Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Perché un abusatore è ancora prete?»: il documentario Bbc e il caso di don Jean Bekiaris, a Frosinone

    «Perché un abusatore è ancora prete?»: il documentario Bbc e il caso di don Jean Bekiaris, a Frosinone

    CITTÀ DEL VATICANO — Domanda: «Perché un abusatore lavora ancora come prete?».

    Un documentario della Bbc affronta la questione degli abusi su minori nella Chiesa italiana, ricorda che nel nostro Paese non è stata ancora mai fatta un’indagine com’è avvenuto altrove e cita, tra i casi emersi negli ultimi anni, quello di don Jean «Gianni» Bekiaris, 60 anni, tuttora sacerdote nella diocesi di Frosinone.

    Una storia di violenze andata avanti per 16 anni e cominciata nel 1996, quand’era parroco a Ceprano e la vittima ne aveva otto.

    La vicenda riguarda anche, nota l’emittente britannica, «il macchinoso sistema legale italiano».

    Il pm aveva chiesto una condanna a sette anni di reclusione ma il processo è finito nel 2019 perché i reati «accertati» erano caduti in prescrizione.

    Don Bekiaris ha pagato un risarcimento alla famiglia della vittima di 112 mila euro.

    Nelle motivazioni, i giudici del Tribunale di Frosinone ne avevano riconosciuto la colpevolezza, dopo aver acquisito anche la sentenza del tribunale ecclesiastico.

    Perché nel frattempo anche la Chiesa aveva messo sotto processo e condannato il prete, ed è qui che la faccenda si complica.

    La Bbc mostra le immagini, reperibili in Rete, di Messe celebrate in pubblico da Bekiaris, anche pochi mesi fa.

    In alcune si vedono dei bambini tra i fedeli.

    Nel documentario si intervista la vittima, «sono nauseato dalla Chiesa», e viene avvicinato lo stesso don Bekiaris: «Lei è un pedofilo?». E lui: «Questo è quello che sta dicendo». «No, è quello che dice la sua vittima», ribatte il giornalista. Lui chiude la porta, «addio».

    Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, dice alla Bbc di aver seguito le procedure indicate dalla Congregazione per la Dottrina della fede, «hanno deciso in questo modo, non dipendeva da me».

    L’ex Sant’Uffizio ha deciso di vietargli «a vita» qualsiasi attività con minori.

    La Bbc riporta la risposta della Congregazione vaticana: il divieto aveva lo scopo di «guarire ed espiare», si potrebbe permettere di celebrare una messa pubblica con i minori «purché non siano mai lasciati soli».

    Al Corriere, il vescovo Spreafico spiega che era appena arrivato in diocesi quando fu informato del caso: «Ho saputo nel 2009 e l’ho immediatamente tolto dalla parrocchia, in attesa del processo è stato mandato in una comunità religiosa. Com’era mio dovere, ho istruito il processo canonico. Poi è la Congregazione per la Dottrina della fede che stabilisce sentenza: è stato condannato “ad vitam” a un ministero lontano dai minori. Di fatto la situazione è rimasta quella. Lui non può avere né avrà mai alcun incarico pastorale in parrocchia o altrove».

    Nelle pubblicazioni diocesane, ancora a luglio dell’anno scorso, Bekiaris viene indicato come «amministratore del Seminario di Veroli e responsabile della Casa di riposo del Clero». Ma il vescovo dice che non ha più questo incarico e comunque «il Seminario non esiste più da anni, rimane solo la denominazione dell’ente ma è una struttura vuota». Ora Bekiaris vive là, «in una stanza dell’edificio in cui gli altri locali sono in affitto». E «celebra Messa da solo». E le Messe pubbliche? «È capitato che mancasse un sacerdote e fosse chiamato per celebrare, finita la Messa rientrava a casa. D’altra parte, non è stato dimesso dallo stato clericale».

    Intanto è in corso una causa civile.

    Resta da stabilire perché sia ancora un prete.
     Le norme più severe stabilite da Benedetto XVI hanno accelerato le procedure fin dal 2010, la Congregazione non ha mai fornito dati precisi ma si è parlato di «centinaia» di sacerdoti in tutto il mondo che sono stati «ridotti allo stato laicale» in casi simili.

    «Centinaia? Possono dire quello che vogliono, in Italia ne hanno spretati ben pochi», dice Francesco Zanardi, vittima per tre anni di un prete pedofilo da quando ne aveva undici, che nel 2010 ha fondato «Rete l’abuso» e pochi giorni fa, con altre otto associazioni, ha dato vita al «Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica» per chiedere un’indagine indipendente anche in Italia, sul modello di Paesi come la Francia o la Germania. «Come Rete l’abuso abbiamo censito altri casi simili. Il problema è enorme. Non c’è controllo, zero. Un letamaio».

    https://www.corriere.it/cronache/vaticano-news/22_febbraio_18/bbc-don-jean-bekiaris-frosinone-82cd99c4-9028-11ec-990d-642ea57e6940.shtml

  • Ex seminarista pedofilo: patteggia 2 anni

    Ex seminarista pedofilo: patteggia 2 anni

    Nelle scorse settimane era già stato recapitato un risarcimento ai famigliari della studentessa che lo aveva accusato di abusi. Ieri, lunedì 14 febbraio, l’ex seminarista di Cuggiono, oggi ventiseienne, ha ottenuto il benestare da parte del giudice dell’udienza preliminare di Milano Sara Cipolla alla richiesta di patteggiamento a due anni di reclusione (con il beneficio della sospensione condizionale della pena) in precedenza concordata con il pm milanese Alessia Menegazzo dal suo legale di fiducia, l’avvocato Mario Zanchetti.

    Contestualmente al patteggiamento, lo stesso giudice dell’udienza preliminare ha disposto il venir meno della misura del divieto di avvicinamento alla vittima, all’epoca dei fatti quindicenne, nonché a tutti i luoghi da lei frequentati a Cuggiono a cominciare dall’oratorio dove i due si erano incontrati.

    Cambio di esistenza

    Il provvedimento restrittivo era stato emesso nel luglio scorso dal gip Alessandra Clemente che aveva preferito invece respingere la richiesta di custodia cautelare in carcere richiesta dalla Procura del capoluogo lombardo.

    All’udienza di ieri ha fatto capolino in aula l’ex aiuto del parroco di Cuggiono che, dopo lo scandalo che gli ha precluso la carriera ecclesiastica, ha optato opportunamente per un drastico cambio di esistenza, lasciando Cuggiono e l’Alto Milanese e mettendosi a lavorare come operaio. La parte offesa, rappresentata in aula dalla madre, accompagnata dai propri legali, tra i quali l’avvocato Pier Maria Corso, ha preferito disertare il viaggio a Milano per partecipare all’atto finale del procedimento penale che l’ha vista suo malgrado protagonista. D’altronde, la giovane studentessa, residente a Cuggiono, non si sarebbe ancora ripresa dalle gravi conseguenze psicologiche legate alla scabrosa vicenda. Conseguenze particolarmente severe considerato che la giovane non se l’è nemmeno sentita di sottoporsi all’incidente probatorio richiesto dalla Procura.

