Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ANSA/Primo Report vittime abusi, in Italia 418 preti pedofili

    ANSA/Primo Report vittime abusi, in Italia 418 preti pedofili

    ROMA, 01 FEB – Il primo Report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano, presentato oggi dall’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso e dall’associazione internazionale Eca Global (Ending Clergy Abuse), censisce in Italia 418 preti pedofili, divisi in 88 anonimi, 166 denunciati e 164 condannati.

    “Il presente report è stato prodotto con i dati pervenuti all’Associazione Rete L’Abuso ed è da considerarsi in difetto alla reale portata del fenomeno – vi si legge -; l’arco temporale di riferimento è di circa 13 anni; le segnalazioni contenute nel documento sono raccolte direttamente dalle denunce delle presunte vittime; i dati si riferiscono unicamente a sacerdoti e non comprendono l’indotto (catechisti, educatori, animatori e laici in generale); tutti i casi conteggiati sono riconducibili unicamente ad abusi sessuali a danno di minori”.

    Inoltre, il report “non ha l’obiettivo di fornire dei numeri, ma insieme a questi fornire in assenza di dati governativi un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia sia particolarmente allarmante rispetto agli altri paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea”.

    Nel quadro suddiviso per regioni ecclesiastiche, il numero dei casi di preti pedofili – sempre sommando anonimi, denunciati e condannati – vede al primo posto la Lombardia con 69 casi, seguita dal Veneto con 40, dalla Sicilia con 39, dal Piemonte con 37 e dalla Campania con 34.

    A seguire, Lazio (29 casi), Puglia e Toscana (25 ciascuna), Liguria (23), Calabria (21), Emilia Romagna (19), Sardegna (12), Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Umbria (8 ciascuna), Marche (7), Abruzzo (6), Molise (4), Basilicata e Città del Vaticano (2). L’Associazione rileva “davvero un basso livello di indagini anche solo preventive. Quasi sistematicamente casi dove solo uno dei minori abusati denuncia fatti che l’Autorità Giudiziaria poi conferma, se pur ci si trovi alla presenza di più minori, questa non procede con indagini nei confronti delle altre potenziali vittime, anche per un eventuale soccorso. Nella sostanza raramente procede d’ufficio”.

    L’elenco dei casi è diviso per “quelli arrivati al terzo grado di giudizio, quindi con condanna definitiva”; “quelli denunciati o con procedimento in corso per il 1/o e il 2/o grado, compresi quei procedimenti archiviati per l’intervento dei termini prescrittivi, rimasti per forza indiscussi sotto il profilo penale, che come sappiamo non ne prescrive la potenziale pericolosità”; quelli “completamente anonimi in quanto prescritti e le presunte vittime hanno scelto di non procedere sotto il profilo pubblico, tuttavia come detto sopra, potenzialmente pericolosi”.

    Per quanto riguarda le vittime, facendo una proiezione in base alla media francese della Commissione Ciase – 72 bambini abusati per ogni prete pedofilo -, il Report ne ipotizza circa 30 mila. I dati rilevati sono considerati tra l’altro paragonabili con quelli presentati dalla Cei sul biennio 2020-2021 – 89 vittime e 68 autori -, considerando che quelli provengono “da soli 30 centri di ascolto”, non da tutte le diocesi. In una conferenza stampa online, Francesco Zanardi della Rete L’Abuso ha spiegato che il Report, “con l’aggiunta di nomi e cognomi, sarà inviato alle autorità nazionali come la Procura generale della Repubblica, il Comando generale dei Carabinieri e la Polizia, ampliato e rielaborato alle Nazioni Unite, e come petizione all’Unione Europea”.

    I promotori del Report, infine, tornano a chiedere, tra le altre cose, “una commissione d’inchiesta indipendente” su tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte del clero, e di “rendere obbligatoria per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato”. (ANSA).
    GR/ S04 QBXI

  • Clero e pedofilia – il quadro attuale

    Clero e pedofilia – il quadro attuale

    Francesco Zanardi (Rete L’Abuso) e Federico Tulli (Left) ospiti di Formamentis TV per parlare di pedofilia del clero

     

  • Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Proprio qualche giorno fa avevamo parlato del report, appena pubblicato, che raccoglie tutti i casi di pedofilia all’interno della chiesa negli ultimi due anni.

    I casi segnalati, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”.

    Preti pedofili, preti condannati, preti in attesa di giudizio o preti scampati al giudizio. Tutti i casi sono stati raccolti dall’associazione “Rete l’Abuso“.

    Parliamo di un ente nato nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote.

    Proprio lì avevamo individuato due casi relativi al nostro territorio: a Venaria e a Lombardore, dove due parroci, negli anni scorsi, sono stati condannati per abusi su minori.

    A capo dell’associazione c’è Francesco Zanardi, 52 anni e fondatore dell’associazione. Anche lui vittima di un prete pedofilo, tutto cominciò nel 1981 quando un prete della parrocchia Santissima Annunziata di Spotorno gli mise le mani addosso per la prima volta. “Avevo 11 anni, – ha raccontato in molte interviste – quasi 16 quando smise di toccarmi. Ma dovettero passarne altri 14 per capire quanto male mi aveva fatto”. 

    Francesco raccontaci chi sei, cos’è l’associazione, quando è nata?

    Ho 52 anni e sono un sopravvissuto ad un abuso. La nostra è un’associazione di sopravvissuti che nel 2010 a Roma si sono incontrati senza conoscersi, a Roma. Andavamo tutti a vedere una manifestazione in Vaticano di sopravvissuti agli abusi che arrivavano dagli Stati Uniti. 

    L’idea era di andare a vedere le vittime dei preti, un po’ dissociandoci dal fatto che anche noi lo eravamo. Da lì è iniziato un gruppo di “auto aiuto”. Abbiamo scoperto che eravamo prescritti, quello che avevamo subito non era percorribile dalla giustizia. Rimaneva sulla nostra pelle ma non c’era una porta da aprire per poter chiedere giustizia. C’è stata rabbia. Poi però ci è voluto poco per capire che le caratteristiche del pedofilo sono quelle delle recidività. Siamo quindi andati dove c’erano i preti che avevano abusato di noi e lì abbiamo trovato le vittime. Il mio prete è stato condannato non per i reati che ho subito io ma per quelli fatti ad altri ragazzini. Così è nata la voglia di capire, studiare strategie, diventare utili nel contesto sociale. 

