa avere pietà di lui”.

    https://www.religiondigital.org/america/Opus-Dei-numerario-abusador-amonestar-uruguay-abusos-pederastia_0_2192180762.html
    (traduzione con Google)

  • La prima suora consultrice al Sinodo, «gli abusi sulle religiose vanno affrontati e sradicati»

    La prima suora consultrice al Sinodo, «gli abusi sulle religiose vanno affrontati e sradicati»

    https://www.ilmattino.it/mind_the_gap/news/abusi_suore_vaticano_sinodo_papa_francesco_maria_luisa_berzosa_amazzonia_donne_mind_the_gap-4548485.html?fbclid=IwAR2x7J-Wk8jymaAXucw2POafQyU8EtwDLxpU4V1mM6F6NmGrHPWbm7zMPE4