Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofili e amanti di festini, segni particolari: PRETI

    Pedofili e amanti di festini, segni particolari: PRETI

    CRACOVIA – «Era il diavolo che mi consigliava» ha confessato candidamente il prete pedofilo ad Anna Miesiewicz, una delle sue tante vittime, violentata all’età di 8 anni, «lo so che non avrei dovuto- ha aggiunto- ma ho ceduto a una stupida passione».

    Poche parole, senza neanche un reale segno di pentimento. Forse solo il dispiacere di essere stato scoperto e il fastidio di trovarsi di fronte alla bambina, oggi donna, che lui ha toccato e abusato rovinandole per sempre la vita.

    Questa, e tante altre testimonianze, sono contenute nel docu-film intitolato “Tylko nie mòw nikomu” (“Non dirlo a nessuno”), disponibile su Youtube. Realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski è stato visto da oltre 18 milioni di persone in Polonia, un’enormità se si pensa che il Paese ha una popolazione complessiva di 38 milioni di persone.

    «Non devi dirlo a nessuno» – Mariusz, per esempio, è stato abusato da padre Jeroslaw per 9 anni. «Non dirlo a nessuno o sarà la rovina per tutti e due», aveva intimato il sacerdote al bambino di cui diceva di prendersi cura. «Poi un giorno – racconta Mariusz – mi ha portato in canonica e mi ha detto di sdraiarmi sul letto. Gli dicevo che mi faceva male ma lui ha continuato».

    Mariusz decise di raccogliere tutto il coraggio che gli restava e denunciare il sacerdote che, dopo un umiliante processo per la giovane vittima, accusata di aver fatto sesso in cambio di soldi, venne condannato alla pena di tre anni di reclusione. Fino alla condanna definitiva però padre Jeroslaw ha potuto celebrare messa in un’altra parrocchia.

    Il film ha scoperchiato il vaso di Pandora facendo luce sul dramma della pedofilia che ha impunemente macchiato, per anni, la Chiesa polacca con milioni di casi insabbiati e scandali nascosti.

    Il caso di Mons. Glodz – Lunedì 29 marzo due vescovi polacchi, monsignor Slawoj Leszek Glodz, già arcivescovo di Danzica, e monsignor Edward Janiak, già vescovo di Kalisz, sono stati puniti dalla Santa Sede in quanto colpevoli di aver nascosto numerosi casi di pedofilia di cui si sono macchiati tantissimi sacerdoti polacchi. Ai due vescovi è stato ordinato di cambiare residenza e abitare fuori dalla diocesi con il divieto di partecipare alle cerimonie liturgiche e agli incontri con i fedeli.

    Inoltre, sia Glodz che Janiak devono versare parte del proprio patrimonio alla fondazione ecclesiale che offre assistenza alle vittime di abusi sessuali perpetrati dal clero. Prima della definitiva rimozione di lunedì scorso, Mons. Edward Janiak era già stato oggetto di un severo provvedimento di Papa Francesco che lo aveva ‘commissariato’ affiancandogli come Amministratore apostolico sede plena l’Arcivescovo di Lodz, Mons. Gzegorz Rys.

    L’arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, mons. Wojeciech Polak, nella sua qualità di delegato dell’episcopato polacco per la protezione di bambini e adolescenti, chiese con forza, nel 2019, al Vaticano d’indagare sulle coperture degli abusi sessuali commessi da padre Arkadiusz Hajdasz, noto pedofilo, e il Papa intervenne commissionando appunto la diocesi. Sia Mons. Glodz che Mons. Janiak erano quindi da tempo nel mirino della Santa Sede proprio per le omissioni di cui si sono resi colpevoli.

    Una figura oscura – Con riferimento a Mons. Glodz nel documentario “Non dirlo a nessuno” viene descritto come una persona fredda e indifferente al dolore delle vittime. Chiamato a commentare direttamente il filmato si sarebbe limitato a dire: «Non guardo niente di vecchio». Viene inoltre mostrato mentre elogia platealmente il noto prete pedofilo Cybula, già cappellano personale di Lech Walesa, nonostante fosse perfettamente a conoscenza dei suoi abusi.

    Voci insistenti sul dubbio passato di Glodz circolano nell’ambiente della Curia romana già da moltissimi anni, avendo lo stesso rivestito un ruolo di primo piano come informatore dei servizi segreti al servizio della Repubblica popolare di Polonia con il compito di riferire dell’operato di Papa Giovanni Paolo II e della sua politica nei confronti del blocco sovietico.

    Un gruppo di attivisti proietta il docufilm-verità “Non dirlo a nessuno” sulla casa di Glodz, a Gdansk.

    Il 17 marzo del 2013 il settimanale polacco Wprost aveva pubblicato un articolo che raccoglieva una serie di testimonianze dell’entourage di Glodz nel quale veniva accusato di mobbing e intimidazione ai danni dei propri subordinati oltre che dell’organizzazione di feste ad alto tasso alcolico. Un dozzina di preti, rimasti anonimi, accusarono inoltre Glodz di offrire incarichi ecclesiastici a pagamento per finanziare uno stile di vita definito “sontuoso”.

    Sedici sacerdoti, tra cui il professore di filosofia e sacerdote di Varsavia Adam Swiezynski, ebbero il coraggio di esporsi in prima persona e di firmare una lettera inviata al Nunzio Apostolico in Polonia per denunciare apertamente ricatti e intimidazioni perpetrate a loro danno dall’ecclesiastico. All’epoca l’Arcidiocesi di Danzica si chiuse a riccio, spedendo le accuse al mittente e dichiarando che «le notizie non solo costituivano un complotto contro il capo dell’Arcidiocesi ma un attacco sistematico al clero e ai fedeli».

    I crimini di Mons. Janiak – Altro personaggio molto discusso nell’ambito della Chiesa polacca è Mons. Janiak. Sempre nel noto documentario, veniva denunciato il fatto che lo stesso, già dal 2016, fosse a conoscenza, come detto, delle tendenze pedofile di padre Arkadiusz Hajdasz della città di Pleszew rientrante nella sua diocesi.

    Si ha la prova che Mons. Janiak sia stato a colloquio con i genitori di una delle vittime ma non avrebbe mai notificato le molestie alla Congregazione per la dottrina della fede. Sempre secondo i fratelli Sekielski, autori del docu-film, il sacerdote pedofilo venne strategicamente trasferito in diverse parrocchie nel tentativo d’insabbiare il suo operato definito come una vera e propria “attività criminale”.

    Nel documentario, inoltre, viene denunciato il fatto che fu sempre mons. Janiak a nascondere il caso di Pawel Kania, condannato nel 2015 a sette anni di reclusione per aver molestato diversi chierichetti della sua parrocchia, oltre a insabbiare il caso di padre Edward condannato a un anno di reclusione per aver molestato due ragazzi nel 2002. Non era un mistero per nessuno che Mons. Janiak e padre Edward fossero amici di lunga data, avendo frequentato lo stesso seminario ed essendo stati ordinati religiosi lo stesso giorno.