    Però ci sono state difficoltà…

    Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente. Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato. I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero. Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

    Prima mi hai detto che i reati che avevi subito erano prescritti quando ne hai preso coscienza. Ecco, quando ti sei accorto di quello che avevi subito? Quando hai capito che non doveva succedere?

    Te ne accorgi subito, è evidente. L’abuso sessuale di un minore, però, non è doloroso, il trauma non è nell’abuso sessuale. L’abuso sessuale va a devastare la psiche del minore, in quei momenti è devastante. Faccio un esempio: quando eri adolescente avevi delle musiche che ti caratterizzavano, la tua psiche si è formata con la musica e l’affettività, questa ha come sfera principale la sessualità. Distruggere quella sfera ad un bambino è devastante, crea nella sfere intorno alla sessualità un’azione distruttiva. 

    Questo è un danno che non riconosci subito, io l’ho riconosciuto a 40 anni, dopo un passato di tossicodipendenza, altri di alcolismo, altri al secondo o terzo tentativo sono riusciti ad ammazzarsi. Lo stupro lo riconosci ma non riconosci il danno. Non è piacevole, non ne esci con un braccio rotto. Finito l’atto resta lì, un bambino non sa che fare.

    Sul nostro territorio abbiamo due casi, a Venaria e Lombardore, di preti condannati per abusi… Spulciando i siti della diocesi, però, questi preti risultano ancora presenti. Come mai? Non vengono cacciati?

    La condanna che dà la chiesa è al massimo 5 anni di sospensione, mica vanno in carcere. Chi viene giudicato dalla chiesa ha una condanna molto blanda. Magari vanno in uno dei 23 centri di cura per i preti pedofili presenti nella penisola. Per le vittime, invece, ce ne sono zero.

    Quindi restano al loro posto?

    Vediamo il caso di Don Mauro Galli: la chiesa l’ha assolto. Don Luciano Massaferro, per esempio, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, se li è fatti, è uscito e gli stessi parrocchiani della diocesi di Albenga se lo sono ripreso. Noi l’abbiamo saputo causalmente da un parrocchiano che ce l’ha segnalato indignato. C’è il caso di Milano, dei fratelli Lucchini, denunciati uno per abuso di minore e uno per stupro di una donna. Quando abbiamo annunciato che uno dei due era stato condannato a 5 anni di sospensione ci hanno scritto che era ancora in Parrocchia insieme al fratello. E poi c’è il caso di don Silverio Mura…

    Raccontacelo

    Don Silverio Mura era a Napoli, l’abbiamo perso per 8 anni e poi è ricomparso a Montù Beccaria e si chiamava don Saverio Aversano.

    Cambiano anche nome…

    Si si, da Napoli gli rimbustavano la posta e la spedivano sotto falso nome, sfiora il ridicolo questa cosa.

    Quando ci siamo parlati prima dell’intervista mi hai detto che in Italia c’è un problema culturale, che l’opinione pubblica è indifferente rispetto a questo problema…

    Per punire i preti pedofili servirebbe un cambio legislativo, questo, però, richiederebbe una partecipazione delle persone e qui non c’è. In Italia non c’è, in molti altri paesi i cattolici sono scesi in piazza per chiedere pulizia, chiarezza. In Italia c’è uno stallo totale, anzi, la gente porta i figli in chiesa e quando succede qualcosa sono gli stessi parrocchiani che attaccano la vittima e non il prete. Il problema non è tanto di omertà ma culturale che va molto oltre. Si arriva il punto che non ci cerca di tutelare neanche il proprio figlio. Io non sono padre ma sarebbe difficile stare lì a guardare.

    Qualche giorno fa la Chiesa ha pubblicato un report sugli abusi, voi l’avete criticato ma lì ci sono comunque numeri importanti, giusto? 

    Si, parliamo di 89 casi in due anni di lockdown, sono tantini. Teniamo conto che non c’era neanche l’accesso agli sportelli diocesani, proprio per il lockdown. Tuttavia, il report di due anni fa sorridere, e le vittime precedenti? I numeri, comunque, sono elevati per essere solo di due anni. C’è un tema che riguarda anche il certificato anti pedofilia…

    Cioè?

    In Italia è stato introdotto però ha lasciato fuori una categoria: il volontariato, quella più a rischio, ma casualmente è quella alla quale appartiene il clero. Se io fossi un pedofilo e mi dicono che non posso più adescare nelle scuole ma posso andare nel volontariato ci vado. La pulsione mi porta lì. Forse è più adeguato andare in un ambiente di chiesa, vista l’omertà che c’è e il terrore dello scandalo. Se un pedofilo fa qualcosa di sbagliato in parrocchia al massimo viene mandato via. Non scatta quasi mai la denuncia.

    Il problema della pedofilia è più ampio nella chiesa che fuori? C’è una questione legata al ruolo, alla privazione del sesso?

    È un problema di formazione interno alla chiesa. Il problema del terrore del sesso, della sessuofobia radicata nella chiesa porta queste cose. Quando uno si trova la porta chiusa da una parte poi, in qualche modo, lo esterna. Secondo me il problema parte da lì, con un trauma, ne ho parlato con diversi psicologi. Parlando anche con preti pedofili mi sono fatto l’idea che questa privazione della sessualità crei grossi problemi

    Cioè?

