Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Molestie sessuali su un giovane, sacerdote “graziato” dalla prescrizione

    Molestie sessuali su un giovane, sacerdote “graziato” dalla prescrizione

    Come era prevedibile il processo di secondo grado nei confronti di don Federico De Bianchi (difeso dagli avvocati Stefano Trubian e Massimiliano Paniz), il 51enne ex parroco di Santa Giustina e Val Lapisina finito a giudizio con l’accusa di violenza sessuale, si è concluso con una assoluzione per avvenuta prescrizione del reato.

    Oggi 1 dicembre la procura generale presso la Corte d’Appello di Venezia, accogliendo il ricorso degli avvocato difensori, ha messo il proprio sigillo sulla ghigliottina del procedimento che in primo grado a Treviso aveva visto don Federico condannato a tre anni per i fatti relativi a solo una delle querele, assolto per non aver commesso il fatto nei confronti di un’altra presunta vittima e prescritto in relazione ad altre due denunce.

    Ora il sacerdote, che è tornato a lavorare per la curia di Vittorio Veneto, potrà mettersi alle spalle questa storia. Anche se proprio la prescrizione dichiarata nel processo di primo grado aveva creato un certo sconcerto in aula: la mannaia era scattata il 3 settembre del 2023, ovvero circa a due mesi dalla richiesta di condanna. Il fatto che il processo sia stato allora aggiornato soltanto al 17 ottobre dello stesso anno senza che venisse pronunciata la sentenza avrebbe di fatto tolto a due parti civili la possibilità di ricevere un risarcimento anche se minimo.

    Secondo le indagini della Procura di Treviso tra il 2009 e il 2010 De Bianchi avrebbe molestato quattro giovani (due si erano costituiti come parte civile), al tempo dei fatti tra i 18 e i 26 anni e tutti affetti da patologie psichiatriche, ospiti della comunità di Villa delle Rose a Conegliano e del reparto di psichiatria dell’ospedale di Vittorio Veneto dove il prete svolgeva parte del proprio ministero. Una delle presunte vittime era stata sentita nel corso di un incidente probatorio (durante il quale non aveva però riconosciuto don De Bianchi) nella fase delle indagini preliminari che risalgono al periodo fra il 2017 e il 2018. Il sacerdote, secondo il racconto che ricalcava le altre dichiarazioni accusatorie, avrebbe allungato le mani nelle parti intime dei pazienti che andava a visitare come cappellano degli ospedali. Tutte fattispecie contestate dal pubblico ministero Barbara Sabattini, che nella sua requisitoria aveva parlato di palpeggiamenti e baci o tentativi di avere contatti proibiti con pazienti.

    La condanna di don Federico, secondo i suoi legali, era avvenuta sulla base del fraintendimento su un singolo episodio e gli avvocati erano pronti a metterlo evidenza nel processo d’Appello. Ma la prescrizione ha messo la parola fine a tutta questa brutta vicenda.

    https://www.trevisotoday.it/cronaca/vittorio-veneto-don-federico-de-bianchi-violenza-sessaule-appello-prescrizione-1-dicembre-2025.html

  • 2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI

    al

    COMITATO PER I DIRITTI DELL’INFANZIA

    All’attenzione del CRC – Esamina Italia Marzo 2026

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    Preparato dall’Associazione Rete L’ABUSO – Osservatorio Permanente

    Relatore

    Francesco Zanardi

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    UN_REPORT_Nov_23

    L’Associazione Rete L’ABUSO (Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) , nata e fondata da sopravvissuti italiani nel 2010. Referente per l’Italia di ECA Global (Ending Clergy Abuse). Oggi unico osservatorio in Italia che attualmente fornisce dati pubblici sui reati sessuali, in particolare quelli commessi dalle confessioni religiose.

    INTRODUCE

      – Nel 2022 la Conferenza Episcopale Italiana, oramai “costretta” dai progressi delle altre conferenze episcopali d’Europa, per bilanciare almeno in apparenza il pesante squilibrio italiano si troverà a doversi pronunciare anch’essa sulla situazione.

    Lo farà con il neoeletto Presidente della CEI – il Cardinale Matteo Maria Zuppi – annunciando una commissione di inchiesta ad oggi mai realizzata, svelando inoltre presso la Congregazione per la dottrina della fede, la presenza di 613 casi noti alla chiesa dal 2010 al 2022.

    Casi anche qui, di cui oggi non si sa più nulla.

    Nel contempo darà il via a quella che il Presidente Cei Zuppi battezzerà come “La via italiana”, annunciando in quella stessa sede anche l’apertura in ogni Diocesi di “Sportelli per le vittime”. Sportelli per i quali ad oggi hanno aderito poco più del 50% delle diocesi italiane.

    Come vedremo, parliamo in realtà di un escamotage per spingere le vittime a rivolgersi direttamente alla chiesa anziché all’Autorità Giudiziaria.

    Sportelli che a seguito di nostre verifiche effettuate attraverso i sopravvissuti che vi hanno avuto accesso, rileviamo non essere come propagandato, affatto utili per la vittima, molto più utili alla stessa chiesa.

    Parliamo di una sorta di “centri di ascolto” dove la vittima può denunciare in vista (promessa propagandata) di un “processo canonico” per quanto ha subito.

    Processo sul quale la vittima non viene informata anzitutto dell’incompatibilità che esiste con quelli che sono i processi dello Stato, basati sul diritto dell’uomo, mentre in sede canonica ci rapportiamo ai comandamenti del Decalogo, basati meramente sull’offesa a Dio.

    In quella sede viene redatta una sorta denuncia che darà senza certezza, in alcuni casi, avvio ad una indagine previa da parte della chiesa.

    Il racconto della vittima viene raccolto da un volontario (spesso privo di qualunque competenza) dopo di che sarà visionato da chi addetto all’indagine previa per poi finire in archivio, dove resterà nella completa disponibilità della Diocesi, ma non della vittima.

    Questa infatti non potrà avere copia di quella deposizione fatta e firmata allo sportello, tantomeno saprà quale uso la chiesa potrà farne in quanto la stessa deposizione è raccolta senza alcun consenso informato da parte della vittima, che in quella sede, non solo non è assistita da un legale, ma sulla base della ratifica della Carta di Lanzarote, non gode neppure dell’audizione protetta.

    In quasi tutti i casi esaminati si è ottenuta dopo la segnalazione allo Sportello Diocesano, la rimozione del sacerdote accusato, che poco tempo dopo però, nella maggior parte dei casi riappare come da manuale in altra parrocchia.

    Il caso di OMISSIS e di don Ciro Panigara (già recidivo per la chiesa) sono solo gli ultimi casi che documentiamo. (all. 1 e 2)

    Sempre presso gli Sportelli Diocesani, in alcuni casi vediamo proporre alla vittima un *”accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza”.

    In sostanza una cifra di indennizzo (in genere 25.000€) elargita però a titolo di sostegno (omettendo che è per gli abusi subiti) dietro la quale la vittima, rinunciando a poter reclamare in altra sede quanto subito, è vincolata alla “riservatezza” sul caso e sulle persone coinvolte.

    Grazie a ciò la chiesa può mantenere segreto all’opinione pubblica il caso e salvare sacerdote, spesso senza neppure spostarlo in altra parrocchia.

    *NOTA – Se pur vero che in Italia gli “accordi con il vincolo della riservatezza” sono legali, va fatto notare che in questi casi l’accordo ha la finalità di occultare oltre al crimine, l’identità dell’offender.

    La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha inoltre sottolineato che i casi denunciati presso gli Sportelli Diocesani, non saranno segnalati all’Autorità Giudiziaria Italiana, in quanto la legge in Italia non lo prevede.

    Sottolinea in’oltre che non conteggerà nei report annuali, i casi provenienti sia dall’Autorità giudiziaria che dalle Associazioni.

    Un chiaro segno di dissociazione non solo verso le regole della giustizia e della società civile, ma anche dagli stessi sopravvissuti e da qualunque parvenza di dialogo con loro.

    ESPONE

       –  Il 24 ottobre scorso la Rete L’ABUSO ha presentato il 2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia, che analizza i dati italiani dal 2000 a oggi.

    Report che a differenza del precedente ha raccolto questa volta oltre al dato nazionale, anche quello regionale conteggiando il numero di offender tra sacerdoti e indotto laico, il numero di sopravvissuti tra donne, uomini, adulti vulnerabili, persone con invalidità.

    Il Report quantifica inoltre la condizione penale dei casi, quanti mai denunciati, quanti denunciati, il loro stato di avanzamento, quanti arrivati a una condanna definitiva e quanti no.

    Oltre ai processi penali censisce sulla base dei dati forniti dai sopravvissuti a disposizione dell’Associazione, anche quanti processi canonici sono stati avviati e quanti di questi sono arrivati a una condanna.

    In oltre sonda quante di queste vittime sopravvissute hanno trovato concretamente il sostegno pubblicizzato attraverso i media dalla CEI, attraverso lo sportello diocesano o la chiesa stessa.

    Sostegno che da quanto sondiamo, quando presente si riduce nel migliore dei casi a una mera assistenza spirituale. (Link 1 – Documento integrale traducibile direttamente dalla pagina con Google Traslate)

    La Rete L’ABUSO, in occasione della presentazione pubblica del 2° Report, approfittando del dato suddiviso per ogni regione, ha voluto testare anche l’efficienza della Rete dei Garanti Regionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ai quali, il 6 ottobre ha inviato in anteprima il Report.

    Ebbene, hanno risposto solamente 2 garanti su 20.

