Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.

    Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_papa_francesco_ultime_notizie_oggi-4356465.html?fbclid=IwAR2TLuYL7SFHhLTxlslgNePiyij7eQfaFxMvUOg9JlWYSKxEG0Kze86WakY

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio

  • La ragazza di Serina scrive al Papa: «Ho denunciato il prete, è stato condannato, ma io resto sotto accusa»

    La ragazza di Serina scrive al Papa: «Ho denunciato il prete, è stato condannato, ma io resto sotto accusa»

    Ora ha 23 anni, ha deciso di metterci nome, cognome e volto. Valentina Cavagna chiede di voltare pagina. Indirettamente, al paese di Serina che ha raccolto mille firme a corredo di una lettera per don Marco Ghilardi, 44 anni, condannato in via definitiva a sei anni di carcere (dove si trova) per averla molestata da ragazzina (lui si è sempre proclamato innocente). Lo fa scrivendo una lettera a Papa Francesco, attraverso il Corriere della Sera.

    Caro Papa Francesco,

    sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me. Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia. Infatti, veniva anche a mangiare da noi. In cuor mio, però, mi sono sempre detta che, compiuti i 18 anni, l’avrei denunciato. Così ho fatto, il primo luglio 2013. Il paese non era dalla mia parte. Al primo processo, lui è stato assolto, mentre negli altri due i giudici mi hanno creduto. A ogni udienza c’era sempre qualcuno per lui, anche l’ex sindaco. Sono comunque fiera di me stessa, perché non ho mai mollato. Sono sempre stata una contro tutti e, finalmente, a gennaio di quest’anno si è concluso tutto. O, almeno, così pensavo. Invece, il 28 febbraio è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere. Il primo marzo, mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera.

    Quando l’ho visto mi sono arrabbiata, molto. Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque. Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto. Anche la mia famiglia si ritrova spesso a dover rispondere di questa storia. A discuterne. Chi mi incontra, mi saluta a fatica. Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango. Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo? Il processo è finito, i giudici hanno deciso. Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita. Per questo motivo le scrivo. Lo faccio attraverso il giornale perché si è diffusa la notizia della raccolta firme. Non ho mai cercato pubblicità, anzi. Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia. Penso che anche a Serina cambierebbe qualcosa. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo. Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente.

    https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_11/ragazza-serina-scrive-papa-ho-denunciato-prete-stato-condannato-ma-io-resto-sotto-accusa-735358e0-440d-11e9-bcde-19097826363a.shtml?refresh_ce-cp&fbclid=IwAR1cbXTE_PZzdBkd-Y6NdRycex9JdKudTLkb9_ndL07iA8w_WT2sUbDrGJo

  • La chiesa incivile. Questo è il bimbo di 10 anni che accusa don Carmelo Rampino

    La chiesa incivile. Questo è il bimbo di 10 anni che accusa don Carmelo Rampino

    “Ho dieci anni, sono sempre in chiesa e sono chierichetto e sogno di diventare Sacerdote.

    Don Carmelo Rampino dice che mi aiuta. Dice che mi vuole bene.

    Mi porta al mare e a mangiare una pizza. Dice che è come un papà.

    Però ha iniziato a fare certe cose che non capisco.

    Mi da baci sulla bocca e anche con la lingua.

    Poi lo devo pure toccare giù, dice di pizzicarlo dieci volte e poi fa certi suoni strani.

    Dice che devo fare cosi perché mi aiuta a diventare Sacerdote.

    Mi dice che è normale, però mi dice anche che non deve sapere nessuno.

    Mi da anche le botte. Con schiaffi e pugni. Poi mi spinge e mi ritira e continua a darmi schiaffi e pugni.

    Poi mi mette anche sul tavolo a pancia in giù. Mi tira giù i pantaloni e mi fa male. Piango. Mi fa male il sedere. Ho i pantaloni bagnati.

    Ho provato a raccontare, a dirlo. Se inizio a parlare non esce niente.

    Don Carmelo mi fa paura. Dice che racconta alle persone che io mi drogo. Dice che io non sono nulla e non sarò mai nessuno. Mi dice che le persone non mi crederanno mai. Crederanno lui che è una brava persona. Un Sacerdote. Mi dispiace tanto non aver potuto raccontare  la mia Storia a dieci anni, quando la mia infanzia è finita.”