    Troppo doloroso per la ragazza, tuttora seguita da specialisti, rievocare le tappe di quanto accaduto con l’educatore incontrato in oratorio all’epoca in cui quest’ultimo frequentava il secondo anno di teologia al seminario arcivescovile di Venegono inferiore.

    In sede di interrogatorio di garanzia, l’imputato, una decina d’anni più grande della studentessa, si era giustificato sostenendo che quella instaurata con la ragazza fosse in qualche modo una relazione affettiva a tutti gli effetti e, senza voler urtare la sensibilità della giovane frequentatrice dell’oratorio, a suo modo paritetica. Di più, aveva sostenuto di essersi innamorato della ragazza con la quale, a suo dire, avrebbe solo scambiato teneri abbracci e baci in un’unica occasione mentre erano in macchina.

    In realtà, le carte dell’inchiesta raccontano altro. E, cioè, che l’educatore avrebbe approfittato delle insicurezze legate all’adolescenza della vittima per poterla far cadere nella propria rete. Avvalendosi, tra le altre cose, anche di un uso insistente di messaggini e di svariati invii di immagini hard agli indirizzi social della ragazza.

    L’intervento del parroco

    Peraltro, quando più o meno un anno fa di questi tempi si era sparsa la voce dell’ipotesi di abusi sessuali a carico del seminarista, il parroco aveva preso immediatamente sospeso l’educatore e aveva preso contatti con i genitori della ragazza per informarli di quello che era successo e del loro diritto di adire alle vie legali.

    Al tempo stesso, aveva fatto in modo che la Diocesi provvedesse a interrompere il percorso formativo seminaristico dell’aspirante don.

    Luca Testoni

    https://www.prealpina.it/pages/ex-seminarista-pedofilo-patteggia-2-anni-269625.html

  • Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    #ItalyChurchToo – Si è svolta questa mattina, alla presenza di circa 70 giornalisti accreditati dell’informazione nazionale e internazionale, la presentazione online del Coordinamento di associazioni contro l’abuso nella Chiesa cattolica. Il Coordinamento è composto da Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Adista, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, Left.

    Un momento fondativo perché, ha detto Ludovica Eugenio responsabile del settimanale Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse, espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento, della voce delle vittime, dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione».

    Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

    A differenza di molti Paesi nel mondo, dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

    Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

    «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime.

    Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una proposta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa. Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti. È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

    «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri. Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come i recenti sforzi del papa (con “Vos estis lux mundi”) si siano rivelati inutili: i vescovi non obbediscono alle leggi ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El Pais ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta prevenzione. Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima; si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4. Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere.
    Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede anche che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

    La parola è stata poi data ad alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’ABUSO. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’ABUSO ho dato la disponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma.

    Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore.

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subito un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

    È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la chiesa” fu la risposta) poi alle autorità». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della congregazione per la dottrina della fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

    Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere. Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo.
    Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi. Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare».

    Zattoni si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di allontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi. Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

    «Il nostro settimanale ha sempre dato attenzione al problema degli abusi su minori e donne», ha detto Federico Tulli del settimanale Left. «Proprio questa settimana verrà inaugurato il database di Left che raccoglierà i casi di abusi su minori nella Chiesa cattolica in Italia, il primo realizzato nel nostro Paese da una testata giornalistica in collaborazione con la Rete l’Abuso. Questo per sopperire a una grave mancanza, quella di una mappatura, mai realizzata né dalla chiesa né dallo Stato, su questo fenomeno criminale. Una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

    Abbiamo lavorato su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche e ci avvaliamo del contributo di esperti di varie discipline, avvocati, magistrati, psichiatri, psicoterapeuti e anche di storici. Per poter affrontare seriamente questa piaga è determinante essere chiari, soprattutto con l’opinione pubblica, su cosa sia la pedofilia, su quali siano le radici di questo fenomeno diffuso non solo nella Chiesa ma anche nella società laica. Si tratterà dunque di una mappatura in tempo reale, stanno già arrivando segnalazioni di nuovi casi, ma anche di un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa sia la pedofilia e poterla affrontare. Left dà la propria massima disponibilità a contribuire al lavoro del Coordinamento».

    La conferenza stampa – che ha visto anche la partecipazione di Anne Soupa, presidente del Comité de la Jupe a Parigi, organismo che si batte per i diritti nella Chiesa, e Marilde Iannotti di Voices of Faith, organismo attivo sul piano dei diritti delle donne nella Chiesa e sugli abusi delle religiose – si è conclusa con un ultimo intervento di Marzia Benazzi (OIVD): «Siamo partite con la nostra sensibilità di donne, occupandoci già degli abusi contro le religiose, nella convinzione che tutti gli aspetti degli abusi nella Chiesa siano originati da una condizione endemica fondante: dalla visione sessista e patriarcale dominante. Il muro del silenzio sarà duro da abbattere. Questo coordinamento riunisce una pluralità di richieste che sono dovute alle esperienze: c’è chi crede ancora che ci possa essere una trasformazione nella Chiesa, c’è chi, in una visione di vita vissuta e di sofferenze, ma siamo accomunati dalla determinazione a far sì che nulla resti intentato, perché non è una questione di credenti non credenti ma una questione di giustizia : non possiamo più accettare che tutto questo sia obnubilato o negato. Per far questo abbiamo bisogno di alleati nei giornalisti e giornaliste a cui chiediamo di sostenerci in questa azione perché l’Italia è sorda per un protervo ossequio alla cultura clericale, e non ha mai visto la nascita di una vera laicità dello Stato. Tenete alta l’attenzione, perché la laicità si esprime nella giustizia»

  • «Sono figlio di un prete pedofilo che abusò di mia madre 14enne», la storia choc di Eric Zattoni

    «Sono figlio di un prete pedofilo che abusò di mia madre 14enne», la storia choc di Eric Zattoni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Si collega via Zoom e racconta la sua choccante storia di figlio di un prete pedofilo e di una mamma abusata quando aveva appena 14 anni. Una vita trascorsa in una zona grigia, sotto una cappa di omertà e vergogna e tanto dolore. È il volto di una Chiesa feroce quella che descrive Eric Zattoni quando inizia a parlare al seminario delle vittime italiane organizzato da diverse associazioni. Appare dal salotto di casa sua, ha la voce calma ma a tratti si intuisce che deve prendere fiato e fare un bel respiro: «Ho 40 anni, vivo in provincia di Ferrara, sono figlio del prete pedofilo Pietro Tosi. Mia madre fu abusata nel 1981. Mi è stato detto dalla mia famiglia che naturalmente cercarono di denunciare l’episodio al vescovo dell’epoca, monsignor Franceschi, il quale suggerì subito di non dire nulla a nessuno. Allora mia madre e suo fratello andarono da un avvocato per fare causa al prete ma la risposta della diocesi fu una minaccia. All’epoca vivevano in una casa di proprietà della curia. La minaccia era lo sfratto, cosa che poi avvenne. Buttarono fuori casa mia mamma e anche me».

