Forse a qualcuno sembrerà un po’ eccessivo, altri si chiederanno perché Diego non si lascia il passato alle spalle, bene ve lo dico io, non si può perché non è possibile dimenticare un evento le cui conseguenze traumatiche diventano parte integrante e devastante della vita di tutti i giorni, ogni mattina si svegliano con te, sono sempre li anche quando riesci a trovare un fragile equilibrio.
Ho parlato con lui poco fa al telefono, forse voleva un consiglio, una rassicurazione che spero avergli dato dicendogli che ha tutto il mio personale appoggio e quello dell’associazione.
Diego Esposito non vuole fare nulla di illegale, vuole avviare una protesta civile e non violenta chiedendo semplicemente che don Silverio Mura sia processato, vuole solo giustizia per quello che ha dovuto subire, perché dopo tre inchieste insabbiate, otto anni di attesa, dopo aver visto riconfermato il cardinale Sepe, grande insabbiatore del suo caso, dopo aver fatto due scioperi della fame e non aver ottenuto alcuna risposta da chi a parole grida “tolleranza zero”, dopo aver scoperto che il suo abusatore da un anno esercitava sotto falso nome insegnando il catechismo ai bambini di Montù Beccaria proprio come quando adescò lui, Diego Esposito vuole legittimamente e civilmente reclamare i suoi diritti costituzionali, a lui sottratti da uno Stato estero che ad oggi, tranne il danno subito da Diego non ha concretizzato nulla disattendendo le stesse false speranze che quello Stato estero gli ha dato.
Con questa premessa Diego Esposito vuole dare ancora qualche giorno alla Santa Sede per rispondere su un caso di cui dopo otto anni ha tutti gli elementi necessari per poter dare una risposta pressoché immediata e soprattutto, questa volta concreta; annuncia che se così non sarà tra 15 giorni inizierà la sua protesta civile e non violenta e noi della Rete L’ABUSO non possiamo non essere tutti con lui.
Presunti abusi in Vaticano, si riapre il caso di Diego Esposito, forse vittima di violenze messe in atto da don Silverio Mura: il servizio de Le Iene.
Il caso di Diego Esposito ha aperto ancora una volta le indagini sui presunti abusi messi in atto da don Silverio Mura diversi anni fa, quando si occupava della parrocchia di Ponticelli di Napoli. Lo scorso febbraio sono emerse infatti altre testimonianze che confermerebbero le accuse ai danni del prete, attualmente insegnante di religione presso un istituto scolastico. Il tutto grazie alla testimonianza di Esposito, abusato quando aveva appena 13 anni e che ha permesso ad altre possibili vittime di farsi avanti e di contattare Rete l’Abuso, la onlus guidata dal presidente Francesco Zanardi. In seguito al servizio di Chi l’ha visto, sono emerse infatti altre tre nuove denunce che puntano ancora il dito contro don Silverio. Il caso del prete di Ponticelli e dei presunti abusi verrà approfondito da Le Iene nella puntata di stasera, mercoledì 7 marzo 2018, grazie al servizio di Pablo Trincia. Si parlerà del caso di Diego Esposito e delle ultime notizie, che hanno spinto il Vaticano a riaprire le indagini su don Silverio Mura dopo aver ordinato la chiusura nel 2016. In particolare, evidenzia Il Mattino, sarebbero almeno due le vittime, di 28 e 23 anni, ad aver confermato quanto accaduto al 40enne. Non è chiaro se questi due nuovi casi possano far cadere le accuse in prescrizione, data la legge in vigore che prevede la non perseguibilità per reati che risalgono ad oltre dieci anni prima. Diego Esposito infatti non ha potuto sporere denuncia, ma chiedere al sistema giudiziario del Vaticano di fare luce sulla vicenda. Lo stesso papa Francesco, da sempre al fianco delle vittime di violenze fin dalla sua nomina, ha promesso di far conoscere alla presunta vittima l’esito delle indagini.