    Domenica 10 marzo 2019, ore 14,10, ricevo questo scritto e ne rimango profondamente turbato.

    A scrivere i flash di quando era bambino, oggi è un uomo, un sopravvissuto che con la sua famiglia sta vivendo un momento molto difficile e duro della sua vita. Ma la voglia di vivere e di non arrendersi denunciando quello che ha subito, gli da la forza di andare oltre certi ricordi talmente sepolti che quando riemergono inarrestabili come un vulcano, spesso poi, ci vogliono giorni per realizzare se è un falso ricordo, indotto dal forte momento di stress, o è un fatto realmente accaduto.

    Poi a furia di rielaborare, emergono anche i dettagli, persino gli odori e realizzi che purtroppo non è un falso ricordo. Ma solo qualcosa che la tua mente aveva sepolto per difendersi.

    Da dieci giorni circa, parallelamente all’Autorità Giudiziaria, anche la Rete L’ABUSO ha aperto un fascicolo sul caso di don Carmelo Rapino, che nei prossimi giorni integreremo alla Procura di Lecce.

    Tra le telefonate e le segnalazioni, notizie raccolte dai nostri volontari sul posto, le presunte vittime sembrano decine. A partire dagli strusciamenti, ai rapporti completi, fino ad a chi sostiene di averlo sorpreso in flagranza nella sacrestia.

    Ma a sconcertare maggiormente è la cornice di un paese che sapeva chi era e cosa faceva don Carmelo, ma malgrado ciò afferma ancora oggi che è una brava persona, un buon padre spirituale. Qualcuno si vanta addirittura di aver sottratto in tempo il figlio.

    Mi chiedo cosa avrebbe mai potuto fare un bimbo di 10 anni in un simile contesto, anche se nel suo ancora oggi profondo senso di colpa, nel ricordo, si accusa con questa frase “Ho provato a raccontare, a dirlo. Se inizio a parlare non esce niente. “

    Sconcertante anche l’insensibilità della diocesi e l’arroganza del suo vescovo, Michele Seccia, che pur avendo ricevuto comunicazione dell’accaduto lo scorso maggio, non si è neppure preoccupato di informarsi su come stesse la presunta vittima. Le uniche parole che ha detto sul caso, oltre a tirarsene fuori, sono state “si riserva di adire le vie legali contro chi ha osato (o oserà) mettere in dubbio la sua correttezza”. Che coraggio…

    Mi rammarico del fatto che non abbia ancora spiegato a noi e al suo gregge, quali siano questi provvedimenti che avrebbe subito adottato. Domenica 24 febbraio 2019 don Carmelo ha ancora celebrato messa, quindi si ritiene più che fondata l’ipotesi che non fosse neppure stato sospeso a divinis. Il 25 febbraio, sul sito della diocesi, don Carmelo risultava ancora Rettore di Maria Santissima Addolorata a Trepuzzi. È stato scioccamente rimosso solo dopo la pubblicazione della telefonata (26 febbraio), ignorando che le pagine rimosse si possono recuperare tramite la cache di Google. E si.

    Prima che pubblicassimo il nostro audio, ha almeno rispettato le linee guida della CEI, o ha omesso pure quelle eccellenza ?