    Eric Zattoni, una storia di violenza

    Solo molto tempo dopo la famiglia Zattoni si rivolse al tribunale. Era il 2010. In quegli anni anche in Italia si cominciava a parlare apertamente di abusi grazie all’onda delle inchieste americane, al film Spotlight e agli articoli della stampa. Il reato del 1981 era però prescritto e non c’era più niente da fare. «Mi sono sottoposto all’esame del DNA, lo stesso dovette fare il prete al quale seguì la sua confessione. Nonostante questo ha continuato a fare il prete, non è mai stato sospeso da nessun vescovo, anche se tutti ovviamente sapevano. Solo dopo altre insistenze da parte mia, quando ero già adulto e potevo difendermi, venne allontanato. Nel frattempo sono passati tre Papi, 5 vescovi di Ferrara, diversi cardinali alla Congregazione della Fede, compreso Ratzinger che ovviamente sapeva benissimo che era accaduto a Ferrara. Nessuno ha mai fatto nulla per sanare questo crimine. Sono stato cresciuto dalla mia mamma, una madre bravissima nella quale leggo ancora il trauma, la condizione di vittima, di persona abbandonata a se stessa. Era solo una ragazzina».

    Alla testimonianza di quest’uomo segue quella di Francesco Zanardi, fondatore della Rete l’Abuso, quella di una altra vittima di un prete di Enna (del quale è in corso un processo civile). Il settimanale Left annuncia che metterà a breve on line il primo database dei casi di pedofilia accertati in Italia. Si basa sui dati incrociati provenienti dalla stampa e dalle procure.

    Al momento il fenomeno da parte della Chiesa italiana è quasi sconosciuto perchè la Cei non ha mai voluto fornire una fotografia reale e complessiva e, tuttora, si rifiuta di aprire gli archivi diocesani (come hanno fatto altre conferenze episcopali in Europa) per conoscere a fondo e misurare storicamente il fenomeno.

    Le vittime, durante il collegamento Zoom, hanno definito irricevibile la proposta avanzata di recente dal cardinale Gualtiero Bassetti di avviare una commissione di inchiesta. A loro parere la commissione di inchiesta proposta non è imparziale e realmente indipendente, visto che si basa solo sui dati (recenti) dei centri di ascolto diocesani. «Sarebbero troppo di parte e non obiettivi. Questi centri non hanno il carattere della terzietà. Per questo motivo la proposta di Bassetti è irricevibile».

    Mentre la Cei continua a rimandare una analisi (anche storica) del fenomeno della pedofilia su tutto il territorio nazionale, frenando ogni possibile ricerca all’interno dei propri archivi diocesani, un gruppo di associazioni si è così mosso  per mappare la piaga degli abusi, raccogliendo, catalogando, classificando tutto il materiale finora disponibile. Un lavoro incrociato immenso che ha dato vita al primo database realizzato dal settimanale Left in collaborazione con Rete L’Abuso.

    L’archivio sarà messo on line venerdì 18 febbraio su mostrando – per ora – i primi 50 casi censiti e accertati, con più di 140 vittime. Man mano che la mole enorme di carte verrà lavorata il sito sarà aggiornato in tempo reale. Al momento sono oltre 300 le vicende già sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

    Nel database figurerà il nome del sacerdote (laddove è stato reso noto) specificando se è stato condannato o è ancora sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l’anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza. A questo aspetto viene collegata anche l’eventuale sanzione canonica subita dall’ecclesiastico (sanzione che non sempre è stata fatta dalla Chiesa).

    Un numeratore terrà aggiornato il conteggio degli ecclesiastici coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all’archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti che certificano la denuncia, l’inchiesta, l’eventuale iter processuale e l’eventuale condanna in via definitiva del reo. La prima mappatura del genere è stata fatta da Francesco Zanardi nel 2010, una ex vittima di un prete pedofilo di Savona. Da vittima  ripete che «la violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti un omicidio psichico».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/fioglio_prete_pedofilo_mamma_abusata_eric_zattoni_storia_cosa_e_successo-6505465.html

  • Enna, il prete accusato di violenza sessuale sui minori: sarà presentata una denuncia all’Onu

    Enna, il prete accusato di violenza sessuale sui minori: sarà presentata una denuncia all’Onu

    Il caso di Don Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato per violenza sessuale su minori, sarà presentato all’Onu, insieme ad altri casi italiani, a testimonianza di una serie di violazioni dei diritti umani. A presentare l’istanza, che sarà resa pubblica il prossimo 15 febbraio, l’Associazione Rete l’Abuso, associazione italiana che si occupa di vittime del clero.

    Intanto, domani, giovedì 27 gennaio, al tribunale di Enna, si celebra un’altra udienza del processo a carico del sacerdote agli arresti domiciliari al seminario di Ferrara, dallo scorso aprile. È previsto il conferimento degli incarichi ai periti per le trascrizioni delle intercettazioni e l’ammissibilità di alcune prove documentali. Finora il sacerdote non è mai stato presente alla udienze.

    https://enna.gds.it/articoli/cronaca/2022/01/26/enna-il-prete-accusato-di-violenza-sessuale-sui-minori-sara-presentata-una-denuncia-allonu-6f8c7264-93cd-441c-b0cf-aae669b830b4/

  • Che cause ha la pedofilia nella Chiesa

    Che cause ha la pedofilia nella Chiesa

    Per moltissimo tempo, la questione degli abusi sessuali anche contro minori all’interno della chiesa è stata o silenziata o ridotta a un problema marginale legato alla devianza di alcuni singoli individui. Ora che in Francia la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa (CIASE) ha pubblicato un rapporto in cui si parla di 330 mila persone abusate in circa settant’anni, e ora che la Conferenza episcopale francese (CEF) ha riconosciuto ufficialmente «la responsabilità istituzionale della chiesa» e la «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze, sono in corso molte discussioni per cercare di comprendere, innanzitutto, le cause che possono essere alla base di questi abusi sistematici.

    È anche uno degli obiettivi della stessa Conferenza episcopale francese, che ha deciso di avviare un processo di riflessione attraverso la costituzione di gruppi di lavoro guidati da laici che si concentreranno su temi specifici tra i quali, appunto, «l’analisi delle cause di violenza sessuale all’interno della chiesa».

    In un recente articolo pubblicato sull’edizione francese di Slate ci si chiede se esista un profilo-tipo dei preti che sono anche predatori sessuali e se per i predatori sessuali la chiesa possa essere un luogo attrattivo, per la speranza e forse consapevolezza di poter trovare, diventando preti, delle potenziali vittime silenziose e facilmente silenziabili.

