Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    IACOPO SCARAMUZZI – Il rischio dell’abuso sessuale su bambini nella Chiesa cattolica «non è un fenomeno concluso» ed «esige azioni concrete»: è la conclusione a cui giunge un rapporto commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca, e pubblicato ufficialmente oggi, che, tra l’altro, pur registrando indizi statistici di una qualche correlazione tra abusi, da un lato, omosessualità o celibato, dall’altro, precisa che «né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori», e punta piuttosto l’attenzione sulla «maturità» psicologica e sessuale dei seminaristi e dei sacerdoti, raccomandando maggiore impegno nella loro formazione, e sul rischio di «clericalismo» che giustifica l’abuso sessuale e, a monte, l’abuso di potere.

    «I risultati dell’indagine dimostrano chiaramente che l’abuso sessuale su minori da parte di sacerdoti della Chiesa cattolica non è dovuto al comportamento sbagliato di singoli ma che si deve rivolgere l’attenzione anche alle caratteristiche strutturali di rischio dentro la Chiesa cattolica, che favoriscono l’abuso sessuale su minori o rendono più difficile la sua prevenzione», si legge nel documento che conclude uno studio avviato nel 2014 da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen che in tre anni ha esaminato 38.156 dossier messi a disposizione dalle 27 diocesi tedesche.

    I più rilevanti dati registrati dallo studio, intitolato “Abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca” e pubblicati oggi nel corso dell’assemblea plenaria di autunno dell’episcopato nella città di Fulda, sono stati anticipati nelle scorse settimane dallo Spiegel e dalla Zeit . Tra il 1946 e il 2014 sono stati 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania, ossia il 4,4% dei chierici del Paese in questo lasso di tempo (percentuale, rileva lo studio, analogo a quello registrato negli Stati Uniti dal John Jay College of Criminal Justice 2004 e inferiore al sette per cento individuato dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse in Australia che però, si precisa, ha utilizzato un altro metodo di calcolo). «Probabilmente questo numero è sbagliato per difetto», puntualizza lo studio, «se teniamo conto di ciò che sappiamo sulle zone d’ombra è chiaro che il numero reale è maggiore».

    Sono 1023 gli assalitori che hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a dieci abusi, 96 i veri e propri abusatori seriali con decine di abusi. Il numero più alto è di 44 vittime per un solo accusato. Dei minori abusati 969 erano chierichetti. La maggioranza delle vittime aveva 13 anni, la maggior parte dei primi abusi sono stati commessi da religiosi di età tra i 30 e i 50 anni, il lasso di tempo che intercorse tra l’anno della consacrazione sacerdotale o diaconale e l’anno del primo abuso accusato era in genere di 14,3 anni. Lo studio ha rilevato in uno dei sottogruppi in cui è stato suddiviso il lavoro, quello svolto tramite interviste ai sacerdoti, che nel 36% degli accusati sono emersi indizi di un abuso sessuale subito a loro volta. Le vittime hanno avuto nel corso degli anni o decenni successivi una «vasta gamma» di problemi psicologici, di salute, di relazione, nonché problemi «nel campo della fede e della spiritualità».

    Solo 122 abusatori sono stati assicurati alla giustizia civile. Nel 33,9% degli accusati era stato documentato l’avvio di una procedura di diritto canonico, cosa che non è stata fatta per il 53%. Le denunce, che seguono lo stesso andamento statistico, sono state presentate soprattutto dalle vittime o dalle loro famiglie (27,5%), solo nel 19,4% dei casi da rappresentanti della Chiesa cattolica. Il 10,7% dei sacerdoti abusatori si sono autodenunciati. Le denunce presentate presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma riguardano solo il 14% degli accusati. L’intervallo di tempo intercorso tra il primo abuso e l’avvio della relativa procedura è generalmente molto lungo, comprendendo in media oltre 13 anni (per le denuncie), 22 anni (per le procedure secondo il diritto canonico), e 23 anni (per la segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Circa un quarto di tutte le procedure di diritto canonico avviate non hanno portato a nessuna sanzione. Lo studio ha anche «fatto emergere indizi secondo cui i fascicoli personali o altri documenti di rilievo per le analisi sono andati stati distrutti o manipolati». I sacerdoti accusati di abusi sono stati trasferiti da una parrocchia ad un’altra più spesso che gli altri sacerdoti (91,8% contro 86,8%), senza adeguate spiegazioni ai fedeli, nel 18,3% i trasferimenti interni alla diocesi, nel 25,6% i trasferimenti da una diocesi all’altra, dipendevano da un’accusa di abuso sessuale.

    La ricerca individua tre tipologie di prete abusatore: colui che ha una vera e propria «preferenza pedofilia» e che possono essere attratti dal sacerdozio per «le sue molteplici possibilità di contatto con bambini e adolescenti», il «tipo narcisistico-sociopatico» per il quale «l’abuso sessuale appare come una delle molte forme dell’abuso di potere narcisistico» e, infine, la persona immatura sul piano personale e sessuale, per il quale «l’obbligo del celibato potrebbe offrire una possibilità male interpretata di non doversi occupare sufficientemente della propria identità sessuale» e al quale, anni dopo la consacrazione, «l’aumento dello stress lavorativo, l’isolamento e la mancanza di sostegno da parte della Chiesa fanno cadere gli ostacoli verso crimini di abuso sessuale».

    La percentuale relativa ai diaconi accusati è molto inferiore a quella dei sacerdoti (celibi) accusati. Inoltre, il 62,8% delle vittime di abuso sessuale erano di sesso maschile, il 34,9% di sesso femminile. «La palese prevalenza di vittime maschili si distingue dall’abuso sessuale su minori commesso in contesti non religiosi». Quanto agli abusatori, nel 14% dei sacerdoti accusati in base ai fascicoli delle diocesi, nel 19,1% di quelli registrati nei fascicoli giudiziari e nel 72% di coloro che sono stati intervistati dai ricercatori sono stati registrati «indizi di un orientamento omosessuale». Al proposito lo studio individua diversi fattori, tra i quali il fatto che prima del Concilio Vaticano II al servizio di chierichetti erano ammessi sono i maschi, per poi concentrare l’attenzione sugli «atteggiamenti ambivalenti della morale sessuale cattolica nei confronti dell’omosessualità e sul significato del celibato».

    «L’obbligo di una vita nel celibato – è la spiegazione esposta – potrebbe sembrare la soluzione dei propri problemi psichici a seminaristi inclini a negare le proprie tendenze omosessuali, dato che offre anche la prospettiva di una stretta convivenza esclusivamente con uomini, perlomeno in seminario. A questo riguardo specifiche strutture e regole della Chiesa cattolica potrebbero avere un elevato potenziale di attrazione per persone immature con tendenze omosessuali» e «c’è quindi il pericolo che queste tendenze debbano essere vissute “di nascosto”. La complessa interazione di immaturità sessuale, di possibili latenti tendenze omosessuali negate e respinte in un ambiente in parte anche manifestamente omofobo potrebbe essere un’altra spiegazione della prevalenza di vittime di sesso maschile nell’abuso subito da religiosi cattolici. Tuttavia né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori».

    Sempre sul tema dell’omosessualità, i ricercatori tedeschi precisano che «non è un fattore di rischio di abuso sessuale» ma, scrivono, «i risultati dello studio ci obbligano a occuparci del significato che hanno le idee specifiche della morale sessuale cattolica riguardo all’omosessualità nel contesto dell’abuso sessuale su minori. Deve essere urgentemente ripensato anche l’atteggiamento fondamentalmente negativo della Chiesa cattolica verso la consacrazione di uomini omosessuali. Le terminologie idiosincratiche usate dalla Chiesa in questo contesto come quelle di “tendenze omosessuali profondamente radicate” sono prive di qualsiasi fondamento scientifico. Al posto di questi atteggiamenti occorre creare un’atmosfera aperta e tollerante».