    La fede che vacilla – Così come già accaduto in Cile, Irlanda e Australia, la gravissima piaga della pedofilia, così ampiamente diffusa anche nella Chiesa polacca, rischia di far vacillare le fondamenta stesse del sentimento religioso nella patria di Giovanni Paolo II. Appena il 9% dei giovani dichiara di conservare ancora una visione positiva dell’istituzione ecclesiastica mentre il 47% dei giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, si dichiara apertamente in conflittocon la Chiesa.

    Anche se il 90% dei polacchi si dichiara ufficialmente cattolico e l’80% si dichiara credente, si allarga sempre più il divario tra vecchie e nuove generazioni, più critiche nei confronti dell’operato degli ecclesiastici. Un sondaggio condotto dal ‘Pew Research Center’ nel 2018 aveva rilevato che i giovani polacchi sono meno propensi ad affermare che la religione sia un fattore importante della propria vita, oltre a dichiarare di non andare a messa e pregare con una certa costanza.

    Come rivelato da Wojciech Sadlon, direttore dell’Istituto di statistica della Chiesa polacca, sarebbero quasi 400 i sacerdoti e religiosi polacchi dichiarati colpevoli di abusi sessuali su minori dal 1990. Sono oltre 600 le persone vittime di violenza sessuale ma, come detto dl gesuita Adam Zak, coordinatore per la protezione dell’infanzia e della gioventù nell’episcopato “Sappiamo che questa è ancora solo la punta dell’iceberg”.

    Tali cifre sono state ricavate dalle risposte a un questionario inviato dall’Istituto di statistica a tutte le diocesi e ordini religiosi polacchi con riferimento al periodo compreso tra il 1 gennaio 1990 al 30 giugno 2018. Quanto accaduto prima di tale data è ancora avvolto nel mistero.

    Gli attivisti bussano (con forza) alla casa di Mons. Glodz, a Gdansk.

    Una fortezza che va scardinata – «È difficile che il clero possa risolvere questo problema al proprio interno», sostiene l’avvocata Anna Frankowska che assiste le vittime di pedofilia in sede legale. Uno dei punti chiave della battaglia civile condotta dalla Frankowska è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali della Chiesa, così come avvenuto in Australia e in Germania.

    «La pedofilia – prosegue l’avvocata – è un reato chiunque lo commetta ma il clero gode di un poter speciale grazie al quale si impedisce l’accesso ad alcuni documenti che per il diritto canonico sono riservati».

    È necessaria una battaglia legale ma anche culturale, quindi, che possa far breccia nel muro di omertà costruito da decenni di abusi sessuali impuniti in seno alla Chiesa.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1502789/glodz-chiesa-janiak-abusi-mons-polonia-anni-stato-vittime-imago

  • Le vittime di don Pietro Pinetto “Ora sono sereno sapendo che lui non c’è più”

    Le vittime di don Pietro Pinetto “Ora sono sereno sapendo che lui non c’è più”

    Nel seminario vescovile di Savona erano anni in cui più di un seminarista fuggì senza voler dare spiegazione. Chi lamentava molestie sessuali, chi si diceva terrorizzato dai così detti “occhi di Achille”.

    Chi uscito di lì iniziò una vita fortemente disturbata come A. N. o un altro che scappò per recarsi in vaticano, voleva parlare col papa. Si suicidò a Roma la notte stessa buttandosi dal sesto piano dell’ostello in cui si fermò a dormire , un altro si buttò dal balcone di casa.

    Non ci fu mai un processo per quei fatti, ci fu però un’indagine condotta dalla procura di Savona con tre ex seminaristi che accusavano Pinetto, poi archiviata per prescrizione, che ravvisava – anche se oramai improcedibili – che quei fatti erano accaduti.

    Lo stesso Vaticano sanzionò don Pietro Pinetto, che oggi viene quasi beatificato dai media che non si ricordano nemmeno più di quello che hanno scritto durante le indagini.

    Non ricordano nemmeno che il prete querelò le vittime e la Rete L’ABUSO e alcuni giornalisti calunniandoli…
    Appresa la notizia e indignate dalla censura stampa che falsamente ignora i fatti e vende fake, commentano…

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2021/03/27/svona-e-morto-don-pietro-pinetto-accusato-di-abusi-sessuali-e-salvato-dalla-prescrizione/

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  • SAVONA – E’ morto don Pietro Pinetto, accusato di abusi sessuali e salvato dalla prescrizione

    SAVONA – E’ morto don Pietro Pinetto, accusato di abusi sessuali e salvato dalla prescrizione

    E’ morto don Pietro Pinetto aveva 81 anni, le sue condizioni di salute non gli hanno permesso di superare il coronavirus.

    Nel 1972 fu nominato vice rettore del Seminario vescovile e nel 1981, divenne anche direttore spirituale.

    Nel 2010 alla guida della parrocchia di san Michele a Celle, fu accusato da alcuni ex seminaristi di abusi sessuali per i quali la procura di Savona aprì un fascicolo, ma purtroppo i reati erano prescritti.

    Fu tuttavia sanzionato dalla CDF e reintegrato dal vescovo Vittorio Lupi nella parrocchia di San Francesco da Paola dove rimase malgrado le lamentele di alcune mamme che sapevano dei suoi trascorsi.

    I funerali saranno celebrati dal vescovo Calogero Marino lunedì 29 marzo alle 11, nella chiesa di san Francesco da Paola a Savona.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2013/12/14/la-procura-smentisce-la-diocesi-di-savona-don-pietro-pinetto-e-un-prete-pedofilo-il-vescovo-lupi-processi-il-sacerdote/

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  • Legionari di Cristo: “Sono 27 i nostri sacerdoti che hanno abusato di 170 minori”

    Legionari di Cristo: “Sono 27 i nostri sacerdoti che hanno abusato di 170 minori”

    Con sofferenza, chiedendo perdono e invocando riparazione per le vittime, i Legionari di Cristo, Congregazione afflitta da decenni dal male degli abusi perpetrati anzitutto dal fondatore Marcial Maciel Degollado, fanno un nuovo passo verso la trasparenza e pubblicano una relazione sui casi di pedofilia interna dal titolo: “Fare verità, fare giustizia, sanare”. L’obiettivo è avanzare «nel cammino di richiesta di perdono e di attivazione di numerose iniziative volte a tutelare i minori e gli adulti vulnerabili».

    Nel documento vengono fatti nomi e cognomi dei Legionari che hanno commesso abusi su minori negli ultimi 70 anni e viene reso noto il numero totale di sacerdoti colpevoli: 27. Ventisette preti pedofili tra i Legionari di Cristo su 1.380 «ordinati in tutta la storia della Congregazione», sottolinea la relazione. Dunque, «il 2%».