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    (Estratti)   –  2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia.

    Totale casi censiti dal 2000 al 2025 compreso l’indotto laico, suddivisi per situazione penale.

    Dato aggiornato al 1 ottobre 2025

    Il sommerso che rileviamo (ovvero i casi noti ma omessi alla Magistratura) attualmente è di 839, quelli reo confessi 6, quelli caduti in prescrizione 61. Hanno patteggiato in 20, mentre 8 sono stati archiviati (quasi tutti per insufficienza di prova o testimonianza). Ne risultano pregiudicati / recidivi 9, mentre i casi denunciati risultano 46 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento). Ne risultano indagati 51 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento), condannati in 1° grado 27, in 2° grado 14, in via definitiva 155 (su 1250), condannati in sede civile 6, condannati in sede canonica 6.

    Per un totale di 1.250 casi di cui l’Autorità Giudiziaria italiana è riuscita a giudicare nei tre gradi di giudizio, solamente 155.

    Negli altri 1095 casi, i canali per la denuncia disponibili in Italia non hanno di fatto permesso ai sopravvissuti una possibilità di accesso alla giustizia, al tempo stesso la prevenzione.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Da quanto l’Osservatorio registra, i sopracitati 1.250 casi avrebbero prodotto un totale (parliamo solo di quello noto alla Rete L’ABUSO) di 4.623 sopravvissuti di cui; da sacerdoti 4.395, da suore 9, da scout 54, da catechisti 91, da laici 74.

    Tra i 4.623 sopravvissuti contiamo 515 donne e 4.108 uomini, di cui 5 sono suore, 11 persone con disabilità mentre 156 sono adulti vulnerabili.

    Risultano di età inferiore ai 18 anni 4.451 sopravvissuti.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Dati di cui la CEI è ben cosciente, tanto da poterne certificare i nostri.

     

    Abbiamo infatti raccolto nello stesso arco temporale (2000 – 2025), le varie dichiarazione lasciate dalla CEI rispetto al numero di offender presenti in Italia.

    • Il 25/5/2010 Monsignor Mariano Crociata (Segretario Generale della Conferenza Episcopale) dichiarò 100 processi canonici avviati in dieci anni. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 3/2/2022 la Diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi censiti nella sola Diocesi. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 28/5/2022 è il neo eletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, ad annunciare e rivelare in una conferenza stampa, l’avvio di una commissione d’inchiesta della Chiesa che analizzerà un arco temporale che va dal 2000 al 2022. In quella occasione dichiarerà 613 casi dal 2010, già in mano alla Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero). Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 17/11/2022, in attesa della Commissione annunciata dal Presidente Zuppi, la Conferenza Episcopale rilascerà il 1° report CEI che censirà nei due anni precedenti, un totale di 68 casi e un prodotto di 89 sopravvissuti di cui; 73 minorenni e 16 adulti vulnerabili. Di questi 37 sono donne e 52 uomini.
    • Il 16/11/2023 verrà reso noto il 2° Report CEI riferito all’anno 2022 che conterà 32 casi e un prodotto di 54 sopravvissuti di cui, 25 sono minorenni, 29 adulti vulnerabili. Le donne sono 44 e gli uomini 10.
    • Il 20/1/2025 la Diocesi di Bozano rilascia un secondo report riguardante la sola Diocesi che conterà questa volta altri 67 casi con un prodotto di 75 sopravvissuti. Di questi 51 minorenni, 24 adulti vulnerabili di cui 51 sono le donne e 24 gli uomini.
    • Il 28/5/2025 verrà reso noto il 3° report CEI che raccoglierà i dati del 2023 e del 2024 provenienti questa volta, dagli sportelli diocesani. I casi sono 69 con un prodotto di 115 sopravvissuti. Di questi sono 35 i minorenni, 51 sono donne e 64 uomini.

    (Trovate il dato completo e tutti i dettagli QUI )

     

    Sommando i casi dichiarati frammentariamente da CEI dal 2000 a oggi, si ottengono 1049 casi riferiti unicamente a sacerdoti.

    La Rete L’ABUSO, escludendo l’indotto laico ne documenta nello stesso periodo 1106, soli 57 casi in più di quelli che ha dichiarato negli stessi anni la chiesa. Direi che abbiamo fatto un ottimo lavoro!

    Nella poca trasparenza del dato dichiarato sempre dalla CEI – che non indica in alcun modo neppure da quale area geografica provenga, quale sia il numero delle vittime prodotte, quale sostegno la chiesa ha dato loro, dove operi attualmente e quali provvedimenti la chiesa abbia preso nei confronti del reo – grazie ai sopravvissuti, alla cronaca e alle varie fonti, siamo riusciti a censire in parte, sotto l’aspetto giudiziario canonico, l’operato della chiesa.

    Sotto il profilo del procedimento canonico registriamo dei 1.106 casi censiti dall’Associazione che risultano 76 processi avviati dalla giustizia canonica.

    Di questi, 17 si sono conclusi con una temporanea “sospensione a divinis”, in 7 casi invece i sacerdoti sono stati spostati restando impuniti in altra parrocchia, ne sono invece stati ridotti allo stato laicale o hanno presentato spontaneamente dimissioni 18 sacerdoti, in 5 casi il sacerdote si è suicidato mentre per i restanti 1.059 casi, non risulta avviato nessun procedimento a carico.

    Nessuno dei casi risulta essere mai stato segnalato dalla Chiesa all’Autorità Giudiziaria italiana che tuttavia, non ha obbiettato alla Chiesa neppure per la dichiarazione della CEI di omessa denuncia e mancata prevenzione, nella quale, per non lasciarsi mancare nulla, annuncia persino l’omissione di querela alle autorità italiane, dei casi a lei segnalati presso gli sportelli diocesani.

    Recentemente anche la Commissione Pontificia tutela minori si è espressa sull’operato delle Conferenze Episcopali nel mondo definendo quella italiana “maglia nera” in materia. (Link 2)

    CONCLUDE

    Doveroso premettere che i dati trattati sopra e riferiti unicamente al clero cattolico, nel caso dell’Italia siano proiettabili per l’intero paese.

    Il fatto che l’Associazione abbia reportato solo gli abusi del clero cattolico deriva da un’altra carenza, la totale assenza di dati nel paese, soprattutto da parte del Governo il cui Osservatorio nazionale del Ministero delle pari opportunità, oggi non è minimamente in grado di fornire.

    L’Associazione ha quindi utilizzato quelli nella propria disponibilità, certamente in grave difetto rispetto all’entità reale del fenomeno nel paese, di suo però già fin troppo significativi in questa sede.

    Nel ricordare a questo Comitato che in altri stati membri – parlando di chiesa – per meno di 100 casi sono state avviate commissioni indipendenti, inutile far notare che l’Italia, se pur decuplichi il dato a oggi si ostini, direi sistematicamente, nell’ignorare il problema.

    Come si evince chiaramente, il problema italiano al momento è in gran parte dovuto a una serie di vuoti legislativi di fondo, leggi “essenziali” dalle quali dipende il funzionamento di norme secondarie, in questo caso per la maggior parte riconducibili alla mancanza dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini.

    Vuoto di cui tuttavia non gode solo la chiesa e che si ripercuote inevitabilmente anche sulla popolazione civile colpendo in particolare le leggi NR. 172/2012 (convenzione di Lanzarote) e la NR. 69/2019 (riguardante il Codice rosso).

    Nel “Caso italiano” la chiesa si è solamente organizzata al suo interno per poter gestire autonomamente i reati commessi dai propri ministri e, in questo caso, si può dire che lo fa “nel pieno rispetto della legge”.

    Il fatto stesso che la Conferenza Episcopale Italiana abbia apertamente dichiarato che “non trasmetterà alle Autorità italiane i nominativi dei casi denunciati presso i propri sportelli” senza suscitare reazioni soprattutto da parte delle Istituzioni, è a nostro avviso sufficientemente esplicativo della gravità della situazione e di come al tempo stesso venga pubblicamente legittimata. Come se quanto accade fosse tutto “normale”.

    Situazione che si rispecchia e ripercuote come dicevo pocanzi anche nella società civile, in particolare nelle Associazioni di volontariato, per molti versi strutturalmente e in molte dinamiche simili alla chiesa che a differenza però, non coinvolgono solamente 31.000 unità come nel caso dei sacerdoti, ma ben 4,7 milioni di cittadini italiani che vi operano quotidianamente.

    C’è solo da sperare che la percentuale degli offender nel mondo laico non sia pari a quella del clero riportata in questo rapporto.

    Ad aggravare il tutto, il vuoto legislativo contenuto nel Certificato anti pedofilia di cui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo h)

    Un certificato già lui stesso vittima della mancanza dell’obbligo della denuncia, che in questo caso finisce per convogliare inevitabilmente quei pochi offender che vi rientrano, dando loro indicazione su dove poter predare in alternativa. Appunto, nel volontariato.

    Un volontariato che come la chiesa al suo interno si tutela a danno di bambine e bambini.

    Non a caso in Italia non vi è inverosimilmente notizia di casi in questi ambienti. Quelli che emergono infatti sono addirittura meno di quelli registrati nel clero.

    Vuoto su una norma “essenziale” che anche qui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo g)

    Invece ci ritroviamo con un clero non solo impunito e che lascia senza giustizia migliaia di cittadini, ma addirittura, con il tacito consenso delle Istituzioni del paese gestisce ed amministra la giustizia dei cittadini rimasti vittime dello stesso.

