Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • “Violentato da un prete a Capocotta”. Il memoriale di Paolini.

    “Violentato da un prete a Capocotta”. Il memoriale di Paolini.

    “Soldi per giocare a bocce e altri divertimenti ma senza violenza sessuale”. A raccontare gli amori impossibili di Gabriele Paolini, il disturbatore tv,  è stato Davide, da pochi mesi maggiorenne e amico del cuore di Daniel, il grande amore che ha portato il “folle catodico” in tribunale di induzione alla prostituzione minorile, produzione di materiale pedopornografico e tentata violenza sessuale.

    Nella prima udienza calda, il teste ha raccontatola sua versione dei fatti e risposto alle domane del piemme Terracina, mettendo in difficoltà l’accusa. Paolini in aula, ha seguito e preso appunti come uno scolaro. Alla madre Bice Bochicchio ha poi consegnato un memoriale che affaritaliani.it, pubblica in esclusiva.

    “Oggi per me è la giornata più importante della mia vita, infatti finalmente è arrivato il giorno dove le persone che mi vogliono bene la mia famiglia prima di tutto e anche quelle che non me ne vogliono possono avere chiarezza di quello che è avvenuto durante l’estate del 2013: un’estate magica che io non dimenticherò mai nella mia vita. Il mio intento è quello di raccontare questo al Giudice e di fronte al pubblico ministero Claudia Terracina.
    Oggi verrà ascoltato Davide diventato maggiorenne lo scorso luglio… Chi è Davide? Davide è un ragazzo importantissimo per me perché è il migliore amico di Daniel che verrà ascoltato il 13 luglio prossimo. Quello che vorrei far capire oggi ai giudici è che a me non interessa né quello che sarà la sentenza né la risultanza della stessa. Perché se io come ho detto il giorno in cui mi hanno arrestato ho sbagliato in qualcosa è giusto che paghi. Infatti non sono abituato rispetto ad altre persone che ho conosciuto in carcere  a fare la vittima; io sempre per vent’anni ho attaccato tutti ho attaccato la Chiesa, ho attaccato la politica ho attaccato la televisione… Tornando ai ragazzi, Davide mi ha presentato Daniel il 21 luglio del 2013 e quella è stata la giornata più bella della mia vita.   I cittadini non potranno mai in qualche modo giustificarmi perché un uomo di 41 anni non può innamorarsi di un ragazzo di 17 anni perché secondo la morale è una persona che sbaglia. Ma dall’altra parte c’è anche una persona che a 40 anni non era all’epoca capace di raccontare a se stesso che cosa poteva significare amare una persona. Io ho amato Daniel lo amo ancora. Tutta la tragedia che sto vivendo e solamente chi la vive può immaginare cosa significhi quando si esce di casa e si viene additati come quello, come hanno scritto i media, che va con i ragazzini . A me dispiace molto che le forze di polizia quando mi hanno arrestato attraverso le agenzie, hanno diffuso notizie che non erano assolutamente autentiche. Io ho avuto la responsabilità di frequentare Davide e Daniel, diciassettenni, che condividevano la mia amicizia, offrivo loro delle cene e li portavo a prendere il thè a casa mia, ho conosciuto le loro famiglie.
    Oggi Davide verrà ascoltato dal Pm Terracina io alla fine dell’interrogatorio se ne avrò la forza mostrerò delle fotografie che io stesso ho portato in tipografia in via Nomentana dove si vede il sottoscritto che mangia la carbonara, che va a giocare a bocce e a bwooling in tutti i parchi di Roma perché cosa mi è successo in quell’estate? Di vivere l’adolescenza che io non avevo mai vissuto. Una delle cose che non ho mai accettato della mia famiglia è che mio padre, generale,  ha sempre dato importanza alle istituzioni, infatti voleva che mi diplomassi e laureassi cosa che nonostante avessi frequentato due anni di liceo classico ho abbandonato tutto per fare un dispetto. Mio padre quando avevo tredici anni mi mandò al mare a Capocotta ad Ostia, affidandomi ad un prete Don Vittorio Damiani, dal quale ho subito una violenza sessuale, che poi è stato incarcerato e poi si è suicidato a Bergamo. La mia vita è stata distrutta proprio dall’incontro con questa persona e non è quindi una contraddizione che io abbia frequentato e amato diciassettenni.  Questa è una contraddizione su cui sto lavorando con la mia psichiatra.
    Tornando al processo posso dire che Daniel ha sempre fatto tutto volutamente con la piena consapevolezza. E con Davide ci sono stati momenti di amicizia sfociati in intimità nel momento in cui Davide mi raccontò di avere avuto un’esperienza con il suo medico di famiglia che gli dava lezioni di sesso, io gli ho raccontato della mia esperienza e così è nato un rapporto molto più stretto. Davide seppe che tra me e Daniel c’era una relazione d’amore e divenne così gelosissimo e iniziò a stimolarmi ad avere momenti di intimità con lui e questa è stata la mia fragilità perché io dovevo difendere me stesso e la nostra relazione, momenti di intimità limitati a massaggi alla schiena e alle gambe. Non ho mai sfiorato le parti intime. Non siamo mai andati oltre.
    Vorrei concludere con questo scritto di Daniel dopo la famosa sera in cui abbiamo giocato a bwooling  e in cui Davide me lo presentò “Dear “Gabriele” today we make History i pochi momenti passati con te mi hanno acceso in un certo senso, sarò per sempre grato di averti finalmente conosciuto. Abbiamo passato dei momenti assieme che non dimenticherò, momenti importanti. Love Daniel”.