    Florence Thibaut, docente di psichiatria e presidente dell’International Association of Women’s Mental Health, ha preso parte al percorso che ha portato al rapporto del CIASE e ha avuto la possibilità di studiare le testimonianze degli autori di stupri e abusi sessuali sui minori all’interno della chiesa. Ha precisato che solo il 10 per cento di loro «ha un profilo che corrisponde a quello dei predatori pedofili».

    Il sociologo Josselin Tricou, autore di un libro sulla mascolinità dei preti, ha spiegato che «la violenza sessuale contro i bambini all’interno della chiesa non è solo opera di preti con tendenze pedofile. Considerando il gran numero di casi di violenza, si può infatti dubitare che tutti gli abusatori siano marcati da questa parafilia». Altre studiose e altri studiosi hanno confermato, arrivando alla conclusione che nei profili della maggioranza degli aggressori entrano in gioco altri fattori.

    Diversi studiosi, filosofi e psichiatri intervistati sui giornali francesi si sono chiesti se non sia la chiesa stessa, per struttura, pratiche e mentalità, ad avere un ruolo nei comportamenti e nelle pratiche abusanti. E nelle diverse analisi che si possono leggere in queste settimane tornano con insistenza le questioni dell’obbligatorietà del celibato dei sacerdoti, del voto di castità, e quella del potere legato alla loro figura e al loro ruolo.

    L’idea che il celibato o l’astinenza sessuale dei sacerdoti siano all’origine delle violenze commesse è molto comune. Diversi sacerdoti che hanno testimoniato nel rapporto del CIASE hanno in effetti riconosciuto di vivere un isolamento affettivo, «un isolamento in cui possono sviluppare un investimento emotivo» e «confondere l’affetto con il desiderio sessuale», dice Thibaut. Questa confusione può certamente derivare dall’immaturità emotiva di molti preti, che magari sono entrati in seminario in giovane età e che da lì in poi non hanno ricevuto alcuna educazione sessuale o all’affettività, se non quella che la sessualità stessa è un divieto e un tabù.

    Ma se tutto questo può essere vero o quantomeno verosimile, un legame diretto tra il celibato e il passaggio a un atto di pedocriminalità è tutt’altro che accertato. Tale legame comporterebbe, tra l’altro, di mettere sullo stesso piano il desiderio per una persona adulta e il desiderio verso un o una minore.

    L’opinione più diffusa è dunque di non attribuire troppa importanza al celibato o al voto di castità nell’analisi del sistema degli abusi all’interno della chiesa. Almeno, non al celibato o alla castità in sé. E lo chiarisce anche il CIASE, dicendo che il celibato dei preti non ha alcun legame di causalità con le violenze sessuali commesse, tanto che un terzo di quelle stesse violenze è stato commesso da laici legati alle istituzioni della chiesa, soprattutto nelle scuole, e dunque da persone non costrette al celibato o alla castità.

    Marie-Jo Thiel, medica e docente di etica e teologia, ha individuato dunque come centrale in questo discorso il potere, che ha con il celibato ecclesiastico «un legame storico». Quella del celibato ecclesiastico è infatti una tradizione antichissima: è una prassi che risale ai primi secoli dopo Cristo, ma che si impose più tardi, dall’XI secolo in poi, grazie alla dottrina della “transustanziazione” in cui venne ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profondo rispetto al passato.

    Il celibato, come ha riassunto su Avvenire il sacerdote e psicologo Lello Ponticelli, «esprime un aspetto dell’imitazione di Cristo, l’unione intima, affettiva, profonda, in anima, corpo, affetti, sentimenti, sessualità, con Lui», esprime «una piena e appassionata dedizione alla Chiesa, a una comunità concreta» e non coincide con «la rinuncia ad amare», ma con «la scelta di amare teneramente e liberamente tutti e ciascuno, senza riserve, senza tenere nulla per sé, rinunciando al sesso, a una propria famiglia, ai figli, con tutto il valore simbolico che questo esprime». Secondo Ponticelli il celibato «è per annunciare il Regno che verrà, anticipando la morte nella propria vita – il senso più profondo del suo aspetto di ‘mortificazione’ – e così testimoniare la bellezza della risurrezione e il profumo dell’eternità, la gioia del paradiso dove non ci sarà più né moglie né marito».

    Il legame con gli abusi sessuali potrebbe allora derivare in modo indiretto dal fatto che il celibato alimenta l’idea della sacralità del sacerdote, una convinzione che potrebbe indurlo a un sentimento di «onnipotenza» e ad auto-percepirsi come una specie di «superuomo».

    Nathalie Sarthou-Lajus, vicedirettrice della rivista gesuita Études ed esperta di questioni religiose, ha spiegato che parte del problema è secondo lei proprio «lo status “a parte” del sacerdote» che in alcuni casi può fargli «covare la tentazione dell’onnipotenza». Questa onnipotenza, ha spiegato a sua volta il sociologo Josselin Tricou, può aver insinuato nei sacerdoti l’idea di poter esercitare un potere anche sui corpi degli altri. La posta in gioco nella violenza sessuale, ha spiegato, non è infatti il desiderio sessuale, ma la dinamica di potere che viene esercitata attraverso la sessualità.

    L’idea del celibato ha poi alimentato l’idea che il sacerdote sia una creatura eterea e desessualizzata, priva di desideri e pulsioni. E questo ha a sua volta incoraggiato una fiducia quasi assoluta nei suoi confronti, ma anche il silenzio o la minimizzazione intorno ai crimini sessuali.

    «La sacralizzazione del sacerdote e dei sacramenti di cui ha il monopolio possono essere facilmente deviati per ottenere favori sessuali. Il principio della vocazione (l’idea che il sacerdote sia stato chiamato da Dio) ne accresce la presa e può far credere alla sua vittima di essere essa stessa scelta da Dio. L’influenza caritatevole (l’idea che il sacerdote non eserciti un ​​potere ma si sacrifichi al servizio dei più piccoli) garantisce la sua impunità e la negazione che circonda il suo abuso di potere», conclude Tricou.

    In tutto questo ha infine un ruolo la struttura stessa della chiesa. I sacerdoti colpevoli di violenza sessuale ascoltati dal CIASE non hanno negato la responsabilità dell’istituzione, evocandone il silenzio e la mancata prevenzione di stupri e aggressioni sessuali al suo interno: in assenza di limiti, alcuni sacerdoti sembrano essersi sentiti autorizzati a perpetuare gli abusi.

    https://www.ilpost.it/2021/11/23/sacerdoti-pedofilia-diffusione-motivi/

  • Andato troppo presto:  Philip James Saviano  23 giugno 1952 – 28 novembre 2021

    Andato troppo presto: Philip James Saviano 23 giugno 1952 – 28 novembre 2021

    Visualizza il nostro tributo a Phil (il PDF viene scaricato sul tuo dispositivo) Boston Globe Tributo a Phil – SERVIZI

    “La verità prevale” – Jan Hus

    “Saviano è ciò di cui non si vede abbastanza in questa tragica storia; un vero sopravvissuto, un esempio vivo e stimolante di un uomo che ha lottato per venire a patti con quello che è successo e ha trionfato.Margery Eagan, BOSTON HERALD 2002

    La biografia di Phil Saviano

    Il suo nome “Phil Saviano” è diventato noto alle vittime di abusi del clero in tutto il mondo nel 2016, grazie alla sua interpretazione nel film vincitore dell’Oscar, “Spotlight”. Tuttavia, le persone negli Stati Uniti, specialmente quelle strettamente coinvolte nello SNAP, la rete dei sopravvissuti degli abusati dai preti”, sapevano ormai da quasi 25 anni del coraggio, della compassione e della generosità di spirito di Phil.