    In generale, per lo studio tedesco, «una vita nel celibato scelta con maturità e su base volontaria è possibile. La premesse di base, cioè la scelta volontaria e la maturità dello sviluppo della personalità non sono necessariamente presenti in tutti i seminaristi».

    La ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale tedesca si conclude con una serie di raccomandazioni alla Chiesa, pur riconoscendo gli sforzi che già sono stati fatti in particolare a partire dai primi anni 2000. Viene in particolare suggerito alla Conferenza episcopale tedesca di applicare in modo omogeneo in tutte le 27 diocesi le misure sinora adottate «in modo palesemente eterogeneo»; di documentare le denunce in modo omogeneo; di organizzare uno sportello indipendente per le denunce da fare anche in forma anonima; di migliorare le procedure canoniche, senza pensare che le procedure penali dispensino la chiesta dalla responsabilità di tutelare gli interessi delle vittime e, al contempo, assistere gli accusati; e di migliorare, sia qualitativamente che quantitativamente, la selezione e poi la formazione psicologica nei seminari nonché la formazione continua per i sacerdoti. Quanto alle vittime, lo studio suggerisce ai vescovi di introdurre una giornata annuale loro dedicata, di uniformare le procedure di indennizzo, e di coinvolgere le vittime nelle procedure di prevenzione.

    La ricerca affronta anche il tema del segreto confessionale, limitandosi a scrivere che «dal punto di vista scientifico bisogna sottolineare la responsabilità del confessore di fornire un’adeguata spiegazione, e di aiutare nell’elaborazione e nella prevenzione degli abusi sessuali individuali».

    Lo studio tedesco, peraltro, si sofferma su un tema caro a Papa Francesco, quello del clericalismo: in tutti i casi di abuso, viene registrato che l’abusatore ha sfruttato la propria autorità. «L’abuso sessuale è prima di tutto anche abuso di potere. In questo contesto nella Chiesa cattolica l’abuso di potere viene avvicinato al concetto di clericalismo, che ne sarebbe un’importante causa con una specifica struttura», scrivono i ricercatori. In questo senso, «le sanzioni di singoli accusati, il pubblico rammarico, contributi finanziari alle vittime, l’istituzione di programmi di prevenzione e una cultura della reciproca attenzione sono misure necessarie ma assolutamente insufficienti. Se le reazioni della Chiesa cattolica si limitano a questi interventi, in realtà fondamentalmente positivi, essi sarebbero addirittura in grado di mantenere le strutture del potere clericale, dato che tendono a curare solo i sintomi di uno sviluppo negativo, ostacolando così il confronto con il vero problema del potere clericale».

    Il presidente dei vescovi tedeschi, il cardinale Reinhard Marx, che già nei giorni scorsi aveva pronunciato a nome della Chiesa cattolica le proprie scuse , è tornato oggi a dichiarare: «Per tutti i fallimenti e per tutto il dolore, come presidente della Conferenza episcopale tedesca, mi scuso».

    http://www.lastampa.it/2018/09/25/vaticaninsider/abusi-le-questioni-aperte-del-rapporto-della-chiesa-tedesca-83GhkgM8ydFY30zK82RcqM/pagina.html

  • I 4 “casi Viganò” italiani

    I 4 “casi Viganò” italiani

    Ci sono quattro “casi Viganò” in Italia che vedono direttamente coinvolto papa Francesco, ma nessuno ne parla.

    1°- Il caso più clamoroso è quello dei presunti abusi sui chierichetti del papa, svelato nell’inchiesta di Gianluigi Nuzzi e successivamente documentato da Gaetano Pecoraro per LE IENE.

    Un caso che ad oggi è stato insabbiato ben due volte.

    Un caso che si sviluppa in un fazzoletto di terreno di un chilometro quadrato con al suo interno solo una quindicina di minorenni, lo Stato della Città del Vaticano.

    Un caso che, ad oggi, vede chi lo ha insabbiato e il presunto abusatore ancora ai propri posti.

    Un caso che, da parte di chi promette di risolvere la piaga dei preti pedofili, pur avendolo in casa, ad oggi non è riuscito a mettervi mano: l’unica cosa concreta è stato vedere la tanto acclamata tolleranza zero applicata, anziché sugli insabbiatori, su coloro che hanno denunciato i crimini.

    Un caso che non è limitato a quello che si sa fino ad oggi, perché esistono altri chierichetti che hanno subito abusi presso il Pre Seminario San Pio X: ce li presenterà Marek Lisińki, il collega di ECA e presidente dell’associazione polacca Foundation Nie lękajcie sie.

    2° – Il caso dell’Istituto per bambini sordi Antonio Provolo di Verona, un caso anche questo arrivato direttamente nelle mani di Bergoglio, nel 2014 quando una delegazione di presunte vittime lo hanno incontrato in Vaticano e gli hanno consegnato una lettera, precedentemente ignorata dalla C.D.F. e dal vescovo di Verona, Giuseppe Zenti.

    In quella lettera i nomi di 25 presunti pedofili, tra loro anche don Nicola Corradi, arrestato nel novembre del 2016 in Argentina, la terra natale di papa Francesco. Anche questo caso fu ignorato dal papa della trasparenza e della tolleranza zero, per fortuna non dalla giustizia civile.

    3°- Il caso di monsignor Mario Delpini, che tentò di insabbiare le molestie sessuali di don Mauro Galli, lo scorso 20 settembre condannato a sei anni e quattro mesi. Malgrado la vicenda fosse stata segnalata in precedenza al cardinale Scola e al Vaticano, che ha persino risposto alle missive dalla vittima, papa Francesco ha comunque nominato, nel luglio 2017, il vescovo Mario Delpini, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Europa, quella di Milano. Ma non è tutto, perché Bergoglio, da quanto dichiara anche la C.D.F. era informato, tuttavia lo ha ulteriormente “premiato” nominandolo tra i rappresentanti italiani del Sinodo dei Giovani.

    La vittima e i familiari chiedono coerenza a Delpini e con una petizione lo invitano a seguire i passi dei colleghi cileni chiedendo le dimissioni al papa.

    4°- Il caso di don Silverio Mura, da anni nascosto dalla diocesi di Napoli alla quale, da anni, le sue presunte vittime chiedono giustizia. Per questo hanno anche denunciato il cardinale Crescenzio Sepe, sulla scia del motu proprio “Come una madre amorevole” a papa Francesco.

    Agli inizi del 2018 si scopre che don Silverio, da Napoli è stato trasferito e oggi presta servizio ancora a stretto contatto con minori, in un paesino della provincia di Pavia, Montù Beccaria. Ma qui ha cambiato nome: da don Silverio Mura, a don Saverio Aversano. Una delle presunte vittime, Arturo Borrelli, è stato anche ricevuto da papa Francesco al quale ha fatto le sue rimostranze, ma don Silverio, o Saverio che sia, è nuovamente scomparso.

    Questi gli argomenti di cui si parlerà nella prima giornata del Meeting organizzato dalla Rete L’ABUSO e da ECA Global, il 2 ottobre alle ore 10,30, presso la Sala Conferenze della Stampa Estera in Italia, in via Dell’Umiltà 83C Roma.

    Nella seconda giornata, il 3 ottobre alle 9, presso la sede del Partito Radicale di via Torre Argentina 76 Roma, ci sarà l’incontro con i sopravvissuti italiani che nel pomeriggio alle ore 15 manifesteranno in Vaticano, presso i giardini di Castel S. Angelo.

