Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

    COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

    Ci vediamo costretti a pubblicare la notizia giuntaci nei giorni scorsi del provvedimento a carico del nostro confratello Aleksander Iwaszczonek:

    Alla notizia della indagine penale, prima, e del rinvio a giudizio, poi, di Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino della Provincia d’Italia “Bambin Gesù” , per i reati di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale nei confronti di un giovane napoletano, (all’epoca dei fatti, ventitreenne), aspirante al sacerdozio, la reazione della Provincia, che ora rappresento, è stata quella di confidare e affidarsi alla giustizia civile per l’accertamento dei fatti, non avendo, del resto, alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna.

    Dal momento che per la legge italiana fondamentale l’imputato non è considerato colpevole se non è stato accertato il contrario con sentenza definitiva, si era deciso di trattare il confratello Aleksander Iwaszczonek come persona presunta innocente, finché la sua colpevolezza non fosse stata legalmente e definitivamente provata attraverso un processo.

    Ora, però, che la sedicente vittima ha deciso, con la diffusione alla stampa della notizia di reato, di “trasferire” il giudizio “a porte chiuse” dalla sede giudiziaria competente alla pubblica piazza, dove a giudicare e a condannare è invece l’opinione pubblica, (oggi, come mai, fortemente prevenuta e pregiudizialmente avversa agli uomini di chiesa, a prescindere da quale vita essi effettivamente conducano), si ritiene assolutamente necessario, nel rispetto della dignità di tutti i soggetti coinvolti in questa storia (e per la incolumità personale dello stesso confratello Aleksander Iwaszczonek, che potrebbe subire, a causa dell’illecita diffusione in rete della propria immagine, aggressioni non solo verbali, ma anche fisiche da persone evidentemente malintenzionate), SOSPENDERE DA QUALSIASI INCARICO PADRE ALEKSANDER IWASZCZONEK, IN ATTESA CHE IL TRIBUNALE DI NAPOLI SI PRONUNCI SUL CASO.

    In fede

    P. Adam Marek Kowalczykowski C.R.
    Preposito Provinciale della Provincia Teatina d’Italia “Bambin Gesù”

    COMUNICATO_ Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù” – Teatinos

    COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

  • Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

    Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

    Parole «forti, determinate e senza ambiguità». Sono quelle che Antonio Messina, vittima riconosciuta di abusi da parte del sacerdote Giuseppe Rugolo, chiede di pronunciare a monsignor Luigi Renna, arcivescovo di Catania. Chiamato a presiedere il Pontificale nella Basilica Cattedrale il prossimo 15 agosto, a Piazza Armerina, in occasione della festa di Maria Santissima delle Vittorie. Insieme a lui ci sarà Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, e imputato per falsa testimonianza, con l’accusa di aver protetto Rugolo – oggi dimesso dallo stato clericale dopo la condanna – e di aver costruito un sistema di insabbiamento. Un’ombra pesante che incombe sull’appuntamento liturgico, che Messina – vittima riconosciuta del sacerdote condannato in primo e secondo grado per violenza sessuale su minori – chiede di diradare con una lettera aperta, lunga e dettagliata, diretta a monsignor Renna. Il cuore della richiesta è semplice, ma politicamente e pastoralmente delicato: che l’arcivescovo usi la sua presenza pubblica non come un atto di cortesia istituzionale, ma come un’occasione per dire parole chiare e inequivocabili di condanna verso ogni forma di abuso e di copertura.

    La lettera non risparmia nomi e accuse. Le accuse di insabbiamento rivolte al vescovo di Piazza Armerina Gisana, scrive Messina, trovano riscontro nelle intercettazioni telefoniche e nelle registrazioni agli atti del processo. Non solo: il vescovo, sempre secondo la vittima, avrebbe ridicolizzato e minimizzato le sue denunce, definendo la vicenda «una storia tra omosessuali» e liquidando il dolore con stereotipi e frasi offensive. Un passaggio su cui Messina, oggi, richiama a Renna le sue stesse parole, affidate in passato al quotidiano La Repubblica: «Non ci devono essere dubbi. I vescovi non proteggono nessuno, bisogna denunciare e stare dalla parte delle vittime, la cui sofferenza va presa molto sul serio». Parole che, sottolinea la vittima, dovrebbero ora tradursi in coerenza e azione concreta. Non un gesto simbolico, ma un atto pubblico e inequivocabile che allinei la prassi alla dottrina, l’azione alla predicazione.