    Fu alla fine del 1992 che ruppe il silenzio sulle aggressioni sessuali subite durante l’infanzia da parte del prete della diocesi di Worcester, MA, David Holley. Le sue rivelazioni portarono a notizie in prima pagina sul Boston Globe e su USAToday . Nel 1996, dopo aver ottenuto l’accesso ai file personali di Holley, Phil ha raggiunto un accordo legale con la diocesi. Con un trionfo unico, è diventato la prima vittima conosciuta di abusi del Massachusetts a risolvere un caso senza restrizioni nel parlare liberamente di ciò che aveva appreso. Ha portato a una storia del Boston Globe con un titolo che era predittivo del futuro lavoro di Phil, “He Refuses To Be Silent”. L’anno successivo, ha formalizzato il suo intervento verso altre vittime e ha istituito il capitolo SNAP del New England.

    Nell’agosto 2001, il team di Spotlight Investigation del Boston Globe lo chiamò per quello che sarebbe diventato un incontro storico. Il capo della squadra, Walter Robinson, aveva appena ricevuto l’ordine dal nuovo caporedattore del giornale, Marty Barron, di approfondire il caso del prete pedofilo John Geoghan. L’invito di Phil a incontrare il team è arrivato dopo tre conversazioni telefoniche con Robinson, che si è reso conto che la profonda conoscenza di Phil sulla questione sarebbe stata molto utile quando la sua squadra ha avviato le indagini. La presentazione di Phil ai quattro giornalisti è andata avanti per quasi quattro ore. Il giornalista di Spotlight Mike Rezendes lo ricorda come “un seminario di livello universitario sulla questione degli abusi del clero cattolico”.

    Durante il conferimento con i giornalisti del Globe per i mesi successivi, Phil ha anche rilevato e ampliato il nascente sito Web di SNAP. Ciò che ha creato è diventato una risorsa educativa per i giornalisti e il pubblico. Nel 2002, quando il problema degli abusi del clero è esploso in una delle più grandi notizie nazionali del decennio, il sito Web è diventato un’ancora di salvezza, collegando e mobilitando i sopravvissuti agli abusi del clero negli Stati Uniti. Alla fine di quell’anno storico, poco prima che il cardinale Law si dimettesse dall’arcidiocesi, Phil rinunciò al suo ruolo di leader volontario alla guida del capitolo SNAP, cercando una vita più tranquilla e un lavoro retribuito. È passato ad altri progetti, ma ha continuato a gestire il sito Web SNAP, ora in una posizione retribuita, fino al 2007.

    I suoi altri contributi a SNAP includono due mandati nel consiglio di amministrazione di SNAP. Ha accompagnato il team SNAP e CCR nel loro tour stampa europeo del 2011 dopo aver presentato alla Corte penale internazionale dell’Aia le accuse secondo cui i funzionari vaticani stavano commettendo crimini contro l’umanità . Nel 2013, ha gestito il sito Web e ha contribuito a convocare la prima SNAP Global Conference, a Dublino, in Irlanda. Alla sua conferenza annuale nel 2015, SNAP ha presentato a Phil il suo Pioneer Award. Il video della presentazione e il suo discorso di accettazione sono contenuti altrove su questo sito.

    Attraverso 25 anni di attivismo, Phil ha mostrato una straordinaria capacità di prosperare, sia fisicamente che emotivamente, nonostante le esperienze che potrebbero far deragliare gli altri. Questo tratto sembra risalire alla sua infanzia. In una lettera dal carcere del 1995, p. David Holley ha ricordato il ragazzo di 12 anni che aveva molestato. “Anche in tenera età”, scrisse, “Phil aveva molto talento e possedeva una personalità notevole”. Non ci si potrebbe aspettare tali parole di elogio da un molestatore seriale di bambini. Tuttavia, indipendentemente dal suo talento o personalità, i ripetuti assalti che ha subito da parte del sacerdote hanno lasciato il segno.

    Anni dopo, quando era un giovane al college, Phil era ossessionato dalle ricadute psicologiche dei suoi abusi. Attraverso una profonda introspezione e due estati di viaggi solitari in autostop attraverso l’Europa, è riuscito a tirarsi fuori da un crollo emotivo. Con una visione più illuminata del mondo e del suo posto in esso, iniziò a rimettere in carreggiata la sua vita.

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  • Perché la Chiesa cattolica spagnola rifiuta un’indagine indipendente sulle denunce di abusi sessuali?

    Perché la Chiesa cattolica spagnola rifiuta un’indagine indipendente sulle denunce di abusi sessuali?

    Gli attivisti chiedono un’indagine indipendente sui presunti abusi sessuali nella Chiesa cattolica spagnola.

    Insistono sul fatto che il numero di casi è alla pari con la vicina Francia, dove una recente indagine ha trovato 218.000 vittime dal 1950.

    Ma quando venerdì (19 novembre) si è conclusa la riunione dei vescovi della Conferenza episcopale a Madrid, la chiesa ha negato le affermazioni.

    Il portavoce Luis Argüello ha ribadito che l’istituzione non sarebbe “proattiva” nell’intraprendere un’indagine esterna sulle accuse di abusi sessuali.

    “Non siamo disposti a svolgere indagini statistiche e sociologiche”, ha detto.

    “Sono pochi i casi”, ha aggiunto, citando lo 0,8% dei preti colpevoli di tali crimini dal 1950. “Perché l’attenzione è rivolta solo alla Chiesa cattolica?”

    La smentita arriva quando Francia, Irlanda, Germania e Belgio hanno svolto indagini indipendenti dopo che gli Stati Uniti avevano aperto la strada nel 2002; Anche il Portogallo ha appena nominato una commissione nazionale per fare altrettanto.

    “La Spagna è in una posizione paradossale perché è stretta tra Francia e Portogallo che sono intervenuti”, afferma Gema Varona, docente di politica criminale presso l’Università dei Paesi Baschi, che ha presentato a giugno uno studio indipendente sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica spagnola insieme all’Università di Barcellona e all’Università Oberta Catalonia.

    Anche prima del raduno della Chiesa cattolica spagnola, le speranze delle vittime per una maggiore responsabilità erano trascurabili.