    Dei 27 sacerdoti, si legge, «tre sono morti senza andare in giudizio civile, due sono stati condannati in un processo penale. Gli altri, fino a ora non hanno subito un processo per diversi motivi, come le leggi vigenti nei diversi Paesi o la scadenza della prescrizione». Mentre per quanto riguarda i procedimenti canonici, dei 27 «due sono morti senza giudizio, 16 sono stati sanzionati, otto sono attualmente sotto processo canonico, uno ha ricevuto la dispensa dal ministero senza giudizio. È stato richiesto alla Santa Sede di togliere la prescrizione di otto di questi casi perché possano essere rimandati a giudizio».

    Il numero delle vittime riportato nella Relazione è invece di 170. Tutti minorenni, in gran parte maschi, con età tra gli 11 e i 16 anni. Sessanta di questi sono stati abusati solo da Maciel, il carismatico fondatore del quale dopo decenni si scoprirono misfatti come tossicodipendenza, malversazioni economiche, figli avuti da quattro relazioni diverse. Per circa 50 delle vittime – informa il report – si è portato avanti «un percorso di riparazione e riconciliazione, con la volontà di aprire lo stesso percorso a tutte le vittime che lo desiderino». Al momento, la Legione «non ha ricevuto nessuna denuncia, contro membri sacerdoti per presunti abusi sessuali di minori, successiva al 2016».

    Con la Relazione di oggi si aggiornano anche le statistiche sui casi di abuso avvenuti tra i Legionari dalla fondazione nel 1941 fino al dicembre 2019. Statistiche rese note già dall’indagine dal titolo “Radiografia di otto decenni per sradicare gli abusi”, consegnata nel gennaio dello scorso anno ai 66 partecipanti al Capitolo generale tenutosi a Roma per eleggere il nuovo superiore. L’inchiesta era stata pubblicata per volontà della stessa Congregazione il 17 dicembre 2019 (il giorno in cui il Papa aboliva il segreto pontificio per i casi di abusi) e aveva destato grande scalpore: per la prima volta nella storia, la Legione ammetteva abusi commessi dai suoi membri.

    I risultati dell’indagine (all’epoca si parlava di 175 minorenni abusati da 33 Legionari, 18 dei quali ancora interni alla Congregazione) avevano suscitato un vespaio di polemiche soprattutto in America latina, dove la Legione è proprietaria di una rete di istituti, scuole primarie e secondarie, università, presidi sanitari, e dove, una settimana prima, era esploso il caso di Fernando Martínez Suárez, 79 anni, prete messicano abusato e abusatore che, dopo «un attento studio», era stato ritenuto responsabile di aggressioni sessuali su sei bambine e quindi dimesso dallo stato clericale.

    Per l’aggiornamento della Relazione di oggi si è tenuto conto degli «avanzamenti dei casi nei tribunali civili o ecclesiastici», oltreché di «informazioni ricevute successivamente» al report 1941-2020. Riguardo ai 74 Legionari individuati nella precedente indagine che avrebbero commesso abusi mentre erano novizi o religiosi in formazione, 60 (l’81%) – si legge – non sono arrivati all’ordinazione sacerdotale. Nel corso del 2020, sono stati ulteriormente studiati i 14 casi arrivati al sacerdozio.

    Nel rapporto viene svolto un focus sulla situazione italiana, che tuttavia non introduce nessuna novità su casi già noti. Il primo è, appunto, quello di Marcial Maciel, condannato nel 2006 da Benedetto XVI a ritirarsi dall’esercizio pubblico del sacerdozio e a passare il resto della vita in silenzio e preghiera (Maciel è morto poi nel 2008). Il secondo caso è quello del messicano Vladimir Reséndiz Gutiérrez, ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Gozzano, condannato in via definitiva a 6 anni e 6 mesi al termine di un processo interamente svolto in assenza dell’imputato, trasferitosi prima in Messico.

    Casi, come detto, notori che tuttavia rappresentano una ferita aperta nella branca italiana della Congregazione: «Noi, Legionari di Cristo del Territorio d’Italia, soffriamo per il dolore e lo scandalo che alcuni suoi membri hanno provocato nel tempo a chi ha subito un abuso, alla sua famiglia, alla Chiesa tutta», affermano, assicurando: «Ci sentiamo impegnati nel cammino di richiesta di perdono e di attivazione di numerose iniziative volte a tutelare i minori e gli adulti vulnerabili».

    A tal fine, sono stati attivati due canali per l’«ascolto di eventuali altre vittime che non abbiano ancora avuto l’opportunità di denunciare quanto subito negli anni passati». Un canale «istituzionale» per le denunce nei vari Paesi è consultabile su https://www.0abusos.org; Mentre il canale professionale indipendente per l’aiuto e la denuncia di vittime è raggiungibile tramite escuchamos@eshma.eus, e su WhatsApp e Telegram al numero +34 615 26 36 99.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2021/03/22/news/legionari-di-cristo-sono-27-i-nostri-sacerdoti-che-hanno-abusato-di-170-minori-1.40059833

  • Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21 – «Ero una giovane suora, lui era il responsabile provinciale della mia congregazione. Una sera ha insistito per darmi un passaggio: appena un po’ fuori dal centro abitato ha allungato le mani; mi sono buttata fuori dall’auto e ho visto che si masturbava». Nadia (nome di fantasia) è stata suora per più di trent’anni in Italia, salvo una breve parentesi in una missione africana. Aveva raggiunto un ruolo di rilievo in un importante ente religioso ma, a dispetto di una forte vocazione, ha deciso di lasciare l’abito a causa delle sofferenze patite. Con questa intervista, per la prima volta esce dal silenzio: la sua è una storia di fatica e di sfruttamento, di abusi e di una strenua resistenza a un ambiente corrotto. «Il padre provinciale ha provato moltissime volte a violentarmi – continua – in tante venivamo molestate, bastava rimanere da sola in una stanza e te lo trovavi addosso. Ho detto tutto al suo superiore ma non è servito a niente».

    Non è stato l’unico: «Nella mia vita avrei dovuto denunciarne almeno quattro – specifica Nadia – Una volta, in missione in Africa, un prete di un’altra congregazione si infilò in camera mia durante la notte e mi violentò. Oggi è parroco in Belgio». In Italia, mentre frequenta un’università religiosa grazie a una borsa di studio, Nadia viene molestata dal rettore: «Mi ha chiamata nel suo ufficio con la scusa di un documento da fotocopiare – ricorda –  e, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, mi ha preso la mano destra e l’ha appoggiata sui genitali per farmi sentire l’erezione». Fa una pausa, si sente il disgusto, tenace attraverso gli anni. «Mi viene una rabbia perché questo prete era cappellano e confessore spirituale di un convento: se ha osato provarci con me, che ero una conosciuta e italiana, cosa avrà fatto con le giovani provenienti da altri paesi, sole e vulnerabili?».