    La prossima udienza è fissata per il 13 luglio. Quel giorno Daniel dovrà raccontare la sua versione dei fatti.

    http://www.affaritaliani.it/roma/violentato-da-un-prete-a-capocotta-il-memoriale-di-paolini-esclusivo-371206.html

  • Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Diversi casi in poche settimane scuotono la Puglia. Un gruppo di cattolici brindisini chiede alla Santa sede di istituire una commissione di inchiesta su scala nazionale.

    Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v.Adista Notizie n. 41/14) -, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».

    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».

    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono -, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale».

    Luca Kocci, Adista

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74470&typeb=0

  • Pietra Ligure, favoreggiamento di un pedofilo: don Luigi Fusta condannato a 4 mesi

    Pietra Ligure, favoreggiamento di un pedofilo: don Luigi Fusta condannato a 4 mesi

    E’ stato condannato a 4 mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena don Luigi Fusta, l’ex parroco della parrocchia di San Nicolò a Pietra Ligure. I fatti relativi alla vicenda risalgono al 2006 quando secondo l’accusa una ragazza di 12 anni sarebbe stata palpeggiata da un amico di famiglia. Successivamente la madre si sarebbe rivolta al parroco chiedendo un consiglio su come comportarsi. Secondo quanto contestato, don Fusta avrebbe consigliato alla madre della presunta vittima di abusi di non sporgere denuncia sui fatti accaduti.

    Don Luigi Fusta è così stato accusato di favoreggiamento personale di un pedofilo. Precedentemente la madre era stata ascoltata dal giudice e aveva testimoniato di aver avuto un colloquio con il parroco nel quale, secondo la donna, il don le avrebbe intimato di non fare denuncia, in quanto contro la chiesa, e avrebbe fatto cenno di assolverla come se si fosse trattato di una confessione.

    Oggi don Luigi Fusta, ascoltato in aula, ha negato di aver incontrato e aver avuto una discussione con la madre della dodicenne.

    Durante il processo il pubblico ministero ha chiesto la pena di 9 mesi reclusione, invece la difesa, gli avvocati Andrea Frascherelli e Alessandro Vignola, hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Il giudice Francesco Giannone invece ha ritenuto il parroco colpevole e lo ha condannato a 4 mesi di reclusione con pena sospesa e attenuanti generiche.

    Debora Geido

    http://www.savonanews.it/2015/06/03/mobile/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/pietra-ligure-favoreggiamento-di-un-pedofilo-don-luigi-fusta-condannato-a-4-mesi.html

  • BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO  UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=55056

  • “Sesso con minori”, pugno duro del giudice: Giovanni Desio condannato a 10 anni e 8 mesi „

    “Sesso con minori”, pugno duro del giudice: Giovanni Desio condannato a 10 anni e 8 mesi „

    A comunicare la decisione a Desio, ospitato in una comunità nella zona di Città di Castello (Perugia) è stato l’avvocato Battista Cavassi. Il pubblico ministero Isabella Cavallari aveva chiesto nove anni di reclusione.