    Francesco Zanardi

  • Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Il Vescovo mette a disposizione due professionisti esterni, dal 2017 le segnalazioni sono state 4. Mons. Lazzeri chiede una nuova cultura dell’ascolto

    Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica sono un tema caldo anche in Svizzera dove l’anno scorso ci sono state 65 nuove segnalazioni, soprattutto per fatti avvenuti oltre 30 anni fa e dunque prescritti. Dal 2010 si contano 300 casi, riguardano vittime che all’epoca degli episodi erano bambini o ragazzi fino a 16 anni. Si spazia da espressioni ambigue, a gesti o ‘avances’ indesiderate. In 53 casi le vittime hanno parlato di atti sessuali, in 55 di coazione sessuale. È il bilancio stilato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) sulle segnalazioni delle vittime alle varie diocesi. A quella di Lugano, che mette a disposizione due professionisti per l’ascolto (vedi a lato), hanno bussato 4 vittime. Un solo caso – che risale ad una cinquantina di anni fa – ha fatto tutto l’iter, fino ad un riconoscimento economico. L’autore è un prete non incardinato nella Diocesi luganese, che oggi è in Italia. Che cosa raccontano queste cifre? Perché in Ticino poche vittime si fanno avanti?

    «Le segnalazioni si contano sulle dita di una mano: una sola vittima ha fatto tutto l’iter e dopo decenni le sue ferite erano ancora aperte; c’è chi ha chiamato ma non si è presentato al colloquio; c’è chi dopo il colloquio non ha voluto proseguire. Siamo stupiti, pensavamo che più vittime facessero questo passo, ma è un cammino doloroso e per nulla scontato», dice Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali, istituta a gennaio 2017 da mons. Valerio Lazzeri. Col vescovo di Lugano facciamo un bilancio.

    Quale messaggio date alle vittime? 
    La Chiesa chiede loro di farsi avanti. Come segno di apertura mettiamo a disposizione due professionisti indipendenti. È uno spazio di ascolto, dove chi ha subito abusi può esprimere la propria sofferenza.

    Che cosa chiedono le prime vittime?
    I percorsi sono diversi: c’è chi chiede un sostegno per arrivare ad una denuncia, c’è chi non la farà, perché il reato è prescritto, ma ha bisogno di parlarne.

    Chi è stato ‘tradito e ferito’ da un rappresentante della Chiesa vorrà confidare quei fatti a professionisti scelti dalla stessa istituzione? 
    Si tratta di due professionisti indipendenti dalla Chiesa. Non possiamo avere la pretesa di creare un sistema capace di scoprire l’intero campo degli abusi, ma dare un segno tangibile della nostra disponibilità all’ascolto, così che ciascuna vittima non si senta sola, ma venga accolta e accompagnata.

    Viste le poche segnalazioni, pensa che la rotta scelta sia da aggiustare?  
    Forse non è sufficiente e dobbiamo trovare altri modi, ma penso sia importante che all’interno della Chiesa evolva una cultura dell’ascolto e della disponibilità a fare emergere le situazioni di difficoltà, così da poterle affrontare.

    Parliamo ora dei preti che sentono pulsioni ‘malsane’: con chi possono parlarne? 
    Per i preti in ministero che dovessero avere difficoltà a gestire pensieri o pulsioni c’è un servizio di assistenza psicologica alla Diocesi di Milano, dove possono rivolgersi direttamente. I cammini si possono fare e diversi preti, anche giovani, li stanno facendo, non specificatamente sulla pedofilia, ma per maturare anche in questo ambito.
    Inoltre da tempo per i seminaristi abbiamo percorsi psicologici tenuti da un esperto che fa corsi e incontri personali sullo sviluppo della personalità, sull’integrazione della sessualità, dell’affettività, sulla capacità di relazionarsi agli altri. Li si incoraggia a guardarsi dentro senza spaventarsi e a raccontarsi. Per fare ciò serve un clima di serenità, ed è difficile trovarlo se a prevalere è l’ossessione sulla sessualità. Infine, abbiamo introdotto giornate specifiche sia per seminaristi, sia in ogni vicariato, tenute da Myriam Caranzano, direttrice dell’Aspi – Fondazione per la protezione dell’infanzia.

    Dunque il prete oggi non è solo, anche nel gestire eventuali debolezze?
    La solitudine è un dato del nostro tempo, tante persone si sentono separate anche se sono in mezzo a tanta gente. Anche i preti vivono queste dinamiche. Soprattutto tra i giovani avverto un desiderio di fraternità, di crescita comune, che è positivo. C’è la voglia di reagire, non ci si autocommisera come isolati. In altri periodi, quando il ruolo era più sacrale, forse la solitudine poteva pesare di più. Oggi la difficoltà maggiore è quella di trovare delle gratificazioni, che sono anche necessarie nella vita di una persona.

    Che cosa si aspetta ora? 
    Che la preoccupazione della prevenzione si traduca in uno sguardo complessivo sulla qualità della formazione umana, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri. E anche in un’attenzione più globale alla vita buona dei presbiteri e degli operatori pastorali in funzione. Non basta illuminare la parte malata e fissarsi solo su quella. Abbiamo bisogno di sviluppare un’attenzione globale che favorisca le dinamiche positive. Un organismo lotta contro le patologie non solo facendo la chemioterapia, ma alimentando le motivazioni profonde delle proprie scelte, aiutando le persone a vivere in ambienti dove la ragione per cui si è scelto il celibato possa condurre ad una vita umana piena. Ora abbiamo davvero bisogno che l’organismo si alimenti in modo da sviluppare gli anticorpi per combattere gli aspetti patologici e le derive.

    ‘Non serve un test per valutare un seminarista’

    Prima di assumere un prete o un teologo laico, meglio sottoporlo ad un test, per valutare quale rapporto ha con la sessualità. Ed evitare magari di portare un ‘lupo’ tra gli agnellini. Una proposta al vaglio del gruppo di esperti istituito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri per evitare casi di abusi sessuali. Ma è una misura sensata?

    Al riguardo il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è prudente: «Non è la prima volta che si parla di test psicologici, anche per evidenziare eventuali aspetti patologici, per i seminaristi. Farlo alla soglia dell’ordinazione non mi sembra molto interessante. Sarebbe forse più opportuno adottare strumenti scientifici nel corso della formazione, senza però farli diventare l’unico criterio di valutazione».

    Una proposta che fa sorridere lo psicologo Dante Balbo: «Personalmente penso che l’uso di test alimenti soprattutto un’illusione scientista, non sono necessari per valutare una persona. Sarebbe più opportuno avere educatori formati che accompagnino e supervisionino i seminaristi. Sempre di più chi entra in seminario lo fa piuttosto tardi, verso i 30 anni».

    Per il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, serve un giusto equilibrio. «Non vorrei che questa attenzione buona diventasse un’ossessione patologica, che potrebbe mortificare quello slancio profondo di chi si dona al servizio del Vangelo, della Chiesa, del prossimo. Mi auguro che questo nuovo cammino di apertura possa avvenire nella serenità per le famiglie che affidano i bambini alle nostre strutture, per i giovani che si stanno preparando al servizio, per i più anziani che devono sentire che la loro Chiesa sta crescendo e maturando dinamiche nuove».

    Attualmente alla Diocesi di Lugano sono in formazione sei seminaristi sotto la diretta responsabilità del vescovo, più altri che vengono inviati a Lugano per gli studi ma sono sotto la responsabilità del loro vescovo.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1324476/abusi–poche-vittime–bussano–alla-diocesi-di-lugano

  • Pedofilia: card. Ouellet, servono più donne formazione preti

    Pedofilia: card. Ouellet, servono più donne formazione preti

    ‘Più prudenza nella scelta dei vescovi’

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 17 SET – Coinvolgere maggiormente figure femminili nella formazione dei preti in seminario: potrebbe essere una delle vie per combattere il fenomeno della pedofilia. Lo ha detto il Prefetto della Congregazione dei Vescovi, il cardinale canadese Marc Ouellet. “Penso che sia necessario fare qualcosa di più all’interno della Chiesa e con la formazione di sacerdoti e certamente più prudenza nella scelta dei vescovi. Direi che avremmo bisogno della partecipazione di più donne – ha detto Ouellet, a margine dell’assemblea dei vescovi europei a Poznan (Polonia), secondo quanto riferisce il portale cattolico Zenit – nella formazione di sacerdoti per l’insegnamento e per il discernimento dei candidati. Penso che abbiamo bisogno di più riflessioni in questo senso”.