    «Che cosa potevo fare? – prosegue Nadia – Era amico intimo di Buttiglione, del cardinale Angelini e di Andreotti: chi mi avrebbe dato retta?». Anni dopo, però, quando ormai non è più suora, Nadia incontra un altro prete, confratello del rettore, e gli racconta che ha studiato alla loro università ma che si è trovata male a causa di quel sacerdote. «“Lo sappiamo” mi ha risposto lui, senza esitazioni – ricorda oggi Nadia – Aveva capito immediatamente a che cosa mi riferivo. Sapevano tutto e non lo hanno fermato».

    La storia di Nadia è tutt’altro che un caso isolato e parla di una realtà molto diffusa, che tuttavia fatica ad emergere. Se il dramma della pedofilia nella chiesa è ormai davanti agli occhi di tutti, con tanto di mea culpa ecclesiastici e (alcuni) processi eccellenti, gli abusi sulle suore da parte dei preti restano un buco nero da cui è quasi impossibile far emergere verità, dati e testimonianze, figuriamoci intravedere un percorso di giustizia. Soprattutto in Italia, dove su tutto incombe lo Stato Pontificio. Infatti, se in Francia il tema degli abusi sulle suore è stato trattato dal documentario choc di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église, trasmesso da Arte, nel nostro paese i tentativi di fare breccia nell’omertà del clero vengono ripagati duramente. Lo sa bene Lucetta Scaraffia, ex direttrice del mensile Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano: proprio un suo articolo, nel febbraio 2019, ha scatenato la reazione delle gerarchie, portandola alle dimissioni. «Mi fu fatto capire che non dovevamo parlare di abusi sul giornale – racconta oggi – Quando il direttore dell’Osservatore cominciò a voler controllare le bozze, realizzai che la mia libertà d’azione era finita». Prima di andarsene, però, decide di sferrare il colpo e pubblica l’articolo sulle religiose abusate: «Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi da parte delle suore, ci lasciavano fiori e bigliettini in redazione per ringraziarci di aver parlato delle loro sofferenze, una cosa commovente», ricorda. Il suo articolo, linkato ovunque al momento della pubblicazione, oggi è irreperibile sul web, quasi non fosse mai stato scritto.

    Le donne consacrate non hanno potere decisionale e la loro parola non conta nulla in un ambiente già segnato da una profonda disuguaglianza di genere: «Le suore vivono una grave mancanza di considerazione nella chiesa: il loro lavoro è gratuito o poco pagato e spesso vengono trattate come serve dei preti», conferma Scaraffia. Inoltre la rigida gerarchia interna alle congregazioni mortifica in molti casi le vocazioni personali e costringe le suore a chiedere il permesso alla madre superiora per ogni minima cosa, dai soldi per la biancheria alla possibilità di studiare. Non sono rare le punizioni, soprattutto per le novizie: «Una ex suora ci ha raccontato di essere stata tenuta in ginocchio per ore sulle pietre per non aver eseguito un’incombenza e, in generale, le vessazioni psicologiche sono molto diffuse – racconta la psicologa Lorita Tinelli, del Centro studi sugli abusi psicologici di Bari – Sappiamo di alcuni casi in cui ancora viene utilizzato il cilicio per i pensieri peccaminosi. Le ragazze che prendono il velo devono rinunciare completamente al mondo esterno e levigare il carattere fino ad aderire completamente alle regole della comunità».

    Una vita che per molte, anche senza arrivare alla violenza sessuale, è un’esperienza sfiancante di solitudine e sfruttamento. Forse anche per questo sono sempre di meno a prendere i voti: secondo l’ultimo Annuario Statistico della Chiesa, le religiose professe nel 2018 nel mondo erano 648.910, rispetto alle 722mila del 2010. Da notare che il numero delle religiose supera di molto quello dei religiosi professi (non sacerdoti), che nel 2018 erano meno di 51mila, e restano la maggioranza anche se a questi si aggiungono i preti (414.582). Per l’Italia, difficile avere dati: secondo una ricerca del periodico Testimoni, nel 2014 le suore erano 89mila, di cui il 46% ultrasettantenni, a fronte delle 154mila del 1971.

    Le suore e le monache, bisogna ricordarlo, non possono celebrare la messa né amministrare i sacramenti e questo apre le porte di conventi e monasteri ai sacerdoti, che le avvicinano in veste di confessori e padri spirituali: «È proprio nelle relazioni pastorali, a causa della grande differenza di potere fra prete e suora, che si crea quello spazio ambiguo in cui attecchisce l’abuso», spiega suor Mary Lembo. Originaria del Togo, suor Mary nel 2019 ha ottenuto il dottorato in psicologia alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, il primo studio scientifico sull’argomento. «Facevo formazione sulla maturità affettiva e sessuale a novizie e seminaristi e in molte venivano a raccontarmi di avere avuto rapporti sessuali indesiderati – racconta – Le suore sono intrappolate in rapporti asimmetrici: molte sono ragazze svantaggiate che dipendono dal sostegno, anche economico, del prete, altre sono soggiogate dal suo carisma spirituale». Il sacerdote abusante sa bene come manipolarle, prima conquistando  la loro fiducia e poi facendo leva sulla devozione e sul voto di obbedienza per ottenere favori sessuali: «I preti spesso spacciano le loro azioni per volontà divina – aggiunge suor Mary – una suora violentata da un missionario mi raccontò che il suo stupratore mentre la toccava le diceva che era “la mano di Dio”». Non è un problema solo africano: «Come consulente, qui in Italia ho ascoltato tante testimonianze di religiose abusate», sottolinea suor Mary.

    Ma quante sono le suore che subiscono violenza? Non c’è modo di avere dati certi. L’unica ricerca realizzata finora riguarda gli Stati Uniti e risale al 1998, quando John Chibnall, Paul Duckro e Ann Wolf dell’Università di Saint Louis in Missouri pubblicano un’inchiesta condotta su 1164 religiose, da cui emerge che il 12,5% delle suore (all’epoca 89mila nel paese) ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Una su otto: decisamente un problema che non riguarda soltanto i paesi in via di sviluppo.

    Le suore, però, non parlano. Alle poche che trovano il coraggio di rompere il silenzio viene rinfacciato di voler “rovinare un prete” o di “distruggere la chiesa”. Le stesse madri superiore raramente le supportano, quando addirittura non diventano complici dei molestatori, accettando di mandare suore “in missione” dai preti che ne fanno richiesta. «Le religiose non possono competere con la buona fama del confessore che abusa di loro», conferma suor Tiziana Merletti, della comunità delle Francescane dei Poveri. «Allora tacciono, soprattutto se straniere, perché temono di essere rispedite al paese di provenienza. Perché questo è quello che succede: non fermano lui, ma al massimo allontanano lei». In ogni caso, la religiosa viene mandata via subito se rimane incinta: «È capitato che il sacerdote sostenesse economicamente l’ex suora e il bambino – dice suor Tiziana – ma il più delle volte le ragazze vengono semplicemente abbandonate al loro destino».