    In riferimento al CRC/C/ITA/CO/5-6 (paragrafo 21), rileviamo in sostanza che nulla di quanto raccomandato da questo Comitato sembra essere stato concretamente attuato o almeno preso in considerazione dallo Stato membro.

    Tra i gravi regressi dello Stato membro segnaliamo il ddl Valditara contro l’educazione sessuo-affettiva, in attesa di approvazione da parte del Governo proprio in questi giorni. (link 2– link 3)

    -o-O-o-

    L’Associazione esprime al Comitato la sua forte preoccupazione per la grave regressione venuta a crearsi in Italia rispetto all’ultima esamina dello Stato membro.

    Il nesso causale di tutto ciò va indubbiamente ricercato nell’inerzia sistematica delle Istituzioni italiane, partendo da quelli che dovrebbero essere gli Organi di Garanzia di infanzia e adolescenza che, come abbiamo visto nel caso del 2° Report dell’Associazione che li riguardava direttamente, hanno risposto solo in 4 su 20.

    Ricordiamo le precedenti istanze al Governo italiano già segnalate nel nostro precedente report;

    la diffida dell’Associazione (link x) del febbraio 2018;

    l’Interrogazione parlamentare (link xx) del novembre 2018;

    il nostro precedente Report a questo comitato CRC (link xx) del novembre 2018

    tutti inevasi o senza risposta da parte dell’Istituzione.

    Il fatto che dei 1106 casi censiti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO solamente 155 risultano arrivati a una condanna definitiva, è estremamente significativo del malfunzionamento del sistema legislativo.

    Come chiaramente emerso già nelle sedute del 23 e 24 febbraio 2019  di fronte a questo Comitato che, domandando alla Delegazione italiana, quali strumenti di prevenzione fossero presenti nel paese, ottenne in risposta invece quali fossero le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    l’unico strumento attualmente è il certificato antipedofilia, purtroppo però pesantemente invalidato da quanto detto pocanzi.

    Situazioni che abbiamo reportato nell’aprile 2023 alla Procura Generale della Repubblica (link 3) che non ha mai risposto e tantomeno si è preoccupata di acquisire (in virtù della procedibilità d’ufficio) i nominativi dei più di 400 presunti offender all’epoca segnalati.

    Interpellato attraverso una petizione anche il Parlamento Europeo (Petizione integrale UE[337]_signed ) ottenendo in questo caso una risposta, purtroppo poco esaustiva che ad oggi non ha portato a nulla di fatto. (link 3)

    RACCOMANDA

    1. Estendere l’obbligo di denuncia – già esistente ma oggi limitato solo ai pubblici ufficiali – a tutti i cittadini. Di vitale importanza al fine della verifica preventiva oltre che all’efficacia di normative già in essere come il più volte citato “certificato anti pedofilia”. Questo inoltre supererebbe in gran parte l’onere oggi delegato unicamente ai vescovi che di fatto, appellandosi all’articolo 4 del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, per facoltà ne omettono puntualmente la denuncia alla Autorità Giudiziaria italiana. Questo restando nel rispetto del concordato al quale nulla verrebbe tolto.
    1. Estendere il “certificato anti pedofilia”, senza esclusioni a tutto il personale che opera anche saltuariamente a contatto con i minori.
    1. Implementare già dalla scuola primaria corsi a tutti i livelli che nella modalità adeguata all’età, permettano di recepire uno stato di pericolo, sfuggirne e poter riferirlo agli adulti.
    1. Creare protocolli di collaborazione e segnalazione con le forze dell’ordine accessibili a tutte le realtà associative (ONG), centri di ascolto che lo richiedono, affinchè si crei un sistema capillare di monitoraggio sul territorio, coinvolgendole direttamente, dando l’oro facoltà di poter seguire e monitorare a garanzia, l’iter della segnalazione.
    1. Quantificare a livello globale l’entità del fenomeno sul territorio dello Stato membro, compresi i casi acquisiti attraverso gli sportelli diocesani e non, dalla chiesa cattolica.
    1. Creare una commissione d’inchiesta sui reati commessi dalla chiesa cattolica, rigorosamente indipendente che garantisca l’assenza di ingerenze da parte della Chiesa ma anche dello Stato italiano, per decenni inadempiente.
    2. Che lo Stato stesso si faccia carico di chi risulta essere vittima accertata di abusi, valutando in base alla gravità formule di sostegno come l’invalidità pensionistica (che oggi in Italia ancora non riconosce il disturbo post traumatico da stress) o formule similari di sostegno.
    1. Garantire l’efficienza della rete Garante per la tutela dell’infanzia e adolescenza, come la nuova figura (in Italia al momento solo 4 regioni su 20) del Garante per le vittime di reato.
    2. Garantire partendo dai centri di ascolto diocesani che fungono da accesso alla Giustizia e al Tribunale ecclesiastico (se pur questo non sia equiparabile alla “giustizia dell’uomo” ma tuttavia tribunale che agisce sul territorio dello stato coinvolgendone i suoi cittadini che in quella sede sono sottoposti ad una riesumazione del trauma) il rispetto della normativa privacy, l’audizione protetta introdotta dalla Convenzione di Lanzarote ( 172/2012) e qualunque strumento di tutela psicofisica per le vittime risulti necessario.

     

             Il Relatore

       Francesco Zanardi

     

           Apposta firma digitale

    Fine del report

  • CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    Riportiamo degli estratti significativi degli interventi alla CEI riunita ad Assisi da parte di S.E.R. Mons. Thibault Verny e di S.E.R. Mons. Luis Manuel Alì Herrera, rispettivamente Presidente (da quattro mesi) e Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Particolarmente toccante è stata l’immagine della sedia vuota utilizzata dal primo e il riferimento all’emozione della paura effettuato dal secondo.

    “…Sono consapevole che il secondo Rapporto annuale della Commissione, avvenuto lo scorso 16 ottobre abbia suscitato alcuni malintesi in talune realtà ecclesiali, in particolare nella vostra Conferenza Episcopale. Permettetemi di ribadire quanto è chiaramente indicato nel documento stesso e quanto è stato sottolineato durante la presentazione nella Sala Stampa della Santa Sede: la Relazione è stata completata nel primo trimestre del 2025 e si riferisce ai dati raccolti nell’anno solare 2024. Detto ciò, in qualità di nuovo Presidente, mi assumo la piena responsabilità del lavoro svolto dal team della Commissione… Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa – insieme a voi – stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino.

    Come in ogni collaborazione viva, non mancano incomprensioni e divergenze. Tuttavia, è proprio in tali frangenti che siamo chiamati ad accompagnarci con prudenza e trasparenza, in una dialettica di ascolto sincero e apprendimento reciproco. Intendiamo proseguire su questa strada, condividendo il vostro impegno e le vostre procedure di tutela con un numero sempre maggiore di Chiese nel mondo. Così facendo, riconosciamo e valorizziamo ciò che funziona, mentre valutiamo e correggiamo ciò che può essere migliorato. Questo punto è cruciale: indicare con trasparenza le lacune nei sistemi di salvaguardia e offrire risposte professionali rafforza la credibilità della Chiesa, affinché la nostra casa ecclesiale sia un luogo sicuro per tutti, per le famiglie, i giovani e i bambini…

    Come vescovo francese, mi rivolgo a voi oggi con umiltà. Di fronte allo scandalo degli abusi sessuali, nessuno può affermare di operare alla perfezione. Credo che tutti stiamo cercando di fare il meglio possibile, riducendo al minimo il danno. In Francia è stata istituita una commissione indipendente, la CIASE, che ha avuto punti di forza e di debolezza, aspetti positivi e fragilità. Ciononostante, essa rappresenta un riferimento per la Conferenza Episcopale Francese… Inoltre, la metodologia e i risultati di tale commissione sono stati ripresi e convalidati dal governo francese, che ha successivamente istituito una commissione sugli abusi commessi nelle famiglie (CIIVISE).

    Sono convinto che non esista un modello unico di approccio. Spetta a ciascuna Conferenza Episcopale assumere la questione, discernere e decidere autonomamente, in base al contesto storico e culturale locale. Siamo qui per avanzare insieme e sostenerci reciprocamente. A ciascuno di noi spetta guardare con coraggio al passato e riconoscere la verità della situazione: solo così potremo gettare le basi per costruire il futuro.

    Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con Papa Leone XIV. In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie…” (Mons. Thibault Verny).

    ***

    “… considero un segno della provvidenza divina il fatto che stiamo conversando con voi proprio nel giorno in cui celebriamo la Giornata di preghiera per le vittime, con il tema “il rispetto genera relazioni autentiche”, indetta da questa Conferenza Episcopale… Per questo motivo, desidero ringraziare sinceramente i vescovi italiani che hanno scelto di partecipare a questo momento di dialogo: la loro disponibilità ha permesso di ricevere contributi ricchi di riflessioni ed esperienze che hanno arricchito anche la Commissione stessa. Se in qualche circostanza ciò che avete condiviso è stato percepito come travisato o trasmesso in modo inesatto, desidero esprimere il nostro sincero rammarico. La nostra intenzione è – e rimane – quella di servire la verità con delicatezza, nel rispetto di coloro che, con coraggio e onestà, hanno accettato di avviare un dialogo…

    È vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali. Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.

    Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile. L’importante è che questo percorso non diventi una competizione basata sui numeri, ma un processo di crescita comune in cui la ricerca, la verifica e l’accompagnamento siano finalizzati a un unico scopo: costruire fiducia.