    https://www.gazzettadiparma.it/news/italia-mondo/539286/pedofilia-card-ouellet-servono-piu-donne-formazione-preti.html

  • Choc in Spagna, Vaticano espelle per 10 anni sacerdote colpevole di violenze sessuali su minori e seminaristi

    Choc in Spagna, Vaticano espelle per 10 anni sacerdote colpevole di violenze sessuali su minori e seminaristi

    di Paola Del Vecchio

    MADRID – Era stata la Santa Sede a ordinare la riapertura di un’inchiesta indipendente sui reati di violenza sessuale denunciati da ex seminaristi ed alunni di un collegio cattolico nella provincia di Astorga (Leon),  in Castilla y Leon, nonostante fossero prescritti sia civilmente che per il diritto canonico. E oggi è stato il vescovo di Astorga, Juan Antonio Menendez, a comunicare la decisione Vaticano di sospendere per dieci anni dal ministero il sacerdote José Manuel Ramos Gordón, ritenuto colpevole di «grave delitti di abusi sessuali su minori» commessi 35 anni fa nel collegio ‘Giovanni XXIII’ del paesino di Puebla de Sanabria (Zamora). Sono stati “considerati provati” nel processo amministrativo penale condotto da “esperti giuristi extra-diocesani”. Dopo aver scontato la condanna, Ramos Gordón dovrà vivere nella casa sacerdotale e non potrà più officiare la messa in pubblico, salvo esplicito permesso dei vescovi. Il Vaticano vuole accertarsi che sia allontanato dalla comunità, dopo che per una precedente condanna a un anno di sospensione dal sacerdozio, per abusi ai danni di seminaristi, il prete era tornato dopo soli sei mesi alla sua attività, ricevendo perfino un omaggio pubblico da parte dei fedeli.

    Per 26 anni Manuel Ramos Gordón è stato parroco della diocesi, fino al luglio 2017, quando il Vescovado lo sospese dopo un processo canonico in cui il prete ammise di aver abusato di vari bambini durante tre decenni, quando era docente del Seminario Minore di La Bañeza, in provincia di Leon. Tuttavia lo scandalo, nonostante le denunce pubbliche di varie vittime, è stato a lungo messo a tacere, poiché lo stesso vescovo di Astorga, Juan Antonio Mendez, ha mantenuto in segreto la condanna,  stando a quanto riferito dai media spagnoli.  Una delle vittime, Francisco Javier Redondo, già nel 2014 in una prima lettera inviata al Papa Francesco raccontava gli abusi subiti durante il corso 1988-1989, assieme al fratello, quando avevano rispettivamente 13 e 14 anni, e ad altri due compagni di collegio. «Le notti erano diventate un incubo di paura, un inferno di vessazioni fisiche e psicologiche», per le visite notturne del loro tutore, scriveva l’uomo, oggi 41enne, che ancora soffre le conseguenze delle violenze subite. E chiedeva al pontefice di non occultare l’orrore vissuto.

    Il Papa ordinò la riapertura del caso e, dopo un primo processo, il Vaticano condannò il sacerdote a un anno di sospensione della sua attività di parroco. Ma Manuel Ramos Gordón era tornato tranquillamente al suo posto. Fino a quando si sono fatte avanti altre vittime, finora tre gli ex alunni che hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi, anche se dal loro racconto è emersa l’esistenza di molti altre vittime delle violenze.

    Un’altra inchiesta è stata aperta dopo la denuncia presentata da un ex seminarista, Emiliano Alvarez. E si attendono le conclusioni di un’indagine sulle presunte violenze sessuali commesse nel Seminario di La Beñeza dall’educatore Angel Sanchez Cao, un prete oggi in servizio attivo nella provincia di Lugo, in Galizia. E, benché il vescovo di Astorga abbia promesso «tolleranza zero», non si placano le critiche per aver mantenuto in segreto i gravissimi fatti emersi dall’inchiesta sul prete di Leon, aperta dopo solo l’intervento del Papa.

    «Guardando al passato non sarà mai sufficiente ciò che si farà per chiedere perdono e cercare di riparare il danno fatto», ha detto il prelato in conferenza stampa. «Guardando al futuro non sarà mai poco quello che si faccia per generare una cultura capace di evitare che queste situazioni non solo non si ripetano, ma trovino spazi per essere coperte e perpetrarsi», ha aggiunto. Mentre le vittime invocano giustizia e che siano accertate le responsabilità anche di coloro che per decenni sapevano e hanno taciuto.

    https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/choc_spagna_vaticano_espelle_sacerdote_pedofilo-3979580.html

  • Choc in Spagna, Vaticano espelle per 10 anni sacerdote colpevole di violenze sessuali su minori e seminaristi

    Choc in Spagna, Vaticano espelle per 10 anni sacerdote colpevole di violenze sessuali su minori e seminaristi

    MADRID – Era stata la Santa Sede a ordinare la riapertura di un’inchiesta indipendente sui reati di violenza sessuale denunciati da ex seminaristi ed alunni di un collegio cattolico nella provincia di Astorga (Leon),  in Castilla y Leon, nonostante fossero prescritti sia civilmente che per il diritto canonico. E oggi è stato il vescovo di Astorga, Juan Antonio Menendez, a comunicare la decisione Vaticano di sospendere per dieci anni dal ministero il sacerdote José Manuel Ramos Gordón, ritenuto colpevole di «grave delitti di abusi sessuali su minori» commessi 35 anni fa nel collegio ‘Giovanni XXIII’ del paesino di Puebla de Sanabria (Zamora). Sono stati “considerati provati” nel processo amministrativo penale condotto da “esperti giuristi extra-diocesani”. Dopo aver scontato la condanna, Ramos Gordón dovrà vivere nella casa sacerdotale e non potrà più officiare la messa in pubblico, salvo esplicito permesso dei vescovi. Il Vaticano vuole accertarsi che sia allontanato dalla comunità, dopo che per una precedente condanna a un anno di sospensione dal sacerdozio, per abusi ai danni di seminaristi, il prete era tornato dopo soli sei mesi alla sua attività, ricevendo perfino un omaggio pubblico da parte dei fedeli.

    Per 26 anni Manuel Ramos Gordón è stato parroco della diocesi, fino al luglio 2017, quando il Vescovado lo sospese dopo un processo canonico in cui il prete ammise di aver abusato di vari bambini durante tre decenni, quando era docente del Seminario Minore di La Bañeza, in provincia di Leon. Tuttavia lo scandalo, nonostante le denunce pubbliche di varie vittime, è stato a lungo messo a tacere, poiché lo stesso vescovo di Astorga, Juan Antonio Mendez, ha mantenuto in segreto la condanna,  stando a quanto riferito dai media spagnoli.  Una delle vittime, Francisco Javier Redondo, già nel 2014 in una prima lettera inviata al Papa Francesco raccontava gli abusi subiti durante il corso 1988-1989, assieme al fratello, quando avevano rispettivamente 13 e 14 anni, e ad altri due compagni di collegio. «Le notti erano diventate un incubo di paura, un inferno di vessazioni fisiche e psicologiche», per le visite notturne del loro tutore, scriveva l’uomo, oggi 41enne, che ancora soffre le conseguenze delle violenze subite. E chiedeva al pontefice di non occultare l’orrore vissuto.

    Il Papa ordinò la riapertura del caso e, dopo un primo processo, il Vaticano condannò il sacerdote a un anno di sospensione della sua attività di parroco. Ma Manuel Ramos Gordón era tornato tranquillamente al suo posto. Fino a quando si sono fatte avanti altre vittime, finora tre gli ex alunni che hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi, anche se dal loro racconto è emersa l’esistenza di molti altre vittime delle violenze.