    Zanardi

  • Serina, prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco

    Serina, prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco

    Lettera in sostegno dell’ex curato condannato a 6 anni e ora in carcere per scontare la pena. Il sindaco: «D’accordo con la solidarietà umana, ma c’è una sentenza»
    C’è la verità processuale su cui la giustizia ha messo il sigillo della Cassazione, condannando don Marco Ghilardi a sei anni di reclusione per le molestie su una ragazzina che oggi ha 23 anni. L’ex curato di Serina, 43 anni, è in carcere, per scontare la pena. Ma è una verità a cui mille persone su 2.073 abitanti, per ora, non credono. Hanno firmato una lettera per il sacerdote e che sta facendo il giro delle famiglie. Il punto di raccolta, all’inizio, era il benzinaio. Ma ora sono stati aggiunti l’edicola e un negozio. La lettera parla di «sgomento» dopo la sentenza. «Avendo vissuto a contatto con Te (così, in maiuscolo ndr) più anni e condiviso più iniziative a favore della Comunità di Serina vogliamo esprimere un atto di sostegno della Tua Persona. Sappiamo che tanti Ti sono vicino in forma epistolare e qualcuno viene a trovarti».
    Chi scrive, vuole unirsi a loro, «in tanti, per dare ancora più forza al sentimento di impotenza e ingiustizia che proviamo. Sappiamo che anche in questa esperienza saprai vedere il bene e fare del bene, anche se è davvero un calice amaro. La sofferenza lascerà sicuramente un solco, ma vogliamo condividerla per alleggerire il tuo peso». Al processo, l’ex sindaco Giovanni Fattori è sempre stato presente, in disparte. «Ho firmato anche io. Questa iniziativa rispecchia il dolore nel cuore della gente di Serina». C’è una sentenza passata in giudicato, lo sa: «Si crede nella giustizia, ci mancherebbe, ma la verità processuale non collima con la convinzione di chi ha firmato». E c’è una ragazza del paese che i giudici di Bergamo non avevano ritenuto credibile ma che quelli bresciani hanno creduto. «Questa vicenda è un dramma comunque la si veda o si pensi», sempre Fattori. Il nuovo sindaco Giorgio Cavagna, come amministratore, vuole restarne fuori. A livello personale, tiene a distinguere tra appoggio umano e rispetto della sentenza. «Se nella lettera, che ancora non ho visto, si esprime solidarietà umana è un conto. Se una persona ha sbagliato, cosa che io non so ma c’è una sentenza, e soffre, avrà la mia comprensione umana. Ma diverso sarebbe prendere una posizione a fronte di una sentenza. Qui ci sono due persone che soffrono. La mia solidarietà va anche alla ragazza».
    https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_09/serina-prete-condannato-molestie-ma-paese-lui-mille-firme-don-marco-55eb214a-4249-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml
  • Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    ROMA-ADISTA. È stato nei giorni in cui si svolgeva in Vaticano il summit antipedofia (21-23/2) che Marilène Ghanem, nata libanese, cattolica maronita, da anni residente in Italia, si è imbattuta in una foto fra quelle che più potevano arrecarle dolore: papa Francesco sta dedicando una copia del suo libro Dio è giovane ad un sacerdote; e scrive: «al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco» (v. la foto: https://bit.ly/2TmEwC2). Mansour Labaki è il prete libanese, incardinato nella diocesi di Beirut, che ha abusato di Marilène e di altre ragazze, allora tutte appena adolescenti. Labaki è stato già condannato per abusi su ragazze minori dalla sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) il 23 aprile 2012 – giudizio confermato il 19 giugno 2013 – a una vita di preghiera, silenzio e penitenza, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale (v. Adista Notizie n. 34/13). A fine aprile 2016, la Procura di Caen (nel Calvados, in Normandia) ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti nel corso di un processo per una denuncia presentata negli anni ’90. Perché il p. Labaky, che ha creato nel 1991 un orfanotrofio per bambini libanesi a Douvres-la-Délivrande (Calvados), mantenendone la direzione fino alla chiusura della struttura nel 1998, avrebbe abusato di una giovane francese a lui affidata quando la ragazza aveva 13 anni (due altre vittime hanno presentato denuncia, senza costituirsi parte civile).

    Il papa forse non potrà ricordare tutti i nomi degli abusatori di cui è venuto a sapere, ma è sicuro che su Labaki sia stato più che informato. Addirittura dal patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Béchara Raï. Questi si è sempre esposto in difesa del sacerdote fino ad affermare in pubblico, nel collegio Saint-Joseph d’Antoura (Beirut) il 18 marzo 2018, che è in atto una «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una dura contestazione alla condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede, poco tollerabile dal Vaticano. Tanto che il Patriarcato ha “dovuto” emettere un comunicato di «chiarimenti»: «Il giudizio di chi ha condannato Labaki è intangibile e non può essere cambiato se non dalla parte che l’ha emesso»; «il patriarca non è mai stato e mai sarà tollerante, in nessun modo, in materia di molestie sessuali» e infine, «dopo la condanna di monsignor Labaki, Sua Beatitudine [il patriarca] ha ricevuto alcuni documenti importanti sulla questione. Nella sua qualità di padre e di capo, ha giudicato suo dovere portare questi documenti a conoscenza del Santo Padre, né più, né meno» (v. Adista Notizie n. 17/16).