SPUNTANO ALTRE DUE POSSIBILI VITTIME
Don Silverio Mura potrebbe dover rispondere di nuovi reati di abusi, accaduti forse in epoca più recente rispetto alle violenze raccontate da Diego Esposito. Oggi 40enne, il napoletano si trova ora ad affrontare la sua battaglia in nome della giustizia accanto alla onlus Rete L’Abuso ed a due possibili nuove vittime. Data la giovane età dei due denuncianti, bisogna approfondire inoltre se gli eventi di cui si parla siano accaduti anche in seguito alle denunce di Esposito, nel periodo in cui don Silverio Mura è stato spostato dalla parrocchia di Ponticelli di Napoli a Pollena. Nonostante lo scalpore creato dal caso, il sacerdote ha continuato infatti ad insegnare religione presso l’Istituto alberghiero Russo di Cicciano dal 2010 al 2013 ed in seguito si sarebbe occupato dell’insegnamento a bambini delle medie dell’istituto Serao di Volla. L’ultima volta che il prete è stato avvistato risale tra l’altro alla fine dello scorso gennaio, come sottolinea Il Mattino, e c’è di più. Diego Esposito infatti abita a pochi km di distanza da dove vive don Mura, che avrebbe interrotto l’attività di docente solo nel 2015. Importante nella vicenda l’intervento di Papa Francesco, ribadisce Il Corriere del Mezzogiorno, dato che è per volontà del Pontefice che le indagini del Vaticano si sono riaperte su quanto avvenuto 37 anni fa a Diego Esposito.
Otto anni di ansie e speranze senza però ricevere nessuna risposta.
di Francesco Zanardi
Una vicenda che ricorda molto un altro caso denunciato dalla Rete L’ABUSO, quello di Diego Esposito, nel quale vedremo, cambia il nome del sacerdote accusato – in questo caso non più Silverio Mura ma Maurizio Palmieri – cambia la presunta vittima – in questo caso non più un alunno di catechismo ma un seminarista del Seminario di Aversa all’epoca 15enne – ma chi gestirà il caso per mandato della C.D.F. sarà sempre lui, monsignor Lucio Lemmo.
I fatti risalirebbero al 1995 e sarebbero avvenuti nel Seminario di Aversa per mano dell’allora Diacono ed animatore, don Maurizio Palmieri.
Nella querela depositata dalla presunta vittima presso la Procura della Repubblica di Napoli, si legge che, oltre agli abusi, il Palmieri avrebbe in qualche modo zittito la presunta vittima, con la costante minaccia di “cacciarmi dal seminario e di non aiutarmi più negli studi”, talvolta offrendogli “anche dei soldi in busta chiusa”, “mi costringeva ad aver rapporti sessuali reiterati con lui”.
La querela, dalla quale abbiamo estratto solo due essenziali passaggi, è del 2016 ed è purtroppo l’ennesima testimonianza dell’immobilità dei tribunali canonici di fronte alle denunce che le vittime inviano alla Santa Sede, immobilità che spesso, anche se non è questo il caso, aiuta la chiesa a far raggiungere alla vittima i termini di prescrizione, momento in cui il reato non è più procedibile penalmente.
Purtroppo per un cattolico, la denuncia all’autorità civile è quasi sempre, per non dire unicamente, l’ultimo passaggio dettato a quel punto dal desiderio di giustizia: quella negata alle vittime dalla Santa Sede.
La presunta vittima, infatti, tramite il suo avvocato scrive alla Santa Sede denunciando i presunti abusi nel settembre del 2010. Poco tempo dopo a rispondere è Luis Francisco Ladaria, oggi Prefetto della C.D.F. e all’epoca Segretario, il quale comunica che “ha delegato, per lo svolgimento delle opportune indagini, S.E. Mons. Lucio Lemmo”.