    Un’altra inchiesta è stata aperta dopo la denuncia presentata da un ex seminarista, Emiliano Alvarez. E si attendono le conclusioni di un’indagine sulle presunte violenze sessuali commesse nel Seminario di La Beñeza dall’educatore Angel Sanchez Cao, un prete oggi in servizio attivo nella provincia di Lugo, in Galizia. E, benché il vescovo di Astorga abbia promesso «tolleranza zero», non si placano le critiche per aver mantenuto in segreto i gravissimi fatti emersi dall’inchiesta sul prete di Leon, aperta dopo solo l’intervento del Papa.

    «Guardando al passato non sarà mai sufficiente ciò che si farà per chiedere perdono e cercare di riparare il danno fatto», ha detto il prelato in conferenza stampa. «Guardando al futuro non sarà mai poco quello che si faccia per generare una cultura capace di evitare che queste situazioni non solo non si ripetano, ma trovino spazi per essere coperte e perpetrarsi», ha aggiunto. Mentre le vittime invocano giustizia e che siano accertate le responsabilità anche di coloro che per decenni sapevano e hanno taciuto.

    https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/choc_spagna_vaticano_espelle_sacerdote_pedofilo-3979580.html

  • Berlino; seconda giornata del meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Berlino; seconda giornata del meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Si è quasi concluso il meeting di Berlino che ha visto  partecipare i rappresentati di Eca e circa 250 vittime arrivate da tutto il mondo

    Nel workshop di questa mattina ha parlato anche il presidente della Rete L’ABUSO, Francesco Zanardi, illustrando la situazione altamente critica dell’Italia, una situazione che è risultata, davanti agli altri 15 Paesi che rappresentano Eca, la più critica in assoluto.

    A differenza degli altri Paesi è emerso inequivocabilmente che l’Italia, anche a causa dell’influenza politica e alle connivenze tra il Vaticano e il sistema politico, è probabilmente  il Paese più indifeso, ma anche l’unico  che non ha nessuna politica nazionale di prevenzione di fronte a questo fenomeno. Un Paese che non ha ancora quantificato,  a differenza degli altri, l’entità del fenomeno della pedofilia clericale.  Sarà  probabilmente quello più colpito da questo fenomeno:  non solo sul suolo italiano c’è un fenomeno locale di preti italiani ma, in realtà, è diventato un collettore che raccoglie preti indagati in ogni parte del mondo, ci sono moltissimi casi,infatti, di preti stranieri mandati nel nostro paese.

    Oltre all’assenza di prevenzione,  è emerso che in Italia non esiste alcuna politica per il soccorso delle vittime dopo gli abusi. Non esiste nessuno sportello, malgrado la legge lo preveda,  per aiutare le vittime a superare il trauma. In base alla legge europea lo Stato italiano ha ratificato un fondo per le vittime di reati gravi, fondo che, attualmente, non esiste. Moltissime vittime abusate, anche se al termine del processo vincono e viene loro riconosciuto un risarcimento, spesso non lo ottengono perché i preti o non hanno le cifre per poterli risarcire o, spesso, risultano nullatenenti.

    Come più volte è stato detto negli articoli della Rete L’ABUSO il problema principale per l’Italia è l’assenza della stampa, stampa che sta parlando unicamente delle notizie incensurabili che arrivano dai giornali stranieri, ma che non solleva il caso italiano, non parla dei casi italiani. Questa mattina il presidente della Rete L’ABUSO ha esposto quattro casi dove risulta coinvolto anche papa Francesco, anche solo per inadempienze:

    • il caso di Milano, che vede coinvolti due Vescovi: mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada. Malgrado la Congregazione per la Dottrina della Fede fosse informata da tempo degli insabbiamenti compiuti dai due monsignori, malgrado il fatto che lo stesso Delpini abbia verbalizzato davanti alla Polizia di essere stato subito avvisato del fatto che un prete avesse dormito con un minore e lo avesse comunque spostato in un’altra parrocchia ancora con i minori, malgrado la dichiarata “tolleranza zero”, malgrado tutto ciò papa Francesco ha promosso i due monsignori: il primo arcivescovo di Milano, il secondo Vescovo di Brescia
    • Il caso dell’istituto per bambini sordi Antonio Provolo di Verona: nel 2014 un gruppo di sordi ha incontrato papa Francesco consegnandogli una lettera contenente i nomi di 25 sacerdoti accusati di atti di pedofilia, e tra questi anche don Nicola Corradi che è stato poi arrestato in Argentina nel 2016. Questo grazie alla giustizia argentina perché papa Francesco, seppur personalmente informato già nel 2014 non ha mosso un dito nei confronti del sacerdote.
    • Il caso di Don Silverio Mura. Proprio oggi la Procura di Pavia ha comunicato telefonicamente al presidente della Rete L’ABUSO la data di una convocazione per un interrogatorio riguardo all’esposto fatto su questo sacerdote. Il caso di Don Silverio Mura è emblematico nelle coperture perché la presunta vittima, Arturo Borrelli, è stato ricevuto da papa Francesco, ma non vi è stato nessun intervento da parte sua. All’inizio del 2018 si è scoperto che il sacerdote era stato trasferito da Napoli a Montù Beccaria, un paesino del pavese, dove operava addirittura sotto falso nome, probabile motivo questo dell’indagine della Procura di Pavia. Dopo aver scoperto il prete a Pavia, quest’ultimo è di nuovo sparito e si ignora, in questo momento, dove questo sia.
    • Il caso dei chierichetti abusati nel pre-seminario del Vaticano: allo stato attuale risulta insabbiato per la terza volta. Di fronte a questo caso le dichiarazioni di “tolleranza zero” del Papa risultano improponibili, in quanto non è riuscito a risolvere il caso “di casa sua”, avvenuto dentro lo Stato di Città del Vaticano. Il sacerdote accusato, don Gabriele Martinelli, non è stato nemmeno sospeso, anzi, all’inizio dell’estate i report della Rete L’ABUSO lo scoprivano che stava ancora operando, senza alcuna sospensione cautelativa, ed era addirittura incaricato di raccogliere le prenotazioni per gli esercizi spirituali, organizzati presso l’Opera Don Folci di Como, e condotti poi da mons. Francisco Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, organo deputato proprio al giudizio sulla “purezza dei sacerdoti”. Troviamo quindi coinvolto anche Ladaria in un serie di inadempienze.

    I dati emersi, a confronto con quelli degli altri Paesi, fanno risultare l’Italia, oggi, il Paese più a rischio fra i 15 paesi che fanno parte di ECA.  Tra le motivazioni vi è la totale assenza di inchieste giornalistiche: i casi vengono riportati a livello locale ma non c’è un tam-tam della stampa sui casi italiani.  La stampa riporta quanto vi è di incensurabile che esce all’estero, ad esempio quello del caso del Vaticano è un caso più che emblematico. In una situazione di democrazia i giornalisti hanno dei privilegi, privilegi costituzionali che non sono dati a caso: la stampa è fondamentale nei paesi democratici perché è quella che permette, scrivendo e dunque informando i cittadini, di tutelare i più deboli, i minori in questo caso, e anche di permettere ai cittadini stessi di protestare contro le inadempienze del Governo. Questa situazione ha destato un notevole interesse da parte dei giornali di tutto il mondo presenti questa mattina al meeting.

    Altro punto è la totale assenza dei Governi che si sono susseguiti in questi ultimi anni. L’attuale Governo è coinvolto in una interrogazione parlamentare, fatta dall’onorevole Matteo Mantero nel novembre scorso, che interroga il Parlamento sui preti pedofili. A seguire c’è stata una Diffida nei confronti del Governo che a livello italiano non ha aperto nessuna discussione, anzi, il Governo non ha addirittura risposto a quella Diffida. In compenso hanno risposto le Nazioni Unite, ovvero l’alto commissariato per i diritti umani di Ginevra, che ha aperto prontamente un fascicolo sull’Italia che sarà reso pubblico il 19 gennaio del 2019.

    Altro problema, che aggrava la situazione, è l’inerzia dell’autorità giudiziaria italiana. Negli altri Paesi l’autorità giudiziaria si muove autonomamente, apre fascicoli, indaga sui casi che avvengono negli Stati, in Italia invece questo non sta avvenendo.