    Dieci anni e otto mesi di reclusione. E’ la condanna inflitta venerdì mattina dal giudice del tribunale di Ravenna Antonella Guidomei a Giovanni Desio, l’ex parroco di Casalborsetti arrestato il 5 aprile dello scorso anno con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali con alcuni ragazzini. Il 53enne è accusato di atti sessuali con minori (tra il 2010 e il 2014 con ragazzini tra i 11 ed i 15 anni a lui affidati dai familiari), adescamento di minori, violenza sessuale (per avere millantato qualifiche infermieristiche al fine di visitare, in un caso anche con un termometro usato in modo improprio, un paio di giovani) e sostituzione di persona (per avere usato un profilo Facebook di un minore di cui aveva le password).

    A comunicare la decisione a Desio, ospitato in una comunità nella zona di Città di Castello (Perugia) è stato l’avvocato Battista Cavassi. Il pubblico ministero Isabella Cavallari aveva chiesto nove anni di reclusione. Tra trenta giorni saranno rese note le motivazioni della sentenza. La decisione del giudice ha colto di sorpresa sia l’avvocato Cavassi che Giovanni Scudellari, che rappresentava la parte offesa. Secondo la requisitoria del pubblico ministero, quella di don Desio è stata un’azione organizzata, andata avanti per anni, di selezione dei ragazzi dei quali aveva conquistato la fiducia per poi aprofittarsene.

    Attraverso una lettera Desio era tornato a ribadire le proprie responsabilità come gia’ fatto di recente in una lunga missiva ai tre quotidiani locali. Secondo quanto emerso, ha già risarcito in totale 100mila euro ai quattro minorenni, cosa che gli e’ valsa un’attenuante così come le parziali ammissioni rese al pubblico ministero e la sua quasi incensuratezza. Quattro i giovanissimi individuati dalla Procura tra le parti offese: sono delle province di Ravenna, Bergamo e Treviso. Due si sono costituiti in parte civile sia in proprio che con i genitori ed hanno chiesto risarcimenti tra i 300mila e i 600mila euro con provvisionali di 100mila. Si è costituita parte civile anche la Curia ravennate, che ha chiesto 100 euro simbolici, e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’, nata nel 2003 e la cui ragione sociale è proprio la tutela dei minorenni protagonisti di abusi.

    http://www.ravennatoday.it/cronaca/condanna-giovanni-desio-ex-parrocco-casalborsetti-15-maggio-2015-sentenza.html
  • Condannato a nove anni e 4 mesi l’ex sacrestano pedofilo di Urbana

    Condannato a nove anni e 4 mesi l’ex sacrestano pedofilo di Urbana

    L’anziano 82enne era finito ai domiciliari lo scorso maggio. La più grande delle sue vittime, tutte minorenni, aveva denunciato le violenze subite 13 anni prima, dando il via alle indagini. Abusi su almeno cinque ragazzini.

    Nove anni e 4 mesi all’ex sacrestano della parrocchia di Urbana, ritenuto responsabile di ripetute violenze sessuali nei confronti di ragazzini, commesse tra il 2000 e la primavera del 2014. Lo ha stabilito, come riportano i quotidiani locali, il giudice dell’udienza preliminare Domenica Gambardella, inasprendo la pena sollecitata dal pubblico ministero Francesco Tonon, che aveva chiesto 8 anni di carcere per l’82enne.

    LE ACCUSE. Le indagini erano partite nel maggio di un anno fa, quando un ragazzo, oggi 26enne (il reato è caduto in prescrizione), assieme ai genitori si era recato alla stazione dei carabinieri di Casale di Scodosia, per denunciare abusi risalenti a 13 anni prima.