    Il rischio, scrive Messina, è che il 15 agosto si trasformi, anche involontariamente, in un segnale di sostegno verso chi è accusato di proteggere i colpevoli. Per questo chiede all’arcivescovo di pronunciare parole chiare di condanna oppure di declinare l’invito, per non compromettere la propria posizione in una vicenda che «macchia la diocesi e offende la dignità dei fedeli». In filigrana, dietro le righe della lettera, emerge una generale e più ampia accusa: quella al silenzio e all’indifferenza come forme di complicità. «Il cambiamento – scrive Messina – è affidato anche a chi nella Chiesa ha un ruolo di guida e non occupa semplicemente un posto di preminenza». Un appello che non è solo una richiesta personale, ma un atto di denuncia pubblica, un banco di prova per la credibilità di un’istituzione che, di fronte agli scandali, è chiamata a scegliere da che parte stare: «Mi aiuti a fare sì che non si perpetri ancora l’abuso – si congeda Messina nella lettera – che si attua anche con il silenzio, l’indifferenza e la commissione. Preghi per me, per la mia famiglia e per quelle vittime che non hanno voce».

    Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»

  • PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    Oggi, 9 luglio, il Tribunale di Reggio Emilia ha sancito la fine di una leggenda mostruosa che ha distrutto la vita di decine di imputati. Il Tribunale ha pronunciato sentenza di assoluzione nei confronti degli imputati tranne due risibili condanne, stabilendo l’infondatezza di tutto il cosiddetto “teorema Bibbiano”.

    «È una grande gioia» – ha commentato l’avv. Luca Bauccio, difensore di una delle principali imputate, la psicoterapeuta Nadia Bolognini – «vedere la parola fine a una grottesca gogna che ha visto uniti politicanti in cerca di voti, pseudo-giornalisti, influencer improvvisati, cacciatori di scoop e tutto uno stuolo di avvoltoi che, in questi anni, non si sono fatti scrupolo della dignità e della reputazione degli imputati, né si sono curati di comprendere, analizzare e conoscere.

    La vicenda Bibbiano ha purtroppo distrutto la credibilità di un sistema di aiuto sociale eccellente. È ora giunto il momento di ripartire, di raccontare agli italiani la verità sul caso Bibbiano e di ricostruire la reputazione delle tante persone che sono state messe alla gogna.»

    «Durante il processo abbiamo dimostrato che le prove dell’accusa si fondavano su consulenze prive di fondamento scientifico, una vera e propria stregoneria giudiziaria. Sono state diagnosticate malattie inesistenti a bambini. La psicoterapeuta Bolognini è stata accusata di aver indotto falsi ricordi, ma anche le consulenti della pubblica accusa hanno dovuto ammettere che non vi sono mai stati falsi ricordi.

    La psicoterapia del trauma è stata messa sotto accusa in modo irresponsabile e contro la scienza. Questa accusa ha offeso e minacciato il lavoro di tanti psicoterapeuti che ogni giorno operano per portare aiuto a chi ha subito un trauma. La pretesa di negare il trauma e di rendere “fuorilegge” la cura è la colpa più grave della vicenda Bibbiano.

    Sono stati criminalizzati operatori dei servizi sociali che hanno agito con generosità e professionalità. Sei lunghi anni di gogna mediatica e giudiziaria si concludono nel modo migliore: con la fine della leggenda di Bibbiano e l’affermazione della verità che, mi auguro, i media vorranno contribuire a diffondere, per risarcire quegli amministratori, operatori dei servizi sociali e psicoterapeuti che hanno agito per il bene dei minori e che sono stati immolati in una delle più tragiche e feroci cacce alle streghe degli ultimi tempi.»