    Alle 16.30 di questo pomeriggio gli attivisti e le vittime presenti al Congresso manifesteranno nella Piazza del Parlamento tedesco.

    Nella sessione di ieri sono intervenuti diversi rappresentanti di diverse fazioni politiche; è intervenuto anche il ministro della tutela dei diritti delle famiglie, donne, anziani e bambini, con un intervento significativo.

    Vediamo quindi una situazione politica nettamente diversa da quella che abbiamo in Italia.

     

  • Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    In attesa dei chiarimenti sul dossier Viganò emergono nuovi particolari sulla designazione dell’arcivescovo a Washington: il cardinale O’Connor si oppose alla sua promozione

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nel dialogo con i gesuiti in Irlanda, Francesco è tornato a parlare dell’origine degli abusi sessuali, individuandola nel clericalismo. «L’elitismo, il clericalismo – ha detto il Papa – favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza». Parole che si applicano perfettamente al caso di Theodore McCarrick, il cardinale molestatore di seminaristi e abusatore di ragazzi, che Francesco ha pesantemente sanzionato obbligandolo a ritirarsi in una casa e togliendogli la porpora dopo l’emergere di una denuncia di abuso su un minore. Un caso che mette in discussione i meccanismi delle nomine episcopali negli ultimi trent’anni, come rivelano nuovi particolari sulle autorevoli opposizioni alla nomina a Washington del wojtyliano liberal McCarrick nell’anno 2000: tra queste va annoverata quella del cardinale John Joseph O’Connor, un altro porporato wojtyliano, morto ad ottant’anni già compiuti come arcivescovo di New York.

    I gruppi politico-mediatici e i giornalisti che hanno collaborato con l’ex nunzio Carlo Maria Viganò a scrivere, aggiustare e poi a divulgare il “comunicatoˮ con la clamorosa richiesta delle dimissioni del Pontefice, insistono da settimane a dire che il problema nella Chiesa non sono gli abusi sui minori ma l’omosessualità. L’affermazione viene ripetuta dai supporter palesi e occulti di Viganò ed è sostenuta da molti “influencerˮ della blogosfera conservatrice soprattutto italiana, attivi da mesi nella martellante campagna contro la partecipazione del gesuita James Martin all’incontro delle famiglie di Dublino. Ma è davvero così? Davvero la radice, l’origine del problema degli abusi è l’omosessualità dei preti? Le statistiche ci dicono che una parte consistente delle violenze sui minori vedono come vittime ragazzi maschi adolescenti. Non è un mistero che siano esistite in passato, ed esistano, “lobby gayˮ che agiscono come cordate. Papa Francesco, sulla scia dei documenti più recenti della Santa Sede, ha ricordato ai vescovi di non far entrare nei seminari persone con tendenze omosessuali radicate. Detto ciò, resta la domanda: hanno ragione quelli che oggi si sbracciano minimizzando gli abusi sui minori – come se si trattasse di un problema secondario – per puntare tutto sull’omosessualità?

    Uno sguardo senza pregiudizi alla triste vicenda di McCarrick mostra esattamente il contrario. Nonostante gli “editoriˮ di Viganò cerchino di ridurre tutto all’orientamento e alla pratica sessuale del vescovo molestatore, le testimonianze degli ex seminaristi delle diocesi di Metuchen e Newark descrivono una storia ben diversa. Anche il caso McCarrick infatti il problema è il clericalismo, l’abuso di potere e di coscienza, che viene prima dell’abuso sessuale ed è commesso da persone – sacerdoti o vescovi – che mai possono essere considerati alla pari delle loro vittime, sulle quali esercitano un’influenza e spesso una forma sottile o palese di ricatto. Questo appare con ogni evidenza nel caso dei bambini e dei ragazzi. Ma può accadere anche con persone adulte più o meno vulnerabili, senza con questo voler mettere le due situazioni sullo stesso livello.

    Il disastro McCarrick – al netto delle risultanze ancora non emerse riguardo alla sua innegabile abilità di collettore di denaro che non lasciva certo indifferenti i suoi alti referenti vaticani fin dagli anni Novanta – è un evidente caso di abusi psicologici, abusi di potere, di coscienza e sessuali. Trattato troppo a lungo soltanto come un caso di pratica omosessuale. No, McCarrick non aveva relazioni omosessuali. Molestava e abusava i seminaristi in nome del suo potere episcopale, facendo loro intendere che andare al mare con lui e sottostare alle sue attenzioni era un passaggio obbligatorio per essere da lui meglio conosciuti e per arrivare all’ordinazione sacerdotale.

    È già stato rivelato che negli Stati Uniti vi fu, tra gli altri, un autorevolissimo oppositore alla promozione di McCarrick a Washington. Si tratta del cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al marzo 2000, quando morì ancora in carica tre mesi dopo aver compiuto ottant’anni a causa di un tumore al cervello. O’Connor, arrivato nella Grande Mela dopo la partenza di McCarrick, aveva accesso alle informazioni dell’archivio della diocesi dove il futuro cardinale molestatore aveva vissuto e operato a lungo. Ed è possibile che avesse avuto qualche sentore delle abitudini dell’arcivescovo della confinante diocesi Newark.

    O’Connor venne consultato per la “provvistaˮ della diocesi di Washington, nonostante fosse gravemente malato? Difficile ipotizzare il contrario. C’è da domandarsi se nel manifestare questa sua opposizione – si può supporre sotto forma di lettera riservata, come accade in questi casi – O’Connor abbia fatto esplicita menzione al problema degli abusi sessuali di McCarrick con i seminaristi. O se si sia limitato, diplomaticamente, a far intendere che c’erano fondate ragioni per non promuoverlo senza però renderle esplicite.

    La nomina di McCarrick venne pubblicata sei mesi e mezzo dopo la morte di O’Connor, avvenuta il 3 maggio 2000, quando l’arcivescovo di Washington fino a quel momento in carica, il cardinale James Aloysius Hickey, aveva già compiuto ottant’anni. L’ex nunzio Viganò ricorda che l’allora Prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re, si era opposto alla nomina perché McCarrick sarebbe stato soltanto il 14° nella lista dei candidati. All’origine di questi dubbi e opposizioni c’erano forse dei sospetti sui suoi abusi? Ancora, Viganò fa ricadere tutta la responsabilità della promozione di McCarrick sul Segretario di Stato Angelo Sodano, quando è ben noto come allora non fosse certamente nelle sue mani tutto il potere riguardo alle nomine.

    L’ex nunzio bel suo dossier finisce infatti per passare Giovanni Paolo II come un malato incapace di intendere e di volere, ben cinque anni prima della sua morte. Una evidente falsificazione della realtà. Ma ad attirare ancora di più l’attenzione, nella ricostruzione offerta da Viganò, tra le decine di personaggi che elenca accusandoli di coperture (senza fornire prove), come è già stato da più parti notato, è l’assenza del nome di Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Papa Wojtyla, all’epoca già vescovo (sarà promosso arcivescovo di Cracovia nel 2005 ed elevato al cardinalato nel 2006). C’è da appurare se il parere negativo di O’Connor, l’uomo più vicino a Papa Wojtyla negli Stati Uniti, sia arrivato a destinazione. E se così fosse, come ha fatto McCarrick a convincere “l’appartamentoˮ (termine allora usato per indicare lo strettissimo entourage del Pontefice) che le voci su di lui erano soltanto delle calunnie?