    I preti, dal canto loro, sono certi dell’impunità e si sentono intoccabili: «Molti interpretano la promessa di castità come vogliono – chiosa suor Mary – in seminario dichiaravano apertamente che nessuno praticava davvero l’astinenza sessuale: il voto di celibato significa che non ti puoi sposare, mi dicevano, non che non puoi fare sesso».

    Dalle gerarchie, poi, è più facile aspettarsi ritorsioni che ascolto: «So di religiose che hanno subìto azioni ingiuste – conferma suor Mary – Le suore denunciano per evitare che altre subiscano la stessa sorte ma poi si rendono conto che a parlare si sono soltanto complicate la vita, mentre chi ha fatto del male non viene toccato». Oggi, la lotta di suor Mary è rendere le suore il più possibile forti e consapevoli di sé stesse, capaci di difendersi da sole. La religiosa togolese è molto chiara: «Non manderò mai una suora dal vescovo a denunciare una violenza, perché il vescovo sempre proteggerà il suo prete».

    Eppure, quel che succede in certe sacrestie, nel silenzio dell’ufficio del parroco o nel confessionale della chiesa di quartiere, non è né un mistero né una novità, per il Vaticano. Già nel 1994 una suora irlandese missionaria in Africa, Maura O’Donohue, invia un rapporto confidenziale a Roma in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore – invece delle donne locali – per tutelarsi dall’epidemia di Aids in corso nel continente. Nel documento si menzionano 23 paesi (fra cui l’Italia) in cui si rintracciano episodi di violenza da parte del clero ai danni di religiose: nel 1988 in Malawi 29 suore rimangono incinte dopo essere state abusate dai preti della diocesi; in un altro caso, un sacerdote costringe una suora ad abortire: lei muore durante l’intervento e lui ne celebra impassibile il funerale. Quattro anni dopo, un nuovo rapporto di un’altra religiosa, Marie McDonald, conferma l’entità del dramma e sottolinea che sono particolarmente vulnerabili le giovani suore straniere mandate a studiare a Roma, a cui spesso vengono richiesti favori sessuali in cambio di un aiuto con la lingua.

    I rapporti diventano pubblici soltanto nel 2001, grazie a uno scoop del National Catholic Reporter: a quel punto la chiesa è costretta ad ammettere che la faccenda è da tempo nota a San Pietro. Persino Strasburgo si allarma e in una Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile rende noto che sono stati trasmessi al Vaticano almeno cinque rapporti su questo tema, secondo i quali molte religiose stuprate sono state anche costrette a dimettersi, ad abortire e, in certi casi, sono state infettate dall’Hiv. Nel 2002 scoppia lo scandalo degli abusi sui minori grazie alla nota inchiesta del Boston Globe, raccontata poi nel film Spotlight; sembra un motivo in più per andare alle radici di ogni forma di violenza nella chiesa cattolica ma non è così: lo choc per i bambini oscura tutto il resto. Le suore vengono dimenticate.

    In Italia, a fine 2018, qualcosa si muove. Il primo sasso nello stagno lo lancia il 23 novembre la Uisg, l’Unione internazionale delle superiori generali, con un appello in cui esorta le donne consacrate a denunciare. Poche settimane dopo, su twitter compare l’hashtag #NunsToo e, dopo la pubblicazione dell’articolo di Scaraffia, finalmente anche il papa prende posizione: il 5 febbraio 2019,di ritorno da Abu Dhabi, ammette per la prima volta la realtà degli abusi mentre parla con i giornalisti e, tre mesi dopo, ripete le stesse cose alle madri superiori della Uisg riunite nell’assemblea plenaria. Appena tre giorni prima aveva diffuso il Motu proprio “Vos Estis Lux Mundi” in cui sottolineava la condanna di ogni atto sessuale perpetrato con «violenza, minaccia o mediante abuso di autorità». Vengono disposti nuovi strumenti per tutelare le vittime: sportelli per le denunce in ogni diocesi, supervisori, commissioni miste (con laici): un sistema capillare, almeno nelle intenzioni, che va ad aggiungersi alla Commissione Pontificia e al Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nell’attività di prevenzione e formazione nelle chiese. Nelle “Linee guida” del giugno 2019, infine, si chiarisce la direzione presa con il Motu proprio, incoraggiando la segnalazione alle autorità dello Stato degli abusi commessi in ambito ecclesiale. Denunciare rimane però un obbligo morale, non giuridico: una questione di coscienza, insomma, non un dovere sancito dalla legge. Niente è innovato rispetto al Concordato: quel che accade in ambito ecclesiastico è disciplinato dal diritto canonico e resta blindato all’interno di San Pietro.

    Se si prova a capire quante sono le inchieste (e gli esiti) dei processi nei tribunali ecclesiastici, infatti, ci si ritrova ancora di fronte a una porta chiusa. Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che si occupa della supervisione delle comunità religiose, ha rifiutato di farsi intervistare da FQ MillenniuM e la stessa Uisg non è in grado di valutare l’impatto dell’appello lanciato ormai più di due anni fa. «Sulle congregazioni non abbiamo competenza –  spiega suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione delle Superiore generali – A noi direttamente sono arrivati pochi casi, che abbiamo girato alle autorità competenti: non conosciamo però l’esito delle segnalazioni».

    Le denunce finite davanti a un tribunale penale si contano finora sulle dita di una mano: la prima risale al 2006, quando un frate francescano, padre Fedele Bisceglia, viene accusato di stupro da una suora. È condannato in primo e secondo grado a nove anni e tre mesi ma la Cassazione rinvia il giudizio a un nuovo processo d’appello, che lo scagiona completamente: dalle intercettazioni emerge sì “una personalità del frate, anche dal punto di vista sessuale, molto sopra le righe, ma mai una una condotta violenta”, si legge nelle motivazioni dell’appello bis, poi confermate dalla Cassazione, nelle quali la suora non è ritenuta credibile sui fatti denunciati. Le francescane guidate da suor Tiziana Merletti, all’epoca superiora generale, ne escono deluse: «Esprimiamo rammarico per questa pagina di storia che oggi si è scritta per la nostra suora e per tutte le donne», scrivono in un comunicato uscito dopo la sentenza definitiva di assoluzione. Nel 2018, nuovo caso, nuovo buco nell’acqua: padre Giovanni Salonia, sacerdote e terapeuta, viene querelato da una suora sua ex paziente, ma la giudice stabilisce il non luogo a procedere perché la denuncia è arrivata oltre il tempo massimo.