    L’avvocato Bauccio, già difensore di Claudio Foti – assolto in via definitiva il 10 aprile scorso e coimputato nel medesimo procedimento – si è detto sicuro che la sentenza di assoluzione «è un punto di non ritorno. Non temiamo né appelli né vendette di quei personaggi da social network che hanno vissuto di rendita sulla pelle di presunti innocenti per sei anni».

  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Il sacerdote Paolo Contini, 51 anni, ha deciso di rompere l’anonimato per denunciare gli abusi sessuali commessi da un altro religioso quando era adolescente e si stava formando presso il seminario minore.

    Il caso, reso pubblico lunedì scorso da Imagen Televisión , dimostra che dopo anni di silenzio e raccolta di prove, nel 2021 ha presentato formalmente il suo caso alle autorità civili ed ecclesiastiche.

    Papa Francesco lo ha sostenuto e lo ha incoraggiato a proseguire la sua denuncia. Oggi Contini chiede giustizia non solo per sé, ma per tutti coloro che sono colpiti da situazioni simili nella Chiesa.

    “All’inizio non capivo cosa stesse succedendo perché ero un bambino innocente. Quando me ne sono reso conto, ho provato una grande paura, la paura di non essere creduto perché la persona che mi aveva fatto del male era una persona molto rispettata nella comunità”, ha detto.

    Nel 2021, il suo aggressore è stato denunciato sia ai tribunali civili che a quelli ecclesiastici italiani. Tuttavia, i tribunali italiani si sono pronunciati sul caso e in Vaticano, secondo Contini, si è tentato di minimizzare la gravità dell’accusa.

    “Dopo un anno e mezzo mi hanno detto che tutto era stato archiviato e che avevano manipolato le informazioni sulla mia età al momento dei fatti, cercando di cambiare la storia a loro favore”, ha spiegato.

    “In realtà, quando il mio aggressore si è avvicinato a me, non mi sono resa conto di cosa stesse succedendo perché ero una bambina innocente e non sapevo nemmeno cosa stesse dicendo. Quando la situazione è diventata molto invasiva, è stato allora che ho capito, perché ero sopraffatta dal terrore, il terrore che nessuno mi avrebbe creduto, perché era un bravo prete, predicava bene ed era benvoluto da molte persone”, ha detto.

    Contini, ordinato sacerdote nel 2000, ha raccontato per la prima volta la sua storia sul Corriere della Sera. Ha aggiunto di essere “rimasto a lungo in silenzio perché ero un bambino e pensavo che non mi avrebbero creduto”.

    “Dopo aver finito il liceo, sono entrato nel seminario dei frati francescani a Oristano. Andavo molto male a scuola, non sapevo leggere ed ero sempre malato. Avevo 14 anni quando il ‘mostro’, che ne aveva 28, si è avvicinato a me”, ha raccontato.

    Ha precisato che il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva inizialmente deciso di chiudere il caso e di applicare una pena canonica lieve: due mesi di “penitenza” in Terra Santa, anche se al suo ritorno all’accusato abusatore è stata assegnata “una parrocchia in una cittadina dove migliaia di adolescenti trascorrono le loro estati”.

    Il caso è arrivato persino a Giuseppe Baturi , segretario della Conferenza Episcopale Italiana . “Non si tratta solo di condannare il responsabile, ma anche di denunciare tutta la rete di tutele che esiste attorno a lui. La mia denuncia non è contro la Chiesa, ma dentro la Chiesa e per la Chiesa”, ha detto.

    Da quando ha reso pubblica la sua denuncia, almeno 18 sacerdoti hanno contattato Contini per condividere esperienze simili, rivelando un problema più ampio all’interno dell’istituzione.

    Da parte sua, l’imputato continua a svolgere il suo incarico di parroco in una zona costiera della Sardegna, dove si prende cura di migliaia di bambini, situazione che ha generato preoccupazione tra i fedeli e la comunità.

    Tolleranza zero
    Il mese scorso, Leone XIV ha esortato i leader cattolici ad agire con “fermezza e determinazione nell’affrontare situazioni che possano suscitare scandalo, come pure ogni caso di abuso, soprattutto contro i minori, nel rispetto delle normative vigenti”.