    I ragazzini entravano in seminario a 10-11 anni, nel periodo dello sviluppo, quando i maschi si svegliano eiaculati alla mattina. Questa cosa veniva punita, questi maschi venivano mandati a pregare. Tutto ciò, in un bambino che sta maturando la sessualità, è altamente traumatico, sta cambiando il corpo e questo viene vissuto come un trauma. Tanti hanno avuto un blocco sessuale e la pedofilia spesso si sviluppa in età più avanzata quando queste persone, a 25 anni, si trovano a sviluppare la sessualità ma non sono capaci ad averla con persone della propria età. Questo spinge a tornare indietro, è un meccanismo psicologico, sei diventato grande ma torni dove ti sei fermato.

    E i numeri cosa dicono?

    Tra i laici abbiamo percentuali di pedofili del 1-2%, tra i preti siamo tra 6-7-8%, con un potenziale enorme, perché i preti stanno molto a contatto con i bambini. Poi c’è da dire un’altra cosa: il fatto di avere una sorta di protezione non spegne questo fenomeno, i preti vengono semplicemente spostati quando abusano di un minore. In Francia ci sono stati 216 mila vittime su 3 mila preti, in 70 anni. Vuol dire che ogni sacerdote francese, che è entrato in quell’indagine, ha stuprato in media a testa 72 bambini. È vero che c’è la pedofilia anche nelle famiglie ma io non ho mai visto un padre di famiglia riuscire a stuprare un numero così alto dei bambini.

    Tu credi in Dio?

    Non sono credente, al di là di questo non combatto questa battaglia per questo. Nel 2010 mi sono reso conto che questa battaglia era più difficile da combattere qui. Noi della Rete l’Abuso, prima di aprire un’associazione, ci siamo chiesti se ci fossero altre realtà in Italia. Qualcuno ha trovato enti ma quando hanno spiegato che erano stati abusati da preti si sono trovati la porta chiusa. Questo ha stimolato noi 8 a cercare una via di fuga. È nata l’associazione, tanti si sono uniti, siamo 2 mila sopravvissuti, siamo pochi perché chi denuncia, dicono le statistiche, è circa un 10% delle vittime.

    La politica se ne frega?

    Quanti politici avete visto appoggiare la questione? 

    Nessuno. Quindi cosa servirebbe?

    Dividiamo le cose: che la chiesa debba fare i suoi procedimenti è una cosa. Ma la chiesa dà solo sospensioni, mal che vada ti cacciano. Ma è un procedimento interno, qui manca tutta la parte della giustizia: il processo, l’imputato, il risarcimento e il riconoscimento dell’essere vittima. I tribunali canonici non sono paragonabili ai normali tribunali. Lì l’oggetto è Dio, è “Non commettere atti impuri”, non la parte lesa. Noi ci aspettiamo la giustizia per la vittima ma la vittima è quella che insieme al prete ha violato il sesto comandamento. L’ottica non è mica quella del reato sulla persona.

    Il tema è il peccato..

    Si, che li chiamino tribunali penali è un conto, li chiamino come vogliono, ma è sempre la Santa Inquisizione, alla fine quella è rimasta. Si sente parlare di tribunali della chiesa ma non sono come i nostri. Bisognerebbe andare a vedere cosa fanno quei tribunali, i tribunali della chiesa non agiscono in difesa della vittima. Anche nel report dell’altro giorno non c’è nulla per le vittime, tranne che il percorso spirituale e qualche assistenza psicologica. 

    Tutte cose inutili…

    Nel caso delle vittime dei preti l’omertà copre lo scandalo e copre anche la vittima. Io ho maturato il mio trauma a 40 anni, cosa faccio? Vado in analisi a 40 anni? Dopo che ho trovato il mio equilibrio? Un conto è prendere un ragazzino a 12 anni e riparare a quel trauma. Una persona che è arrivata a 40 anni cosa gli fai?

    Nella presentazione dei dati ho del report sugli abusi, ho sentito che si diceva anche che alla fine la pedofilia è un reato recente..

    In conferenza stampa hanno anche detto che sono 20 anni che la chiesa fa, che stanno iniziando a capire che forse c’è qualche sbaglio, davvero? Io penso che qui il criminale non sia tanto la chiesa ma chi glielo lascia fare: Stato e tutto il silenzio che c’è intorno.  

    https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/526866/molestato-a-11-anni-da-un-prete-oggi-da-la-caccia-ai-pedofili-nella-chiesa.html

  • La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa cattolica italiana ha identificato 68 presunti autori di abusi in un’indagine sull’abuso sessuale di bambini e individui vulnerabili che copre un periodo di soli due anni – un lasso di tempo criticato dai difensori delle vittime come uno “scherzo”.

    La cifra è sorprendentemente alta dato che l’indagine ha riguardato solo il periodo 2020-2021 e si riferiva solo ai dati forniti dai “centri di ascolto” istituiti dalle diocesi di tutta Italia nel 2019 appositamente per ricevere denunce di abusi.

    Il rapporto, parte della prima inchiesta della chiesa sugli abusi nei suoi ranghi, è stato pubblicato giovedì dalla conferenza episcopale italiana. Ha rilevato che 89 persone avevano presentato accuse contro 68 sospetti abusatori, tra cui sacerdoti e laici, inclusi operatori della chiesa e insegnanti di religione.

    Delle 89 denunce, 12 riguardavano bambini di età inferiore ai 10 anni e 61 provenivano da bambini di età compresa tra 10 e 18 anni. Sedici delle presunte vittime avevano più di 18 anni, un gruppo definito dalla chiesa come “individui vulnerabili”.

    È in corso un’indagine separata incentrata su accuse risalenti al 2000, anche se non è chiaro quando verranno pubblicati i risultati.

    Una rete di gruppi di vittime, associazioni religiose e laiche aveva spinto affinché lo Stato italiano commissionasse un’inchiesta indipendente, simile a quelle commissionate negli Stati Uniti, in Irlanda, Cile, Francia e Germania, che rivelassero la schiacciante portata di abusi e tentativi sessuali dalla chiesa cattolica in quei paesi per coprirlo.

    Sulla base delle cifre annunciate nel rapporto di giovedì, Francesco Zanardi, che ha fondato Rete L’Abuso, la principale associazione di vittime in Italia, ha stimato che il numero delle vittime di abusi sessuali negli ultimi 22 anni potrebbe essere di quasi 2.000.