    Solo la verità, anche quando è dolorosa, può diventare il fondamento di un rinnovamento e questo richiede rigore e indipendenza, per questo il lavoro scientifico e documentato, come quello avviato congiuntamente in Italia, rimane essenziale… Nel 2016, molte comunità di fedeli erano riluttanti a riconoscere la presenza di vittime o sopravvissuti al loro interno. Questa riluttanza a volte nasceva dalla paura, dalla paura di ascoltare le terribili verità che le vittime e i sopravvissuti ci raccontano. La paura che le nostre comunità non siano perfette e possano anche essere luoghi di orrore. La paura di non sapere cosa fare, come confortare, come aiutare. Paura di confrontarci con i nostri fratelli o sorelle che potrebbero aver commesso un crimine e del costo che questo potrebbe avere per loro e per noi.
    Troppo spesso questa resistenza ha tenuto molti uomini e donne rinchiusi nel silenzio per anni, per decenni, per tutta la loro vita.

    La nostra Commission crede fermamente che giornate come questa odierna è un esempio di come la preghiera si traduca in azione, in consapevolezza e accoglienza . Abbiamo assistito in questi 10 anni di giornate di preghiere un pellegrinaggio graduale e progressivo che sta smantellando questa paura e permettendo alle nostre comunità di diventare luoghi in cui le vittime e i sopravvissuti vengono ascoltati e sostenuti, con compassione e soprattutto con professionalità…

    Le esperienze concrete del popolo di Dio, quelle che toccano la sofferenza e la speranza della guarigione, devono poter entrare nei luoghi in cui si prendono le decisioni e si elaborano le linee guida universali. Solo in questo modo la riflessione non rimane astratta, ma si radica nella vita e diventa uno strumento di conversione pastorale. Questa collaborazione tra ricerca, pastorale e ascolto delle vittime è ciò che potrà far maturare una Chiesa più credibile e attenta ai segni dei tempi… Se voi ce lo consentite, la nostra missione è che la Commissione rimanga al vostro fianco, non come osservatore esterno, ma come compagno di viaggio…” (Mons. Luis Manuel Alì Herrera).

    Non è un caso che l’attenzione dei vescovi francesi sul problema abusi sia sempre alta. Un’indagine e un indirizzo si sono concentrati sui preti francesi (cfr. SETTIMANANEWS, 17/11/2025).

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

  • Sacerdote di Zara condannato per abusi sessuali su minori! Ecco a quanto ammonta la pena detentiva ricevuta

    Sacerdote di Zara condannato per abusi sessuali su minori! Ecco a quanto ammonta la pena detentiva ricevuta

    Il Tribunale municipale di Zara, presieduto dal giudice Mitra Meštrović, ha emesso una sentenza non definitiva nei confronti del sacerdote quarantenne ed ex parroco di Perušić Benkovački Darko Marušić di Zemunik Donji, accusato di diversi reati penali nell’ambito della pornografia minorile e dello sfruttamento sessuale dei minori.

    Il tribunale ha dichiarato Marušić colpevole del reato di introduzione di minori alla pornografia, del reato di sfruttamento di minori a fini di pornografia e di tentato abuso sessuale su minore di età inferiore ai quindici anni. È stato condannato a una pena detentiva unica di tre anni e dieci mesi.

    Come confermato dal portavoce del tribunale di Zara, Davor Dubravica, la custodia cautelare di Marušić è stata prorogata dopo la pronuncia del verdetto a causa del rischio di recidiva. È in custodia cautelare dal 20 dicembre dello scorso anno, dopo che il tribunale della contea di Zara ha disposto misure di detenzione sulla base di una segnalazione di molestie sessuali su una minorenne.

    La Procura della Repubblica di Zara ha depositato l’atto di accusa il 6 febbraio, a seguito di un’indagine penale e di una perquisizione dei locali parrocchiali, nonché del sequestro di apparecchiature informatiche e dispositivi mobili. Il processo si è svolto a porte chiuse per tutelare la minorenne vittima, ma il verdetto è pubblico, il che consente di rendere pubblica l’identità dell’imputato.

    Il caso sconvolse l’opinione pubblica al momento dell’arresto, avvenuto subito prima del funerale che Marušić avrebbe dovuto celebrare, spingendo l’arcidiocesi di Zara a inviare d’urgenza un altro sacerdote in parrocchia. Successivamente, l’arcidiocesi decise di sollevarlo da tutti gli incarichi.

    Il verdetto non è definitivo e la difesa ha diritto di appello. Marušić rimane in custodia cautelare fino a nuovo avviso.

    Anche l’arcidiocesi di Zara si è pronunciata sul caso e potete leggere cosa hanno detto.Qui.

    Zadarski svećenik osuđen zbog spolne zlouporabe djeteta! Evo koliku je kaznu zatvora dobio

  • Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    La sera del 30 ottobre, in una strada secondaria di Casablanca, un ragazzo guineano di diciassette anni — cappuccio tirato su, sguardo basso — si rifiuta di parlare. È il più giovane tra i sei migranti che, secondo un’inchiesta giornalistica locale, sarebbero stati vittime di abusi sessuali mentre cercavano rifugio in un servizio ecclesiale della città. Al centro delle accuse non c’è un uomo qualunque, ma Padre Antoine Exelmans, sacerdote francese noto per l’impegno a favore di migranti e richiedenti asilo, premiato nel 2020 per il suo lavoro umanitario. Oggi, quel nome è legato a un presunto “sistema di sfruttamento sessuale” durato “almeno quattro anni”. Il contrasto è feroce e costringe a guardare in faccia il dolore, le falle dei meccanismi di tutela e il linguaggio con cui la Chiesa racconta — o attenua — ciò che accade ai più vulnerabili.

    Secondo quanto ricostruito da Le Monde, Exelmans, che tra il 2021 e il 2024 ha diretto il servizio di accoglienza per migranti presso la parrocchia di Notre-Dame-de-Lourdes a Casablanca, è oggi sospettato di “violenze sessuali” su giovani esuli. L’aspetto più delicato è che, secondo il diocèse de Rennes, di cui dipende, il sacerdote avrebbe “riconosciuto abusi sessuali” durante un’indagine canonica avviata dall’arcidiocesi di Rabat, le cui conclusioni sono già state inviate a Roma. Nel frattempo, le autorità marocchine hanno raccolto elementi dell’inchiesta giornalistica e ascoltato alcune delle presunte vittime.

    Le versioni divergono sul numero dei ragazzi coinvolti. Il quotidiano marocchino Enass parla di sei giovani — cinque guineani e un camerunese — tutti minorenni all’epoca dei fatti. Il diocèse de Rennes, invece, ne riconosce uno solo, più quattro adulti che si sarebbero rivolti all’arcidiocesi di Rabat. Due narrazioni ancora lontane, che impongono prudenza ma non attenuano la gravità del quadro.

    L’inchiesta di Enass, pubblicata il 3 novembre 2025, è un documento dettagliato, costruito su testimonianze dirette e ricostruzioni ambientali. Parla di un “sistema” che avrebbe preso di mira minori fragili, isolati, spesso ospitati nel presbiterio per un “accompagnamento personalizzato” poi degenerato in coercizioni e abusi. Secondo la testata, almeno tre di loro sarebbero già stati ascoltati dalla Brigata nazionale della polizia giudiziaria su delega della procura di Casablanca, e sono stati disposti accertamenti medici.

    Un capitolo oscuro riguarda i presunti “trattamenti psichiatrici” imposti o suggeriti dal sacerdote. Enass riferisce che Exelmans avrebbe richiesto sistematicamente prescrizioni di psicofarmaci, prima in ospedale, poi da una psichiatra del terzo settore. Se confermato, questo aspetto aprirebbe interrogativi inquietanti: fino a che punto la farmacologia può essere stata usata per indebolire la volontà o la lucidità delle vittime? Domande da tribunale, che richiederanno perizie e contraddittorio, ma che bastano a mettere a nudo la questione centrale: la protezione dei minori in contesti dove il potere spirituale e materiale è concentrato nelle mani di un solo uomo.

    In un comunicato, l’arcidiocesi di Rabat ha dichiarato di aver “collaborato pienamente con le autorità civili” non appena ricevute le prime segnalazioni, e di aver trasmesso a Roma i risultati dell’indagine interna. Il documento elenca anche misure cautelari: divieto per il sacerdote di avere contatti con minori se non in presenza di un altro adulto e obbligo di accompagnamento psicologico. L’arcivescovo Cristóbal López Romero ha aggiunto che “la sola vittima minorenne conosciuta” dalla diocesi è oggi seguita dalla Chiesa.

    Dalla Francia, la diocesi di Rennes conferma che Exelmans avrebbe ammesso “abusi sessuali” in sede canonica, e invita eventuali testimoni a farsi avanti. La cronologia è chiara: segnalazioni in Marocco, rientro in Francia nel giugno 2024, avvio dell’inchiesta canonica, trasmissione degli atti a Roma. Ovunque, la parola d’ordine è “cooperazione”, ma resta il dubbio su quanto sia stata tempestiva.

    Chi è, in fondo, Padre Antoine Exelmans? Sacerdote del diocèse de Rennes, in missione in Marocco come Fidei donum dal 2016, ex vicario generale a Rabat, punto di riferimento per le organizzazioni umanitarie e i migranti del Maghreb. Nel 2020 riceve il Prix d’Aix-la-Chapelle pour la paix, destinato a chi combatte “le ingiustizie” nel mondo. È lo stesso periodo in cui promuove una riorganizzazione dei servizi ecclesiali per migranti, smantellando strutture professionali e privilegiando la gestione “volontaria” e “spirituale” dell’accoglienza. Una riforma che oggi si interroga: la semplificazione amministrativa ha eliminato anche le garanzie di controllo?