    È la seconda volta in una settimana che il Papa affronta pubblicamente lo scandalo degli abusi, dopo aver inviato una lettera ai giornalisti peruviani che indagano sull’organizzazione Sodalicio de Vida Cristiana (SDV), oggi non più esistente.

    In quella lettera, sosteneva che la Chiesa non dovesse tollerare alcuna forma di abuso in nessuna circostanza. “In questo momento di profonde tensioni istituzionali e sociali, difendere un giornalismo libero ed etico non è solo un atto di giustizia, ma un dovere di tutti coloro che aspirano a una democrazia forte e partecipativa”, affermava nel documento, letto da padre Jordi Bertomeu in un teatro di Lima.

    https://www.infobae.com/peru/2025/07/08/sacerdote-victima-de-abuso-sexual-dentro-de-la-iglesia-acude-al-papa-leon-xiv-para-denunciar-toda-la-red-de-proteccion/

  • Diocesi di Piazza Armerina: “Condanna canonica per don Rugolo, vicinanza alle vittime e alla comunità”

    Diocesi di Piazza Armerina: “Condanna canonica per don Rugolo, vicinanza alle vittime e alla comunità”

    Si pubblica di seguito comunicato stampa della Diocesi di Piazza Armerina in merito alla vicenda don Giuseppe Rugolo.

    La Diocesi di Piazza Armerina ribadisce la propria fiducia verso l’operato della Magistratura che, con i vari gradi di giudizio, sta portando avanti il procedimento penale a carico di don Giuseppe Rugolo. A seguito della sentenza pronunciata nei giorni scorsi dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, la Diocesi ricorda che il Vescovo, Mons. Rosario Gisana, attenendosi alle normative canoniche, aveva avviato da tempo un procedimento canonico concluso con una sentenza di condanna. Questa verrà resa nota nel suo dispositivo non appena diverrà esecutiva.

    Cosciente della gravità di quanto avvenuto, il Vescovo e tutta la Chiesa locale rinnovano vicinanza, sostegno e solidarietà alle vittime e all’intera comunità, provate da una vicenda che ha provocato e continua a provocare divisione e dolore. Allo stesso tempo, invitano chiunque abbia subito un abuso da parte di un sacerdote o di un laico che riveste un ufficio ecclesiastico a segnalare i fatti all’autorità civile competente ricordando anche la disponibilità ad accogliere segnalazioni di tal genere da parte del Servizio diocesano tutela minori, affinché anche la Diocesi possa assumere provvedimenti congrui al caso.

    Diocesi di Piazza Armerina: “Condanna canonica per don Rugolo, vicinanza alle vittime e alla comunità”

  • “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    Il secondo grado di giudizio non cambia la sostanza: don Giuseppe Rugolo è colpevole di abusi sessuali su minori. Lo era per il tribunale di Enna, lo è anche per la Corte d’appello di Caltanissetta. Cambia solo la misura della pena: da 4 anni e 6 mesi si scende a 3 anni “ritenuta l’attenuante per la minore gravità per tutte le condotte contestate”. Una formula giudiziaria che non ribalta però la condanna: gli abusi ci sono stati, il quadro accusatorio tiene e la testimonianza di Antonio Messina resta solida.
Ed è attorno a questa tenuta, giuridica ed emotiva, che si consuma un processo che, al netto degli aspetti tecnici, ha assunto toni surreali. Soprattutto nel momento dell’arringa della difesa. L’avvocato Lizio, legale del sacerdote, ha portato in aula un repertorio che è sembrato oscillare tra provocazione, retorica estrema e cabaret involontario. Il momento che ha colpito più di tutti è arrivato con una frase pronunciata in tono assertivo, quasi accademico: “Aveva ragione Hitler: più le sparano grosse e più ci crederanno.”
L’avvocato Lizio intendeva sostenere che sul conto del suo assistito, don Rugolo, siano state costruite accuse false, ingigantite, rese credibili solo dalla loro enormità. Una tesi già di per sé controversa. Ma prendere a prestito un pensiero di Adolf Hitler per difendere un sacerdote accusato di pedofilia, in un’aula di giustizia italiana, ha spostato l’attenzione dalla sostanza al linguaggio. Il messaggio è passato, ma il mezzo ha lasciato perplessi più o meno tutti i presenti. A questo si è aggiunto un attacco diretto alla credibilità di Antonio Messina, la vittima che ha denunciato. L’avvocato lo ha definito “megalomane”, insinuando che la sua denuncia fosse frutto di una personalità narcisistica, più interessata alla visibilità che alla verità. Un’affermazione che non ha trovato riscontro nei due gradi di giudizio, dove la sua testimonianza è stata invece ritenuta coerente e credibile.