    Il jamboree non ha previsto un incontro con le vittime stesse, nonostante il fatto che molti chiedano semplicemente che le loro storie vengano ascoltate; storie come quella di Enrique Pérez Guerra, che racconta di essere stato abusato da padre Javier, 60 anni, quando aveva appena 12 anni nel monastero Carmelitas di Saragozza, provincia di Aragona, nel 1968.

    “Volevo essere un prete e un missionario”, racconta a Euronews. “Così sono andato da padre Javier, per vedere se poteva aiutarmi e lui mi ha detto di venire nella sua cella nei pomeriggi dove abusava di me. Era molto rispettato dalla mia famiglia e da tutte le persone intorno e, mentre continuavano gli abusi, veniva a cena a casa nostra. Si è presentato come un uomo affabile e gentile. L’abuso è andato avanti per cinque mesi fino a quando non è stato trasferito in Andalusia. Per tutto quel tempo, ero terrorizzata che i miei genitori lo scoprissero. Pensavo di commettere un peccato mortale e gli ho chiesto di confessarmi, ma mi ha riso in faccia».

    Ci sono voluti 10 anni perché Enrique parlasse.

    “Mi sono autolesionato e sono stato bocciato a scuola e spesso mi sono allontanato”, dice il 65enne che in seguito ha scritto il libro di memorie Hidden Afternoons. “Avevo il terrore di diventare come padre Javier. A quei tempi, essere omosessuale veniva confuso con l’essere pedofilo, quindi quando ho iniziato a uscire con la donna che ora è mia moglie, mi sono sentito sollevato. Ma la colpa è ancora lì; Ho ancora dei sogni”.

    L’esperienza di Emiliano Álvarez Delgado è stata altrettanto se non più straziante. È stato presumibilmente abusato da una banda di preti pedofili nel seminario per minori di San José de la Bañeza in Castiglia e Leon nel 1977 quando aveva solo 10 anni.

    “Sono entrati nei dormitori di notte e hanno scelto in quale letto sarebbero andati”, dice il 55enne. “Hanno tirato indietro le coperte del tuo letto, ti hanno tirato giù i pantaloni e ti hanno toccato, baciato e succhiato il tuo pene. Non l’ho mai detto ai miei genitori perché non mi avrebbero creduto e nella scuola c’era un clima di paura e tante botte. Ti picchierebbero per qualsiasi cosa. Una volta che mi hanno mandato a volare a 10 metri lungo un corridoio, mi hanno colpito così forte. Non so di cosa avessi più paura: le percosse o gli abusi”.

    Emiliano è scappato dal seminario quando aveva 12 anni.

    “Pensavo che quando sarei uscito da lì sarebbe finita, ma poi arriva l’eredità”, dice. “Nel mio caso, è arrivata sotto forma di alcol, droga e prostituzione. Sto bene ora, ma probabilmente non riuscirò mai a superare del tutto quello che mi hanno fatto”.

    “Get over it” è stato il messaggio che Enrique ha ricevuto quando è stato finalmente visto dal vescovo di Maiorca, Sebastià Taltavull, diversi anni fa.

    “Gli ho scritto tre volte e la terza ha accettato di vedermi. Mi ha detto che avrei dovuto dimenticare l’abuso e metterci una buona faccia”, dice.

    Secondo Juan Cautrecosas, presidente dell’Associazione per l’infanzia rubata (ANIR), il cui figlio è stato vittima di abusi sessuali mentre frequentava una scuola dell’Opus Dei a Bilbao, le recenti statistiche pubblicate dalla Chiesa secondo cui sono indagati 220 casi di abusi ben lungi dalla realtà, visto che il rapporto Suavé prodotto dall’inchiesta esterna in Francia ha citato un minimo di 216.000 vittime dal 1950.

    “È assolutamente falso che i casi di pedofilia all’interno della Chiesa [cattolica spagnola] siano pari allo 0,8%”, afferma. “Hanno manipolato le statistiche in Spagna, ricorrendo solo alla fondazione ANAR per le segnalazioni di abusi. Ma molte vittime non hanno denunciato i loro abusi all’ANAR così brillante come quella fondazione. In Spagna le cifre sono simili a quelle francesi, se non superiori. C’è una tradizione di trasparenza in Francia, mentre in Spagna c’è il senso di impunità della Chiesa e il timore di ripercussioni delle vittime».

    Il timore non è infondato. Quando Juan e sua moglie hanno denunciato l’abuso di suo figlio un anno dopo che è avvenuto nel 2010, la famiglia è stata bombardata da minacce che li hanno costretti a cambiare casa nel 2013, ha detto Cautrecosas.

    “Abbiamo ricevuto chiamate con il chiamante rimasto in silenzio, poi messo giù il telefono e siamo stati fermati per strada da una figura sinistra che si sfregava le mani e ci diceva che avremmo pagato per quello che stavamo facendo. La scuola non ha fatto nulla e si è schierata dalla parte del prete che ha ottenuto 11 anni, che la Corte Suprema ha ridotto a due», racconta.

    Quando Emiliano ha denunciato il suo abuso diversi anni fa, dice che il vescovo ha permesso al suo aggressore sopravvissuto di portarlo in tribunale per aver fatto false accuse. Il suo passato a scacchi più recente è stato allevato ed è stato raffigurato come un delinquente sulla marca.

    Varona suggerisce che la cifra dello 0,8% è solo la punta dell’iceberg.

    “Dato che è del 1950 – quando Franco era al potere e c’erano molte scuole religiose – non è credibile”, dice.

    Ma la Chiesa cattolica spagnola insiste che qualsiasi abuso è eccezionale. Inoltre, i vescovi si sono dichiarati pionieri nell’andare a fondo di ogni accusa con una serie di regole innovative per rafforzare il sostegno offerto dai loro Uffici per la protezione dei minori, istituiti nel marzo 2020 in ciascuno dei Le 70 diocesi spagnole per ordine di papa Francesco.

    Ma Juan Cuatrecasos dell’ANIR è irritato dalle loro affermazioni.

    “Non è accettabile che si vantino di presunte norme antipedofilia, dichiarandosi pionieri, quando è già risaputo che il loro atteggiamento di non essere propositivi nelle indagini sui loro crimini li tradisce”, dice. “È vergognoso e intollerabile che continuino a negare e nascondere la verità. Il 20 novembre è la Giornata universale dei bambini; sarebbe stato un atto di umanità ed empatia se ne avessero tenuto conto prima di mancare nuovamente di rispetto ai bambini e ai loro diritti”.

    Riguardo agli Uffici per la Tutela dei Minori, Varona dice: “So dalle vittime che si sono rivolte a questi uffici che non si sentono trattate bene. Devi creare un’entità indipendente come Towards Healing in Irlanda”.