    “Era già deludente che il rapporto scartasse le accuse fatte prima del 2000”, ha detto Zanardi. «Sessantotto maltrattanti in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi della denuncia sono una beffa ed escludono un mucchio di cifre, non ci sono dati dei magistrati o di Rete L’Abuso. Hanno fatto riferimento solo ai “centri di ascolto”. Questo rapporto è vergognosamente inadeguato”.

    Il Vaticano detiene fascicoli su 613 casi di abusi segnalati dall’Italia risalenti al 2000.

    L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni ha detto in conferenza stampa che il rapporto era “solo l’inizio”, aggiungendo che la consapevolezza della gravità degli abusi sessuali sui bambini all’interno della chiesa cattolica era cresciuta e che il vero cambiamento è iniziato “quando abbiamo iniziato a metterci nei panni di le vittime”.

    “Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e iniziare a tenere conto di questo fattore ha significato che abbiamo iniziato a cambiare seriamente il nostro stile”, ha detto Ghizzoni.

    Tuttavia, ha ribadito che “il 93% dei casi di abuso avviene in famiglia o all’interno del ‘cerchio di fiducia’ creato in ambienti frequentati da minori”. “È ora che i panni sporchi non vengano più lavati in famiglia”, ha detto. “Dobbiamo farlo come Chiesa, ma questa consapevolezza deve crescere in tutti gli ambiti della società civile”.

    Ghizzoni ha affermato che è un “obbligo morale” denunciare le accuse di abuso, anche se non è chiaro a quali rapporti di autorità si debba fare riferimento.

    I difensori delle vittime hanno ripetutamente chiesto allo Stato italiano di consegnare alla giustizia i preti pedofili e di elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia vengono svolte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere destituita o incarcerata. Di quelli giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono incarcerati.

    I risultati di un’inchiesta in Francia resi noti lo scorso anno hanno rilevato che 216.000 bambini sono stati abusati dal clero in sette decenni. Un rapporto in Germania ha criticato l’ex papa Benedetto XVI per la presunta mancata azione contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.

    “È vergognoso che lo Stato italiano non faccia nulla al riguardo”, ha detto Zanardi. “Nei Paesi normali c’è stata un’inchiesta indipendente, ma non in Italia. Qualcosa non torna”.

    Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie, ha dichiarato: “È scandaloso. Questo rapporto non parla di aiutare le vittime o di ottenere giustizia per loro. Qual’è il punto?”

    https://www.theguardian.com/world/2022/nov/17/italy-church-report-into-sexual-abuses-a-joke-say-victims-groups

  • Chiesa e pedofilia, 613 fascicoli aperti in Vaticano

    Chiesa e pedofilia, 613 fascicoli aperti in Vaticano

    Negli ultimi venti anni sono 613 i fascicoli per abusi sessuali su minori (compiuti da sacerdoti italiani) aperti nella sede della Congregazione per la Dottrina della Fede trasmessi dall’Italia. Lo ha rivelato il segretario generale della CEI (Conferenza episcopale italiana), mons. Giuseppe Baturi, nella conferenza stampa sul primo Report sui centri di ascolto diocesani per la tutela dei minori.

    Solo nel periodo 2020/2021 sono stati segnalati 68 presunti abusatori e 89 vittime.

    Mons. Baturi ha spiegato che questi fascicoli, che possono riguardare più casi oppure archiviazioni, saranno oggetto di una prossima Ricerca, “una novità nel panorama ecclesiale mondiale”.

    “Rete l’abuso” critica il Report presentato oggi – “solo due anni, dal 2020 al 2022, con solo i dati degli sportelli Diocesani” – anche perché “sono esclusi dal report tutti i casi (sempre di sacerdoti italiani) denunciati alla magistratura o all’associazione o direttamente alla Congregazione per la Dottrina della fede. Nessun accenno a indennizzi e nessun supporto per le vittime”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Chiesa-e-pedofilia-613-fascicoli-aperti-in-Vaticano-15794629.html

  • ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

    ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

    MILANO-ADISTA. «In Italia non esistono canali percorribili per la denuncia». Così Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso, unica nel nostro Paese a occuparsi di pedocriminalità clericale, ha introdotto il primo convegno del Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa cattolica, di cui Adista fa parte.

    Svoltosi a Milano il 3 novembre scorso con la collaborazione gratuita del Comune di Milano-Municipio 1 e il sostegno dell’organismo internazionale ECA-Ending Clergy Abuse, è stato dedicato agli «aspetti giuridico-normativi del caso italiano» nella questione degli abusi su minori, donne e persone in condizioni di vulnerabilità, con la presenza di vittime e di esperti in campo giuridico e psicologico.

    La Chiesa non tutela le vittime «Non ci sono procedure per chi, ad esempio, è prescritto», ha spiegato Zanardi: «Il prete non viene sottoposto a indagine, contro qualsiasi principio di prevenzione. Può tornare a delinquere, e c’è solo da sperare che venga denunciato un abuso non prescritto». Insomma, in Italia il ciclo di violenza difficilmente si interrompe: «I preti pedofili hanno alle spalle una struttura di protezione» e le loro vittime, a causa dell’isolamento in cui l’abuso si consuma, «non sono aiutate nell’immediato a elaborare il trauma, ma passano decenni prima che la cosa emerga.

    E quando emerge, non è detto che si abbiano le possibilità e la forza di mettere tutto in discussione. Senza parlare dei tentativi riusciti o meno di suicidio». E poi la questione spinosa dei risarcimenti alle vittime, erogati di frequente con il vincolo della riservatezza, che «non consente di far emergere l’identità dello stupratore».

    Altro problema è che a raccogliere le denunce sono sempre più gli sportelli diocesani, che non funzionano, a giudicare dal caso di don Giuseppe Rugolo a Enna, attualmente sotto processo in tribunale, trasferito dal vescovo in un’altra diocesi: «La linea di insabbiamento sembra peggiore di prima». Spesso poi la Chiesa assolve e il tribunale civile condanna: «Vuol dire che i parametri non funzionano».