    Il resto dell’arringa non ha deluso chi si aspettava un tono sopra le righe. Il difensore di Rugolo ha cercato di minimizzare gli episodi contestati attraverso un’operazione di normalizzazione e paragoni “pop”. È il caso dell’episodio più discusso del processo: la doccia fatta da Rugolo insieme a un ragazzino in piscina. L’avvocato, questa volta Lovison, liquida la questione con una domanda retorica:
“Chi non si fa la doccia prima di entrare in piscina?”. Non proprio una spiegazione esaustiva, se si considera il contesto e la posizione di potere che il sacerdote rivestiva rispetto al minore coinvolto. Non è finita. Per difendere lo stile “giocoso” e “confidenziale” con cui Rugolo si sarebbe rapportato ai ragazzi, Lizio, riprendendo ciò che era già stato detto dall’avvocato Lovison, ha riesumato un celebre sketch del Festival di Sanremo, quando Roberto Benigni toccò nelle parti basse Pippo Baudo in diretta televisiva. A quel punto, in una teatralità che ha superato il limite del buon gusto, ha simulato un tocco all’avvocato Lovison, seduto accanto, dicendo subito dopo: “Ops, ho commesso un reato!”. Un gesto plateale, concepito per dimostrare quanto possa essere labile il confine tra una battuta e un’accusa. Peccato che la scena si svolgesse durante un processo per abusi su minori, non in un talk show serale.

    Altro passaggio discusso, quello del famigerato “alzabandiera”, l’espressione con cui Rugolo avrebbe scherzato con un ragazzino (anch’egli parte offesa) che dormiva con lui durante una gita parrocchiale. Per la difesa, si tratta di “normali battute tra uomini”. Aggiungendo, come nota di stile personale, che lui, Lizio, queste battute non le fa. Un modo per prendere le distanze mentre si giustifica il gesto: un equilibrio precario, tanto nella forma quanto nel contenuto.

    Un passaggio tecnico ma importante riguarda l’esclusione della Curia di Piazza Armerina dalla responsabilità civile. Non per una valutazione di merito, ma per una questione di etichetta giuridica: il testo del ricorso cita “Curia” e non “Diocesi” e poiché la Curia non è un soggetto giuridicamente riconosciuto è stata formalmente estromessa. Un cavillo di forma, non di sostanza, che di fatto impedisce di attribuire alla Curia eventuali obblighi risarcitori, ma che non solleva da eventuali responsabiltà il Vescovo Gisana.

    In aula era presente anche Antonio Messina, la prima persona ad avere avuto il coraggio di denunciare Rugolo. “Ho sempre voluto solo ed esclusivamente giustizia”, ha dichiarato a caldo.
“Gli abusi sono stati riconosciuti sia in primo che in secondo grado. Il processo contro il vescovo Gisana e il vicario giudiziale Murgano per falsa testimonianza deve ancora iniziare. Ai giovani che vogliono denunciare dico: non andate dai servizi per la tutela minori, se lì dentro c’è chi difende i pedofili”. Il riferimento è all’avvocato di Rugolo, Denis Lovison, membro del servizio tutela minori della diocesi di Ferrara-Comacchio.

    “Per quanto riguarda la posizione del mio assistito, l’impianto accusatorio è stato interamente confermato. Vince ancora una volta la credibilità di Antonio”, ha detto l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, legale di Messina.

    La procura, per voce del sostituto procuratore Gaetano Bono, si è così espressa:
“Attendiamo le motivazioni, poi valuteremo se proporre ricorso in Cassazione su alcuni punti ancora critici”.