    Quello appena descritto è il contesto che ha fatto saltar su Marilène alla visione della fotografia e nelle circostanze del dichiaratissimo impegno di papa Francesco contro i predatori di fanciulli e fanciulle. E allora Marilène ci ha fatto giungere una sua dichiarazione, in cui si rivolge direttamente a Francesco. Di seguito, il testo. (eletta cucuzza)

                              Può il Papa “tolleranzero” benedire un “predofilo”?

                                                     (di Marilène Ghanem)

    Con tanto di dedica e benedizione, Bergoglio ha consegnato una copia autografata del suo libro intervista “Dio è giovane” a un prete che ama le giovanissime. Fa un certo effetto, no?

    La foto è stata scattata a marzo 2018, in presenza di Antonio Raymond Andary, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, insediato il 5 gennaio dello stesso anno. Il sacerdote in questione è Mansour Labaky, prete libanese maronita di 79 anni, condannato dallo stesso Bergoglio senza possibilità d’appello il 19 giugno 2013. Sono in possesso del decreto emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Consta di 10 pagine dove, oltre ai provvedimenti disciplinari, vengono enumerate alcune oscenità che il prete ha perpetrato durante la sua lunga carriera di predatore sessuale in cui ha abusato di giovani donne, violentato adolescenti e stuprato bambine. In Libano come in Francia, negli orfanotrofi inaugurati dal medesimo al fine di essere sempre fornito di ‘carne fresca’ senza mai preoccuparsi di rendere conto a nessuno. Comodo, no?

    Quando una società grida all’orrore di fronte ai filmati di mattatoi che girano sui social, non intendo io seguire la linea del politically correct mentre descrivo il vissuto delle vittime di pedofilia: sono i loro stessi corpi la scena permanente del crimine e gli spettatori complici degli aguzzini perché osservano schermandosi di indifferenza e fingendo l’impotenza. Non quella sessuale, magari!, che sarebbe stata molto auspicabile in questo caso. Non si tratta di un comportamento inappropriato come spesso viene definito nel ger go ecclesiastico. Non si tratta nemmeno di una semplice penetrazione, come il cardinal Pell ha riferito al suo avvocato difensore. Il moralismo ipocrita impedisce la pronuncia del nome: si chiama STUPRO e viene definito dalla legge come un CRIMINE.

    Scusate se infrango il codice del bon ton, ma trattandosi del crimine di pedofilia, noblesse n’oblige plus!

    Mansour Labaky nulla ha da invidiare al sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, sia per la somiglianza delle scelleratezze compiute, sia per l’ingente disponibilità economica che gli ha consentito di corrompere le gerarchie ecclesiastiche. Qualche indagine a riguardo per smontare la copertura delle autorità locali come promesso dallo stesso Bergoglio nel 2017? Ad oggi, nessun cenno all’ormai inflazionata accountability.

    Risalendo al 2016, troviamo altre foto che ritraggono il patriarca di Antiochia Béchara Raï – primo responsabile di Mansour Labaky – mentre consegna a Bergoglio una risma piratata che riguarda il carteggio tra le sopravvissute e alcuni alti prelati della Curia Romana; risma destinata, secondo Raï e i sostenitori di Labaky, a sventare definitivamente il presunto complotto di matrice massonico-sionista tramato in seno alla stessa Curia e discolpare così il prete dalle false accuse. Da sottolineare i toni intimidatori contro le vittime propugnati da sua eminenza il cardinal patriarca al fine di impedire ogni prossima confessione di stupro ad opera di qualsiasi altro prelato. Conferenza videoregistrata, tradotta e spedita a suo tempo in Vaticano. Nel frattempo una delle vittime, sposata e madre di famiglia, è stata minacciata, ha perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica perché ha osato rompere la barriera del silenzio. Tipica mossa di una gang del Bronx, non di una Chiesa.