    Infine, un altro particolare riguardante non la nomina, ma la rinuncia di McCarrick. Come abbiamo visto, il predecessore Hickey era rimasto in carica fino agli ottant’anni compiuti, mentre il successore Donald Wuerl sta per compierne 78. Che cosa accadde con McCarrick? Secondo quanto risulta a Vatican Insider, il cardinale molestatore al compimento dei 75 anni, il 7 luglio 2005, dopo aver presentato le dimissioni di rito, avrebbe ottenuto una proroga di due anni, come peraltro avveniva abitualmente, almeno per i cardinali arcivescovi in buona salute. Tra l’altro, essendo arrivato a Washington già settantenne, McCarrick nel momento in cui compie l’età canonica della rinuncia, aveva guidato la diocesi soltanto per quattro anni e mezzo. Eppure il porporato non completa i due anni di proroga. Benedetto XVI accetta le sue dimissioni e lo solleva dall’incarico il 16 maggio 2006, otto mesi dopo quel compleanno.

    È possibile che questa decisione sia legata all’affiorare delle denunce che portano ai risarcimenti nelle diocesi di Metuchen e Newark? Di certo c’è che l’anno successivo, nel 2007, McCarrick riceve la prima “richiestaˮ (richiesta, non sanzione canonica) da parte del Papa, trasmessagli dal nunzio Pietro Sambi, che lo invita a lasciare il seminario e a fare vita ritirata di preghiera. Com’è noto, anche su questo punto la memoria di Viganò si è dimostrata fallace: il porporato molestatore ha continuato a fare la vita di prima, ha continuato a viaggiare in Vaticano e non ha tenuto conto della raccomandazione di Papa Ratzinger durante i successivi cinque anni del suo pontificato. Lo stesso ex nunzio che oggi chiede le dimissioni di Francesco (cioè del Papa ha levato la porpora a McCarrick) ha più volte incontrato e celebrato con il cardinale abusatore elogiandolo anche in pubblico.

  • Viganò, il vero problema della Chiesa non è Papa Francesco. Ma una concezione deviata del potere

    Viganò, il vero problema della Chiesa non è Papa Francesco. Ma una concezione deviata del potere

    di Riccardo Cristiano*

    Dopo l’annuncio che il Vaticano fornirà una risposta alle accuse dell’arcivescovo Viganò, il papa ha convocato per il prossimo febbraio un incontro senza precedenti con tutti i presidenti delle conferenze episcopali sulla tutela dei minori. Si tratta di due decisioni tanto inattese quanto opportune vista la portata di quanto è accaduto, che più che un attacco a Bergoglio sembra essere un attacco al Concilio. Ma per dire perché, occorre partire da cosa è successo.

    Ha osservato correttamente Foreign Affairs che le preghiere per una rapida scomparsa del papa regnante tra i preti o magari tra i vescovi, non sono né rare né nuove, se ne parla da secoli, ma richieste pubbliche di dimissioni del papa non erano immaginabili neanche tra chi ammette che quelle preghiere non sono inusuali. Fatto sta che da secoli nessuno c’era mai arrivato. Ora che invece l’arcivescovo Viganò ha varcato la soglia ritenuta invalicabile, chiedendo a PapaFrancesco di dimettersi, non è possibile non leggere questa incredibile vicenda a partire dal danno che ne riceve il papato in sé, non tanto quello di Bergoglio, e l’idea conciliare di Chiesa.

    Come è noto, colui che per l’uomo che ne chiede le dimissioni è il Vicario di Cristo, dovrebbe lasciare perché a carico del cardinale McCarrick – colpevole di condotte sessuali molto gravi – vi sarebbero state delle “sanzioni segrete”, mai scritte né mai rispettate dal medesimo cardinale senza che ciò comportasse alcunché, neanche per l’arcivescovo Viganò stesso, che in un banchetto pubblico non esitò a elogiare il cardinale in questione; sanzioni segrete ma di cui Bergoglio non poteva non sapere, di cui lo stesso Viganò gli avrebbe parlato senza che il papa facesse alcunché.

    Ma non è questo che conta di più. Ciò che conta di più è che il McCarrick è arrivato alla guida della diocesi di Washingtonall’inizio del secolo, quando regnava papa Giovanni Paolo II, poi è diventato cardinale, concludendo di lì a breve una lunga carriera di successi. Come abbiamo appreso di recente grazie al sito della Conferenza Episcopale Americana, le accuse risalgono agli albori del millennio, cioè proprio quando esplose lo scandalo pedofilia in America. Come pensare che in un simile contesto di fibrillazione il caso McCarrick, accusato di relazioni con seminaristi, e l’opportunità della sua nomina a cardinale siano passati inosservati?

    Ma i dubbi specifici e la tempistica esatta di accuse e nomina non devono far velo al problema sostanziale: i criteri di selezione dell’episcopato sono stati adeguati? Nello specifico, la raccomandazione a una vita appartata a un cardinale accusato di ciò che sappiamo risolve il problema o lo indica? Inoltre non sembra che queste sanzioni abbiano dovuto attendere quanto indicato da Viganò per essere formulate segretamente.

    Recenti indiscrezioni asseriscono infatti che, molto prima di quanto indicato da Viganò, sia stato raccomandato al cardinale uno stile di vita “appartato”, compreso l’abbandono del seminario dove viveva. Ma davvero monsignor Viganò pensa di non coinvolgere San Giovanni Paolo II asserendo che quando nominò cardinale McCarrick, diversi anni prima di morire, già non capiva chi nominava? E pensa di non coinvolgere nel disastro papa Benedetto XVI dicendo che quando il cardinale McCarrick, a suo avviso da lui segretamente sanzionato e obbligato a una vita appartata e di penitenza, gli compariva davanti in Vaticano insieme agli altri vescovi americani, Benedetto non gli diceva nulla perché è un timido?

    Forse, osservando con sguardo attento non al singolo caso ma al problema nella sua vastità e alla sua portata, sembra essere proprio quello della qualità del personale episcopale selezionato nei decenni passati il vero punto dolente e quindi quello dei criteri di scelta, confermato per tale dalla diffusa prassi di insabbiamento degli abusi per paura dello scandalo. Mai notati ambienti dottrinalmente rigoristi, quelli ai quali si può ricondurre un inusuale livore pubblico verso Francesco, afflitti da tracce di comportamenti devianti? C’è un’università aperta per competere con i “modernisti gesuiti” e collegata a un seminario: si dice che questo seminario sia stato toccato da abusi. Il problema però è diventato Francesco, cioè il papa che ha tolto a questo cardinale la berretta cardinalizia come non accadeva da chissà quando (guardando al particolare) e soprattutto il papa che ha cercato altri criteri di selezione (guardando al problema generale) e che qui si ritiene di richiamare come rilevante.

    Con lui infatti i fautori e detrattori hanno riconosciuto, quasi unanimemente, l’arrivo in cattedra (cioè in episcopio) dei cosiddetti “preti callejeros”, i preti di strada, quelli che svolgono il lavoro pastorale nelle periferie degradate o esistenziali e diventano vescovi senza aver preso parte a particolari “corsi d’onore”. Con lui poi sono saltate le “sedi cardinalizie”, cioè quelle sedi arcivescovili che quasi in automatico comportavano la nomina a cardinale e che quindi erano oggetto di brame anche da chi non disdegna la carriera. Con Francesco abbiamo visto arrivare nel Sacro collegio titolari di diocesi ai più sconosciute, dimenticate, mai bramate, periferie che per la prima volta hanno portato volti, problemi, dimensioni e impressioni al centro e nel centro della cattolicità.

    È davvero strano questo caso Viganò, produce degli autogol che è difficile immaginare più sorprendenti anche agli appassionati di calcio. In questi giorni a chi scrive è capitato, ad esempio, di sentirsi chiedere al termine di una discussione pubblica: “Ho sentito dire che Papa Francesco è stato eletto dalla massoneria. Se fosse vero sarebbe gravissimo, spiegherebbe tante cose.” Quale possa essere l’ambiente d’origine di un’assurdità del genere è facile immaginarselo, ma ai fedeli ai quali è stata venduta questa storia non è stato spiegato che, visto che il papa viene eletto dai cardinali, qualcuno prima di lui avrebbe inserito un gruppo massonico nel Sacro collegio. Più che un attacco al papa regnante sembra un attacco ai suoi predecessori e, siccome non pare sia così, il fatto diventa ancor più sorprendente.