    Il processo Rugolo, al netto delle arringhe teatrali, delle frasi scioccanti e dei paragoni televisivi, si chiude con una conferma della colpevolezza. E con una lezione che va oltre le aule giudiziarie: la credibilità delle vittime può ancora resistere a chi tenta di travestire gli abusi da battute. Anche quando a farlo è un avvocato, anche quando le battute si fanno in aula.

    Manuela Acqua

  • PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

  • Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Continua con due nuove audizioni il lavoro della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sui misteri delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

    Le nuove audizioni e le piste “interne”
    Si è scelto stavolta di dare la parola a due persone vicine a quel mondo a tratti fiabesco in cui nacquero i figli di Ettore Orlandi e Maria Pezzano: il Vaticano, protetti da tutto ciò che era al di fuori delle mura leonine e oltre il Tevere, o almeno così pensavano. Del resto, lo ricordiamo, proprio in quei giardini vaticani Emanuela Orlandi avrebbe ricevuto quelle strane “avances da uno vicino al Papa” come emerso dalla testimonianza di una sua cara amica d’infanzia (la sola a cui lo avrebbe raccontato) che è stata rintracciata dal giornalista Tommaso Nelli (che lo ha riportato nel suo libro) prima e dai produttori della serie Netflix “Vatican Girl”, in un secondo momento.

    Annamaria Gusso
    E proprio tra quelle mura viveva una delle persone che i commissari di Palazzo San Macuto hanno interrogato ieri, all’epoca dei fatti molto vicina alla cittadina vaticana inspiegabilmente scomparsa il 22 giugno del 1983. Si tratta di Annamaria Gusso, amica della comitiva dell’Azione Cattolica frequentata dal fratello e dalle sorelle di Emanuela Orlandi. Annamaria conosce da sempre gli Orlandi e conosceva altresì bene Emanuela che era molto legata a sua sorella Francesca, più piccola di qualche anno. Anche lei era “interna” al Vaticano: suo padre Giampaolo era “aiutante di camera” del Papa sin dai tempi di Papa Roncalli. Era collega quindi del papà della ragazzina scomparsa, Ettore Orlandi, anche lui messo papale e nato in Vaticano dove già suo padre Pietro aveva lavorato come stalliere. Ettore era profondamente vaticanista e legato a quel mondo e solo in punto di morte ammise i suoi sospetti su un presunto coinvolgimento dello Stato Vaticano nella scomparsa di sua figlia quando pronunciò quelle parole per lui amare: “Sono stato tradito da chi ho servito”. Io mi sono fatta l’idea di quello che dice Pietro Orlandi, dalla documentazione che lui espone, io sto con lui“, dichiara oggi a distanza di 42 anni Annamaria Gusso, “Ci sono tante piste – ha spiegato la donna che abitava in Vaticano – Londra, Magliana, io condivido quello che lui dice e anche quello che dice l’avvocato Laura Sgrò, sostengo Pietro, il suo impegno”.

    Le presunte molestie
    Per quanto riguarda l’ipotesi di molestie su ragazzine all’interno del Vaticano, Annamaria Gusso spiega di non saperne nulla: “No, non si sapeva nulla”, il Vaticano era considerato “un luogo sicuro, assolutamente”, “non si sapeva di queste cose”. Rispondendo alle domande dei commissari, Annamaria Gusso ha ricostruito i fatti che segnarono la sera della scomparsa di Emanuela: “Stavo a casa, aspettavamo mia sorella per cenare” visto che sua sorella “era con la comitiva e aspettavano Emanuela a Castel Sant’Angelo”. “Ho saputo della scomparsa il giorno dopo – ha continuato – mio padre lo ha saputo e, sconvolto, è venuto a casa e mi ha detto che Emanuela non aveva rincasato la sera”. “Io sono corsa giù, sono andata dagli Orlandi – ha concluso – Ho abbracciato Maria (la mamma di Emanuela ndr) e le ho detto: ‘Torna vedrai, mò tornà e ci siamo messe a piangere tutte e due”. Ha aggiunto poi, che ripensando a quel periodo “mio padre era sconvolto, non si dava pace di cosa potesse essere successo a Emanuela”, aggiungendo che il padre era preoccupato soprattutto per la sorella più piccola che all’epoca aveva 13 anni, come se la scomparsa di Emanuela potesse dare inizio a una serie di rapimenti a danno delle pochissime famiglie che vivevano in Vaticano: “Eravamo tutti preoccupati, ma sapevamo che (mia sorella ndr) stava sempre in gruppo e mai da sola”. Prima di analizzare questo punto su cui si è soffermata la commissione, ecco chi era il padre di Annamaria, Giampaolo Gusso.