Come per Diego Esposito, passano gli anni ma non arriva alcuna risposta dalla chiesa fino a che, dopo l’elezione di papa Francesco, e della campagna mediatica di “tolleranza zero” che lo ha seguito, la vittima decide di fare un nuovo tentativo, questa volta scrivendo direttamente al Pontefice.
Nessuna risposta.
Questa è l’ennesima testimonianza della giustizia negata alle vittime, anche nel pontificato di Francesco, fatta di proclami e di tanta “tolleranza” per i crimini, “zero” per le vittime, condannate dalla chiesa come nei Gironi Danteschi a vagare dannate per l’eternità, in cerca di giustizia.
Omissive conduct of the duty to protect minors from abuses in the clergy, violation of the UN Convention on the Rights of the Child, violation of the Lanzarote Convention in addition to the most elementary non-observances directly related to the Italian Constitution. These are some of the accusations that the President of the Rete L’ABUSO, Francesco Zanardi, through the lawyer of the Association, Avv. Mario Caligiuri of the forum of Rome, has collected in a warning sent today to the Italian Government.
Among the recipients of suspected epigraphs – and according to the law that regulates the relations between citizens and institutions obliged to respond within 30 days – there is not only the Presidency of the Council of Ministers, but also the UN Committee on the Rights of the Child , the 12th Social Affairs Commission, the National Authority for Children and Adolescence, the Presidency of the European Parliament and Unicef, National Authority for Childhood and Adolescence.
Also aware of the warning is the President of the Italian Republic (Guarantor of the Constitution), the INTERREGIONAL INSTITUTE FOR RESEARCH (UNICRI) ON CRIMINALITY AND JUSTICE OF THE UNITED NATIONS, the INNOCENTI RESEARCH CENTER.
These are serious violations of the law in facts well documented in recent years by the Association Rete L’ABUSO, committed by the Holy See on Italian soil that would also see the second paragraph of Article. 40 c.p. dozens of omissions that have made the Italian Institutions, with their inertia, to allow the perpetration of crimes to the detriment of / the weakest citizens, the minors also forcing the victims who have become adults, to be denied the most basic constitutional rights, adding to this also the violation of the rights of what we know as the Charter of Human Rights.
Among the weighty accusations made in the 20 pages of warning, we also find the violations of the Lanzarote Convention, on the basis of which the Italian Government should strictly prohibit and above all before the conduct of a civil trial, those that we know as canonical processes and that are basis of the so-called “zero tolerance” campaign desired by Pope Francis.
The lawyer Caligiuri explains that “In this way, an unreasonable imbalance in favor of the alleged abuser is generated by another court, in advance of the celebration of the ordinary rite”.
“Not only in the ecclesiastical courtroom is the assistance of the defender of those who have reported the abuse, but above all the psychological support of technicians with proven experience legitimated to work for the victim, a person who has suffered emotional upheaval, does not incur in the creation of false memories. Until disregarding the provisions for the care and support of victims from the Lanzarote Convention “.
“Thinking of the cross-examination, the most disturbing fact emerges from the side of constitutional guarantees.
The defense of a priest, already charged for abuses by the Vatican, has the advantage of acquiring before the eventual Italian trial the narrative re-enactment that the victim will give of the historical fact, the weak points on which to tread the hand, the characterial peculiarities, and his emotional reality “.
With this information you have the possibility to make him fall into contradiction. «It is no coincidence that the reciprocal study of the adversary is a fact that lawyers take great care in the trials – confirms the lawyer -. We are therefore in the presence of an unequal treatment in favor of Catholic priests than any other Italian citizen “.
An aspect that for years the Italian Association of survivors of the sexual abuse of the clergy Rete L’ABUSO, denounces but instead, still today is improperly publicized by the media as being decisive for the victims, which unfortunately, they realize the contrary only when it is too late.