    A questa perversa macchinazione è seguito un vis-à-vis nella bella Lisieux, tra una decina di vittime di nazionalità libanese e francese e il patriarca, in presenza del vescovo Jean-Claude Boulanger, per confrontarsi con Raï che fino allora aveva finto di non sapere. In certi contesti passare da stupidi ripaga e ripara! Si è trattato di uno smacco, tutto sommato positivo perché ha comprovato il radicamento del sistema in un terreno omertoso, turpe e autistico. Lo scenario dipinge tutt’altro che Una Chiesa Universale; anzi, ne definisce i tratti faziosi e settari, identici a quelli di una qualsiasi Mafia insomma. È ormai appurato: siamo obbligati a cambiare interlocutore dal momento che la gerarchia rimanda di se stessa l’immagine delle Tre Scimmie Stolte: non vede il male, non sente il male, non parla del male. Preferisce addossare al povero Sat?n la colpa dei propri misfatti piuttosto di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

    A nulla era servita, nel 2013, la mia chiacchierata di due orette con Ladaria, allora vice della CDF, per informarlo dell’impossibilità della gerarchia libanese troppo corrotta, lavativa e avida di danaro, a tutelare l’applicazione delle sanzioni disciplinari contro Labaky; a nulla sono valse le traduzioni delle varie trasmissioni (televisive e radiofoniche) pro Labaky inviate al segretario di Stato Parolin per denunciare il potere manipolativo vigente del prete pedofilo; a nulla è servita la lettera scritta a Bergoglio, avvalorata da documenti pubblici contro le vittime e dagli atti che li citano in tribunale; a nulla hanno giovato le foto del prete a passeggio con la macchina dell’arcidiocesi di Beirut, degli spartiti di inni liturgici in cui si identifica con il Cristo crocifisso mentre assimila i suoi accusatori a Giuda Iscariota. La psicosi si esprime in tante forme, il delirio mistico ne è l’espressione più pericolosa.

    Spendo due parole in onore della verità: ma senza il tumulto mediatico di cui è stata foriera la stampa, la Chiesa avrebbe avuto il coraggio dell’autodenuncia? Ne dubito proprio, e prova ne è la sparizione di molteplici documenti di accusa che attestavano la gravità dei fatti, l’adozione del trasferimento, di parrocchia e spesso geografico, dei preti come soluzione al problema delle aggressioni sessuali, il versamento di ingenti somme di denaro per insabbiare i casi e comprare il silenzio delle vittime, la copertura di preti pedofili sotto falso nome, sparsi nelle varie diocesi del mondo. Per cui… …Cospargersi il capo di ceneri e chinare la testa, lavare i piedi e chiedere perdono, per quanto possano essere mediatizzati, sono ormai gesti muti perché non supportati da iniziative congruenti. Quale piano concreto e riparativo Bergoglio intende mettere in atto a favore dei sopravvissuti al crimine della pedofilia? «Verba volant, scripta manent» ma ora è giunto il tempo di compiere un ulteriore passaggio: actibus loqui. Il game degli inshallah è over. Urge passare all’azione e seguire una linea standardizzata: non si capisce perché Mansour Labaky non sia stato ridotto allo sta to laicale mentre altri pedofili hanno subìto questa sorte. C’è forse una differenza valoriale tra uno stupratore e l’altro oppure una scala di classificazione degli abusi?

    Bergoglio, sono troppi ormai i tuoi scivoloni per non credere che anche tu appartenga a quel sistema che denunci! Stai ripetendo ostinatamente gli stessi identici errori. La sincerità della tua intenzione è molto dubbiosa. Alle vittime di Mansour Labaky e a tutti quelli che ancora credono nella sincerità della tua lotta contro la piaga della pedofilia e affermano che “el papa lo quiere pero no puede hacerlo, está solo” ti chiedo di giustificare pubblicamente questa foto perché pubblica è la benedizione del prete pedofilo. Ce lo devi. Per la sicurezza dei bambini e la salvaguardia della tua credibilità ti invito a stilare un elenco digitale dei preti pedofili nel mondo, consultabile da tutti, così eviti di autografare e benedire pubblicamente sacerdoti che tu stesso avevi condannato.

    Ora che Labaky gode della tua benedizione sei tu a sederti sul banco degli imputati per omertà, silenzio e copertura. Ma non eri diventato famoso grazie al tuo motto “Tolleranza zero”? Se facciamo Tolleranza zero meno uno i conti non tornano.