    I servitori del Papa
    Giampaolo Gusso era nativo di Carole e partì per Roma nel 1959, seguendo il sentiero tracciato dal fratello maggiore, con il sogno nel cassetto di diventare un servitore del Papa. E riuscì a realizzarlo: dopo aver servito come maggiordomo e poi come attendente di camera pontificia Giovanni XIII, detto il Papa Buono, Gusso servì anche i successivi pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Nonostante andò poi in pensione, non mise da parte il suo impegno in Vaticano e fu membro attivo della parrocchia di Sant’Anna. Partecipò anche a una riunione all’interno dell’appartamento pontificio il giorno dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi (fonte: Il Corriere). Ieri, grazie ai ricordi della figlia Annamaria è riemersa l’ipotesi già nota all’epoca dello scambio di persona tra Emanuela e un’altra “Vatican Girl”.

    L’ipotesi dello scambio di persona
    Tutto ebbe inizio con una testimonianza di monsignor Francesco Saverio Salerno, alto prelato legato a Papa Wojtyla, che il 9 maggio del 1995 fece riferimento a una conversazione avvenuta “nell’appartamento pontificio, immediatamente dopo la scomparsa di Emanuela, durante la quale Angelo Gugel (maggiordomo di Wojtyla, padre di due amiche della scomparsa) si era lamentato della scarsa protezione accordata ai dipendenti vaticani e ai familiari degli stessi, riferendo che per qualche tempo la figlia Raffaella era stata seguita da sconosciuti. Faccio presente (le parole sempre di Salerno, ndr) che in ragione della notevole somiglianza fisica fra Emanuela Orlandi e Raffaella Gugel, Ercole Orlandi aveva ipotizzato con Gramendola, ufficiale dei carabinieri che seguiva il caso e che ho avuto occasione di incontrare alcune volte, la possibilità di uno scambio di persona”. (fonte: Il Mattino)

    Angelo Gugel
    E a questo punto tocca ricordare quanto disse il padre di Raffaella Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II e al servizio di tre pontefici nel corso della sua quasi trentennale carriera. Gugel ha parlato per la prima volta nel 2018 in un’intervista concessa al “Faro di Roma”. Gugel fu tra coloro che il giorno che Alì Agca sparò tre colpi di pistola a Papa Wojtyla in Piazza San Pietro sdraiò il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli. Fu tra i primi a soccorrerlo. Gugel, era veneto di Miane (Treviso), andò poi in pensione dopo un paio d’anni con Benedetto XVI, che lo sostituì con Paolo Gabriele, diventato noto come il “corvo” del caso Vatileaks e che fu arrestato accusato d’aver rubato documenti al Papa. “Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare”, (fonte: Il Faro di Roma) disse di lui Gugel all’epoca della fuga di notizie. Ma tornando agli anni ’80 e alla scomparsa di Emanuela, i giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi. Nella sua unica intervista rilasciata, Gugel commentò così questa ipotesi: “Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all’ epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano”. Tuttavia, il maggiordomo del Papa ammise un certo turbamento in seguito alla scomparsa di Emanuela. “In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia”.Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi ma Gugel dichiarò, sempre nel 2018: “Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l’hanno mai sentita nominare”.