Among other important points, the immobility of the Italian Government, which unlike the others, in these years of awareness of the problem, not only has not yet begun, as in other countries, a commission of inquiry that quantifies the extent of the phenomenon, but even has not yet scheduled any provision in this regard, passively assisting what you give the numbers, we could easily define a mass of minor citizens.
The only initiative launched in Parliament until now is that much wanted by the Association Rete L’ABUSO, which has found the support of deputy Matteo Mantero, thanks to which – even if passed under the silence of the media – last November 27 , has filed the first Parliamentary Question with a specific written response on the danger of pedophile priests, which are also contested by the recent regulations introduced by the so-called anti-pedophilia certificate, which tragically exonerates all categories that are increasingly at risk, the world of volunteering that sees not only sports coaches, scouts, etc. but also the whole category of priests.
We await a full reply within the 30-day deadline, after which, in default, we do not exclude asking the Public Prosecutor’s Office for an assessment of the existence of any hypotheses of crime that can be inferred from the conduct conducted within the administration of the State, as ecclesiastics in the areas of social life frequented.
Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO, Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione, Avv. Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . (Testo integrale diffida 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990)
Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.
A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE, il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.
Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.
Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.
L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».
«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».
«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.
La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».
Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».
A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.
Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.
Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.
L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.
Attendiamo una risposta esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto, non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.
L’associazione ‘La rete l’Abuso’, che sostiene la presunta vittima, aveva parlato di “muro di gomma” da parte del Vaticano
Il Vaticano riavvia il caso di presunti abusi commessi da un sacerdote a Ponticelli. La questione era ferma nella Congregazione della Dottrina della Fede, “ma in attesa di altri elementi di prova.” Così avrebbe dichiarato il direttore della sala stampa vaticana sottolineando nel contempo come la vicenda non fosse mai stata archiviata. Ad accusare don Silverio Mura è da anni Diego Esposito, che dice di essere stato vittima del sacerdote da adolescente (ora è quarantenne).
Esposito aveva scritto al Papa e anche cominciato uno sciopero della fame. L’associazione ‘La rete l’Abuso’, che sostiene la presunta vittima, aveva parlato di “muro di gomma” da parte del Vaticano. Invece il caso era sospeso in attesa di ulteriori verifiche relative alle accuse mosse da altre presunte vittime nei confronti dello stesso sacerdote. Come sempre su questioni di tale delicatezza occorre procedere con i piedi di piombo : massima fiducia nelle indagini del Vaticano così come indiscussa va la stima ai tanti ministri di Dio che con coraggio e autentica Fede svolgono la propria missione nelle comunità, in alcuni casi mettendo a repentaglio la propria stessa vita.
A nostro umile avviso generalizzare sarebbe disonesto e fuori luogo : chi ha sbagliato, chi si è macchiato di un crimine tanto orrendo quale quello di aver abusato di un minorenne sessualmente deve pagare senza alcuna attenuante. Bisogna però essere certi del responsabile e lasciare che gli organi preposti indaghino con serenità su casi che non danneggiano solo il mondo ecclesiastico ma l’intera società civile. L’idea che affidare un bambino nelle mani di un parroco con fiducia possa tramutarsi in una atroce trappola per il minore fa sinceramente rabbrividire. Siamo certi che anche nell’interesse del Vaticano sarà fatta piena luce su una brutta storia che vorremmo non aver dovuto narrare mai.
«La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]
“Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.
Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.
L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.
Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.
Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.
La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».
Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.
CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO
L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014
Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”
L’autore
Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.
Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).
Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)
Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.
Una vicenda tutt’ora aperta perché, dopo quel patteggiamento, rispettivamente nel 2016 e nel 2017, si presentano alla Rete L’ABUSO altre due presunte vittime oggi seguite dall’avvocato della Rete L’ABUSO Cristiano Baroni.
Oltre alle presunte violenze sessuali che, data l’età delle presunte vittime, si tradurrebbero per don Lucio nell’accusa di pedofilia, dalle deposizioni dei due ragazzi, a nostro avviso emergerebbero anche gravi responsabilità da parte dei servizi sociali.