    Se le accuse fossero confermate, questo caso mostrerebbe come un rapporto asimmetrico — adulto contro minore, europeo contro migrante, pastore contro gregge — possa trasformarsi in abuso. I racconti parlano di isolamento, di sostegno psicologico trasformato in dipendenza, di spazi ecclesiali privi di supervisione. È proprio in questi vuoti che dovrebbero esistere regole chiare: niente incontri prolungati in solitudine con minori, monitoraggio esterno, protocolli sull’uso di psicofarmaci, formazione obbligatoria per sacerdoti e volontari. Non sono burocrazie, ma barriere che salvano vite.

    I comunicati ufficiali hanno scelto formule come “abusi su persone fragili”, un eufemismo che offusca la realtà. La cautela è legittima, la presunzione d’innocenza sacrosanta. Ma quando emergono minori, le parole contano. Dire “abusi” non basta: serve trasparenza, tempi certi, decisioni pubbliche. L’ammissione di colpe in sede canonica, confermata da Rennes, impone un dovere: chiarire dove si trovi oggi Exelmans, quali restrizioni subisca, chi vigili sulla loro applicazione.

    Le indagini corrono su due binari: quella canonica, avviata a Rabat e trasmessa a Roma, e quella giudiziaria marocchina, con accertamenti clinici e audizioni. In parallelo, le autorità francesi hanno ascoltato il sacerdote. Un’inchiesta transnazionale che dovrà coordinare prove, referti, registri parrocchiali, scambi di email e chat. Senza un raccordo forte, la tutela dei minori rischia di perdersi nei confini.

    Il caso Exelmans non nasce dal nulla. È figlio di un sistema che, nonostante le riforme post–Commissione Sauvé, continua a produrre zone d’ombra. E il contesto marocchino — fatto di migranti senza documenti, minori soli, vulnerabilità estrema — amplifica ogni rischio. Quando l’aiuto diventa dipendenza, quando la fiducia diventa arma, l’abuso è dietro l’angolo. Da qui le richieste, rilanciate da media e associazioni, di un audit indipendente sui servizi ecclesiali per migranti in Marocco.

    La credibilità di un’istituzione non si misura dai comunicati, ma dalle scelte. E qui la domanda è semplice: quei sei ragazzi sono stati protetti o abbandonati? La giustizia farà il suo corso, ma la prevenzione non può attendere i verdetti. Va costruita ora, con regole verificabili, pubbliche, condivise. Solo così Notre-Dame-de-Lourdes potrà tornare a essere un rifugio, e non un simbolo di promessa tradita.

    Resta un’immagine che non si dimentica: un ragazzo di diciassette anni che rifiuta l’aiuto psicologico perché “blasé”, come se la speranza si fosse consumata prima di nascere. È da lì che tutto dovrebbe ripartire: dalla fiducia che nessun minore debba mai più scegliere tra il silenzio e la sopravvivenza.

    Cronologia essenziale dei fatti (nota di servizio al lettore)

    • Maggio 2024: viene riferito il deposito di una prima denuncia presso la procura della Corte d’appello di Casablanca.
    • Giugno 2024: il sacerdote lascia il Marocco e rientra in Francia. La narrativa ecclesiale parla di “esaurimento/burn-out”; attivisti e fonti associative parlano invece di “fuga/exfiltration”. Due letture contrapposte, da verificare.
    • 5 luglio 2024: comunicazione ufficiale dell’arcidiocesi di Rabat sui “segnali” riguardanti Exelmans e sull’apertura di un’indagine canonica.
    • 3 novembre 2025: l’inchiesta di Enass con nomi di paese, profili delle presunte vittime e dettagli sul “sistema” ipotizzato.
    • 4-5 novembre 2025: testate marocchine e internazionali rilanciano; l’arcidiocesi di Rabat dichiara la piena cooperazione e ribadisce misure restrittive nei confronti del sacerdote.
    • 5 novembre 2025: Le Monde riferisce le ammissioni rese in sede canonica e la divergenza sui numeri delle vittime.

    https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/646245/prete-dei-migranti-accusato-di-abusi-sessuali-il-missionario-dei-poveri-che-avrebbe-violentato-chi-cercava-salvezza.html

  • In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    di Francesco Bertolucci. Foto di Simone Padovani – “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito ingiustizie e violenze attraverso gli abusi, Maria ripete oggi: ‘Io sono vostra madre’. E nessuno può togliervi questo dono personale offerto a ciascuno di voi. E la Chiesa, alcuni dei cui membri vi hanno purtroppo ferito, oggi si inginocchia con voi davanti alla Madre”. Le parole del papa statunitense Leone XIV alle vittime di abusi all’interno della Chiesa, pronunciate il 15 settembre in Vaticano durante l’omelia della messa in occasione del Giubileo della Consolazione, sono suonate come un messaggio di apertura. O almeno questo è ciò che sperano migliaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero italiano.

    Sono 4.625 i casi di pedofilia contro ragazzi e ragazze all’interno della Chiesa cattolica italiana che sono stati segnalati e registrati dall’associazione Rete L’Abuso. “Stiamo parlando di casi segnalati negli ultimi 25 anni”, sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, un’associazione che riunisce le vittime e i familiari di coloro che hanno subito abusi da parte di sacerdoti e membri del clero della Chiesa cattolica italiana. “Di queste 4.625 vittime, 4.395 sono state abusate da sacerdoti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da laici e 54 da scout”, continua Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il trauma dell’abuso. “Il numero nascosto delle vittime potrebbe essere enorme. Se fossimo in grado di contare i casi verificatisi nei decenni passati, il numero delle vittime potrebbe variare da 50.000 a oltre 1 milione, che sarebbe il numero più alto mai registrato in tutto il mondo”.

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, altri rapporti ufficiali sono stati prodotti e pubblicati nel novembre 2022 e nel maggio 2025 dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. I rapporti affermano che nel biennio 2020-2021 ci sono state 89 vittime di 68 persone nell’ambito ecclesiastico in Italia, mentre nel biennio 2023-2024 ce ne sono state 115. Nel 2023, Rete L’Abuso ha presentato una petizione all’Unione Europea e una richiesta di procedura d’infrazione urgente all’ONU per chiedere cosa intendessero fare questi due organismi sovranazionali per “risolvere il problema italiano”, costringere l’Italia a “prevenire il fenomeno” e “proteggere i minori dagli abusi sessuali, soprattutto da parte del clero”, dato che “la Chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante in quanto è un’associazione strutturata che, grazie a lacune legislative, si è autoregolamentata internamente dietro un Motu proprio che mantiene tutte le pratiche omissive e criminali che sono alla radice del problema stesso, che in Italia sono “fiorentemente” favorite dallo Stato, che la sostiene con il silenzio e ne promuove la linea criminale”, come si legge nei documenti.

    Tuttavia, gli appelli non hanno ricevuto molta attenzione e il governo italiano non ha mai risposto alle domande dei giornalisti quando è stato chiesto di esaminare il rapporto dell’associazione o di istituire commissioni indipendenti per indagare sulla questione degli abusi. Nel frattempo, all’inizio di febbraio 2025, le famiglie delle vittime di abusi hanno deciso di riunirsi in un gruppo di coordinamento per darsi forza a vicenda e allo stesso tempo sostenere le vittime. Durante la presentazione del gruppo di coordinamento, che conta membri provenienti da tutta Italia, molti genitori hanno raccontato le loro storie.

    “Essere genitori non è facile, ed esserlo di una vittima o di un sopravvissuto lo è ancora meno”, ammette Cristina Balestrini, presidente del gruppo. “Si attraversano momenti di disperazione, si ha voglia di piangere, si prova delusione. Si prova un dolore che gli altri non provano né comprendono. Ma non ci si può arrendere. Tuo figlio, tua figlia o il tuo familiare sono più importanti di te. Mio figlio ha tentato il suicidio quattro volte, poi ha incontrato altre persone che avevano vissuto la stessa tragedia. Molti di noi hanno perso la fede a causa della Chiesa stessa. Con rare eccezioni, molti sono passati dal considerare la parrocchia una seconda casa all’alienazione. Alcuni sono stati persino minacciati. Quindi, vittime due volte. Siamo stati additati da coloro che consideravamo la nostra famiglia”.

    “Eravamo una famiglia che faceva di tutto per la parrocchia”, spiega Yolanda, madre di un ragazzo che è stato violentato all’età di 12 anni in seminario. “Quando mio figlio ci ha detto di aver subito abusi sessuali, siamo stati isolati. Il processo civile è ancora in corso. Abbiamo vinto in Corte di Cassazione e il prete è stato condannato a sei anni e sei mesi, ma nel frattempo è stato mandato in Messico e nessuno ha fatto nulla. Non vogliamo distruggere la Chiesa, ma vogliamo che sia degna di ciò che predica“. ”Sembra che sentiamo sempre la stessa storia“, commentano due genitori che hanno preferito rimanere anonimi.

    ”Anche nostro figlio è stato molestato da un prete, un amico che faceva parte della nostra famiglia. Quando l’abbiamo scoperto, abbiamo pensato di poter risolvere la questione all’interno della Chiesa, ma quando abbiamo parlato con il vescovo, si è scatenato l’inferno. Persino il padre del prete ha iniziato a insultarci. Siamo diventati le pecore nere del paese”.