    «Ho incontrato Zuppi due volte – racconta Zanardi – per parlare del report annuale CEI che uscirà ora: sarà un rapporto soft. La Chiesa lascia poi fuori le vittime precedenti al 2000 e se si esamina un arco di 20 anni saranno pochissime, perché molte non hanno ancora maturato né denunciato».

    Se denunciano, «sono denigrate per avere parlato, hanno paura e per questo non si rivolgono alla magistratura». Oltretutto in Italia l’obbligo di denuncia di questi reati è limitato ai pubblici ufficiali, mentre bisognerebbe estenderlo a tutti i cittadini, vescovi compresi (esentati in base al Concordato).

    Cambiare le regole Sull’inerzia dello Stato italiano si è soffermato l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’Abuso.

    «Nel febbraio 2018 abbiamo deciso di avvalerci di uno strumento tecnico di provocazione, la diffida ad adempiere, basandoci sulla legge 241/90, prospettando una omissione degli atti d’ufficio qualora le istituzioni destinatarie, nazionali e sovranazionali, non avessero risposto», spiega.

    «Si chiedeva una presa di posizione e un intervento politico-legislativo di contrasto agli abusi perpetrati da ecclesiastici, in base alla nostra Costituzione e in rapporto ai Trattati di Lanzarote e Istanbul, nella collocazione più ampia dei diritti umani». «Natural[1]mente» non c’è stato nessun riscontro, anche se nel 2019 l’Onu ha “rimproverato” l’Italia per il numero di abusi clericali e la scarsità di procedimenti penali. Nonostante il pericolo venga «dagli spazi di socialità della Chiesa cattolica, più esposti alla predazione e allo stupro, quando dovrebbero offrire la migliore protezione e sicurezza», e nonostante il fenomeno sia sistemico, si assiste a una «imperterrita ostinazione della Santa Sede – così Caligiuri – nel voler affrontare e risolvere in via esclusiva un crimine che essa stessa genera e alimenta.

    Non c’è niente da fare? Lo dico francamente, lo temiamo», anche se la desecretazione dei documenti vaticani sugli abusi clericali del 2019 «apre uno squarcio enorme nella cultura della Chiesa». Quanto alle istituzioni civili, «nessuno dei governi succedutisi si è interessato».

    C’è poi la questione della prescrizione: «Per il 95-98% dei casi che abbiamo avuto dal 2018 non si può fare nulla», è passato troppo tempo. Quanto alla CEI, la strategia annunciata a maggio non ha presentato «nessuna prospettiva utile o apprezzabile», specie se paragonata con le esperienze in altri Stati. Ma «se le regole vigenti non tutelano i diritti di bambini, donne e persone vulnerabili, tanto più in ambito ecclesiastico, bisogna cambiarle».

    Al convegno ha partecipato Pietro Forno, magistrato in pensione, dal 2010 al 2016 procuratore aggiunto a Milano nel dipartimento per i soggetti deboli, che nel 2001 denunciò l’omertà della Chiesa parlando di una emergenza nazionale. Per un’intervista al Giornale del 2010, in cui imputava ai vescovi di proteggere i preti pedofili trasferendoli, suscitò le ire dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, che minacciò un procedimento disciplinare; un episodio che mette in evidenza «l’atteggiamento della Chiesa e del potere politico legato a essa legato e se vogliamo anche del tribunale per i minorenni, tre autorità diverse che in qualche modo si muovono tutte nella stessa direzione».

    Cosa è cambiato nella Chiesa in questi vent’anni?, gli ha chiesto la giornalista indipendente Federica Tourn, autrice di inchieste sugli abusi del clero sul quotidiano Domani. «Solo una cosa: è stato eletto papa Francesco, che è un grosso bastone tra le ruote»: «Ha detto per la prima volta che l’abuso del clero è una emergenza nella Chiesa».

    In Italia si paga il prezzo di «una temperie culturale particolare», per cui «ci si riempie la bocca di tutti i superiori valori del rispetto del minore e della donna, ma delle donne e dei minori non importa niente a nessuno. Chi ha una secolare tradizione di copertura e di omertà ci sguazza».

    Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta del Centro Tiama per i traumi dell’infanzia e dell’adolescenza, è stato anche consulente della Procura: «Non si può dire a un abusante, come fanno i vescovi, che deve “fare il bravo” e redimersi.

    L’abuso sessuale si ferma in un modo solo: con la denuncia. Altrimenti andrà avanti». È evidente che «la Chiesa non si occupa delle vittime, tutela se stessa senza pietà e carità; c’è una inversione di tendenza in atto ma è lenta, lacunosa, e impacciata»; «Chi informa la persona indagata dell’indagine in atto compie un atto di favoreggiamento», e dunque «tutti i vescovi che insabbiano delinquono. Sono delinquenti».

    Il tema del perdono, poi, è «una pietra d’inciampo», afferma Forno; «Qui c’è un errore teologico smisurato. Il perdono, l’ha detto anche papa Francesco, presuppone la giustizia. Non puoi perdonare senza prima fare giustizia». C’è poi un discorso da fare sulle figure di garanzia (le persone che hanno un particolare obbligo di tutela del soggetto in qualche modo a loro sottoposto), che hanno l’obbligo di impedire l’evento, e se non lo fanno rispondono di concorso con l’autore del fatto (art. 40 § 2 CP).

    Con la testimonianza intensa di Antonio Messina, vittima degli abusi sessuali di don Rugolo, tutte queste tematiche hanno preso corpo. «Compresi nel tempo che la scelta di denunciare all’autorità ecclesiastica non era stata felice»; «tutto si spostò sul piano di una trattativa economica, con l’offerta di 25mila euro in contanti dai fondi Caritas». Da lì, il passaggio all’autorità giudiziaria, e una lettera al papa, scritta con la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che lo sostiene in questa batta[1]glia. «Non ci ha mai risposto».