Esaminiamo, documenti alla mano, il caso del secondo ragazzo che chiameremo Matteo (intervistato il 29 gennaio scorso da RAI2 condotto da Giancarlo Magalli “I Fatti vostri” min. 1,23.50 ).
Come si evince nel primo documento, la madre, di sua spontanea iniziativa e “nell’esercizio della sua legittima podestà genitoria, decide, in piena libertà e nell’interesse del minore, di inserire lo stesso, durante il periodo scolastico presso la comunità della Caritas di S. Fatucchio – Castiglione del Lago (PG) che accetta di accoglierlo”.
Le intenzioni della donna vengono messe nero su bianco e dichiara che “nel corso di questo periodo, oltre a mantenere i contatti telefonici, vedrà il figlio durante i fine settimana presso la suddetta struttura o nell’abitazione familiare, con l’ausilio della Caritas diocesana (diretta da don Gatti) locale che si impegna a promuovere gli incontri ogni 15 giorni”.
È il 17 settembre del 2004 quando la donna affida spontaneamente e nell’interesse dello stesso figlio, alla comunità. Al momento, nero su bianco, le premesse sembrano eccellenti: peccato che quelle premesse la donna non le ha mai lette e neppure firmate perché, da come si evince anche in quel documento, è analfabeta. Nello stesso, mancherebbero persino i nomi e le firme di eventuali garanti della donna.
Matteo entra in comunità, pensando di ritrovarsi con coetanei con i quali studiare e giocare spensierato, come spetta a un 12enne, ed invece si ritrova in una struttura abitata da una quarantina persone maggiorenni: tra pazienti psichiatrici, persone agli arresti domiciliari, tossicodipendenti.
Racconta di condizioni igieniche pessime: nessuno possedeva biancheria intima personale, tutto era in comune con gli altri ospiti della struttura. La giornata cominciava con la sveglia alle 6,30, subito dopo le preghiere alle quali, incuranti del rispetto dell’orientamento religioso degli ospiti, erano tutti obbligati a partecipare.
Al termine della colazione iniziava la giornata lavorativa suddivisa tra le pulizie della casa, il lavoro nei campi, il facchinaggio e l’edilizia, lavori ai quali Matteo, se pur 12enne, era obbligato.
Disattese anche le promesse di poter sentire telefonicamente la madre. Le visite, anche quelle dei Servizi Sociali che lo avevano “parcheggiato” in quella struttura, senza più curarsene,sono state praticamente inesistenti: gli stessi assistenti sociali interagiranno con lui tramite don Lucio, il suo presunto molestatore. Insomma Matteo da un giorno all’altro si ritrova costretto in quello che, per un bimbo di 12 anni, è un campo di lavoro.
Iniziano anche i presunti abusi sessuali, sembrerebbe non solo per mano di don Lucio, ma anche da parte di alcuni ospiti. Il ragazzino è così costretto a vivere in una situazione di violenza psicofisicapesantissima, spesso causata da persone più grandi e violente, nei confronti delle quali non ha modo di difendersi.
Il suo stato psicofisico infattimuta drasticamente. Mentre inizialmente Matteo era stato spontaneamente affidato dalla madre per il solo periodo scolastico – ma da come si leggeva dai documenti del 2004 il ragazzo non aveva problematiche degne di nota – solo due anni dopo è il Tribunale dei Minori dell’Umbria (ignaro delle condizioni di vita in quelle strutture) a riaffidare Matteo alle strutture.
È il 20 gennaio del 2006:Matteo sta già molto male, il suo stato psicofisico è cambiato e,questa volta, si evince persino nel decreto del Tribunale che descrive “seppure tra notevoli difficoltà determinate dal carattere del minore, violento, trasgressivo ed incurante delle regole del vivere civile e della decenza”.Anche la posizione dei Servizi Sociali è cambiata: mentre prima nulla avevano da obiettare alla madre del ragazzo, oggi“secondo quanto riferiscono, la madre è del tutto incapace di porre un freno alle condotte devianti del figlio, per cui appare opportuno che lo stesso rimanga nella struttura che lo ospita”.
Sul fatto che “appaia opportuno” che Matteo rimanesse in quelle strutture abbiamo parecchi dubbi, come ho parecchio da dire su quello che è stato il ruolo dei Servizi Sociali, ai quali domando con quale criterio abbiano potuto inserire un minorenne in una struttura così palesemente inadeguata; come è possibile che gli stessi non si siano accorti, proprio dietro al cambiamento di Matteo, dell’evidenza che qualcosa non quadrasse. Forse in quella struttura Matteo non è stato inserito, ma scaricato dai Servizi Sociali perugini, come è stato per l’altro ragazzo: anche lui racconta una storia totalmente coerente con il racconto di Matteo.
Avv. Cristiano Baroni
A supporto delle accuse delle due presunte vittime, troviamo ancora le deposizioni di coloro che, nel 2014, portarono don Lucio al patteggiamento, ma recentemente abbiamo acquisito anche un’altra serie di documenti denuncia, presentati qualche anno fa da alcune persone che avevano accesso a quelle strutture.
Una vicenda complessa che ricorda il triste caso toscano del Forteto, una vicenda sulla quale l’Associazione, e l’avvocato Cristiano Baroni, intendono fare degli approfondimenti perché oltre alla pedofilia, stando alle testimonianze, potrebbe ravvisarsi anche il reato di riduzione in stato di schiavitù, reato non ravvisato dal Tribunale nel 2014 perché l’Italia non lo aveva ancora inserito nel codice penale, reato che all’epoca il Tribunale definì “abuso di mezzi di correzione”.
«La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]
“Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.
Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.
L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.
Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.
Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.
La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».
Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.
CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO
L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014
Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”
L’autore
Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.
Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).
Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)
Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.
La Rete dei Sopravvissuti agli abusi sessuali ecclesiastici dell’Argentina e la Rete L’Abuso, Associazione italiana vittime di preti pedofili (Savona, Italia), davanti alle pubblicazioni apparse sulla stampa nazionale e internazionale che danno conto – dalle dichiarazioni del portavoce del Vaticano, Greg Burke – che Papa Francesco ha avuto un incontro “di natura strettamente privata” con vittime cilene di abusi sessuali e che “non c’era nessun altro presente: solo il Papa e le vittime “, dichiarano:
RIPUDIAMO questo atto e AVVERTIAMO l’opinione pubblica che lo stesso riflette il sinistro, violento e storico comportamento della Chiesa cattolica in materia di abusi sessuali del clero.
Abbracciamo ognuna delle vittime dell’abuso sessuale ecclesiastico nel loro dolore personale e nella ricerca umana di risposte.
CONFERMIAMO il nostro sospetto che il Vaticano abbia una banca dati completa e aggiornata di dati delle sue vittime.
DENUNCIAMO la selezione premeditata di persone vulnerabili, il comportamento segreto e oscuro del pontefice, il rifiuto di ricevere richieste concrete da parte delle persone colpite e la conseguente manipolazione effettuata massimo gerarca cattolico.
Tutto questo rivela l’ostinazione nel suo procedere sinistro, in contrasto con la trasparenza che pretende di mettere in mostra.
SOSTENIAMO che papa Francesco ha violato il diritto di tutte le vittime di essere ugualmente convocate, poiché devono decidere se esercitare o no il diritto di partecipare ad un incontro e non essere selezionate come pecore dal potere religioso.
In breve, questo incontro segreto rappresenta un nuovo atto di ABUSO di POTERE e VIOLAZIONE dei DIRITTI UMANI MASCHERATO DA TOLLERANZA E PENTIMENTO.
Comunicato congiunto, nota stampa ufficiale REPUDIO