    Tutto, alla fine, sembra rientrare nei ranghi: i sacerdoti di nuovo sul pulpito, le suore nel silenzio del convento o estromesse dalla vita consacrata, le commissioni ecclesiastiche e i tribunali pontifici al lavoro ma senza l’obbligo di rendere conto allo Stato, nonostante l’invito alla trasparenza arrivato a più riprese anche dall’interno della chiesa. Suor Patricia Murray insiste sul lavoro di formazione nelle congregazioni ma, ammette, occoreranno anni prima di vedere i risultati.

    Nel frattempo, come avere la certezza che gli abusi vengano puniti? Ancora una volta, a quanto pare, è tutta una questione di fede.

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21

  • Chiedono 18 anni di carcere per aver abusato sessualmente di tre minori al Seminario

    Chiedono 18 anni di carcere per aver abusato sessualmente di tre minori al Seminario

    La seconda sezione del tribunale provinciale di Santa Cruz de Tenerife ha accolto il processo contro un uomo accusato di aver abusato sessualmente di tre minori presso il seminario di La Laguna.

    I fatti sono stati denunciati dal Vescovo di Tenerife, Bernardo Álvarez, si sono verificati ininterrottamente dal 2015 al 2017 quando l’imputato, che studiava per diventare prete e si occupava di minori tra i 13 ei 14 anni appartenenti al Seminario minore denominato, a cercato tre minorenni. Proprio per il suo compito di sorveglianza, l’imputato aveva una stanza nella zona in cui sono stati trovati i minori ed è lì che si sono verificati i fatti.

    Il presunto autore ha negato le accuse e ha affermato che si tratta di una falsa denuncia . Da parte sua, la Procura della Repubblica ha chiesto di considerarlo colpevole di tre continui reati di abuso sessuale su minori, per i quali chiede la pena di 18 anni di reclusione. Il processo è stato visto per la condanna.

    https://cadenaser.com/emisora/2021/02/11/radio_club_tenerife/1613048496_023985.html

  • Abusi in Vaticano, il Vescovo difende don Martinelli: “Tendenza omosessuale legata all’adolescenza”

    Abusi in Vaticano, il Vescovo difende don Martinelli: “Tendenza omosessuale legata all’adolescenza”

    Il Vescovo di Como al processo in Vaticano: “Da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote non c’è stata una segnalazione. Era una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza”

    Città del Vaticano – Prosegue in Vaticano il processo riguardo ai presunti abusi nel Preseminario San Pio X, avvenuti dal 2007 al 2012. L’ultima udienza, quella odierna, è tutta incentrata sul vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, ascoltato come teste dal Tribunale Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone. Il Preseminario, infatti, dipende dalla Fondazione don Folci, a sua volta incardinata nella diocesi di Como.

    E nell’udienza ci è soffermati sulla questione della “podestà” dell’istituto. Monsignor Cantoni ha riferito di aver chiesto chiarimenti in merito al cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, da una settimana in pensione (leggi qui), che però aveva specificato di essere solo il responsabile della Sacrestia della Basilica vaticana (dall’istituto di orientamento vocazionale ospitava i cosiddetti “chierichetti del Papa”). “Non posso avere la giurisdizione sul Preseminario in quanto tale”, gli aveva detto Comastri, tra l’altro accusato ieri da uno degli ex allievi di aver saputo quello che accadeva nel Preseminario e di non aver fatto nulla.

    Dal momento che “si viveva in ambiguità”, Cantoni ha anche raccontato di essersi rivolto al Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il quale gli aveva precisato che “non c’era un patto tra il Vaticano e Como”. “Ho potuto chiarire che la responsabilità ultima è della diocesi di Como”, ha concluso monsignor Cantoni.

    “Mi dissero che Martinelli era idoneo al sacerdozio”
    Cantoni ha poi ricordato di aver ordinato lui stesso don Gabriele Martinelli sacerdote, l’imputato del processo per i presunti abusi: “Quando ho saputo che era prossima l’ordinazione sono venuto a Roma e ho convocato il rettore don Radice e il rettore del Seminario francese. Entrambi – ha raccontato il vescovo di Como in Aula – mi hanno detto che il giovane (Martinelli) aveva fatto un percorso positivo. Tutte le persone a cui avevo chiesto un giudizio su Martinelli, che avevano avuto a che fare con lui dopo il diaconato, mi avevano rassicurato che non ci fosse stato nessun comportamento equivoco, si era comportato con dignità. Il rettore del Francese ha visto una maturazione, sono passati anni, ha detto: ‘Ok, diamo il via’”.

    Il vescovo Cantoni ha poi detto di aver ricevuto una buona collaborazione durante le indagini dall’Opera Don Folci, che attualmente risulta commissariata: “Ho ordinato un’inchiesta per far luce su aspetti economici e pedagogici. Sono molto preoccupati“. L’indagine è ancora in corso, sospesa però a causa del Covid.

    Nella sua nota il presule scriveva di aver “maturato il sospetto che qualche sacerdote all’epoca educatore nel Preseminario sia venuto meno al suo compito di vigilanza”. Interrogato però ha detto di non essersi riferito a qualcuno in particolare ma in generale. E stata quindi citata la lettera falsa firmata da don Radice a nome del vescovo Coletti per confermare l’idoneità al sacerdozio e chiedere anche di accelerarla in occasione del 90° anniversario del fondatore dell’Opera Don Folci.

    Mons. Cantoni in proposito ha detto di “non aver avuto notizia di questa lettera” ma di averne appresa l’esistenza durante l’indagine, quando era stata già stracciata. Nel corso del processo, sta emergendo via via sempre di più la figura dell’ex vicario giudiziale della diocesi di Como, don Andrea Stabellini, ora residente a Lugano dove insegna Teologia, al quale viene imputato da alcuni avvocati della difesa di aver violato il Codice di Diritto Canonico che prevede la riservatezza delle indagini.

    Stabellini avrebbe raccontato alcuni particolari ad ex seminaristi suoi amici (in un’occasione nel bar della Pontificia Università Lateranense) e protratto il suo mandato di indagare sulla vicenda oltre il tempo previsto. Probabilmente verrà interrogato dal Tribunale vaticano. Stabellini, inoltre, dice di aver dichiarato alle Iene di “non aver condiviso il giudizio di infondatezza dato da Coletti e Comastri”. Mons. Cantoni però ha detto che nei documenti il vicario giudiziale non ha mai espresso un parere simile e che, parlando a voce, aveva solo detto di essere stato “destabilizzato” dalla situazione.

    Risarcimento per la vittima
    La diocesi di Como, al termine di una indagine sul Preseminario San Pio X avviata dopo le lettere di denuncia presentate da don Marco Granoli e don Ambrogio Marinoni, sacerdoti che facevano parte dell’equipe educativa e che l’ex rettore don Enrico Radice aveva emarginato dalla gestione, aveva disposto un risarcimento di 20 mila euro per la presunta vittima, come ha confermato il vescovo di Como.

    La diocesi quindi aveva chiesto ai due imputati (l’ex rettore Radice, accusato di favoreggiamento e a don Gabriele Martinelli, accusato di abusi e violenze) il risarcimento di 20 mila euro per la presunta vittima più 5 mila euro per le spese effettuate per le indagini. Indagini che si erano concluse con un “votum episcopi”. Questa “condanna” (non lo è in senso proprio perché il processo canonico non c’è stato) è alla base del rinvio a giudizio del processo penale in corso è stata notificata solo a don Martinelli e non a don Radice.

    Il vescovo di Como ha detto che hanno “cercato di proteggere la persona la cui fama è stata lesa” dai servizi giornalistici. Il vescovo ha parlato delle accuse come risalenti ad un passato di Martinelli che ora è cambiato, confermando che tra settembre 2006 e giugno 2012, le segnalazioni dei sacerdoti parlano di “una condotta sessualmente inappropriata” ma “è pacifico che negli anni in questione non fosse chierico, manca il requisito soggettivo per l’applicazione delle norme“. (quelle sugli abusi da parte del clero sui minori).

    Quindi il vescovo di Como, parlando di don Martinelli, ha scandito: “Da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote non c’è stata una segnalazione. Era una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza“. Inoltre, ha aggiunto, don Gabriele ha sempre rispettato le regole imposte e nessuno, da quando è prete, “si è mai lamentato con me”.

    Al termine dell’udienza è stato deciso che il 17 e il 18 marzo il Tribunale del Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone sentirà la presunta vittima. Sarà anche effettuato un sopralluogo al Preseminario. Il 14 aprile, poi, una nuova udienza.

    https://www.ilfaroonline.it/2021/02/25/abusi-in-vaticano-il-vescovo-difende-don-martinelli-tendenza-omosessuale-legata-alladolescenza/396779/?fbclid=IwAR34-CAyjvbApcF0xP6nZH26bsLrXloyj1IzPOalvTKaqs-MJOOOLrqplFQ

  • Enna altre vittime minorenni – I Pubblici Ministeri hanno fissato per oggi gli accertamenti informatici

    Enna altre vittime minorenni – I Pubblici Ministeri hanno fissato per oggi gli accertamenti informatici

    Enna – I Pubblici Ministeri della Procura di Enna, Stefania Leonte e Orazio Longo hanno fissato per oggi pomeriggio gli accertamenti informatici sul computer e i telefoni sequestrati, dieci giorni fa, a Giuseppe Rugolo, il prete accusato di violenza sessuale aggravata da un giovane.

    La violenza sarebbe avvenuta quando il ragazzo, che aveva già denunciato i fatti al Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, era ancora minorenne, dal 2008 al 2013. Il Tribunale ecclesiastico aveva aperto un procedimento canonico che si sarebbe concluso per difetto di competenza, perchè i fatti, secondo la sentenza della Chiesa, sarebbero avvenuti quando ancora Rugolo era seminarista.

    Il sequestro dei dispositivi elettronici, è avvenuto al termine di una perquisizione che la Polizia di Ferrara ha effettuato nel seminario, dove il prete si trova attualmente, dopo che era stato allontanato dalla parrocchia di Enna, apparentemente per motivi di salute. Intanto, trapela che ci sarebbero altri giovani, anche questi minorenni all’epoca dei fatti, che avrebbero subito atti sessuali dal prete.

    Questi fatti sarebbero avvenuti anche recentemente, poco pima che il prete lasciasse Enna, alla volta di Ferrara, nell’ottobre del 2019. Le indagini sono condotte dalla Squadra Mobile di Enna, guidata da Nino Ciavola.

  • MILANO; Legionari di Cristo rinviati a giudizio per tentata estorsione e favoreggiamento

    MILANO; Legionari di Cristo rinviati a giudizio per tentata estorsione e favoreggiamento

    Tentata estorsione ai danni di una delle vittime e favoreggiamento dell’ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano, Vladimir Resendiz Gutierrez, condannato in via definitiva a 6 anni e 6 mesi, ma fuggito in Messico prima del processo.

    Questa mattina, a conclusione dell’udienza preliminare di fronte al GIP Patrizia Nobile e al PM Alessia Menegazzo, il rinvio a giudizio per gli apicali dei Legionari di Cristo la cui prima udienza è fissata per il prossimo 13 maggio.

    L’avvocato della vittima Daniela Cultrera, si è costituita parte civile anche per la famiglia.

    Redazione Web

  • UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    Cominciata alle 11.20 – Terminata alla 13.30

    Interrogatorio a don Gabriele Martinelli

    In estreme sostanza: ha negato ogni accusa affermando «parlando di abusi hanno colpito me ma volevano colpire soprattutto il Preseminario». Le accuse sono «frutto di divisioni della equipe educativa che poi si riflettevano anche sugli allievi». «Stavo sulle balle a molti per il mio carattere» e «perché cerco di fare ogni cosa il meglio che posso». Le divisioni riguardavano il rito della Messa (preconciliare e postconciliare) e l’idea, poi non andata in porto, di aprire il Preseminario anche agli universitari. I ragazzi si erano divisi in base alla vicinanza con i sacerdoti che sostenevano l’una o l’latra cosa. Martinelli sostiene di non aver sporto denuncia, contro chi lo accusava secondo lui ingiustamente, «perché dai superiori mi è stato chiesto di aspettare». Riferisce anche che gli è stato chiesto, sotto il vincolo di obbedienza, di vivere isolato e di «non rispondere ai giornalisti. Posso parlare solo con i miei genitori e con i miei superiori», cioè il vescovo e il suo vicario.

    Durante l’udienza, sono state citate le lettere inviate dalla presunta vittima L.G. con le accuse contro Martinelli, tra queste una lettera a Papa Francesco datata

    Prossime udienze dedicate ai teste

    24 FEB ore 9.30: verranno ascoltati (se confermeranno la disponibilità) Spinato, Borghetto, Flaminio Ottaviano, padre Pierpaul, Christian Gilles Donghi, Andrea Garzola.

    25 FEB ore 10 mons. Diego Coletti e mons. Oscar Cantone (diocesi di Como)

    Nelle successive udienze (17 marzo mattina e 18 marzo mattina) verrà sentita la parte lesa L. G.

    Il 18 marzo mattina previsto un sopralluogo nei locali del Preseminario.

    Presenti

    Gabriele Martinelli, imputato

    la sua legale Rita Claudia Baffoni

    l’avvocato dell’ex rettore Enrico Radice, Agnese Camilli Carissimi

    l’avvocato dell’Opera Don Folci, Emanuela Bellardini

    l’avvocato della presunta vittima, L.G., Dario Imparato

    Assente L.G., in questi giorni all’estero, e assente monsignor Radice


    A Martinelli, durante l’udienza presieduta dal presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, sono stati riletti i due interrogatori resi al Promotore di Giustizia vaticano il 23 ottobre 2018 e al delegato per l’investigatio previa della diocesi di Como il 24 febbraio 2018. In entrambi, l’imputato ha negato qualsiasi accusa che gli è stata rivolta in questi anni dalla presunta vittima L.G. che ha inviato lettere, anonime e firmate, all’ex rettore Radice, al cardinale Angelo Comastri, al vescovo di Como Diego Coletti e anche a Papa Francesco il 9 giugno 2017.

    Martinelli negava anche le accuse ricevute da altri ragazzi ospiti del Preseminario. Anche oggi, nelle circa due ore di interrogatorio, ha rigettato gli addebito nei suoi confronti («Sono accuse infondate») e ha argomentato la sua difesa. Ha affermato che ogni accusa è frutto di gelosie nei suoi confronti, quindi un tentativo di bloccare la sua ordinazione sacerdotale; soprattutto, l’intera vicenda è il risultato di profonde divisioni interne tra superiori (da una parte, il rettore Radice e, dall’altra, il vice don Ambrogio Marinoni e l’assistente spirituale don Marco Granoli, morto l’anno scorso) che si riflettevano tra gli allievi che, nonostante la giovane età, erano arrivati a spaccarsi in due per questioni liturgiche, come la preferenza per la messa in rito tridentino e quella post conciliare.

    Più nel dettaglio, Martinelli ha raccontato la vita del seminario scandita da studio, servizio nella Basilica di San Pietro, momenti di gioco e di preghiera con la comunità del San Pio X, senza nessuna possibilità di uscire. Ha ricordato che la sera, intorno alle 22.30/ 23 i ragazzi dovevano trovarsi nelle loro stanze: un’ex camerata suddivisa in 7-8 stanze più piccole, collocate tutte su un unico corridoio e chiuse con porte in legno e la parte superiore in vetro. «Così don Enrico (Radice) vedeva ad esempio se c’era qualcuno che ancora stava al cellulare e diceva di andare a dormire». Le porte non venivano mai chiuse, non esistevano chiavi e il rettore entrava in ogni stanza a spegnere la luce.

    Per Martinelli – che ha condiviso per un anno la stanza con il suo accusatore L.G. e con un altro ragazzo oggi sacerdote – questo sistema impediva che si compissero abusi senza che nessuno se ne accorgesse. Come pure, ha assicurato che era impossibile avere rapporti sessuali (come affermato da L.G. in diverse lettere) nel piccolo bagno sotto l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Oltre che per le dimensioni del bagno anche e soprattutto per il fatto che alle messe feriali, secondo un sistema di turnazione basato anche sull’età dei seminaristi, serviva un solo chierichetto. Nelle celebrazioni della domenica, invece, erano circa nove o dieci in base alle esigenze: «Tutti si sarebbero accorti se fosse successo qualcosa».

    Martinelli ha negato di essere il pupillo di Radice e ha detto pure di non aver avuto alcun ruolo di potere all’interno del San Pio X, seppur lo stesso Radice abbia dichiarato che il ragazzo svolgeva mansioni di tutoraggio con i più giovani. Il sacerdote ha affermato che lui ha solo seguito indicazioni dei suoi superiori, che collaborava con il rettore e con i cerimonieri pontifici per la scelta dei chierichetti che servivano alle messe e che ha sempre fatto «molto bene» tutto quello che gli veniva richiesto. Nessuna sopraffazione o abuso di potere, a suo dire: «Stavo sulle balle a molti, probabilmente anche per il mio carattere. Ognuno ha il suo».

    Nel corso dell’udienza sono stati letti diversi messaggi inviati su Messenger o WhatsApp tra L.G. e Martinelli, risalenti al periodo in cui entrambi avevano già lasciato il Preseminario. La presunta vittima accusava il sacerdote di avere una «perversione sessuale», di «essere interessato solo al pene delle persone», di avergli fatto sempre del male e di averlo messo in cattiva luce con gente, inclusi superiori, ai quali non aveva fatto niente.

    L.G. chiedeva di essere lasciato in pace e di non essere tempestato di telefonate. Martinelli si è difeso dicendo che il linguaggio, seppur volgare, era quello corrente tra ragazzi; poi ha spiegato che mai L.G. gli ha rivolto per iscritto o verbalmente le accuse contenute nelle lettere anonime inviate al cardinale Comastri, al rettore Radice e anche al Papa nel 2017. Anzi, a dimostrazione dei buoni rapporti, ha citato una serie di messaggi del 2012 con cui L.G. chiedeva aiuto a Martinelli per trovare una casa in affitto visto che si sarebbe iscritto all’Università La Sapienza.

    L’avvocato di L.G. ha parlato di tre sanzioni disciplinari notificate tra il 2017 e il 2018 dalla Diocesi di Como a Martinelli dopo l’esplosione dello scandalo, a seguito anche della trasmissione “Le Iene”. Queste notificazioni prevedevano che Martinelli vivesse in isolamento, senza rispondere al telefono se non ai genitori e al vescovo. Il sacerdote ha raccontato di essere stato mandato in un paesino della Val d’Aosta, in un monastero con tre monaci, a meno 17 gradi sotto zero. Il padre ha protestato e, dopo varie insistenze, ha incontrato il vescovo Cantoni che gli ha permesso di risiedere in una struttura con delle monache benedettine. Martinelli ha detto pure di aver voluto inizialmente intraprendere azioni legali, soprattutto contro la troupe delle “Iene” dalla quale si è sentito aggredito. Il vescovo gli avrebbe però suggerito che era meglio «non contattare nessuno», «aspettare» e «non avere colloqui coi giornalisti». Martinelli ha spiegato che quello del vescovo è stato solo un suggerimento: «Non mi ha impedito di denunciare, a me è stata insegnata l’obbedienza al vescovo che vedo come padre e punto di riferimento e ho obbedito. In quei momenti mi sentivo molto confuso».

    Martinelli ha insistito sul fatto che tutte le accuse sono un modo per screditare il Preseminario, nate in un passaggio cruciale che era il marzo 2013 quando è naufragato definitivamente il progetto, sostenuto da Marinoni e Granoli, di ampliare il Preseminario anche agli universitari. «Alla fine ci sono andato di mezzo io». «Una congiura nei suoi confronti?», gli ha chiesto il promotore di Giustizia Giampietro Milano, chiedendo il nesso tra queste divisioni interne e le accuse di abusi.

    Tutti i presenti erano in mascherina, sono stati rispettati i dispositivi di sicurezza.

    Manuela Tulli e Salvatore Cernuzio