    L’episcopato formatosi nei decenni passati a mio avviso risente di un problema gravissimo, il clericalismo, lascito preconciliare. Questa malattia, indicata come tale da Francesco, riduce la Chiesa a una comunità costituita dal clero e non da tutto il popolo di Dio, inclusi quindi tutti i credenti laici, come dopo animate discussioni indicò il Concilio Vaticano II. Questa identificazione della Chiesa con il clero non è sana perché non rende partecipe della vita della Chiesa e delle sue decisioni tutti i credenti, ma solo il clero, mentre a essere deportato dal Faraone fu tutto il popolo di Dio.

    La visione preconciliare può far scattare quello spirito di “gruppo e guida” che più facilmente può cadere in una concezione distorta del potere e quindi anche nella copertura di eventuali abusi. Lo evidenzia un caso di qualche anno fa: quando Francesco nominò una commissione per la tutela dell’infanzia, volle a farne parte una vittima di abusi. Lei chiese alla Congregazione per la dottrina della fede, che gestisce i processi canonici, di ascoltare anche le vittime. Il prefetto della congregazione le rispose che questo non era compito loro, ma delle singole diocesi. Questa risposta tecnicamente ineccepibile di un Prefetto che non era certo un insabbiatore indica però un problema: i fedeli sono parte della Chiesa? E se lo sono come possono avere accesso alla formazione dei processi decisionali e della cultura ecclesiale?

    Non a caso davanti al gravissimo caso cileno, Bergoglio non ha scritto una lettera al clero, ma a tutto il popolo di Dio che vive in Cile, raccomandandogli di non farsi strappare l’unzione: siete tutti voi gli unti dal Signore, il senso del suo messaggio. La questione degli abusi pone alla Chiesa l’urgenza di superare il clericalismo e di liberarsi di quella concezione deviata del potere che è all’origine di tanti mali. Francesco, che nella gestione ha ammesso di aver commesso errori, sembra però criticato proprio per aver scelto questa strada, che inevitabilmente porta a rompere il vecchio sodalizio tra potere temporale e potere spirituale. Tanto da giustificare l’impressione che per capire gli attuali attacchi a Bergoglio sarebbe opportuno leggere la sua intervista al Sole 24 Ore dello scorso 7 settembre più che gli articoli sull’ex cardinale McCarrick.

    *Vaticanista di Reset

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/14/vigano-il-vero-problema-della-chiesa-non-e-papa-francesco-ma-una-concezione-deviata-del-potere/4623388/

  • Papa e abusi, ecco dove stanno i falsari della parola

    Papa e abusi, ecco dove stanno i falsari della parola

    C’è un fatto, molto semplice, a cui si deve dare una risposta e da cui dipende la credibilità del Papa: il 23 giugno 2013 monsignor Viganò ha veramente informato il Papa del caso McCarrick? Questo milioni di cattolici hanno il diritto di sapere. E invece la solita banda di falsari delle parole non appena si fa questa domanda cercano di screditare chi pone le questioni, affibbiandogli secondi, terzi e quarti fini ignobili.

    Marco Tosatti

    «Papa Francesco incontrerà in Vaticano tutti i presidenti della Conferenze episcopali dal 21 al 24 febbraio prossimo, ‘per parlare della prevenzione degli abusi su minori e adulti vulnerabili’». Così Vatican News, che riporta le parole della vicedirettrice della sala stampa vaticana, Paloma Garcia Ovejero, nel briefing tenuto al termine della riunione del C9, il Consiglio dei Cardinali per la riforma della Curia.

    Poi abbiamo letto un editoriale di Avvenire, dove Stefania Falasca raccomandava «per non rimanere disorientati dai falsari della parola che assediano l’attuale stagione ecclesiale» è salutare «seguire il Magistero ordinario del Successore di Pietro. Il Papa non è un personaggio. Nella sua predicazione ordinaria non parla di sé».
    Falasca afferma che «si moltiplicano i sintomi di un male che sembrano diffondersi come una crisi di nevrastenia collettiva, dove tutto diventa materia di denigrazione e riceve un’interpretazione sinistra arrivando persino a ritenere normale e lecito chiedere le dimissioni del Papa come fosse il capo di un’azienda o di un partito».

    Falsari della parola. Ecco, mentre leggevamo questa frase pensavamo a McCarrick, a Tegucicalpa, a Boston e al suo seminario, e a tanti altri casi in Germania, Cile, Usa e anche in Italia, anche se per ora da noi le denunce sono solo sommesse, anonime. Una crisi che, come è stato affermato da più parti, riguarda “l’omosessualità pervasiva” del clero e dei vescovi; ma di cui l’Istituzione non parla. Non ne parla il comunicato per la riunione di febbraio (febbraio! Siamo a settembre…) delle Conferenze episcopali, non ne ha neanche accennato il Papa nella sua lettera ai vescovi cileni, e negli altri interventi, non ne parlano le fonti ufficiali. Perché? Che cosa non si vuole dire? Siamo cattivi se pensiamo che esistano “falsari della parola” per omissione, voluta? Per coprire chi e che cosa?

    Ha ragione Falasca, che consiglia di seguire il Magistero ordinario. Ma ahimè, il Pontefice è anche una persona, che come chiunque ha una maggiore o minore credibilità a seconda della corrispondenza fra ciò che dice, e ciò che fa. Ed è per questo che è così importante, per me, e per milioni di altre persone, sapere se realmente mons. Viganò ha detto al Pontefice il 23 giugno 2013 chi era e che cosa aveva fatto, e faceva Thedore McCarrick. Perché se è vero, e papa Bergoglio non solo non ha fatto nulla, ma l’ha riabilitato, e ha seguito i suoi consigli per le promozioni e le nomine negli Usa, premiando amici e pupilli di McCarrick, la sua credibilità, quando a febbraio presiederà questa ennesima conferenza vaticana non sarà eguale a quella di cui potrebbe godere se Viganò avesse mentito, o si fosse sbagliato.

    Ecco perché si entra di default nella banda dei falsari di parole quando invece di cercare di sapere se questo – un fatto, non un’opinione – è vero o non è vero, si blatera di complotti, e attacchi al Papa e tutto il resto. Nelle democrazie, dove la parola è libera, si può chiedere conto all’autorità della realtà o meno di un evento. Nei regimi no; e una richiesta di trasparenza e di verità viene immediatamente etichettata come un assalto alla figura guida carismatica, al “Piccolo Padre”, al “Grande Timoniere” e così via. E i falsari di parole che reagiscono immediatamente cercano di screditare chi pone le questioni, normalmente affibbiandogli secondi, terzi e quarti fini ignobili. Anche questo l’abbiamo visto.

    Perché, lasciando perdere le dimissioni, è la credibilità personale, umana, del Pontefice che è in gioco. E che rappresenta un dramma per molti cattolici, e forse anche per alcuni non cattolici. Per questo i falsari della parola evitano, nelle loro lunghe dissertazioni e analisi, di toccare questo punto. A cui il silenzio, comunque adornato e abbellito non costituisce risposta. Una scimmia vestita di seta resta una scimmia. In maniera vaga il C9 adombra la possibilità che la Santa Sede formuli «gli eventuali e necessari chiarimenti» a «fronte di quanto accaduto nelle ultime settimane».

    Intanto anche fra i più accesi denigratori dell’arcivescovo Viganò ora si ammette che  «è evidente che l’ex nunzio negli Stati Uniti ha citato date e documenti in suo possesso (o passati sotto i suoi occhi) sui quali non c’è motivo di dubitare». Un’ammissione importante. E se non si fosse sbagliato neanche sull’udienza del 23 giugno 2013 con papa Bergoglio? I «chiarimenti» sono centrali anche, e forse soprattutto, su questo avvenimento.

    http://lanuovabq.it/it/papa-e-abusi-ecco-dove-stanno-i-falsari-della-parola