    Anna Graziano
    Ieri è stata ascoltata anche Anna Graziano, parrocchiana della Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri frequentata in quegli anni da Emanuela Orlandi. La Graziano, all’epoca, era fidanzata con il fratello di Emanuela Pietro Orlandi, che da 42 anni si batte instancabilmente per conoscere la sorte di sua sorella. La donna ha scelto di secretare la sua audizione purtroppo. Come ha sempre raccontato, Pietro porta dentro anche un enorme rammarico: non aver accompagnato quel pomeriggio Emanuela a scuola di musica in moto proprio perché aveva già un impegno con la sua ragazza e anche se di certo chi aveva progettato il sequestro lo avrebbe comunque messo in atto, prima o poi, “Se l’avessi accompagnata io non sarebbe successo quel giorno, perché avrei aspettato che Emanuela entrasse a scuola”. Tutto questo perché, lo ricordiamo, la Vatican Girl quel pomeriggio appena scesa dal bus in Corso Rinascimento incappò davanti al Senato nella trappola che consentì il sequestro: la finta offerta di lavoro dell’Avon, distribuire volantini ad una sfilata di moda, per cui Emanuela potrebbe aver ingenuamente seguito chi aveva il compito di rapirla quel giorno. Che Emanuela ricevette quell’offerta è una delle poche certezze che abbiamo di quanto accadde quel giorno: non solo perché riportato da Federica, la sorella di Emanuela a cui quest’ultima telefonò dalla scuola di musica per informarla della proposta e chiedere il consenso ai genitori ma soprattutto perché anche un vigile e un poliziotto in servizio davanti al senato confermarono questa versione così come ci dicono i verbali dell’epoca e un lancio Ansa (videro Emanuela parlare con un uomo sui 35 che le mostrò il contenuto di una valigetta).

    “C’è una talpa nella Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi”. Le rivelazioni di Gian Paolo Pelizzaro

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/30/emanuela-orlandi-torna-lipotesi-dello-scambio-di-persona-con-la-figlia-dellaiutante-di-camera-papa-giovanni-paolo-ii-allepoca-del-rapimento-il-maggiordomo-era-turbato/8008325/

  • Nel pc oltre 400 foto e video con abusi sessuali su minori: ancora una condanna per l’ex diacono Frateschi

    Nel pc oltre 400 foto e video con abusi sessuali su minori: ancora una condanna per l’ex diacono Frateschi

    Alessandro Frateschi, l’ex diacono e docente di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori, ha ricevuto una pena di un anno e otto mesi di reclusione per detenzione di materiale pedopornografico. L’uomo, che attualmente è detenuto nel carcere di Terracina, ha varie vicende giudiziarie in corso, che non si sono ancora concluse. Tra cui quest’ultima, per la quale i suoi legali Danilo Riccio ed Edoardo Fascione hanno già annunciato che faranno ricorso. “Restiamo in attesa del deposito delle motivazioni, ma possiamo già dichiarare che presenteremo ricorso ritenendo sin d’ora che le fonti di prova presenti nel fascicolo del pubblico ministero non potessero da sole giustificare un provvedimento di condanna così come pronunciato dal gup”, hanno dichiarato.

    Nel computer di Alessandro Frateschi, figura di riferimento nella comunità religiosa di Latina, sono state trovati oltre 400 tra foto, video e fumetti di ragazzi – tutti minorenni – ritratti in atteggiamenti sessuali. Frateschi si è difeso dicendo che il materiale gli è stato inviato in chat da maggiorenni o che, navigando su siti a luci rosse, potrebbe aver cliccato su qualche link con materiale pedopornografico. Ma il giudice non ha ritenuto credibile la sua versione.

    Frateschi è stato già condannato a dodici anni di reclusioneper abusi sessuali su cinque minori. Ragazzi che frequentavano la scuola, la parrocchia, figli di amici di famiglia che si fidavano dell’uomo. Le violenze sarebbero andate avanti per anni, e l’omertà intorno alla vicenda ha fatto sì che il 51enne continuasse ad agire impunito. “Ha manipolato i minori per soddisfare le sue perversioni sessuali, invece di prendersene cura, come avrebbe invece dovuto fare nel rispetto del suo ruolo”, scriveva la giudice del tribunale di Latina Laura Morselli nelle motivazioni della sentenza sulla condanna di Alessandro Frateschi. Almeno quattro persone, tra cui due suore e due psicologici, sarebbero state a conoscenza dei fatti. Nessuno di loro però ha detto mai nulla.

    https://www.fanpage.it/roma/nel-pc-oltre-400-foto-e-video-con-abusi-sessuali-su-minori-ancora-una-condanna-per-lex-diacono-frateschi/