    ¿Qué pasa Francisco Jorge Bergoglio? Comportamento schizofrenico, demenza senile oppure semplicemente un po’ naïf? Qualunque sia la risposta, il discredito delle vittime è nel tuo mirino a tal punto da autosabotarti a sfavore di decreti di condanna da te firmati. Sintomo di una Chiesa che ormai combatte la sua propria ombra, incapace di trovare una via di uscita perché intrappolata nel clericalismo e nella salvaguardia della propria immagine.

    Quante cose si possono nascondere dietro a una semplice foto…

    Attendo smentita!

    https://www.adista.it/articolo/60908?fbclid=IwAR1D_9HlWnoHSyN4SgS3uEWoVHcjCXI8Rt_DP6oeaBmfeFbkuPJvVpw7dFY

  • Pedofilia: card. Barbarin in appello

    Pedofilia: card. Barbarin in appello

    Il legale:’Sentenza non convince. La contesteremo’

    (ANSA) – PARIGI, 7 MAR – L’arcivescovo di Lione e cardinale, Philippe Barbarin, intende ricorrere in appello dopo la decisione della giustizia francese di condannarlo a 6 mesi di prigione per omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 da padre Bernard Preynat. “La motivazione del tribunale non mi convince. Contesteremo dunque questa sentenza con tutti i mezzi utili della giustizia”, ha dichiarato il legale dell’alto prelato, Jean-Félix Luciani.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/03/07/pedofilia-card.-barbarin-in-appello_0700d0b4-699c-40ae-8134-365d1056ee65.html

  • Pedofilia: Pell,il 5-6/6 udienze appello

    Pedofilia: Pell,il 5-6/6 udienze appello

    Giudicato colpevole per abusi sessuali su 13enni, attesa sentenza

    (ANSA) – SYDNEY, 7 MAR – Si terranno il 5 e il 6 giugno prossimi le prime udienze di appello davanti alla Court of Appeal dello Stato di Victoria nell’ambito del ricorso presentato dal cardinale australiano George Pell, giudicato colpevole di pedofilia e in attesa della sentenza.

    La corte si occuperà prima dell’istanza per il permesso di presentare appello e, superato il primo ostacolo, si passerà all’appello stesso. Passerebbero poi altre settimane prima che i giudici annuncino se l’appello è stato accolto o meno.
    Intanto, il verdetto è atteso per il 13 marzo: fino ad allora il 77enne prelato rimane in detenzione, i suoi legali non hanno fatto domanda di libertà su cauzione.
    Pell è stato giudicato colpevole lo scorso dicembre dalla County Court del Victoria per abusi sessuali su due coristi tredicenni nella sacrestia della cattedrale di St. Patrick a Melbourne nel 1996 e 1997, quando era vescovo di quella diocesi.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/03/07/pedofilia-pellil-5-66-udienze-appello_a68462bd-c3a7-4c4d-8430-bdbcb185c464.html

  • 8 marzo, Mattarella: “La condizione delle donne attesta il grado di civiltà di un Paese” Lettera aperta del Presidente della Rete L’ABUSO al Presidente della Repubblica Italiana.

    8 marzo, Mattarella: “La condizione delle donne attesta il grado di civiltà di un Paese” Lettera aperta del Presidente della Rete L’ABUSO al Presidente della Repubblica Italiana.

    Signor Presidente, nell’apprezzare il Suo lodevole impegno Istituzionale nella ricorrenza dell’8 marzo, in qualità di cittadino italiano vittima del clero, oggi Presidente della Rete L’ABUSO, l’unica realtà che in Italia documenta, denuncia e sostiene le vittime della pedofilia clericale, sulla base della non negoziabilità dei diritti, mi rivolgo a Lei.

    Da anni portiamo avanti una battaglia per il riconoscimento, su basi Costituzionali, dei diritti delle vittime italiane.

    Mi rivolgo a Lei, signor Presidente, proprio in quanto garante della Costituzione Italiana, oltre che Presidente di questa Repubblica, il cui Parlamento, il 27-11-2017, attraverso un’interrogazione parlamentare a risposta scritta indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, informava le Istituzioni competenti, di gravi e peculiari problematiche a danno di cittadini italiani, nella particolare specie minori abusati da membri del clero cattolico.