    Quindi la Chiesa cattolica spagnola sarà persuasa ad avviare un’indagine? Dopotutto, l’inno La Muerte no es el Final, composto dal defunto sacerdote Ceráreo Gabaráin, accusato di molteplici casi di abusi mentre insegnava alla scuola religiosa Maristas di Madrid, è ancora suonato dalle forze armate spagnole e cantato dal re Felipe VI in occasione della Giornata Nazionale, con i suggerimenti che dovrebbe essere vietato ha incontrato l’incredulità.

    “Una tale condanna sarebbe medievale”, ha detto il portavoce Argüello dopo che gli Stati Uniti l’hanno bandita ad agosto.

    Enrique cita il film Spotlight del 2015, la storia vera di come il Boston Globe ha segnalato gli abusi sui minori all’interno dell’arcidiocesi cattolica locale e dice di sentirsi triste che la stessa cosa non accadrà in Spagna.

    “Qualsiasi cambiamento qui sarà in misura minore”, dice. “La transizione non è stata completata, culturalmente parlando. Ci sono ancora molti tabù; non siamo una società del libero pensiero; non una democrazia completa. È risaputo che è meglio stare attenti se si litiga con il clero, e quando la gente vuole dire che ti sei scontrato con un muro di mattoni, c’è il detto spagnolo ‘Ti sei scontrato con la Chiesa’”.

    Alla fine della 117ma assemblea della Conferenza episcopale spagnola, alcune delle presunte vittime potrebbero sentirsi esattamente così.

    Euronews ha chiesto alla Chiesa cattolica spagnola di commentare questo articolo, ma non ha risposto al momento della pubblicazione.

    https://www.euronews.com/2021/11/22/why-is-spain-s-catholic-church-refusing-an-independent-investigation-into-sex-abuse-claims

  • I ricercatori denunciano che i registri delle scuole residenziali una volta tenuti in Canada ora sono a Roma

    I ricercatori denunciano che i registri delle scuole residenziali una volta tenuti in Canada ora sono a Roma

    ATTENZIONE: questa storia contiene dettagli angoscianti.

    I ricercatori di Ottawa hanno scoperto nuove prove che suggeriscono che alcuni documenti d’archivio relativi alle scuole residenziali in Canada sono ora disponibili solo a Roma, spingendo rinnovati appelli al Vaticano per il rilascio di documenti storici che potrebbero aiutare a ricostruire ciò che è successo ai bambini indigeni che sono stati costretti a frequenta le 48 scuole residenziali un tempo gestite dagli Oblati di Maria Immacolata.

    “I documenti che avevamo esaminato qui non si trovano più in questo paese”, ha affermato Brenda Macdougall, professoressa e professoressa di ricerca nelle  tradizioni familiari e comunitarie di Métis presso l’Università di Ottawa.

    “Quei documenti appartengono al Canada. Appartengono prima di tutto al popolo… Devono tornare attraverso un mandato di comparizione o la chiesa. Il Papa stesso può sospendere il diritto canonico e restituirli”.

    Gli storici dicono anche alla CBC di essere allarmati nel vedere alcuni vecchi materiali provenienti dall’ex quartier generale degli Oblati a Ottawa gettati in un cassonetto circa sette anni fa.

    A partire dalla fine del 1800, gli Oblati di Maria Immacolata, un ordine cattolico, hanno svolto un ruolo significativo nello sviluppo delle scuole indigene.

    L’ordine gestiva istituzioni in tutto il paese, comprese le tre ex scuole residenziali dove sono state recentemente scoperte tombe senza nome a Kamloops, BC, Marieval, Sask. e vicino a Brandon, Man.

    Oggi l’ordine è piccolo, con solo poche centinaia di preti anziani rimasti per svolgere ciò che il loro attuale leader, padre Ken Thorson, chiama “l’importante lavoro di comprendere le verità di ciò che è accaduto e di possedere queste verità con profonda umiltà”.

    Secondo il Centro nazionale per la verità e la riconciliazione, gli Oblati hanno un ampio archivio di “corrispondenza, rapporti, registri del personale, documenti finanziari, fotografie ed elenchi”.

    Dal 2011, migliaia di materiali oblati sono stati consegnati e digitalizzati dal centro, ma ci sono ancora molti altri documenti da rendere accessibili.

    E molti di questi documenti erano conservati negli Archivi Deschâtelets, precedentemente situati nel seminario degli Oblati a Ottawa, vicino alla Saint Paul University.

    Archivi spostati

    “Gli Archivi Deschâtelets erano assolutamente il deposito di documenti per tutte le missioni occidentali, per le missioni settentrionali, per le missioni orientali”, ha detto Macdougall.

    Fino al 2014, Macdougall e i suoi colleghi storici hanno condotto ricerche negli archivi sulle prime missioni degli Oblati, inclusa la scoperta di informazioni sulle scuole residenziali.

    Quell’anno, tuttavia, la proprietà di Ottawa degli Oblati fu venduta e gli archivi furono spostati.

    Gli Oblati hanno detto alla CBC che la maggior parte dei loro documenti sono stati inviati al loro archivio nel campus degli Oblati a Richelieu, Que.

    Ma Macdougall e un altro storico hanno entrambi detto alla CBC che recentemente, quando stavano verificando le note a piè di pagina nella loro ricerca accademica, gli archivisti oblati hanno detto loro che almeno una serie di documenti significativi, precedentemente situati a Ottawa, ora vivono a Roma. Gli è stato detto che non ci sono nemmeno trascrizioni in Canada.

    I documenti in questione riguardano la storia della prima scuola residenziale nel Saskatchewan settentrionale.

    “Quindi abbiamo chiesto se questi fossero i documenti originali o se avessimo guardato delle copie, e la risposta è stata no, tutti i documenti appartengono a Roma”, ha detto Macdougall.

    GUARDA | Ricercatori preoccupati dopo che i registri della scuola residenziale della chiesa sarebbero stati trasferiti a Roma: https://www.cbc.ca/player/play/1973589571971

    https://www.cbc.ca/news/canada/ottawa/residential-school-records-now-in-rome-researchers-survivors-concerned-1.6241449

  • Assemblea Plenaria dei Vescovi di Francia – Risoluzioni votate dai Vescovi di Francia l’8 novembre 2021

    Assemblea Plenaria dei Vescovi di Francia – Risoluzioni votate dai Vescovi di Francia l’8 novembre 2021

    Promemoria della tappa del 5 novembre 2021: riunione in Assemblea Plenaria a Lourdes, dopo aver riconosciuto durante la loro ultima Assemblea nel marzo 2021 la loro responsabilità di vescovi, i vescovi di Francia hanno potuto verificare che hanno accettato di:

     Riconoscere la responsabilità istituzionale della Chiesa nelle violenze subite da tante persone vittime.

     Riconoscere la dimensione sistemica di questa violenza: nel senso che non è solo la di individui isolati, ma sono state rese possibili da un contesto globale. Operazioni, mentalità e pratiche all’interno della Chiesa cattolica hanno permesso che questi atti si perpetuassero e hanno impedito di essere denunciato e punito.