    Adista pubblicherà gli integrali delle relazioni in un prossimo numero. (ludovica eugenio)

  • Il punto dell’avvocato Mario Caligiuri – Conferenza Milano 3 novembre

    Il punto dell’avvocato Mario Caligiuri – Conferenza Milano 3 novembre

    L’avvocato Mario Caligiuri responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, fa il punto sulla situazione italiana

  • Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

    Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

    Federica Tourn per Editoriale DOMANI – Salgono a tre i bambini abusati da monsignor Luigi Gabbriellini, parroco di Santa Maria madre della Chiesa e Santa Marta a Pisa, attualmente sottoposto a processo canonico. La vicenda è emersa dopo la denuncia al vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto da parte di due fratelli, come abbiamo raccontato su Domani del 21 settembre. In una nota ufficiale del 15 settembre, monsignor Benotto aveva chiesto perdono a nome della Chiesa pisana per lo scandalo che aveva coinvolto il sacerdote, nome di spicco all’interno della diocesi, e ne aveva accettato le dimissioni. Ora, un cugino alla lontana dei due fratelli si è rivolto al Servizio diocesano per la Tutela dei minori per segnalare di essere stato anche lui molestato dal sacerdote.

    Giulio, 39 anni, suo fratello Davide, 35, e il cugino Luca, di 33, hanno deciso di raccontare a Domani i fatti accaduti più di vent’anni fa, quando don Luigi era parroco della chiesa di Santo Stefano extra moenia a Pisa. I nomi sono di fantasia: le vittime hanno chiesto l’anonimato per non esporre le famiglie alle ripercussioni mediatiche. «Vogliamo rendere nota la nostra storia non soltanto per un desiderio di verità ma anche per evitare che quello che abbiamo sofferto possa accadere ad altri bambini», precisa Giulio, che si è deciso a denunciare la violenza quando ha scoperto che anche il fratello era stato abusato dal prete amico di famiglia. «Ancora oggi non riesco a perdonarmi di aver permesso a questo prete di officiare il mio matrimonio e il battesimo della mia prima figlia – spiega Giulio – vivevo in una bolla che è finalmente scoppiata quando ho parlato con mio fratello e mi sono reso conto di non essere il solo a portare questo peso».

    Davide, che oggi vive all’estero, aveva mandato una mail al prete un anno e mezzo fa, in cui gli chiedeva conto dell’abuso subito quando era piccolo: «mi ha risposto che non era stato lui e che si trattava di un caso di omonimia», racconta. Invece, è proprio il don Luigi giusto, come è stato confermato espressamente dal vescovo ai due fratelli. «Monsignor Benotto in primavera ci disse che don Gabbriellini aveva confessato e di non preoccuparci perché lo avrebbe tenuto lontano dai bambini – afferma Giulio – invece il prete ha celebrato le comunioni e le cresime in parrocchia come se nulla fosse».

    L’investigatio previa sul sacerdote, avviata a fine aprile, è tuttora in corso, ma il vescovo ha assicurato via mail a Giulio che a breve il dossier verrà mandato in Vaticano al Dicastero per la dottrina della fede. Le vittime, però, non hanno più fiducia nella giustizia ecclesiastica: «da quando la storia è uscita sui giornali, il vescovo, prima molto sollecito nei confronti miei e di mio fratello, ha preso le distanze», spiega ancora Giulio.

    I rapporti fra monsignor Benotto e i due fratelli si raffreddano ulteriormente quando a settembre le vittime vengono a sapere da amici, che frequentano la parrocchia di Santa Maria della Chiesa e Santa Marta, che don Luigi si sta preparando a lasciare l’incarico. «Eravamo preoccupati che lo facessero sparire senza una spiegazione», dice Giulio. «Quando ci siamo incontrati – aggiunge – il vescovo ci disse che, a seconda della gravità della sentenza, don Luigi poteva essere ridotto allo stato laicale, o destinato altrove, o mandato a occuparsi di una casa di riposo: quest’ultima opzione monsignor Benotto la definì la peggiore punizione per un prete».

    Evidentemente, stare in mezzo a chierichetti e bambini dell’oratorio è considerato più gratificante che occuparsi della pastorale degli anziani. Certo è che don Gabbriellini in parrocchia si trovava bene: era stimato e rispettato da tutti, tanto che non faticava a stringere legami di amicizia con i fedeli, rapporti che continuavano anche fuori dalla chiesa. In casa dei due fratelli, infatti, don Luigi viene spesso invitato a cena e con la famiglia condivide vacanze e giorni di festa. Il fatto che giochi con i bambini e li faccia ballare sulle ginocchia è vista come una cosa normale, il segno della confidenza e dell’affetto di uno “zio” che li frequenta abitualmente. D’altronde è un amico intimo: ha la fiducia totale dei genitori e anche la riconoscenza, visto che è sempre lui che presta loro del denaro in un momento di difficoltà economiche.

    Questa aura di prete buono, sempre presente e disponibile ad aiutare in caso di bisogno, getta fumo negli occhi dei parrocchiani, che vedono quello che vuole lui e non quello che fa ai bambini. Eppure lui non si nasconde ma, anzi, arriva ad accarezzare i piccoli sotto la maglietta di fronte a tutti in chiesa o durante le gite della parrocchia. Nessuno trova da ridire: «sono convinto che con questi gesti volesse normalizzare la sua propensione a toccare i bambini – riflette Giulio – era una strategia per abituare le persone a vederlo vicino ai piccoli». Un’intera comunità pare sotto l’incantesimo di questo prete: non uno, in Santo Stefano, sembra notare qualcosa di strano nel suo comportamento, nemmeno gli altri sacerdoti. «Ho chiesto a un altro prete se si fosse accorto delle inclinazioni pedofile di don Luigi – riferisce Luca – ma lui mi ha risposto subito di no». Salvo poi ricordarsi qualcosa: «in seguito mi ha detto che in effetti aveva visto don Luigi mettere una mano sotto la maglia a un ragazzino mentre lo confessava».