    Il 19 febbraio 2018, per conto della Rete L’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri, con una Diffida ad adempiere, diffidava: la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Centro Regionale di informazione delle Nazioni Unite, la Presidenza della 12° Commissione affari sociali.

    Il 18 ottobre 2018, sempre per conto della rete l’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri denunciava, all’attenzione del Procuratore capo della Procura della Repubblica di Savona, il Governo, con l’accusa di essere inadempiente: le Istituzioni italiane non hanno mai dato doverosa risposta alle precedenti istanze dell’associazione. Inoltre, a diverse notizie di reato, si aggiungevano fondate motivazioni su un favoreggiamento, da parte dello Stato italiano, in favore del clero e in danno ai propri cittadini. In tempi rapidissimi (26-10-2018) il fascicolo, sottoscritto tra le altre cose dai membri fondatori dell’associazione internazionale ECA Global, veniva archiviato. La stessa Procura della Repubblica non si è fatta onere di trasferire per competenza almeno le notizie di reato procedibili d’ufficio, malgrado queste fossero anche sottoscritte dalle parti.

    Il 7 febbraio 2019, anche l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, si pronunciava sul problema italiano dei preti pedofili, individuando nell’Autorità Giudiziaria e anche nelle Istituzioni, gravi inadempienze e chiedeva immediati interventi.

    Signor Presidente, mi chiedo se anche la condizione dei minori attesti il grado di civiltà di un Paese, non potendo non notare che la Sua ultima pronuncia in materia risale al 2016 e, in questo caso, mi domando come sia possibile che un Paese come il nostro, pieno di diritti per tutti, ma che non garantisce neppure a coloro che, in quanto fanciulli, sono i cittadini più deboli, che grado di civiltà possa avere.

    Fanciulle e fanciulli che un domani saranno la forza di questo paese, ma che vedo privi di reali garanzie, a loro danno e in favore di uno Stato estero.

    Signor Presidente, mi chiedo ancora se il nostro è davvero un Paese civile, o se lo è solo sulla carta.

    Con ossequio.
    Francesco Zanardi
    Presidente Rete L’ABUSO

  • Pedofilia, cardinale Barbarin condannato in Francia, si dimette

    Pedofilia, cardinale Barbarin condannato in Francia, si dimette

    Tribunale di Lione, 6 mesi di prigione con la condizionale

    L’arcivescovo di Lione e cardinale Philippe Barbarin ha offerto le sue dimissioni dopo la condanna a 6 mesi di prigione con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati da un sacerdote negli anni ’70 e ’80.

    Barbarin, 68 anni, è stato condannato per mancata denuncia di abusi sessuali su minori, durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Barbarin intende ricorrere in appello dopo la decisione della giustizia francese: “La motivazione del tribunale non mi convince. Contesteremo dunque questa sentenza con tutti i mezzi utili della giustizia”, ha dichiarato il legale dell’alto prelato, Jean-Félix Luciani.

    Si terranno il 5 e il 6 giugno prossimi le prime udienze di appello davanti alla Court of Appeal dello Stato di Victoria nell’ambito del ricorso presentato dal cardinale australiano George Pell, giudicato colpevole di pedofilia e in attesa della sentenza. La corte si occuperà prima dell’istanza per il permesso di presentare appello e, superato il primo ostacolo, si passerà all’appello stesso. Passerebbero poi altre settimane prima che i giudici annuncino se l’appello è stato accolto o meno. Intanto, il verdetto è atteso per il 13 marzo: fino ad allora il 77enne prelato rimane in detenzione, i suoi legali non hanno fatto domanda di libertà su cauzione. Pell, come è noto, è stato giudicato colpevole lo scorso dicembre dalla County Court del Victoria per abusi sessuali su due coristi tredicenni nella sacrestia della cattedrale di St. Patrick a Melbourne nel 1996 e 1997, quando era vescovo di quella diocesi. In particolare, su di lui pesano 5 reati, ciascuno passibile di una pena di 10 anni di carcere: un reato di penetrazione di un minore sotto i 16 anni e di quattro reati di atti indecenti con minori di 16 anni.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/03/07/francia-condannato-cardinale-barbarin_c000eb90-276e-4666-bda0-b412fc006b3a.html