    LE VITTIME. I militari avevano posto sotto sequestro i tabulati telefonici dell’indagato, scoprendo altri casi dello stesso tipo. Le vittime dell’ex sacrestano, oltre al giovane da cui ha preso avvio l’inchiesta, sarebbero almeno 4. Una di queste, la più giovane, avrebbe persino confessato di avere avuto intenti suicidi, proprio a causa della vergogna per le violenze subite.

    http://www.padovaoggi.it/cronaca/sacrestano-pedofilo-parrocchia-urbana-condannato.html

  • Prete toccava due sorelline mentre si confessavano

    Prete toccava due sorelline mentre si confessavano

    FONTANIVA. Ex parroco a processo per violenza sessuale. Avrebbe molestato due ragazzine di 13 e 15 anni mentre le confessava. È la sconcertante accusa mossa dal pubblico ministero Giulia Floris a don Giovanni B., 80 anni, originario di Fontaniva, che oggi vive a Crespano del Grappa. Fra il 2007 e il 2008 avrebbe allungato morbosamente le mani su due sorelle, figlie di un vecchio amico, mentre era amministratore parrocchiale a Sant’Antonio del Pasubio nel Vicentino. L’altro pomeriggio, il giudice Roberto Venditti ha accolto la richiesta della procura ed ha rinviato a giudizio il sacerdote. Il quale, difeso dall’avvocato Roberto Quintavalle, dovrà presentarsi davanti al collegio a partire dal 18 settembre prossimo.

    La madre delle due presunte vittime si era rivolta ai carabinieri, solamente nell’estate del 2013, per sporgere denuncia. Aveva atteso anni anche perché solo poco prima lei e le figlie si erano rivolte ai servizi sociali per altri problemi e avevano raccontato l’accaduto; e gli assistenti avevano consigliato loro di rivolgersi alle forze dell’ordine. In precedenza non lo avevano fatto, per il diniego del padre delle ragazze, amico di lunga data di don Giovanni, nonostante un frate le avesse mandate dritte dal vescovo e in caserma. All’epoca dei fatti, proprio in virtù dell’amicizia del padre, la famiglia frequentava la parrocchia di Sant’Antonio. Don Giovanni in diverse circostanze avrebbe preso in disparte in particolare la sorella maggiore, per confessarla. Ma, oltre a chiacchierare e a somministrare il rito della penitenza, il sacerdote avrebbe toccato e accarezzato la giovane sui fianchi e sui glutei, anche sotto gli indumenti intimi. La procura gli contesta l’aggravante dell’aver agito ai danni di una ragazzina che inizialmente non aveva ancora 14 anni e poi abusando della sua qualità di ministro di culto. In una sola occasione, invece, avrebbe allungato le mani sulla sorella più piccola, nella primavera del 2008.

    Le due ragazzine, che non volevano più saperne di andare dal prete con i genitori, alla fine trovarono il coraggio di parlare con la mamma di quei toccamenti. Lei pretese che il marito intervenisse. Il sacerdote (che si era sempre prodigato, anche economicamente, per la famiglia), dopo alcune telefonate per cercare di trovare un chiarimento, aveva mandato una lettera di scuse. «Il 7 febbraio 2011» ricorda la sorella maggiore «mi arrivò una seconda lettera, con cui don Giovanni mi chiedeva di incontrarci per riconciliarci. Non ho risposto».

    Le lettere, che ora lo inchiodano, sono in mano al pm.

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/05/07/news/prete-toccava-due-sorelline-mentre-si-confessavano-1.11373837

  • Don Massimo, le prime ammissioni

    Don Massimo, le prime ammissioni

    ANDREA ZANELLO – VERCELLI

    Un interrogatorio breve, con poche parole ma parecchio pesanti. Ieri in carcere a Vercelli don Massimo Iuculano davanti al giudice per le indagini preliminari Giulia Pravon si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma ha anche rilasciato una breve dichiarazione spontanea. “Un presa di coscienza dei suoi errori” l’ha definita l’ avvocato Carlo Blengino.

    Che però ha il sapore dell’ammissione di colpa: “Sono cosciente dei mie errori e delle mie debolezze e sono disponibile a parlare davanti al pubblico ministero” ha detto don Massimo che ha tenuto a specificare anche che l’istituto professionale salesiano CNOS-FAP non ha alcuna responsabilità nella vicenda. Don Massimo, il referente della comunità salesiana a Vercelli, è in carcere da venerdì con l’accusa di aver abusato di tre minorenni. Proprio la congregazione di don Bosco ha dato mandato all’ avvocato Carlo Blengino di rappresentare il sacerdote.