    Alcuni esperti sostengono che solo una vittima su dieci denunci il reato, lasciando spazio a un numero potenziale nascosto difficile da stimare. “E dobbiamo considerare che possono volerci anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito un abuso e lo denunci”, spiega l’avvocato Mario Caligiuri, che si occupa di reati di abuso sessuale. Il fatto che in Italia il reato di violenza sessuale possa cadere in prescrizione se non denunciato è una tragedia nella tragedia ed è un problema”.

    Nello specifico, il codice penale italiano prevede che nei casi di violenza sessuale su minori il reato si prescriva tra i 24 e i 30 anni dalla data in cui la vittima raggiunge la maggiore età. Per quanto riguarda i potenziali casi nascosti, commissioni indipendenti hanno riferito che in Germania 3.677 persone sono state abusate dal clero tra il 1946 e il 2014, in Portogallo almeno 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022, e in Francia il ‘Ciase’ ha scoperto che negli ultimi 70 anni il 3% del numero totale stimato di sacerdoti francesi – circa 3.000 – era pedofilo, con una media di 72 vittime per sacerdote, per un numero potenziale di vittime stimato in 216.000.

    “Non è cambiato nulla per quanto riguarda le commissioni indipendenti in Italia, e la posizione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) rimane immutata”, osserva Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, un’associazione che fa parte di ItalyChurchToo, un gruppo di coordinamento contro gli abusi nella Chiesa. «Dicono che la formazione è in corso, hanno introdotto servizi di protezione dei minori nelle diocesi e hanno prodotto due rapporti sugli ultimi 20 anni, ma le cifre che sono emerse sono insignificanti rispetto a ciò che le indagini indipendenti rivelerebbero effettivamente sul fenomeno.

    Basti pensare all’esempio della diocesi di Bolzano-Bressanone, dove una commissione indipendente ha aperto gli archivi e, tra il 1964 e il 2023, ha scoperto 67 possibili casi di violenza sessuale su minori. Moltiplicando questa cifra per le 226 diocesi italiane, avremmo circa 15.000 casi. Ma questa sarebbe solo la punta dell’iceberg, perché il fenomeno è molto più diffuso. Tuttavia, non credo che la CEI voglia seguire l’esempio di Bolzano”. Nella sua relazione annuale pubblicata il 15 ottobre 2025, la commissione vaticana ha affermato che in Italia esiste una “resistenza culturale ad affrontare il tema degli abusi”, dato che molte diocesi non hanno risposto al questionario del Vaticano, che incoraggiava un maggiore ascolto delle vittime, meccanismi di segnalazione nazionali e la collaborazione con le autorità civili.

    La CEI, che abbiamo cercato di contattare, ha sorvolato sulla possibilità di un’intervista sull’argomento, mentre il 16 ottobre il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha sottolineato l’impegno della Chiesa «a promuovere una cultura della protezione a vari livelli, anche sociale, e a combattere ogni forma di abuso, con la ferma consapevolezza che si tratta di un cammino inarrestabile». Anni fa, nel 2008, Pierangelo Bertagna, parroco di Farneta, frazione di Cortona in provincia di Arezzo, in Toscana, fece scalpore quando fu condannato a otto anni di carcere per aver abusato sessualmente di 16 minori. Nel 2005 era stato arrestato con l’accusa di aver abusato di un parrocchiano di 13 anni.

    Secondo quanto riportato all’epoca, egli reagì al suo arresto dicendo: “Finalmente qualcuno mi ha aiutato”. Questa dichiarazione liberatoria seguì l’autodenuncia di Bertagna negli anni ’80 all’interno della comunità dei “Ricostruttori di preghiera”, quando confidò la sua attrazione per i bambini. La cosiddetta “autodenuncia” di Bertoli, che è rimasta “inascoltata”, evidenzia anche il problema di coloro che sanno ma non denunciano. Sebbene non ci sia stata alcuna risposta alle richieste di commenti sulla relazione di Rete L’Abuso da parte della CEI, all’interno della Chiesa sono stati istituiti centri di assistenza diocesani per ascoltare le segnalazioni di possibili abusi. Lì una persona può anche denunciare di aver subito abusi. Tuttavia, ciò non comporta automaticamente una denuncia alle autorità.

    “Un superiore ecclesiastico che è a conoscenza di un reato commesso da un sacerdote, ma anche da un normale cittadino, è obbligato a denunciarlo o no? La risposta è no“, spiega Pietro Forno, ex magistrato e sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, noto come ”il procuratore dei bambini“ e ideatore della specializzazione in reati sessuali in Italia, ”per il semplice motivo che il sacerdote, o il vescovo, se volete, non è un pubblico ufficiale. Questo è il problema in termini tecnici e giuridici. Non essendo un pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denunciarlo. Solo i pubblici ufficiali sono obbligati a denunciare i reati contro le persone di cui vengono a conoscenza. Come stabilito dall’articolo 364 del codice penale per i casi di omessa denuncia, i cittadini sono obbligati a denunciare i reati contro lo Stato.

    “Se, per esempio, vedo il mio vicino con un certo numero di armi, munizioni ed esplosivi che mi fanno pensare che stia pianificando un attentato”, osserva Forno, “devo denunciarlo; non posso semplicemente dire: ‘Chi se ne frega?’. Quindi, dato che il reato di omessa denuncia esiste già, non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. La soluzione legislativa sarebbe quella di stabilire che, quando si tratta di determinati reati, come la violenza sessuale sui minori o la pornografia infantile, qualsiasi cittadino, e sottolineo qualsiasi cittadino, che ne venga a conoscenza è tenuto a denunciarli. È semplice. Talmente semplice che viene da pensare che se ciò non avviene è perché, mi dispiace dirlo, esiste una volontà politica contraria. Altrimenti non c’è alcuna spiegazione”.

    https://www.gp.se/nyheter/varlden/offer-for-sexuella-overgrepp-av-praster-kraver-upprattelse.4efa8e61-fed6-46b6-8fe1-deed8eb92f47

  • “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    Esclusiva del Fatto – Paolo Frosina  30 Ottobre 2025

    Avvertimento. La Relatrice speciale chiede varie modifiche al testo: “La proposta rischia di violare gli obblighi internazionali dell’Italia”

    “Questa proposta di riforma potrebbe privare il pubblico ministero dello status e della garanzia di indipendenza esterna che la Costituzione attualmente assicura attraverso il principio di unità della magistratura, il quale implica un insieme comune di garanzie per giudici e pubblici ministeri e un unico Consiglio superiore”. Stavolta non è una “toga rossa” o un leader di opposizione a mettere in guardia dai rischi del Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, che oggi otterrà al Senato l’ultimo dei quattro via libera necessari in Parlamento prima del referendum. L’appello a ripensare il progetto, rivolto direttamente a Giorgia Meloni, arriva da Margaret Satterthwaite, 56enne giurista statunitense – dirige il Centro di ricerca sulla giustizia globale alla New York University – e dal 2022 Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati (lo stesso ruolo che Francesca Albanese ricopre per i territori palestinesi occupati). In una lettera inviata alla premier lo scorso 23 ottobre – che il Fatto pubblica in anteprima – Satterthwaite invita il governo “a un attento riesame delle modifiche” apportate alla Carta, “affinché la proposta sia pienamente conforme agli obblighi internazionali” sottoscritti dall’Italia in sede Onu, e in particolare all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di ogni individuo a essere processato da magistrati indipendenti.

    Nel testo della missiva – sei pagine su carta intestata del Palazzo delle Nazioni di Ginevra – la Relatrice esprime preoccupazioni su tutti i contenuti della riforma, a partire dallo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due nuovi organi, uno per i giudici e uno per i pm: “Occorre prestare la massima attenzione affinché i nuovi consigli restino liberi da influenze politiche e da possibili controlli da parte degli altri poteri dello Stato. È inoltre essenziale garantire che la divisione non renda giudici e pubblici ministeri più esposti a pressioni esterne”, scrive Satterthwaite. Giudizio duro anche sul sorteggio previsto per i membri togati, cioè magistrati, dei futuri Csm: “Le procedure di nomina proposte rischiano di compromettere la legittimità democratica dei consigli, poiché ridurrebbero il ruolo di giudici e pubblici ministeri nella scelta dei propri rappresentanti”, nota la giurista. In base agli standard europei, ricorda infatti, “almeno la metà dei membri” degli organi di autogoverno delle toghe “dovrebbe essere composta da giudici eletti dai propri pari. La procedura proposta”, invece, “non assicura l’elezione da parte dei pari e solleva quindi serie perplessità”, afferma. “Particolarmente preoccupante”, poi, è definita la disciplina della nuova Alta Corte disciplinare, che giudicherà sugli illeciti professionali dei magistrati al posto del Csm: contro le sue sentenze, infatti, non sarà più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte. E ciò, scrive Satterthwaite, viola una delle garanzie di indipendenza della magistratura previste a livello internazionale, cioè “il riesame indipendente” delle decisioni che comportano la sospensione o la rimozione dall’incarico.

    La presa di posizione dell’Onu non è qualcosa che il governo possa liquidare facilmente. Non si tratta infatti “né di un atto dovuto, né di un automatismo: la Relatrice interviene solo quando ritiene che un progetto normativo possa incidere sull’autonomia del potere giudiziario”, spiega Monica Mastrandrea, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e delegata agli ultimi vertici internazionali tra le toghe. “Che ciò avvenga oggi nei confronti dell’Italia è un fatto che merita attenta riflessione: significa che la riforma viene ritenuta potenzialmente dannosa per gli equilibri democratici”, segnala. Quello delle Nazioni Unite, conclude, è quindi “un richiamo al dovere di preservare i principi che sorreggono la nostra democrazia: l’indipendenza dei giudici come garanzia ultima della libertà dei cittadini”.