    Questo modus operandi di avvicinamento graduale ai minori, fino a instaurare un rapporto di disinvolta confidenza con loro in contesti rassicuranti come la famiglia o le attività ricreative organizzate dalla chiesa, permette al prete di molestare per anni i bambini, praticamente davanti agli occhi dei parrocchiani e degli stessi genitori. Luca racconta che il suo abuso è avvenuto nel 1997, quando aveva appena otto anni, durante una gita della chiesa in un paese di montagna: «ero seduto sulle sue ginocchia e don Luigi all’improvviso mi ha toccato i genitali – dice – i miei erano a trenta metri da noi, insieme a un altro gruppo di genitori». Un’esperienza simile è toccata a Davide: «eravamo in sala da pranzo, seduti al tavolo, e io ero seduto sulle ginocchia di don Luigi: i miei piedi non toccavano terra, avrò avuto otto o nove anni al massimo – ricorda – i miei genitori erano seduti dall’altra parte del tavolo e parlavano con il prete, che intanto aveva la mano nei miei pantaloni». Una tortura che va avanti per più di mezzora: «la tovaglia nascondeva le nostre gambe – aggiunge Davide – io ero congelato ma i miei genitori erano presenti e ho pensato che non c’era niente di male».

    Monsignor Gabbriellini non si limita a una volta sola. Davide è chierichetto e il prete coglie ogni occasione per insidiarlo: «ci trovavamo il sabato pomeriggio e io non avevo voglia di andare in parrocchia, perché sapevo che sarei rimasto da solo con lui in sacrestia – dice – cercava sempre di baciarmi e ancora oggi potrei riconoscere l’odore del suo dopobarba». Gli assalti del sacerdote a Davide sono andati avanti dal 1995 fino al 2000, quando il ragazzo ha lasciato Santo Stefano. Il maggiore dei fratelli, Giulio, invece è stato abusato più volte nel 1994, quando aveva undici anni; le molestie sono poi continuate fino al ’97, soprattutto durante i campi estivi e una volta in occasione di un colloquio personale. Il prete utilizzava il suo ascendente sui ragazzi per favorire le occasioni propizie alle molestie: «era dispotico, sapeva imporsi ed esercitava una grande influenza nella vita delle persone – spiega Giulio, che è stato chierichetto e catechista – noi ragazzi eravamo in soggezione e lui ne approfittava per entrare in intimità con noi». È un progressivo varcare dei confini: «prima ti abbracciava, poi ti prendeva in collo e lì già sapevi come sarebbe andata a finire». Il predatore conosce bene il suo territorio di caccia, dove si muove con disinvoltura: «individuava con precisione i bambini più vulnerabili e si dedicava a loro con costanza, li faceva sentire importanti – dice ancora Giulio – era una tattica: chi subiva abusi riceveva più attenzioni degli altri».

    Oggi non si sa dove si trovi monsignor Gabriellini. Subito dopo la denuncia al vescovo, Giulio ha detto tutto a parenti e amici e, in soli due giorni, in tre lo hanno cercato per raccontargli che a loro era successa la stessa cosa: «mio cugino Luca e un’altra persona mi hanno riferito di essere stati abusati da don Gabbriellini e una terza vittima ha invece parlato di un altro prete in provincia di Pisa», dichiara Giulio. La responsabile del Servizio per la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, suor Tosca Ferrante, il 19 settembre affermava che non c’erano altri casi di abuso nella diocesi oltre ai due fratelli; contattata da Domani il 18 ottobre per un aggiornamento, non ha risposto.

    Giulio, Davide e Luca a breve chiederanno il risarcimento in sede civile. Invitano altre persone che abbiano informazioni di fatti recenti che riguardano don Gabbriellini a rivolgersi alla Rete L’Abuso per poter presentare un’istanza che accerti che il prete sia in condizioni di non nuocere ad altri bambini. «Nella condotta compulsiva di queste persone si riscontra un pericolo per la collettività – spiegano le vittime – e dato che conosciamo bene la prassi dei vescovi di spostare i preti pedofili in altre parrocchie, vogliamo evitare che continui ad essere a contatto con i minori».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-don-luigi-ci-ha-molestati-per-anni-davanti-a-tutti-mbzudnj2

     

  • Pedofili, la prudenza della Cei  e la  tolleranza zero del papa

    Pedofili, la prudenza della Cei e la tolleranza zero del papa

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – Per il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’appuntamento è tra un mese esatto. Il 18 novembre è la data scelta dai vescovi per la Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

    La ricorrenza coincide con la Giornata europea per la protezione dei minori e, nelle intenzioni della Cei, vorrebbe rimarcare la volontà di affrontare con decisione e trasparenza la questione delle violenze sessuali clericali.

    A fine maggio, appena eletto presidente dei vescovi italiani, Zuppi aveva promesso proprio per il 18 novembre la presentazione del primo report della Cei sulla realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, e sulla loro diffusione ed efficacia nell’azione di accoglienza delle vittime e di prevenzione degli abusi. Sarà il giorno della verità sulla reale volontà di Zuppi di voltare pagina su un fenomeno trattato sempre come interno alla chiesa, sottovalutando l’allarme sociale che genera. E di allinearsi realmente alla linea molto più netta di papa Francesco.

    LA VIA ITALIANA DI ZUPPI 

    Zuppi si è presentato come innovatore, promuovendo una “via italiana” alla lotta agli abusi. Un programma che è stato criticato perché la Cei, invece di avviare un’indagine indipendente, come hanno fatto i vescovi in Francia, Germania e Portogallo, ha previsto soltanto un’inchiesta interna, oltretutto limitata ai dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021, e a quelli emersi dal lavoro degli sportelli di ascolto fra il 2020 e il 2021. Un arco di tempo decisamente ristretto, soprattutto se si considera che questi servizi non sono nemmeno disponibili in tutte le diocesi italiane.

    Non solo: la stesura del report, che ha coinvolto «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ad elaborare i dati e a valutare il lavoro dei Servizi diocesani è dunque un’istituzione privata strettamente legata alla chiesa, dato che le università cattoliche sono regolate, fra le altre cose, dal Codice di Diritto Canonico.

    Dove sta quindi l’indipendenza dell’analisi? Ancora una volta, a differenza di quanto lo stesso Zuppi aveva assicurato al momento della presentazione del programma di contrasto agli abusi, è la chiesa a giudicare sé stessa e il risultato rischia di essere un’analisi molto parziale della realtà degli abusi: un fenomeno pervasivo che le istituzioni ecclesiastiche hanno sempre teso a nascondere, prima negandolo e poi minimizzandone la portata, curandosi poco delle conseguenze per le vittime.

    D’altronde Zuppi aveva assunto un atteggiamento assai prudente quando, appena eletto, aveva dichiarato nella conferenza stampa di chiusura dell’assemblea dei vescovi che i sacerdoti pedofili sono pur sempre parte della chiesa, descritta come una madre che non abbandona i suoi figli in difficoltà. Lasciando il dubbio che per proteggere questi “figli che sbagliano” si mettano in pericolo i bambini che frequentano gli oratori, le parrocchie o l’ora di religione a scuola; e si tuteli il buon nome del sacerdote e della chiesa anche a costo di risarcire le vittime tramite accordi privati con vincolo di riservatezza, come abbiamo raccontato il 10 ottobre scorso nella precedente puntata dell’inchiesta sulla violenza nella chiesa, provocando la reazione della Cei di cui abbiamo dato notizia ieri.

    Uno dei fenomeni più preoccupanti a questo proposito è che molti di questi sacerdoti, anche dopo sentenze di colpevolezza, una volta scontata la pena si appellano al diritto all’oblio, chiedendo a testate giornalistiche e blog online di deindicizzare il proprio nome e la storia che li riguarda su internet.

    Il prete che non vuole che il suo passato di pedofilo salti fuori a una rapida ricerca su Google, si rivolge a una società specializzata che si incarica di rifargli una reputazione sul web, rendendolo non direttamente rintracciabile sui motori di ricerca. Oppure chiede direttamente la cancellazione dei contenuti da media e social network con un ricorso al Garante della privacy, secondo l’articolo 17 del Regolamento europeo 2016/679.

    Ma la pretesa di essere dimenticati è sempre accettabile? «Si tratta di un attento bilanciamentro fra il diritto all’oblio e il diritto all’informazione e il pubblico interesse – spiega l’avvocato Mario Caligiuri della Rete L’Abuso – soprattutto quando parliamo di soggetti che meritano una tutela particolare, come i minori. Per essere chiari: se un prete ha avuto una sentenza di violenza sessuale su un minorenne, ritengo che sia importante che rimanga segnalata, perché è interesse della collettività proteggersi dalla possibile reiterazione del reato del pedofilo».

    La preoccupazione è ancora più forte per i pedofili che non hanno dovuto rispondere alla giustizia dello Stato grazie alla prescrizione. Che cosa sappiamo, infatti, dei sacerdoti che in seguito a denunce o segnalazioni vengono dirottati in altre parrocchie o in strutture protette dalla chiesa?

    Papa Francesco ha più volte richiamato la chiesa alla trasparenza e alla segnalazione dei responsabili delle violenze sui minori, a partire dal motu proprio “Vos estis lux mundi”. Ne aveva riparlato qualche mese fa quando, con la costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, aveva incluso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nella Curia romana, e più precisamente nell’ambito del Dicastero per la dottrina della fede, che si occupa anche di giudicare gli abusi sessuali del clero.

    L’URLO DI BERGOGLIO 

    «L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile – ha detto Bergoglio durante l’udienza del 29 aprile con i membri della Commissione – L’abuso sessuale sui bambini è particolarmente grave perché offende la vita mentre sta sbocciando in quel momento. Invece di fiorire, la persona abusata viene ferita, a volte anche indelebilmente. Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate tra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose». Bergoglio ha esortato non solo la Commissione pontificia ma tutti i cattolici «a far conoscere queste ferite».

    «Vescovi, superiori religiosi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, catechisti, fedeli laici: ogni membro della chiesa, secondo il proprio stato, è chiamato ad assumersi la responsabilità di prevenire gli abusi e lavorare per la giustizia e la guarigione». È un tema che ritorna spesso nelle preoccupazioni del vescovo di Roma, che in una recente intervista alla Cnn portoghese ha ripetuto che la pedofilia clericale è «una mostruosità».

    «Zero tolleranza sugli abusi», ha specificato il papa, che in quell’occasione ha aggiunto: «Un sacerdote non può rimanere prete se è un molestatore». Indicazione peraltro già presente nelle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” divulgate nel 2019 dalla Cei e dalla Conferenza superiore dei religiosi maggiori (che si occupa delle congregazioni religiose), dove si legge che un prete deve essere allontanato dal ministero, qualora sia «di pericolo per i minori e di scandalo per la comunità».

    I PEDOFILI INDISTURBATI 

    Eppure, sono tanti i sacerdoti che, con sentenze per abuso sui minori alle spalle o che hanno scampato la condanna penale soltanto grazie alla prescrizione, continuano a frequentare le parrocchie, dire messa e – cosa ancora più grave – insegnare catechismo ai ragazzini o gestire l’oratorio.

    È il caso di don Giorgio Carli della diocesi di Bolzano-Bressanone, o di don Silverio Mura, condannato dal tribunale civile di Napoli a risarcire la sua vittima ma ancora incardinato formalmente nella diocesi partenopea. I casi che stiamo raccontanto nella nostra inchiesta finanziata dai lettori, non sono certo gli unici.

    Tra sacerdoti assolti dai tribunali ecclesiastici o raggiunti da denunce per pedofilia e trasferiti dai vescovi in altre diocesi, l’elenco potrebbe essere lungo. Chissà se la Cei, per onorare la giornata del 18 novembre e rispondere agli appelli del papa sulla tolleranza zero, si rassegnerà ad aprire gli archivi e a rendere noti i nomi e gli incarichi attuali dei sacerdoti pedofili.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofili-la-prudenza-della-cei-e-la-tolleranza-zero-del-papa-jm4lyhk3