    Sinda subito il legale ha sottolineato come i salesiani vogliano tutta la verità sulla vicenda. Anche per questo don Massimo è stato sospeso dall’esercizio pubblico di ministero sacerdotale dalla sua congregazione. “Un provvedimento invia cautelativa” ha spiegato il suo legale, ma che segue a ruota quello arrivato subito dopo l’arresto e deciso dall’arcivescovo Marco Arnolfo che aveva sospeso don Massimo dal servizio episcopale . Domenica il numero uno della chiesa vercellese aveva guardato in faccia i fedeli che occupavano i banchi chiesa del Sacro Cuore di Gesù, la parrocchia di don Massimo, dicendo che la magistratura doveva fare il suo lavoro e che il condizionale era d’obbligo. Ma aveva anche detto di pregare per i ragazzi coinvolti e per le loro famiglie. Ieri la magistratura si è mossa e sono arrivate le dichiarazioni spontanee di don Massimo, che ha detto di voler parlare davanti a Francesco Saverio Pelosi ,il pubblico ministero della Procura di Torino titolare dell’inchiesta.

    E forse racconterà le sue verità, mettendo nero su bianco quali siano stati i suoi errori e le sue debolezze di fronte alle prove raccolte dagli inquirenti in sette mesi di indagini in cui nulla è stato lasciato al caso. Intercettazioni e filmati hanno trovato parecchi riscontri a quelli che erano i sospetti sul preste arrivato tre anni fa daTorino. Ci sono almeno tre episodi in cui il sacerdote avrebbe abusato di altrettanti minorenni, un quattordicenne italiano e due diciassettenni di origine straniera. Ma dal pc e dal telefono del sacerdote quarantaseienne, sequestrati dopo l’arresto, potrebbero emergere altri elementi. Intanto don Massimo rimane in cella: il suo legale non ha presentato nessuna istanza di scarcerazione.

    http://www.lastampa.it/2015/04/28/edizioni/vercelli/don-massimo-le-prime-ammissioni-U5MWz6vEwQRmxQOlto7lsK/pagina.html

  • Sacerdote in carcere: “Conosco le mie debolezze”

    Sacerdote in carcere: “Conosco le mie debolezze”

    Don Massimo Iuculano, in carcere a Vercelli con l’accusa di avere adescato tre minori tramite Facebook e in seguito di averne abusato, parla nel corso dell’interrogatorio di garanzia: “Sono cosciente delle mie debolezze”. Una dichiarazione che potrebbe avere un pèso determinante nel procedimento a carico del prete, il quale in seguito ha manifestato di volersi avvalere della facoltà di non rispondere, chiudendosi poi nel silenzio con la frase “Sono disposto a parlare di fronte al pubblico ministero”.
    L’avvocato difensore, Carlo Bengino, assiste il sacerdote di fronte al gip Giulia Pravon, al quale ha già assicurato che la scuola salesiana dove esercitava don Iuculano, non è in alcun modo coinvolta nella vicenda, come da dichiarazione dello stesso prete.
    La frase di don Iuculano potrebbe essere intesa come a un’ammissione di colpevolezza, mentre si attende la conclusione della relazione del pm Francesco Saverio Pelosi, titolare dell’inchiesta. Rimane da determinare se il sacerdote potrebbe avere abusato di altri giovani, fra cui un 14enne italiano e due 17enni di origine straniera.
    E accuse sono comunque di violenza aggravata e prostituzione minorile, formulate dopo circa sette mesi di indagini in cui si sono avuti diversi riscontri, definiti dagli stessi inquirenti estremamente inquietanti.
    Il prete adescava miunorenni sui social network, poi a seguito dell’abuso faceva loro doversi regalini. Fra le novità emerse, anche il fatto che il prete aveva allestito una fitizia sala per lassaggi vicino al proprio ufficio, fingendosi conoscitore di questioni terapeutiche. La notizia dell’arresto del prete e di ciò che avrebbe compiuto ai danni di giovani adolescenti, ha scosso profondamente la comunità locale e naturalmente le autorità ecclesiastiche, le quali non hanno diffuso alcuna dichiarazione particolare in merito.

  • Desio, inizia il processo per sesso con minori. Sarà battaglia tra l’ex don e le parti civili

    Desio, inizia il processo per sesso con minori. Sarà battaglia tra l’ex don e le parti civili

    Prima udienza della vicenda giudiziaria che vede coinvolto l’ex sacerdote

    Ravenna, 9 marzo 2015 – Si parte. I riflettori di un’intera città questa mattina saranno puntati sull’aula 8 del Tribunale. Una stanza di pochi metri quadri, che però sarà teatro dell’udienza preliminare di un processo destinato ad avere grossa risonanza. Quello che vede Giovanni Desio, l’ex sacerdote di Casal Borsetti, alla sbarra peratti sessuali con quattro minorenni. In ballo c’è un risiko di strategie. Perché qui, al primo piano del palazzo di giustizia, la chiesa ravennate si gioca una grossa fetta di dignità e reputazione. Cosa farà? Si costituirà parte civile? Di riflesso, qualcuno chiederà conto anche alla Curia di quanto accaduto, per non essere intervenuta in tempo nonostante le voci sulle stravaganze del don (alcol, omelie sui generis) fossero ricorrenti? Molti di questi interrogativi saranno sciolti oggi.

    Di certo ci sarà battaglia. L’accordo sui risarcimenti alle vittime, che il religioso aveva annunciato tramite il suo avvocato difensore, Battista Cavassi, fino a pochi giorni fa non era ancora stato raggiunto. Oggi, davanti al gup Antonella Guidomei e al pubblico ministero Isabella Cavallari, le quattro vittime chiederanno di costituirsi parte civile. Due di queste sono tutelate dagli avvocati Giovanni Scudellari, Ermanno Cicognani e Piera Calandrini. Ma tenteranno di entrare nel processo anche organizzazioni no profit, come l’associazione ‘Dalla parte dei minori’. Mentre c’è attesa per capire cosa farà il Comune, se resterà alla finestra o si proporrà come parte in causa per il danno d’immagine.

    Sarà il giudice, oggi, a stabilire chi avrà titolo a chiedere un risarcimento. Dopo di che spetterà all’imputato giocare le proprie carte. Improbabile il patteggiamento, che presupporrebbe un accordo sui risarcimenti, il consenso della Procura, e che renderebbe la sentenza esecutiva, facendolo finire in carcere in tempi rapidi e senza possibilità di misure alternative. Altrettanto remota la possibilità del pubblico dibattimento, Desio chiederà di essere giudicato col rito abbreviato – che gli garantirà lo sconto di un terzo della pena –, condizionato alla testimonianza del direttore della struttura riabilitativa umbra gestita da religiosi dove da novembre l’ex prete di Casal Borsetti si trova ai domiciliari, dopo sette mesi e mezzo di carcere ‘protetto’ a Forlì, per dimostrare che è in atto un percorso di ravvedimento.

    Desio deve rispondere di atti sessuali su quattro giovani, alcuni dei quali gli erano stati affidati dalle famiglie. Tre episodi emersero grazie alle intercettazioni, il quarto rivelò dopo l’arresto, in sede di incidente probatorio, di avere avuto col suo ‘pastore’ una relazione di un anno. Rimosso da ogni funzione religiosa, l’ex parroco, che era anche direttore della rivista cattolica ‘Il risveglio’, uscì dal carcere con una lettera nella quale dichiarava ai giudici del riesame il proprio pentimento.

    Una condanna, nel frattempo, Desio l’ha già subìta: 65 giorni di reclusione, sostituiti con un’ammenda di 17mila euro, per la guida in stato di ebbrezza che nel febbraio 2014, due mesi prima di essere arrestato, lo portò a finire nel canale di Casal Borsetti con la sua Bmw – confiscata – e un tasso di alcol nel sangue quattro volte il limite. Per lui, oggi, è il giorno del giudizio.

    di Lorenzo Priviato

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/don-desio-pedofilia-processo-1.743037