    Il controllo non è garanzia – Andrea Fabozzi  30/10/2025

    Giustizia e potere Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni

    Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni. Ci riesce adesso senza ostacoli e senza dover spostare una sola virgola nella sua proposta originaria, il che la dice lunga sul presunto potere di interdizione parlamentare (e spiega anche perché del famoso premierato che aumenterebbe ancora i poteri del governo non c’è più urgenza). Il ministro presunto vincitore, Nordio, con l’abituale grazia trova comunque il modo di infierire sulle «litanie petulanti» dell’opposizione. E probabilmente di peggio potremmo vedere oggi, avendo la maggioranza deciso di celebrare l’ultimo sì alla separazione delle carriere dei magistrati con un spettacolo di piazza. Magari piove.

    È la destra stessa a chiamare gli elettori perché si pronuncino sulla “sua” riforma con il referendum. È un rovesciamento della procedura di garanzia prevista dalla Costituzione, non è inedito – lo fece Renzi nel 2016 – ma resta preoccupante. Se infatti cambiare la Carta prevede diverse cautele, quattro votazioni parlamentari e un eventuale referendum popolare, è perché eletti ed elettori possano avere tempo e modo di meditare bene sul testo. In questo caso invece la riforma porta la firma del governo, non è stata modificata in nulla ed è ancora il governo a volere che sia «confermata» dal popolo. A chiedere un voto popolare contro dovrebbe essere chi non è riuscito a fermarla in parlamento, sono invece gli stessi autori a invocare un voto a favore. È più un plebiscito che un referendum.

    Ma soprattutto è un trucco, un tentativo di adulterare la logica della procedura di revisione costituzionale e il racconto di questa. Perché il referendum si sarebbe fatto in ogni caso, visto che la destra non ha raccolto sulla “sua” riforma il numero di voti parlamentari necessario per una promulgazione diretta. Non lo ha nemmeno cercato, escludendo a prescindere qualsiasi correzione e qualsiasi mediazione. Dunque è una riforma costituzionale della giustizia a immagine e somiglianza della destra questa che andrà approvata o respinta in primavera in un’alternativa secca.

    Memore di precedenti fallimenti (di nuovo Renzi), Meloni vuole evitare di trasformare il referendum in un voto su se stessa. In una certa misura sarà comunque un primo tempo delle elezioni politiche, è chiaro però che la destra proverà a chiedere un voto «nel merito». Ma quale merito? La domanda intorno alla quale sarà costruita la campagna per il sì, è già chiaro, punterà a una semplificazione estrema: vi piace o non vi piace la giustizia italiana per come funziona adesso? Con il corollario di un altro riduzionismo anche questo assai furbo: siete favorevoli o contrari ai magistrati? È certo che se le domande fossero davvero queste, le chance per la vittoria del sì non sarebbero affatto basse e con buoni argomenti.

    Ma il referendum chiede altro e lo sforzo di giudicare nel merito va fatto fino in fondo. La riforma infatti non è nemmeno una separazione pura e semplice delle carriere dei magistrati, le cui funzioni sono da tempo già nettamente distinte. Prevede almeno altre due novità sulle quali si sorvola un po’ troppo: l’indebolimento, mediante divisione e umiliazione (il sorteggio), dell’organo che consente ai magistrati di autogovernarsi e dunque di mantenere l’indipendenza dal potere politico. E l’introduzione di una corte disciplinare («Alta», ma anche questa estratta a sorte) con lo stesso obiettivo di mortificare l’autonomia delle toghe. Le quali, va detto, talvolta sembrano ricordarsi della loro indipendenza più in occasione della discussione delle riforme che nella fase di ordinaria interpretazione della legge. Per esempio quando sotto gli occhi di procure e tribunali finisce la sorte dei più deboli, di chi è marginale o migrante, di chi non può permettersi una difesa all’altezza, di chi si trova contrapposto agli apparati dello Stato. Questo però non può essere un argomento per desiderare meno autonomia, casomai il contrario.

    Perché c’è poco da fare, se con la riforma si separassero definitivamente i pubblici ministeri dai giudici non si realizzerebbe solo una premessa teorica del «giusto» processo – il quale ha tanti e tali fattori di crisi nel nostro paese che resterebbe comunque un pio desiderio, privato innanzitutto delle risorse per potersi realizzare (le riforme costituzionali si fanno perché a costo zero). Ma si costruirebbe una nuova classe di pubblici accusatori con nessun altro scopo che cercare prove per portare a processo ed, eventualmente, ottenere condanne. Una classe che molto presto ci troveremo persino a sperare che venga messa sotto il controllo del governo, com’è negli altri paesi dove c’è la separazione, altrimenti sarebbe del tutto irresponsabile. Un veloce ripasso sugli ultimi video della presidente del Consiglio e di mezzo governo che gridano al golpe ogni volta che un magistrato prende una decisione che spiace alla maggioranza o non esegue prontamente quanto decretato da palazzo Chigi spiega perché in Italia dobbiamo al contrario ancora difenderci dal rischio di una giustizia addomesticata al potere.

    Con questa separazione delle carriere approvata definitivamente, il Pm diventerebbe il nemico professionale dei giudici e degli imputati, una figura del tutto fuori dall’orizzonte delle garanzie (quella che un tempo si chiamava la «cultura della giurisdizione»), più adatta a incarnare le virtù dell’accusatore non solo in tribunale ma anche fatalmente nel dibattito pubblico. Non c’è contraddizione nel fatto che la destra abbia un’attrazione fatale per questo genere di sceriffo con la toga e desideri renderlo la regola. Contraddizione sarebbe se un magistrato con queste attitudini dovesse diventare l’emblema della campagna del no. Eviteremo.

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • 2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    È in arrivo il 2° Report dell’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, quest’anno ricco di dati rispetto al precedente, purtroppo però, anche tanti nuovi casi.

    È servito quasi un anno di lavoro certosino ma oggi finalmente abbiamo informatizzato completamente il nostro archivio, con addirittura una versione pubblica, consultabile gratuitamente ed aggiornata in tempo reale chiamata iCODIS, che trovate direttamente sul nostro portale.

    Grazie a iCODIS abbiamo potuto realizzare il 2° Report che fornirà dettagliatamente quanti casi nelle province, nelle regioni e in tutta Italia. Di questi quanti relativi a sacerdoti, suore, indotto laico ecc. E ancora quanti procedimenti sono passati per la giustizia italiana o quella vaticana, a che grado di giudizio sono attualmente, quali pene sono state inflitte al reo e molto altro.

    Ma la grande novità, mentre prima non vi era idea di quanti fossero i sopravvissuti prodotti oggi non solo possiamo quantificarli, ma sapere quante donne, uomini sono rimasti vittime, se erano minorenni o adulti vulnerabili, se sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti e via dicendo.

    Abbiamo anche censito e catalogato i dati dichiarati negli anni dalla Conferenza Episcopale, fino ai recenti report, scoprendo che siamo in linea con il dato, uno scarto di soli 60 casi su più di 1.000 censiti.

    A quasi quindici anni dall’inizio delle riforme iniziate da Papa Francesco, sempre grazie ai dati censiti abbiamo potuto vedere quale è stato l’effetto della “Tolleranza ZERO” in Italia, quale il gradimento dei sopravvissuti, l’effetto ed il cambiamento che ha avuto nelle loro vite, come le ha cambiate, se e quante di loro hanno ricevuto giustizia.

    Chiediamo anche allo Stato italiano dove è stato in questi quindici anni e cosa ha fatto in merito.

    Una interessante analisi, raccontata dai numeri.

    Il 2° Report sarà presentato pubblicamente giovedì 23 ottobre.

          Per accrediti stampa accrediti@retelabuso.org


           INFORMATIVA URGENTE

                                                                                                                                      Savona 1/10/25

                 Al Garanti Regionali

     

    l’Associazione Rete L’ABUSO, con la presente istanza volta nell’interesse superiore del minore, intende denunciare la situazione che censiamo sul territorio, al tempo stesso stimolare con l’iniziativa il Garante affinché “l’interesse superiore del minore”, oggi in Italia ancora meramente solo sulla carta, inizi a creare basi concrete e canali affinché possa avviarsi un processo di applicazione rispetto quelle che sono le leggi tra cui la LEGGE NR. 172/2012 e la NR. 69/2019.

    Come ben sapete, ad oggi, l’Italia è priva di strumenti concreti ed efficaci di prevenzione contro gli abusi sessuali a danno di minori e persone vulnerabili. Priva di strumenti di consapevolezza per gli adulti ma soprattutto per i minori, coloro che se informati su quali comportamenti deve o non deve avere un adulto nei loro confronti, sono il primo ed il più efficace campanello di allarme per genitori o adulti, affinché possano attivarsi. Consapevolezza spesso capace di fare sì che i minori allarmati sfuggano a certe situazioni, salvandosi e segnalandole agli adulti.

    Come potrete constatare nel Report che segue, è la stessa Delegazione italiana, Interrogata dal Comitato per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza delle Nazioni Unite nell’esamina dell’80° sessione, a sollevare suo malgrado la grave lacuna italiana, fornendo come risposta alla delegazione ONU che chiedeva quali strategie preventive avesse o prevedesse di attuare lo Stato Membro, non ebbe altra risposta che citare quali fossero invece le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    L’ONU ravvisò le gravi carenze, raccomandando al punto 21 del suo rapporto conclusivo quanto l’Italia avrebbe dovuto attuare. (CRC/c/ita/co/5-6)

    Quanto esposto in questa istanza in cui, l’Associazione denuncia indirizzando al Garante Regionale il non trascurabile dato emerso, relativo al solo clero cattolico, si fa sollecitamente notare che le cifre censite se pur in difetto sono elevatissime.