     Riconoscere che questa responsabilità comporta un dovere di giustizia e riparazione, che apre la possibilità chiedere perdono in verità.

    ***

    “Ogni volta che l’hai fatto a uno di questi fratelli più piccoli, l’hai fatto a me. ” Mt 25,40

    Ascoltando le persone vittime di abusi e informate dal rapporto CIASE, i vescovi di Francia hanno voluto sottomessi alla Parola di Dio che li spinge ad agire, adottando misure affinché la Chiesa adempia la sua missione nella fedeltà al Vangelo di Cristo.

    1. Misure globali Ente nazionale

    1.1 Per le persone vittime di violenze e aggressioni sessuali, i Vescovi di Francia decidono che INIA creata nel marzo 2021 diventa l’Autorità nazionale indipendente per la ricognizione e la riparazione (INIRR). Sua La presidenza è affidata alla signora Marie Derain de Vaucresson, avvocato, dirigente del Ministero della ex giustizia avvocato dei bambini vice del difensore dei diritti umani dal 2011 al 2014, la cui missione è iniziata nel presenti con i mezzi finanziari necessari. (R27-31-32) – 1R + numero si riferisce alle raccomandazioni del rapporto CIASE

    Chiedi al Santo Padre

    1.2 I vescovi di Francia riuniti in Assemblea chiedono al Papa, da cui derivano la loro missione, di inviare a team di visitatori per valutare questa missione per quanto riguarda la protezione dei minori e per dare, se necessario, il follow-up dopo la loro visita. Finanziamento

    1.3.1 Per risarcire le vittime, i vescovi di Francia si impegnano a finanziare, se necessario, il Fondo SELAM mediante dismissione di beni immobili e mobili del CEF e delle diocesi. (R33)

    1.3.2 Si può contrarre un prestito per anticipare i bisogni. sinodalità 1.4 Per dare seguito ai lavori dell’assemblea plenaria con le vittime e gli altri ospiti, il I Vescovi di Francia hanno costituito gruppi di lavoro formati da laici, diaconi, sacerdoti, persone consacrate, vescovi. Le vittime saranno associate ad esso. Questi gruppi ricevono una lettera di missione dal Consiglio Permanente con una linea temporale. Gli riferiscono sull’andamento dei loro lavori per l’Assemblea plenaria. Tutti i gruppi sono guidati da un coordinatore (maschio o femmina) sotto la responsabilità del Segretario Generale della Conferenza Episcopale. Coordina il seguito alle raccomandazioni del CIASE e il lavoro gruppi sinodali. Un momento di accoglienza globale per questo lavoro avrà luogo nella primavera del 2023 in collaborazione con religiosi (CORREF) e tutte le forze vive della Chiesa in Francia. (R34)

    I vescovi decidono di creare i seguenti gruppi di lavoro:

    1.4.1 Condivisione di buone pratiche in risposta ai casi segnalati

    1.4.2 Confessione e accompagnamento spirituale (R8,45)

    1.4.3 Accompagnamento dei sacerdoti coinvolti (R1)

    1.4.4 Discernimento vocazionale e formazione dei futuri sacerdoti (R44)

    1.4.5 Sostegno al ministero dei vescovi (R13,34)

    1.4.6 Sostegno al ministero dei sacerdoti (R35,44)

    1.4.7 Modo di associare i fedeli laici ai lavori della Conferenza Episcopale (R34,36)

    1.4.8 Analisi delle cause della violenza sessuale all’interno della Chiesa (R2)

    1.4.9 Mezzi di vigilanza e controllo delle associazioni di fedeli che conducono la vita comune e di qualsiasi gruppo affidarsi a un carisma particolare. (R5)

    2. Misure speciali

    2.1 I Vescovi di Francia decidono su un audit esterno delle cellule di ascolto delle vittime, con conseguente a carta comune e un metodo di valutazione periodica da affidare al Consiglio per la prevenzione e la lotta contro pedofilia. Questa carta e questa valutazione sono offerte agli istituti e alle comunità religiose (R 15-22).

    2.2 I Vescovi di Francia chiedono la verifica sistematica del casellario giudiziario di qualsiasi agente pastorale (laico, consacrato, chierico) chiamato a lavorare con i minori. (R1)

    2.3 I vescovi di Francia decidono che tutti i sacerdoti (laici e religiosi) stabiliscano un modello nazionale di celebrit aggiornate regolarmente, con indicazione della facoltà di confessarsi.

    2.4 I vescovi di Francia chiedono la partecipazione di almeno una donna al consiglio di ogni seminario e di case di formazione, con diritto di voto. (R6 – 44)

    2.5 I Vescovi di Francia affidano al CPLP l’istituzione di un archivio nazionale di misure preventive per diocesi, movimenti e comunità (sistemazione dei locali, formazione obbligatoria, valutazione, regolamento…). Questo archivio si traduce in una carta nazionale di buona condotta per la protezione dei minori. (R45)

    2.6 I vescovi di Francia hanno uno studio di esperti per effettuare una valutazione dei rischi, da aggiornare (R35), anche rispetto a un corrispondente sistema di misure preventive. (R13)

    2.7 I Vescovi di Francia decidono che i comitati e i consigli della loro conferenza siano tutti composti dei vescovi e degli altri membri del popolo di Dio. (R36)

    2.8 I Vescovi di Francia si impegnano a chiedere, ciascuno per la propria diocesi, la firma di un protocollo con la o i pubblici ministeri interessati. (R29-42)

    2.9 I vescovi di Francia scelgono di trasferire per l’anno 2022 alla III domenica di quaresima, giorno di preghiera per le persone vittime di violenze, aggressioni sessuali e abusi di potere e di coscienza in all’interno della Chiesa, in programma il 3° venerdì di Quaresima. (R26)

    2.10 I Vescovi di Francia, riuniti in Assemblea Plenaria, decidono di erigere un tribunale penale canonico nazionale e approvare gli statuti di questo tribunale in prima istanza, che entrerà in carica il 1° aprile 2022. (R40).

    2.11 La Commissione dottrinale organizza il lavoro su tutti i punti dottrinali menzionati nella relazione del CIASE (morale sessuale, antropologia, sacerdozio ministeriale, strumentalizzazione della Parola di Dio, distinzione tra potere d’ordine e potere di governo…), basato sulle capacità di università cattoliche. Riferisce sui progressi del suo lavoro al Consiglio Permanente prima di ogni Assemblea plenaria. (R4,7,11,34)

    2.12 I Vescovi di Francia chiedono al Concilio domande canoniche per precisare il raccomandazioni del rapporto CIASE che devono essere sottoposte all’approvazione della Santa Sede e del presente all’Assemblea Plenaria nel marzo 2022 (R9, 10, 37, 38, 39, 41)

    APLourdes-nov-2021-Resolutions-votees-en-assemblee-pleniere