    Più del 3,5% nel solo clero, in Italia composto da 31.000 unità di cui 1.106 risulterebbero coinvolte.

    Dato ravvisato non solo dall’Associazione, ma confermato dalla stessa Conferenza Episcopale Italiana che per l’esattezza, ne dichiara nello stesso arco temporale da noi censito, 1.049 contro i 1.106 censiti dall’esponente.

    Premesso che il clero, in quanto organizzazione, da anni ben consapevole, si è mossa per tutelarsi da un problema al suo interno endemico e ben noto al Vaticano, almeno dal 1962, quando lo regolamentò segretamente, nell’ormai tristemente nota direttiva “Crimen sollicitationis”.

    Detto ciò, nulla toglie alla gravità e al dover sollecitamente intervenire, stimolando attraverso gli occhi e gli orecchi del Garanti Regionali, un fermo e sollecito intervento del Garante Nazionale che coinvolga e responsabilizzi i cittadini e la politica sul problema, in un’Italia quindici anni in ritardo rispetto agli altri Stati Membri dell’Unione Europea, in molti casi giunti non solo a una quantificazione del fenomeno sul territorio, ma ad un risarcimento umano, un sostegno concreto e giustizia per i sopravvissuti, come sancito anche in Italia dalle Garanzie Costituzionali.

    Come ben sapete, la peculiarità italiana sono quei vuoti legislativi di base, che nell’applicazione diventano ostativi verso norme secondarie.

    Per fare un esempio, l’assenza dell’obbligo di denuncia per tutti i cittadini – che andrebbe a responsabilizzare, come deve essere, gli adulti nei doveri di tutela previsti dalla legge nei confronti dei minori – rende praticamente inefficaci strumenti preventivi europei importanti come il certificato anti pedofilia, rilasciato dal Tribunale, con la finalità di impedire a chi pregiudicato per questo tipo di crimini, di tornare a contatto con i minori.

    Ma se non c’è l’obbligo della denuncia, non vi è un accertamento preventivo da parte dell’Autorità Giudiziaria, di conseguenza una condanna, quindi nessuna iscrizione sul certificato.

    Lo stesso certificato anti pedofilia, trova dalla ratifica un altro grave problema.

    Infatti non è chiaro perché solo in Italia il legislatore abbia sollevato dall’esibizione la categoria da sempre più a rischio, il volontariato, categoria alla quale guarda caso appartiene anche il clero che, nell’assoluto rispetto della legge, reintegra a contatto con minori i sacerdoti già condannati o recidivi. Quasi come se fosse una cosa “normale”.

    L’ultimo caso rilevato in Italia è quello di don Ciro Panigara che come la stessa Diocesi dichiara, già dieci anni prima avrebbe abusato di cinque minori. Omessa la denuncia alle autorità italiane da parte della chiesa, è rimasto nell’ombra fino allo scorso dicembre quando è stato reintegrato, poco dopo ha reiterato come da manuale il crimine.

    In questo caso l’obbligo di denuncia prima, il certificato anti pedofilia dopo, avrebbero evitato una tragedia palesemente annunciata che è indiscutibile, che di fatto però, ha creato nuove vittime.

    Basta provare a mettersi un solo secondo nella testa di un predatore pregiudicato che, a causa del certificato macchiato oggi non può più avere accesso alla maggior parte di luoghi frequentati da minori, viene da sé che questo andrà a predare dove il certificato non è richiesto.

    In associazioni sportive di volontariato, circoli e quant’altro sia disponibile compresa la chiesa, la parrocchia, dove è paradossalmente ancora più tutelato perché il timore della chiesa per lo scandalo gli dà certezza che se scoperto, non solo non verrà denunciato, ma verrà anche coperto, per scongiurare che la cosa trapeli e infanghi il buon nome della chiesa.

    Nell’assenza di efficaci strumenti preventivi quindi, l’inserimento dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini (già presente in Italia ma limitato ai soli pubblici ufficiali) e la revisione del certificato anti pedofilia, che come chiede all’Italia anche l’ONU, va corretto nella parte in cui si solleva il volontariato dall’esibizione, porterebbe già ad un buon livello preventivo rispetto l’attuale totale assenza.

                        Francesco Zanardi

         Legale rappresentante – Rete L’ABUSO ODV/ETS

  • Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    PALERMO – “Sono stata vittima di una manipolazione per ottenere ciò che voleva”, ripete con fermezza una delle presunte vittime di abusi sessuali. “Rapporto consenziente”, replica la difesa. Sotto processo c’è frate Bernardino, 66 anni, della fraternità dei minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo. È imputato per violenza sessuale nei confronti di cinque vittime, di cui solo una maggiorenne. Aleksander Iwaszczonek

    Il racconto della vittima

    Ed è quest’ultima a salire sul banco dei testimoni. All’epoca dei fatti contestati la giovane aveva 24 anni. Racconta ogni passaggio con lucidità. Nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti c’è fra’ Bernardino. Mentre ascolta si porta le mani alla testa, la muove in segno di dissenso per ciò che ascolta.

    “Abusi sessuali in hotel”

    La giovane racconta che all’inizio era “un confidente, un punto di riferimento”. Presto il rapporto fra i due sarebbe sfociato in qualcosa di intimo. Le prima avvisaglie si sarebbero registrate “a Ischia, durante un viaggio, una settimana in un hotel di lusso”. In vacanza andarono il frate e due ragazze di cui una minorenne. Era un viaggio “di piacere, per rilassarci” così disse alle ragazze e alle loro famiglie. Ai superiori del suo ordine, invece, frate Bernardino mai riferì della presenza femminile. Ufficialmente erano viaggi di “raccoglimento e preghiera”.

    Ed invece le giornate trascorrevano fra bagni in piscina e gite in barca. “Ha pagato lui”, racconta la testimone rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Maria Bambino e Mario Calabrese. In albergo, era il 2015, il frate avrebbe chiesto alle ragazze di “spogliarci e cambiarci davanti a lui. Ci disse che era un modo per esprimere la libertà del nostro corpo. Provavamo vergogna, ma l’abbiamo fatto velocemente per imbarazzo”.

    Gli espisodi contestati

    L’intimità sarebbe cresciuta nei mesi successivi. I viaggi si sono ripetuti con destinazione Roma, Venezia e Milano. La vittima, che frequentava il gruppo dei giovani della confraternita, racconta dei “baci in bocca in sacrestia prima della messa” e di quella volte in cui “provò a mettere le mani nelle mie parti intime” in albergo, mentre l’amica sedicenne dormiva.

    Un’altra volta “mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia, mi ha infilato la mano sotto i vestiti ed è sceso fino al pube”. Riferisce anche delle “foto delle parti intime” che ha inviato via WhatsApp al francescano che usava, di nascosto, un tablet: “Me le chiedeva lui oppure gliele inviavo io”. È la stessa ragazza a dire che era “consenziente, mi fidavo di lui”.

    Ad un certo punto accennò alcune cose a un sacerdote di un’altra chiesa nel corso di una confessione ed iniziò un percorso religioso: “Mi ha chiesto perdono e ho elaborato il perdono. Volevo ricostruire il rapporto religioso” tanto da chiedergli di celebrare il suo matrimonio. Le cose cambiarono quando ricevette le confidenze dell’amica sedicenne. Allora capì che “mi faceva credere che ero l’unica con cui faceva queste cose”.

    La difesa dell’imputato

    “Ero consenziente, non mi ha obbligato ma faceva parte di una manipolazione”, aggiunge rispondendo alle domande degli avvocati della difesa Pasquale Contorno e Claudia Corrao, i quali puntano a dimostrare che non ci alcuna costruzione, ma una relazione voluta da entrambe le parti. La vicende del processo però, a giudicare dalla testimonianza, nulla c’entrano con la fine del rapporto con l’imputato. La causa fu la mancata condivisione della scelta di frate Bernardo che avrebbe voluto spostare la ragazza in un altro gruppo di preghiera.

    All’imputato vengono contestati anche dei comportamenti illeciti nei confronti di alcuni minorenni. Si parla di abbracci sconfinati in toccamenti. La ragazza aggiunge in aula una nuova accusa. Racconta, senza riuscire a collocarlo temporalmente, che l’imputato una volta sollevò il vestitino di una bambina di appena un anno. L’avrebbe toccata pronunciando la frase: “Tanto quando sarà grande non se lo ricorderà”.

    Le parti offese, i genitori e le associazioni “Cotulevi” e “Insieme a Marianna” si sono costituire parte civile con l’assistenza degli avvocati Federica Prestidonato, Marcello Drago e Girolama Manzella. Parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati.

    In aula ha testimoniato un superiore della confraternita che ha ripercorso le frasi dell’istruttoria canonica avviata nei confronti del frate colombiano quando nel 2014 la vicenda venne a galla. L’accusa si abusi sessuali è gravissima, ma lo sono anche gli altri comportamenti tenuti dall’imputato. L’utilizzo dei cellulari è vietato, tranne in alcuni casi e dietro autorizzazione. Di sicuro il credo della povertà francescana vieta di possedere soldi e di spenderli in un albergo di lusso.

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa